Lievito Madre di Agata De Nuccio letto da Angela Greco

Lievito Madre (aprile 2018) è il più recente lavoro poetico di Agata De Nuccio – poetessa salentina nata a Castrignano del Capo e residente a Erbé, nella provincia veneta – per i tipi della veronese Officina Grafica Edizioni, casa editrice con la quale l’autrice collabora proficuamente da tempo, anche con produzioni in prosa (letteratura per l’infanzia).

La silloge – il cui titolo, in una metafora cara a tutti, rimanda senza difficoltà al lavoro artigiano delle mani che creano cibo – con introduzione di Paolo Masini e Grazia Francescato, letteralmente si apre al lettore sin dalla copertina, sulla quale, nell’intero formato delle due metà che la compongono, è riportato un incipit, che senza dubbi può essere considerato anche una estrema sintesi della poetica di questa cortese e solare autrice di lungo corso: “Fuori nemmeno una bava di vento / dentro lo splendore della tempesta, / e un timone di poesia.” Un incipit che segna il percorso di Agata, dagli ossimori della sua finibus terrae d’origine, all’approdo, tutto interiore e guidato dalla Poesia, ad una agognata serenità per sé e per i suoi affetti. Affetti che, nel caso della De Nuccio, travalicano con generosità il limitato a se stessa, per abbracciare per cerchi concentrici l’intera opera del creato, a cui è dedicato il suo impegno civile in favore della Natura realizzato attraverso specifici organi competenti, operanti sul territorio dove vive, e attraverso l’educazione alla lettura e all’ascolto nelle scuole, dove Agata, poetessa impegnata nel sociale, porta praticamente la sua esperienza letteraria.

Lievito Madre è un testardo atto di denuncia in favore dell’amore e di amore per la poesia (Con il passare del tempo / il mio cuore eremita, impasta inverni e vento / e tutte le parole che conosco / le scrivo, anche quando mi trema la voce. / E ti chiamo si legge in “Pane quotidiano”), ispirato, senza mai svelarlo del tutto, se non nella maiuscola dell’aggettivo del titolo, alla dipartita figura materna e composto da liriche di varia lunghezza e da una sezione denominata “140caratteri e oltre!” che rimanda all’espressione contemporanea dei tweet, area telematica dove la poesia, in forma immediata e brevissima, sta incontrando un vasto favore di pubblico; ma l’immediatezza è una peculiarità della poesia di Agata De Nuccio, capace di esprimere senza mediazioni o artifici retorici, la grandezza di un sentimento unitamente allo stupore, alla meraviglia, il cui senso permea tutta la silloge.

Una chiarissima fusione-interazione tra l’elemento umano e quello naturale, quell’elemento materno che scorre tra i versi e che tende a coincidere con la Terra, un sentimento panico, coinvolge fina dalla prima lirica (“Sopra di noi”), dove tutti gli elementi atmosferici concorrono alla poesia e al poeta non rimane altro che prenderne coscienza e trascriverli per futura memoria. E Agata è autrice attenta ai segni e ai segnali, esterni ed interiori, per farne memoria; non è un caso che tanto del suo lavoro sia rivolto alle generazioni in erba, fucine di futuro a cui affidare la salvezza finanche del pianeta: Nonostante l’uomo / il fiume / attraversa le foreste / e varca le porte del mare, / nonostante il petrolio / e la miseria dell’animo / il richiamo della terra / echeggia profondo e sonoro, come si legge in “Nonostante l’uomo”.

Una presenza importante, in Lievito Madre, è quella del sacro anche in senso religioso: Agata De Nuccio non è mai da sola ad affrontare le cose del mondo, ma si avvale sempre della presenza di Dio, come si legge, ad esempio, in “Inchiostro di radici”, dove un sentire francescano conduce l’autrice ad un’analisi della realtà ordinata del creato, ma deturpata dall’uomo e, chiedendo al Signore Avvolgi la mia penna nel sudario / rendi le mie mani forti e misurate / per arare le dure zolle; / la terra geme Signore / devo fermare l’orrendo scempio, / degli uomini servi degli dei, dà mandato alla poesia per mano dello scriba, come la De Nuccio nomina spesso se stessa e il poeta, di restituire al creato quanto è stato sottratto dalla parte negativa del genere umano.

E, sicuramente, nell’impaginazione del libro è stato fortemente voluto, dopo questa lirica, l’inserimento del messaggio di speranza contenuto in “Verrà la pace”, in cui si legge: Quando finiranno le guerre / […] File di pani spargerò sull’aia / colma di sole / nel grembo della terra / seminerò chicchi di grano. / Non importa se voi spargerete / armi, odio e fuoco; / si accenderà la scintilla del perdono, / si riconosceranno gli uomini / nel sogno immutato; / dalle foglie di ulivo attingerò / l’olio sacro della pace.

L’ultimo forte elemento caratterizzante della poesia contenuta in questa meritevole silloge è l’appartenenza, le radici: Agata De Nuccio instilla con parsimoniosa dolcezza e mai celata passione, anzi sarebbe meglio dire dissemina, momenti e caratteristiche della sua terra d’origine, inframezzandoli con affetto a quelli inerenti la terra dove attualmente vive, serbando una gioia che non è ricordo nostalgico, ma presenza pulsante accanto: Agata non ha lasciato il Salento, ma lo ha portato con sé, impastandolo con la sua nuova realtà, in un connubio che non passa inosservato e che diviene valore aggiunto per questa Autrice dall’occhio lucido di realismo – si leggano “Stelle estinte” e “Tu resti comunque”, dove il dolore per una perdita non viene celato o camuffato, ma si fa momento propizio per riflessioni-azioni profonde, ricordando che Agata è persona pratica e di azione, non di sterili parole e vagheggiamenti – , appassionata della Vita, e che non ha mai smesso di credere nel Bene e nella Bellezza. [Angela Greco]

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Alcuni estratti da Lievito Madre di Agata De Nuccio (Officina Grafica Edizioni, 2018).

Dall’impasto
di una vita semplice,
lavorata con mani sapienti,
da lì nascerà
e crescerà
il Lievito Madre per il nostro spirito.
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[esergo]
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L’arte di resistere
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Sulla poltrona della mia coscienza
siedono bambini,
donne e uomini senza diritti,
siedono i deboli, i malati e i derelitti,
siedono i potenti e i malvagi;
sulla poltrona della mia coscienza
siede la mia penna,
e tutti sono citati nella mia poesia;
ai primi spetta di diritto di entrare
in questa alba che germoglia dalle rovine,
ai secondi l’obbligo di ascoltare
il tuono delle loro bombe;
mentre il cuore tumeggia contro le costole
sventolerò sulle loro bocche
la poesia
e il silenzio eloquente della luna.
L’arte di resistere spetta allo scriba.
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Poesis
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Abito dentro un albero che porta il mio nome
come un ramo cero l’infinito,
le stagioni perse e ritrovate,
cerco i coni d’ombra e di luce e respiro la vita;
vivo abbracciata alla terra, a ossa vive
con le radici impresse a ferro rovente nella roccia;
le foglie sono fogli scritti dal cielo
aperti come libri sui banche di scuola;
il vento ti porterà il profumo della mia parola.
Abito dentro un albero che porta il mio nome
e il mio nome è Poesis.
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Stelle estinte
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Mi spezza le ossa la sera
quando ripongo in soffitta
i miei sogni e le stelle estinte.
Loro, di notte,
scendono come piume
dove tu vivi
e io racconto bugie alle ombre.
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dalla sezione “140caratteri e oltre!”
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Δ  Il congedo della calda stagione
somiglia alla pienezza dell’ultimo bacio dato al vento,
il mio autunno sta seduto in una stanza
e scrive fragili parole su carta di cielo.
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Δ  Due cose mi restano negli occhi.
il mare e il tuo sorriso.
La legge della meraviglia non ha bisogno
di essere scritta
basta fermarsi un attimo e contemplare l’infinito.
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Franco Pappalardo La Rosa, due poesie dalla seconda edizione de L’orma di Sisifo (in uscita)

Franco Pappalardo La Rosa, due poesie giovanili, appartenenti al tempo della prima giovinezza, che faranno parte (assieme ad altre quattro) della sezione intitolata “Protostoria (1958-1963)” della seconda edizione de L’orma di Sisifo, in uscita per i tipi Achille e La Tartaruga di Paolo Ivaldi (Torino).

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PASSAGGIO NOTTURNO
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Sull’orizzonte lenta declina la sera.
La città si staglia nel crepuscolo;
anche i campi riposeranno.
Guardando la crescente luna,
pace mi dà questo parabrezza di nubi,
quest’alito di vento che fruga tra cimase
altre quiete primavere del Sud.
Se ascolto, persino la tua voce
mi giunge: scendo arse colline di bimbi
e greggi appisolati, sospesi sul ciglio
del silenzio, e il mare a scaglie culla
lontane lanterne di sogni e nasse e canti
al fresco smeraldino della notte.
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Mia, dolce nel dolore ti distendi
a vincere lo stupore delle stelle
e mi sboccia nel sangue il tuo maggio,
adesso che la vita è una fuga assurda
e corro tanto ma non so dove andare.
(Maggio 1963)

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COME IN UN PLENILUNIO
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Ancora come per incanto
ritorni nel mio silenzio.
Mi sono fermato in un bar
per non sentire la tua voce,
mi sono affratellato a questa gente
per non restare solo nel dolore.
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E sono lungo le acque chiare
d’Alcàntara forte di gelsi,
nel verde infinito dei campi
e cattedrali d’arance dorate.
Al suono delle nostre chitarre
fanciulle danzano a cerchio sull’erba
sorprese al plenilunio.
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Adesso si scende sull’altalena
del tuo canto fino alla musica dei canneti:
qui griderò il mio rimorso
d’averti lasciata senza un sorriso
e forse una volta sola
saprò dirti parole d’amore,
terra.
(Ottobre 1963)

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Franco Pappalardo La Rosa, giornalista, critico letterario, narratore, è nato a Giarre. Completato il liceo classico, si è laureato in Giurispudenza all’Università di Torino, città dove vive da molti anni. Ha collaborato alle pagine culturali di quotidiani e riviste; ha redatto “voci” di letteratura italiana per il Dizionario della Letteratura Italiana (Milano, Tea, 1989), per il Grande Dizionario Enciclopedico – Appendice 1991 (Torino, Utet, 1991) e per il Dizionario dei Capolavori (Milano, Garzanti, 1994). Ha pubblicato alcuni libri di critica letteraria, fra i quali: Cesare Pavese e il mito dell’adolescenza (Edizioni dell’Orso, Alessandria, 20032); Lo specchio oscuro: Piccolo, Cattafi, Ripellino (ibidem, 20042); Viaggio alla frontiera del Non-Essere. La poesia di Giorgio Caproni (ibidem, 20062); Il poeta nel “labirinto”: Luciano Erba (ibidem, 20062); Alfonso Gatto. Dal surrealismo d’idillio alla poetica delle “vittime” (ibidem. 2007); Il fuoco e la falena. Sei poeti del Novecento (Caproni, Cattafi, De Palchi, Erba. Piccolo, Ripellino), ibidem, 2009; Cinque studi. Esemplari di narrativa italiana del Novecento (su Associazione indigenti di M. Collura, Caro Michele di N. Ginzburg, L’amore è niente di M. Lattes, Il compagno di C. Pavese, Fratelli Il custode di C. Samonà), ivi, Achille e La Tartaruga, 2015; e Le storie altrui. Narrativa italiana del penultimo Novecento (77 recensioni e interviste), ibidem, 2016. Oltre a L’orma di Sisifo – Poesie (1962- 2012), Prefazione di Giovanni Tesio, ibidem, 2018, ha pubblicato alcune opere di narrativa, fra le quali: Il vero Antonello e altri racconti, Acireale, Lunarionuovo, 1985; Angelo, Torino, Ananke, 1999; Il caso Mozart, romanzo, Postfazione di Giorgio Bárberi Squarotti, Roma, Gremese, 2009; Rondò. Tre racconti, Nota critica di Giovanni Tesio, Milano, Mimesis, 2012; Farandoletta. Un sogno in Sicilia, romanzo, Torino, Achille e La Tartaruga, 2018.

(in apertura: Paul Klee, In the Style of Kairouan, 1914)

Angela Greco, estratti da All’oscuro dei voyeur

Angela Greco, estratti da All’oscuro dei voyeur

[…]
Più che l’arredo è l’imprecisione
a fornire appigli solidi. Fuori concorso
che meravigliano per lealtà
grani di polvere sul rosario appeso
al ricordo di quando eravamo santi.
Tolta l’aureola allo sguardo rimane
la nudità che non può essere travisata.
Nel circo l’apparenza s’improvvisa neve
per chi è in cerca di souvenir; intanto,
rimaniamo non addomesticabili cercatori
di ciò che si è perso prima del giorno.
(da “chilometri a ritroso”)

*

[…]
Vorrei rimanesse di me una puntina da disegno,
sotto la pianta del piede, di quelle che ricordano
i diciassette anni e un cattivo voto costato un sabato
sera; qualcosa che non accade più, di cui resta la cicatrice
in memorie di carta in disuso; vorrei fabbricanti di veleni
che si convertano all’arte, un filo argentato a legare
una mano piccola e una grande, un disegno da bimbi
di prima elementare per ricominciare e imparare il resto.
(da “notte e terra”)

*

[…]
Il vicolo nasconde la vena e la smagliatura antica di tufo giallo
a rigare di continuità questo ribaltato ventre di colori. Tra
il cobalto e il rosso raggiungiamo Napoli a maggio.
Rovine da scalare per dire mattino nello zucchero del risveglio,
lo stesso film di quella sera d’inverno. Il cielo ha geometrie
sensibili tra le pietre innalzate a casa e la strada; tagli precisi,
che slacciano percorsi a scendere sotto madonne dai raggi bui.
In restauro, davanti al rigattiere dei leoni, siamo numeri a caso
estratti tra fortuna e destino dal tempo che sorprende.
Una disfatta, prima della parola, ci raggiunge al collo.
(da “Dissimiglianze”)

*

Tutte le cose imperfette hanno un battito in più,
un moto di ricerca, una stella che si colloca dove
meno la si vede e che pure brilla prima.
Qualcuno nel giardino sta suonando un richiamo;
seduto sul fondo della scena osserva lo scompiglio
del mattino di buoni propositi e discese all’inferno.
E diventi tu stesso l’edificio altissimo,
la successione dei piani, la fuga dello sguardo
e le camere che incalzano, gli specchi rotti e i tavoli
su cui poggiare la mano, quando a schiena curva
non basta il ricordo per darsi sollievo.
[…]
(da “je te veux”)

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Angela Greco (AnGre) è nata il primo maggio del ‘76 a Massafra (TA). Ha pubblicato: in prosa, Ritratto di ragazza allo specchio (racconti, Ed.Lupo, 2008); in poesia: A sensi congiunti (Ed.Smasher, 2012); Arabeschi incisi dal sole (Terra d’ulivi, 2013); Personale Eden (La Vita Felice, 2015); Attraversandomi (Limina Mentis, 2015); Anamòrfosi (Progetto Cultura, Roma, 2017); Correnti contrarie (Ed.Ensemble, Roma, 2017); Ora nuda, antologia 2010-2017 (Quaderni di RebStein LXVII, 2017); Ancora Barabba (Collezione Bocche Naufraghe, YCP, 2018); All’oscuro dei voyeur (YCP, 2019, prefazione di Franco Pappalardo La Rosa).

È ideatrice e curatrice del collettivo di poesia, arte e dintorni Il sasso nello stagno di AnGre (https://ilsassonellostagno.wordpress.com/). Commenti e note critiche sono reperibili all’indirizzo https://angelagreco76.wordpress.com/.

QUI IL LIBRO

Zero al quoto di Fabrizio Bregoli letto da Angela Greco

Zero al quoto di Fabrizio Bregoli letto da Angela Greco

Si apprende dal vocabolario che in aritmetica, “quoto” è il quoziente esatto, senza il resto, e l’espressione utilizzata nel titolo – zero al quoto – indica una potenza con base zero elevata a zero, ossia qualcosa di impossibile da risolvere, che, al di là dei dibattiti tra addetti ai lavori numerici (a cui pure l’autore, laureato con lode in Ingegneria Elettronica, con buona probabilità è avvezzo), sconfinando in problemi di ben altra natura da quelli meramente matematici, giustifica la materia sottesa al titolo stesso, la poesia. Tralasciando le peripezie di pensiero con cui Fabrizio Bregoli dà il benvenuto al lettore della sua opera, Zero al quoto (Puntoacapo Editrice, 2018), per i profani in matematica come me, quello zero, di cui, appunto, nel titolo, attrae, affascina e, dopo aver letto l’impegnativa prefazione Vincenzo Guarracino – il quale pure tenta un dipanare la matassa inerente titolo e silloge – conduce subito alla lettura dei versi, domandandosi se, casomai, quello zero non sia fondamentalmente un punto d’inizio di un’argomentazione poetica, che fin dai primi versi l’autore intesse con testi densi, finalmente lunghi (per questo momento poetico, che preferisce la rapidità di testi fruibili come tweet) e articolati, narrativi a loro modo e che predispongono il lettore ad un ascolto meditato e per forza di cose lento, coadiuvato da esergo, che invitano all’approfondimento dell’ultima poesia italiana d’autore. Con Zero al quoto occorre stare in poesia; non si può altrimenti.

Il primo testo, “Detto? Taciuto appena” titolato in corsivo e collocato al di fuori delle sezioni che compongono la silloge, ha l’aria di una introduzione per il lettore, una presentazione a tutti gli effetti, un presentare e presentarsi in Versi. Foggia o marchio per la memoria fino a domandarsi Eterno quest’istante? / Eterno. Fragile ed eterno e a far comprendere, a mio avviso, che è dell’incontro proprio con la Poesia che si sta dicendo.

“Gli uomini (o la loro ipotesi)” è la prima sezione del libro; subito, la prima poesia (Sapere di te) commuove; un’analisi lucida della realtà, consegna quest’ultima a chi verrà, consigliando quella stessa calma e mancata fretta di cui si è detto poco prima (Non avere fretta, qui tutto scalcia / conoscerai astio, menzogne d’uomini / impietoso linciaggio d’anni, tu / fanne limo profondo di sapienza / verità, come di provvida pioggia / rettitudine e inalterato amore); nel dialogo che il poeta intraprende nei primi due componimenti con un nascituro (La tua presenza è l’eco d’una voce / smorzata nei brevissimi centimetri / sull’esile attorciglio del funicolo) si tenta una prima ricognizione del presente, iniziando proprio dagli esordi dell’essere umano, il concepimento, affermando che La vita è il nulla che le dà principio / l’assurdo che s’intrude nel possibile, per poi subito dare luogo ad una speculazione a tratti filosofica sull’esistenza, portata al lettore anche con metafore efficaci, come si legge in “Consumazione obbligatoria”: E indifferente / se fosse oste o avventore […] se banco o giocatore in quella riffa […] / O era questo suo scoprirsi nessuno / escluso ad ambo i giochi / a riassumerli entrambi?, per giungere, in “Fosse poesia”, ad una chiara esposizione di quella visione nichilista di cui ampiamente nella prefazione: Fosse poesia potrei indugiare / su qualche vezzo cromatico […] / Ma questa scena è minima, assoluta / non si concede appello, assoluzione. / Lui siede agli scalini, tra i piccioni […] / lo sguardo arrovesciato su detriti / di storie, ciò che ne resta tra le unghie / sudice, un bicchiere, stente monete. / Chiede nuda evidenza del suo esserci. // E non serve una poesia, un altro alibi. Nella poesia “Quei ragazzi”, che chiude la prima sezione, è riproposto, nell’ultimo verso, l’istante come unico momento positivo – nel fermo paradiso dell’istante –, ma, tuttavia, senza troppa convinzione.

“Iconoclastie” è l’evocativo titolo della seconda sezione, a “sfondo artistico” viene da dire, nella quale l’autore distilla versi dall’analisi metatestuale di alcune opere d’arte e che si apre con una originale poesia intitolata ad un iconoclasta dei nostri tempi, il personaggio (Làszló Tóth), che nel 1972 vandalizzò la Pietà di Michelangelo, dal cui gesto il poeta trae spunti di riflessione, che vanno davvero oltre il primo impatto con l’atto in sé: Non diverso da affrancare una lettera / o rimboccare le coperte. Fu / la più nuda delle necessità / liberare dalla materia il simbolo. Come / sgomberare una nube dalla fronte. // E quindi estrarne la vena esatta / imporvi la ferita salutare / la grazia rude d’una perdita. / E non restarne vuoto / simulacro, vitello d’oro. // Fra cruna e spazio, lì dove si ferma / l’arduo della luce: solo saperlo / incidere, per lasciarvi una firma / nel sordo martellare del minuto. In questa sezione, degna di nota è il componimento Pietà Rondanini, cesellata, prima dagli occhi e poi dalla poesia, in maniera davvero superba e chiusa con un verso (Guaiva un tram. Poco più in là il Castello) a cui fa eco il poeta stesso costretto a dover lasciare tanta alta materia. Tutta la sezione è votata a far emergere il lavorio di sottrazione, di eliminazione, di trattenimento solo dell’essenziale, detto in versi come Per questo scelsi minima / l’arte, perfetta / la sottrazione (“Concetto spaziale. Attesa”) o L’approdo d’una vita è la cesura (“Pietà Rondanini”) o, ancora, Nello sbiadire d’ombre, di colori / lo sfondo bianco è il cuore che governa / il fulcro esatto, il ganglio del restare (“In questa consuetudine la fede”), alla luce dei quali occorre mettere in evidenza che tutta la poesia di Fabrizio Bregoli ha motivo di esserci, nel senso che non vi è traccia di barocchismi o di superfluo, ma ogni termine, dal più comprensibile, al più difficile, è preciso, utile.

La sezione successiva, “Memorie (da un futuro)” prende il titolo dall’ultimo verso della prima poesia, “Cassandra”, che recita, nel finale, E già scioglie grumi di secoli, scempi / di madri al rogo del loro respiro, /    mutilazioni d’angeli, ed esodi / di moltitudini, e scie di cani. / Lacerti d’un altrove, memorie da un futuro e annovera componimenti dedicati a personaggi e tradizioni differenti, accomunati da un’aurea di sacralità e misticismo, nonché dall’ombra di una madre – maternità, che permea molti testi, e testi più vicini alla realtà del poeta, quali l’impietosa “Centro storico” o “Destinazione d’uso”, che racconta la mutata destinazione, appunto, dei territori della Brianza, nei quali sembra emergere una sorta di ‘rabbia’ contro l’attualità edile, contro la costruzione come manufatto, che poi è memoria e ricordo e, come tale, dovrebbe godere del rispetto opportuno ad opera dell’uomo, il quale non viene risparmiato nelle altre poesie di questa sezione, in un crescendo, che dal passato addiviene ad un futuro felliniano, visto come una rivista, con tanto di personaggi caratteristici, da cui non è escluso nemmeno l’attuale presidente degli USA (Per chi mai custodire questo strenuo / gemito d’alba, un diamante di fiato / che v’incida gola a gola uno spazio / inviolato, una scoria d’orizzonte? […] / E si reclina il viso, s’alza il bavero / ci si rinserra a stento tra le spalle / a un polline di voce che ci assista / in un falsetto a litania di ieri. / Cerea l’alba, di scena la rivista. / Ballerine Nani Trumpolieri, “D’una mattina d’equinozio e spoglio”).

Dopo l’onda di “Memorie (da un futuro)” è la volta di “Diversa densità degli infiniti”, a suo modo mareggiata parimenti, nel senso di carrellata dal ritmo più rapido intrisa di personaggi, rimandi e ricordi di anni vissuti dalla generazione dal poeta, che sembrano in qualche modo voler allentare la morsa di questa poesia importante, capace di calamitare su di sé l’attenzione senza sforzo. Nella sezione, anche se è difficile estrarre una poesia su tutte, attrae “Autarchie”, di cui riporto la prima strofa: Nevica. Bianco che frastorna, libera. / Spazio che la mente rigoverna, ordina. / Che sia questa l’arte: precipitare / come germi d’acqua che cristallizzano, / s’affidano al rigore, a geometrie / spezzate, omotetie frattali. / Esagonalità singolari, uniche / a ripetere la stessa norma, il canone […] Credimi nessuna  / altitudine, semmai la surroga / a quella prima, nostra falsa vita  che, di fatto, riconsegna al lettore il rigore, l’ordine che il titolo matematico presupponeva, ammettendo che tanto non derivi già da qualcosa di esterno, quanto piuttosto sia specchio di qualcosa che già si possiede (autarchia, nell’etimologia sta ad indicare “basta a se stesso”), ricentrando il cardine della poesia di Zero al quoto sull’asse uomo-nichilismo (Nulla credimi // si sconta vivendo, nulla redime. / Nemmeno la bellezza di legge in chiusura di “Leni Riefensthal”).

La sezione “Amba Alagi” propone poesie, come accaduto nei testi appena precedenti, che hanno perso il titolo e si apre con questi versi: Le cose non ci pensano. Le tedia / il nostro agire d’uomini, ridurle / ad appendice, semplice strumento. / Hanno l’antica nobiltà dell’attimo / un’araldica di gesta ovvie, minime, nei quali si conferma come unità di misura del tempo (pur leggendo in un altro testo della stessa sezione, che il tempo non ha coniugazione) l’attimo e si rimarca il concetto di minimo che, dopotutto, è quanto di più prossimo allo zero si possa intendere; Ma pure un piatto sbreccato, una spilla / un guanto liso, un pettine rivendicano / talvolta dignità a esistere, intrudono / nella geografia consueta di anni / la deriva d’un continente prossimo […] / Dopo, tornano al loro buio buono / al santo anonimato dell’oggetto / nell’assoluto garbo del silenzio, silenzio dove sembra voler approdare anche il poeta, il quale in un componimento successivo scrive: fino a giungere, tutti e ognuno, ad una / regione di mezzo, una zona franca. Ad una terra esatta, impareggiabile, in un sottotono smentito soltanto dai rimandi di cui la poesia è felicemente intrisa. La sezione sembra la meta di un lungo ragionamento dipanato per oltre cento pagine, che giunge, dopo tanto peregrinare, a dire Difficile credere / a come la più opaca consuetudine / possa diventare – ora – irripetibile, ossia ad attribuire anche alla più insignificante delle cose, un valore per cui valga la pena vivere, nonostante l’inasprirsi di una mancanza di luce, come nei versi: Nulla di nobile / – viviamo forse delle nostre perdite – / nulla di utile o appena comprensibile. / Ma comunque scriverne. / Arte del dimenticare.

 “Per una poesia possibile” è la sezione che chiude questo denso lavoro di Fabrizio Bregoli e rappresenta una sorta di dichiarazione poetica, in cui l’autore esprime il suo punto di vista sulle forme della poesia, ma anche una sorta di saluto, ancora intriso di pensiero e riflessione, questa volta su una fine ben più grande: Il tarlo dell’addio t’accompagna / così s’impara a morire / sopravvivendo alla consuetudine / dell’ora, del non detto / qui, nella disequazione di parole / e senso, se solo nella provvisorietà  / del tempo è commiato (“I limoni del Garda”), congedandosi dal lettore con questa poesia, magistrale riassunto dell’intera silloge:

         È tutto qui.
Ci s’assottiglia, il garbo d’un asintoto
dove la curva stromba nel suo ignoto
a gradiente rapido, senza antidoto. 
Nell’interstizio fra virgola e intero
punti di flesso fra altrimenti e vuoto,
ennesima potenza a base zero.
.
Sieben acht gute Nacht
Neun zehn auf Wiedersehen.

[Angela Greco]

in apertura: opera di Steven Kenny

Alfonso Graziano, tre poesie

Alfonso Graziano (clicca qui), tre poesie

*
Leggi per me che non ho più occhi ma
rami secchi da spezzare.
Leggi ad alta voce che non ho più orecchie
tane di talpe nascoste.
Leggi comunque magari ti ascolterà il cielo.
.
.
.
*
Questo è il tempo della mietitura.
Degli inizi e delle fini.
Della paglia pronta a bruciare.
E dei temporali inopportuni.
Dei graffi sulle gambe esili
sulle piramidi gialle.
Dei graffi nei cuori fragili
tra i sassi e i secchi vuoti.
È il tempo della polvere schiva
tra le zolle spaccate
e le orme di fughe
scoperte e impronunciate.
E questo è il tempo delle buone intenzioni
prima che la sera si porti via i tramonti.
.
.
.
*
Suonano tristi le campane
e non è lieto l’annuncio.
È morto Dio e pure l’Uomo.
Solo qualche randagio abbaia alla luna.
Flebile la luce in fondo al viale
ed è speranza dura da morire.
È vita tra le macerie stabili.
Dei pianti dei macelli innominabili.
Dondola tra le fessure la margherita
ad indicare il bene e il suo contrario.
Nemmeno il più ostinato maestrale
saprà strappare quella strada.
Dove finisce il cielo finisce il male.
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(in apertura, foto di Mimmo Jodice, Figure del mare 10)

Giovanna Sicari, due poesie

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Giovanna Sicari, da Poesie 1984-2003 (Empirìa, 2006)

Aspetto come ogni anno
la tua calligrafia, la primavera
la risata fresca tra noi il letto
nuovo, tra noi quella parola
di carne e di ardore
quieta liquida spontanea,
regalo potersi attendere:
prendersi, appartarsi
accettare l’appartenenza degli adulti, rovistare
cancellare ogni dolore
cadere nella piscina, nel tonfo
nel sagrato, partecipare alla vita
degnamente, chiamare,
andare fieri, con la mano
tesa, tersi, gentili,
nel vertice di quelle cose che
si fanno senso, fortuna, salute.

§

Amore del rifugio e dell’acqua,
amore di poche parole lontano dall’insidia,
amore degli uomini santi, accarezza il viso del turbamento
dammi i nomi del perdono, il canto sepolto della legge,
sento che saremo vicini anche in autunno,
ci abbracceremo nelle case vuote ricordando un antico passato
per dimenticarlo, soltanto l’oro più puro della nostra anima
sarà con noi, forse saremo donna e uomo solamente,
forse farà già freddo e ci abbracceremo fra gli alberi stanchi
ridendo di ogni cosa, il passato ci lascerà e saremo
nuovi, leggeri, redenti.
Sarà ottobre o novembre, nel bosco
saremo teneri e allegri nelle nostre braccia di terra,
fra acqua e fuoco, smarriti dalle azioni.
Quando ci lasceremo sarà sui polpastrelli la
nostra anima vera, nell’aria ci sarà cura
per la ferita.

*

giovanna_sicari2Giovanna Sicari (fotografia di Dino Ignani) è stata una poetessa e scrittrice, nata a Taranto il 15 aprile 1954. Dal 1962, con la famiglia, si trasferisce a Roma, nel quartiere Monteverde. Le sue prime poesie escono a partire dal 1982 sulla rivista «Le Porte», quindi su «Alfabeta», «Linea d’Ombra», «Nuovi Argomenti». A partire dal 1986 pubblica sette libri di versi e tre di prosa, tra questi un volume miscellaneo, La moneta di Caronte, che raccoglie contributi di scrittori contemporanei. Dal 1985 al 1989 è redattrice della rivista «Arsenale». A partire dagli anni ’80 inizia inoltre a lavorare come insegnante nel penitenziario di Rebibbia, a Roma, incarico che mantiene fino al 1997, quando si ammala gravemente. Dopo essersi sottoposta a interventi e cure prima a Roma, poi a Milano, dove nel frattempo si era trasferita col marito Milo De Angelis e il figlio Daniele, torna a Roma nell’estate del 2003, dove muore nella notte tra il 30 e il 31 dicembre. (dal web)

dall’acqua

*
Se solo fosse statua di fulgido bronzo
come quel giovinetto danzante
tutto quello che viene ripescato
in questo tratto di mare accecante.
.
Lampedusa, 3 ottobre 2013, di Gianluca Asmundo
(immagine: Anne Packard, Barca a remi sul blu, 1933)
.
.
.
*
A bordo di un domani dal fondo bucato, questa,
è soltanto un passaggio per chiunque
da spartire al meglio con l’indifferenza.
.
Un’illusione d’Occidente
-raccontata che non eravamo più bambini-
dimentichi dell’orco, che disegna destini.
.
senza titolo – 2015 come 2019, di Angela Greco
(immagine: Senza fili, dal web)
.

Vita trasversale e altri versi (2017-2019) di Felice Serino letto da A.Greco

Felice Serino (Pozzuoli, 1941), in questa prima metà del 2019, offre ai lettori una nuova raccolta di versi – Vita trasversale e altri versi (2017-2019) – densa, corposa e sempre degna d’attenzione, nella quale mette nero su bianco, oltre ai suoi distintivi temi, anche la grande voglia di comunicazione e condivisione, che da sempre caratterizza la sua poesia, fruibile on line in un susseguirsi di confronti in siti e riviste, luoghi telematici e persone, utili senza ombra di dubbio alla crescita dell’autore, unitamente al suo interesse fine e svariato per la lettura. Di quest’ultima opera è interessante segnalare l’apparato di note critiche e recensioni (riferito alle più recenti pubblicazioni) che chiude il testo: una raccolta di autori, che hanno letto e condiviso la poesia di Felice Serino, che hanno seguito i suoi passi, fino all’attualità, momento ancora in divenire, testimonianza della continua ed efficace formazione dell’autore. Ecco, la lettura dei versi di questa Vita trasversale dovrebbe iniziare da qui, dalla consapevolezza di essere in cammino, in transizione tra due mete e con la voglia sempre viva di procedere, di essere un ponte gettato tra un ricordo e un sogno, tra l’accaduto e la speranza, tra il vissuto e l’augurio per il domani.

Il libro è articolato in tre parti (Vita trasversale, Trasparenze, In un remoto altrove) che raccolgono ‘percorsi’ utili ad orientarsi tra le oltre cento poesie raccolte negli ultimi anni di scrittura. Una lettura impegnativa dal punto di vista fisico, ma scorrevole e interessante all’atto pratico, che conferma Felice Serino autore prolifico e disponibile a mettersi in gioco, al grande tavolo della poesia contemporanea, ad incontrare il punto di vista altrui sui suoi componimenti asciutti, concisi, dal verso breve, in assenza di punteggiatura e punto finale, confermandosi, inoltre, fonte sempre viva di input supportato in quest’ultimo lavoro dall’efficace presentazione di Donatella Pezzino, che pone l’accento – che condivido, come in altri scritti già detto – su quel che è il cardine della poetica di Serino, scrivendo: “Qualsiasi cosa saremo, siamo stati amore, ed è questo ciò che potrebbe sopravviverci. L’amore, eterno e ubiquo, ha una forza pari soltanto a quella della fede.” Dunque, poesia che vince il tempo mortale, come l’amore vince tutto e, facendo eco alle parole di Virgilio, a noi non rimane che arrenderci all’amore e alla poesia, mi permetto di aggiungere, riportando in compendio alcuni versi: una farfalla è una farfalla ma / tutto un mondo nella sua essenza // la natura / riflesso del cielo è preghiera / ogni respiro ogni sangue / vòlto verso l’alto è lode // l’anima nel suo profondo / in segreto s’inginocchia e piange (“Tutto è preghiera”) e, anche: Infinite vite infinite vite possibili / ha forse l’anima quel che è detto da taluno / l’essere moltiplicato // mai si chiude il cerchio? // è come traversare innumerevoli / porte nei meandri dei sogni / o abbandonarsi a visioni / di déjà vu // non si chiuderà il cerchio se / come si sa / è del Demiurgo un continuo creare / infiniti / mondi-entità col solo sognarsi (“Infinite vite”), che ben evidenziano il senso finale della poesia di Felice Serino, unitamente ad un senso di pluralità al quale è difficile sottrarsi.

Le poesie della prima parte, Vita trasversale, sono un inno allo spirito, alla preghiera e alla Luce, in cui si incrociano e sovrappongono dediche a questioni religiose e a persone scomparse, confermando la forte fede dell’autore, nutrita di rimandi filosofici, occidentali e orientali, supportata dalla costante presenza di entità extra corporee, angeli e sogni, in forza alla poesia stessa, che racchiude anche una bella sezione dedicata alla Musa, da cui deriva la Poesia stessa, in cui Serino ci lascia intuire il suo concetto di poeta e poesia.

Trasparenze, conferma i temi della prima parte, con versi più concreti, ma sempre qualche passo più in alto del suolo calpestabile, adornati di ricordi ed esperienze, in una deriva verso i tempi moderni: anneghi / nell’effimero d’una vita marginale // tenti nell’indaco prove di volo / -fino a che dura il sogno // da quale parte è la verità ti chiedi / nei momenti lucidi (“Prove di volo”); oppure: combatti contro i mulini / a vento delle ipotesi / ti vedi quel filo d’aquilone / tenuto da un bambino e / toccare il suo cuore e il cielo // o quel bimbo ti vedi / tenuto dal genitore per mano // o ancora -tra fremiti d’ombre- / quel figlio prodigo / che ti torna in sogno: che anni / scavalca a ritroso // per chiedere perdono / al padre sul letto di morte (“Ipotesi dell’impossibile”); in “Se avranno voce” si legge: ed è pleonastico il tuo dire /  i tempi son cambiati e / alle piante seccano / i timidi germogli // i pesci son gonfi di plastica e / i cieli di cenere / e i mari piangono coi miei occhi // lasciare parlino i fatti / se voce avranno / in una -lesta?- inversione di tendenza .

L’ultima parte del libro, intitolata In un remoto altrove, sembra riassumersi nei versi di “Indivisa sostanza”, che recitano: sono indivisa sostanza / dimora delle origini / porto il respiro di voci / tra ramate ombre // nelle trame del vento / lascio si dilegui la morte / mi vivono nella carne / illimitati cieli // mi ustiono di rosacea luce, in una ricognizione del proprio operato e del proprio sentire, spaziando dall’arte ai fremiti di un cuore che non smette di scrivere ed essere poesia, una via di riflessione e un punto d’appoggio, forte del suo percorso anagrafico ed esperienziale, che concede al poeta di poter dire, in chiusura, che “Tutto è ancora possibile”. [Angela Greco]

.

Tutto è ancora possibile
.
ti senti altrove e il più
delle volte fuori dal coro
.
ti chiedi se -nell’ordito della vita dove
si spezza la parola- ti sei perso
qualcosa – vorresti allora
rovesciarti come un guanto
.
riconoscerti come il
fuori del tuo dentro
.
aprirti a un’ alba che
diradi questa
corolla di tenebre
.
e sai che tutto
è ancora possibile
.
.

Francesco Marotta, Nei mari del racconto (estratti)

Condiviso da La dimora del tempo sospeso che si ringrazia

Francesco Marotta, Nei mari del racconto

Da un’eternità passeggera
(1998 – 2003)

ci sono strade disegnate
dalla lingua di terra
che spira luce tra i sassi
e le conduce,
impollinate di voci,
ai mari del racconto,
sentieri fioriti su corpi
di parole
da leggere nel brivido
della sera varcata
a rovescio delle ombre: –

i passi imparano la danza
in rovesciate cadenze di radici
come orme schiarite
da campate di silenzi,
da sprechi di sillabe
che simulano bocche
a divinare la rotta,
la meraviglia oscura della scelta

(nell’alba che rosseggia
anche il grano è una
macchia di sangue
che fluttua, ondeggia
per partorire occhi
dentro il vento –
tatuare la pagina del giorno
con lettere sempre in volo
su creste d’aria
di un alfabeto nuovo)

.

*

spira aria di sogno
dal sasso sorvolato d’acque,
da silenziose guglie
di schiuma –
il vento lo nutre
di stralunati muschi
carichi di miti, di mari
intravisti nel ruggito
della nuvola, in torme d’ali
naufraghe di remote derive: –

è questa luce, improvvisa
cicatrice del lontano,
è questa passione,
acquario di divinità
emerse dal flutto
che si consuma in ombre,
il tempo andante
per incoscienti filamenti
di mattino

.

*

voci al diafano
inchiostro di un lume,
non un frangere d’aria
al capezzale delle labbra
ma pungenti balaustre
di respiro, nevi
intagliate
nel letargico assedio
del gelo o nella febbre
del mattino –
quando resistono
alle fronde della luce
e si rinserrano
in sfere umide di suono
sul limite alluvionale
di detriti vaganti, alle soglie
di una trasparente
dissoluzione, di una
indicibile
alchimia di echi

.

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Salvatore Toma, versi da Canzoniere della morte

da Salvatore Toma, Canzoniere della morte (Einaudi, a cura di Maria Corti)

Un amore

Non si può soffocare a lungo
un amore.
Lo si può ritardare questo sì
per vari comodi
o per estreme deludenti sensazioni
ma alla fine trionfa.
Lo si può nascondere
con violenza per anni
o con indifferenza
lo si può pietosamente subire
e soffrire in silenzio
ma alla fine trionfa.
E’ un plagio istintuale
rapace che ci assale
serenamente ci opprime.
Così accadde a noi
tanti anni fa.
Dopo il fulmine
cercammo storditi
umanamente il sereno
il refrigerio del distacco
sperammo a lungo con passione
nella morte dell’altro
adducendo l’imprevedibile
trincerandoci ostili a combatterlo
armati di nuove prove
e insormontabili difficoltà.
Ma l’ultimo appuntamento
sarà inesorabile
più delle nostre vili paure.
Come tanti anni fa
riaccadrà.

Quando sarò morto
e dopo un mese appena
come denso muco
color calce e cemento
mi colerà il cervello dagli occhi
se mi si prende per la testa
(l’ho visto fare a un mio cane
disseppellito per amore
o per strapparlo ai vermi)
per favore non dite niente
ma che solo si immagini
la mia vita
come io l’ho goduta
in compagnia dell’odio e del vino.
Per un verme una lumaca
avrei dato la vita:
tante ne ho salvate
quando ero presente
sciorinando senza vergogna
l’etichetta della pazzia
con l’ansia favolosa di donare.
Per favore non dite niente.

Non ti credo
ma c’è chi giura che esisti,
forse non ti so cercare
o rassegnarmi a cadere
e tu giochi a nasconderti
non ti fai trovare,
sembriamo
due strani innamorati
ma io ti sento
qui alle mie spalle,
a volte mi sento toccare.

[Quad. XIX, 12 ]

*

Avanzava il capodoglio
nella notte nera
a gran velocità
enorme
aveva lasciato
l’immensità dell’oceano
per venire a morire sulla sabbia.
Sfrecciava tra i bagnanti
senza toccarli
senza nemmeno sfiorarli
non vedeva che la morte
davanti a sé il sonno eterno
il plagio irreversibile
lì fra le scogliere.
Ma una volta arenato
i pescatori gli tagliarono
il ventre con lame acuminate
lo rimorchiarono al largo
giocavano con l’idea
di veder l’acqua tingersi di rosso
divertendosi a corrompere usurpare
la purezza invincibile del mare.
Allora dalla vicina scogliera
un dio superbo un po’ demone
sottoforma di mantello
volò nell’aria
catturò i vigliacchi
li frustò allo svenimento
li rese mendicanti
spogli di tutto
venditori per le vie del mondo
di collane ciondoli souvenirs
quadretti raffiguranti
corpi marini balenotteri
squali scene segrete
del profondo mare.
Il cielo inabissò
nel vuoto più completo
solo una luce strana violenta
riservata ai grandi eventi
serpeggiò nell’aria
per un attimo illuminò l’oceano
e gli uomini si tinsero
dei loro veri volti
crudeli spaventosi
ineguagliabili belve
senza forma e senza speranza.

Io spero che un giorno
tu faccia la fine dei falchi,
belli alteri dominanti
l’azzurrità più vasta,
ma soli come mendicanti.

[Quad. XIX, 11 ]

.

Nel 1951 nacque a Maglie, cittadina situata in provincia di Lecce, Salvatore Toma, poeta decadente, di famiglia di fioristi di antica tradizione, morto suicida a 37 anni. La redazione della prima, raffinata, lungimirante antologia delle sue liriche, pubblicata per Einaudi nel 1999, è stata curata da Maria Corti, che divide le produzioni di Toma, o Totò Franz, come amava farsi chiamare, in tre sezioni, riprendendo la suddivisione già proposta da Donato Valli: la vita e la morte, l’uomo e la bestia, il sogno e la realtà. Frequenta il liceo classico, ma non prosegue gli studi, anche se coltiva da autodidatta le materie che più gli interessano: letteratura e ovviamente poesia. Vive nella tenuta dei genitori occupandosi della campagna e trascorrendo ore in un bosco di querce, “le Ciàncole”, appostato comodamente sui rami di un grande albero. Pubblica (dal 1979 al 1983) sei raccolte di poesie, rispettivamente: PoesieAd esempio una vacanzaPoesie scelteUn anno in sospesoAncora un anno e Forse ci siamo. Dopo la scomparsa della Corti, avvenuta nel 2002, la poesia di Toma rischiava di essere definitivamente dimenticata. Un folto gruppo di intellettuali meridionali promosse una raccolta di firme per chiedere la ristampa del volume al tempo esaurito, tentando anche di rilevare i diritti di autore per pubblicare il libro altrove. L’iniziativa provoca una vasta eco in tutta Italia e la casa editrice decide, di ristampare il Canzoniere. (notizie dal web)

Giorgio Galli, due poesie in dono

Giorgio Galli scrive di sé: “Sono nato a Pescara nel 1980 e mi sono laureato in Scienze della Comunicazione a Siena. Vivo a Roma dove esercito la professione di libraio. Scrivo sul blog Perìgeion. Ho pubblicato La parte muta del canto (Joker, 2016), Le morti felici (Il Canneto, 2018) e L’inventore di vite (Il Seme Bianco, 2018). Sono fra gli autori del Repertorio dei matti della città di Roma a cura di Paolo Nori (Marcos y Marcos, 2015) e dell’antologia critica Perturbamento a cura di Marco Ercolani (Joker, 2016)”.

*

Cadono gli angeli
.
Io non lo so per quale legge accade,
eppure accade: e sembra che gli alberi
non abbian posto per i frutti più buoni,
che il grembo delle madri
non ce la faccia a sopportare il peso
di quanto di migliore ha custodito.
“Muore giovane colui che al cielo è caro”
si diceva una volta: ed era un amore-odio,
colui che gli Dei amavano, lo invidiavano
e lo annientavano senza pietà.
Come se fosse troppo bello per poterlo tollerare
come se la sua presenza fosse un monito
di ciò che doveva essere, e non era:
non si poteva essere più divini degli Dei.
E la gente è proprio come Giove,
vede un bel viso e lo sfregia,
trova un muro bianco e ci scrive su,
nasce un figlio troppo buono e lo ricusa.
Lui girerà per il mondo impazzito
folle di rabbia e di dolore
e diranno: “È così che si diventa
ad esser troppo simili a lui”.
La sua pazzia sarà consolazione.
Cadono gli angeli come cade la neve,
come cade la neve, e poi si scioglie.
.
.
.
Chagall
.
Una luna azzurrissima riposa.
Tutta la città tace: è notte. Quand’ecco dalle case
vedi uscire un rabbino
con i libri della Legge fra le mani,
un giocoliere, uno col violino
che volteggia suonando sopra i tetti.
Vanno fluttuando nell’aria come uccelli,
come bambini che giocano nel mare.
Le candele si accendono su Vitebsk
e la banda accompagna il funerale
– il funerale della tua compagna
che ancora giovane un giorno ti lasciò.
Vola davvero sopra i tetti rossi
insieme agli angeli ai violini e alle trombe
con la sua veste da sposa,
madre dolcissima in oro di Bisanzio…
.
Giorgio Galli è on line con il suo blog La lanterna del pescatore (clicca qui)
(in apertura, opera di Gianni Gianasso; in chiusura, opera di Marc Chagall)

Gianmario Lucini, L’altro profeta

– per gentile concessione del sito poiein.it che si ringrazia –

Gianmario Lucini (1953-2014)

L’altro profeta

[La poesia, con toni a volte sdegnati, a volte ironici e a volta lirici, addita la categoria dei “falsi profeti”, coloro che hanno verità ad uso e consumo di obiettivi esterni, di secondi fini che in realtà sono forme di umiliazione e di oppressione dell’uomo, in nome non di una giustizia che viene da una visione trascendente ma di una giustizia “del sistema”, del più forte].

.

E’ sul volto del febbraio che inizi a titubare.
.
La terra s’apre e tu ti fai di sasso
cammini indietro, t’involgi
dentro l’utero del tempo abominando
il nuovo da radici morte
e non vedi i giovani corpi e spiriti che vanno
dietro all’amore liberi uccelli trasmigranti
e l’innocenza che si lascia alle spalle
definitivamente
l’irredimibile feticcio de la parola proclamata
alta e sapiente e padrona su noi
piccole nebbie uomini e donne dell’età complessa;
non vedi ciò che vale nelle braccia
e nei baci
e il frutto dentro il ventre vivo che ci illumina
serena rinuncia all’escatologia
dell’onnipotenza;
…………………….. ti sbatti
t’arrabatti ai trivi profeta cialtrone
settario gonfio di birra
dopo secoli strasazi.
.
Che può venire mai dalle tue ubbie
che mai dalla rabbia che t’avvolge
disegni e veti e scongiuri a impastare il pane
che ci tocca sudare
per vivere ambigui – mentre altrove
suona a festa la campana del male
come ad avvallare il meccanismo che ci regola
ordigni a tempo pronti a esplodere
scagliando al cielo brandelli d’umano
sacrificati alla giustizia del sistema.
.
Oh noi che cerchiamo l’innocenza
e ci lasciamo incantare da una fede
senza carità
e veneriamo l’esatto, il razionale,
correggiamo la giustizia naturale
del vedere del sentire dell’andare
verso l’altrove e l’altrimenti
ma non ci fidiamo più del gesto d’una mano tesa
nella sua nuda evidenza
.
– il chiodo confitto è soltanto
estetica dell’apparenza.
.
(Immagine d’apertura: Picasso, Il poeta, 1912)

Gianmario Lucini, Fossimo rimasti aviatori di sogni…

Fossimo rimasti aviatori di sogni… di Gianmario Lucini (1953-2014)

E’ molto facile adunare pensieri
nelle mistiche sere, farne vestiti
da indossare ai galà delle chiacchiere. Il male,
alieno lo senti, lontano. Lontano
.
la sera non ha più bambini – sciamano
in nuvole rosse, sagome nere –
non ha vestiti l’orrore, non ha voce;
spalanca ingordo il tunnel della gola.
.
Regrediscono pensieri nel deserto
nessuno li può riscattare prigionieri
per quarant’anni fra le dune e noi, lontani
continueremo i galà delle chiacchiere
.
come trofei da impagliare nella sera.
.
.
***
.
.
Non abbiamo ali: nella sua saggezza
Dio ci fece bipedi lenti, non pose
cavalli di frisia fra terra e terra
se non il profondo pensiero del mare
.
ed imparammo a varcarlo, il mare
fin dove si spalanca l’infinito
imparammo a volare intensamente
chiudendo gli occhi e ascoltando il vento
.
(fossimo rimasti aviatori di sogni…)
.
ed è davvero un tempo buio, il presente
che ci costringe a imitare le talpe
scavare vie nascoste all’occhio dei falchi
sotto confini che Dio non impose
.
scaviamo la rena soffice che frana
tagliandoci ogni ponte con il sole
per poco pane, un’arma per uccidere
e illuderci così di sopravvivere.
.
.
***
.
.
Dal mio guanciale vedo l’alba sul mare
ogni mattino ripetersi il miracolo
dell’origine e mi cruccio
di non poter gioire di tanta bellezza
trepida come il primo amore;
.
non più dormiente e non ancora sveglio
con il volto mezzo allegro e mezzo triste
m’affaccio al terrazzo e saluto il sole
ed egli mi saluta
m’inchino a nuvole rosse, alla montagna
che già si bagna del riflesso del mare
.
potrei gioire
come un bambino in un giorno di vacanza
ma questo cupo basso continuo
non mi lascia scampo: è una voce
che spaventa, una marea che monta
e non la posso contenere
.
non posso contenere quel sangue
che grida nel nostro silenzio
dai luoghi dove spunta il sole.
.
E’ questo il segreto dolore
la remora che mi tiene
nell’angoscia che non trova
parole da dire nel mondo delle chiacchiere.
.
.

Per questa gentile condivisione si ringraziano la sig.ra Marina Marchiori e il sito poiein.it – in apertura: Paul Klee, Luogo eletto, 1927.

Nazario Pardini legge due inediti di Angela Greco

dal blog Alla volta di Leucade qui – che si ringrazia di cuore

N. PARDINI LEGGE: “DUE POESIE D’AMORE” DI ANGELA GRECO

Poesie passionali, ispirate da un  sentire fortemente partecipativo, dove i versi, con euritmica fluidità, accompagnano i movimenti emotivi della Greco. Tutto è morbido, gentile, contagiante, e la  luminosità dei verbi  trova l’innesto giusto in iuncturae di iperboliche sinestesie. Senz’altro poesia armonica, di tradizionale presa lirico-nostrana, che tradisce, volutamente, per limpidezza formale e disciplinare, ogni tentativo di riforma prosastica che ha tentato di contagiare, negativamente,  il corso della nostra tradizione:

Piove da abbattere difese, nei giorni colorati
da un incipiente autunno, piove; poco altro
da aggiungere a noi d’acqua e terre emersi…
.

Piove e il cielo cupo irrora di lacrime le strade, i campi, la selva. Tutto è in mano ad un cielo brontolone che invia i suoi singhiozzi  a una terra dimessa e triste come le  gramaglie di un autunno che piange una fine. L’amore si fa vivo, sempre più presente, in un crescendo da sinfonia wagneriana, rinvigorendo  i palpiti di un cuore sempre più caldo e in sintonia con i rubini di stagione. C’è aria di fuga; il tentativo di sottrarsi ad una sorte che tutto dispone. La voglia di abbracciare il sereno,  di aprire la finestra alla luce per ascoltare una voce che parli ancora di erotiche avances. Non lasciamoci vincere dal tempo, ma lottiamo, anche col semplice ricordo, lottiamo a ché torni la sagoma di un volto che è dentro noi, e che la poetessa chiama con parenetico grido:

Ci incontreremo appena più in là
di queste ore, in un biglietto di sola andata, che
ritorna inesorabile, per questa voglia di correre
nella direzione esatta delle tue mani e della tua bocca.
.

Ci incontreremo appena più in là; nella direzione dei nostri desideri; in un mondo di chiarori e di sogni, dove il destino piangerà la sua sconfitta, e dove capirà che è possibile correre verso la pulcritudine di eros. Basta amare e tutto sarà splendente come un giorno di primavera. La natura si fa complice coi suoi innesti visivi, con l’incastro di argomenti scomodi:

Gli scoiattoli fanno incetta di provviste per l’inverno;
man mano che hanno tempo, gli alberi ingialliscono
e sperduti romantici raccolgono i colori in una tazza
di tè, cardiotonico per il buio delle giornate a venire.
La forma a cuore del tiglio richiama un argomento
scomodo, mentre bevo il secondo caffè della giornata.
.

Finché si fa dominante ricorrendo al mare, alla casetta di legno, alle lenzuola, al tutto: quello che conta è ricominciare, e amare, verso un traguardo di erotismo catulliano:

Spogliami davanti al mare, tra le tue onde, nella casetta
di legno che odora di sale e ridi; tra le lenzuola sei un atto
di ribellione a quest’ordine stabilito. Riconfiguriamo un
attimo senza anestesia e lasciamo alle conchiglie il compito
di narrarne le gesta a chi porgerà l’orecchio prima della marea.
Dopo, dormiremo senza pensieri, se non quello di ricominciare

Nazario Pardini

*

Due inediti di Angela Greco

«La poesia deve avere in sé qualcosa
che è barbaro, immenso e selvaggio.»
(Denis Diderot)
1.
Piove da far crollare argini, nelle notti
scure di lampi viola, piove; alle spalle
tuona con straordinaria voce il cielo.
.
Si confondono acque e pensieri, dita
intrecciate alla coperta pregano il nome
tuo, spiando stelle nascoste nella piega
dell’insonnia. Ipotesi d’azzurro e del tuo volto
s’affacciano alle prime luci; l’aurora diserta
la chiamata e la Polinesia non è poi così
distante da questo atollo di meraviglia.
.
Sconfiniamo allora oltre chilometri di buio,
in un rettilineo dalla prospettiva precisa;
il salone delle feste con il pavimento a scacchi
e il grande specchio a moltiplicarci. Piove,
non ha voglia di smettere e nemmeno noi;
affaccendati tra vie traverse accadiamo
per caso, per erranza del fato, coincidenti
in un punto preciso dove non si tocca il fondo.
.
La finestra è uno scorcio della cappella Rothko,
mentre Klein sorride dalle sue profondità blu,
così simili alle tue parole da trovare il mare
anche qui. Ci incontreremo appena più in là
di queste ore, in un biglietto di sola andata, che
ritorna inesorabile, per questa voglia di correre
nella direzione esatta delle tue mani e della tua bocca.
.
Piove da abbattere difese, nei giorni colorati
da un incipiente autunno, piove; poco altro
da aggiungere a noi d’acqua e terre emersi.
.
.
.
2.
A quale maltempo appartiene questo presente
di dimenticanze? Dove stiamo andando? Lo domando
ancora, anche in questa poesia senza esito.
L’autostoppista fermo sul ciglio ha una speranza;
la fretta della borsa narra di quel che si è perso.
Ci prendiamo per istinto animale e ci auguriamo
ogni benedizione; ma cosa sta accadendo? E, noi?
.
Il canadair sorvola fuoristagione il bosco e la strada
taglia il pericolo di propagazione incendi; si gioca
d’anticipo, una strenua difesa senza oscillazioni,
orologi che hanno perso il senso del tempo per colpa
della batteria. Le mani, dopo le previste ore di lavoro,
non avvitano più nulla; si perde così la relazione, il
contatto con questo trascorrere ipnotico e silenzioso
d’uomo. La domenica mattina è un salmo reiterato.
.
Gli scoiattoli fanno incetta di provviste per l’inverno;
man mano che hanno tempo, gli alberi ingialliscono
e sperduti romantici raccolgono i colori in una tazza
di tè, cardiotonico per il buio delle giornate a venire.
La forma a cuore del tiglio richiama un argomento
scomodo, mentre bevo il secondo caffè della giornata.
.
Spogliami davanti al mare, tra le tue onde, nella casetta
di legno che odora di sale e ridi; tra le lenzuola sei un atto
di ribellione a quest’ordine stabilito. Riconfiguriamo un
attimo senza anestesia e lasciamo alle conchiglie il compito
di narrarne le gesta a chi porgerà l’orecchio prima della marea.
Dopo, dormiremo senza pensieri, se non quello di ricominciare.
.
(ottobre 2018 — in apertura: fotografia di Mimmo Jodice, Figure del mare 10)

Oltre la rete, la poesia italiana che si incontra oggi: Emilia Barbato

La poesia che si legge e che ci legge oggi continua ad accompagnarci in questa rubrica a cadenza imprecisa, giunta oggi al quarto appuntamento. Una compagnia, che si sta rivelando, col trascorrere delle settimane, un momento di incontro particolarmente apprezzato e condiviso, nonostante il piccolo circuito di cui fa parte questo blog; poca cosa rispetto a testate letterarie più conosciute e redatte da addetti ai lavori, che raccolgono miriadi di consensi a prescindere. Ma noi ci accontentiamo della goccia che modella la roccia; qui, con la nostra libera e gratuita divulgazione quotidiana, che va avanti ormai da anni, non badiamo ai grandi numeri e ai grandi nomi, ma puntiamo tutto sulla Persona, sul suo saper ancora essere l’anello mancante tra questi tempi spiazzanti per assenza di umanità e quello che, un tempo, eravamo. Buona lettura, quindi. Perché la Poesia è anche questo. (AnGre)

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OLTRE LA RETE: Emilia Barbato

Detective selvaggi.
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1
leggo detective selvaggi
trovo figure sordide
e un poco butterate,
del resto mi avvicino a domani
e metto via il personaggio
di Lupe, le sue gambe aperte,
l’uomo e il coltello con cui
si incide piccole ferite,
cosa c’entra la terra
se penso al bellissimo seno
rifatto di Sonia? Vederti tonda
e bionda quando parli del nipote
di Guevara e ti apri chiedendo
consigli sui libri di filosofia
come se qualcosa potesse
ancora migliorarti già tutta bella,
semplice e fasciata di un sorriso
caldo come il sole di Cuba
che matura i frutti e le foglie,
dammi un sigaro Sonia
e un rum in un bicchiere
opaco, insegnami i rituali
quando i fuochi fendono
la notte, Sonia, ridi ancora
.
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2
stavo leggendo Bolano
quando è arrivata la notizia.
Fissavo una pagina e gesti
distanti, la solitudine delle cose
provvisoriamente dimenticate.
I tetti di notte calano e si alzano
in un respiro e i fiori d’arancio
fanno un movimento inavvertito
in un poco di bianco, talvolta grilli.
Pensavo a quanto le persone durino
meno di una fiaba, poco,
una minuzia, ancora meno,
mentre leggevo una poesia
a pagina trentacinque, dove lei
è lontana da una di quelle storie
lette alle bambine e in cui i padri
non hanno occhi che per loro
e poi invece se ne vanno, sì!
Pensavo a questo fissando i cani
romantici e alle rigide correzioni.
Dicevo mica sono indecenti
se da grandi ammucchiano libri,
bordeaux e valium, se chiamano
genio una scarpetta sfregandola
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Fiori di fulmine
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Scorrono fiori di fulmine sotto le palpebre
in giorni come questo dove il sole è un lago
interrotto e i rondoni si aprono in formazioni
scoordinate sulla rete metallica del tetto.
I lampioni restano infruttuosi nel pieno di questo giorno
dove tu non parli e pensi che la pazienza sia un seme
impossibile eppure la terra è stata debbiata ma tu taci
in modo che scorrano fiori di fulmine sotto le palpebre.

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Emilia Barbato è nata a Napoli nel 1971 e risiede a Milano. I suoi testi sono apparsi in diverse antologie e sull’Aperiodico ad Apparizione Aleatoria delle Edizioni del Foglio Clandestino. Geografie di un Orlo (CSA Editrice, 2011) è la sua prima raccolta di poesie; seguono: Memoriali Bianchi (Edizioni Smasher, 2014), Capogatto (Puntoacapo Editrice, 2016), I classificato sezione Libri Editi IX edizione del Concorso Nazionale di Poesia “Chiaramonte Gulfi – Città dei musei” e Il rigo tra i rami del sambuco, appena uscito per i tipi Pietre Vive Editore, 2018.