Bartolo Cattafi, due poesie

Versi da Tutte le poesie (Ed.Le Lettere) di Bartolo Cattafi (Barcellona Pozzo di Gotto, 1922 – Milano, 1979)

*

SCIROCCO IN SICILIA

Alle porte del Sud róse dal mare
agavi e capre bivaccano covando
il sangue fatto polvere nei secoli
vecchio odore immobile del mondo.

Mezzogiorno su razze dolorose
favola sbarcata come un padre
lamento della sete dei cammelli
ogni ulivo è per te una bandiera
ogni cuore l’arancia ritrovata
ogni donna la cavalla cavalcata.

Colmate le chiese d’incenso e di gridi
come battelli di spezie e di limoni
fanciulle atroci sull’antica schiena
affogano cantando il grosso sesso
uccello starnazzante rosso e nero
in un bagno mordace d’acquasanta.

Caldo corpo di favola e fuga
tinnante del frumento dalle pietre
Scirocco spada di Dio in processione
rosa in mano alle grige famiglie
nuvola e sonno maturo sopra i tetti.

Un’ombra di geranio macchia il muro
una salma appassisce nel deserto
come un sacco di miele abbandonato
Scirocco curvo lutto luminoso
alitante l’aroma del Corano
sul folle gesto del sangue crocifisso.

Per noi urlano gli occhi solitari
per noi la carne è uno sperso animale
per noi il pianto è una bianca corona
di farfalle impazzite nelle stoppie.

Germoglia il tuo latte tagliente
dentro gole oscure uteri muti
Sicilia sposa di capri e di califfi
Sicilia offerta all’immenso assalto
del vento che trascina tristi quaglie
oltre il mare cedendole agli ulivi.

~

LINEA DI COSTA

Una linea segnata
in nessuna mappa
perché passa per la mia anima
divide il mare dalla terra
a volte filo teso
s’accende e vibra a certi venti
a volte s’allasca e sbatacchia
arco flaccido che sbatte a destra
che sbatte a manca
trasforma mezzelune di mare in terra
spicchi di terra in mare
in modo alterno sbalestra
l’assetto delle cose
l’alga sull’aia
sott’acqua l’erba medica
a volte scompare
sotto un banco di nebbia
e non sai se l’ansante rimorchiatore
senza controllo
a lumi spenti s’inerpica sulle colline.
Vorresti allora una mappa più netta
passarci sopra il palmo della mano
inchiodarla sull’asse
soffiare sulla nebbia
buttarci di notte
la luce della lampadina.

*

Biografia

Maggio in versi

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 È maggio di Giovanni Pascoli

A maggio non basta un fiore.
Ho visto una primula: è poco.
Vuoi nel prato le prataiole:
È poco: vuole nel bosco il croco.
È poco: vuole le viole; le bocche
di leone vuole e le stelline dell’odore.
Non basta il melo, il pesco, il pero.
Se manca uno, non c’è nessuno.
È quando è in fiore il muro nero
è quando è in fiore lo stagno bruno,
è quando fa le rose il pruno,
è maggio quando tutto è in fiore.

~

Maggio di Giorgio Caproni

Al bel tempo di maggio le serate
si fanno lunghe; e all’odore del fieno
che la strada, dal fondo, scalda in pieno
lume di luna, le allegre cantate
dall’osterie lontane, e le risate
dei giovani in amore, ad un sereno
spazio aprono porte e petto. Ameno
mese di maggio! E come alle folate
calde dall’erba risollevi i prati
ilari di chiarore, alle briose
tue arie, sopra i volti illuminati
a nuovo, una speranza di grandiose
notti più umane scalda i delicati
occhi, ed il sangue, alle giovani spose.

~

Rosa di maggio di Alda Merini 

L’alba si è fatta
profumo di rose.
Rosa di maggio,
abbarbicata sul muro vetusto;
affresco di vita
corroso dagli scherni del tempo.
Tappeto di petali bianchi
sul selciato di dolci primavere.
Fra gli agrumi imbiancati dai fiori,
mano nella mano di mio padre,
stretta, stretta,
al richiamo del cuore di mamma,
ansioso, protettivo.
Diventeranno frutti copiosi,
allieteranno tavole imbandite
tra gli amici dell’allegria,
svaniti nei rivoli
del più salubre inganno.
In fondo, oltre la siepe,
scorgere i ceppi temprati dagli anni;
offrono ancora nuova vegetazione,
nuove foglie, tenere e indifese,
al soffio di vento.

rosa lilla

Maggio di Alfonso Gatto 

Odore d’orfani odore di garofani
il fresco dei mugnai
sul carro in vetta al cielo.

D’ogni speranza la sera è vuota
nell’asino che zoccola sul selciato
grigio come la porta di bottega
che ha sui vetri il mare,
emporio dei dolci confetti di noia.

~

Godi di maggio di Attilio Bertolucci

Godi di maggio che consuma in fretta
i giorni delle rose alla luce
spettrale delle sere, la giovinezza
non aspetta…

Ma estivo è ormai questo silenzio intorno
alla tua casa e al sonno dei vivi e dei morti se il giorno va via.

~

Maggio romano di Margherita Guidacci

Ora che lingue di fuoco ci lambiscono
(purtroppo non pentecostali)
e fiocchi di lana bigia cadendo dagli alberi
ci dispongono alla febbre da fieno;
mentre puzzano in coro le immondizie abbandonate
per le strade da spazzini scontenti,
ed attendiamo rassegnati la rinascita
delle mosche, dei cattivi pensieri e delle guerre,
verrà infine qualcuno ad annunziare
che abbiam finito di decomporci?

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Vittorio Bodini, Dov’è l’uomo? Chi arriva

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Vittorio Bodini (Bari, 1914 – Roma, 1970) è stato un poeta e traduttore italiano, uno dei maggiori interpreti e traduttori italiani della letteratura spagnola. I suoi studi e le sue traduzioni sono ancora oggi da alcuni reputati veri e propri modelli.

🕊

Dov’è l’uomo? Chi arriva

Dov’è l’uomo? Chi arriva
fino al suo grido
dove non ha più fronte ma targhe d’ ottone?
Empio di sonno, vago nel mio sangue,
cascate azzurre piovono
sull’azzurro guanciale
e chi ho perso è il compagno mio: non è
più ai piedi del mio letto, dacché
talpa pensosa dei destini civici,
perso nei manifesti,
nella civica azione,
spio corridoi che portano
sempre più dentro, più attorti
nei visceri dei Pubblici Enti
divoratori di verbali, con lingue
penzolanti di tori squartati
e a testa in giù,
ed ogni scavo non è verso il varco,
non alla libertà la galleria
del mio sonno, di industre talpa e decoro
in cui si mura ogni gesto
d’amore del poeta ai suoi simili, e intanto
s’allontana il mio sosia, il compagno mio,
non come lo scudiero giovinetto che andava a corte
e aveva tanto sonno che dormiva a cavallo,
ma da un viottolo scuro, guardandosi
fra cocci di bottiglie e verdure selvatiche,
la punta delle scarpe nere,
una dopo l’altra.
C’è così poco sole quanto basta
perché ne brilli il manubrio della bicicletta,
ma nulla vede,
né i cardi del cielo,
né la chiocciola dura
abbarbicata agli sterpi;
oltrepassa capre, orme incise
di cavalli nelle piogge disseccate,
e il vecchio uomo seduto sul muricciolo,
con occhiali e bastone,
e il capo
sul taccuino di massime trascritte,
in compendio finale sotto un tenue
cielo di maiolica triste, ma non può vedere
nulla il compagno mio perché i suoi occhi
non gli servono a nulla senza di me.
Così valiamo poco, l’uno senza dell’altro,
e il lamento dell’uomo a cui muovemmo
s’abbarbica ai suoi fili e ci si fa nemico.

*

versi da “Dopo la luna (1952 – 1955)” in Tutte le poesie a cura di Oreste Macrì, Besa 2010 — In apertura, opera di Salvador Dalì.

Maria Luisa Spaziani, tre poesie

Maria Luisa Spaziani (Torino, 1922 – Roma, 2014) ), tre poesie

Realtà e metafora

Tu, realtà e metafora, luminoso
corpo dal doppio segno. Tu moneta
d’inscindibile faccia, bianco cigno
che ingloba il suo riflesso.

Penso all’abbraccio, e all’improvviso scende
in acque buie il mio vascello ebbro.
Confluiscono oceani. L’energia,
duraturo arabesco di fulmine.

.

E lui mi aspetterà nell’ipertempo

E lui mi aspetterà nell’ipertempo,
sorridente e puntuale, con saluti
e storie che alle poverette orecchie
dell’arrivata parranno incredibili.
Ma riconoscerà, lui, ciò che gli dico?
In poche note o versi qui raccolgo
i messaggi essenziali. Un altro raggio,
aria diversa glieli tradurrà.

.

Entro in questo amore come in una cattedrale

Entro in questo amore come in una cattedrale,
come in un ventre oscuro di balena.
Mi risucchia un’eco di mare, e dalle grandi volte
scende un corale antico che è fuso alla mia voce.

Tu, scelto a caso dalla sorte, ora sei l’unico,
il padre, il figlio, l’angelo e il demonio.
Mi immergo a fondo in te, il più essenziale abbraccio,
e le tue labbra restano evanescenti sogni.

Prima di entrare nella grande navata,
vivevo lieta, ero contenta di poco.
Ma il tuo fascio di luce, come un’immensa spada,
relega nel nulla tutto quanto non sei.

.

da Tutte le poesie (Meridiani Mondadori, 2012)

Giovanni Raboni, due poesie

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Giovanni Raboni, due poesie

Il rimorso di San Giovanni Battista
 .
Silenzio. Udite. Io annuncio la sua morte
perchè sono di fronte a voi l’autore
della sua venuta e dei suoi giorni
disastrosi. Oh fossi morto prima,
nel deserto, come muoiono i cammelli
che si fidano troppo del proprio gozzo! Io così
della mia memoria, della memoria
che Dio mi concede sulle cose future.
Io non volevo ucciderlo
ma la mia fede si è tramutata in pietra o coltello, il mio battesimo
in violento scorpione. Mi perdoni
se troppo poco ho peccato! Io fiorisco di colpa
come la Vergine è fiorita in lui
nel grembo involontario.
.
.
da Gesta Romanorum
.
.
§
.
.
Notizia
 .
Solo qualche parola,
solo una notizia sul rovescio del conto
sbagliato dal padrone.
Forse è tardi, può darsi che la ruota
giri troppo in fretta perchè resti qualcosa:
occhi squartati, teste di cavallo,
bei tempi di Guernica.
Qui i frantumi diventano poltiglia.
E anch’io che ti scrivo
da questo luogo non trasfigurato
non ho frasi da dirti, non ho
voce per questa fede che mi resta,
per i fiaschi simmetrici, le sedie
di paglia ortogonali,
non ho più vista o certezza, è come
se di colpo mi fosse scivolata
la penna dalla mano
e scrivessi col gomito o col naso.
.
.
da Le case della Vetra
.
.
.
Giovanni Raboni (Milano 1932 – Fontanellato, Parma 2004), voce poetica tra le piú alte e rappresentative della poesia del Novecento e dei primi anni Duemila, lascia, insieme alla sua opera in versi (raccolta integralmente in Tutte le poesie. 1949-2004, Einaudi, 2014) un enorme lavoro di traduttore, critico militante, cinematografico, teatrale, nonché commentatore politico e di costume.
– immagine d’apertura: Lucio Fontana, Concetto-spaziale, Attese –

Angelo Maria Ripellino, due poesie da Lo splendido violino verde

Angelo Maria Ripellino (1923-1978) è stato traduttore, poeta, slavista e accademico italiano.

Due poesie da Lo splendido violino verde (1976)

🕊

Resta con me, non andartene.
Già bolle il caffè turco della notte eresiarca,
come azzurre fiammelle di ponce sfavillano
le lampadine giranti del Luna Park.
Non affogare nel ròtor, nel grinzo
gorgo dei casamenti impazziti,
dove scurrili bellocce si impinzano
di fricandò e di soffritti.
A tante storie consunte si aggiunga anche questa, –
ma resta,
furbastra barbiera e giumenta:
imbrattami di noia, di falsa gioia,
di paroline spumose e posticce,
perché, come in tempi lontani, io mi senta
stupidamente felice.

*

Si cruccia della solitudine e aspetta
sempre un cugino dal Paraguay,
un dottor Jazz con la sua Bugatti cachettica,
che non verrà mai.
Rifugge il viavai della folla, il demonio demaniale,
ma poi gli piace la melassa della massa,
tuffarsi nella sua lurida colla, nel suo carnevale.
I farisei lo innaffiano di chiacchiera,
ne ha uditi di bacalari.
Nel brago del vaniloquio si inzàcchera.
Che fiera di osei, che Canaria.
Clichés in crespo di China si inchinano e parlano
di pudicizia, di amore, di patria, di Onassis.
Eppure ho bisogno di Luoghi Comuni, di ciarla,
di musichette al glucosio, di gàrrule tortore
di calabroni saccenti, di contrabbassi,
di tutto il bailamme che tiene a bada la morte.

*

da Notizie dal diluvio – Sinfonietta – Lo splendido violino verde (Einaudi).

Quattro sassi con…autori contemporanei in 4 poesie: Alfonso Gatto

Quattro sassi con...Autori del Novecento

Quattro sassi con…autori contemporanei in 4 poesie: Alfonso Gatto

*

 A mio padre

Se mi tornassi questa sera accanto
lungo la via dove scende l’ombra
azzurra già che sembra primavera,
per dirti quanto è buio il mondo e come
ai nostri sogni in libertà s’accenda
di speranze di poveri di cielo,
io troverei un pianto da bambino
e gli occhi aperti di sorriso, neri
neri come le rondini del mare.

Mi basterebbe che tu fossi vivo,
un uomo vivo col tuo cuore è un sogno.
Ora alla terra è un’ombra la memoria
della tua voce che diceva ai figli:
“Com’è bella la notte e com’è buona
ad amarci così con l’aria in piena
fin dentro al sonno”. Tu vedevi il mondo
nel plenilunio sporgere a quel cielo,
gli uomini incamminati verso l’alba.

*

Le grandi notti d’estate

Le grandi notti d’estate
che nulla muove oltre il chiaro
filtro dei baci, il tuo volto
un sogno nelle mie mani.

Lontana come i tuoi occhi
tu sei venuta dal mare,
dal vento che pare l’anima.

E baci perdutamente
sino a che l’arida bocca
come la notte è dischiusa
portata via dal suo soffio.

Tu vivi allora, tu vivi,
il sogno ch’esisti è vero.
Da quanto t’ho cercata.

Ti stringo per dirti che i sogni
son belli come il tuo volto,
lontani come i tuoi ochhi.

E il bacio che cerco è l’anima.

*

L’erba, il silenzio, il muovere dell’ombra

Soli, nel pianto tuo della mattina,
l’erba, il silenzio, il muovere dell’ombra,
e gli steli del vento. Il tuo sollievo
è di vederti calma nell’attesa
ch’io giunga da lontano, il tuo riposo
è la speranza d’incontrarci a sera
per caso in un inverno.

Lasciarti per sparire,
per essere il tuo cielo dove guardi
senza rimorsi, avere il tuo rimpianto,
la tua memoria, le tue mani vuote…

Forse è più dolce piangermi che avermi.

*

Sottovoce

Una sera di nuvole, di freddo
e di luce che spiega ad altro il senso
della mia vita, questo vago accordo
di memorie in sordina, sottovoce
di me, di te, poveramente assorti.

Si resta a volte soli nella veglia
di un racconto sospeso, allora soli,
ignoti l’uno all’altro, ed ora uniti
dal ricordo che un nulla ci divise.

Il rammarico punge, se mi dici:
«bastava che quel giorno…», ti sorrido
con la mesta sfiducia di sapere
che mai giunsi per tempo, che geloso
di te, del tuo passato, almeno vedo
il tuo sguardo d’amore al primo incontro.

Ma forse è giusto credere che allora
tu m’avresti perduto:
come un ragazzo che si lascia indietro
nella paura d’essere felice.

..

Alfonso Gatto nasce a Salerno, il 17 luglio del 1909, dove frequenta il liceo classico e poi l’ Università di Napoli. Per ragioni economiche deve rinunciare però agli studi (Gatto infatti non arriverà mai alla laurea), e inizia a viaggiare mantenendosi con lavori di ogni genere. Così nel 1934 approda a Milano. Qui inizia a frequentare assiduamente i circoli intellettuali della città; nel 1936 viene arrestato con l’accusa di essere antifascista e sconta alcuni mesi di carcere. Due anni dopo si trasferisce a Firenze, culla di quel movimento ermetico cui Gatto si avvicina da subito, e qui fonda con Pratolini la rivista “Campo di Marte”. Dopo Firenze è la volta di Roma, ultima residenza stabile di Gatto, dove lavora come redattore della rivista “L’approdo” e come curatore del palinsesto culturale della televisione nazionale, abbinando all’attività letteraria quella di pittore, riscuotendo anche con un certo successo con le sue opere.

La prima raccolta poetica, Isola, del 1932, attira una certa attenzione da parte della critica, tra cui figura anche Montale: la raccolta lo inserisce a pieno titolo nella corrente ermetica. La ricerca ermetica di Gatto verso una grammatica del discorso poetico basata sull’assolutezza della parola viene confermata cinque anni dopo, quando pubblica la sua seconda raccolta di poesie, Morto ai paesi (che resta una delle sue raccolte più note e conosciute). Dopo il secondo conflitto mondiale e dopo gli eventi della Resistenza, Gatto abbandona la cosiddetta poetica dell’assenza e rinnova profondamente il proprio approccio poetico; frutto di questa “svolta” sono le Nuove poesie (1950) e Storia delle vittime (1966). Del 1969 sono le Rime di viaggio per la terra dipinta, e del 1973 le Poesie d’amore; tutte raccolte che alleggeriscono – sia stilisticamente che contenutisticamente – il tono delle raccolte della prima fase poetica. Alfonso Gatto muore in seguito ad un incidente stradale ad Orbetello, nel 1976.

Cesare Pavese, da Le febbri di decadenza

Cesare Pavese, da [Le febbri di decadenza]
.
.
Mi dicono che queste mie parole
che scrivo per te,
non sono un sogno bello
di arte divina;
ch’esse sono soltanto
urli lanciati al cielo
difformi come gli urli del vento
delle piante, di tutta la natura,
come i colori dell’ aurora
dei fiori e delle nuvole.
Ma questa è la mia gioia,
cantare come tu vivi la vita
forse soffrendo
e ti senti pulsare nel sangue
il ritmo della danza
gioioso e doloroso
nel tuo grido di giovinezza.
Vorrei solo poterti sussurrare
queste stesse parole
stretto all’orecchio in un brivido solo,
e fare di questo sogno
un’unica vita
libera e palpitante
come la grande natura.
Ma mi debbo piegare
nella mia rinunzia lancinante
in un gelido buio
e sussurrare al nulla
questi spasimi stanchi
come tu doni al mondo più volgare
la tua vita di sogno.
.
[11 gennaio 1928]
.

*

da Prima di lavorare stanca (1923 – 1930), tratto da Cesare Pavese, Le poesie – Giulio Einaudi editore, 1998

Giorgio Caproni, tre poesie

Paul Klee - strada principale e strade secondarie - 1929

Tre poesie di Giorgio Caproni (1912 – 1990), poeta, critico letterario, traduttore, scrittore e insegnante italiano.

*

Il carro di vetro

Il sole della mattina,
in me, che acuta spina.
Al carro tutto di vetro
perché anch’io andavo dietro?
.
Portavano via Annina
(nel sole) quella mattina.
Erano quattro cavalli
(neri) senza sonagli.
.
Annina con me a Palermo
di notte era morta, e d’inverno.
Fuori c’era il temporale.
Poi cominciò ad albeggiare.
.
Dalla caserma vicina
allora, anche quella mattina,
perché si mise a suonare
la sveglia militare?
.
Era la prima mattina
del suo non potersi destare.
.
.
.
Foglie
.
Quanti se ne sono andati…
Quanti.
Che cosa resta.
Nemmeno
il soffio.
Nemmeno
il graffio di rancore o il morso
della presenza.
Tutti
se ne sono andati senza
lasciare traccia.
Come
non lascia traccia il vento
sul marmo dove passa.
Come
non lascia orma l’ombra
sul marciapiede.
Tutti
scomparsi in un polverio
confusi d’occhi.
Un brusio
di voci afone, quasi
di foglie controfiato
dietro i vetri.
Foglie
che solo il cuore vede
e cui la mente non crede.
.
.
.
Sassate
.
Ho provato a parlare.
Forse, ignoro la lingua.
Tutte frasi sbagliate.
Le risposte: sassate

*

In apertura: Strada principale e strade secondarie di Paul Klee, 1929.

Aldo Palazzeschi, I fiori

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I fiori di Aldo Palazzeschi 

Non so perchè quella sera,
fossero i troppi profumi del banchetto…
irrequietezza della primavera…
un’ indefinita pesantezza
mi gravava sul petto,
un vuoto infinito mi sentivo nel cuore…
ero stanco, avvilito, di malumore.
Non so perchè, io non avea mangiato,
e pure sentendomi sazio come un re
digiuno ero come un mendico,
chi sa perchè?
Non avvevo preso parte
alle allegre risate,
ai parlar consueti
degli amici gai o lieti,
tutto m’ era sembrato sconcio,
tutto m’ era parso osceno,
non per un senso vano di moralità,
che in me non c’ è,
e nessuno s’ era curato di me,
chi sa…
O la sconcezza era in me…
o c’era l’ ultimo avanzo della purità.
M’ era, chi sa perchè,
sembrata quella sera
terribilmente pesa
la gamba
che la buona vicina di destra
teneva sulla mia
fino dalla minestra.
E in fondo…
non era che una vecchia usanza,
vecchia quanto il mondo.
La vicina di sinistra,
chi sa perchè,
non mi aveva assestato che un colpetto
alla fine del pranzo, al caffè;
e ficcatomi in bocca mezzo confetto
s’era voltata in là,
quasi volendo dire:
“ah!, ci sei anche te”.
.
Quando tutti si furno alzati,
e si furono sparpagliati
negli angoli, pei vani delle finestre,
sui divani
di qualche romito salottino,
io, non visto, scivolai nel giardino
per prendere un po’ d’ aria.
E subito mi parve d’ essere liberato,
la freschezza dell’ aria
irruppe nel mio petto
risolutamente,
e il mio petto si sentì sollevato
dalla vaga e ignota pena
dopo i molti profumi della cena.
Bella sera luminosa!
Fresca, di primavera.
Pura e serena.
Milioni di stelle
sembravano sorridere amorose
dal firmamento
quasi un’ immane cupola d’ argento.
Come mi sentivo contento!
Ampie, robuste piante
dall’ ombre generose,
sotto voi passeggiare,
sotto la vostra sana protezione
obliare,
ritrovare i nostri pensieri più cari,
sognare casti ideali,
sperare, sperare,
dimenticare tutti i mali del mondo,
degli uomini,
peccati e debolezze, miserie, viltà,
tutte le nefandezze;
tra voi fiori sorridere,
tra i vostri profumi soavi,
angelica carezza di frescura,
esseri pura della natura.
Oh! com’ è bello
sentirsi libero cittadino
solo,
nel cuore di un giardino.
-Zz… Zz
-Che c’ è?
-Zz… Zz…
-Chi è?
M’ avvicinai donde veniva il segnale,
all’ angolo del viale
una rosa voluminosa
si spampanava sulle spalle
in maniera scandalosa il décolleté.
-Non dico mica a te.
Fo cenno a quel gruppo di bocciuoli
che son sulla spalliera,
ma non vale la pena.
Magri affari stasera,
questi bravi figliuoli
non sono in vena.
-Ma tu chi sei? Che fai?
-Bella, sono una rosa,
non m’ hai ancora veduta?
Sono una rosa e faccio la prostituta.
-Te?
-Io, sì, che male c’ è?
-Una rosa!
-Una rosa, perchè?
All’ angolo del viale
aspetto per guadagnarmi il pane,
fo qualcosa di male?
-Oh!
-Che diavolo ti piglia?
Credi che sien migliori,
i fiori,
in seno alla famiglia?
Voltati, dietro a te,
lo vedi quel cespuglio
di quattro personcine,
due grandi e due bambine?
Due rose e due bocciuoli?
Sono il padre, la madre, coi figlioli.
Se la intendono… e bene,
tra fratello e sorella,
il padre se la fa colla figliola,
la madre col figliolo…
Che cara famigliola!
È ancor miglior partito
farsi pagar l’ amore
a ore,
che farsi maltrattare
da un porco di marito.
Quell’ oca dell’ ortensia,
senza nessun costrutto,
fa sì finir tutto
da quel coglione del girasole.
Vedi quei due garofani
al canto della strada?
Come sono eleganti!
Campano alle spalle delle loro amanti
che fanno la puttana
come me.
-Oh! Oh!
– Oh! ciel che casi strani,
due garofani ruffiani.
E lo vedi quel giglio,
lì, al ceppo di quel tiglio?
Che arietta ingenua e casta!
Ah! Ah! Lo vedi? È un pederasta.
-No! No! Non più! Basta
-Mio caro, e ci posso far qualcosa
io,
se il giglio è pederasta,
se puttana è la rosa?
-Anche voi!
-Che maraviglia!
Lesbica è la vaniglia.
E il narciso, quello specchio di candore,
si masturba quando è in petto alle signore.
-Anche voi!
Candidi, azzurri, rosei,
vellutati, profumati fiori…
-E la violaciocca,
fa certi lavoretti con la bocca…
-Nell’ ora sì fugace che v’ è data…
-E la medesima violetta,
beghina d’ ogni fiore?
fa lunghe processioni di devozione
al Signore,
poi… all’ ombra dell’ erbetta,
vedessi cosa mostra al ciclamino…
povero lilli,
è la più gran vergogna
corrompere un bambino
-misero pasto delle passioni.
Levai la testa al cielo
per trovare un respiro,
mi sembrò dalle stelle pungermi
malefici bisbigli,
e il firmamento mi cadesse addosso
come coltre di spilli.
Prono mi gettai sulla terra
bussando con tutto il corpo affranto:
-Basta! Basta!
Ho paura.
Dio,
abbi pietà dell’ ultimo tuo figlio.
Aprimi un nascondiglio
fuori della natura!

*

http://www.teche.rai.it/2015/05/i-fiori-di-paolo-poli/

Lalla Romano, tre poesie

Lalla Romano, tre poesie

*

Amore

Se negli occhi mi guardi, non ascolto
le tue parole;
altre parole dicono i tuoi occhi,
anzi una sola:
la più dolce, la sola che intendo.
Ma pur la temo:
ché se poi taci, ancor chieggo parole.

~

Il richiamo

Nasce dalla mia pena questo canto
che sale nel meriggio sonnolento
più accorato di un pianto?

Io tenevo segreto il mio pianto,
e ritorna più vasto e più lento.

S’è mutata in aperto lamento
la gelosa amarezza del pianto:

e il richiamo profondo vi sento,
che risponde nel muto mio pianto.

~

Distacco

Soffre il fiore strappato dal cespo?
Forse dolgono i gambi recisi,
più non guarda beata nel sole,
stanca piega la bella corona.

Ed a me non è ignoto quel male;
anch’io so come duole ogni vena,
quando i polsi tremanti ho staccato
che il tuo collo cingevano, amato.

*

Lalla Romano (Graziella detta Lalla, 1906-2001), è stata una poetessa, scrittrice, giornalista, aforista e una delle figure più significative del Novecento letterario italiano. L’autrice, nota soprattutto per i suoi lavori in prosa, esordì tuttavia con una raccolta poetica, e lei stessa definì il suo intero lavoro letterario «un cammino dalla poesia alla prosa»: l’esperienza poetica lasciò un’impronta chiaramente ravvisabile nei suoi libri di narrativa a causa del prevalere in essi, o nella maggior parte di essi, di alcuni elementi tipicamente lirici. Montale diceva che esistono libri in prosa che sono di poesia, e libri scritti in versi che sono prosa. Questo pensiero è significativo per comprendere l’intero lavoro letterario della scrittrice, che anche nella narrativa non smise mai di essere poetessa. La scrittura poetica non deve essere necessariamente in versi, e lei utilizzò il linguaggio della poesia anche per scrivere le sue opere in prosa. Affermò ella stessa severamente: «Se uno non è dotato di sensibilità – intellettuale e sensuale – per la poesia, è meglio che non legga i miei libri. Lo deluderebbero.»

*

Per queste condivisioni si ringrazia il sito “L’altrove appunti di poesia”.

Salvatore Toma, versi su poeti e poesia

nuvole-rosse

Salvatore Toma (Maglie- LE, 1951-1987), tre poesie

*

Vivere in eterno
coi tuoi versi
passare alla storia
per rara genialità….
essere ricordati…ma
ne vale la pena?
Ne ho visti di trucidati
in luridi convegni,
indagati frugati fustigati
menzognificati e sfruttati
imbavagliati di motivi inesistenti
storpiati reinventati….!
Meglio una morte
sola per noi soli
quest’ultima emozione
questo scoppio di felicità
questo smembramento leggero.

~

Il poeta è ùno scienziato
ùno scienziato
coi piedi per terra
sùlla lùna c’è andato
da appena nato.
Il poeta è ùn ùomo
ùn poco morto
e conosce cose orrende
chissà come
per qùesto ride di voi
di tùtti voi.

~

Ogni tanto aprono la bocca!

Ci sono poeti
che di vivere
fanno solo finta.
Si profumano
si aggraziano
si atteggiano
conoscono almeno mille
termini inglesi e francesi
i più sofisticati
e parlano solo se sanno
di non essere capiti
così di loro si dirà:
ma come parla bene!
poeti diffidenti
inaccostabili divini
che non valgono niente
convinti che ad ogni costo
che tutto è deludente.
Nei loro versi si decanta
l’invincibile infelicità
la grande incomunicabilità
ma in verità tutto questo
proprio non ce l’hanno
se lo vanno a cercare
per un triste poetare
e traggono l’arte in inganno.
Ogni tanto aprono la bocca
e ti mostrano la lingua
per farti vedere
che oltre a parlare
sanno anche leccare.
Evviva il poeta!
evviva la sua canzone
di bestia in estinzione!

*

versi da “Canzoniere della morte”

Vittorio Sereni, tre poesie da Gli strumenti umani

citta

Vittorio Sereni, versi da “Gli strumenti umani”

*

Viaggio di andata e ritorno 

Andrò a ritroso della nostra corsa
di poco fa
che tanto bella mai ti sorprese la luna.
Mi resta una città prossima al sonno
di prima primavera.
O fuoco che ora tu sei
dileguante, o ceneri confuse
di campagna che annotta e si sfa,
o strido che sgretola l’aria
e insieme divide il mio cuore.

~

Fissità 

Da me a quell’ombra in bilico tra fiume e mare
solo una striscia di esistenza
in controluce dalla foce.
Quell’uomo.
Rammenda reti, ritinteggia uno scafo.
Cose che io non so fare. Nominarle appena.
Da me a lui nient’altro: una fissità.
Ogni eccedenza andata altrove. O spenta.

~

Intervista a un suicida

L’anima, quello che diciamo l’anima e non è
che una fitta di rimorso,
lenta deplorazione sull’ombra dell’addio
mi rimbrottò dall’argine.

Ero, come sempre, in ritardo
e il funerale a mezza strada, la sua furia
nera ben dentro il cuore del paese.
Il posto: quello, non cambiato – con memoria
di grilli e rane, di acquitrino e selva
di campane sfatte -­
ora in polvere, in secco fango, ricettacolo
di spettri di treni in manovra
il pubblico macello discosto dal paese
di quel tanto…

In che rapporto con l’eterno?
Mi volsi per chiederlo alla detta anima, cosiddetta.
Immobile, uniforme
rispose per lei (per me) una siepe di fuoco
crepitante lieve, come di vetro liquido

indolore con dolore.
Gettai nel riverbero il mio perché l’hai fatto?
Ma non svettarono voci lingueggianti in fiamma,
non la storia d’un uomo:
simulacri,
e nemmeno, figure della vita.

La porta
carraia, e là di colpo nasce la cosa atroce,
la carretta degli arsi da lanciafiamme…
rinvenni, pare, anni dopo nel grigiore di qui
tra cassette di gerani, polvere o fango
dove tutto sbiadiva, anche
– potrei giurarlo, sorrideva nel fuoco –
­anche… e parlando ornato:
«mia donna venne a me di Val di Pado»
sicché (non quaglia con me – ripetendomi –
­non quagliano acque lacustri e commoventi pioppi

non papaveri e fiori di brughiera)
ebbi un cane, anche troppo mi ci ero affezionato,
tanto da distinguere tra i colpi del qui vicino mattatoio
il colpo che me lo aveva finito.
In quanto all’ammanco di cui facevano discorsi
sul sasso o altrove puoi scriverlo, come vuoi:

NON NELLE CASSE DEL COMUNE
L’AMMANCO
ERA NEL SUO CUORE

Decresceva alla vista, spariva per l’eterno.
Era l’eterno stesso
puerile, dei terrori
rosso su rosso, famelico sbadiglio
della noia
col suono della pioggia sui sagrati…
Ma venti trent’anni
fa lo stesso, il tempo di turbarsi
tornare in pace gli steli
se corre un motore la campagna,
si passano la voce dell’evento

ma non se ne curano, la sanno lunga
le acque falsamente ora limpide tra questi
oggi diritti regolari argini,
lo spazio
si copre di case popolari, di un altro
segregato squallore dentro le forme del vuoto.
…Pensare
cosa può essere – voi che fate
lamenti dal cuore delle città
sulle città senza cuore -­
cosa può essere un uomo in un paese,

sotto il pennino dello scriba una pagina frusciante
e dopo
dentro una polvere di archivi
nulla nessuno in nessun luogo mai.

.

(da “Gli strumenti umani”)

Corrado Govoni, San Francesco e gli uccelli

GIOTTO, Compianto delle Clarisse, 1290-95, affresco_ Assisi, Basilica superiore di San Francesco San Francesco e gli uccelli di Corrado Govoni

Tu sì che lo sapevi
perché sono felici gli uccelletti,
tutt’ali per volare e gole per cantare:
perché toccan la terra
soltanto per dormire e per morire.
Erano i tuoi fratelli tripudianti,
anch’essi mendicanti
che campan di minuzie
raccolte per le strade e nei cortili.
E con un cenno della mano
li radunavi tutti:
dai cespugli, vicino; dai boschi, lontano.
Allora ti volavan sulle spalle e sulla testa
e, beccandoti e tirandoti la tonaca,
ti facevano festa
senza sapere quello che volevi.

Poi si quietavano guardandoti
per ascoltare ciò che tu dicevi.
« Lodate sempre il nostro buon Signore!
Lo dovete lodare a tutte le ore!
Non sapete né filare né cucire:
v’ha dato un vestimento duplicato;
perché non seminate né mietete,
vi pasce; e vi dà i fiumi per bere,
e per i nidi gli alberi in fiore.
Lodato sempre sia nostro Signore!»
Gli uccelli rispondevano a gran voce,
e tu li benedivi e licenziavi
con un segno di croce.

Oh! quante volte ti fermasti ad
ammirarli lungo le siepi, sotto i pini,
affaccendati ad intrecciar le culle
di fuscelli, di bioccoli e di crini,
ed a covare zitti e segreti!
La tortorella, quand’era stanca
di stare con la pancia sopra l’uova
calde che tu; toccavi con un dito
per sentir muovere i pulcini,
usciva fuori a picchiare
il maschio, con piccoli gridi:
lo costringeva a far da mamma.
Quante volte parlasti con le rondini,
coi loro rondinini ancora ignudi
che facevano sporco fuor dei nidi!

*

(In apertura: Giotto, Saluto di Chiara e delle sue compagne a Francesco; Assisi, Basilica Superiore)

Eugenio Montale, versi da Satura

Eugenio Montale

Eugenio Montale, versi da “Satura”

*

Niente di grave

Forse l’estate ha finito di vivere.
Si sono fatte rare anche le cicale.
Sentirne ancora una che scricchia è un tuffo nel sangue.
La crosta del mondo si chiude, com’era prevedibile
se prelude a uno scoppio. Era improbabile
anche l’uomo, si afferma. Per la consolazione
di non so chi, lassù alla lotteria
è stato estratto il numero che non usciva mai.

Ma non ci sarà scoppio. Basta il peggio
che è infinito per natura mentre
il meglio dura poco. La sibilla trimurtica
esorcizza la Moira insufflando
vita nei nati-morti. È morto solo
chi pensa alle cicale. Se non se n’è avveduto
il torto è suo.

~

Tempo e tempi

Non c’è un unico tempo: ci sono molti nastri
che paralleli slittano
spesso in senso contrario e raramente
s’intersecano. E’ quando si palesa
la sola verità che, disvelata,
viene subito espunta da chi sorveglia
i congegni e gli scambi. E si ripiomba
poi nell’unico tempo. Ma in quell’attimo
solo i pochi viventi si sono riconosciuti
per dirsi addio, non arrivederci.

~

[Vedo un uccello fermo sulla grondaia]

Vedo un uccello fermo sulla grondaia,
può sembrare un piccione ma è più snello
e ha un po’ di ciuffo o forse è il vento,
chi può saperlo, i vetri sono chiusi.
Se lo vedi anche tu, quando ti svegliano
i fuoribordo, questo è tutto quanto
ci è dato sapere sulla felicità.
Ha un prezzo troppo alto, non fa per noi e chi l’ha
non sa che farsene.