Proposte dagli autori: La poesia della vita – il libro che proclama lo stupore di Monica Baldini letto da Angela Greco AnGre

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Estratti da La poesia della vita – il libro che proclama lo stupore di Monica Baldini

OH IMMENSITA’
.
di tinture
e gli umani piccoli
puntini ammiranti
dal basso
rivolti su.
.
Come tele s’immortalano
all’imbrunire
e s’infiammano
ne l’aria a sera.
.
*
.
C’E’ UN TEMPO PER LA FINE?
.
Mi sono chiesta.
.
C’è un vivido
motivo
che entusiasmi
l’essere così forte
da mettere il punto
alla sua creazione
perché quanto poteva
o si aspettava
e non oltre
alla creatura
ha donato.
.
C’è un inizio
sì, c’è una fine.
Il tempo
non la stabilisce
ma la vita
che scorre nel tempo.
Le sue vicende
e le sue emozioni
scarne
sempreverdi.
Quelle intonse
voci
d’amore.
.
E lì i sipari
all’ora e alla lietitudine
calano lasciando
gli spettatori soddisfatti
e insoddisfatti
come è la vita
che è vita sempre.
.
*
.
SCAVARE NELLE PROFONDITÀ
.
E quando penseresti di dire qualcosa che neppure conosci, vuoi ammettere o scavare nelle profondità abissali del tuo io. L’io che sogna, nasconde e cela, maschera di un velo che ogni tanto si scosta ma fa arrivare meno luce. Eppure fare luce ci vuole – dirsi chi si è nel contesto, è cosa buona e anche utile per sciogliere e progredire. \ Per progettare occorre immaginare e illimpidire il cuore da una mente vasta e sgombra. \ La realtà cambia se scegliamo di farlo ogni attimo di vita che c’attraversa le mani. \ Nulla tratteniamo, neppure il tempo che è pellicola su cui scorrono le nostre stagioni, le nostre emozioni e forse sono loro, che ci indicano il mistero. \ Dare, non trattenere poiché che sia materia o intangibile, se ne va leggera per l’aria e trapassa qualunque momento d’estate, d’agosto o prossimo. \ Come si intrappola l’orario, la ricchezza, la relazione? Non si può perché viaggiamo, passiamo mentre viviamo e ci destiniamo all’eterno che non vediamo ma sentiamo, percependolo nella verità che c’avvolge sin dal primo battito. \ Così nuotiamo giù e risaliamo accostandoci con tenerezza a noi, alle sofferenze e feritoie che ci hanno segnato seccandoci ma non estinguendoci – fortificandoci come diamante levigato. \ Siamo tesori, gioielli smussati, fiori nutriti dal sole, dalla pioggia, siamo creature. \ Sangue dell’anima potrà essere sanato con tempo e pace, costante sforzo per volere amore nella propria esistenza, amore che riempie e si dona, amore che dà le vertigini di un sentire superiore più alto e completo, una comprensione pulita, una freschezza nuova, un bagliore arborescente. \ Ed io di me dico, che vorrei tanto amore, da dare, ricevere, scambiare come omaggio incensante, regalo, regalità immensa, trepidante vestigia ellittica.
***
.xxxx

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La poesia della vita – il libro che proclama lo stupore (Tau Editrice, 2021) è un’opera in versi e prose della marchigiana Monica Baldini alla sua sesta prova editoriale. Nata a Fano nel 1985 è laureata in Scienze Internazionali e Istituzioni Europee; collabora con siti on line e suoi scritti sono presenti in alcune pregiate riviste letterarie. Il libro, propostomi dall’autrice stessa, è un cospicuo corpus, dedicato “A quanti hanno occhi e cuore per la poesia della vita”, di natura intimista-religiosa, improntato sugli insegnamenti francescani ed evangelici, votato all’invito a partecipare della Vita con occhi cristiani sicuramente, ma soprattutto di Persone che hanno a cuore il senso profondo delle cose e l’altro da Sé, come espressione del Creatore che si manifesta nelle sue creature.

Il libro esordisce con un estratto della preghiera Laudato si’ del Santo assisiate dedicato alla Madre Terra e di cui viene posto tutto il nome in maiuscolo rispetto a tutti gli autori degli altri incipit, che aprono le sezioni successive con citazioni dalla Bibbia, mettendo in tal modo in risalto il pensiero dominante nelle pagine. In questo solco l’autrice si lascia andare a una serie di riflessioni anche sull’attualità scaturita dagli ultimi tempi di situazione sanitaria, con tono pacato e sensibile sia nelle prose che nei versi, tra le cui espressioni il libro si equilibra, affidando alla poesia il ruolo proprio della preghiera e della speranza.

E’ un testo che mette a nudo la visione della Baldini in relazione ad una società che sembra aver perso i punti di riferimento; includendo esperienze personali e cenni biografici, sono riflessioni profonde, un “diario dell’anima-cuore”, che attraversano prima di tutto la coscienza dell’autrice e che successivamente interrogano lo stesso lettore, in una forte aura mistica quasi anacronistica per la poesia contemporanea. Il mistero del Creato è la materia che nutre queste pagine, pervase di una profonda e sentita fiducia verso Colui che tutto può.

In tutta onestà meraviglia il forte contrasto tra il tono della scrittura e la indubbia dolcezza che promana e quel “proclama” utilizzato nel titolo sicuramente come enfatizzazione del messaggio cardine, quindi in senso positivo, ma che alle orecchie stona, poiché per definizione il verbo indica “dichiarare solennemente in un contesto ufficiale, decretare” e fa assurgere l’autore ad un livello che poco ha a che spartire con il contesto con cui si apriva l’opera. Ma, forse, ogni tanto è anche giusto usare un certo tono… [Angela Greco AnGre]

Il sasso nello stagno di AnGre - proposte dagli autori

Simone Consorti, estratti da Voce del verbo mare con una nota di Angela Greco AnGre

Il sasso nello stagno di AnGre poesia edita

Voce del verbo mare (Arcipelago itaca Edizioni, 2022) di Simone Consorti, estratti

Voce del verbo mare

“Il vero infinito è il passato remoto
perché per l’eternità
nessuno potrà toglierci
ciò che è terminato già”
disse lui con un tono un po’ rude
“Semmai il passato prossimo
perché è iniziato ma non si conclude”

Poi riuscirono a litigare
perfino su come coniugare
l’infinito del verbo mare

*

Ti ho dato appuntamento senza dirtelo

Ti ho dato appuntamento senza dirtelo
e sono qui in anticipo da tanto
perché so che non verrai
ma non so quando

*

Ho cominciato attendendoti

Ho cominciato attendendoti
nel giorno del nostro primo
non appuntamento
Da qualche parte si deve iniziare
a imbalsamare un amore

.

Simone Consorti torna al pubblico con Voce del verbo mare (Arcipelago itaca Edizioni, 2022), nuova esperienza in versi per l’autore romano, classe 1973, autore già di due precedenti sillogi (Le ore del terrore, 2017Qui su questo blog e Nell’antro del misantropo, 2014 – qui su questo blog) e di altri lavori in prosa e fotografia.

Consorti esordisce in questo edito – di cui ringrazio per il gentile invio – giocando con il lettore e con la poesia, quasi sfidandolo e sfidandosi tra rime, paradossi e derive surreali a seguirlo in una costruzione personale, che, soltanto a posteriori, rivelerà la natura dell’indagine e il sentire del poeta. Alla terza raccolta di questo autore, personalmente mi appare chiaro che egli tenti a priori di avvicinarsi al lettore e solo dopo averne testato la tenuta, prosegua con la sua caparbia determinazione di affermarsi tra i versi, tra luci e ombre che gli conferiscono un aspetto evanescente, forse a difesa di un certo carattere che non rivela mai fino in fondo. A sostegno di ciò la nota di chiusura di Voce del verbo mare, intitolata “C’era una volta Simone Consorti”, un decalogo che racconta la biografia dell’autore tra tesi e antitesi, che lascia un retrogusto di beffa e sa tanto di espediente editoriale, che forse la Poesia con la maiuscola non merita. Nelle pagine, invece, tra le righe, si avverte la persona e non il personaggio e la poesia non manca.

“Tutto sta nel dire insieme le parole
Giustiziacontrollo
sicurezzarepressione

Tutto sta nel dare fuoco alle idee
che sono già cenere

Tutto sta ad arrivare alla fine
e passare il testimone”

Questi versi da “Hindenburg” sembrano ben riassumere il percorso di questa silloge: poesia come visione del reale e passaggio a chi riesce a comprenderne significati, significanti e tutta una svariata serie di significazioni che arricchiscono via via il lettore. Consorti parla di vita e morte, come è in uso nella poesia di quest’ultimo periodo letterario però, escludendo le grandi domande, ma prendendo gli argomenti come pretesto per esorcizzare la paura atavica, quella che, in fondo, ci fa umani.

Voce del verbo mare è una ricognizione di differenti momenti vissuti dal poeta, che restituisce al lettore un quadro d’insieme della poetica di questo singolare autore. Consorti si cimenta con la poesia, come con qualcuno che ammira e che rispetta e con essa intenta un dialogo costante sempre sopra le righe, però, senza mai scendere negli inferni che presto o tardi la Poesia mette dinnanzi a coloro che decidono di frequentarla; si mostra – mi si passi il termine – “timido”, “vuole scomparire”, eliminare la sua presenza, ma il tono non è sommesso, né pacato; piuttosto sembra che egli cerchi una strada per mettersi in luce, per affermarsi, pur con l’espediente narrativo della scomparsa dell’autore, come si avverte soprattutto nelle ultime poesie del libro.

3.
La trasformazione è andata avanti
Ora la facciata della casa
dal pavimento alle tegole
contiene scolpite dieci regole
L’undicesima è che mi sto per dissolvere
in un Dio eterno
o in polvere
Perciò la mia fede
non nel piombo
nell’argento vivo o spento
o in quello che si vede
ma nell’apparizione/sparizione di me stesso
da oggi in poi avrà sede

(estratto da “Barnekow”)

*

Ho applaudito una zanzara
proprio nel momento in cui passava
Un solo battimano convintissimo
senza prove senza repliche
senza attese senza eco senza storia
T’invidio zanzara caduta
in un momento irripetibile di gloria

(“Ho applaudito una zanzara”)

Consorti vive un’attesa, come egli stesso afferma negli undici punti della nota in chiusura; ma sembra vivere questa condizione rivolta soprattutto verso se stesso. Tutto il testo è disseminato di voci che si rivolgono allo stesso autore, come se parlasse a se stesso e da se stesso attendesse una risposta che non arriva, ma che sembra essere il motivo della sua scrittura. Si ha la sensazione, alla fine della lettura, di aver preso parte ad un processo istruito e sentenziato dall’autore stesso che, in fondo, ha solo chiesto ai lettori di svolgere il ruolo del pubblico che supporta la veridicità dell’accaduto. [Angela Greco AnGre]

Aiguiller, il nuovo progetto poetico di Angela Greco AnGre

AIGUILLER Poesia di Angela Greco AnGre Ladolfi Ed.

Nel mezzo del cammin della mia vita, mi ritrovai in una selva ancora oscura, ma illuminata dalla Poesia. Oggi, Dantedì, esce AIGUILLER, il mio nuovo progetto edito da Ladolfi Editore che ringrazio. Condivido con i miei lettori questa gioia e invito a seguire il blog, perché presenterò  a breve il libro, con un mio personale intervento, qui, in questo mio spazio del cuore. Grazie.  (AnGre)

🕊

“[…] La tigre al centro della camera bianca e nera
è un tratto di penna sul foglio candido.
Lui si avvicina, lentamente. Lei, immobile, aspetta.
Inattesa la zampata squarcia il silenzio.
Un corpo a corpo spietato.”

*

Estratti da Afflati di Felice Serino con una nota di Angela Greco AnGre

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Estratti da Afflati di Felice Serino (e-book, 2022)

Senza titolo 2
.
un’alba cadmio
apre spazi
inusitati nel cuore
.
usciti dal sogno
beccano sillabe
gli uccelli di Maeterlinck
in un cielo di vetro
.
da un luogo non- luogo
le uve dei tuoi occhi
chiamano il mio nome
genuflesso nella luce
.
.
.
Spleen 2
.
brusio di voci
.
galleggiare di volti
su indefiniti fiati
.
si sta come
staccati
da sé
.
golfi di mestizia
mappe segnate
dietro gli occhi
.
vi si piega
il cuore
nella sanguigna luce
.
.
.
Vita nascosta
.
il muro d’aria che divide
luogo e non- luogo
o solo quell’esistere sognato
che torna come déjà vu
.
qui solo apparire:
l’essere è vita
parallela – nascosta
.
.
.
serino copertina afflatiFelice Serino (Pozzuoli, 1941), autore prolifico, redattore presso molti lit-blog e riviste on line, ha all’attivo diverse sillogi poetiche; la sua poesia è tradotta in diverse lingue. Con Afflati (scaricabile cliccando QUI), il nuovo e-book creato all’inizio di questo 2022 in cui raccoglie la sua produzione poetica 2019 – 2020, rinnova il legame con i suoi lettori.
In effetti, quello che si stabilisce con questo autore è un legame di fedeltà, tra se stesso e i suoi temi e tra il poeta e il suo pubblico, il quale, ad ogni lettura, rileva una sfumatura, coglie un significato in più, in un’attesa mai delusa nei confronti di questa poesia che, col passare del tempo, si eleva, percorrendo man mano proprio quella strada auspicata dall’autore nella stesura dei propri versi.
La lettura è introdotta da una breve ed efficace Prefazione redatta da Enrico Marià, che si sofferma, a giusta ragione, sull’introspezione, che diventa patrimonio comune, esternato con sonorità lievi, mai eccessive, fuori luogo o aggressive; un balsamo anche per questi tempi che stiamo attraversando, nei quali Felice Serino si pone, con la sua voce sensibile e costante, quasi come un punto fermo al quale riferirsi.
“Afflato”, per definizione, è il soffio, ma anche l’ispirazione e nella poesia che Felice Serino ha incluso in questo titolo al plurale, ben si coglie questo momento particolare occorso nella vita del poeta, il quale sembra voler gradualmente lasciare le cose terrene per involarsi verso un cielo verso il quale l’anelito non è mai stato celato o mal esternato in tutta la sua produzione poetica. Il tono delle poesie detta quasi una suddivisione in due parti: nella prima si avverte un’assenza, una mancanza, quasi il poeta stesse usando la poesia per ricordare qualcosa o, meglio, qualcuno, che era presenza e che oggi ha mutato la sua condizione; nelle poesie successive, invece, si ritrova il Serino dei precedenti lavori, la sua forza e la sua radice, in un’analisi intima degna di nota e che mai abbandona i riferimenti culturali e artistici tipici di questo poeta.
La poesia di Felice Serino si apre sempre alle domande fondamentali, alle riflessioni filosofico-religiose, che fanno bene al lettore, ma anche alla rappresentanza italiana di questa scrittura, alla Poesia nostrana degli ultimissimi tempi intendo, spesso maltrattata con il trattare argomentazioni futili, quando non parli addirittura di questioni sterili con la scusa di essere specchio dei tempi. [Angela Greco AnGre]

Flavio Almerighi, tre poesie da Lettere con una nota di Angela Greco AnGre

Tre poesie da Lettere di Flavio Almerighi (Macabor, 2021)

Lettera

Ora tocca a te comprendere
l’estate sconosciuta
senza tradizioni di famiglia.

Candela flessibile
consumata sotto l’altare
di chi non crede,
carne e stoppino, là
dove spiaggiano desideri.

Dimmi tu di te,
quali siano le tue rondini
come mai sono già partite,
quanto ti spaventa e meraviglia
se un cane

vuole leccarti la mano.

Io sto qui
a cercare e vendere,
ho tutto sott’occhio
quando non precipito,
ti sia lieve la mia lettera
lanciata alta
assieme a un bacio.

.

Essere Te

Desidero essere Te,
amore è sequenza di metastasi benigne
e anticorpi a renderle felici

diventiamo l’un l’altro per osmosi
con rapidi cambi di ruolo
e il nome non è più tuo né mio,
ma tutto è verità

.

Quartetto d’archi

Mai visto un quartetto d’archi
suonare nella corte di un parcheggio,
un uomo d’aspetto indurito
tenere nel pugno chiuso un uccellino
dal capo reclinato
per accarezzarlo, chiedere il risveglio
da tutta la malinconia che stagna
silenziosa in città
nel momento dell’impossibile comunicare,
riconoscersi e dire qualcosa
per niente infastiditi
dall’ombra o dall’altrui respiro,
l’uccellino fuggire
dal pugno dell’uomo indurito,
rinfrancato dal gesto d’affetto,
nessuno più ne ricorda il nome.

.

Flavio Almerighi è nato a Faenza il 21 gennaio 1959.  Ha all’attivo diverse raccolte di poesia: Allegro Improvviso (Ibiskos 1999), Vie di Fuga (Aletti, 2002), Amori al tempo del Nasdaq (Aletti 2003), Coscienze di mulini a vento (Gabrieli 2007), durante il dopocristo (Tempo al Libro 2008), qui è Lontano (Tempo al Libro, 2010), Voce dei miei occhi (Fermenti, 2011) Procellaria (Fermenti, 2013), Caleranno i Vandali (Samuele, 2016). Storm Petrel (edizione bilingue di Procellaria, Xenos Books Los Angeles 2017), Cerentari (antologia fuori commercio Tempo al Libro 2017), Isole (Ensemble 2018), Ignoti (e book gratuito Collana Lotta di Classico a cura di Massimo Sannelli 2018), Lettere (Macabor, 2021).

.

*

Almerighi Flavio - Lettere, 2021Nel 2021 per i tipi Macabor è uscito Lettere, una intensa raccolta di poesie di Flavio Almerighi, che con questo nuovo edito mette a segno un altro significativo punto sull’attenzione alla poesia come osservazione minuziosa del vissuto e degli accadimenti non solo personali. A differenza di altri testi della produzione di questo autore, Lettere ha una vocazione alla lirica pacata e non più guerrigliera come si leggeva, ad esempio, in Procellaria (2013 e rieditato bilingue nel 2017 – Qui la nota in questo blog), ma anche in alcuni momenti di Caleranno i Vandali (2016 – qui la nota in questo blog) e sembra piuttosto seguire l’andamento di Isole (2018 – qui, la nota in questo blog), nel quale il poeta inizia a mettere in atto un certo distacco dalle cose del mondo per poter meglio osservarlo dalla sua consolidata posizione “di vedetta”, come egli stesso spesso ha affermato.

In Lettere, opera suddivisa in quattro sezioni evocanti la lettera di non molto passata memoria, quella scritta a mano per altre mani e altri occhi, che ne avrebbero sentito il profumo e la consistenza materica, si avverte la coscienza del Tempo che passa, lasciando segni e sensazioni che si offrono al poeta quale materia per la sua poesia. E una lettera si scrive perché altri possano leggerla, per consegnare qualcosa a qualcuno e Almerighi, dietro un titolo che può apparire a primo acchito fuori luogo per parlare di poesia, in queste pagine dona moltissimo di se stesso al lettore, creando un clima intimo nel quale non è difficile ritrovarsi, come nella migliore Poesia.

Ma, a mio avviso, “lettere” dovrebbe anche essere inteso non solo nel senso di missiva inviata a qualcuno da cui il mittente non si aspetta nemmeno più risposta, ma anche nel senso stretto del termine: ogni lirica è una lettera per comporre e per decifrare un messaggio, per intendere quei suggerimenti disseminati in tutto il testo che il poeta lancia, come chi ben conosce la situazione e sa che da solo non potrà mai risolverla. E mi riferisco a quelle liriche nelle quali l’autore riprende o sfiora con il fare della sua esperienza anagrafica, temi sociali che non hanno tempo, ma possono solo essere di volta in volta, di poeta in poeta, messi in luce per essere testimonianza del proprio tempo.

Nelle sezioni del libro – Lettere mai consegnate, Affrancatura a carico del destinatario, Lettere d’amore e non, Lettere di Giovanni Sagrini (personaggio immaginario che porta il nome del bisnonno materno e al quale l’autore relega un ruolo quasi da Alter-Ego, per quegli aspetti poetici maggiormente romantici e che trovano meno spazio nella sua scrittura usuale) – appare forte la voglia del poeta quasi di liberarsi, di estromettere e destinare ad altri le proprie sensazioni, i propri luoghi, il proprio vissuto e persino la propria fantasia non per essere il centro dell’argomento, ma piuttosto per condivisione di momenti importanti dai quali permettere ad altri da sé di poter trarre esperienza.

Gli spazi tra le strofe dei tipici versi brevi ed incisivi, che danno riconoscibilità alla scrittura, sembrano sospiri tra uno sguardo e l’altro, ma anche tra un battito del cuore e il successivo, così distante che sembra quasi nostalgia. E questo sentimento, che in questo autore e in questo libro risulta nobile – come quando è trattato in una certa maniera che non ne consenta lo scadere nella retorica – occhieggia al lettore in tutte le pagine, anche quando si tratti di qualcosa di vicino o ancora in atto: è la ricerca di quel che resta di quel tempo in cui si aveva uno sguardo differente che ancora il Vivere non aveva offuscato, consegnato al lettore con una scrittura che mai si tinge di colori scuri e che fa anche di quest’opera di Flavio Almerighi, un tassello importante nella poesia italiana contemporanea. [Angela Greco AnGre]

Guglielmo Aprile, estratti da Sinfonia del mare con una nota di lettura di Angela Greco AnGre

Il sasso nello stagno di AnGre poesia edita

Versi da “Sinfonia del mare” (Il Convivio Editore, 2021) di Guglielmo Aprile

*

Il pianto del mare
.
Il mare detta ai propri sparsi scribi,
gli scogli, la sua autobiografia
per metà vera e per metà delirio;
e in un tono di voce che varia, ora
un mormorio, ora un barbaro urlo, elabora
il suo mai definitivo commento
a un certo evento senza testimoni,
perso nel tempo, di cui serba l’eco,
la sua elegia su un lutto che non uomini
ricordano, ma di cui forse furono
spettatrici colline e rive: questi
luoghi che conoscono la sua storia
ma da millenni segreta la serbano
per aver fatto voto di silenzio,
taciti testimoni di uno scandalo;
vecchio mare che rumina alghe e sassi,
e rimugina a lungo su un errore
non rimediabile, ne porta il peso
che non può con nessuno condividere.
.
.
.
Rime di spuma e vento
.
I
Custodi del ricordo
della genesi: onde,
prime madri del mondo
e di tutto ciò che trascorre;
.
nel vostro terribile gioco
torna bambino il tempo,
dal vostro ingenuo scempio
.
trae origine il fuoco
che in una perpetua catarsi
consuma e resuscita gli astri.
.
.
.
Doni del mare
.
Il forziere delle onde rovesciandosi
contro gli scogli rende indietro agli uomini,
secoli dopo, quanto loro il mare
in pegno del suo canto strappò via:
restituisce alla riva relitti
di città andate a fondo, di equipaggi
sorpresi da un fortunale, un biglietto
nelle tasche di chi si arrese alle acque,
dracme ossidate, amuleti incrostati
di salsedine, schegge di polene
strangolate dalle alghe, marce assi
di carene, frammenti luccicanti
che il fondale trattiene e poi rigurgita
dai suoi intestini, monche mappe e pagine
dei diari di bordo, in cui pionieri
avvistamenti e miraggi annotarono
lungo le loro traversate, e nomi
di costellazioni mai viste prima;
mare, concedimi altri dei tuoi doni,
la chiave attendo che sciolga il tuo enigma.
.
.
.
Guglielmo Aprile è nato a Napoli nel 1978. Attualmente vive a Verona. È stato autore di alcune pubblicazioni di poesia (“Il dio che vaga col vento”, 2008; “Primavera indomabile danza”, 2013; “L’assedio di Famagosta”, 2015; “Il talento dell’equilibrista, 2018; “Elleboro”, 2019; “Farsi amica la notte”, 2020) e di studi critici sulla poesia del Novecento e su alcuni classici della tradizione letteraria italiana.
.
.

*

Nota di lettura di Angela Greco AnGre

Sinfonia del mare (Il Convivio Editore, 2021) è il nuovo edito di Guglielmo Aprile. Il titolo rende al meglio la materia trattata: versi godibilmente orecchiabili e di apprezzabile matrice classica, che parlano al lettore della passione per l’elemento acqueo attraverso esperienze sensoriali e materiali vissute, che rendono il mare quasi un genitore al quale il poeta si sente molto legato e del quale fa percepire un crescendo sonoro di pari passo con lo scorrere dei versi. Il sostantivo “mare” ricorre quasi in ogni lirica; quasi a voler riproporre lo sciabordio marino che lambisce la battigia, mentre si vede il poeta in un limbo tra terra e acqua, in un momento intenso, assorto su quanto gli scorre dentro e intorno. E’ l’orecchio ad essere chiamato in causa insieme all’occhio, in questa raccolta poetica densa, che incuriosisce il lettore e lo induce a riaprire la riflessione sull’elemento primordiale dal quale ha avuto origine, in fondo, la Vita stessa.

Emerge anche la nostalgia per mondi perduti e affetti passati, ricordi di viaggi e riflessioni che coinvolgono il lettore, che si sente trasportato dal mare fin nei meandri dove vuole condurlo il poeta, che mai perde i remi, né la direzione – per rimanere in una metafora marina – di una poesia molto ben scritta e di cui conosce bene meccanismi e tradizione. Guglielmo Aprile non si stanca di dire del suo mare, che verso dopo verso, diviene metafora collettiva, che non risparmia argomentazioni meno dolci per rendere al meglio anche il presente. Dell’ambiente marino non manca nulla e ogni dettaglio è trattato con competenza e sensibilità; si avverte forte il legame dell’autore con qualcosa di cui sembra patire l’assenza nel quotidiano e che cerca ogni qualvolta gli sia possibile per poi restituirlo – a se stesso prima di tutto e poi al lettore – in poesia. Una netta lirica melodica e malinconica, che fa vibrare le corde degli animi più delicati. [Angela Greco AnGre]

Omaggio a Cristina Annino

Il sasso nello stagno di AnGre partecipa al cordoglio per la recente scomparsa della poetessa, riproponendo i suoi versi condivisi in questo blog.

***

Cristina Annino, pseudonimo della poetessa italiana Cristina Fratini (1941 – gennaio 2022). Laureata in Lettere moderne presso l’università di Firenze, nella città toscana ha avuto l’opportunità di entrare in contatto con il Gruppo ’70. Non me lo dire, non posso crederci (1969) è il suo primo libro di poesie, a cui ha fatto seguito nel 1977 Ritratto di un amico paziente. Del 1979 è il suo primo romanzo Boiter. Con la raccolta Il cane dei miracoli ha vinto la prima edizione del premio della casa editrice Bastogi nel 1980 e nel 1988 con Madrid il premio Ruzzo Pozzale. Nel 1984 Walter Siti la include nel terzo volume dei Nuovi poeti italiani. Tra gli altri libri di poesie si ricordano: Gemello Carnivoro (2002), Casa d’Aquila (2008), Magnificat (Poesie 1969-2009) (2010), Anatomie in fuga (2016). I suoi scritti sono stati tradotti in diverse lingue e inseriti in antologie. Dal 1989 ha cominciato a dipingere e da allora ha fatto mostre e personali in Italia e all’estero (da Treccani).

*

Area del disgusto

per Ezra Pound
.
Quei giorni bovini nel cavolo
di voliera! Aree del disgusto
per cavalli sul prato (lussuria igiene),
qualcuno
lo guarda e lui batte sul muro
la testa. Poi aspira, lo giuro,
a camionetta le spalle in sé, uccelli
anche, pensando; un dito
dissoluto così. Con infinita
santità ingoierebbe le spore
schizzate più della luce,
distanti nell’erba pulita. E suda
castamente quando vede che
il cavallo alla fine ribruca sé.
.
***
.
E’ Scrittura, altroché! strilla
sempre, ed è vero, origine
della creazione pura in quel mazzo
di prato che dà vita al concime nostro,
lo ricicla e ci piace. Si fanno
libri a palate, ingoiando. Dice
umano tra i ferri; in fin dei conti
la vita cos’è? fior di latte
e letame, svolacchiando
per digerire che?
.
***
.
Non dipinto o colonna,
ma carne e osso quant’è l’emicrania,
Pound miracoloso a Pisa
(sporco e creatività), vorrebbe
tanto calarsi, ha disturbi
d’olfatto, visivi. Non
ce la fa però con niente, né
lo spera, non col fango o coi vivi.
Non ci riesce. Allarmato di quel
solennissimo capolavoro che
si sente in un atomo tale,
e si sfascia, entrando tutto
nella mente prensile. Casca
con faccia e piedi lì; distante
il mondo, indice di gravità
tonale.
.
.
(da Anatomie in fuga, Donzelli)
.
.
inclusa in Fuori dallo scaffale AA.VV a cura di Flavio Almerighi e Angela Greco – Il sasso nello stagno di AnGre (clicca sul link azzurro per scaricare gratuitamente l’eBook)
immagine: opera di Vladimir Pajevic
.

Flavio Almerighi, due inediti

carta e penna

Cuore e respiro

stavo entrando in silenzio, quasi di soppiatto,
dentro un sogno d’organza, riccioli neri, lenti appannate,

senza impermeabile e senza ombrello
incurante del buio e di tutto quanto non si può vedere
potrebbe essere passato, futuro o ninna nanna
tutto quanto non si vede, entro solo
senza segno di croce o scongiuro, quando ho freddo
per ritrovare calore, quando sono afono
per bisogno di tornare a pensare,
ascoltando cuore e respiro

*

Fiaba del calicanto

Se ne vanno tutti,
hanno fretta e niente più tempo
.
qualcuno è riuscito a far danzare poesia
tra un ondeggiare di note,
qualcuno sapeva disegnare,
se ne vanno tutti
lasciano dietro uno strame di dolcezza
e la discrezione increspa
qualche ricordo, forse anche il mento
.
aprile è il mese peggiore per un commiato
e a settembre la vita non torna,
solo terra gialla già pestata
pronta ai posteri
.
a gennaio regalai
il mio calicanto
e mi ripresi il cuore,
ero giovane non sapevo,
ora se ne vanno tutti
dopo tanta poca vita.

***

Versi condivisi dal blog amArgine di Flavio Almerighi che ringrazio e al quale rivolgo tanti auguri per il suo compleanno!

Al link che segue anche alcuni estratti dal suo ultimo edito con nota bio-bibliografica dell’autore:  https://ilsassonellostagno.wordpress.com/2021/07/14/flavio-almerighi-alcuni-estratti-da-letterehttps://ilsassonellostagno.wordpress.com/2021/07/14/flavio-almerighi-alcuni-estratti-da-lettere//

Adrienne Rich, From an Atlas of the Difficult World

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Adrienne Rich (1929 – 2012)è stata una poetessa, saggista, insegnante e femminista statunitense.

~

Da un atlante del mondo difficile

So che stai leggendo tardi questa
poesia, prima di lasciare l’ ufficio
con l’abbagliante lampada gialla e la finestra nel buio
nell’apatia di un fabbricato sbiadito nella quiete
dopo l’ora di traffico. So che stai leggendo questa poesia
in piedi nella libreria lontano dall’oceano
in un giorno grigio di primavera, fiocchi sparsi di neve
spinti attraverso enormi spazi di pianure intorno a te.
So che stai leggendo questa poesia
in una stanza dove tanto è accaduto che non puoi sopportare
dove i vestiti giacciono sul letto in cumuli stagnanti
e la valigia aperta parla di fughe
ma non puoi ancora partire. So che stai leggendo questa poesia
mentre il treno della metropolitana perde velocità e prima di salire
le scale
verso un nuovo tipo d’amore
che la vita non ti ha mai concesso.
So che stai leggendo questa poesia alla luce
del televisore dove immagini mute saltano e scivolano
mentre tu attendi le telenotizie sull’intifada.
So che stai leggendo questa poesia in una sala d’attesa
Di occhi che s’incontrano sì e no, d’identità con estranei.
So che stai leggendo questa poesia sotto la luce al neon
nel tedio e nella stanchezza dei giovani fuori gioco,
che si mettono fuori gioco quando sono ancora troppo giovani.
So che stai leggendo questa poesia con una vista non più buona, le spesse lenti
ingigantiscono queste lettere oltre ogni significato però
continui a leggere perché anche l’alfabeto è prezioso.
So che stai leggendo questa poesia mentre vai e vieni accanto alla stufa
scaldando il latte, sulla spalla un bambino che piange, un libro
nella mano
poiché la vita è breve e anche tu hai sete.
So che stai leggendo questa poesia non scritta nella tua lingua
indovinando alcune parole mentre altre continui a leggerle
e voglio sapere quali siano queste parole.
So che stai leggendo questa poesia mentre ascolti qualcosa,
diviso fra rabbia e speranza
ricominciano a fare di nuovo il lavoro che non puoi rifiutare.
So che stai leggendo questa poesia perché non rimane
nient’altro da leggere
là dove sei atterrato, completamente nudo.

*

From an Atlas of the Difficult World 

I know you are reading this poem
late, before leaving your office
of the one intense yellow lamp-spot and the darkening window
in the lassitude of a building faded to quiet
long after rush-hour. I know you are reading this poem
standing up in a bookstore far from the ocean
on a grey day of early spring, faint flakes driven
across the plains’ enormous spaces around you.
I know you are reading this poem
in a room where too much has happened for you to bear
where the bedclothes lie in stagnant coils on the bed
and the open valise speaks of flight
but you cannot leave yet. I know you are reading this poem
as the underground train loses momentum and before running
up the stairs
toward a new kind of love
your life has never allowed.
I know you are reading this poem by the light
of the television screen where soundless images jerk and slide
while you wait for the newscast from the intifada.
I know you are reading this poem in a waiting-room
of eyes met and unmeeting, of identity with strangers.
I know you are reading this poem by fluorescent light
in the boredom and fatigue of the young who are counted out,
count themselves out, at too early an age. I know
you are reading this poem through your failing sight, the thick
lens enlarging these letters beyond all meaning yet you read on
because even the alphabet is precious.
I know you are reading this poem as you pace beside the stove
warming milk, a crying child on your shoulder, a book in your
hand
because life is short and you too are thirsty.
I know you are reading this poem which is not in your language
guessing at some words while others keep you reading
and I want to know which words they are.
I know you are reading this poem listening for something, torn
between bitterness and hope
turning back once again to the task you cannot refuse.
I know you are reading this poem because there is nothing else
left to read
there where you have landed, stripped as you are.

(In apertura, opera di Edward Hopper: “Office in a Small City Department”)

Gérard Blua, selezione di poesie

Versi tratti da Gérard Blua, In corso d’opera. Memoria poetica (Libroitaliano World, Ragusa 2006, trad. di Bruno Rombi)

*

Il poeta maledetto
si recò
presso il Mercante di Notorietà
che gli offrì
una pistola
e due pallottole
una per abituarsi al rumore
l’altra
alla sua notte.

*

Smembrare la propria solitudine
a colpi di disperazione
Dissodare i propri abbandoni
nei roghi suicidi
Amputare l’isolamento
Evirare il silenzio
E nell’intimo del vivere
nel colore meravigliato
carezzare i tratti puri
d’un morto fragile
ancora da nascere

    *

Da quale cova gettata
nel vuoto galattico
polvere nel flusso
di polvere smarrita
azzardo premeditato
che nega tutti gli azzardi
morente infinitamente
ai cicli della vita
ci venne un giorno l’idea
dell’omicidio?

    *

Tuttavia
conservare una traccia del grido
della morsicatura
un passaggio della morsa

Ma d’un volto
non resta per sempre
che la sua invocazione
contro l’oblio.

    *

Ma cogliere le aurore
e fondere i loro baci
ai loro colori sprizzati
e poi racimolarli
con le unghie e i denti
non è affatto
infamia sublime
chiamata dai vostri petti
il diritto possibile?

    *

E il seme dimenticato
dai flutti gorgoglianti
tutto tiepido di schiuma
ancora
si gonfia a loro insaputa
della pioggia nutritiva
d’un sole diffuso
che germoglierà senza fine
nel ventre di un cadavere.

    *

E pertanto l’Uomo
atrofizzato da appetiti e carestie
di viscere contraddittorie
estende i suoi desideri
e bacia
le stelle
con una bocca mobile
ignorante
dei piedi
che scavano nella roccia
un passato più profondo
ancora
che il profondo passato.

.

Gérard Blua è nato a Marsiglia nel 1945. Formazione: filosofia, lettere antiche e psicologia. La sua carriera letteraria comincia negli anni 70. Come editore, nel 1982 ha fondato Le Temps parallèle; nel 1990 Le colletif d’auteurs francophones e il gruppo editoriale Autres Temps, di cui è tutt’ora direttore generale (nel suo catalogo: Guillevic, Tahar Ben Jelloun, Michel Butor, Tristan Cabral, Jacques Gaucheron, Norge); nel 1998 la rivista poetica e letteraria Autre Sud; nel 2002, il trimestrale di cultura e tempo libero Pourtours magazine. È stato presidente dal 1993 al 1999 dell’Associazione degli Editori del Sud-Est della Francia. Ha prodotto e continua a produrre un’opera poetica varia che consta di circa quaranta libri, tra romanzi, commedie, racconti, saggistica, editoriali. Tradotto in molte lingue, ha rappresentato e rappresenta la Francia all’estero nei più importanti festival internazionali. Blua è anche polemista: memorabile il suo Pamphlet contro la riforma dell’ortografia. Le sue ultime pubblicazioni: Ivre Québec 2002, Ed. Ecrits des Forges-Canada; Mot à mot, Antologia poetica di tutta l’opera pubblicata dal 1974 al 2000, ACM éditions, 2001, collection Les Poètes du 21ème siècle. Da circa trent’anni organizza e presenta eventi che sono un punto di riferimento importante nella cultura francese e internazionale. Nel 1985 ha ricevuto il Prix de l’Académie de Marseille per l’insieme della sua opera.

[a cura di Viviane Ciampi per Fili d’aquilone n.4 del 2006, che si ringrazia]

Angela Greco AnGre, versi da Ananke

ANANKE poesie di Angela Greco AnGre - Ladolfi Editore

Angela Greco AnGre, versi da Ananke (Giuliano Ladolfi Editore, 2021)

*

[…] il mattino è un cinque di picche
sulla salita di pietra, ai bordi
della chiesa e della festa scrostate
del bianco e delle luci. Le nuvole
dicono sarà nuova pioggia.
I miracoli avvengono al buio.
.
Molto riconduce a te, oggi
(il sogno, la foto, il dipinto);
le ore ancora non scritte e
il vento, nunzio di lontananza.
Un richiamo nel rumore
di questa stagione, che da troppi mesi
non reagisce e non risponde.
.
In attesa.

~

Qui non c’è più un ordine.
Si procede in mare aperto e
del cassetto nessuna notizia;
sogni e primizie lasciati a terra,
sotto l’albero, che non sa più
né bene, né male, a quale santo
votarsi e a chi fare la novena,
dove andare a giocare.
.
Persone a tempo determinato
e fotografie di assenti giustificati
immersi in pensieri lontani da
questa umanità mendica di voce.
.
«La felicità è una benedizione»
ti ho sentito dire, un giorno.
.
Allora, dobbiamo darci da fare
insieme, adesso.

*

https://www.ladolfieditore.it/index.php/it/catalogo/perle-poesia/ananke.html

Giovanni Raboni, tre poesie

Giovanni Raboni (Milano, 1932 – Fontanellato, 2004), tre poesie

Dopo la vita cosa? ma altra vita,
si capisce, insperata, fioca, uguale,
tremito che non s’arresta, ferita
che non si chiude eppure non fa male

– non piú, non tanto. Lentamente come
risucchiati all’indietro da un’immensa
moviola ogni cosa riavrà il suo nome,
ogni cibo apparirà sulla mensa

dov’era, sbiadito, senza profumo…
Bella scoperta. È un pezzo che la mente
sa che dove c’è arrosto non c’è fumo
e viceversa, che fra tutto e niente

c’è un pietoso armistizio. Solo il cuore
resiste, s’ostina, povero untore.

~

Non di questo presente ora bisogna
vivere – ma in esso sì: non c’è modo,
pare, d’averne un altro, non c’è chiodo
che scacci questo chiodo. Nè a chi sogna

va meglio, che le più volte si infogna
a figuararlo, e fa più groppi al nodo
se cerca di disfarlo (sta nel todo
che si crede nel nada, sempre) o agogna,

ma con che lama? troncarlo. La mente
infortunata non ha altra fortuna,
dunque, che nel pensiero? Certo a niente

più la mia si consola che se in una
deposizione o un offertorio gente
dispersa solennemente s’aduna.

~

Tanto difficile da immaginare,
davvero, il paradiso? Ma se basta
chiudere gli occhi per vederlo, sta
lí dietro, dietro le palpebre, pare

che aspetti noi, noi e nessun altro, festa
mattutina, gloria crepuscolare
sulla città invulnerata, sul mare
di prima della diaspora – e si desta

allora, non la senti? una lontana
voce, lontana e piú vicina come
se non l’orecchio ne vibrasse ma

un altro labirinto, una membrana
segreta, tesa nel buio a metà
fra il niente e il cuore, fra il silenzio e il nome…

Angela Greco AnGre, Pioggia amalfitana

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Angela Greco AnGre, versi da “Ananke” (Ladolfi 2021)

Pioggia amalfitana

Il sole è un angolo preciso tra pensiero e
desiderio di te, una linea che segna il tuo volto,
le tue mani intente a seguire il fare del giorno
tra impreviste pietre stupite del tuo passo.

Tutto di te è inatteso; batte il cuore.

– La pioggia amalfitana canta un nome – dici.
– Terrazza per terrazza ogni limone s’è fatto stella – dico.
– Forse non siamo mai stati qui.
– Forse siamo tornati insieme.

Ogni finestra nasconde l’atto più intimo di noi.

In lontananza l’isola appare quasi domestica;
la casa dalle mura rosse è una rampa per salire
verso quel mare che ha retto i nostri silenzi più
di chiunque altro. Ci sei, adesso, e questo è oggi.

Ad ogni pensiero s’avvicina la tua bocca.

– Ho colto l’improbabile solo per te.
– Colgo di te ogni distinto gesto.
– Non riesco a comprendere perché ora.
– È ora di deporre le domande altrove.
La casa è un libro; pagine dopo pagine abitiamo
il non ancora detto e il già stato, altrove e qui.
Ancora una poesia, poi smetterò. Da che parte stiamo?
Tra bocche che tacciono e specchi che riflettono il cielo.

*

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ANANKE poesie di Angela Greco AnGre - Ladolfi Editore

Maria Daniela Pierri legge Ananke di Angela Greco

ANANKE poesie di Angela Greco AnGre - Ladolfi Editore

Ananke” di Angela Greco (Ladolfi Editore, 2021)

letto da Maria Daniela Pierri

Una modernità smarrita che ha già perduto l’architrave di valori che la sorreggeva ed ora abbandona la fiducia nella tecnologia, nel progresso, nella capacità di dominare la natura, ha bisogno di parole, non di vaghi discorsi, ma delle parole che salvano, quelle che sanno chiamare per nome la sofferenza, il disagio, quelle che sanno porre le giuste domande, quelle che non pretendono risposte certe, perché sanno percorrere le strade del dubbio costruttivo, quelle che sanno usare solo i poeti. Per questo Angela Greco ha scelto di parlare il linguaggio dei versi in questo momento di grande incertezza, in un tempo che non è come gli altri, è straordinario e paradigmatico, è il momento della crisi e della costruzione. I versi non hanno semplicemente narrato, non è compito della poesia farlo, le tappe di un diario della crisi pandemica, hanno cesellato in un linguaggio chiaro ed essenziale, aderente alle cose, non lirico ma metaforico e realistico, gli stati d’animo e i quesiti esistenziali. La funzione poetica si è espressa nella pulizia di un cesello imperioso che ha armonizzato il flusso di emozioni e riflessioni che nascono nell’esperienza individuale, affinché assumessero carattere universale nella elaborazione artistica.

Le vicende che Angela Greco e noi tutti stiamo vivendo a causa di un minuscolo virus che attacca i più deboli, scavano nei recessi dell’essere e trovano nuove dimensioni da mettere a nudo, da analizzare. Come nella grande stagione della tragedia greca e come in un dramma eschileo, forte e senza appello giunge la condanna all’uomo accecato che ha varcato i limiti che gli sono stati imposti. La condanna ha un nome ben preciso, è l’’Ananke’, la necessità che ci sia una punizione, che non ci sia che spazio limitato alla decisione umana. Angela Greco ha scelto questo titolo suggestivo per la sua opera, ma non lo limita ad un rigoroso determinismo, così come non enuncia mai leggi universali, evoca, provoca, suggerisce infiniti percorsi di approfondimento, allude ed interpreta i dilemmi interiori più che dare spiegazioni, non pecca di tale inaudita ‘hybris’. La tecnocrazia ha ignorato le leggi naturali, il progresso scientifico ha stravolto l’ecosistema con tale violenza e incuranza delle conseguenze che ora l’uomo è smarrito di fronte alla punizione inevitabile che si sta abbattendo su tutto l’ecumene. L’ananke non ha bisogno di grandi mezzi, anche se ne ha molti a disposizione che hanno un impatto terribile e devastante, come terremoti, tsunami, alluvioni, preferisce deridere l’umanità con le armi più piccole e apparentemente deboli, come il Covid-19 che in brevissimo tempo ha messo in ginocchio tutta l’umanità. Cosa fare di fronte a questo castello di convinzioni sgretolato, se non cantare il dubbio, celebrare lo spazio tra ‘ananke e indicibile’, suggerire l’ ‘inelluttabile ‘, sapendo che ‘delle tre Moire nessuna notizia’. Allora leggiamo la poesia di ricerca dell’inesprimibile, che vuol dar voce ai punti interrogativi che reggono i nostri pensieri.

In prima persona l’io lirico racconta il lockdown, il necessario distanziamento sociale che dovrebbe frenare la diffusione della pandemia, lo veste di poesia, distilla in sezioni gli aspetti e i momenti che vuole sublimare, in tal modo guida il lettore a ripercorrere l’ispirazione poetica ed evocare la reclusione che inquieta come ‘asma’, spinge a fiati affannosi: è la nostra ‘apnea’, cui siamo ormai abituati, finchè non riusciremo ad afferrare boccate d’aria nella speranza di tornare a respirare liberamente. La clausura che sospetta degli ipotetici untori ha portato i cuori a chiudersi ed Angela Greco ha subito ricavato l’immagine di case con le porte serrate e le finestre aperte, immagine che diviene più viva con gli occhi che hanno scrutato dall’interno ogni minimo afflato di vita esterna con diffidenza e soprattutto hanno scrutato dallo ‘spazio che va restringendosi’ quella piazza virtuale che ha cercato di placare la nostra fame di socialità. La poetessa ha introdotto le singole parti, stazioni di sosta del suo percorso espressivo, con incipit significativi, addolciti dalla scelta dei caratteri corsivi per poi sorprenderci allineandoli a destra, proiettandoli sulla fine che ospita le parole più importanti, quelle su cui soffermarsi:

“si sgretola la torre di certezze
In granelli che si susseguono
Impietosi in due metà

Crediamo a un’illusione
Senza precedenti”.

La poesia riprende poi l’andamento tradizionale per tessere la significativa elaborazione poetica dell’esperienza esistenziale a partire dagli oggetti concreti, dalle tappe del giorno, dall’aspetto dello spazio. Anche una semplice indicazione temporale evoca molto altro come ‘non lontano da questa mattina” che prefigura l’infanzia delle ‘caramelle e germogli’ e delle ‘ginocchia ferite’ di quando ‘eravamo piccole mani’, cui si oppone un ‘giorno risvegliato’, quello attuale, che ci ha sorpreso per le ‘sottrazioni’ che ha imposto a quel mondo sereno e lontano, per il quale l’estate è ormai ‘ipotesi’. Gli stati d’animo che ricamano i fogli sono sempre immersi nel contesto metapoetico della scrittura consapevole della sua funzione e nel paesaggio mediterraneo, tra i profumi, i fiori, le strade e le mura di Puglia: ‘tra cielo e pietra la Murgia canta/sortilegio e attesa’. L’amarezza per una ‘Terra masticata male’ e le ‘Stimmate di accadimenti’ si stemperano nella riflessione, anche se vana e sebbene la poesia sia incentrata sulla nostra debolezza, ‘Si vive senza punto di domanda/abbarbicati ad una falesia /di cui non si riconosce la fragilità’, spinge noi lettori a ‘riprenderci ciò che abbiamo perso’, per questo non dobbiamo perdere l’opportunità che la poesia di Angela Greco ci offre, di ‘vedere ancora quello che questo silenzio non dice’.

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Qui il libro: https://www.ladolfieditore.it/index.php/it/catalogo/perle-poesia/ananke.html

Remo Pagnanelli, versi da Quasi un consuntivo

Remo Pagnanelli (Macerata, 1955-1987) , versi da Quasi un consuntivo (Donzelli Poesia)

perché lamentarsi? Hai avuto anni di giornate infinite, adolescenziali, in cui il tempo si protraeva in lenti crepuscoli. Allungata oltre i naturali confini, l’infanzia si è mutata in un mostro inavvertito, in cicliche e sorde lancinanze, ma finché è durata, è durata…, perché lamentarsi ora, come non credere (non cedere) all’ipotesi d’una generica armonia?

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Stasera mi sembra lontano, me lo
ripetono le vele trapassate di luce,
l’orribile segreto e il muto terrore
che non entra nelle parole;
una gioia così distante e incastonata
in un fondo dorato (chi ragiona se
sia più o meno veritiera?)

~

Mia ombra mio doppio,
talvolta amico ma più spesso
straniero che mi infuria ostinato,
mio calco che nessuna malta riempie,
fantasma appena colto,
di te ho centinaia di fotogrammi
sfrenati dalle corse, trattenuti
nelle reti, mio ombrello protettivo
paratutto, già cieco già binomio d’altro,
convengo con te quel che segue.
Niente di umano scoperchia la follia.

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in apertura: Edward Hopper, Night Shadows