Un inedito e tre domande ad Angela Greco a cura di Flavio Almerighi

Ascolta & Leggi: un inedito e tre domande ad Angela Greco (feat. Mike Oldfield)

(dal blog Almerighi che si ringrazia di cuore)

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Ospite oggi è Angela Greco, che ringrazio per l’estrema disponibilità, sia nel regalare ai lettori del blog questo formidabile inedito, sia per aver risposto alla mini intervista qui sotto. [Flavio Almerighi]
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della pioggia è rimasta
la rosa imperlata di domande;
gocce minime di cielo in attesa
di mani capaci di tessere
una speranza.
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§
Il primo giorno dopo la domenica
nemmeno l’angelo ha voglia di partecipare;
la primavera si fa giorno già lontano.
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In quale stagione siamo?
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Voli d’uccelli confusi dicono che
ieri abbiamo lasciato qualcosa,
in un luogo che non è più lo stesso.
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Oltre il vetro di questa finestra,
il sole accenna un momento di luce;
o, forse, è l’illusione di quel che eravamo.
.
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§
In questo tempo fermo
il viaggio è un odore, un profumo
da lontano, le mani belle,
ora che non si può toccare nulla
senza timori, senza pensieri.
.
La mattina dal letto di ferro
si alza verso la penna;
righi dritti tradiscono equilibrio,
per poi scendere man mano
verso l’angolo dimenticato.
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Pezzi di carta da ricomporre
nel vano tentativo di ricomporsi.
.
.
§
A te Vengo Errante, madre,
mentre pronuncio ogni nome,
ogni dolore e ancor più
ogni silenzio, che tu sai bene udire.
.
Prego riscrivendo parole,
cercando in un altrove, ricordando.
E tu, anche, prega
anche per noi, adesso,
in questo momento
passato già nel dire
e non ancora prossimo,
se non per più alta volontà.
.
Adesso, che non abbiamo altro,
se non il cielo, nell’ora più difficile
e ad ogni nuova morte,
nostra e non solo nostra.
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.
*
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1) Dove sta andando la tua Poesia?
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Alla luce di quanto vissuto nella prima metà di questo 2020 continuare a scrivere poesie senza pormi interrogativi iniziava a non corrispondere più al bisogno interiore che ho iniziato ad avvertire già da tempo e di cui il mio ultimo edito contiene i prodromi. Scrivere per scrivere, belle parole da affidare ad un foglio, magari anche un po’ ruffiane per accattivarsi il plauso dei lettori non mi è mai appartenuto, ma ancor di più in questo momento di crisi, di incertezza, di paura. A metà febbraio ho chiuso quella che sarà la prima sezione del prossimo libro; a marzo, ho continuato a scrivere versi, ma qualcosa era cambiato nel tono, nell’umore, nella forma, nella visuale. Di questa mutazione ho preso consapevolezza solo da poco e per questo ho accettato di inviarti alcuni inediti, che reputo di transizione. Transizione che spesso è accaduta nella mia poesia, ma, che in questo periodo, è stata supportata da una vera e propria crisi personale, scatenata dalla situazione generale. Non sto qui a dire quel che fisiologicamente mi è accaduto, perché sono accadimenti che leggo essere stati comuni a molti, ma l’espressione più significativa di quello che a tutti gli effetti è stato un cambiamento, lo ha subito proprio la poesia. Dove stia andando non lo so, non l’ho mai saputo, a me basta che non si fermi, che non stagni, ma ancor più non posso saperlo oggi, dove va la mia poesia. Sicuramente siamo in ricerca, io e la mia poesia, ma se ieri dicevo che la mia poesia ricercava nel linguaggio la contemporaneità e l’essere umano in essa, oggi ti dico che sono proprio io come persona a cercare l’Uomo o quel che resta di esso a rischio anche di mettere da parte la stessa Poesia. Credo che questa ricerca sia un percorso quasi obbligato alla mia età, nel mezzo di quel cammino così bene cantato dal nostro padre Dante, se si vuole davvero essere parte della Storia e non «un’immensa moltitudine d’uomini, una serie di generazioni, che passa sulla terra, sulla sua terra, inosservata, senza lasciarvi traccia» di manzoniana memoria.
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2) Puoi spiegare meglio il legame tra la tua terra e la tua poesia?
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La mia terra, la pre-Murgia tarantina e l’arco ionico delle Gravine (geograficamente è il comprensorio specifico dove ricade la mia Massafra) sono un luogo antichissimo, custode di testimonianze fin dalla Preistoria, luogo di passaggio, finibus terrae e al contempo inizio, porta per altre terre; una terra, la Puglia in generale, estremamente variegata e straordinariamente ricca di suggestioni della quale, nonostante la mia origine franco-provenzale per parte di madre e che pure riconosco in tanti aspetti di me, mi sento felicemente parte. La mia terra è davvero madre per me ed è, soprattutto, la mia musa, inesauribile, dalla quale ho imparato tenacità e testardaggine, caratteristiche che accomunano persone, piante e animali di queste mie zone e rivelatesi molto utili proprio nei momenti meno luminosi. Sai, ci sono stati momenti in cui si è creato letteralmente il vuoto attorno a me, per svariate cause, e sai, invece, chi era al mio fianco? La mia terra. Si, lei per me è viaggio e Itaca nello stesso momento e il legame che si avverte tra la mia poesia e i miei luoghi è lo stesso che, anche senza parole, c’è tra chi partorisce e chi viene al mondo. Legame che soffre le inevitabili fasi fisiologiche della crescita, ma che sai essere indissolubile anche nei momenti peggiori. La mia poesia è la mia terra fatta parola e tramandata a chi verrà.
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3) Come vedi lo stato attuale dell’arte della poesia nel nostro Paese?
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Il periodo di emergenza sanitaria ha decretato la salita in cattedra della retorica e non solo in ambito poetico. Sembra che si siano rotte le cateratte del cielo del dire quel che l’altro vuole sentirsi dire e ho notato un fiorire esagerato di atti poetici dettati solo dalla circostanza, una brutta regressione di cui, insomma, potevamo farne decisamente a meno, se solo avessimo creduto un po’ di più nella Poesia stessa, che insegna l’attesa, lo stare nel momento per poi dirne successivamente. Invece, metaforicamente, mi è sembrato una sorta di fuggi fuggi generale, nel quale tutti sembravano afflitti dalla sindrome da ultimo giorno e giù a scrivere corbellerie supportati pure dall’uso smodato dei mezzi di comunicazione elettronica, che al meglio hanno fatto luce sulle maschere di questa assurda tragedia vissuta, come se i soggetti non avessero mai più dovuto avere il tempo di rileggere quelle scritture. Io ti confesso che in questi ultimi tre mesi, mi sono fermata sulla sponda del fiume e ho semplicemente aspettato, certa della massima panta rei, preferendo una poesia non dettata dalle strette circostanza, ma che potesse essere (e spero lo sia) memoria e custode degli accadimenti, scritta, insomma col senno del poi per evitare, appunto, di scadere nella retorica, elemento che alla lunga droga, assopisce e fa perdere la voglia di lottare per cambiare lo stato dei fatti. E per me la Poesia deve ancora mirare a questo.
In Italia, non solo in Poesia, mancano sempre la capacità di pensare con la propria testa, un sano discernimento e il coraggio di staccarsi da quel che è consolidato, di dire fuori dal coro, di procedere in prima persona senza accettare il giogo dei vari tritacarne editoriali o scuole di scrittura e di pensiero, che creano greggi ben tutelati e belanti tutti sulla stessa nota, in una omologazione che personalmente tollero ancora meno di sei mesi fa.
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p.s. Grazie di cuore a Flavio e ai lettori. Avevo davvero voglia di parlare!!

Rossella Cerniglia legge Arcani di Angela Greco

ARCANI ,  di Angela Greco 

Ed. Achille e la Tartaruga (2020)

L’ultima raccolta di versi di Angela Greco, dal titolo Arcani, ha una struttura poematica articolata e complessa: una sapiente minuziosa costruzione che riceve un input creativo dalla magia di queste misteriose figurazioni, presenti nei Tarocchi, il cui significato allusivo, simbolico ed archetipico, è ben illustrato dalla stessa autrice in una nota al margine dell’intero libro. Nell’ambito complessivo dell’opera, questo legame sembra aver rivestito grande importanza nel costituirsi dell’architettura della stessa. Perché la suggestione di questo implicito riferimento, agisce, come dicevo, da input creativo, aggiungendo ulteriore fascino e nuovo significato all’intera creazione, proprio come avviene nella lettura dei Tarocchi secondo il “metodo delle tre carte”, per il quale, vicendevolmente, esse si influenzano nel definire il significato complessivo, che dà risposta ad una specifica domanda.

La sua articolata struttura, piena di rimandi e collegamenti che si interfacciano tra loro, ci dice, di per se stessa, della presenza di un pensiero di robusta sintesi che è nel suo fondamento, e che energicamente la sostiene. L’impianto appare subito straordinariamente ricco di spunti, di variabili e rimandi in cui ogni cosa che, a prima vista, poteva apparire elemento disparato, si lega poi, mirabilmente in visione organica di fruibile bellezza.

La dimensione temporale costituisce l’amalgama che tiene insieme le varie sezioni del libro: le prime tre, intitolate Claire – della solitudine e altri ritorni; I giardini del mago – del tempo e altri percorsi; ed Ein jeder engel ist schrecklich – dell’incerto e altri dettagli, si snodano secondo un concetto di tempo che è Temporalità, nel senso heideggeriano, la quale tiene in compresenza  le tre dimensioni di passato, presente e futuro che convivono, in un fitto rimando di interrelazioni, nella presenzialità dell’accadere.

Perciò, se nella prima sezione del testo, il personaggio di Claire può ricondurci ad un’idea di giovinezza e al presupposto di un albore della vita nella sua spontaneità e purezza, è da tener presente che la sua icona – che racchiude nella multiformità di aspetti, la singolarità del suo essere – permane sempre viva e presente, con l’andare di questo viaggio temporale e verticale che l’autrice compie nella propria interiorità e individualità.

A lei, infatti, come in un intimo colloquio, l’autrice si rivolge in questa prima sezione del libro. E questa rivisitata età, che vorrebbe forse essere l’anticipazione di quello che l’autrice sarà – è, in realtà, ciò che essa è nell’attualità. E la Claire, di cui si parla nel libro, è colei che vive nella dimensione del presente dell’autrice. Ci basta soffermarci su alcuni versi della p. 17 per avere riscontro di alcune delle cose dette e di altre ancora da dire: “ S’aggira Claire tra le parole non dette, tetti di vecchie/ memorie silenziate per antica abitudine; stringono,/ i vicoli del quotidiano incedere, gli occhi che anelano/ all’azzurro di quando si era fili tra i fili d’erba…” e più avanti “…Vorrebbe esserti foglio bianco a cui affidare le ombre,/ inchiostro che inciti i cavalli di fuoco, perché sia sole,/ anche tra le tue nuvole.(…) Nel pacco regalo, una clessidra/ dice che si può capovolgere questo momento.// Due rette parallele s’incontrano e s’intersecano/ in un territorio di confine, oltrepassando il noto fin qui.”

E questa dimensione interiore, che ha i tratti del personaggio Claire, è in larga misura attraversata da un’Attesa – da sempre propria della giovinezza – che ha contribuito a forgiare, con i suoi peculiari accenti, il presente e il futuro di Angela, l’autrice del libro. Sembra di indovinare in Claire, soprattutto, il viversi di questo senso dell’attesa: di essere quello che è, o meglio, quello che sente di essere nell’interiore percezione del sé: la sua vera essenza.

Claire è forse una primavera che ha espresso il suo frutto in potenza, in ciò che è ancora da venire, in un germoglio, in una promessa di vita.  Più avanti nel testo, lo stesso desiderio, più chiaramente si esprimerà in tensione di riconquista della pienezza e totalità della sua anima, e al contempo, come desiderio di essere dagli altri riconosciuta nel suo più intimo ed alto valore.

La visione di questo personaggio, alter ego primigenio della futura Angela, è perciò quella della stessa Angela del presente che vive il connubio fecondo col suo passato, che vive, e riplasma, quel che dal passato le giunge, una se stessa vicina e lontana cui rivolgersi in un colloquio intimo e pieno di abbandoni e mutevoli sentimenti ed umori.

Ma la visione presente in questa parte di testo, non rappresenta una peculiarità assoluta, – tranne forse che per un più insistito sguardo retrospettivo – né sostanzialmente si distacca da quella presente nelle altre parti del libro. Poiché la radice è sempre nel presente dell’autrice, nel presente del farsi di questa visione che riassume tutta se stessa nelle tre compresenti dimensioni temporali.

In tutto il libro ci troviamo di fronte una realtà contraddittoria e frantumata, a volte improbabile, mista di sogno e realtà insieme, di impervi voli e improvvise cadute, surrealtà che vive dentro di noi in mondi allucinati. Una visione caotica e inquieta, insoddisfatta come è l’anima che ce la mostra, poiché su tutto aleggia il sentimento di una Mancanza: di un’assenza radicale e difficilmente colmabile che sembra toglierci il respiro. E il senso della frammentazione di tale realtà non può che arrivarci per frammenti di immagini e pensieri, attraverso dirupi e scoscendimenti dell’anima, attraverso impervie atmosfere, tra ferite che stanno tra carne e spirito e nella materialità della terra. Un attraversamento, che ha, talvolta, i tratti visionari e drammatici del dantesco viaggio negli inferi.

Tuttavia, pur in seno a queste atmosfere, alcuni frammenti riescono talora a penetrare in nudi spiragli di bellezza e solarità e purezza immacolata, riferiti a una sorta di primigenia inviolabilità e sacralità, che idealmente afferisce alla giovane stagione della vita umana: “…Claire vede il verde/ di occhi echeggiare alla parete carsica;/ meraviglie nascoste dietro fessure di silenzi…” (p. 19)

“Nel percorso di strade e radici comuni Claire narra/ dei fiori rosa che s’impossessano dei ruderi, / del petalo che vince la pietra nella meraviglia/ persino del verde e della tua presenza,…” (p. 23)

Tuttavia, in questo movimentato quadro, la realtà ci appare, in genere, come un rompicapo convulso, aleatorio, i cui pezzi sembrano tornare a scomporsi e a ringarbugliarsi, componendo infinite variazioni sul tema. Un rincorrersi di scorci e visioni di sfuggita che si incuneano in altre immagini, alludono al mistero nascosto nell’essere che si cela in armonie dissonanti, in pensieri e percezioni e sensazioni che si insinuano, come fossero anch’essi cose, in quella che, nel suo primo apparire, si mostra appunto come una scombinata caotica visione.

Anche nella seconda e nella terza sezione del libro ci troviamo di fronte ad un’eguale percezione della realtà interiore e mondana, intramata ancora di disgregazione e inutilità, di mancanza di senso, e di buio: “…Il cielo ha una distanza incalcolabile. / Si consuma fiato per ciò che passa. // Nello spazio breve d’una permanenza/ si perde la cognizione del viversi …” (p. 30)

Anche in queste sezioni, ci si rivolge ad un Tu, complementare e imprecisato, che orienta il desiderio dell’autrice in questo parlare da sé a sé. Citiamo qualche verso che possa, in qualche modo, lasciarci intravedere questa lacerazione e provvisorietà del vissuto, approssimandoci all’idea della doppiezza e disgregazione, del sé e del tutto, in noi: “Da dove inizia il giorno? Dalle mie nuvole/ o dal tuo arcobaleno? Dal tuo silenzio/ o dal mio desiderio di cielo? / Dalla sera precedente, dalla tua voce/ inizia il giorno…” (p. 45).

Altri versi ci lasciano intuire l’idea della quotidiana ricerca di un  approdo comune,  su cui si tenta di radicare un senso: ” infiniti ostacoli infiniti/ (…) reiterazioni di affanni,/ trottole senza dimora;/ eppure dove non ti aspetti,/ (…) nuovi orizzonti radicano. // Non  è  un caso / la parola che  ci accomuna, / il silenzio che  avvicina…” (p. 50)

Ma, in effetti, una logica ferrea è sottesa all’insieme, e una ben orchestrata visione sorregge il tutto, pur nell’elemento di discontinuità, di costante antitesi e cozzo di visioni e sentimenti e passioni. Basta riflettere sull’alternanza di stati d’animo che si associano o si combinano agli elementi di quella che chiamiamo “la realtà concreta”, l’andare ad ogni passo incespicando in noi stessi e nelle cose che sembrano fronteggiarci, il doloroso scontro tra desiderio e realtà, la mancanza di linearità, di limpidezza e di senso che proiettiamo sulle cose, tutto ciò che non si attaglia al nostro sentire e ci rende mortalmente inquieti ed angosciati…Basta questa sintomatica nauseante percezione per darci l’idea chiara della nostra Caduta.

Su questo concetto – concetto biblico per eccellenza – è costruita la quarta sezione del libro intitolata Falling, a sua volta divisa in tre sottosezioni, intitolate Ac-caduto, Ac-cade e Ac-cadrà.

Falling, cioè Caduta, mantiene saldi legami con l’intero testo, ne costituisce anzi il nucleo radicale, e direi normativo, nella logica e nell’economia di tutta l’opera. È introdotto da un Prologo e concluso da un Epilogo, e l’ultima parte di esso – la sottosezione Ac-cadrà – è costituita da sei brevi prose poetiche, per cui, l’intero testo, nel suo insieme, potrebbe definirsi un prosimetro. Anche qui viene a riproporsi il senso della temporalità di questo accadere, rienucleando la condizione di quel che siamo oggi – del mondo dentro e fuori di noi – alla luce di questo fondamentale assunto che è la Caduta, simbolo della nostra terrestrità e imperfezione, simbolo dell’Ombra che ci abita, e che con noi abita il mondo.

La Caduta che si colloca in un ancestrale tempo della memoria, in un remotissimo passato che è radice della condizione attuale, è un continuum esistenziale simile alla condizione della nostra infanzia e giovinezza, che portiamo sempre con noi anche nell’età adulta, vale a dire per la durata dell’intera vita. È la radice di quel che oggi siamo – del nostro male tuttavia confinante col bene – poiché anche di bene si compone, in potenza, la nostra anima che, pur nella caduta, ha conservato la fiammella sopita del divino.

Oltre che da un solido impianto strutturale, la preziosità del testo è dovuta alla sua originale tramatura di immagini e di sensi; ad una verbalità misurata, calibrata su parole che hanno carattere radicale, fondativo, apodittico, talvolta epigrammatico, che è parte dell’impianto e dell’intera visione. L’ambiguità e il senso del mistero pervadono ampiamente il testo e costituiscono la matrice più vitale e profonda della poesia, e la sua più autentica fascinazione.

Rossella Cerniglia

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Per altri approfondimenti sul libro e per leggere altri versi,  clicca QUI

Angela Greco (AnGre) — Arcani

Arcani, poesie di Angela Greco, ospite del blog Almerighi

Ascolta & Leggi: Benedetto Marcello (Adagio) Angela Greco (Arcani)   

Il nome non ha importanza; hai sempre pensato
si chiamasse in modo straniero, forse per via di sua madre.

Il non detto è parte integrante della poesia, così come il silenzio è per la musica. Arcano è mistero, divinazione, interpretazione della realtà e di quanto a venire attraverso i tarocchi. Quel che non viene mai detto, ma si legge tra le righe di questo libro, sorta di convitato di pietra, è l’ancestrale. Quanto l’autrice dice di sè, della sua storia personale che si fonde indissolubilmente con il legame con la sua terra, la Puglia. La mia, non vuole essere una recensione e nemmeno una nota di lettura, conosco Angela da anni, ho letto diversi suoi libri a partire da Personale Eden, ne ho seguita la scrittura e la sua progressiva maturazione. Arcani, uscito quest’anno per i tipi di Achille e la tartaruga Editore, rappresenta una prima tappa decisiva nella maturazione di Angela, è un libro importante, di cui consiglio vivamente la lettura. Il libro è reperibile qui:

Angela Greco (AnGre) — Arcani

eccone alcuni estratti, ognuno dei brani scelti è tratto da una delle sezioni, ad esclusione dell’ultima di cui ho inserito più frammenti, in cui l’opera si divide (Flavio Almerighi)

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da Claire (della solitudine e altri ritorni)

§6
Il sole pendola a un’ora ferma sulla grave
a sud di primavera anticipata; una sequenza
di rotti vetri colorati e legni e un ciondolo
appeso alla cipria del cielo, sul collo di un
pomeriggio casuale. Claire vede il verde
di occhi echeggiare alla parete carsica;
meraviglie nascoste dietro fessure di silenzio
e gatti in bilico tra troppe vite. Un falco sorvola
il luogo del prossimo nido incurante della sera
incipiente e dei suoi colori. Giochiamo a dare un senso
alle parole, che ci fraintendono prima della buonanotte.

Si sfuoca in lontananza la visione e per oggi siamo
fermi in questo cerchio, affacciati a un balcone .

*

da I giardini del mago (del tempo e altri percorsi)

§7
E alla pietra, dunque, lascio la profezia
dei giorni passati ad aspettare che
la storia raccontata a bordo sonno
diventi inciampo e ri-conoscenza.
Il vento fa dell’erba melodia sottile
fino alle ginocchia ancora illese e
nude; le cadute aspettano in difese
nuovamente il loro turno.

Abito l’antro dei miei avi; una cavità
graffiata nella nudità del risveglio,
appena dopo il sorgere del sole.
La radice nella sua ricerca
sfiora la volta e tace del ventre
in cui torniamo all’origine, risalendo
interstizi contro gravità e abitando
nuove prospettive.

Scomodi, in questa posizione umana,
attraversiamo spazi sospesi tra due sponde.

*

da “Ein jeder Engel ist schrecklich” (dell’incerto e altri dettagli)

§10
infiniti ostacoli infiniti
la crepa sul muro,
la siepe e la siepe,
reiterazioni di affanni,
trottole senza dimora;
eppure, dove non ti aspetti,
dove nemmeno tu
hai speranza di trovarti,
nuovi orizzonti radicano.

Non è un caso
la parola che ci accomuna,
il silenzio che avvicina,
lo sguardo inerme su giorni
e giorni da rincorrere,
spossati da bauli vuoti e
tesori mai riconosciuti.
Possiamo farcela, credimi,
anche perduti come siamo.

*

da Falling (caduta)

Profetico van Gogh, il suo campo graffiato,
i corvi troppo loquaci e le sue strade
senza punto di fuga. Accade, così,
di diventare fiume tra due sponde
nella croce da montare pezzo a pezzo.

Ho una sola salvezza, ora tra le dita,
nonostante l’artrosi circostante, l’en passe,
il giro di tango. Marzo porta sempre con sé
una follia e il mal di stomaco acconsente.
Qui, nonostante la terra copra le salme,
luce e fioritura si sperano comunque.

*

Nella terra bagnata decadente e struggente,
nel suo odore di ieri e bellezza,
inizia a fiorire la lavanda, le mie origini,
un messaggio tra opposti, rosso e azzurro che
s’incontrano tra pietre e gocce, in metamorfosi.
Nel ritrovarsi, raccolgo spighe a bordo strada,
mentre s’approssimano nuvole scure dietro la casa
dalla mezza finestra aperta sulla piazza vuota.

Dove non sei tu incomincia a piovere;
si fa intenso il verde, carnale, prossimo
al desiderio dei tuoi occhi, malachite
che cura il cuore in rovinosa caduta,
giada e acqua, che mostrano il fondo
dove annegare, in trasparenza e lontananza.

*

L’impersonalità appartiene ad altri, non a me
che abito di pelle e mani cespugli di rovi e rose,
sfiancando buonsenso e cautela, sfidando
genealogie di saggi, per il respiro di marzo,
prima delle idi, acque nascoste alla vista,
radici amare, stessa terra e voli altissimi.

Bruci anche più della prima ora, quando le nuvole
erano ancora una possibilità. Adesso, per quel
per sempre,
la pioggia è solo un leitmotiv. Si arrende
anche l’ultima goccia di diplomazia.

*

La sera del venerdì santo il paese vecchio si fa folla e inquieta bellezza; l’occhio si ferma; forse è la luna, che s’affaccia alla fine della strada, forse tu, che baratti un sorriso con la fine del giorno; campi verdi di prossimo grano, reggi nei tuoi palmi una volta (incipit e cielo); guarda la signora senza risposte, argentea e muta, e il letto nero lontanissimo, dove si riflette il ricordo di stradine imbiancate e case vuote; un cristo traballante sale tra le pietre sorretto da dubbi e attese e torno ai passi dell’orologio della piazza, ai battiti scanditi dal giorno, al colore delle tue scarpe e dei miei pensieri, in questa mattina di grafite, così fragile che si potrebbe piangere.

*****

Angela Greco è nata il primo maggio del ‘76 a Massafra (TA). Ha pubblicato: in prosa, Ritratto di ragazza allo specchio (racconti, Lupo, 2008); in poesia: A sensi congiunti (Smasher, 2012); Arabeschi incisi dal sole (Terra d’ulivi, 2013); Personale Eden (La Vita Felice, 2015 – segnalato al XXIX Premio di Poesia e Prosa Lorenzo Montano sez. Opera Edita); Attraversandomi (Limina Mentis, 2015, con ciclo fotografico dell’autrice e di Giorgio Chiantini); Anamòrfosi (Progetto Cultura, Roma, 2017 – 3° classificato ex aequo al Premio Internazionale Patria Letteratura 2017); Correnti contrarie (Ensemble, Roma, 2017); Ora nuda, antologia 2010-2017 (Quaderni di RebStein LXVII, 2017); Ancora Barabba (Collezione Bocche Naufraghe, YCP, 2018); All’oscuro dei voyeur (YCP, 2019, prefazione di Franco Pappalardo La Rosa e disegni di Angelo Bruno).
Le sue poesie sono incluse in numerose antologie nazionali ed internazionali, riviste letterarie, siti e blog e nel 2019, “Claire” – inclusa in Arcani – è stata segnalata nella sezione Raccolta inedita del XXXIII Premio di Poesia e Prosa Lorenzo Montano.
È ideatrice e curatrice del Lit-blog Il sasso nello stagno di AnGre (https://ilsassonellostagno.wordpress.com/).
Commenti e note critiche sono reperibili all’indirizzo https://angelagreco76.wordpress.com/.

In un remoto altrove di Felice Serino letto da Angela Greco

Felice Serino, In un remoto altrove – poesie, 2018 presentazione di Donatella Pezzino, autoproduzione da richiedere gratuitamente all’autore (tramite il profilo social), oppure – da aprile 2020 – scaricabile dalla piattaforma ISSUU, è la nuova raccolta di questo poeta campano (Pozzuoli, 1941) residente a Torino.

Immediatamente risulta particolarmente degno di nota il fatto di aver messo a disposizione dei lettori la propria opera senza remunerazione; indice di una certa idea di poesia che trova compimento nello scrivere per donare all’altro il proprio sentire, il proprio vissuto e il proprio vedere. Poesia come dono, quindi; concetto che altre volte ho attribuito a Felice Serino, anche legandolo alla sua prolificità.

I testi presentanti nella silloge In un remoto altrove fanno riferimento all’anno 2018 e hanno la delicata bellezza – mi si conceda la metafora – di un cielo trapunto di stelle, ognuna con la sua luce particolare e tutte insieme pronte a rischiarare notti tutte uguali per buio, silenzio e solitudini. Vengono confermati i temi propri di questo autore, il rapporto con il sacro, la trascendenza, la passione artistica e l’attenzione verso gli accadimenti dell’esistenza, sottolineando un percorso autodidatta che nel tempo ha condotto Felice Serino, senza dubbio, ad un certo livello e ad un valore confermato dai lettori, che in questi versi ritrovano attenzione e dettagli degni di nota. Tra queste pagine si avverte nitido e si legge con ricchezza di linguaggio l’amore del poeta per la sua materia, la Poesia, alla quale vengono dedicati versi colmi di rispetto e speranza, ma anche di meraviglia, come se tutto il tempo già trascorso a scrivere fosse un tempo mai passato, ma ancora nuovo e tutto ancora da vivere; un tempo, quello della poesia, che rende vivo e appassionato il poeta, che felicemente ne trasmette al lettore.

Una presenza che si lascia osservare da vicino, e che mi piace evidenziare in questa sede, in un remoto altrove, dove per remoto si intendere non già un luogo lontanissimo nel tempo, quanto piuttosto un punto lontano dall’occhio per il quale, però, è ancora possibile la visione distinta, è quella dell’angelo, presente in un nucleo centrale di componimenti, i cui versi spesso definiscono anche la poesia stessa e finanche il pensiero dell’autore: è ubiquità ed ali l’angelo / o essere-pensiero; asimmetriche tracce / lascia la poesia ch’ esprime / l’angelo-farfalla; poesia / è dove l’angelo perde una piuma; nella camera della mente / non è detto non t’appaia l’angelo / dell’ affresco / che ti rapì quand’ eri bambino; memoria di volo / dell’ antenascita – quando l’ angelo / benigno si piegò / nel vestire la carne. Un messaggero reale, l’angelo di Felice Serino, che avvicina l’Uomo alla parte meno tangibile, alla sfera celeste, all’oltre-umano, che appare nelle poesie, al posto della divinità e in nome del sacro, completando quel dualismo carne-spirito molto forte nel pensiero dell’autore, nella speranza di avvicinarsi sempre un po’ di più al secondo, attraverso la riflessione e l’esperienza del primo.

Le altre poesie di questa silloge levano liriche a svariati argomenti, momenti che hanno suggestionato l’autore e attimi che hanno mosso penna e sentimento e che si configurano come luoghi di riflessione per il lettore, che mai esce deluso dalle pagine di Felice Serino (in chiusura si riporta una breve selezione di testi), il quale, con maestria, conclude questo nuovo lavoro con una poesia intitolata “Alba”, che già di per sé è un programma ed un invito alla prossima pubblicazione. [Angela Greco]

*

Alba
.
nella luce che sale
generosa sei
come musa che l’abbrivio dà
col primo verso
.
-aria
di vetro – parola sospesa
.
come andare in mare aperto
.
sogno o stato di grazia
.
.
.
Quella che appare
.
quella che
appare – che luccica o getta
ombre – non è la realtà
che credi
.
se ci pensi: perfino
quest’essere-soma non è
reale ma in divenire – carne
e proiezione del cielo
.
reale è ciò che non
vedi – e che ti fa dire
Amore
.
quando ti genufletti nella luce
.
.
.
Tu madre del mio silenzio
.
tu madre del mio silenzio
tu cattedrale del sangue
indiato
.
-poesia- apri lunghe sospensioni
e varchi
e archi di luce ricrei
tra ciglia d’amanti
.
tu fai spuntare fiori tra le pietre
preservi un raggio di sole
.
per gli occhi persi
del povero cristo
nei giorni anodini
.
.
.
Ai margini del foglio bianco
.
occupi il bianco ai margini
dove apporre note
varianti
.
restano obliqui segni
come di ferite
su aborti di pensieri
.
è il vasto mare del possibile
.
vi si estenua
nelle sue immersioni il sub
per una parola-perla
.

Luciano Nanni legge Arcani di Angela Greco

Recensione a cura di Luciano Nanni e pubblicata su Literary nr. 4/2020  

Poesia. La forma del poemetto consente di estendere il cursus poetico delineando una storia, o una serie di microstorie, da integrare nel contesto. La forma è quindi, e nel presente caso in particolare, l’acquisizione di elementi cadenzali utili a determinare il flusso dei versi, perciò non solo schema, ma intuizione. Allorquando si affronta il viaggio, il cui spirito oppure soltanto il dato linguistico contiene in modo implicito, cresce nel lettore un senso di conoscenza, da cui l’importanza della poesia quale principio conoscitivo.

Penetrando in questo viaggio si percepisce una struttura che va oltre la logica, e, tanto per fare un esempio, la metafora tende ad allontanarsi dall’origine effettiva, quasi un’estrema ratio della parola: “Il caso è un chiodo ricurvo a due punte”. Ora, poiché a un’immagine deve in qualche maniera corrispondere un vincolo, seppur lontano, dovremmo a lungo disquisire anche su un singolo verso: perciò, ricchezza inesauribile.

Ma la parola, per quanto forte, naviga nell’incertezza, e tutte le mutazioni che sopravvengono seguono di converso la direzione formale. In Falling (caduta) si definisce, almeno come pratica di relazione, il rapporto tra corpo e spirito, e tale induzione potrebbe far sorgere una serie di commenti in cui la natura appare e scompare, rendendo l’insieme ancor più significativo: si dovrebbe, tra l’altro, verificare se iris può diventare un simbolo o restare nella sua identità predefinita.

Quanto detto pare dirimersi dal concetto che il titolo esprime: gli Arcani. Qualcuno ha visto nelle figure delle carte, perfino semplici come quelle napoletane, un riflettersi dell’io o comunque delle persone, creando eventi praticamente inimmaginabili. Questa raccolta è in grado di impegnarci quotidianamente per capire, noi e la realtà nascosta.

Al sottostante link, il libro:

Angela Greco (AnGre) — Arcani

Voci recitanti e poesia

Ringrazio di cuore Francesco Paolo Dellaquila sia per la creazione del meraviglioso video dedicato ad un mio componimento, sia per la recitazione, insieme con Dolores Rotunno che ringrazio parimenti, dei miei versi ♥ …perché la Poesia è dono, partecipazione, condivisione e…sorpresa! Grazie!!

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Versi inclusi in ARCANI, poesie di Angela Greco AnGre, ed.Achille e La Tartaruga (Torino, 2020), prefazione di Franco Pappalardo La Rosa, disponibile al seguente link:

Angela Greco (AnGre) — Arcani

Giovanna Bemporad, poesie dai Diari e da Esercizi

Giovanna Bemporad, tre poesie dai Diari

Mia compagna implacabile la morte
persuade a lunghe veglie taciturne.
Ma non so che inquietudine febbrile
fa ingombro a questo dolce accoglimento
calando il sole, prima che ogni gesto
si traduca in memoria e che ogni voce
s’impigli nel silenzio. Forse il vento
porta come un rammarico del tempo
che non è più, trascina per le strade
deserte una fiumana d’ombre care.
E biancheggia un’immagine tra i gigli
di giovane assopita nel suo riso.

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………Variazione su tasto obbligato
Non domare, implacabile, il mio riso
mentre il fiore del melo incanutisce;
non recidermi il filo dei pensieri
d’un tratto, ma da sogni e disinganni
lascia che docilmente io mi separi
solo quando alla tua certezza giova
sacrificare il nostro dubbio stato;
quando non amerò che il mio dolore
tu chiamerai meno importuna al nulla:
io con la fronte smemorata l’orma
seguirò del tuo piede, e questo arcano
insondabile azzurro andrà dissolto
come il sogno di un’alba.

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Non farmi così sola come il vento
che si dispera in questa notte fonda
fino a morirne, eternamente sola
non farmi, come già sono da viva,
sotto la volta immensa ch’è misura
del nostro nulla. In punto di lasciare
questa mia fragile vicenda, tutte
le mie dolci abitudini, e la gioia
che spesso segue all’urto del dolore,
voglio adagiarmi su una zolla d’erba
nell’inerzia, supina. E avrò più cara
la morte se in un attimo, decisa,
piano verrà, toccandomi una spalla.

per questi testi si ringrazia il sito rebstein

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Giovanna Bemporad nasce a Ferrara nel 1928. È una poetessa precocissima: inizia a pubblicare traduzioni in versi dai classici già a sedici anni (l’Eneide di Virgilio, pubblicata in parte nell’Antologia dell’Epica per i tipi di Enrico Bemporad a Firenze). Frequenta il liceo classico di Bologna, dove conosce altri giovani letterati. Antifascista di famiglia ebrea, atea convinta sfida il regime col proprio comportamento: vive da sola in “un enorme stanzone, un tavolo vastissimo e carico oltre misura di libri”, veste da uomo, si trucca di bianco e tratta alla pari coi coetanei uomini. Vuole, soprattutto, essere libera, essere trattata alla pari.
Scoppia la Guerra, che interrompe la vita. Uno dei compagni bolognesi, Pier Paolo Pasolini, si rivolge agli amici per aiutarlo nel gestire l’improvvisato liceo che sta tenendo a Casarsa, perché è troppo pericoloso per i ragazzi prendere il treno per Pordenone o Udine. Così Giovanna sfolla in Friuli, dove rimarrà fino al 26 gennaio del 1944. A chi gli chiede il motivo dei suoi modi disinvolti, del suo vestire da uomo, risponde provocatoriamente “sono lesbica”. Collabora con la rivista il Setaccio, sotto lo pseudonimo di Giovanna Bembo. Sfuggita alle persecuzioni, nazi-fasciste continuerà per alcuni anni a condurre una vita errabonda, fino al matrimonio con il senatore Giulio Cesare Orlando nel 1957.
La poesia di Giovanna Bemporad si ritagliano una nicchia particolare: classicista fuori dal tempo, filologa (nel senso etimologico del termine), sospesa tra una pulsione decadente della morte e una forte carica erotica, che ricorda i frammenti di Saffo. Minuziosa cesellatrice di parole, dedica la maggior parte della sua vita e della sua creatività alla sua versione dell’Odissea di Omero. Diceva del primo dei poeti greci “Omero è il punto d’arrivo della poesia occidentale. Il più grande di tutti. Tocca l’assoluto con assoluta semplicità”. Di quella traduzione, rimasta incompleta, esistono due edizioni a cura di Le Lettere (1990 e 1992). Morirà a Roma, il 6 gennaio 2013.
nota tratta dal sito pasionaria.it; immagine dal blog della stessa poetessa
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Ex voto
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Dea velata di marmo e di silenzio
casta, racchiusa nel perpetuo inganno
del tuo corpo ideale, anima impura-
sento alitarmi un sonno di belletti
dalle tue ciglia; vedo tra le labbra
dove il pennello, non l’aurora, ha pianto
petali rossi, ravvivarsi l’ambra
dei tui denti all’assalto delle risa.
Si colma il cuore di un battito d’ali
quando tu accosti la crescente luna
delle tue ciglia alla nuvola ombrosa
dei miei capelli: o ninfa, o baiadera,
non che adirarmi col vento d’amore
sospendo ai tuoi squillanti braccialetti
e alle tue lunghe mani una bianchezza
di mute solitudini, e il tuo collo
sfioro con disarmati occhi indolenti.
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da Esercizi, Garzanti, 1980.
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AA.VV. Fase 1, cinquantacinque giorni diversi / e-book scaricabile gratuitamente

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AA.VV. FASE 1

clicca qui per scaricare gratuitamente 

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Si ringraziano di cuore gli autori –  Flavio Almerighi, Sergio Angeli, Angelo Bruno e Alfonso Graziano – per aver aderito, con sensibile partecipazione, a questa condivisione che oggi, 5 maggio, data poetica ed emblematica, dedichiamo e doniamo ai lettori, come atto finale e atto iniziale, al contempo, di un particolare momento storico. Per leggere l’ebook-pdf basta scaricarlo gratuitamente, cliccando sul titolo sotto l’immagine d’apertura. [AnGre]

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“[…] Poi, quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e a uscirne vivo. Anzi, non sarai neanche sicuro se sia finita per davvero. Ma su un punto non c’è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi è entrato. Sì, questo è il significato di quella tempesta di sabbia”

 Haruki Murakami, Kafka sulla spiaggia (Torino, Einaudi 2008).

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Sono giorni di cospetti sincopati
sempre con la stessa opaca visione.
Questo IO che ho scandagliato
fino all’estrema pazienza di conviverci.
E rendermi conto che
una parte di noi stessi è l’altro.
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Città vuote,
il paesaggio senz’uomini
è una natura morta, un render d’architettura,
e natura naturans incessante, e indifferente,
-il gioco del mosaico del tabacco-
in riequilibrio vitale continuo.
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Fermo resto qui adesso
Strappo via anima inquieta
Lascio volare via ogni sensazione.
Limbo di svolta eccolo qui
Tutto si muove prende forma
Santuario sono
Involucro di speranza resto.
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non ho mai smesso di scrivere
sciocchezze in bilico tra
l’imitazione e il nulla, ottone
d’importazione per candelabri spenti,
non sono pronto a odiare primavere
ed estate, conto le api.
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Oggi ho perduto qualcosa.
Lo so.
Ma non chiedermi cosa perché non so.
Ogni giorno perdiamo qualcosa.
Un po’ di vita
ai quattro angoli.
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(versi estratti dall’eBook FASE 1)

“e tutto ciò che rimarrà…”

tranne il dolore e il tuo ghigno
il bicchiere sporco di parole andate a male
e i piatti accumulati sull’orlo del tavolo,
rimango io e i libri in bilico sugli scaffali e la polvere
io e le solitudini incorniciate in primo piano
e le porte senza chiavi che ritmano la tramontana fuori stagione.

tranne gli errori e le virgole sperdute sotto i tappeti
le bottiglie da aprire ancora dedicate
e i posaceneri di verginità da ritrovare,
rimane quello sguardo spento contro il muro
delle tue risposte inascoltate
nei cassetti col doppio fondo.

tranne tutto questo e i sogni dismessi
va tutto bene tanto nessuno se ne accorgerà
nè l’orchidea bianca che diventa gialla
nè i polpastrelli che fumano inutilità
tranne tutto questo
e tutto ciò che rimarrà…

Alfonso Graziano, 25.04.2020 – inedito

si ringrazia l’Autore per la gentile concessione

[…]

La sera serena s’insinua tra silenzio e desiderio – la luce viene da un altrove, ci illumina d_istanti – e sale e assale dalle pagine d’un altro tempo, quel tempo semprenuovo che dice essere nuovamente tempo. Di amare

Angela Greco, da Questotempodivirus, 17.03.2020 – inedito

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— In apertura: René Magritte, Gli Amanti seconda versione —

Nazario Pardini legge Arcani, poesie di Angela Greco

Già ho letto ed ho scritto sulla poesia di Angela Greco. E la sua inondazione emotiva, il suo afflato lirico, la sua ampia elasticità verbale non mi hanno lasciato indifferente, ma sempre mi hanno preso e accompagnato in un mondo di alte suggestioni ontologiche.

Questo scrive la poetessa nella sua postfazione a proposito di “Arcani”: “Gli Arcani fanno parte dei Tarocchi, carte, che rappresentano icone,  archetipi, che parlano la lingua dei simboli; distinti in  Maggiori e Minori, il temine “arcano” contiene in sé la parola “arca”, ossia il contenitore in cui si trova qualcosa riposta e nascosta – forse anche dimenticata – all’interno di uno scrigno sicuro…” e conclude: “L’opera, in estrema sintesi, è un’analisi temporale ancorata da un lato all’utopia della poesia come necessità di sopravvivenza e, dall’altro, al realismo della inevitabile “caduta” dell’Uomo ad opera della sua stessa natura.”. Indicazioni di grande impatto umano ed esistenziale che ci fanno da prodromico avvio, da antiporta ad una analisi partendo dal presupposto di una visione futile e provvisoria di una storia e, al contempo, di una poesia che non potrà mai assumere, realisticamente, il ruolo di salvavita.

Credo sia opportuno iniziare da un lacerto di un mio scritto per entrare nel mare magnum della sua poetica: “Un poemetto di ampia suggestione, anche se l’autrice si lascia andare ad uno stile di positura minimalista, con poca intrusione di personale apporto. Tutto scorre  libero e frammentato sotto gli sguardi occasionali; gli ammicchi a perone ed oggetti che sembra non siano legati da un filo conduttore. Cosa non vera, dacché la poetessa, anche se fuori scena, fa sentire le sue emozioni sulla vita e la sua inesorabile piega. La casa vuota, Mina, il fiore ostinato, il gatto, Ignacio, il toro, il Bolero di Ravel, Giovanna, il portafotografie, Antonio, santo di metà gennaio… tante  immagini che si alternano in una visione realistica tipo stesura Anceschiana, o correlativo di stampo eliotiano. Ma non si può sfuggire, camminando, alle nostre impronte; e sono esse che parlano e dicono  di tante figure nella morsa di un tempo che scorre fregandosene di tutto e di tutti. Una cosa è certa. Angela Greco è alla ricerca di indirizzi nuovi che si distacchino dalla solita poesia convenzionale, basata su sinestesie e strutture dalla classica positura; e si concede ad ampie misure che richiedono quasi di stesura narrativa per raccontare la vita, mirandola, a sprazzi, dalla sua postazione, in disparte, senza ficcare il naso nel suo inesorabile consumarsi…  Ed è essa, la vita stessa, che ci tiene  imbrigliati nella sua rete-tramaglio lasciandoci poco spazio  d’intervento durante il prosieguo della vicenda. Forse è proprio da questo porsi in alto, sopra i fatti, che l’autrice ricava il leitmotiv che dà compattezza alla trama….” (daTaurominomachia di Angela Greco).

Questo è il breve scritto che riporto per iniziare una esegesi su Angela, scrittrice versatile, eclettica, che non teme di affrontare vie nuove, di nuova e epigrammatica veemenza scritturale, un po’ fuori dai canoni tradizionali, dove fa legge la solita prosodia immersa in un romanticismo di fiorellini e prati verdi. Angela prende il toro per le corna e si lascia trasportare da una forza interiore  verso orizzonti di ampia levatura; azzarda spazi e  cime che richiedono scarponi chiodati per inerpicarsi. Non le è sufficiente lo spazio dei mortali, deve guardare in alto, deve estendere l’occhio oltre la siepe, dacché è la sua natura di poetessa di razza proiettarsi oltre. Anche se è di ogni mortale ambire a qualcosa che svincoli, sleghi, Ella lo fa affidandosi alla sua verbalità profonda e espansa, come dimostra questo bel libro che mi è giunto  stamani 28 febbraio per sua  bontà. Un testo ben fatto, alla vecchia maniera, quando pubblicare era un’arte; e qui c’è tutta l’arte di Achille e la Tartaruga, casa Editrice di grande spessore, che fa dei suoi interessi artistici prodotti  belli a vedersi e a sfogliarsi. Arcani, il titolo del nuovo libro. Come abbiamo detto pubblicato per i caratteri di questa interessante casa editrice. Forse la poetessa ci vuole mettere da subito di fronte al mistero della poesia. Al mistero di questa nobile arte che ci cerca e ci trova, dacché è essa che vuole insediarsi dentro noi, per farsi padrona della nostra vita, dei nostri sentimenti, dal momento che, una volta catturatici, non molla la preda e pretende di farci girare per mondi e piane in cerca di nature vive e  morte, che si traducano in linguaggio, in reificazione dei nostri intendimenti.

E qui il linguaggio si fa ampio, ipertrofico, voluminoso, dove le parole si uniscono in iuncturae di grande contaminazione emotiva. Ci sembra difficile a  volte differenziare la sua poesia dalla prosa, tanto è esteso il suo dire. Ma il tutto deriva dal fatto che la  Nostra è piena, mai sazia, di meditazioni e riflessioni sulla vita e il suo processo infaticabile: solitudine, ritorni, memorie, affetti, realismo lirico, lirismo smussato, e tanta epigrammatica intrusione affidata a pomeriggi-talismani, a cicatrici che tagliano in  due la città; ma Claire va impassibile, attraversa la città vecchia dove profumi di tortine alla ricotta gironzolano nell’aria: “S’aggira Claire tra le parole non dette, tetti di vecchie memorie silenziate per antica abitudine”. Il “ti amo” è un progetto per l’indomani: creatività, invenzione, voli en haut, falchi che sorvolano il luogo del prossimo nido incuranti della sera incipiente. E’ dalla natura che Angela prende la ire per fare i ritratti di un animo  inquieto, gironzolone; e non  è detto che in questi ritratti non ci si trovi con tutta la voglia di uscire dal cerchio ristretto della vita. Segue Claire. Nei posti più impensati, anche presso i ruderi  dove crescono  petali che vincono la pietra, mentre la ruggine si attorciglia a un’eco del balcone, dell’isolato da dove giunge profumo di pane. Questa è la storia di un messaggio antropomorfo, abituale, comune, ma che nelle mani di Angela si fa diverso, oggetto di vera e rara creatività, dacché tutto viene detto e descritto en passant, senza posare troppo lo sguardo sulle cose. Comunque è da esse che la poetessa parte, dalle cose comuni, di ogni giorno, da quelle che si possono incontrare per strada ad ogni nostra uscita, poi da quelle si distacca  verso pianeti di epifanica rinascita. Possiamo anche seguirla nell’alcova dei suoi riposi, ma ci sfugge, perché si rifugia nella poesia che vibra e palpita ormai posseduta dalla sua incursione. Le invenzioni verbali si fanno sempre più fitte, per cui l’attesa cade dai rami incontro ai tuoi piedi, o arriveremo a Capo Horn con le rondini in tasca, o la  notte  ricomincia con le dita sugli strumenti. Insomma è tutto un lievitare di immagini che aiutano la poetessa a volare oltre la parola, perché anche lì, nel verbo, si sente prigioniera e fa di tutto per non lasciarsi imbrigliare. Ma noi seguiamola fino in fondo, mai stanchi delle sue magiche creazioni. Fino a quando anche la poesia: “ha smesso di credere in questo genere che di umano ha ormai ben poco”

di Nazario Pardini, Alla volta di Leucade

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Davide Morelli legge Arcani, poesie di Angela Greco

Questa raccolta di Angela Greco (Arcani) può essere letta a livello macrotestuale come una interpretazione della realtà, quella dei tarocchi, divinatoria, combinatoria e simbolica. Lo sperimentalismo della poetessa è consapevole. Nonostante l’eterogeneità del materiale e la commistione degli stili, l’opera non è una miscellanea, non è un pastiche, ma è provvista di una coerenza interna. La raccolta è composta da quattro parti. La prima è un ottimo poemetto. La quarta consiste in una serie di belle prose poetiche. Nel mezzo, delle liriche più brevi ed epigrammatiche.

La Greco sapientemente riesce a dilatare e a concentrare ad oltranza la sua poesia, anche se complessivamente tende un poco di più all’accumulo. Bisogna leggere attentamente i componimenti per capire pienamente l’intertestualità, la rete di rimandi. A livello microtestuale si può registrare l’unica parola-chiave «assenza» ripetuta più volte, anche se in modo non ossessivo («graffio d’assenza», «un’alternanza con l’assenza», «Abito assenze», «Assenza, la più atroce delle poesie», «dintorni dell’assenza», «protagonista d’assenza tu stesso», «presenza d’un’assenza cui nemmeno più attribuisci nome»). Ma questo non è assolutamente sintomo di alcunché. La poetessa ha sempre molto da dire e non ha chiodi fissi. Però, questa è la dimostrazione che anche dall’approccio più sistematico ed avveduto può fuoriuscire una microvariabile impazzita. I tarocchi, comunque, sono solo un gioco raffinato, un modo per conciliare ordine e disordine, trasformare l’entropia in sintropia. Non sono per niente credulità popolare e neanche irrazionalismo. Inoltre, la poetessa spiega tutto con una nota finale e si dimostra essoterica.

La Greco non cede mai alla sciatteria e neanche al leziosismo. Si rivela dotata di suoi mezzi espressivi e non è cosa di poco conto in questa omologazione dominante. Non voglio dilungarmi sul suo atteggiamento psicologico, ma la sua scrittura è sempre calibrata e dalla sua autoanalisi oggettivante scaturiscono risonanze interiori e toni ironici. In definitiva, è un libro di poesia che richiede impegno, ma che non delude mai assolutamente. Tiene, anzi, incollato il lettore sulla sedia. Bisogna considerare anche che è una poetessa a tutto tondo, perché non si limita a scrivere poesie, ma gestisce un blog culturale, in cui distribuisce ‘pillole di saggezza’ quotidiane. In fondo, Alfonso Berardinelli ha scritto che “le regole che governano la produzione giornalistica e i media sono ormai più impegnative di quelle che governano i testi poetici. A un vero poeta una sfida del genere non dovrebbe dispiacere”. La nostra ha raccolto la sfida e la sta affrontando con intelligenza, senza mai scadere nel pressapochismo e senza mai abbassare il livello della letterarietà. In conclusione non so se tutto possa essere poesia, ma la Greco dimostra di saper versificare anche ciò che è più ostico ed impoetico.

Commento ad Arcani di Davide Morelli, dal sito Intopic – davidemorelli

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Per leggere alcuni estratti da ARCANI, poesie di Angela Greco (Ed.Achille e La Tartaruga, 2020 – Prefazione di Franco Pappalardo La Rosa), per richieste & info, clicca sui seguenti link:

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https://ilsassonellostagno.wordpress.com/2020/01/13/due-poesie-da-arcani-di-angela-greco-in-uscita-per-achille-e-la-tartaruga-con-prefazione-di-franco-pappalardo-la-rosa/

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https://ilsassonellostagno.wordpress.com/2020/02/17/versi-da-arcani-di-angela-greco-in-uscita-per-le-ed-achille-e-la-tartaruga-con-prefazione-di-franco-pappalardo-la-rosa/

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http://www.achilleelatartaruga.net/contatti/

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Versi da Arcani, di Angela Greco, in uscita per Achille e La Tartaruga con prefazione di Franco Pappalardo La Rosa

…no, non è un caso che abbia scelto il 17 febbraio per condividere questi miei versi…

Arcani di Angela Greco

prefazione di Franco Pappalardo La Rosa, ed. Achille e La Tartaruga, 2020

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Arcani, nuova silloge di poesie di Angela Greco, è suddivisa in quattro sezioni, rispettivamente intitolate: Claire, I giardini del mago, Ein jeder Engel ist schrecklich (“Ogni angelo è terribile”, che è un verso delle Duinesi di Rilke), e Falling. […] Ogni sezione consta di una serie variabile di componimenti dai versi normalmente ipermetrici, più o meno narrativi, ma di una narratività, anche quando l’ipermetria si accorci, sempre frantumata, interrotta e ripresa, e dal ritmo sì piano, ma serrato e ben scandito, dove s’avverte, ma sotto l’aspetto puramente formale, la lezione pavesiana sulla “poesia-racconto” e sull’”immagine-racconto”. (dalla Prefazione di Franco Pappalardo La Rosa. In copertina: A. Mantegna, SOL XXXXIIII, Carta n° 44 dalla cosiddetta “serie E”, 1465 ca, Firenze, Galleria degli Uffzi, Gabinetto Disegni e Stampe).

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§
E, quindi, cosa lascio di questi miei trascorsi?
Un’addolorata sbiadita al crocevia, un cancello
chiuso che ha ceduto alla ruggine e una fenditura
d’asfalto fiorita di parole in un giorno di febbraio.
Claire si ferma e guarda la tramontana che azzurra.
Il vento arriccia il tufo e lame di luce seguono
diagonali di pensieri e facciate divise a metà.
«Portami una bocca di leone dal tetto più alto,
scala questa torre di quotidianità per un pezzo di
mondo da mordere a sera, quando la voce va via e
rimaniamo pensierosi sul rosa e sulla nuova luce».
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Siede al tavolo l’attesa; dalla finestra il paese vecchio
si svuota persino di preti e campane.
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.
§
Un merito, tutto sommato, potranno attribuircelo:
quello di aver favorito il declino, un’altra caduta
verso un pozzo dagli appigli difficili. Persino la Poesia
ha smesso di credere in questo genere che di
umano ha ormai ben poco.
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Gare al ribasso.
L’assenza è una realtà cumulativa, uno spazio
indefinito falciato e arso dopo la mietitura;
si spera un’attesa a maggese, ritorno di fertilità nella
connivenza, che pretende di scrivere il termine ultimo.
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(per richieste e informazioni http://www.achilleelatartaruga.net/contatti/)

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Angela Greco è nata il primo maggio del 1976 a Massafra (TA). Ha pubblicato: in prosa, Ritratto di ragazza allo specchio (racconti, Ed.Lupo, 2008); in poesia: A sensi congiunti (Ed.Smasher, 2012); Arabeschi incisi dal sole (Terra d’ulivi, 2013); Personale Eden (La Vita Felice, 2015); Attraversandomi (Limina Mentis, 2015 con fotografie dell’autrice e di Giorgio Chiantini); Anamòrfosi (Progetto Cultura, Roma, 2017); Correnti contrarie (Ed.Ensemble, Roma, 2017); Ora nuda, antologia 2010-2017 (Quaderni di RebStein LXVII, 2017); Ancora Barabba (Collezione Bocche Naufraghe, YCP, 2018); All’oscuro dei voyeur (YCP, 2019, prefazione di Franco Pappalardo La Rosa).

 È ideatrice e curatrice del collettivo di poesia, arte e dintorni Il sasso nello stagno di AnGre (https://ilsassonellostagno.wordpress.com/). Commenti e note critiche sono reperibili all’indirizzo https://angelagreco76.wordpress.com/.

Rileggendo l’anno appena concluso: Disattese – Coro di donne mediterranee di Giovanni Luca Asmundo,nota di Angela Greco

Pubblicato, come riconoscimento di merito all’autore, quale primo classificato al “Premio Versante ripido” – prima edizione 2019 per poesia edita e inedita, con postfazione di Cinzia Demi, nella collana omonima (creata per scopi di autofinanziamento e reperibile unicamente tramite i marketplace Amazon) della stessa Associazione di promozione sociale Versante Ripido, Disattese – coro di donne mediterranee è la nuova brillante prova poetica di Giovanni Luca Asmundo, classe 1987, architetto e ricercatore universitario nato a Palermo e residente per lavoro e studi a Venezia, autore già di un’altra opera vincitrice di concorso Stanze d’isola (Premio Felix 2016, Oèdipus Ed.) e coautore di Trittico d’esordio (Ed. Cofine, 2016), che segna il suo esordio nella poesia edita.

Disattese è suddiviso in due sezioni di medesima lunghezza, ventuno componimenti per parte numerati con numeri romani – non si consideri superfluo, in un poeta votato alla sottrazione, il fornire dettagli sulle caratteristiche dell’opera – che racchiudono un decennio di poesie: I. Permanenza 2009-2017 e II. Migranza 2017-2019, sezioni, che possono essere considerate poemetti a giusta ragione, per continuità d’argomento e soggetti (anche se non si tratta propriamente di eroi in senso classico), presentate in maniera da costituire nella totalità una narrazione in versi vera e propria, distribuita con la già provata bravura costruttiva letta nell’opera precedente (Stanze d’isola), mirante alla realizzazione di una solida struttura entro cui muoversi con personaggi, azioni e, nel caso di Gianluca Asmundo, anche speranze e silenzi, ovvero tutti gli elementi di quel senso corale di cui è pregna la sua opera. Ciascuna sezione, narrante un tempo passato ed uno attuale, è introdotta dall’esergo di un poeta greco: Ghiannis Ritsos (un verso da Le vecchie e il mare), greco moderno, introduce la sezione in cui la poesia parla di un tempo antico, mentre Sofocle, con una citazione dall’Antigone, apre la sezione che si può considerare più vicina. Fermo restando che la suddivisone temporale non è indicativa, poiché tutto Disattese – nonostante l’elegante presenza di arcaismi funzionali all’eco classicista della poesia di Gianluca Asmundo e “coro” nel sottotitolo dice bene a riguardo -, come la buona poesia ben sa, è a-temporale, parlando con cognizione di causa di accadimenti e sentimenti comunque attuali.

La sensazione ricorrente e positivamente coinvolgente nella lettura del libro, sia che si incontrino donne di una certa età, sia che si abbia a che fare con le protagoniste della seconda sezione, è quella della sospensione, dell’attesa di un evento, di un qualcosa che smuova le acque del così è, che muti lo stato dei fatti dinnanzi al quale si rimane in ascolto, del proprio passato, delle proprie esperienze, dei propri silenzi, divenendo tasselli di un disegno più grande, che accomuna ieri e oggi, in una sacralità che prescinde dal credo religioso, nonostante il destino disatteso, nello spazio circoscritto solo geograficamente del Mediterraneo: “Storia di donne escluse / riunite dal mare essiccato / la madre, la figlia, la Vergine / Nigra sum sed formosa”.   Le donne di Asmundo, intese comunque quali il femminile di un binomio (si accetti ad esempio per tutte, come pure citata nella motivazione della giuria al premio, Penelope, che aspetta, lavora e agisce in prospettiva di Odisseo e di Telemaco), in questa opera non sono eroine che tendono al protagonismo personale (l’autore, in maniera mirabile non scade mai nella retorica, né nell’uso strumentale degli argomenti trattati), ma sono fili differenti di uno stesso ordito lavorato al telaio del tempo e della storia, che solo insieme, coralmente, potranno riscattare non solo se stesse, ma anche la loro progenie, guadagnando con la sopportazione e mai sottomissione, il futuro che sperano nonostante tutto: “L’irriducibilità delle stelle / era pari alle braccia delle madri. // Non più vasi in testa, mutati i fardelli / ma sempre un arcaico sorriso giocondo / e il gomito ad anfora greca”.

Un ruolo particolare nello scorrere dei versi è svolto dal silenzio e dalla solitudine (ogni componimento reca in sé un rimando a questi temi: “una volta rimasta sola”, “specchiarsi in una sorda ossidiana”, “restavano fredde le pietre del forno”, “le rive delle ultime sponde ammutite”, “tacquero i pesi pendenti dai fili”, ad esempio) intesi non già come mancanza di voce e di compagnia, ma come momenti privilegiati per la riflessione, per il pensiero su quel che è stato o sul da farsi; un silenzio costruttivo, in cui nulla si perde della forza e della speranza tratteggiate altrove, ma che è compendio, ampliamento del progetto (di costruzione di una umanità migliore) che il poeta affida (anche) a questa sua opera. Silenzio, che si pone come contrappeso alla parola divenuta oggi inevitabile, equilibrando pieni e vuoti della narrazione e lasciando spesso nel lettore la sensazione che l’autore propenda maggiormente per il non detto affidato ad un sentire che bene emerge dal lavorio di cesellatura del blocco-scrittura, nel quale ogni elemento è stato scelto con cura e lodevole attenzione.

L’autore di Disattese – coro di donne mediterranee, tra ricordi di viaggio, andate e ritorni e visoni lucide attraverso occhi capaci di traguardare la bruttura di cui siamo partecipi in questi tempi, raccoglie scene e pensieri di un cammino che compie da anni e che trova ampio spazio nei suoi luoghi telematici e nei suoi differenti lavori, con la promozione – si legge nella sua nota biografica – di “progetti di scrittura e fotografia su diversi temi quali migrazioni e dialogo, cura dei luoghi, riflessioni sulla città e il paesaggio contemporanei”: alcuni componimenti di quest’ultima opera mantengono il tono diaristico di chi si sposta per ragioni diverse e prende appunti; appunti che, in una fase successiva, prendono forma di poesia, mantenendo salde le sensazioni della prima stesura, della meraviglia con cui sono stati captati tra tanti segnali differenti: “La piccola A. vive tra il sole e la terra / olio e miele il suo dono nel deserto / […] Sopra la porta della su stanza / è disegnata una stella marina / ma non sa cosa ci sia oltre il blu./ In mezzo al mare c’è un’isola grande / dove io sono nato”. Viaggi, dell’autore attraverso i suoi protagonisti poetici, che rimandano sempre echi del luogo d’appartenenza, quasi a voler sottolineare con la dolcezza che è cifra di questo poeta, che qualsiasi distanza, fisica o metaforica,  non può mai recidere o far dimenticare quel legame con la radice per antonomasia, ossia l’essere persone, viventi di un sistema plurale, che può funzionare solo se ciascuno e tutti svolgono al meglio il proprio ruolo, la propria parte, come splendidamente si legge in chiusura: “Se coglieremo con dita gentili / i frutti maturi della decadenza / per ripiantarli al riparo dal salso / in salvo dietro le dune sabbiose / d’infanzia d’altri, non più distinti // se accosteremo le gemme trovate / e quelle recate fin dagli scogli / schiuse le mani non più protettive / coltiveremo giardini d’approdo // se volgeremo la nuca in profilo / esso disegnerà un’unica costa / per il medesimo viso / un mare fiorito.” [Angela Greco]

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Alcuni estratti:

XIX.
Teneramente arriverai ai tuoi cent’anni
di sorrisi asciugati e pacifici
dimenticate storie e filastrocche
ma l’aspetto sempre curato e nell’armadio
le grucce con i sogni appesi
e nell’angolo il sacchetto di lavanda
.
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II.
Non un limone, siamo giardino
dai verdi getti slanciati nel sole
gemmiamo l’aria, se ascolti il lucore
corale di un unico manto di zagara
non c’è confine, se non la plurale
pace esultante dei muri essiccati
meraviglia di mille sterpaglie.
…………………………………a Salma Zidane
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XVI.
Nutriamo la lingua d’erranze
di approdi e partenze, di soglie
del mutuo baciarsi dei venti
del pianto di sale diviso, sorelle
bianca solarità in bocche addolcite
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grani e parole in terreni
di nuovo linguaggio
lo spazio ricresce spontaneo
tra le erbe pestate.

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Rileggendo l’anno appena concluso: Zero al quoto di Fabrizio Bregoli – nota di Angela Greco

Zero al quoto di Fabrizio Bregoli letto da Angela Greco

Si apprende dal vocabolario che in aritmetica, “quoto” è il quoziente esatto, senza il resto, e l’espressione utilizzata nel titolo – zero al quoto – indica una potenza con base zero elevata a zero, ossia qualcosa di impossibile da risolvere, che, al di là dei dibattiti tra addetti ai lavori numerici (a cui pure l’autore, laureato con lode in Ingegneria Elettronica, con buona probabilità è avvezzo), sconfinando in problemi di ben altra natura da quelli meramente matematici, giustifica la materia sottesa al titolo stesso, la poesia. Tralasciando le peripezie di pensiero con cui Fabrizio Bregoli dà il benvenuto al lettore della sua opera, Zero al quoto (Puntoacapo Editrice, 2018), per i profani in matematica come me, quello zero, di cui, appunto, nel titolo, attrae, affascina e, dopo aver letto l’impegnativa prefazione Vincenzo Guarracino – il quale pure tenta un dipanare la matassa inerente titolo e silloge – conduce subito alla lettura dei versi, domandandosi se, casomai, quello zero non sia fondamentalmente un punto d’inizio di un’argomentazione poetica, che fin dai primi versi l’autore intesse con testi densi, finalmente lunghi (per questo momento poetico, che preferisce la rapidità di testi fruibili come tweet) e articolati, narrativi a loro modo e che predispongono il lettore ad un ascolto meditato e per forza di cose lento, coadiuvato da esergo, che invitano all’approfondimento dell’ultima poesia italiana d’autore. Con Zero al quoto occorre stare in poesia; non si può altrimenti.

Il primo testo, “Detto? Taciuto appena” titolato in corsivo e collocato al di fuori delle sezioni che compongono la silloge, ha l’aria di una introduzione per il lettore, una presentazione a tutti gli effetti, un presentare e presentarsi in Versi. Foggia o marchio per la memoria fino a domandarsi Eterno quest’istante? / Eterno. Fragile ed eterno e a far comprendere, a mio avviso, che è dell’incontro proprio con la Poesia che si sta dicendo.

“Gli uomini (o la loro ipotesi)” è la prima sezione del libro; subito, la prima poesia (Sapere di te) commuove; un’analisi lucida della realtà, consegna quest’ultima a chi verrà, consigliando quella stessa calma e mancata fretta di cui si è detto poco prima (Non avere fretta, qui tutto scalcia / conoscerai astio, menzogne d’uomini / impietoso linciaggio d’anni, tu / fanne limo profondo di sapienza / verità, come di provvida pioggia / rettitudine e inalterato amore); nel dialogo che il poeta intraprende nei primi due componimenti con un nascituro (La tua presenza è l’eco d’una voce / smorzata nei brevissimi centimetri / sull’esile attorciglio del funicolo) si tenta una prima ricognizione del presente, iniziando proprio dagli esordi dell’essere umano, il concepimento, affermando che La vita è il nulla che le dà principio / l’assurdo che s’intrude nel possibile, per poi subito dare luogo ad una speculazione a tratti filosofica sull’esistenza, portata al lettore anche con metafore efficaci, come si legge in “Consumazione obbligatoria”: E indifferente / se fosse oste o avventore […] se banco o giocatore in quella riffa […] / O era questo suo scoprirsi nessuno / escluso ad ambo i giochi / a riassumerli entrambi?, per giungere, in “Fosse poesia”, ad una chiara esposizione di quella visione nichilista di cui ampiamente nella prefazione: Fosse poesia potrei indugiare / su qualche vezzo cromatico […] / Ma questa scena è minima, assoluta / non si concede appello, assoluzione. / Lui siede agli scalini, tra i piccioni […] / lo sguardo arrovesciato su detriti / di storie, ciò che ne resta tra le unghie / sudice, un bicchiere, stente monete. / Chiede nuda evidenza del suo esserci. // E non serve una poesia, un altro alibi. Nella poesia “Quei ragazzi”, che chiude la prima sezione, è riproposto, nell’ultimo verso, l’istante come unico momento positivo – nel fermo paradiso dell’istante –, ma, tuttavia, senza troppa convinzione.

“Iconoclastie” è l’evocativo titolo della seconda sezione, a “sfondo artistico” viene da dire, nella quale l’autore distilla versi dall’analisi metatestuale di alcune opere d’arte e che si apre con una originale poesia intitolata ad un iconoclasta dei nostri tempi, il personaggio (Làszló Tóth), che nel 1972 vandalizzò la Pietà di Michelangelo, dal cui gesto il poeta trae spunti di riflessione, che vanno davvero oltre il primo impatto con l’atto in sé: Non diverso da affrancare una lettera / o rimboccare le coperte. Fu / la più nuda delle necessità / liberare dalla materia il simbolo. Come / sgomberare una nube dalla fronte. // E quindi estrarne la vena esatta / imporvi la ferita salutare / la grazia rude d’una perdita. / E non restarne vuoto / simulacro, vitello d’oro. // Fra cruna e spazio, lì dove si ferma / l’arduo della luce: solo saperlo / incidere, per lasciarvi una firma / nel sordo martellare del minuto. In questa sezione, degna di nota è il componimento Pietà Rondanini, cesellata, prima dagli occhi e poi dalla poesia, in maniera davvero superba e chiusa con un verso (Guaiva un tram. Poco più in là il Castello) a cui fa eco il poeta stesso costretto a dover lasciare tanta alta materia. Tutta la sezione è votata a far emergere il lavorio di sottrazione, di eliminazione, di trattenimento solo dell’essenziale, detto in versi come Per questo scelsi minima / l’arte, perfetta / la sottrazione (“Concetto spaziale. Attesa”) o L’approdo d’una vita è la cesura (“Pietà Rondanini”) o, ancora, Nello sbiadire d’ombre, di colori / lo sfondo bianco è il cuore che governa / il fulcro esatto, il ganglio del restare (“In questa consuetudine la fede”), alla luce dei quali occorre mettere in evidenza che tutta la poesia di Fabrizio Bregoli ha motivo di esserci, nel senso che non vi è traccia di barocchismi o di superfluo, ma ogni termine, dal più comprensibile, al più difficile, è preciso, utile.

La sezione successiva, “Memorie (da un futuro)” prende il titolo dall’ultimo verso della prima poesia, “Cassandra”, che recita, nel finale, E già scioglie grumi di secoli, scempi / di madri al rogo del loro respiro, /    mutilazioni d’angeli, ed esodi / di moltitudini, e scie di cani. / Lacerti d’un altrove, memorie da un futuro e annovera componimenti dedicati a personaggi e tradizioni differenti, accomunati da un’aurea di sacralità e misticismo, nonché dall’ombra di una madre – maternità, che permea molti testi, e testi più vicini alla realtà del poeta, quali l’impietosa “Centro storico” o “Destinazione d’uso”, che racconta la mutata destinazione, appunto, dei territori della Brianza, nei quali sembra emergere una sorta di ‘rabbia’ contro l’attualità edile, contro la costruzione come manufatto, che poi è memoria e ricordo e, come tale, dovrebbe godere del rispetto opportuno ad opera dell’uomo, il quale non viene risparmiato nelle altre poesie di questa sezione, in un crescendo, che dal passato addiviene ad un futuro felliniano, visto come una rivista, con tanto di personaggi caratteristici, da cui non è escluso nemmeno l’attuale presidente degli USA (Per chi mai custodire questo strenuo / gemito d’alba, un diamante di fiato / che v’incida gola a gola uno spazio / inviolato, una scoria d’orizzonte? […] / E si reclina il viso, s’alza il bavero / ci si rinserra a stento tra le spalle / a un polline di voce che ci assista / in un falsetto a litania di ieri. / Cerea l’alba, di scena la rivista. / Ballerine Nani Trumpolieri, “D’una mattina d’equinozio e spoglio”).

Dopo l’onda di “Memorie (da un futuro)” è la volta di “Diversa densità degli infiniti”, a suo modo mareggiata parimenti, nel senso di carrellata dal ritmo più rapido intrisa di personaggi, rimandi e ricordi di anni vissuti dalla generazione dal poeta, che sembrano in qualche modo voler allentare la morsa di questa poesia importante, capace di calamitare su di sé l’attenzione senza sforzo. Nella sezione, anche se è difficile estrarre una poesia su tutte, attrae “Autarchie”, di cui riporto la prima strofa: Nevica. Bianco che frastorna, libera. / Spazio che la mente rigoverna, ordina. / Che sia questa l’arte: precipitare / come germi d’acqua che cristallizzano, / s’affidano al rigore, a geometrie / spezzate, omotetie frattali. / Esagonalità singolari, uniche / a ripetere la stessa norma, il canone […] Credimi nessuna  / altitudine, semmai la surroga / a quella prima, nostra falsa vita  che, di fatto, riconsegna al lettore il rigore, l’ordine che il titolo matematico presupponeva, ammettendo che tanto non derivi già da qualcosa di esterno, quanto piuttosto sia specchio di qualcosa che già si possiede (autarchia, nell’etimologia sta ad indicare “basta a se stesso”), ricentrando il cardine della poesia di Zero al quoto sull’asse uomo-nichilismo (Nulla credimi // si sconta vivendo, nulla redime. / Nemmeno la bellezza di legge in chiusura di “Leni Riefensthal”).

La sezione “Amba Alagi” propone poesie, come accaduto nei testi appena precedenti, che hanno perso il titolo e si apre con questi versi: Le cose non ci pensano. Le tedia / il nostro agire d’uomini, ridurle / ad appendice, semplice strumento. / Hanno l’antica nobiltà dell’attimo / un’araldica di gesta ovvie, minime, nei quali si conferma come unità di misura del tempo (pur leggendo in un altro testo della stessa sezione, che il tempo non ha coniugazione) l’attimo e si rimarca il concetto di minimo che, dopotutto, è quanto di più prossimo allo zero si possa intendere; Ma pure un piatto sbreccato, una spilla / un guanto liso, un pettine rivendicano / talvolta dignità a esistere, intrudono / nella geografia consueta di anni / la deriva d’un continente prossimo […] / Dopo, tornano al loro buio buono / al santo anonimato dell’oggetto / nell’assoluto garbo del silenzio, silenzio dove sembra voler approdare anche il poeta, il quale in un componimento successivo scrive: fino a giungere, tutti e ognuno, ad una / regione di mezzo, una zona franca. Ad una terra esatta, impareggiabile, in un sottotono smentito soltanto dai rimandi di cui la poesia è felicemente intrisa. La sezione sembra la meta di un lungo ragionamento dipanato per oltre cento pagine, che giunge, dopo tanto peregrinare, a dire Difficile credere / a come la più opaca consuetudine / possa diventare – ora – irripetibile, ossia ad attribuire anche alla più insignificante delle cose, un valore per cui valga la pena vivere, nonostante l’inasprirsi di una mancanza di luce, come nei versi: Nulla di nobile / – viviamo forse delle nostre perdite – / nulla di utile o appena comprensibile. / Ma comunque scriverne. / Arte del dimenticare.

 “Per una poesia possibile” è la sezione che chiude questo denso lavoro di Fabrizio Bregoli e rappresenta una sorta di dichiarazione poetica, in cui l’autore esprime il suo punto di vista sulle forme della poesia, ma anche una sorta di saluto, ancora intriso di pensiero e riflessione, questa volta su una fine ben più grande: Il tarlo dell’addio t’accompagna / così s’impara a morire / sopravvivendo alla consuetudine / dell’ora, del non detto / qui, nella disequazione di parole / e senso, se solo nella provvisorietà  / del tempo è commiato (“I limoni del Garda”), congedandosi dal lettore con questa poesia, magistrale riassunto dell’intera silloge:

         È tutto qui.
Ci s’assottiglia, il garbo d’un asintoto
dove la curva stromba nel suo ignoto
a gradiente rapido, senza antidoto. 
Nell’interstizio fra virgola e intero
punti di flesso fra altrimenti e vuoto,
ennesima potenza a base zero.
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Sieben acht gute Nacht
Neun zehn auf Wiedersehen.

[Angela Greco]

in apertura: opera di Steven Kenny

Rileggendo il 2019: Lievito Madre di Agata De Nuccio – nota di Angela Greco

Lievito Madre (aprile 2018) è il più recente lavoro poetico di Agata De Nuccio – poetessa salentina nata a Castrignano del Capo e residente a Erbé, nella provincia veneta – per i tipi della veronese Officina Grafica Edizioni, casa editrice con la quale l’autrice collabora proficuamente da tempo, anche con produzioni in prosa (letteratura per l’infanzia).

La silloge – il cui titolo, in una metafora cara a tutti, rimanda senza difficoltà al lavoro artigiano delle mani che creano cibo – con introduzione di Paolo Masini e Grazia Francescato, letteralmente si apre al lettore sin dalla copertina, sulla quale, nell’intero formato delle due metà che la compongono, è riportato un incipit, che senza dubbi può essere considerato anche una estrema sintesi della poetica di questa cortese e solare autrice di lungo corso: “Fuori nemmeno una bava di vento / dentro lo splendore della tempesta, / e un timone di poesia.” Un incipit che segna il percorso di Agata, dagli ossimori della sua finibus terrae d’origine, all’approdo, tutto interiore e guidato dalla Poesia, ad una agognata serenità per sé e per i suoi affetti. Affetti che, nel caso della De Nuccio, travalicano con generosità il limitato a se stessa, per abbracciare per cerchi concentrici l’intera opera del creato, a cui è dedicato il suo impegno civile in favore della Natura realizzato attraverso specifici organi competenti, operanti sul territorio dove vive, e attraverso l’educazione alla lettura e all’ascolto nelle scuole, dove Agata, poetessa impegnata nel sociale, porta praticamente la sua esperienza letteraria.

Lievito Madre è un testardo atto di denuncia in favore dell’amore e di amore per la poesia (Con il passare del tempo / il mio cuore eremita, impasta inverni e vento / e tutte le parole che conosco / le scrivo, anche quando mi trema la voce. / E ti chiamo si legge in “Pane quotidiano”), ispirato, senza mai svelarlo del tutto, se non nella maiuscola dell’aggettivo del titolo, alla dipartita figura materna e composto da liriche di varia lunghezza e da una sezione denominata “140caratteri e oltre!” che rimanda all’espressione contemporanea dei tweet, area telematica dove la poesia, in forma immediata e brevissima, sta incontrando un vasto favore di pubblico; ma l’immediatezza è una peculiarità della poesia di Agata De Nuccio, capace di esprimere senza mediazioni o artifici retorici, la grandezza di un sentimento unitamente allo stupore, alla meraviglia, il cui senso permea tutta la silloge.

Una chiarissima fusione-interazione tra l’elemento umano e quello naturale, quell’elemento materno che scorre tra i versi e che tende a coincidere con la Terra, un sentimento panico, coinvolge fina dalla prima lirica (“Sopra di noi”), dove tutti gli elementi atmosferici concorrono alla poesia e al poeta non rimane altro che prenderne coscienza e trascriverli per futura memoria. E Agata è autrice attenta ai segni e ai segnali, esterni ed interiori, per farne memoria; non è un caso che tanto del suo lavoro sia rivolto alle generazioni in erba, fucine di futuro a cui affidare la salvezza finanche del pianeta: Nonostante l’uomo / il fiume / attraversa le foreste / e varca le porte del mare, / nonostante il petrolio / e la miseria dell’animo / il richiamo della terra / echeggia profondo e sonoro, come si legge in “Nonostante l’uomo”.

Una presenza importante, in Lievito Madre, è quella del sacro anche in senso religioso: Agata De Nuccio non è mai da sola ad affrontare le cose del mondo, ma si avvale sempre della presenza di Dio, come si legge, ad esempio, in “Inchiostro di radici”, dove un sentire francescano conduce l’autrice ad un’analisi della realtà ordinata del creato, ma deturpata dall’uomo e, chiedendo al Signore Avvolgi la mia penna nel sudario / rendi le mie mani forti e misurate / per arare le dure zolle; / la terra geme Signore / devo fermare l’orrendo scempio, / degli uomini servi degli dei, dà mandato alla poesia per mano dello scriba, come la De Nuccio nomina spesso se stessa e il poeta, di restituire al creato quanto è stato sottratto dalla parte negativa del genere umano.

E, sicuramente, nell’impaginazione del libro è stato fortemente voluto, dopo questa lirica, l’inserimento del messaggio di speranza contenuto in “Verrà la pace”, in cui si legge: Quando finiranno le guerre / […] File di pani spargerò sull’aia / colma di sole / nel grembo della terra / seminerò chicchi di grano. / Non importa se voi spargerete / armi, odio e fuoco; / si accenderà la scintilla del perdono, / si riconosceranno gli uomini / nel sogno immutato; / dalle foglie di ulivo attingerò / l’olio sacro della pace.

L’ultimo forte elemento caratterizzante della poesia contenuta in questa meritevole silloge è l’appartenenza, le radici: Agata De Nuccio instilla con parsimoniosa dolcezza e mai celata passione, anzi sarebbe meglio dire dissemina, momenti e caratteristiche della sua terra d’origine, inframezzandoli con affetto a quelli inerenti la terra dove attualmente vive, serbando una gioia che non è ricordo nostalgico, ma presenza pulsante accanto: Agata non ha lasciato il Salento, ma lo ha portato con sé, impastandolo con la sua nuova realtà, in un connubio che non passa inosservato e che diviene valore aggiunto per questa Autrice dall’occhio lucido di realismo – si leggano “Stelle estinte” e “Tu resti comunque”, dove il dolore per una perdita non viene celato o camuffato, ma si fa momento propizio per riflessioni-azioni profonde, ricordando che Agata è persona pratica e di azione, non di sterili parole e vagheggiamenti – , appassionata della Vita, e che non ha mai smesso di credere nel Bene e nella Bellezza. [Angela Greco]

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Alcuni estratti da Lievito Madre di Agata De Nuccio (Officina Grafica Edizioni, 2018).

Dall’impasto
di una vita semplice,
lavorata con mani sapienti,
da lì nascerà
e crescerà
il Lievito Madre per il nostro spirito.
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[esergo]
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L’arte di resistere
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Sulla poltrona della mia coscienza
siedono bambini,
donne e uomini senza diritti,
siedono i deboli, i malati e i derelitti,
siedono i potenti e i malvagi;
sulla poltrona della mia coscienza
siede la mia penna,
e tutti sono citati nella mia poesia;
ai primi spetta di diritto di entrare
in questa alba che germoglia dalle rovine,
ai secondi l’obbligo di ascoltare
il tuono delle loro bombe;
mentre il cuore tumeggia contro le costole
sventolerò sulle loro bocche
la poesia
e il silenzio eloquente della luna.
L’arte di resistere spetta allo scriba.
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Poesis
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Abito dentro un albero che porta il mio nome
come un ramo cero l’infinito,
le stagioni perse e ritrovate,
cerco i coni d’ombra e di luce e respiro la vita;
vivo abbracciata alla terra, a ossa vive
con le radici impresse a ferro rovente nella roccia;
le foglie sono fogli scritti dal cielo
aperti come libri sui banche di scuola;
il vento ti porterà il profumo della mia parola.
Abito dentro un albero che porta il mio nome
e il mio nome è Poesis.
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Stelle estinte
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Mi spezza le ossa la sera
quando ripongo in soffitta
i miei sogni e le stelle estinte.
Loro, di notte,
scendono come piume
dove tu vivi
e io racconto bugie alle ombre.
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dalla sezione “140caratteri e oltre!”
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Δ  Il congedo della calda stagione
somiglia alla pienezza dell’ultimo bacio dato al vento,
il mio autunno sta seduto in una stanza
e scrive fragili parole su carta di cielo.
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Δ  Due cose mi restano negli occhi.
il mare e il tuo sorriso.
La legge della meraviglia non ha bisogno
di essere scritta
basta fermarsi un attimo e contemplare l’infinito.
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