Vittorio Sereni, due poesie da Gli strumenti umani


Vittorio Sereni, due poesie da Gli strumenti umani

Anni dopo

La splendida la delirante pioggia s’è quietata,
con le rade ci bacia ultime stille.
Ritornati all’aperto
amore m’è accanto e amicizia.
E quello, che fino a poco fa quasi implorava,
dell’abbuiato portico brusio
romba alle spalle ora, rompe dal mio passato:
volti non mutati saranno, risaputi,
di vecchia aria in essi oggi rappresa.
Anche i nostri, fra quelli, di una volta?
Dunque ti prego non voltarti amore
e tu resta e difendici amicizia.

§

Quei bambini che giocano

un giorno perdoneranno
se presto ci togliamo di mezzo.
Perdoneranno. Un giorno.
Ma la distorsione del tempo
il corso della vita deviato su false piste
l’emorragia dei giorni
dal varco del corrotto intendimento:
questo no, non lo perdoneranno.
Non si perdona a una donna un amore bugiardo,
l’ameno passaggio di acque e foglie
che squarcia svelando
radici putrefatte, melma nera.
D’amore non esistono peccati,
s’infuriava un poeta ai tardi anni,
esistono soltanto peccati contro l’amore.”
E questi no, non li perdoneranno.

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da Vittorio Sereni, Gli strumenti umani, Einaudi

 immagine: Mario Schifano, Chimera

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Vittorio_Sereni_1975bVittorio Sereni nasce a Luino, sul Lago Maggiore, nel 1913, ma la sua città d’adozione è Milano, dove ha vissuto per quasi tutta la vita facendo inizialmente l’insegnante e poi il dirigente alla Mondadori. La sua opera più importante è Gli strumenti umani, uscita a Milano nel 1965 e più volte ristampata. La critica ha ormai riconosciuto a questo libro un posto di primissimo piano nella produzione poetica non solo italiana del secondo dopoguerra; Franco Fortini lo ha definito “uno dei libri di poesia più impegnativi e densi fra quanti ne sono stati scritti nel trentennio successivo alla seconda guerra”. Vittorio Sereni appare così, ora, come il maggior lirico della generazione post-montaliana ed esercita una notevolissima influenza sulle generazioni più giovani.
Appare centrale, nella sua produzione, l’esperienza della prigionia in Algeria e Marocco tra 1943 e 1945. Da essa nasce il Diario d’Algeria, misto di versi e prose in cui la tragedia personale dell’uomo condannato alla segregazione da una guerra insensata diventa simbolo della crisi di un’intera generazione e di un’epoca; lo stesso rimando continuo dall’esperienza individuale alle grandi vicende della storia si ritrova ne Gli strumenti umani, dove il sentimento di estraneità dal mondo (Non lo amo il mio tempo, non lo amo) ben riflette la delusione per la sconfitta degli ideali democratici e socialisti in Italia e nel mondo e l’impossibilità di inserirsi veramente nel corso storico, quasi perdurasse una incaccelabile condizione di prigioniero. All’origine dello smarrimento di certezze, psicologiche e ideologiche, sta una radicale insicurezza di sè e del proprio ruolo; si riafferma dunque il primato di quel che vive al di fuori dell’uomo e gli sopravvive, e si precisa anche una tematica già presente nelle prime raccolte, il culto dei morti tramite cui si rivela sia la fragilità che la verità ultima delle cose. A questa disperazione di fondo fanno da controcanto continuo gli scatti della gioia, una gioia che nulla ha a che fare con la felicità ma che riesce tuttavia a illuminare alcuni versi con percezioni fulminee dei sentimenti dell’amore e dell’amicizia. Come ha scritto Guido Piovene “Sereni è uno dei pochi poeti che sanno dare parole adeguate alla gioia”.
Uno dei saggi più acuti e brillanti dedicata a Sereni porta la firma di Franco Fortini, che così conclude: “Per quel tanto di sfocato che hanno le liriche, per quella loro instabilità di profilo dove l’improvviso emergere di un particolare perfettamente fisso e come irrigidito è una formula morale, questa poesia unisce il consiglio della cautela e del riserbo, figurato dall’esitazione, con l’imperativo della decisione e della scelta. Si può non sentirsi a proprio agio nelle poesie di Sereni che, d’altronde, non vogliono che ci si senta a proprio agio e anzi introducono di continuo, quasi a ogni parola, un’incertezza angosciosa” (di Olivia Trioschi per club.it)

Vittorio Sereni, I versi

da librarianish.tumblr.com

I versi

Se ne scrivono ancora.
Si pensa ad essi mentendo
ai trepidi occhi che ti fanno gli auguri
l’ultima sera dell’anno.
Se ne scrivono solo in negativo
dentro un nero di anni
come pagando un fastidioso debito
che era vecchio di anni.
No, non è più felice l’esercizio.
Ridono alcuni: tu scrivevi per l’Arte.
Nemmeno io volevo questo che volevo ben altro.
Si fanno versi per scrollare un peso
e passare al seguente. Ma c’è sempre
qualche peso di troppo, non c’è mai
alcun verso che basti
se domani tu stesso te ne scordi.

*

Vittorio Sereni, Gli strumenti umani – Einaudi Editore

Maria Luisa Spaziani, tre poesie

Maria Luisa Spaziani (Torino, 1922 – Roma, 2014) ), tre poesie

Realtà e metafora

Tu, realtà e metafora, luminoso
corpo dal doppio segno. Tu moneta
d’inscindibile faccia, bianco cigno
che ingloba il suo riflesso.

Penso all’abbraccio, e all’improvviso scende
in acque buie il mio vascello ebbro.
Confluiscono oceani. L’energia,
duraturo arabesco di fulmine.

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E lui mi aspetterà nell’ipertempo

E lui mi aspetterà nell’ipertempo,
sorridente e puntuale, con saluti
e storie che alle poverette orecchie
dell’arrivata parranno incredibili.
Ma riconoscerà, lui, ciò che gli dico?
In poche note o versi qui raccolgo
i messaggi essenziali. Un altro raggio,
aria diversa glieli tradurrà.

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Entro in questo amore come in una cattedrale

Entro in questo amore come in una cattedrale,
come in un ventre oscuro di balena.
Mi risucchia un’eco di mare, e dalle grandi volte
scende un corale antico che è fuso alla mia voce.

Tu, scelto a caso dalla sorte, ora sei l’unico,
il padre, il figlio, l’angelo e il demonio.
Mi immergo a fondo in te, il più essenziale abbraccio,
e le tue labbra restano evanescenti sogni.

Prima di entrare nella grande navata,
vivevo lieta, ero contenta di poco.
Ma il tuo fascio di luce, come un’immensa spada,
relega nel nulla tutto quanto non sei.

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da Tutte le poesie (Meridiani Mondadori, 2012)

Antonia Pozzi, due poesie

Canto selvaggio

 Ho gridato di gioia, nel tramonto.
Cercavo i ciclamini fra i rovai:
ero salita ai piedi di una roccia
gonfia e rugosa, rotta di cespugli.
Sul prato crivellato di macigni,
sul capo biondo delle margherite,
sui miei capelli, sul mio collo nudo,
dal cielo alto si sfaldava il vento.
Ho gridato di gioia, nel discendere.
Ho adorato la forza irta e selvaggia
che fa le mie ginocchia avide al balzo;
la forza ignota e vergine, che tende
me come un arco nella corsa certa.
Tutta la via sapeva di ciclami;
i prati illanguidivano nell’ombra,
frementi ancora di carezze d’oro.
Lontano, in un triangolo di verde,
il sole s’attardava. Avrei voluto
scattare, in uno slancio, a quella luce;
e sdraiarmi nel sole, e denudarmi,
perché il morente dio s’abbeverasse
del mio sangue. Poi restare, a notte,
stesa nel prato, con le vene vuote:
le stelle – a lapidare imbestialite
la mia carne disseccata, morta.

(Pasturo, 17 luglio 1929)

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Vertigine

Afferrami alla vita,
uomo. La cengia è stretta.
E l’abisso è il risucchio spaventoso
che ci vuole assorbire.
Vedi: la falda erbosa, da cui balza
questo zampillo estatico di rupi,
somiglia ad un camposanto sconfinato,
con le sue pietre bianche.
Io mi vorrei tuffare a capofitto
nella fluidità vertiginosa;
vorrei piombare sopra un duro masso
e sradicarlo e stritolarlo, io,
con le mie mani scarne;
strappare gli vorrei, siccome a croce
di cimitero, una parola sola
che mi desse la luce. E poi berrei
a golate gioiose il sangue mio.

Afferrami alla vita,
uomo. Passa la nebbia
e lambe e sperde l’incubo mio folle.
Fra poco la vedremo dipanarsi
sopra le valli: e noi saremo in vetta.
Afferrami alla vita. Oh, come dolci
i tuoi occhi esitanti,
i tuoi occhi di puro vetro azzurro!

(Pasturo, 22 agosto 1929)

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Antonia Pozzi (Milano, 13 febbraio 1912 – Milano, 3 dicembre 1938), poetessa italiana del primo Novecento, di cui la grande italianista Maria Corti, che la conobbe all’università, disse: «il suo spirito faceva pensare a quelle piante di montagna che possono espandersi solo ai margini dei crepacci, sull’orlo degli abissi. Era un’ipersensibile, dalla dolce angoscia creativa, ma insieme una donna dal carattere forte e con una bella intelligenza filosofica; fu forse preda innocente di una paranoica censura paterna su vita e poesie. Senza dubbio fu in crisi con il chiuso ambiente religioso familiare.  La terra lombarda amatissima, la natura di piante e fiumi la consolava certo più dei suoi simili». (da Wikipedia)

riferimento in rete:  http://www.antoniapozzi.it/

 

Alda Merini, San Francesco

Giotto, Compianto delle clarisse, 1290-95, affresco; Assisi, Basilica superiore di San Francesco (dal web)

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San Francesco, di Alda Merini
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Gli alberi tutti, gioia della terra,
hanno ferme radici
nella tristezza d’ogni poverello;
io li ho colpiti ai margini con grazia,
togliendo forza ad ogni fantasia.
Spazio non ho più dentro le pupille
ma sicurezza d’ogni cosa pura,
ma minuzia d’oggetti
che apprezzo, sollevandoli nel fuoco
della mia carità senza confini.
L’uomo non soffre attorno a sé una fine,
ma io ho un chiaro disegno
di povertà come una veste ardita
che mi chiude entro sfere di parole,
di parole d’amore,
che indirizzo agli uccelli, all’acqua, al sole
e che mi rendo tutte assai precise,
premeditata morte di dolcezza.
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Dino Campana, Crepuscolo mediterraneo

The Scarlet Sunset circa 1830-40 Joseph Mallord William Turner 1775-1851 Accepted by the nation as part of the Turner Bequest 1856 http://www.tate.org.uk/art/work/D24666

Crepuscolo mediterraneo perpetuato di voci che nella sera si esaltano, di lampade che si accendono, chi t’inscenò nel cielo più vasta più ardente del sole notturna estate mediterranea? Chi può dirsi felice che non vide le tue piazze felici, i vichi dove ancora in alto battaglia glorioso il lungo giorno in fantasmi d’oro, nel mentre a l’ombra dei lampioni verdi nell’arabesco di marmo un mito si cova che torce le braccia di marmo verso i tuoi dorati fantasmi, notturna estate mediterranea? Chi può dirsi felice che non vide le tue piazze felici? E le tue vie tortuose di palazzi e palazzi marini e dove il mito si cova? Mentre dalle volte un altro mito si cova che illumina solitaria limpida cubica la lampada colossale a spigoli verdi? Ed ecco che sul tuo porto fumoso di antenne, ecco che sul tuo porto fumoso di molli cordami dorati, per le tue vie mi appaiono in grave incesso giovani forme, di già presaghe al cuore di una bellezza immortale appaiono rilevando al passo un lato della persona gloriosa, del puro viso ove l’occhio rideva nel tenero agile ovale. Suonavano le chitarre all’incesso della dea. Profumi varii gravavano l’aria, l’accordo delle chitarre si addolciva da un vico ambiguo nell’armonioso clamore della via che ripida calava al mare. Le insegne rosse delle botteghe promettevano vini d’oriente dal profondo splendore opalino mentre a me trepidante la vita passava avanti nelle immortali forme serene.E l’amaro, l’acuto, balbettìo del mare subito spento all’angolo di una via: spento, apparso e subito spento! Il Dio d’oro del crepuscolo bacia le grandi figure sbiadite sui muri degli alti palazzi, le grandi figure che anelano a lui come a un più antico ricordo di gloria e di gioia. Un bizzarro palazzo settecentesco sporge all’angolo di una via, signorile e fatuo, fatuo della sua antica nobiltà mediterranea. Ai piccoli balconi i sostegni di marmo si attorcono in se stessi con bizzarria.La grande finestra verde chiude nel segreto delle imposte la capricciosa speculatrice, la tiranna agile bruno rosata, e la via barocca vive di una duplice vita: in alto nei trofei di gesso di una chiesa gli angioli paffuti e bianchi sciolgono la loro pompa convenzionale mentre che sulla via le perfide fanciulle brune mediterranee, brunite d’ombra e di luce, si bisbigliano all’orecchio al riparo delle ali teatrali e pare fuggano cacciate verso qualche inferno in quell’esplosione di gioia barocca: mentre tutto tutto si annega nel dolce rumore dell’ali sbattute degli angioli che riempie la via.

*

Dino Campana, Canti orfici e altre poesie, Einaudi.

Immagine: The Scarlet Sunset (circa 1830-40), opera di Joseph Mallord William Turner.

Attraversando la poesia di Vittorio Bodini

Viviamo in un incantesimo,
tra palazzi di tufo,
in una grande pianura.
Sulle rive del nulla
mostriamo le caverne di noi stessi
– qualche palmizio, un santo
lordo di sangue nei tramonti, un libro
lento, di pochi fatti che rileggiamo
più volte, nell’attesa che ci dia
tutte assieme la vita
le cose che crediamo di meritare.

[11, Foglie di tabacco (1945-47) da La luna dei Borboni e altre poesie]

*

Daccapo?

Alle radici dei gesti
dove amare significa
imbeccare risposte a un passero giallo
chi ti cercò con l’anima
non ti trovò che con gli occhi.
O forse nei mattini senza specchi
ringrazieremo la morte dei suoi cortesi anticipi?
Le pallide avanguardie desiderose di scandalo
avanzano anch’esse verso il loro Acheronte.
O, soccorreteci, aiuto, bianca poesia!
Aiutatemi voi, bianco foglio di carta,
a dire ciò che non so.

(1964, da Metamor)

*

Locomotive dormienti

Alba.

Nel dormitorio i vetri
del finestrone sudano
sguardi lividi
che disegnano
su fondo buio
con confusione di prospettive
sagome incerte
ed anime d’acciaio
dormienti. Sono
le Guerriere dello Spazio.
I fianchi neri
delle esotiche amazzoni
sono iridati
da riflessi violacei,
preziosi.
Brivida l’aria
un fresco strano odore
di nude verginità
ed ironie metalliche.

[da Appendice, I. Poesie futuriste (1932-33)]

 

* * *

Vittorio Bodini, Tutte le poesie, edizione Besa 2010 – nota: La luna dei Borboni e altre poesie (1945-1961) e Metamor (1962-1966) fanno parte delle “Raccolte edite in vita”, secondo la distinzione operata in questo testo, l’unico che comprenda l’intera opera poetica bodiniana.

Goliarda Sapienza, tre poesie da Ancestrale

stella-polare-52

Separare congiungere
spargere all’aria
racchiudere nel pugno
trattenere
fra le labbra il sapore
dividere
i secondi dai minuti
discernere nel cadere
della sera
questa sera da ieri
da domani

§

Vedi non ho parole eppure resto
a te accanto. Non ho voce eppure
muovo le labbra. Non ho fiato eppure
vivo e ti guardo. E forse è questo
che volevo da te, muta restare
al tuo fianco ascoltando la tua voce
il tuo passo scandire le mie ore.

§

Il monte il mare
i fiumi
del tuo ventre
le albe
della tua fronte
questo vorrei ritrovare

*

Goliarda Sapienza (Catania, 10 maggio 1924 – Gaeta, 30 agosto 1996)

poesie tratte da Ancestrale (La Vita Felice, 2013); prefazione e cura di Angelo Pellegrino, postfazione di Anna Toscano

Cristina Campo, Elegia di Portland Road

xx

Elegia di Portland Road di Cristina Campo

Cosa proibita, scura la primavera.

Per anni camminai lungo primavere
più scure del mio sangue. Ora tornano sul Tamigi
sul Tevere i bambini trafitti dai lunghi gigli
le piccole madri nei loro covi d’acacia
l’ora eterna sulle eterne metropoli
che già si staccano, tremano come navi
pronte all’addio…

…………………………..Cosa proibita
scura la primavera.

Io vado sotto le nubi, tra ciliegi
così leggeri che già sono quasi assenti.
Che cosa non è quasi assente tranne me,
da così poco morta, fiamma libera?

(E al centro del roveto riavvampano i vivi
nel riso, nello splendore, come tu li ricordi
come tu ancora li implori).

*

da Cristina Campo, La tigre assenza (Adelphi)

Settembre a Venezia di Vincenzo Cardarelli

Claude Monet - Tramonto a Venezia

Settembre a Venezia

Già di settembre imbrunano
a Venezia i crepuscoli precoci
e di gramaglie vestono le pietre.
Dardeggia il sole l’ultimo suo raggio
sugli ori dei mosaici ed accende
fuochi di paglia, effimera bellezza.
E cheta, dietro le Procuratìe,
sorge intanto la luna.
Luci festive ed argentate ridono,
van discorrendo trepide e lontane
nell’aria fredda e bruna.
Io le guardo ammaliato.
Forse più tardi mi ricorderò
di queste grandi sere
che son leste a venire,
e più belle, più vive le lor luci,
che ora un po’ mi disperano
(sempre da me così fuori e distanti!)
torneranno a brillare
nella mia fantasia.
E sarà vera e calma
felicità la mia.

*

Vincenzo Cardarelli

(dal web – in apertura: Claude Monet, Tramonto su Venezia, 1908)

 

Franco Fortini, due poesie da Paesaggio con serpente (versi 1973 – 1983)

Alberto Burri - Sacco (1953)

PRIMAVERA OCCIDENTALE – da Versi per la fine dell’anno

E’ un’ora incerta e lunga, tempo
di acquate e fumi, il sole indica gli orti
d’Irlanda, aprile senza gloria, o il platino
dei cantieri a Stoccolma o il rivo blu
della rue de Bourgogne.
Mai così è stata in noi definitiva
la certezza che scelta non c’è più
se non tra minimi eventi, variabile lume
su tetti e insegne colorate. Il senso esiste
e lo conosceranno. Così speriamo. Vedi, anzi:
questa certezza è l’ombra del paesaggio.
.
(1958)
 .

§

UN’ORA ESISTE … – da Otto recitativi

Un’ora esiste conosciuta a molti
nera e rada. Che nella campagna
le bestiole abbandonano la cerca,
lenta è ogni persona, gli edifici sono chiusi.
Dico della notte di luglio se è tutta muta.
Hanno ripreso a tremare nella loro tana sparuta
le famiglie dei ricci, vittime sotto le stelle
di raggi ultraterreni o feroci veleni,
cieche alle alte cose che a noi paiono belle.
O rive smorte, incanti grigi, ire disseccate.
Capovolto il capo nei sonni ostinati
la generazione dei dormienti precipitando
sente che mai potrà destarsi.
.
(1975-’77)
 .

*

Franco Fortini, da Paesaggio con serpente (versi 1973 – 1983)Tutte le poesie, Oscar Mondadori, 2015 — immagine: Alberto Burri, Sacco (1953)

.

le_poesie_di_franco_fortini_composita_solvantur_2Franco Fortini (Firenze 1917-1995) è lo pseudonimo di Franco Lattes. Confinato per motivi politici e razziali, partecipa dal 1944 alla Resistenza in Valdossola. Dopo la guerra si trasferisce a Milano dove collabora a riviste e quotidiani con grande impegno ideologico e polemico verso la società letteraria, con saggi sui rapporti tra letteratura e politica, poesia e potere. Tra le raccolte di poesie ricordiamo Foglio di via e altri versi (1946), Poesia ed errore (1959), Una volta per sempre (1963), Paesaggio con serpente (1984). Tra i libri di narrativa Agonia di Natale (1948), Sere in Valdassola (1963).

Nella sua opera Fortini riflette sulla condizione e sulle contraddizioni degli intellettuali nella società capitalista e sulle possibilità di usare il marxismo come strumento di interpretazione generale della realtà. Domina la sua poesia una limpida lucidità che si rispecchia in una forma prosastica riscattata dalla presenza di metafore e allegorie. Per scrivere i suoi versi il poeta dice di aver bisogno di una forma molto semplice, di ritmi larghi, di pause assai profonde. (dal web)

Salvatore Quasimodo, Forse il cuore

Banksy per Il sasso nello stagno di AnGre

Forse il cuore

Sprofonderà l’odore acre dei tigli
nella notte di pioggia. Sarà vano
il tempo della gioia, la sua furia,
quel suo morso di fulmine che schianta.
Rimane appena aperta l’indolenza,
il ricordo d’un gesto, d’una sillaba,
ma come d’un volo lento d’uccelli
fra vapori di nebbia. E ancora attendi,
non so che cosa, mia sperduta; forse
un’ora che decida, che richiami
il principio o la fine: uguale sorte,
ormai. Qui nero il fumo degli incendi
secca ancora la gola. Se lo puoi,
dimentica quel sapore di zolfo,
e la paura. Le parole ci stancano,
risalgono da un’acqua lapidata;
forse il cuore ci resta, forse il cuore….

*

Salvatore Quasimodo, da Giorno dopo giorno – Tutte le poesie, Oscar Mondadori

Ricordando Alfredo de Palchi

Il giardino dell'Eden di Marc Chagall

“Genesi della mia morte”, da Estetica dell’equilibrio di Alfredo de Palchi, letto da Angela Greco 

Riproponiamo, con immutata stima, questa pagina di qualche anno fa (quando i versi erano ancora  inediti) in memoria del poeta Alfredo de Palchi scomparso in questi primi giorni di agosto 2020.

*

Genesi della mia morte, tratta da Estetica dell’equilibrio, di Alfredo de Palchi, è un susseguirsi in prosa poetica di avvenimenti che in sedici giorni (in apertura è riportata la data 1-16 novembre 2015, presumibilmente riferibile ai giorni in cui il poeta ha segnato su carta quanto oggi si legge) ripercorre, ma sarebbe meglio dire ripropone in una veste differente da quella conosciuta ed accettata, la genesi del genere umano e la stessa esperienza di vita di Alfredo de Palchi, classe 1926, veneto emigrato a Parigi e da qui, negli Stati Uniti nella metà del secolo scorso, dopo essere stato prosciolto dalle accuse che lo avevano portato in carcere ai tempi del secondo conflitto mondiale; “e ancora EUROPEO abito qui (negli States) come italiano residente in America e non come italo-americano” sono parole dello stesso de Palchi. Dell’intera vicenda poetica depalchiana, sempre in simbiosi con la biografia del poeta stesso, si sono occupati Luigi Fontanlla, Roberto Bertoldo, che ha curato il volume delle opere complete del poeta, e Giorgio Linguaglossa (rintracciabile tramite motore di ricerca).

un Uomo in Vetri Rotti

La prosa poetica dei sedici “quadri” di Genesi della mia morte, si apre con una definizione priva di diplomazia e buonismo nei confronti dell’Uomo – chiamato dal poeta “antropoide” con un non celato rimando all’automatismo, alla meccanica, alla robotica, tutti elementi che mirano alla sottrazione di umanità – e snocciola paragrafo per paragrafo la vicenda umana dell’autore e del tempo che ha attraversato e lo ha attraversato, creando un meta-ambiente che non è più né l’uno (la vicenda umana) né l’altro (il tempo in cui accadono gli avvenimenti anche storici), ma è un nuovo mondo-luogo dove via via l’antropoide prende consapevolezza della sua natura, altamente dissimile e decisamente lontana dal destino religioso-utopistico-positivo in cui si finisce per credere, forse per retaggio o forse per apatia, e a cui è avviato l’uomo fin dalla nascita.

Genesi della mia morte è la partita a scacchi de “Il settimo sigillo” di Ingmar Bergman, un bianco e nero dato non già dall’assenza di mezzi cinematografici che contemplino il colore, ma come scelta estrema di assenza totale di orpelli, di blandizie, in favore di un momento privilegiato – il dialogo con la Morte – in cui non conta più tutto il superfluo di cui si è stati capaci fino a quel momento ultimo.

il_settimo_sigillo

In queste sedici brevi prose la narrazione procede dal luogo più vicino verso il più lontano, includendo in questa genesi se stesso e il genere umano tutto, la natura e lo stesso pianeta che l’uomo abita, e in esse l’autore si mantiene sempre all’esterno, sopra le parti, pur partecipando con passione del destino suo e non solo suo, e al contempo dicendo esattamente quello che pensa e prova dinnanzi alla realtà e al suo deterioramento. In un capovolgimento degno di chi ha fatto i conti anche col momento più duro e difficile della propria vita, il poeta dice che in fin dei conti il suo permanere ancora tra i viventi è stato solo una scelta della Morte stessa e, giunto ad un punto di non ritorno, addirittura suggerisce a questa signora mai nominata, ma riconoscibilissima, alcuni accorgimenti “per migliorare” la situazione ormai disperata in cui verte ancora anche egli stesso (forse pensando al futuro, partendo dalle condizioni attuali), come si legge nel “quadro”n.11: “Gentile Signora liberali tutti dal male della poesia liberandoli dal male di essere antropoidi. . .gestiscili (gli esseri umani) nella vanitas vanitatum omnia vanitas. . .”alfredo-de-palchi-legge

Inevitabilmente giunge il momento finale: il poeta ammette che la “razza sleale elettasi superiore al pianeta per imporsi ed esplodere terrore” non terminerà nonostante gli eventi traumatici naturali e non che di quando in quando decimano la specie, e, dopo una vita intensamente vissuta e dopo essere sopravvissuto a tutti i tranelli che la stessa gli ha teso, serenamente chiude questi inediti immaginando una “fine suggestiva”, come da lui stesso definita, consistente nell’ “assistere allo svuotarsi del pianeta” e nel fatto che la Morte stessa smetta di proteggerlo, liberandolo una volta per tutte da quello che lui definisce “male globale”. Ed una volta liberata la terra dall’uomo, ormai identificato nel male di grado più elevato, il pianeta potrà tornare, chiudendo quasi il mitico serpente che si morde la coda, ad essere quel Giardino dell’Eden da cui ebbe inizio la stessa vicenda umana.

(Angela Greco)

 *

Alfredo de Palchi, da ESTETICA DELL’EQUILIBRIO, estratti da Genesi della mia morte 

1-16 novembre 2015

1

È animale quantitativo autoqualitativo autorevole prepotente razzista astuto violento e da unico vile appartenente alla fauna spadroneggia su ogni specie. . . nell‘antico Latium l’antropoide legionario conquista e costruisce civiltà a ovest sud est nord. . .

pregiudizialmente assume che tu, fine di tutto, sia femmina perenne temibile di nome Mors Moarte Mort Muerte Morte. . .

 

9

con felicità intatta non temo l‘assidua protezione che mi sfiora a sbuffi lievissimi d’aria. . . che tu segua la mia positiva certezza indica che non dubiti del mio rispetto. . . mi accorgo che ti avvicini e io non fuggo poi che la mia esistenza si prolunga e la tua maniera protettiva si gratifica della mia gratitudine. . . chi ti teme e scongiura vive da defunto. . . non intuisce che sai che terrorizzato aspetta la convenienza polare. . .

 

11

Il pianeta sta affondandosi nell’abisso infinito per abbondanza di destinati a smorzare poesia della loro insufficienza. . .  superfluamente megalomani antropoidi masse di indistinti li onorano effigiati di eccelsa vanità. . . i rari eletti anch’essi brutali in sciame di vespe svolazza punzecchiando senza sgocciare miele. . . ognuno adatto alla fatica nei campi si convince a inventarsi barattiere bancario commesso al monte di pietà e di essere di troppo e mercenario partecipante all’inevitabile. . . Gentile Signora liberali tutti dal male della poesia liberandoli dal male di essere antropoidi. . . gestiscili nella vanitas vanitatum omnia vanitas. . .

 

16

periodi lunghi di pestilenze puliscono il globo di antropoidi inceneriti dalla fiamma che ti illumina sul pianeta. . . ma la fiamma non fa abortire la femmina del mostriciattolo che le gonfia a calci la pancia. . . moltitudini affamate e prepotenti non smettono di devastare inquinare e inaridire la terra. . . razza sleale elettasi superiore al pianeta per imporsi ed esplodere terrore. . . io non mi esimo benché manchi d’innati componenti terroristici. . . la mia fine suggestiva sarebbe di assistere allo svuotarsi del pianeta e sapere che tu smetti di proteggermi liberandomi per ultimo dal male globale. . .  e che il pianeta libero dal superno male della mia razza sia finalmente Giardino dell’Eden.

.

immagini, dall’alto verso il basso: Il giardino dell’Eden di Marc Chagall ; Uomo e finestra rotta dal web; Il settimo sigillo di Ingmar Bergman;  Alfredo de Palchi; Adamo ed Eva, Lucas Cranach, dettaglio.

Margherita Guidacci, tre poesie

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Margherita Guidacci, tre poesie

da La sabbia e l’angelo

XVI

Se tu mai sentissi la notte nei tuoi polsi tremare,
E trafiggerti con gli aghi del sangue,
E i minuti del cuore sconvolgerti in improvvise frane,
Allora nemmeno comprenderai
che sia , di terra farsi poi nardo e neve,
Ed entrare in un tempo incorruttibile.

XXVII

Ama l’albero in sé raccolto, ama la chiusa fatica
Del frutto che il tempo nutre e che nel tempo ricade.
Ma più ama l’albero nel vento, quando assomiglia alla fiamma futura.

(1946)

§

All’ipotetico lettore

Ho messo la mia anima fra le tue mani.
Curvale a nido. Essa non vuole altro
che riposare in te.
Ma schiudile se un giorno
la sentirai fuggire. Fa’ che siano
allora come foglie e come vento
assecondando il suo volo.
E sappi che l’affetto nell’addio
non è inferiore che nell’incontro. Rimane
uguale e sarà eterno. Ma diverse
sono talvolta le vie da percorrere
in obbedienza al destino.

(1992)

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foto dal sito margheritaguidacci.it

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«Il discorso lirico di Margherita Guidacci (Firenze, 25 aprile 1921 –Roma, 19 giugno 1992) non sposta il versante del «canonico» della poesia del primo Novecento; con la sua cifra  monologante incentrata sull’io poetico introduce il piano narrativo e il verso lungo. La poesia di La sabbia e l’angelo (scritto nel 1935 e pubblicato soltanto nel 1946), è il primo tentativo di una poesia da camera, un discorso interiore con una intelaiatura sostanzialmente pre-sperimentale (una sorta di territorio stilistico di nessuno appartenente alla stagione manifatturiera del «moderno»), identificabile, in un arco temporale che si snoda da la Bufera (1956) di Montale, fino a opere come Il conte di Kevenhüller (1985) di Giorgio Caproni.

Un discorso poetico che proviene da lontano, dalla via laterale e periferica della prosa, imbocca una strada tutta in salita: il discorso lirico con uno stile prosastico. La Guidacci si sottopone fin dai primi anni dell’adolescenza ad un tirocinio ascetico, disbosca il suo linguaggio poetico di ogni residuo ermetico ed opera un consolidamento stilistico di stampo narrativo pre-sperimentale. Quello che rimarrà da fare sarà il tragitto più lungo: appunto, uscire dal primo Novecento, costruire una koiné linguistica che consenta di avviare la poesia italiana sul binario di una moderna poesia europea attrezzata prosasticamente. La Guidacci, dopo lo splendido inizio della prima opera, non saprà dare continuità ai suoi esiti estetici, non saprà consolidare quelle posizioni stilistiche con una ricerca rigorosa e con la necessaria tenacia. Le opere successive: Morte del ricco (1955), Neurosuite (1970), Taccuino Slavo  (1976), L’altare di Isenheim(1980), Anelli nel tempo (1993), segneranno un progressivo cedimento ad una medierà stilistica in linea con operazioni analoghe.

La poesia di La sabbia e l’angelo sta di fronte al suo «oggetto» in relazione di «desiderio» e di «contemplazione», è un sapere dominato dalla nostalgia e dalla illusione per il mondo un tempo posseduto e riconosciuto. Fatto sta che soltanto il riconoscibile entra in questa poesia con il suo statuto e il suo vestito linguistico mentre l’irriconoscibile è ancora di là da venire, resta irriconosciuto, irrisolto e quindi non pronunziato linguisticamente. La formalizzazione linguistica di questo complesso procedere rivela l’aspetto stilistico di una poesia attestata tra il desiderio e la contemplazione, tra la vocazione e la illusione, tra il lato riflessivo e il lato desiderante dell’intenzione poetica. Poesia che si apre un varco dentro l’ossatura linguistica dello pre-sperimentalismo senza riuscire a perforarne il tegumento stilistico. Tutta inscritta tra la contemplazione e la facoltà desiderante, l’operazione della Guidacci resterà impigliata dentro l’ossatura del paradigma «narrativo», ancora implicito e implicato nelle contraddizioni di quel paradigma».

tratto da G.Linguaglossa, Dalla lirica al discorso poetico. Storia della poesia italiana (1945-2010) EdiLet, Roma, 2011.

Giovanni Giudici, versi da Tutte le poesie

Giovanni Giudici (Porto Venere, giugno 1924 – La Spezia, maggio 2011), due poesie 

da Il ristorante dei morti (1981)

GLI STRACCI E LA SANTITA’

Credo che fosse la sola scappatoia – travestirsi.
Perché, nessun dubbio, non ero dei loro.
Identificabile a vista, basta
Che passassi per via – eccolo
Dicevano subito.
Esposto stefano protocristiano
E lì i sassi a portata di mano.
Non mancavano stracci di cui camuffarmi
Non propriamente di stoffa – smorfie occhi bassi
Parole prese a prestito da libri e labbra
E gattamorta e rumori scurrili e tutto
Il turpiloquio dei modi d’esistere.
Timorato bambino che ognora paventavo
Carabinieri ammanettanti il mio caro.
Gli stracci mi andavano larghi però
E quasi sempre la mia fatica sprecata:
Vieppiù i lanzi infierivano
Alla maldestra mascherata.
Io – braccato tarcisio in corsa ai suoi misteri.
A chi vorresti darla a bere piccioncino?
Ma chi vorresti prendere per il sedere?

Due o tre me li ricordo bene, mi facevano la posta
Sulla punta biforcante due strade
Una piana e diritta e l’altra un viale
Planante giù con platani e una grande ansa.
Due o tre, pensati in faccia – e poi chissà come
Angariati offesi a loro volta
Nel volgere di future storie. Parce
Nobis Domine
, tanto più che io stesso
Proprio di lì ho appreso il sopravvivere:
A lapidare Stefano, a acchiappare per la tunica Tarcisio.
Cresciuto negli stracci che mi vennero a pennello
E non parvero più travestimento.
Confortato dalla loro malizia
In più di un’occasione ne fui gaglioffo e contento.
E a questo punto spogliarmene? Chi mai
Penserà a molestare un ometto così grigio
Nell’ordine mentito come di queste strofe?
Rischiarla adesso la santità?
Mio tribunale che mi frughi incerto
Fra essere e diventare – ho un bel dirti
Che non è quel che sembro.

1977

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da La vita in versi (1965)

UNA SERA COME TANTE

Una sera come tante, e nuovamente
noi qui, chissà per quanto ancora, al nostro
settimo piano, dopo i soliti urli
i bambini si sono addormentati,
e dorme anche il cucciolo i cui escrementi
un’altra volta nello studio abbiamo trovati.
Lo batti col giornale, i suoi guaiti commenti.

Una sera come tante, e i miei proponimenti
intatti, in apparenza, come anni
or sono, anzi più chiari, più concreti:
scrivere versi cristiani in cui si mostri
che mi distrusse ragazzo l’educazione dei preti;
due ore almeno ogni giorno per me;
basta con la bontà, qualche volta mentire.

Una sera come tante (quante ne resta a morire
di sere come questa?) e non tentato da nulla,
dico dal sonno, dalla voglia di bere,
o dall’angoscia futile che mi prendeva alle spalle,
né dalle mie impiegatizie frustrazioni:
mi ridomando, vorrei sapere,
se un giorno sarò meno stanco, se illusioni

siano le antiche speranze della salvezza;
o se nel mio corpo vile io soffra naturalmente
la sorte di ogni altro, non volgare
letteratura ma vita che si piega nel suo vertice,
senza né più virtù né giovinezza.
Potremmo avere domani una vita più semplice?
Ha un fine il nostro subire il presente?

Ma che si viva o si muoia è indifferente,
se private persone senza storia
siamo, lettori di giornali, spettatori
televisivi, utenti di servizi:
dovremmo essere in molti, sbagliare in molti,
in compagnia di molti sommare i nostri vizi,
non questa grigia innocenza che inermi ci tiene

qui, dove il male è facile e inarrivabile il bene.
È nostalgia di un futuro che mi estenua,
ma poi d’un sorriso si appaga o di un come-se-fosse!
Da quanti anni non vedo un fiume in piena?
Da quanto in questa viltà ci assicura
la nostra disciplina senza percosse?
Da quanto ha nome bontà la paura?

Una sera come tante, ed è la mia vecchia impostura
che dice: domani, domani… pur sapendo
che il nostro domani era già ieri da sempre.
La verità chiedeva assai più semplici tempre.
Ride il tranquillo despota che lo sa:
mi numera fra i suoi lungo la strada che scendo.
C’è più onore in tradire che in essere fedeli a metà.

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da Giovanni Giudici, Tutte le poesie (Mondadori, 2014): “Il percorso poetico di Giovanni Giudici è quello di un grande maestro che ha saputo coniugare una sensibilissima e concreta attenzione al reale e all’esperienza con una freschezza inventiva nello stile e nella forma. Nella sua opera, dunque, si manifesta una personalità poetica tra le più originali e innovative del secondo Novecento, come sottolinea l’introduzione di Maurizio Cucchi a questo volume, che raccoglie i dodici libri di poesia di Giudici, da “La vita in versi” (1965) a “Eresia della sera” (1999). Scaturisce dalle pagine la forza vitalissima della sua scrittura, stretta tra il legame con la tradizione, anche la più alta, e la capacità di rinnovarla. tra toni prosastici ed eleganza tragica: un’ambiguità, una sottile ricchezza di visioni e di chiavi di lettura che è un segno distintivo della poesia di Giudici. Un autore anche molto brillante e comunicativo, ricco di humour, autoironico, aperto alla creazione di movimenti narrativi e veri e propri personaggi, in un contesto in cui emergono il grigiore della quotidianità impiegatizia, il rigore di un’educazione cattolica mai elusa o il desiderio di una più equa realtà sociale. Giudici ha saputo muoversi con scioltezza tra i momenti di maggiore opacità del vivere e la luce più viva, vibrante della parola, in una sorta di acrobatico equilibrio, sempre impegnato in una appassionata e tenace ricerca della sostanza di un’esistenza “che dal profondo sempre più tracima e ci comunica insieme meraviglia ed emozione”.