Carmelo Bene, due poesie giovanili

carmelo

“Le poesie giovanili di Carmelo Bene (Campi Salentina, 1 settembre 1937 Roma, 16 marzo 2002) rappresentano la forma più embrionale e pura del genio che in seguito si rivelerà. I manoscritti originali, rimasti inediti fino ad ora, costituiscono la parte più consistente di quest’opera e vennero donati da mio zio Carmelo a mia nonna Amelia poco dopo la loro creazione affinché li serbasse nel cuore, e li custodisse.” – Stefano De Mattia, il nipote di Carmelo Bene, nella prefazione a Ho sognato di vivere! Poesie giovanili (Bompiani, 2021), versi scritti tra il 1950 e il 1958, di cui si condividono due componimenti.

*

A te, malinconia,
piuma sospinta da ricordi dolci
nega quiete
la memoria beffarda.
Una mano febbrile,
in cerca d’abbandoni,
sfiora la carta
per consumar carezze
e pensieri scontati
invitano parole
a tingersi di nero!

~

Son salito lassù. Dove il selciato
corre il suo squilibrio di pietra,
s’addolcia asfalto, rompe
nelle pozze che sibilano, nei cesti
di soffitta pesanti di borea.
Nelle pesche sull’asse i pensieri
dai denti di tarlo. Nel tempo
che divora il davanzale,
ai fanali pazzi di vento,
ai fili che corrono di sotto
verso l’isola che non c’è mai stata.

Nei cappelli rossi fasciati di cotone,
dorme il carnevale tutti
i suoi colori. L’orologio
fermo sull’ora in cui non sei venuta.

Dalla volta ricurva che s’inarca,
cupa, dove s’acceca il firmamento,
ai vetri sporchi, telaio di luce,
alle quattro.

*

Notizie:

https://www.sapere.it/sapere/pillole-di-sapere/cultura-e-spettacolo/carmelo-bene-biografia-teatro-carriera.html

Versi per mia figlia

poesia edita di Angela Greco AnGre

Nella camera oscura di questi miei trascorsi,
la tua immagine, il tuo vestito nuovo arancione con i fiorellini e
dieci anni, che capovolti si imprimono sulla retina umida.
Tento di dedicarti qualche parola, ma il tuo mistero
mi fa smarrire persino nei territori che conosco.
Mutano profondamente le prospettive.
No, non ricordo me alla tua età. So soltanto che
tu sei il motivo dei giorni, l’aria e il sole,
che splende anche nelle mie notti più difficili.

Un momento, un brivido, un attimo di silenzio:
cosa ti consegnerò, di questo presente?
(La domanda mi tormenta).
Raccolgo fogli da ogni angolo di casa e
i tuoi colori, le tue parole, le risposte che
sai dare con la tua età. Mi fermo. Ti guardo.
Hai quasi raggiunto la mia altezza, mentre
continuo a meravigliarmi della gioia e del caso.

No, non tutto è perduto. Noi siamo prossimi.
Basta guardarsi queste mani nude.

[…]

da Aiguiller (Ladolfi, 2022) di Angela Greco AnGre. 

Felice undicesimo compleanno, figlia mia! ❤

Angela Greco AnGre, versi da Aiguiller (Ladolfi Ed.2022)

AIGUILLER Poesia di Angela Greco AnGre Ladolfi Ed.

Lo strazio dell’ombra è l’assenza nella luce
di un motivo, che proietti soluzione alla notte.
Di questo inchiostro se ne occuperà
un tintore di stoffe in terre perdute alla vista.
Oggi basterebbe riconoscersi incoerenti
e sgranati nella clessidra. Si abbatte l’onda
sul tetto e trema la carlinga. Siamo
scatole nere che nessuno saprà leggere.

[…]

«Continua a guardare nella direzione del vento,
forse è da lì che torneranno gli occhi lucidi
e i venditori di occhiali non potranno opporsi.»
C’è tempo per ritrovarsi. Adesso è un altro tempo;
lascia che incomba un silenzio di risurrezione.

[…]

Lo stiletto conficcato ossida il mattino. Al terzo intercostale
si risolve il dubbio e possiamo continuare. Lo strappo
rivela un volto sorridente. Si sovrappongono
rappresentazioni e tempi e Mimmo lo sa.
Fuggiamo a Casablanca, a piedi, finché siamo in tempo.
Prenderò il porto d’armi soltanto per puntarti addosso
le canne del mio sovrapposto, oggi, che non sei più lo stesso.

[…]

Versi da Aiguiller di Angela Greco AnGre, Ladolfi Editore 2022. 

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https://www.lafeltrinelli.it/aiguiller-libro-angela-greco-angre/e/9788866446392

https://www.mondadoristore.it/Aiguiller-Angela-Greco-Angre/eai978886644639/

https://www.ibs.it/aiguiller-libro-angela-greco-angre/e/9788866446392

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Versi di Dario Bellezza

TRAMONTO-ROMANO-bb-acquedotti-antichi

Dario Bellezza: poeta e narratore italiano (Roma 1944 – ivi 1996), nel 1971 pubblicò la prima raccolta di poesie, Invettive e licenze, con cui, grazie anche all’autorevole avallo di P. P. Pasolini, si affermò nell’ambiente letterario romano come una delle figure più rappresentative di una nuova generazione di poeti, non compromessa con le ragioni della neoavanguardia. (Treccani Enciclopedia)

*

Forse mi prende malinconia a letto
se ripenso alla mia vita tempesta e di
mattina alzandomi s’involano i vani
sogni e davanti alla zuppa di latte
annego i miei casi disperati.

Gli orli senza miele della tazza
screpolata ai quali mi attacco a bere
e nella gola scivola piano il mio
dolore che s’abbandona alle
immagini di ieri, quando tu c’eri.

Che peccato questa solitudine, questo
scrivere versi ascoltando il peccatore
cuore sempre nella stessa stanza

con due grandi finestre, un tavolo
e un lettino di scapolo in miseria.

E se l’orecchio poso al rumore solo
delle scale battute dal rimorso
sento la tua discesa corrosa
dalla speranza.

~

Per sempre 

Eri una emozione per vivere,
per stridere durante il pasto
serale. Era emozionante ricevere
posta. La mattina in fretta
le scale scendevo e lì
trovavo le ingiurie tue
alla mortale natalità.

Accuse per andare avanti.
Ma dopo ti rendevi inquieta
al delitto del non detto
se non rispondevo per le rime.
O rima che dirti non sapevo
senza la fuga in avanti
di terzine squilibrate
sul dolce stil vecchio della
Musa canterina a presiedere
gli ozi di Sodoma. Dirti
che ero pieno di sonno
se l’immortalità era un pio
desiderio, lugubre sospiro
ti avrebbe annoiato.

Talvolta una stradina
mi risucchia indenne
dove non alberga strepito di auto;
allora sciolto dai tuoi lunghi
sensi camminare ti vedo per sempre.

~

Amleto

Ho portato il mio vecchio corpo rotto da malattie
che non danno più la pace dello Spirito fino al teatro
dove Amleto carezzava la sua imperatrice madre
cacciatrice di mode pur di evitare la servitù
dell’amore filiale o il coraggio di un incesto
per bene, quasi fosse la mia, di madre, tenera madre
dimenticata nelle sue nevrosi mattutine
di casalinga inquieta, nelle inquiete stanze
della vastità amara di un tempo. Ero giovane,
ero ragazzo, ero libero, ero cascamorto giullare
di un invito al ristorante con la grande artista
melodiosa del verbo incarnato del Cristo.
Ora lo sento il tempo distante da me che vivo
fuori del tempo e nessuno mi ha in simpatia,
neppure quando grido che in Italia si può
essere, o ironia di una citazione!, solo
ideologici o arcadici. Sempre al sevizio
di qualche re buffone, arlecchino dalle cento
piaghe. Diventare vecchi bacucchi significa
mangiare la foglia della schiavitù corrigenda,
della fulminea posta al direttore delle carceri
divine. Non c’è spazio per te, qui. Dario caro,
dittelo con tutta la fosca ottenebrata concessione
alla limitazione temporale degli editti di morte.
Qualcuno ti ha condannato a morte; e non è la carità
che spinge il tuo cuore a trasmettere il turpe messaggio
al cervello, né la paura solitaria della mano
sul membro in erezione continua,
ma la visione di Amleto, tuo simile,
spia terrena del Diavolo, traditore dei traditori
che s’infiamma nella ricerca della verità inesistente.
Eppure il suo pazzo consiglio nel dramma è identico
al tuo: «Di avercela tanto con i traditori,
avendo da sempre tutti, senza esclusione, tradito».

Cesare Viviani, breve rassegna di poesie

Chi crede di avere una stanza,
una sicura dimora, una stabile residenza,
non vede su quale carro di nomadi e carovana,
in che scia di presenze, in quale flusso,
in quale leggero e rapido transito
scorre.

~

Verranno mica a cercare la verità da noi,
quelli lì, anche se hanno pagato?
Prepariamoci.
Perché nessuno di noi ha la verità.
E nel vuoto qualcuno
si attacca a un libro, altri
a un legno e lo lavorano, o ad un masso.
A un cellulare, o ad un corpo vivo.
Ma il sostegno viene da altrove,
e allora puoi immaginare
che è là il tuo caro padre defunto.

~

Immagine resisti, resisti,
non mi privare della speranza
che un giorno tu possa essere vera,
scoperta dal puro sentire.
Un peso secolare grava
sull’organo del cuore.
E ora non c’è più presenza,
ma tante assenze
che si richiamano
all’insaputa di tutti.

~

E se fossimo noi luce del giorno,
e non il sole?
Acquietarci nel nostro essere vero,
finalmente trovato, essere noi
anche portatori di tenebre,
col tremolio del riposo e del sogno.
E se il tempo fosse solo pensiero?
Ma dall’universo provengono
le alterazioni del corpo
e la febbre.

~

Bere i paesaggi, quando tutti dicono
di confrontarsi con il reale, bere
senza smettere i paesaggi, sentire
che sempre non c’è stato altro che questa
dimensione ultima,
indimostrabile,
inconfutabile.

~

Erano così chiare, evidenti le cose
non per la loro autenticità,
ma per eccesso di immaginazione.

*

Cesare Viviani, poeta e saggista italiano (nato a  Siena nel 1947). Dopo aver lavorato nel giornalismo si è dedicato alla psicanalisi, dalla cui esperienza ha tratto ispirazione per alcune delle sue opere poetiche e saggistiche; nella sua produzione, inizialmente caratterizzata dalla sperimentazione linguistica, si coglie il percorso compiuto, che lo ha portato a risalire dalla decostruzione alla nudità ed immanenza della parola. Ha esordito con la raccolta di versi Confidenze a parole (1971), poi riedita col titolo Summulae: 1966-1972 (1983), in cui si avvertono suggestioni crepuscolari e postermetiche. All’esperienza della psicanalisi, da lui intrapresa nel 1971, risale il processo di decostruzione linguistica avviato nelle successive raccolte, L’ostrabismo cara (1973) e Piumana (1977), nelle quali il verso si fa delirio fonico, immagine sonora del conformismo e dell’ovvietà quotidiana. Una maggiore decifrabilità presentano le successive raccolte L’amore delle parti (1981) e Merisi (1986). A partire dagli anni Settanta, alla produzione poetica si sono alternati saggi di argomento psicanalitico e letterario. Con Preghiera del nome (1990) la ricerca poetica s’inoltra in un nuovo percorso, risalendo dalla decostruzione alla nudità e immanenza della parola: L’opera lasciata sola (1993); Cori non io: 1975-1977 (1994); Una comunità degli animi (1997); Silenzio dell’universo (2000). Hanno poi fatto seguito le pubblicazioni Passanti (2002), Poesie 1967-2002 (2003), La forma della vita (2005), Credere nell’invisibile (2009), Infinita fine (2012), il saggio Non date le parole ai porci (2014) e la raccolta di versi Osare dire (2016) e Ora tocca all’imperfetto (2020).

Nota biobibliografica tratta da Treccani Enciclopedia — in apertura, Vincent van Gogh, Campo di grano con volo di corvi

Versi da Aiguiller di Angela Greco AnGre

Cagnaccio di S.Pietro -Donna allo specchio-1927

Torna l’immagine della cornice annerita;
dalla strada esalano differenti umanità.
Un odore eccessivo tormenta il pomeriggio;
un fuso orario che confonde lo stomaco.
Vaghi segnali di rottura con l’ultimo periodo.
Un’attesa si staglia contro il vetro rotto, mandando
in frantumi la visione del giorno; torna anche Amleto
e la sfera di vetro e la poesia mi meraviglia ancora.
Venezia è sempre di acque e cristalli e
tento di riprendere i fili del discorso.
Ho eliminato ogni macchia dagli specchi, ma
ancora non è nitida la visione.
Caduti ai piedi di un imprevisto, viene maltrattata
ogni sicurezza acquisita con fatica e piccoli passi.
Della maschera abbiamo ancora notizie e bisogno,
nonostante il palcoscenico tenti di cambiare.
Vasti incendi si sviluppano intorno e dentro;
potrebbe essere dicembre, noi saremmo gli stessi.
«E, quindi?» mi domandi con la stessa curiosità
«Non so» rispondo sistemando i chiodi nei polsi.
Un’agonia s’attarda tra azioni e pensieri, mentre
intorno le superfici divengono specchi abbaglianti.
La riflessione è obbligatoria.
[…]

~

Angela Greco AnGre, Aiguiller (Ladolfi Editore, 2022)

In apertura: ” Donna allo specchio”, opera di Cagnaccio di San Pietro

Proposte dagli autori: La poesia della vita – il libro che proclama lo stupore di Monica Baldini letto da Angela Greco AnGre

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Estratti da La poesia della vita – il libro che proclama lo stupore di Monica Baldini

OH IMMENSITA’
.
di tinture
e gli umani piccoli
puntini ammiranti
dal basso
rivolti su.
.
Come tele s’immortalano
all’imbrunire
e s’infiammano
ne l’aria a sera.
.
*
.
C’E’ UN TEMPO PER LA FINE?
.
Mi sono chiesta.
.
C’è un vivido
motivo
che entusiasmi
l’essere così forte
da mettere il punto
alla sua creazione
perché quanto poteva
o si aspettava
e non oltre
alla creatura
ha donato.
.
C’è un inizio
sì, c’è una fine.
Il tempo
non la stabilisce
ma la vita
che scorre nel tempo.
Le sue vicende
e le sue emozioni
scarne
sempreverdi.
Quelle intonse
voci
d’amore.
.
E lì i sipari
all’ora e alla lietitudine
calano lasciando
gli spettatori soddisfatti
e insoddisfatti
come è la vita
che è vita sempre.
.
*
.
SCAVARE NELLE PROFONDITÀ
.
E quando penseresti di dire qualcosa che neppure conosci, vuoi ammettere o scavare nelle profondità abissali del tuo io. L’io che sogna, nasconde e cela, maschera di un velo che ogni tanto si scosta ma fa arrivare meno luce. Eppure fare luce ci vuole – dirsi chi si è nel contesto, è cosa buona e anche utile per sciogliere e progredire. \ Per progettare occorre immaginare e illimpidire il cuore da una mente vasta e sgombra. \ La realtà cambia se scegliamo di farlo ogni attimo di vita che c’attraversa le mani. \ Nulla tratteniamo, neppure il tempo che è pellicola su cui scorrono le nostre stagioni, le nostre emozioni e forse sono loro, che ci indicano il mistero. \ Dare, non trattenere poiché che sia materia o intangibile, se ne va leggera per l’aria e trapassa qualunque momento d’estate, d’agosto o prossimo. \ Come si intrappola l’orario, la ricchezza, la relazione? Non si può perché viaggiamo, passiamo mentre viviamo e ci destiniamo all’eterno che non vediamo ma sentiamo, percependolo nella verità che c’avvolge sin dal primo battito. \ Così nuotiamo giù e risaliamo accostandoci con tenerezza a noi, alle sofferenze e feritoie che ci hanno segnato seccandoci ma non estinguendoci – fortificandoci come diamante levigato. \ Siamo tesori, gioielli smussati, fiori nutriti dal sole, dalla pioggia, siamo creature. \ Sangue dell’anima potrà essere sanato con tempo e pace, costante sforzo per volere amore nella propria esistenza, amore che riempie e si dona, amore che dà le vertigini di un sentire superiore più alto e completo, una comprensione pulita, una freschezza nuova, un bagliore arborescente. \ Ed io di me dico, che vorrei tanto amore, da dare, ricevere, scambiare come omaggio incensante, regalo, regalità immensa, trepidante vestigia ellittica.
***
.xxxx

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La poesia della vita – il libro che proclama lo stupore (Tau Editrice, 2021) è un’opera in versi e prose della marchigiana Monica Baldini alla sua sesta prova editoriale. Nata a Fano nel 1985 è laureata in Scienze Internazionali e Istituzioni Europee; collabora con siti on line e suoi scritti sono presenti in alcune pregiate riviste letterarie. Il libro, propostomi dall’autrice stessa, è un cospicuo corpus, dedicato “A quanti hanno occhi e cuore per la poesia della vita”, di natura intimista-religiosa, improntato sugli insegnamenti francescani ed evangelici, votato all’invito a partecipare della Vita con occhi cristiani sicuramente, ma soprattutto di Persone che hanno a cuore il senso profondo delle cose e l’altro da Sé, come espressione del Creatore che si manifesta nelle sue creature.

Il libro esordisce con un estratto della preghiera Laudato si’ del Santo assisiate dedicato alla Madre Terra e di cui viene posto tutto il nome in maiuscolo rispetto a tutti gli autori degli altri incipit, che aprono le sezioni successive con citazioni dalla Bibbia, mettendo in tal modo in risalto il pensiero dominante nelle pagine. In questo solco l’autrice si lascia andare a una serie di riflessioni anche sull’attualità scaturita dagli ultimi tempi di situazione sanitaria, con tono pacato e sensibile sia nelle prose che nei versi, tra le cui espressioni il libro si equilibra, affidando alla poesia il ruolo proprio della preghiera e della speranza.

E’ un testo che mette a nudo la visione della Baldini in relazione ad una società che sembra aver perso i punti di riferimento; includendo esperienze personali e cenni biografici, sono riflessioni profonde, un “diario dell’anima-cuore”, che attraversano prima di tutto la coscienza dell’autrice e che successivamente interrogano lo stesso lettore, in una forte aura mistica quasi anacronistica per la poesia contemporanea. Il mistero del Creato è la materia che nutre queste pagine, pervase di una profonda e sentita fiducia verso Colui che tutto può.

In tutta onestà meraviglia il forte contrasto tra il tono della scrittura e la indubbia dolcezza che promana e quel “proclama” utilizzato nel titolo sicuramente come enfatizzazione del messaggio cardine, quindi in senso positivo, ma che alle orecchie stona, poiché per definizione il verbo indica “dichiarare solennemente in un contesto ufficiale, decretare” e fa assurgere l’autore ad un livello che poco ha a che spartire con il contesto con cui si apriva l’opera. Ma, forse, ogni tanto è anche giusto usare un certo tono… [Angela Greco AnGre]

Il sasso nello stagno di AnGre - proposte dagli autori

Simone Consorti, estratti da Voce del verbo mare con una nota di Angela Greco AnGre

Il sasso nello stagno di AnGre poesia edita

Voce del verbo mare (Arcipelago itaca Edizioni, 2022) di Simone Consorti, estratti

Voce del verbo mare

“Il vero infinito è il passato remoto
perché per l’eternità
nessuno potrà toglierci
ciò che è terminato già”
disse lui con un tono un po’ rude
“Semmai il passato prossimo
perché è iniziato ma non si conclude”

Poi riuscirono a litigare
perfino su come coniugare
l’infinito del verbo mare

*

Ti ho dato appuntamento senza dirtelo

Ti ho dato appuntamento senza dirtelo
e sono qui in anticipo da tanto
perché so che non verrai
ma non so quando

*

Ho cominciato attendendoti

Ho cominciato attendendoti
nel giorno del nostro primo
non appuntamento
Da qualche parte si deve iniziare
a imbalsamare un amore

.

Simone Consorti torna al pubblico con Voce del verbo mare (Arcipelago itaca Edizioni, 2022), nuova esperienza in versi per l’autore romano, classe 1973, autore già di due precedenti sillogi (Le ore del terrore, 2017Qui su questo blog e Nell’antro del misantropo, 2014 – qui su questo blog) e di altri lavori in prosa e fotografia.

Consorti esordisce in questo edito – di cui ringrazio per il gentile invio – giocando con il lettore e con la poesia, quasi sfidandolo e sfidandosi tra rime, paradossi e derive surreali a seguirlo in una costruzione personale, che, soltanto a posteriori, rivelerà la natura dell’indagine e il sentire del poeta. Alla terza raccolta di questo autore, personalmente mi appare chiaro che egli tenti a priori di avvicinarsi al lettore e solo dopo averne testato la tenuta, prosegua con la sua caparbia determinazione di affermarsi tra i versi, tra luci e ombre che gli conferiscono un aspetto evanescente, forse a difesa di un certo carattere che non rivela mai fino in fondo. A sostegno di ciò la nota di chiusura di Voce del verbo mare, intitolata “C’era una volta Simone Consorti”, un decalogo che racconta la biografia dell’autore tra tesi e antitesi, che lascia un retrogusto di beffa e sa tanto di espediente editoriale, che forse la Poesia con la maiuscola non merita. Nelle pagine, invece, tra le righe, si avverte la persona e non il personaggio e la poesia non manca.

“Tutto sta nel dire insieme le parole
Giustiziacontrollo
sicurezzarepressione

Tutto sta nel dare fuoco alle idee
che sono già cenere

Tutto sta ad arrivare alla fine
e passare il testimone”

Questi versi da “Hindenburg” sembrano ben riassumere il percorso di questa silloge: poesia come visione del reale e passaggio a chi riesce a comprenderne significati, significanti e tutta una svariata serie di significazioni che arricchiscono via via il lettore. Consorti parla di vita e morte, come è in uso nella poesia di quest’ultimo periodo letterario però, escludendo le grandi domande, ma prendendo gli argomenti come pretesto per esorcizzare la paura atavica, quella che, in fondo, ci fa umani.

Voce del verbo mare è una ricognizione di differenti momenti vissuti dal poeta, che restituisce al lettore un quadro d’insieme della poetica di questo singolare autore. Consorti si cimenta con la poesia, come con qualcuno che ammira e che rispetta e con essa intenta un dialogo costante sempre sopra le righe, però, senza mai scendere negli inferni che presto o tardi la Poesia mette dinnanzi a coloro che decidono di frequentarla; si mostra – mi si passi il termine – “timido”, “vuole scomparire”, eliminare la sua presenza, ma il tono non è sommesso, né pacato; piuttosto sembra che egli cerchi una strada per mettersi in luce, per affermarsi, pur con l’espediente narrativo della scomparsa dell’autore, come si avverte soprattutto nelle ultime poesie del libro.

3.
La trasformazione è andata avanti
Ora la facciata della casa
dal pavimento alle tegole
contiene scolpite dieci regole
L’undicesima è che mi sto per dissolvere
in un Dio eterno
o in polvere
Perciò la mia fede
non nel piombo
nell’argento vivo o spento
o in quello che si vede
ma nell’apparizione/sparizione di me stesso
da oggi in poi avrà sede

(estratto da “Barnekow”)

*

Ho applaudito una zanzara
proprio nel momento in cui passava
Un solo battimano convintissimo
senza prove senza repliche
senza attese senza eco senza storia
T’invidio zanzara caduta
in un momento irripetibile di gloria

(“Ho applaudito una zanzara”)

Consorti vive un’attesa, come egli stesso afferma negli undici punti della nota in chiusura; ma sembra vivere questa condizione rivolta soprattutto verso se stesso. Tutto il testo è disseminato di voci che si rivolgono allo stesso autore, come se parlasse a se stesso e da se stesso attendesse una risposta che non arriva, ma che sembra essere il motivo della sua scrittura. Si ha la sensazione, alla fine della lettura, di aver preso parte ad un processo istruito e sentenziato dall’autore stesso che, in fondo, ha solo chiesto ai lettori di svolgere il ruolo del pubblico che supporta la veridicità dell’accaduto. [Angela Greco AnGre]

Aiguiller, il nuovo progetto poetico di Angela Greco AnGre

AIGUILLER Poesia di Angela Greco AnGre Ladolfi Ed.

Nel mezzo del cammin della mia vita, mi ritrovai in una selva ancora oscura, ma illuminata dalla Poesia. Oggi, Dantedì, esce AIGUILLER, il mio nuovo progetto edito da Ladolfi Editore che ringrazio. Condivido con i miei lettori questa gioia e invito a seguire il blog, perché presenterò  a breve il libro, con un mio personale intervento, qui, in questo mio spazio del cuore. Grazie.  (AnGre)

🕊

“[…] La tigre al centro della camera bianca e nera
è un tratto di penna sul foglio candido.
Lui si avvicina, lentamente. Lei, immobile, aspetta.
Inattesa la zampata squarcia il silenzio.
Un corpo a corpo spietato.”

*

Estratti da Afflati di Felice Serino con una nota di Angela Greco AnGre

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Estratti da Afflati di Felice Serino (e-book, 2022)

Senza titolo 2
.
un’alba cadmio
apre spazi
inusitati nel cuore
.
usciti dal sogno
beccano sillabe
gli uccelli di Maeterlinck
in un cielo di vetro
.
da un luogo non- luogo
le uve dei tuoi occhi
chiamano il mio nome
genuflesso nella luce
.
.
.
Spleen 2
.
brusio di voci
.
galleggiare di volti
su indefiniti fiati
.
si sta come
staccati
da sé
.
golfi di mestizia
mappe segnate
dietro gli occhi
.
vi si piega
il cuore
nella sanguigna luce
.
.
.
Vita nascosta
.
il muro d’aria che divide
luogo e non- luogo
o solo quell’esistere sognato
che torna come déjà vu
.
qui solo apparire:
l’essere è vita
parallela – nascosta
.
.
.
serino copertina afflatiFelice Serino (Pozzuoli, 1941), autore prolifico, redattore presso molti lit-blog e riviste on line, ha all’attivo diverse sillogi poetiche; la sua poesia è tradotta in diverse lingue. Con Afflati (scaricabile cliccando QUI), il nuovo e-book creato all’inizio di questo 2022 in cui raccoglie la sua produzione poetica 2019 – 2020, rinnova il legame con i suoi lettori.
In effetti, quello che si stabilisce con questo autore è un legame di fedeltà, tra se stesso e i suoi temi e tra il poeta e il suo pubblico, il quale, ad ogni lettura, rileva una sfumatura, coglie un significato in più, in un’attesa mai delusa nei confronti di questa poesia che, col passare del tempo, si eleva, percorrendo man mano proprio quella strada auspicata dall’autore nella stesura dei propri versi.
La lettura è introdotta da una breve ed efficace Prefazione redatta da Enrico Marià, che si sofferma, a giusta ragione, sull’introspezione, che diventa patrimonio comune, esternato con sonorità lievi, mai eccessive, fuori luogo o aggressive; un balsamo anche per questi tempi che stiamo attraversando, nei quali Felice Serino si pone, con la sua voce sensibile e costante, quasi come un punto fermo al quale riferirsi.
“Afflato”, per definizione, è il soffio, ma anche l’ispirazione e nella poesia che Felice Serino ha incluso in questo titolo al plurale, ben si coglie questo momento particolare occorso nella vita del poeta, il quale sembra voler gradualmente lasciare le cose terrene per involarsi verso un cielo verso il quale l’anelito non è mai stato celato o mal esternato in tutta la sua produzione poetica. Il tono delle poesie detta quasi una suddivisione in due parti: nella prima si avverte un’assenza, una mancanza, quasi il poeta stesse usando la poesia per ricordare qualcosa o, meglio, qualcuno, che era presenza e che oggi ha mutato la sua condizione; nelle poesie successive, invece, si ritrova il Serino dei precedenti lavori, la sua forza e la sua radice, in un’analisi intima degna di nota e che mai abbandona i riferimenti culturali e artistici tipici di questo poeta.
La poesia di Felice Serino si apre sempre alle domande fondamentali, alle riflessioni filosofico-religiose, che fanno bene al lettore, ma anche alla rappresentanza italiana di questa scrittura, alla Poesia nostrana degli ultimissimi tempi intendo, spesso maltrattata con il trattare argomentazioni futili, quando non parli addirittura di questioni sterili con la scusa di essere specchio dei tempi. [Angela Greco AnGre]

Flavio Almerighi, tre poesie da Lettere con una nota di Angela Greco AnGre

Tre poesie da Lettere di Flavio Almerighi (Macabor, 2021)

Lettera

Ora tocca a te comprendere
l’estate sconosciuta
senza tradizioni di famiglia.

Candela flessibile
consumata sotto l’altare
di chi non crede,
carne e stoppino, là
dove spiaggiano desideri.

Dimmi tu di te,
quali siano le tue rondini
come mai sono già partite,
quanto ti spaventa e meraviglia
se un cane

vuole leccarti la mano.

Io sto qui
a cercare e vendere,
ho tutto sott’occhio
quando non precipito,
ti sia lieve la mia lettera
lanciata alta
assieme a un bacio.

.

Essere Te

Desidero essere Te,
amore è sequenza di metastasi benigne
e anticorpi a renderle felici

diventiamo l’un l’altro per osmosi
con rapidi cambi di ruolo
e il nome non è più tuo né mio,
ma tutto è verità

.

Quartetto d’archi

Mai visto un quartetto d’archi
suonare nella corte di un parcheggio,
un uomo d’aspetto indurito
tenere nel pugno chiuso un uccellino
dal capo reclinato
per accarezzarlo, chiedere il risveglio
da tutta la malinconia che stagna
silenziosa in città
nel momento dell’impossibile comunicare,
riconoscersi e dire qualcosa
per niente infastiditi
dall’ombra o dall’altrui respiro,
l’uccellino fuggire
dal pugno dell’uomo indurito,
rinfrancato dal gesto d’affetto,
nessuno più ne ricorda il nome.

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Flavio Almerighi è nato a Faenza il 21 gennaio 1959.  Ha all’attivo diverse raccolte di poesia: Allegro Improvviso (Ibiskos 1999), Vie di Fuga (Aletti, 2002), Amori al tempo del Nasdaq (Aletti 2003), Coscienze di mulini a vento (Gabrieli 2007), durante il dopocristo (Tempo al Libro 2008), qui è Lontano (Tempo al Libro, 2010), Voce dei miei occhi (Fermenti, 2011) Procellaria (Fermenti, 2013), Caleranno i Vandali (Samuele, 2016). Storm Petrel (edizione bilingue di Procellaria, Xenos Books Los Angeles 2017), Cerentari (antologia fuori commercio Tempo al Libro 2017), Isole (Ensemble 2018), Ignoti (e book gratuito Collana Lotta di Classico a cura di Massimo Sannelli 2018), Lettere (Macabor, 2021).

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Almerighi Flavio - Lettere, 2021Nel 2021 per i tipi Macabor è uscito Lettere, una intensa raccolta di poesie di Flavio Almerighi, che con questo nuovo edito mette a segno un altro significativo punto sull’attenzione alla poesia come osservazione minuziosa del vissuto e degli accadimenti non solo personali. A differenza di altri testi della produzione di questo autore, Lettere ha una vocazione alla lirica pacata e non più guerrigliera come si leggeva, ad esempio, in Procellaria (2013 e rieditato bilingue nel 2017 – Qui la nota in questo blog), ma anche in alcuni momenti di Caleranno i Vandali (2016 – qui la nota in questo blog) e sembra piuttosto seguire l’andamento di Isole (2018 – qui, la nota in questo blog), nel quale il poeta inizia a mettere in atto un certo distacco dalle cose del mondo per poter meglio osservarlo dalla sua consolidata posizione “di vedetta”, come egli stesso spesso ha affermato.

In Lettere, opera suddivisa in quattro sezioni evocanti la lettera di non molto passata memoria, quella scritta a mano per altre mani e altri occhi, che ne avrebbero sentito il profumo e la consistenza materica, si avverte la coscienza del Tempo che passa, lasciando segni e sensazioni che si offrono al poeta quale materia per la sua poesia. E una lettera si scrive perché altri possano leggerla, per consegnare qualcosa a qualcuno e Almerighi, dietro un titolo che può apparire a primo acchito fuori luogo per parlare di poesia, in queste pagine dona moltissimo di se stesso al lettore, creando un clima intimo nel quale non è difficile ritrovarsi, come nella migliore Poesia.

Ma, a mio avviso, “lettere” dovrebbe anche essere inteso non solo nel senso di missiva inviata a qualcuno da cui il mittente non si aspetta nemmeno più risposta, ma anche nel senso stretto del termine: ogni lirica è una lettera per comporre e per decifrare un messaggio, per intendere quei suggerimenti disseminati in tutto il testo che il poeta lancia, come chi ben conosce la situazione e sa che da solo non potrà mai risolverla. E mi riferisco a quelle liriche nelle quali l’autore riprende o sfiora con il fare della sua esperienza anagrafica, temi sociali che non hanno tempo, ma possono solo essere di volta in volta, di poeta in poeta, messi in luce per essere testimonianza del proprio tempo.

Nelle sezioni del libro – Lettere mai consegnate, Affrancatura a carico del destinatario, Lettere d’amore e non, Lettere di Giovanni Sagrini (personaggio immaginario che porta il nome del bisnonno materno e al quale l’autore relega un ruolo quasi da Alter-Ego, per quegli aspetti poetici maggiormente romantici e che trovano meno spazio nella sua scrittura usuale) – appare forte la voglia del poeta quasi di liberarsi, di estromettere e destinare ad altri le proprie sensazioni, i propri luoghi, il proprio vissuto e persino la propria fantasia non per essere il centro dell’argomento, ma piuttosto per condivisione di momenti importanti dai quali permettere ad altri da sé di poter trarre esperienza.

Gli spazi tra le strofe dei tipici versi brevi ed incisivi, che danno riconoscibilità alla scrittura, sembrano sospiri tra uno sguardo e l’altro, ma anche tra un battito del cuore e il successivo, così distante che sembra quasi nostalgia. E questo sentimento, che in questo autore e in questo libro risulta nobile – come quando è trattato in una certa maniera che non ne consenta lo scadere nella retorica – occhieggia al lettore in tutte le pagine, anche quando si tratti di qualcosa di vicino o ancora in atto: è la ricerca di quel che resta di quel tempo in cui si aveva uno sguardo differente che ancora il Vivere non aveva offuscato, consegnato al lettore con una scrittura che mai si tinge di colori scuri e che fa anche di quest’opera di Flavio Almerighi, un tassello importante nella poesia italiana contemporanea. [Angela Greco AnGre]

Guglielmo Aprile, estratti da Sinfonia del mare con una nota di lettura di Angela Greco AnGre

Il sasso nello stagno di AnGre poesia edita

Versi da “Sinfonia del mare” (Il Convivio Editore, 2021) di Guglielmo Aprile

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Il pianto del mare
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Il mare detta ai propri sparsi scribi,
gli scogli, la sua autobiografia
per metà vera e per metà delirio;
e in un tono di voce che varia, ora
un mormorio, ora un barbaro urlo, elabora
il suo mai definitivo commento
a un certo evento senza testimoni,
perso nel tempo, di cui serba l’eco,
la sua elegia su un lutto che non uomini
ricordano, ma di cui forse furono
spettatrici colline e rive: questi
luoghi che conoscono la sua storia
ma da millenni segreta la serbano
per aver fatto voto di silenzio,
taciti testimoni di uno scandalo;
vecchio mare che rumina alghe e sassi,
e rimugina a lungo su un errore
non rimediabile, ne porta il peso
che non può con nessuno condividere.
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Rime di spuma e vento
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I
Custodi del ricordo
della genesi: onde,
prime madri del mondo
e di tutto ciò che trascorre;
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nel vostro terribile gioco
torna bambino il tempo,
dal vostro ingenuo scempio
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trae origine il fuoco
che in una perpetua catarsi
consuma e resuscita gli astri.
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Doni del mare
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Il forziere delle onde rovesciandosi
contro gli scogli rende indietro agli uomini,
secoli dopo, quanto loro il mare
in pegno del suo canto strappò via:
restituisce alla riva relitti
di città andate a fondo, di equipaggi
sorpresi da un fortunale, un biglietto
nelle tasche di chi si arrese alle acque,
dracme ossidate, amuleti incrostati
di salsedine, schegge di polene
strangolate dalle alghe, marce assi
di carene, frammenti luccicanti
che il fondale trattiene e poi rigurgita
dai suoi intestini, monche mappe e pagine
dei diari di bordo, in cui pionieri
avvistamenti e miraggi annotarono
lungo le loro traversate, e nomi
di costellazioni mai viste prima;
mare, concedimi altri dei tuoi doni,
la chiave attendo che sciolga il tuo enigma.
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Guglielmo Aprile è nato a Napoli nel 1978. Attualmente vive a Verona. È stato autore di alcune pubblicazioni di poesia (“Il dio che vaga col vento”, 2008; “Primavera indomabile danza”, 2013; “L’assedio di Famagosta”, 2015; “Il talento dell’equilibrista, 2018; “Elleboro”, 2019; “Farsi amica la notte”, 2020) e di studi critici sulla poesia del Novecento e su alcuni classici della tradizione letteraria italiana.
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Nota di lettura di Angela Greco AnGre

Sinfonia del mare (Il Convivio Editore, 2021) è il nuovo edito di Guglielmo Aprile. Il titolo rende al meglio la materia trattata: versi godibilmente orecchiabili e di apprezzabile matrice classica, che parlano al lettore della passione per l’elemento acqueo attraverso esperienze sensoriali e materiali vissute, che rendono il mare quasi un genitore al quale il poeta si sente molto legato e del quale fa percepire un crescendo sonoro di pari passo con lo scorrere dei versi. Il sostantivo “mare” ricorre quasi in ogni lirica; quasi a voler riproporre lo sciabordio marino che lambisce la battigia, mentre si vede il poeta in un limbo tra terra e acqua, in un momento intenso, assorto su quanto gli scorre dentro e intorno. E’ l’orecchio ad essere chiamato in causa insieme all’occhio, in questa raccolta poetica densa, che incuriosisce il lettore e lo induce a riaprire la riflessione sull’elemento primordiale dal quale ha avuto origine, in fondo, la Vita stessa.

Emerge anche la nostalgia per mondi perduti e affetti passati, ricordi di viaggi e riflessioni che coinvolgono il lettore, che si sente trasportato dal mare fin nei meandri dove vuole condurlo il poeta, che mai perde i remi, né la direzione – per rimanere in una metafora marina – di una poesia molto ben scritta e di cui conosce bene meccanismi e tradizione. Guglielmo Aprile non si stanca di dire del suo mare, che verso dopo verso, diviene metafora collettiva, che non risparmia argomentazioni meno dolci per rendere al meglio anche il presente. Dell’ambiente marino non manca nulla e ogni dettaglio è trattato con competenza e sensibilità; si avverte forte il legame dell’autore con qualcosa di cui sembra patire l’assenza nel quotidiano e che cerca ogni qualvolta gli sia possibile per poi restituirlo – a se stesso prima di tutto e poi al lettore – in poesia. Una netta lirica melodica e malinconica, che fa vibrare le corde degli animi più delicati. [Angela Greco AnGre]

Omaggio a Cristina Annino

Il sasso nello stagno di AnGre partecipa al cordoglio per la recente scomparsa della poetessa, riproponendo i suoi versi condivisi in questo blog.

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Cristina Annino, pseudonimo della poetessa italiana Cristina Fratini (1941 – gennaio 2022). Laureata in Lettere moderne presso l’università di Firenze, nella città toscana ha avuto l’opportunità di entrare in contatto con il Gruppo ’70. Non me lo dire, non posso crederci (1969) è il suo primo libro di poesie, a cui ha fatto seguito nel 1977 Ritratto di un amico paziente. Del 1979 è il suo primo romanzo Boiter. Con la raccolta Il cane dei miracoli ha vinto la prima edizione del premio della casa editrice Bastogi nel 1980 e nel 1988 con Madrid il premio Ruzzo Pozzale. Nel 1984 Walter Siti la include nel terzo volume dei Nuovi poeti italiani. Tra gli altri libri di poesie si ricordano: Gemello Carnivoro (2002), Casa d’Aquila (2008), Magnificat (Poesie 1969-2009) (2010), Anatomie in fuga (2016). I suoi scritti sono stati tradotti in diverse lingue e inseriti in antologie. Dal 1989 ha cominciato a dipingere e da allora ha fatto mostre e personali in Italia e all’estero (da Treccani).

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Area del disgusto

per Ezra Pound
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Quei giorni bovini nel cavolo
di voliera! Aree del disgusto
per cavalli sul prato (lussuria igiene),
qualcuno
lo guarda e lui batte sul muro
la testa. Poi aspira, lo giuro,
a camionetta le spalle in sé, uccelli
anche, pensando; un dito
dissoluto così. Con infinita
santità ingoierebbe le spore
schizzate più della luce,
distanti nell’erba pulita. E suda
castamente quando vede che
il cavallo alla fine ribruca sé.
.
***
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E’ Scrittura, altroché! strilla
sempre, ed è vero, origine
della creazione pura in quel mazzo
di prato che dà vita al concime nostro,
lo ricicla e ci piace. Si fanno
libri a palate, ingoiando. Dice
umano tra i ferri; in fin dei conti
la vita cos’è? fior di latte
e letame, svolacchiando
per digerire che?
.
***
.
Non dipinto o colonna,
ma carne e osso quant’è l’emicrania,
Pound miracoloso a Pisa
(sporco e creatività), vorrebbe
tanto calarsi, ha disturbi
d’olfatto, visivi. Non
ce la fa però con niente, né
lo spera, non col fango o coi vivi.
Non ci riesce. Allarmato di quel
solennissimo capolavoro che
si sente in un atomo tale,
e si sfascia, entrando tutto
nella mente prensile. Casca
con faccia e piedi lì; distante
il mondo, indice di gravità
tonale.
.
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(da Anatomie in fuga, Donzelli)
.
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inclusa in Fuori dallo scaffale AA.VV a cura di Flavio Almerighi e Angela Greco – Il sasso nello stagno di AnGre (clicca sul link azzurro per scaricare gratuitamente l’eBook)
immagine: opera di Vladimir Pajevic
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Flavio Almerighi, due inediti

carta e penna

Cuore e respiro

stavo entrando in silenzio, quasi di soppiatto,
dentro un sogno d’organza, riccioli neri, lenti appannate,

senza impermeabile e senza ombrello
incurante del buio e di tutto quanto non si può vedere
potrebbe essere passato, futuro o ninna nanna
tutto quanto non si vede, entro solo
senza segno di croce o scongiuro, quando ho freddo
per ritrovare calore, quando sono afono
per bisogno di tornare a pensare,
ascoltando cuore e respiro

*

Fiaba del calicanto

Se ne vanno tutti,
hanno fretta e niente più tempo
.
qualcuno è riuscito a far danzare poesia
tra un ondeggiare di note,
qualcuno sapeva disegnare,
se ne vanno tutti
lasciano dietro uno strame di dolcezza
e la discrezione increspa
qualche ricordo, forse anche il mento
.
aprile è il mese peggiore per un commiato
e a settembre la vita non torna,
solo terra gialla già pestata
pronta ai posteri
.
a gennaio regalai
il mio calicanto
e mi ripresi il cuore,
ero giovane non sapevo,
ora se ne vanno tutti
dopo tanta poca vita.

***

Versi condivisi dal blog amArgine di Flavio Almerighi che ringrazio e al quale rivolgo tanti auguri per il suo compleanno!

Al link che segue anche alcuni estratti dal suo ultimo edito con nota bio-bibliografica dell’autore:  https://ilsassonellostagno.wordpress.com/2021/07/14/flavio-almerighi-alcuni-estratti-da-letterehttps://ilsassonellostagno.wordpress.com/2021/07/14/flavio-almerighi-alcuni-estratti-da-lettere//

Adrienne Rich, From an Atlas of the Difficult World

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Adrienne Rich (1929 – 2012)è stata una poetessa, saggista, insegnante e femminista statunitense.

~

Da un atlante del mondo difficile

So che stai leggendo tardi questa
poesia, prima di lasciare l’ ufficio
con l’abbagliante lampada gialla e la finestra nel buio
nell’apatia di un fabbricato sbiadito nella quiete
dopo l’ora di traffico. So che stai leggendo questa poesia
in piedi nella libreria lontano dall’oceano
in un giorno grigio di primavera, fiocchi sparsi di neve
spinti attraverso enormi spazi di pianure intorno a te.
So che stai leggendo questa poesia
in una stanza dove tanto è accaduto che non puoi sopportare
dove i vestiti giacciono sul letto in cumuli stagnanti
e la valigia aperta parla di fughe
ma non puoi ancora partire. So che stai leggendo questa poesia
mentre il treno della metropolitana perde velocità e prima di salire
le scale
verso un nuovo tipo d’amore
che la vita non ti ha mai concesso.
So che stai leggendo questa poesia alla luce
del televisore dove immagini mute saltano e scivolano
mentre tu attendi le telenotizie sull’intifada.
So che stai leggendo questa poesia in una sala d’attesa
Di occhi che s’incontrano sì e no, d’identità con estranei.
So che stai leggendo questa poesia sotto la luce al neon
nel tedio e nella stanchezza dei giovani fuori gioco,
che si mettono fuori gioco quando sono ancora troppo giovani.
So che stai leggendo questa poesia con una vista non più buona, le spesse lenti
ingigantiscono queste lettere oltre ogni significato però
continui a leggere perché anche l’alfabeto è prezioso.
So che stai leggendo questa poesia mentre vai e vieni accanto alla stufa
scaldando il latte, sulla spalla un bambino che piange, un libro
nella mano
poiché la vita è breve e anche tu hai sete.
So che stai leggendo questa poesia non scritta nella tua lingua
indovinando alcune parole mentre altre continui a leggerle
e voglio sapere quali siano queste parole.
So che stai leggendo questa poesia mentre ascolti qualcosa,
diviso fra rabbia e speranza
ricominciano a fare di nuovo il lavoro che non puoi rifiutare.
So che stai leggendo questa poesia perché non rimane
nient’altro da leggere
là dove sei atterrato, completamente nudo.

*

From an Atlas of the Difficult World 

I know you are reading this poem
late, before leaving your office
of the one intense yellow lamp-spot and the darkening window
in the lassitude of a building faded to quiet
long after rush-hour. I know you are reading this poem
standing up in a bookstore far from the ocean
on a grey day of early spring, faint flakes driven
across the plains’ enormous spaces around you.
I know you are reading this poem
in a room where too much has happened for you to bear
where the bedclothes lie in stagnant coils on the bed
and the open valise speaks of flight
but you cannot leave yet. I know you are reading this poem
as the underground train loses momentum and before running
up the stairs
toward a new kind of love
your life has never allowed.
I know you are reading this poem by the light
of the television screen where soundless images jerk and slide
while you wait for the newscast from the intifada.
I know you are reading this poem in a waiting-room
of eyes met and unmeeting, of identity with strangers.
I know you are reading this poem by fluorescent light
in the boredom and fatigue of the young who are counted out,
count themselves out, at too early an age. I know
you are reading this poem through your failing sight, the thick
lens enlarging these letters beyond all meaning yet you read on
because even the alphabet is precious.
I know you are reading this poem as you pace beside the stove
warming milk, a crying child on your shoulder, a book in your
hand
because life is short and you too are thirsty.
I know you are reading this poem which is not in your language
guessing at some words while others keep you reading
and I want to know which words they are.
I know you are reading this poem listening for something, torn
between bitterness and hope
turning back once again to the task you cannot refuse.
I know you are reading this poem because there is nothing else
left to read
there where you have landed, stripped as you are.

(In apertura, opera di Edward Hopper: “Office in a Small City Department”)