Walter de la Mare, una poesia con traduzione

Lighthouse and Buildings, Portland Head, Cape Elizabeth, Maine, 1927 - Edward Hopper

Walter John de la Mare (1873 – 1956), scrittore e poeta inglese; dotato di una fantasia singolarmente incline al misterioso e al fiabesco continua in parte quella tradizione di letteratura anglosassone che conta come sommi rappresentanti Coleridge e Poe. In questa vena sono concepiti i più dei suoi versi, tra i quali The Listeners and Other Poems (1912), Collected Poems (1920).

*

The listeners 

‘S there anybody there?’ said the Traveller,
Knocking on the moonlit door;
And his horse in the silence champ’d the grasses
Of the forest’s ferny floor:
And a bird flew up out of the turret,
Above the Traveller’s head:
And he smote upon the door again a second time;
‘Is there anybody there?’ he said.
But no one descended to the Traveller;
No head from the leaf-fringed sill
Lean’d over and look’d into his grey eyes,
Where he stood perplex’d and still.
But only a host of phantom listeners
That dwelt in the lone house then
Stood listening in the quiet of the moonlight
To that voice from the world of men:
Stood thronging the faint moonbeams on the dark stair,
That goes down to the empty hall,
Hearkening in an air stirr’d and shaken
By the lonely Traveller’s call.
And he felt in his heart their strangeness,
Their stillness answering his cry,
While his horse moved, cropping the dark turf,
‘Neath the starr’d and leafy sky;
For he suddenly smote on the door, even
Louder, and lifted his head:–
‘Tell them I came, and no one answer’d,
That I kept my word,’ he said.
Never the least stir made the listeners,
Though every word he spake
Fell echoing through the shadowiness of the still house
From the one man left awake:
Ay, they heard his foot upon the stirrup,
And the sound of iron on stone,
And how the silence surged softly backward,
When the plunging hoofs were gone.

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Gli ascoltatori

“C’è nessuno?”disse il Viaggiatore,
bussando alla porta rischiarata dalla luna;
e il suo cavallo nel silenzio brucava erba
dal terreno coperto di felci nella foresta:
e un uccello volò fuori dalla torretta,
sopra la testa del Viaggiatore:
 e lui bussò alla porta una seconda volta;
“C’è nessuno?” disse.
Ma nessuno discese verso di lui;
non una testa dal davanzale coperto di foglie
si sporse per guardare nei suoi occhi grigi,
là dove era rimasto, perplesso e silenzioso.
Ma solo una folla di ascoltatori spettrali
che dimorava nella casa solitaria,
allora rimase ad ascoltare nella quiete lunare
quella voce uscita dal mondo degli uomini:
immobile a guardare i pallidi raggi di luna sulla scala oscura,
che va giù nell’atrio deserto,
ascoltando in un’aria scossa e turbata
il richiamo del Viaggiatore solitario.
E li sentì nel suo cuore, strani
e immobili, rispondere al suo grido,
mentre il cavallo si muoveva, brucando le zolle scure,
sotto un cielo di stelle e di foglie;
e lui improvvisamente picchiò alla porta, ancora
 più forte, e sollevò la testa:
 “Di’ loro che sono venuto e nessuno ha risposto,
che io ho mantenuto la mia parola” , disse.
 Non si mossero gli ascoltatori,
sebbene ogni parola da lui pronunciata
 cadesse echeggiando nell’oscurità della casa silenziosa
 dall’unico uomo rimasto sveglio:
 sì, essi udirono i suoi piedi sulla staffa,
 e il rumore del ferro sulla pietra,
e il silenzio cadde di nuovo su tutto,
quando il rumore degli zoccoli si allontanò.
.
.
(1913)
In apertura: Edward Hopper, Lighthouse and Buildings, Portland Head, Cape Elizabeth, Maine, 1927

John Keats, All’autunno

foglie

All’autunno di John Keats

Stagione di nebbie e morbida abbondanza,
tu, intima amica del sole al suo culmine,
che con lui cospiri per far grevi e benedette d’uva
le viti appese alle gronde di paglia dei tetti,
tu che fai piegare sotto le mele gli alberi muscosi del casolare,
e colmi di maturità fino al torsolo ogni frutto;
tu che gonfi la zucca e arrotondi con un dolce seme
i gusci di nocciola e ancora fai sbocciare
fiori tardivi per le api, illudendole
che i giorni del caldo non finiranno mai
perché l’estate ha colmato le loro celle viscose:

chi non ti hai mai vista, immersa nella tua ricchezza?
Può trovarti, a volte, chi ti cerca,
seduta senza pensieri sull’aia
coi capelli sollevati dal vaglio del vento,
o sprofondata nel sonno in un solco solo in parte mietuto,
intontita dalle esalazioni dei papaveri, mentre il tuo falcetto
risparmia il fascio vicino coi suoi fiori intrecciati.
A volte, come una spigolatrice, tieni ferma
la testa sotto un pesante fardello attraversando un torrente,
o, vicina a un torchio da sidro, con uno sguardo paziente,
sorvegli per ore lo stillicidio delle ultime gocce.

E i canti di primavera? Dove sono?
Non pensarci, tu, che una musica ce l’hai.
Nubi striate fioriscono il giorno che dolcemente muore,
e toccano con rosea tinta le pianure di stoppia:
allora i moscerini in coro lamentoso, in alto sollevati
dal vento lieve, o giù lasciati cadere,
piangono tra i salici del fiume,
e agnelli già adulti belano forte del baluardo dei colli,
le cavallette cantano, e con dolci acuti
il pettirosso zufola dal chiuso del suo giardino:
si raccolgono le rondini, trillando nei cieli.

Emily Dickinson, tre poesie sugli angeli

Emily Dickinson, tre poesie sugli angeli

Angeli vedi nella prima luce
tra la rugiada curvarsi,
Cogliere e volar via con un sorriso:
crescon per loro i fiori?

Angeli vedi quando il sole infuria
tra le sabbie roventi,
cogliere e volar via con un sospiro:
ed i fiori avvizziti con sé portano.

~

L’anima dovrebbe sempre star socchiusa
perché ove il cielo chieda
non sia obbligato ad aspettare
o temendo di disturbarla

se ne vada, prima che lei faccia scorrere
il chiavistello nella porta
per scoprire che il cortese ospite,
il suo visitatore, non c’è più –

~

Io so bene che dentro la mia stanza
c’è un amico invisibile,
non si rivela con qualche movimento
né parla per darmi una conferma.

Non c’è bisogno che io gli trovi posto:
è una cortesia più conveniente
l’ospitale intuizione
della sua compagnia.


La sola libertà che si concede
è di essere presente.
Né io né lui violiamo con un suono
l’integrità di questa muta intesa.

Non non potrei mai stancarmi di lui:
sarebbe come se un atomo ad un tratto
si annoiasse di stare sempre insieme
agli innumerevoli elementi dello spazio.

Ignoro se visti anche altri,
se rimanga con loro oppure no.
Ma il mio istinto lo sa riconoscere:
il suo nome è Immortalità.

*

(In apertura opera di Joanna Sierko Filipowska; poesie dal web)

John Keats, Ode a Psiche

Ode a Psiche di John Keats

Ascolta, o Dea, questi versi dissonanti
Strappati dalla dolce violenza e dal ricordo caro;
E che sin entro la morbida conchiglia del tuo orecchio
Sian cantati i tuoi segreti, perdona.
Certo ho sognato, oggi – o davvero l’alata Psiche
Ho visto con i miei occhi aperti?
Giravo spensierato per un bosco
Quando di colpo estasiato per la sorpresa
Due belle creature vidi, coricate fianco a fianco,
Nell’erba folta, sotto un sussurrante tetto
Di foglie e tremuli fiori, ove un ruscello
Appena visibile scorreva:
Tra i taciti fiori dalle fresche radici, azzurri lunari,
Dolcemente profumati nei purpurei boccioli,
Giacevano con quieto respiro sopra un letto d’erba,
Le braccia intrecciate e le ali,
Solo le labbra non si toccavano, ché ancora non s’eran dette addio.
Come se sperate dalle mani dolci del sonno
Fosser pronte a superare il numero dei baci passati
Quando l’alba l’occhio tenero aprisse dell’amore nascente.
Conoscevo bene il fanciullo alato;
Ma tu, o felice colomba felice, chi eri?
La sua Psiche fedele!

Oh tu, ultima nata visione, più dolce
Sei di tutta la svanita gerarchia Dell’Olimpo,
Più bella di Diana nelle sue regioni di zaffiro,
Più bella di Venere, la lucciola amorosa del cielo,
Tu, la più bella sei, pur se tempio non hai,
Né altare colmo di fiori,
O coro di vergini che dolcemente piangano
La tua mezzanotte,
E non voce, o liuto, o flauto, o incenso squisito
Che fumi dal turibolo scosso,
O santuario, bosco, oracolo o ardore
Di profeta sognante della pallida bocca.

Tu, più splendida sei, pur troppo tardi nata
Per gli antichi voti o per l’ingenua lira appassionata,
Quando sacri erano i rami della foresta
Incantata, sacra era l’aria, l’acqua, il fuoco:
Pure, anche un questi giorni tanto lontani
Dalle fedi felici, le tue ali lucenti
Che volteggiano tra gli olimpi in rovina io vedo,
E canto, ai miei soli occhi credendo.
Si, lascia sia io il tuo coro e il pianto
Alzato per la tua mezzanotte,
Lascia sia io la tua voce, il tuo liuto, il tuo flauto,
Il tuo incenso squisito che fuma dal turibolo scosso,
Il tuo santuario, il tuo bosco, il tuo oracolo e l’ardore
Di un profeta sognante dalla pallida bocca.

Voglio essere io il tuo sacerdote, e costruirti un tempio
Nelle inesplorate regioni della mia mente,
Dove ramosi pensieri, appena nati con piacevole dolore,
Mormoreranno al vento sostituendo i pini:
E lontano lontano, di vetta in vetta macchie oscure d’alberi
Vestiranno tutt’intorno i gioghi selvaggi dei monti
E zefiri, fiumi, uccelli e api culleranno
Nel sonno le driadi coricate sul muschio:
Tra questa ampia quiete
Adornerò un roseo santuario
Con la trama inintrecciata d’una mente al lavoro,
Con boccioli, campanule e stelle senza nome,
Con tutto ciò che l’alma fantasia sa inventare,
Lei, che creando fiori, sempre diversi li crea:
Per te sarà li ogni dolce piacere
Che l’ombroso pensiero può conquistare,
Una torcia splendente, un finestra aperta alla notte
Perché caldo l’amore vi possa entrare.

tratta dal sito keats-shelley-house.org/it — immagine d’apertura: scultura di Amilcare Santini

Malcolm Lowry, due poesie

Malcolm Lowry (Birkenhead, Regno Unito, 1909 – Ripe, 1957), due poesie 

 

Felicità

Azzurre montagne innevate, fredde acque azzurre di torrente,
un cielo selvaggio brulicante di stelle nascenti 
e Venere e la luna gibbosa dell’alba,
gabbiani seguono controvento un motoscafo,  
alberi coi rami radicati in aria –
sedendo al sole di mezzogiorno, con l’ombra 
del camino furiosamente fumante della baracca –
le aquile seguono unite la strada del vento,
le rondini marine virano all’indietro,
alle undici un’altra presa di tabacco, 
e il mio amore tornato con l’autobus delle quattro 
–  Mio Dio, perché proprio a noi donasti tutto questo?

[trad. di Francesco Dalessandro, condivisa dal blog “poesie senza pari”]

*

Joseph Conrad

Questa battaglia, come di marinai con la burrasca
Che vola sottovento mentre loro, uniti
In quel caos, si voltano, ognuno sull’annottata
Cuccetta, per sognare nuovamente del caos, o di casa
Il poeta stesso, in lotta con la forma
Della sua opera in spire, conosce; avendo scambiato
Il monotomo mare col proposito, invitando
A irrompergli nella stanza alberi da carico.
Eppure nel suo sangue un fermento marinaro
Benché il cuore girovago senta sforzare il ferro
E il canto delle navi declinanti la rotta di levante
Lo sorregge a domare o essere domato.
Nel sonno tutta notte si arraffia a una vela!
Ma al di là della vita delle navi continuano a sognare le parole.
[condivisa da girodivite.it]

• In apertura: Giovanni Fattori, La torre rossa (o La torre rossa sul mare), forse 1866; olio su tavola, cm 14 x 28; Museo civico Giovanni Fattori, Livorno (immagine dal web)

Thomas Stearns Eliot, Canzone

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Canzone

Se spazio e tempo, come i saggi dicono,
sono cose che mai potranno essere,
la mosca che è vissuta un solo giorno
vissuta è a lungo proprio come noi.
Dunque viviamo per quanto ci è possibile,
finché l’amore e la vita sono liberi:
il tempo è il tempo, e il tempo scorre via,
per quanto i saggi non siano d’accordo.

I fiori a te inviati allorché la rugiada
tremolava sul tralcio rampicante,
prima che l’ape volasse a suggere
la roseIlina di macchia erano già appassiti.
Ma noi affrettiamoci a coglierne ancora
senza tristezza se poi languiranno;
se i fiori della vita sono pochi
facciamo almeno che siano divini.

§

Song

If space and time, as sages say,
Are things that cannot be,
The fly that lives a single day
Has lived as long as we.
But let us live while yet we may,
While love and life are free,
For time is time, and runs away,
Though sages disagree.

The flowers I sent thee when the dew
Was trembling on the vine
Were withered ere the wild bee flew
To suck the eglantine.
But let us haste to pluck anew
Nor mourn to see them pine,
And though the flowers of life be few
Yet let them be divine.

*

T.S.Eliot, Poesie (Bompiani, a cura di Roberto Sanesi, 2011 – ph.Elisabeth Lindroth)

Emily Brontë – Perché voler sapere in quale epoca, in quale regione?

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Perché voler sapere in quale epoca, in quale regione? di Emily Brontë

Perché voler sapere in quale epoca, in quale regione?
Lì dimorò la nostra umanità,
Da sempre veneratori del potere,
Baciapiedi del crimine trionfante
Dominatrice dell’indifeso tormento,
Schiacciando la Giustizia, esaltando la Colpa:
Se l’una è debole, l’altra sia forte.
.
Spargitori di sangue, spargitori di lacrime:
Rinnegati avidi di angoscia;
Pure scherniscono il cielo con sordide preghiere
Perché abbia pietà degli spietati.
.
Era l’autunno dell’anno
Quando il grano si fa giallo nella spiga;
Giorno dopo giorno, da un mezzodì all’altro,
Il sole di agosto splendeva chiaro come in giugno.
.
Ma noi con occhi incuranti
Scrutavamo la terra fremente e i cieli infuocati;
Nessuna mano che reggesse il falcetto del messore,
O che legasse i rigonfi covoni dei campi.
.
Il nostro grano venne così còlto mesi addietro,
Impastato e trebbiato col sangue;
Quando le spighe erano dolci come latte macinato
Con furioso lavorìo di zoccoli e piedi;
Io, due volte dannata in terra straniera,
Non lottavo né per la mia casa né per Dio.
.
 * * *
*

Ritratto di Emily Brontë, dipinto dal fratello nel 1833 circa

poesia tratta dalla raccolta Poesie di Emily, Charlotte, Anne Brontë (curata da Erminia Passannanti, tradotta da E.Passannanti e S.Bartoli – 1989 by Edizioni Ripostes, Salerno – Roma) per L’Unità Cinema n.43, 1998.

immagine d’apertura: Jean-François Millet (1814-1875), L’Angelus (1857-1859) – Olio su tela, cm 55,5 x 66 © RMN-Grand Palais (Musée d’Orsay)

immagine qui a lato: Ritratto di Emily Brontë, dipinto dal fratello nel 1833 circa

 

Emily Dickinson, due poesie con traduzione

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448
.
Ecco chi fu un Poeta –
Chi distilla la sorpresa di un senso
Da Significati ordinari –
Ed estrae Essenza infinita
.
Da specie familiari
Che si estinsero alla nostra Porta –
Ci chiediamo se si sia stati Noi –
Proprio noi a fermarle – per primi –
.
Le Immagini, le rivela
Il Poeta – è Lui –
Per Contrasto – a investirci –
Di una Povertà imperitura –
.
Di quanto è suo – inconsapevole –
Al punto che – gli fosse rubato –
Non ne patirebbe – la sua –
Una Ricchezza – al di fuori del Tempo.
.
.
448
.
This was a Poet – It is That
Distills amazing sense
From ordinary Meanings –
And Attar so immense
.
From the familiar species
That perished by the Door –
We wonder it was not Ourselves
Arrested it – before –
.
Of Pictures, the Discloser –
The Poet – it is He –
Entitles Us – by Contrast –
To ceaseless Poverty –
.
Of Portion – so unconscious –
The Robbing – could not harm –
Himself – to Him – a Fortune –
Exterior – to Time –
.
(c. 1862)
.
.
450
.
I Sogni – vanno bene – il Risveglio meglio,
Se ci si sveglia al Mattino –
Se ci si sveglia a Mezzanotte – meglio –
Sognare – l’Alba –
.
Più tenera -l’incredulità di Pettirossi
Che non hanno mai deliziato Alberi –
Più del confronto – con un’Alba ferma –
Che non porterà nessun Giorno –
.
.
450
.
Dreams – are well – but Waking’s better,
If One wake at Morn –
If One wake at Midnight – better-
Dreaming – of the Dawn –
.
Sweeter – the Surmising Robins –
Never gladdened Tree –
Than a Solid Dawn – confronting –
Leading to no Day –
.
(c. 1862)
.
.
*

Emily Dickinson, da Sillabe di seta, (trad.e cura di Barbara Lanati, Feltrinelli) – immagine d’apertura: Vincent Van Gogh, Ramo di mandorlo fiorito, 1890

George Gordon Byron, due poesie e una nota sulla sua esperienza poetica

da The Prisoner of Chillon and other poems
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9
.
Che cosa poi mi successe all’improvviso
non lo so, né mai lo seppi;
prima mi fu tolta la luce, e l’ aria
e poi perfino l’ oscurità:
non avevo pensiero, né sentimento – alcuno –
una pietra tra le pietre
ero appena conscio di ciò che sapevo,
come un dirupo spoglio in un velo di nebbia;
ché tutto era vuoto, e deserto, e grigio;
non era notte, né era giorno;
neppure c’ era la luce sotterranea della cella,
così detestabile alla mia vista affaticata,
ma assenza che assorbiva lo spazio,
e immobilità, senza luogo;
non vi erano stelle, né terra, né tempo,
né disapprovazione, né mutamento, né bene, né crimine,
ma silenzio, e un respiro immoto
che non era né vita né morte;
un mare di stagnante inerzia,
illimitato, cieco, muto e senza moto.
[…]
.
.
9
.
What next befell me then and ther
I know not well – I never knew – 
First came the loss of light, and air,
And then of darkness too:
I had no thought, no feeling – none –
Among the stones I stood a stone,
And was, scarce conscious what I wist,
As shrubbless crags within the mist;
For all was blank, and bleak, and gray,
It was not night – It was not day,
It was not even the dungeon-light,
So hateful to my heavy sight,
But vacancy absorbing space, 
And fixedness – without a place;
There were no stars – no earth – no time
No check – no change – no good – no crime –
But silence, and stirless breath 
Which neither was of life nor death;
A sea of stagnant idleness,
Blind, boundless, mute, and motionless!
[…]
.
.
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da Tre poesie brevi (1822-1824)
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[pensieri sulla libertà]
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Possono davvero provare il sentimento della libertà
solo coloro che hanno a lungo portato le catene:
i sani non sentono la salute in tutto il suo splendore,
in tutta la sua gloria di vene straripanti e guance vermiglie
e pulsazioni vigorose, finché non abbiano conosciuto l’interregno
di qualche malattia che li costringa a letto
in qualche vasto, ordinario, febbrile ospedale
dove tutti vengono medicati – ma di nessuno ci si prende cura,
abbandonati a pubbliche infermiere, pagate per compassione, finché
muoiono, e vengono rilasciati guariti, ma senza gentilezza.
.
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.[Thoughts on Freedom]

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They only can feel freedom truly who
Have worn long chains – the healthy feel not health
In all its glow – in all its glory of
Full veins and flushing cheeks and bounding pulses,
Till they have known the interregnum of
Some malady that links them to their beds
In some wide – common – feverish hospital
Where all are tended – and none cared for, left
To public nurses, paid for pity, till
They die – or go forth cured, but without kindness.
.
.

Byron e l’esperienza poetica

George Gordon Noel Byron, VI barone di Byron, meglio noto come Lord Byron (Londra, 22 gennaio 1788 – Missolungi, 19 aprile 1824), è stato un poeta e politico inglese; pochi protagonisti della storia letteraria moderna hanno saputo fondere, come lui, la propria esperienza di vita con gli elementi e i temi della poesia. Tra i poeti romantici inglesi, infatti, egli è il pioniere di un ideale poetico nuovo, in cui l’ispirazione appartiene e, al contempo, trascende la condizione quotidiana, i sentimenti, le emozioni vissute; ideali e passioni non vivono più di linfa propria, in una sorta di purgatorio dell’immaginazione, ma sono dettati, circoscritti e partoriti direttamente dall’infinita varietà sensitiva del mondo reale. Realtà che viene così prepotentemente trascesa e universalizzata. “Egli era uomo prima e poeta poi”, afferma all’inizio del secolo scorso Arthur Symons sulla scia di quello che, del resto, aveva già ben compreso John Keats: “Vi è grande differenza tra di noi. Lui descrive ciò che vede, io ciò che immagino”.

Le poesie di Byron, i suoi poemi e i suoi componimenti offrono di incanto immagini vive e concrete che il poeta registra – non senza qualche contraddizione istrionica – nella sua particolare retina ottica e li effonde nelle pagine bianche del proprio cahier. Non vi sono grandi cesure, non vi sono complessi artifici infusi da un’ispirazione forzata a ipocrita, tutto è lì davanti ai nostri occhi, come in quelli di Byron. Poeta della realtà, dunque. Ma soprattutto poeta della passione, spesso drammatica e violenta; una passione emancipata, figlia di una morale priva degli angusti confini imposti dai cliché della società a dalle rigide regole delle etichette formali. Una libertà che è apparsa spesso – non senza ragione – scandalosa e provocatoria, ma che è, tutto sommato, coraggiosa coerenza esistenziale.

Anticonformista, impulsivo, tenace e rude ma anche sottile e astuto calcolatore. Temperamento complesso, di animo solitario e ribelle. In lui era insita una profonda e indomabile tensione emotiva e spirituale che lo indusse a travalicare il mondo autoritario e arcaico in cui viveva attraverso una vita eccessiva e arrogante, contrassegnata da una libertà sessuale, una trasgressione sociale e da un esotismo insolito e irresistibile. Byron per primo, infatti, rende l’ascendente esotico un fatto cruciale dell’esperienza poetica, solida base con cui trascendere definitivamente le coordinate culturali del suo tempo, cui aggiungere, qualificandola e indirizzandola, anche una straordinaria attenzione nei confronti della libertà dei popoli soffocati e oppressi, tra tutti la Grecia minacciata nell’intima identità secolare dal dominio turco, mito e allegoria di tanta poetica byroniana.

Il continuum espressivo, sempre in bilico tra esperienza reale e visione creativa, segna profondamente tutta l’opera del poeta inglese, in un medium di straordinaria forza e, per certi aspetti, di sconvolgente attualità. (Estratto da “Vita e poetica” – testi di Paolo Damiano Franzese)

Tratto da “Byron, I grandi poeti” – Il Sole 24 ORE, 2008

John Keats, Ode a un usignolo

John Keats, Ode a un Usignolo

I.

Mi duole il cuore, e i sensi un sonnolente
…..Stupor tien, quasi avessi alla mia sete
Cicuta offerto o un torpido nepente,
…..E profondato io fossi verso il Lete:
Non ch’al tuo lieto stato invidia io rechi,
…..Ma troppo, al gaudio tuo, gaudio m’ingombra,
……….Ché tu, Driade alata delle frondi,
……………In valle piena d’echi
Tra verdi faggi e innumerevole ombra
…..Canto d’estate a piena gola effondi.

II.

Oh, un sorso di Lieo! per lunga età
…..Tenuto in fonda fossa a rinfrescare,
Che di Flora e di verdi campi sa,
…..Di canto Provenzal, di gioia solare!
Oh, del focoso Sud piena una tazza
…..Tutta avvampata d’Ippocrene mero,
……….Con granire di bolle all’orlo in tondo,
……………E bocca paonazza!
……….Ber potess’io, lasciar non visto il mondo
……E teso dileguar pel bosco nero:

III.

Dileguare, vanire, obliar quanto
…..Tu, fra i rami, non sai: melanconia,
Febbre ed ansia, di noi qui, dove il pianto
…..Dell’altro ogni uomo ascolta, e parlasia
Fa tremare i capelli bianchi e rari,
…..E gioventù divien spettrale e muore,
………..Dove il solo pensare empie gli umani,
……………D’occhiplumbeo dolore,
Né Beltà può serbar gli occhi suoi chiari,
…..Né Amor struggersi d’essi oltre il domani.

IV.

Via! l’anima salire a te desia,
…..Non col carro di Bacco e i leopardi,
Ma sull’aereo vol di Poesia,
…..Ben che il torbido ingegno me ritardi.
Già teco! Dolce è la notte e la Luna
…..Regina è forse in trono e la sua corte
……….Di sideree Fate intorno gira;
……………Qui non è luce alcuna,
…..Se non quanta dal ciel coi venti spira
Per ombre verdi e vie muscose e torte.

V.

Veder non so che fiori sian vicino,
…..Né quali ai rami pendan leni incensi,
Ma nell’ombra balsamica indovino
…..Quali fragranze la stagion dispensi
All’erba, al bosco e al frùtice selvaggio:
…..La rosa delle siepi e il biancospino;
……….La violetta che breve ora vive;
……………E, prime figlie a Maggio,
Rose muscose il cui roscido vino
…..Sonori insetti attira in sere estive.

VI.

Nel buio ascolto. Io sentii quasi verso
…..La calma Morte amor piú d’una volta:
Con dolci nomi la implorò il mio verso,
…..Che in aer l’anima mia fosse risolta.
Bello or parmi il morir come non mai
…..Senza pena dissolvermi nell’ora
………..Di notte mentre dal tuo sen rampolla
……………Tal estasi! Ed ancora
L’alto tuo Requiem canteresti e a’ lai
…..Invano orecchio avrei, converso in zolla.

VII.

Non per morte tu nascesti, o tu immortale!
…..Stirpi affannate non calpestan te.
La voce ch’odo questa notte è quale
…..In tempi antichi udiron servi e re;
Questo canto trovò forse la via
…..Del mesto cuore di Rut, quando si rose
………Di nostalgia, tra gli estrani frumenti;
……………E incantò maliose
…..Finestre a perigliose onde imminenti
D’un solingo paese di malìa.

VIII.

Solingo! è parola che richiama,
…..Come un rintocco, me al mio solo io.
Non così bene inganna, com’è fama,
…..La fantasia, silfo illusorio. Addio!
Addio! pei prati, oltre il fiume silente,
…..Su per l’erta vanisce il flebil canto,
……….Ed or profondamente sta sepolto
……………Nelle convalli accanto.
Fu visione o sogno in veglia? Spente
…..Son quelle note ormai: — Dormo od ascolto?

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da Poeti inglesi dell’ottocento, Casa Editrice Marzocco, Firenze, 1925Traduzione di Mario Praz (dal web).

*

Tratto da Keats – Vita, poetica, opere scelte (I grandi poeti – Il sole 24 Ore)

Faceva freddo la notte del 3 febbraio 1820. Su una carrozza notturna un giovane stava seduto a cassetta, a fianco del postiglione, di ritorno da una serata passata con amici. Non indossava il cappotto: il pomeriggio sembrava mite, quasi un anticipo di primavera. Si poteva uscire senza. Lo sguardo del coinquilino Charles al suo ingresso nell’ appartamento di Wentworth Place, a Hampstead, un sobborgo di Londra, lo rese improvvisamente consapevole del forte malessere che lo aveva preso, mai provato prima: era febbricitante, esausto, malfermo sulle gambe. Dopo pochi minuti, mentre entrava nel letto, un colpo di tosse cancellò ogni speranza di vita, d’ amore, di successo. John, venticinque anni compiuti da poco, un diploma in farmacia, tre volumi di poesie pubblicati, riconobbe subito la goccia di sangue sputata sul lenzuolo: era scura, nera, era sangue arterioso. Ne conosceva perfettamente il significato, era un assistente chirurgo e la tubercolosi aveva portato via tutta la sua famiglia, lasciandolo solo dopo mesi di terribili agonie a cui aveva assistito impotente. Poche ore dopo, nella notte, una violenta emorragia polmonare gli tolse ogni dubbio. Come disse all’amico Charles, preoccupato al suo fianco, la prima goccia di sangue rappresentava per lui una certezza di morte.

Quando morì, poco più di un anno dopo, era inconsapevole di aver lasciato una delle più grandi raccolte poetiche della letteratura europea di ogni tempo: pochi erano stati i successi e i riconoscimenti in vita, se non negli ultimi giorni, e forte la delusione, la paura, il senso di aver fallito. Solo tre anni prima aveva espresso all’ amico John Hamilton Reynolds, in un sonetto allegata a una lettera, When I have fears that I may cease to be, il timore di non riuscire a diventare quel poeta che sognava e in cuor suo sapeva di essere.

Quando la paura mi prende di morire / Prima che la penna tutto / il mio fertile cervello abbia spigolato, / Prima che molti libri abbiano raccolto / Come granai pieni di ciò che è ben maturato, / Quando osservo sul volto stellato della notte / I segni profondi e nuvolosi d’una grande storia / E penso che potrebbe non toccarmi mai la gloria / Di tracciare le loro ombre con la mano magica della sorte, / Quando sento, amica bella d’un momento, / Che mai più ti guarderò né mai godrò più / Dell’incantato potere dell’ amore senza tormento – / Allora sulla spiaggia del gran mondo solo e pensoso resterò, / Finché Amore e Fama naufraghino nel nulla.

Quando chiuse gli occhi, a Roma, in un piccolo e gradevole appartamento affacciato sulla scalinata di Trinità dei Monti, John Keats si era preoccupato di lasciare soltanto una breve epigrafe per la sua lapide: “Qui giace un uomo il cui nome fu scritto sull’acqua”.

Era nato venticinque anni prima a Londra, il 30 ottobre 1795.

Immagine d’apertura: Villa di Livia, affreschi del giardino, parete corta meridionale.

sul mese di marzo

Marzo: mese di attesa.
Le cose che ignoriamo
Sono in cammino.

(Emily Dickinson)

*

Una Luce esiste in Primavera
Non presente in qualsiasi altro periodo
Dell’anno
Quando Marzo è a malapena qui
Un Colore sta là fuori
Su Campi Solitari
Che la Scienza non può cogliere
Ma la Natura Umana avvertire.

(Emily Dickinson)

*

E’ il primo giorno mite di marzo
più dolce di momento in momento…
C’è una benedizione nell’aria,
quasi un’arrendevolezza,
una gioia che scende sugli alberi spogli,
sulle montagne nude
e sull’erba nel prato verde.

(William Wordsworth)

Oscar Wilde, due poesie

.

Due poesie di Oscar Wilde (Dublino, 16 ottobre 1854 – Parigi, 30 novembre 1900)

MADDALENA PASSEGGIA

Le nuvolette bianche corrono pel cielo, pei campi è
sparso l’oro del fiore di marzo, l’asfodelo spunta sotto i
piedi, e il larice adorno di fiocchi s’inchina e dondola
quando lo sfiora il tordo veloce.
.
Le ali della brezza mattutina portano delicato odore di
folta umida erba, di bruna terra appena arata; gli uccelli
cantano gioiosi Primavera che nasce, saltellando pei
rami degli alberi ondeggianti.
.
E tutti i boschi vivono nel murmure, nel suono di Primavera,
e sul rovo rampicante si schiudono rosei bocciuoli,
e l’aiuola del croco è una palpitante luna di fuoco,
cinta da un cerchio d’ametista.
.
Il platano sussurra al pino una storia d’amore onde
questi stormisce in un riso e scuote il suo manto verde, e
nella buia cavità dell’olmo splende l’iride di un argenteo
colombo.
.
Ecco! l’allodola si spicca a volo dal suo nido nel prato,
rompendo ragnatele e trame di rugiada, e guizza giù
verso il fiume, fiamma azzurrina! L’alcione ferisce l’aria
come una freccia.
.
E il senso della mia vita è soave! Benché io sappia
che la fine è vicina: perché presto verranno rovina e
pioggia d’inverno, il giglio perderà il suo oro, e il fiore
di castagno giacerà sull’erba in onde bianche e rosse.
.
E da ultimo anche la luce del sole si scolorirà, e le foglie
cadranno, e gli uccelli fuggiranno via, ed io resterò
nella neve di un giorno senza fiori a ripensare le glorie
di Primavera, le gioie di una giovinezza passata lontano.
.
Pure, taci, o cuore. Non stimare inutile cosa l’aver veduto
lo splendore del sole e dell’erba e dei fiori, l’aver
vissuto e amato! Perché io credo che una sola ora d’amore
sia meglio per uomo e donna che interi cieli di fiorite
Primavere.
.
.
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SILENTIUM AMORIS
.
Come spesso il troppo chiaro sole ricaccia la pallida
riluttante luna nella sua caverna ancor prima ch’essa ottenga
dall’usignuolo una sola ballata, così dinanzi alla
tua Bellezza le mie labbra vengono meno e discorde si
fa ogni mio dolce canto.
.
Come all’alba pei prati uguali giunge un vento impetuoso
e col suo aspro bacio spezza il giunco ch’era l’unico
strumento del suo canto, così a me fa male la tempesta
di passione e per eccesso d’Amore il mio Amore è
muto.
.
Ma certo a Te i miei occhi spiegarono perché io taccio
e lente sono le corde del mio liuto; altrimenti meglio
faremmo a separarci e andare, tu verso labbra più melodiose,
io a nutrire l’arida memoria di baci mai baciati e
canti mai cantati.
.
.

Poesie tratte dal sito liberliber.it, che si ringrazia, gratuitamente scaricabili qui: 

Fai clic per accedere a wilde_de_profundis.pdf

Percy Bysshe Shelley, Ode al Vento Occidentale

I

Oh tu Vento selvaggio occidentale, àlito
della vita d’Autunno, oh presenza invisibile da cui
le foglie morte sono trascinate, come spettri in fuga

da un mago incantatore, gialle e nere,
pallide e del rossore della febbre, moltitudini
che il contagio ha colpito: oh tu che guidi

i semi alati ai loro letti oscuri
dell’inverno in cui giacciono freddi e profondi
come una spoglia sepolta nella tomba,

finché la tua azzurra sorella della Primavera
non farà udire la squilla sulla terra in sogno
e colmerà di profumi e di colori vividi

il colle e la pianura, nell’aria i lievi bocci conducendo
simili a greggi al pascolo; oh Spirito selvaggio,
tu che dovunque t’agiti, e distruggi e proteggi: ascolta, ascolta!

II

Tu nella cui corrente, nel tumulto
del cielo a precipizio, le nuvole disperse
sono spinte qua e là come foglie appassite

scosse dai rami intricati del Cielo e dell’Oceano,
angeli della pioggia e del fulmine, e si spargono
là sull’azzurra superficie delle tue onde d’aria

come la fulgida chioma che s’innalza
sopra la testa d’una fiera Menade, dal limite
fioco dell’orizzonte fino alle altezze estreme dello zenit,

capigliatura della tempesta imminente. Canto funebre
tu dell’anno che muore, al quale questa notte che si chiude
sarà la cupola del suo sepolcro immenso, sostenuta a volta

da tutta la potenza riunita dei vapori
dalla cui densa atmosfera esploderà una pioggia
nera con fuoco e grandine: oh, ascolta!

III

Tu che svegliasti dai loro sogni estivi
le acque azzurre del Mediterraneo, dove
si giaceva cullato dal moto dei flutti cristallini

accanto a un’isola tutta di pomice del golfo
di Baia e vide in sonno gli antichi palazzi e le torri
tremolanti nel giorno più intenso dell’onda, sommersi

da muschi azzurri e da fiori dolcissimi al punto
che nel descriverli il senso viene meno!
Tu per il cui sentiero la possente

superficie d’Atlantico si squarcia
e svela abissi profondi dove i fiori
del mare e i boschi fradici di fango, che indossano

le foglie senza linfa dell’oceano, conoscono
la tua voce e si fanno all’improvviso grigi
per la paura e tremano e si spogliano: oh, ascolta!

IV

Fossi una foglia appassita che tu potessi portare;
fossi una rapida nuvola per inseguire il tuo volo;
un’onda palpitante alla tua forza, e potessi

condividere tutto l’impulso della tua potenza,
soltanto meno libero di te, oh tu che sei incontrollabile!
Potessi essere almeno com’ero nell’infanzia, compagno

dei tuoi vagabondaggi alti nei cieli, come quando
superare il tuo rapido passo celeste
sembrava appena un sogno; non mi rivolgerei

a te con questa preghiera nella mia dolente
necessità. Ti prego, levami come un’onda, come
una foglia o una nuvola. Cado

sopra le spine della vita e sanguino! Un grave
peso di ore ha incatenato, incurvato
uno a te troppo simile: indomito, veloce ed orgoglioso.

V

Fa’ di me la tua cetra, com’è della foresta;
che cosa importa se le mie foglie cadono
come le sue! Il tumulto

delle tue forti armonie leverà a entrambi un canto
profondo e autunnale, e dolcemente triste.
Che tu sia dunque il mio spirito, o Spirito fiero!

Spirito impetuoso, che tu sia me stesso!
Guida i miei morti pensieri per tutto l’universo
come foglie appassite per darmi una nascita nuova!

E con l’incanto di questi miei versi disperdi
come da un focolare non ancora spento,
le faville e le ceneri, le mie parole fra gli uomini!

E alla terra che dorme, attraverso il mio labbro,
tu sia la tromba d’una profezia! Oh, Vento,
se viene l’Inverno, potrà la Primavera esser lontana?

tratta dal sito keats-shelley-house.org/it

John Donne, Il sogno (The Dream)

Il sogno 

Per nessun altro, amore, avrei spezzato
questo beato sogno.
Buon tema per la ragione
troppo forte per la fantasia.
Fosti saggia a destarmi. E tuttavia
tu non spezzi il mio sogno, lo prolunghi.
Tu così vera che pensarti basta
per fare veri i sogni e storia le favole.
Entra fra queste braccia. Se ti parve più giusto
per me non sognare tutto il sogno
ora viviamo il resto.
.
Come il lampo o un bagliore di candela,
I tuoi occhi, non già il rumore, mi destarono.
Pure (giacchè ami il vero)
io ti credetti sulle prime un angelo.
Ma quando vidi che mi vedevi in cuore,
sapevi i miei pensieri oltre l’arte di un angelo,
quando interpretasti il sogno, sapendo
che la troppa gioia mi avrebbe destato
e venisti, devo confessare
che sarebbe stato sacrilegio crederti altro da te.
.
Il venire, il restare ti rivelò: tu sola.
Ma ora che ti allontani
dubito che tu non sia più tu.
Debole quell’amore di cui più forte è la paura,
e non è tutto spirito limpido e valoroso
se è misto di timore, di pudore, di onore.
Forse, come le torce
sono prima accese e poi spente, così tu fai con me.
Venisti per accendermi, vai per venire. E io
sognerò nuovamente
quella speranza, ma per non morire.
 .

*

John Donne, Poesie amorose poesie teologiche, a cura di Cristina Campo – Einaudi

Primavera con i versi di John Keats

John Keats, Ode a un Usignolo

I.

Mi duole il cuore, e i sensi un sonnolente
…..Stupor tien, quasi avessi alla mia sete
Cicuta offerto o un torpido nepente,
…..E profondato io fossi verso il Lete:
Non ch’al tuo lieto stato invidia io rechi,
…..Ma troppo, al gaudio tuo, gaudio m’ingombra,
……….Ché tu, Driade alata delle frondi,
……………In valle piena d’echi
Tra verdi faggi e innumerevole ombra
…..Canto d’estate a piena gola effondi.

II.

Oh, un sorso di Lieo! per lunga età
…..Tenuto in fonda fossa a rinfrescare,
Che di Flora e di verdi campi sa,
…..Di canto Provenzal, di gioia solare!
Oh, del focoso Sud piena una tazza
…..Tutta avvampata d’Ippocrene mero,
……….Con granire di bolle all’orlo in tondo,
……………E bocca paonazza!
……….Ber potess’io, lasciar non visto il mondo
……E teso dileguar pel bosco nero:

III.

Dileguare, vanire, obliar quanto
…..Tu, fra i rami, non sai: melanconia,
Febbre ed ansia, di noi qui, dove il pianto
…..Dell’altro ogni uomo ascolta, e parlasia
Fa tremare i capelli bianchi e rari,
…..E gioventù divien spettrale e muore,
………..Dove il solo pensare empie gli umani,
……………D’occhiplumbeo dolore,
Né Beltà può serbar gli occhi suoi chiari,
…..Né Amor struggersi d’essi oltre il domani.

IV.

Via! l’anima salire a te desia,
…..Non col carro di Bacco e i leopardi,
Ma sull’aereo vol di Poesia,
…..Ben che il torbido ingegno me ritardi.
Già teco! Dolce è la notte e la Luna
…..Regina è forse in trono e la sua corte
……….Di sideree Fate intorno gira;
……………Qui non è luce alcuna,
…..Se non quanta dal ciel coi venti spira
Per ombre verdi e vie muscose e torte.

V.

Veder non so che fiori sian vicino,
…..Né quali ai rami pendan leni incensi,
Ma nell’ombra balsamica indovino
…..Quali fragranze la stagion dispensi
All’erba, al bosco e al frùtice selvaggio:
…..La rosa delle siepi e il biancospino;
……….La violetta che breve ora vive;
……………E, prime figlie a Maggio,
Rose muscose il cui roscido vino
…..Sonori insetti attira in sere estive.

VI.

Nel buio ascolto. Io sentii quasi verso
…..La calma Morte amor piú d’una volta:
Con dolci nomi la implorò il mio verso,
…..Che in aer l’anima mia fosse risolta.
Bello or parmi il morir come non mai
…..Senza pena dissolvermi nell’ora
………..Di notte mentre dal tuo sen rampolla
……………Tal estasi! Ed ancora
L’alto tuo Requiem canteresti e a’ lai
…..Invano orecchio avrei, converso in zolla.

VII.

Non per morte tu nascesti, o tu immortale!
…..Stirpi affannate non calpestan te.
La voce ch’odo questa notte è quale
…..In tempi antichi udiron servi e re;
Questo canto trovò forse la via
…..Del mesto cuore di Rut, quando si rose
………Di nostalgia, tra gli estrani frumenti;
……………E incantò maliose
…..Finestre a perigliose onde imminenti
D’un solingo paese di malìa.

VIII.

Solingo! è parola che richiama,
…..Come un rintocco, me al mio solo io.
Non così bene inganna, com’è fama,
…..La fantasia, silfo illusorio. Addio!
Addio! pei prati, oltre il fiume silente,
…..Su per l’erta vanisce il flebil canto,
……….Ed or profondamente sta sepolto
……………Nelle convalli accanto.
Fu visione o sogno in veglia? Spente
…..Son quelle note ormai: — Dormo od ascolto?

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da Poeti inglesi dell’ottocento, Casa Editrice Marzocco, Firenze, 1925Traduzione di Mario Praz, dal sito Poeti in rete di Titti deLuca, che si ringrazia (leggi qui la versione in lingua originale)

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Tratto da Keats – Vita, poetica, opere scelte (I grandi poeti – Il sole 24 Ore)

Faceva freddo la notte del 3 febbraio 1820. Su una carrozza notturna un giovane stava seduto a cassetta, a fianco del postiglione, di ritorno da una serata passata con amici. Non indossava il cappotto: il pomeriggio sembrava mite, quasi un anticipo di primavera. Si poteva uscire senza. Lo sguardo del coinquilino Charles al suo ingresso nell’ appartamento di Wentworth Place, a Hampstead, un sobborgo di Londra, lo rese improvvisamente consapevole del forte malessere che lo aveva preso, mai provato prima: era febbricitante, esausto, malfermo sulle gambe. Dopo pochi minuti, mentre entrava nel letto, un colpo di tosse cancellò ogni speranza di vita, d’ amore, di successo. John, venticinque anni compiuti da poco, un diploma in farmacia, tre volumi di poesie pubblicati, riconobbe subito la goccia di sangue sputata sul lenzuolo: era scura, nera, era sangue arterioso. Ne conosceva perfettamente il significato, era un assistente chirurgo e la tubercolosi aveva portato via tutta la sua famiglia, lasciandolo solo dopo mesi di terribili agonie a cui aveva assistito impotente. Poche ore dopo, nella notte, una violenta emorragia polmonare gli tolse ogni dubbio. Come disse all’amico Charles, preoccupato al suo fianco, la prima goccia di sangue rappresentava per lui una certezza di morte.

Quando morì, poco più di un anno dopo, era inconsapevole di aver lasciato una delle più grandi raccolte poetiche della letteratura europea di ogni tempo: pochi erano stati i successi e i riconoscimenti in vita, se non negli ultimi giorni, e forte la delusione, la paura, il senso di aver fallito. Solo tre anni prima aveva espresso all’ amico John Hamilton Reynolds, in un sonetto allegata a una lettera, When I have fears that I may cease to be, il timore di non riuscire a diventare quel poeta che sognava e in cuor suo sapeva di essere.

Quando la paura mi prende di morire / Prima che la penna tutto / il mio fertile cervello abbia spigolato, / Prima che molti libri abbiano raccolto / Come granai pieni di ciò che è ben maturato, / Quando osservo sul volto stellato della notte / I segni profondi e nuvolosi d’una grande storia / E penso che potrebbe non toccarmi mai la gloria / Di tracciare le loro ombre con la mano magica della sorte, / Quando sento, amica bella d’un momento, / Che mai più ti guarderò né mai godrò più / Dell’incantato potere dell’ amore senza tormento – / Allora sulla spiaggia del gran mondo solo e pensoso resterò, / Finché Amore e Fama naufraghino nel nulla.

Quando chiuse gli occhi, a Roma, in un piccolo e gradevole appartamento affacciato sulla scalinata di Trinità dei Monti, John Keats si era preoccupato di lasciare soltanto una breve epigrafe per la sua lapide: “Qui giace un uomo il cui nome fu scritto sull’acqua”.

Era nato venticinque anni prima a Londra, il 30 ottobre 1795.

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