Mario Luzi, A un compagno

Il sasso nello stagno di AnGre

Mario Luzi, Poesie sparse – I Meridiani, Mondadori

A un compagno

E la musica ansiosa che bruiva
nel biondo dell’estate
ora densa di ruggine risale
confusa col tuo nome alle colline

mentre un cielo violato dal ricordo
mesce nubi con la marea di biade
instancabile, rotta alle pendici
dei borghi di Toscana.

Voci rare feriscono il silenzio
eterno, ancora accese
qui dove indugio, anima sulla riva
del fiume inquieto ferma ad ascoltare.

Il passante ravviva
le croci di papaveri votivi
alle svolte della strada.

Ed ora che per te
morire sempre più profondamente,
per me essere è non dimenticare,

la forza di quel gesto ci conviene
usata a ritrovarci,
a difenderci l’un dall’altro quando
striscia un vento recondito di morte.

Filippo Tommaso Marinetti, La canzone del mendicante d’amore

Filippo Tommaso Marinetti (1876 – 1944) è stato un poeta, scrittore, drammaturgo e militare italiano. È conosciuto soprattutto come il fondatore del movimento futurista, la prima avanguardia storica italiana del Novecento.

*

La canzone del mendicante d’amore

Ti avevo vista una sera, tempo fa, non so dove,
e da allora ansioso aspettavo
La Notte, gonfia di stelle e di profumi azzurrini,
su di me illanguidiva la sua nudità
abbagliante e convulsa d’amore!
Perdutamente, la Notte
apriva le sue costellazioni
come vene palpitanti di porpora e d’oro,
e tutta la illuminante voluttà del suo sangue
colava pel vasto cielo
Io stavo, ebbro, in attesa, sotto le tue finestre accese,
che fiammeggiavano, sole, nello spazio
Immobile, aspettavo il prodigio supremo
del tuo amore e l’ineffabile
elemosina del tuo sguardo!
Poiché sono il mendicante affamato d’Ideale
che va lungo le spiagge
implorando baci e amore, per nutrirne il suo sogno!
Con cupidigia astiosa bramavo i gioielli del cielo
per abbellirne la tua nudità di regina
e verso di te protendevo
i miei sguardi folli, insanguinati nell’ombra
come braccia scarnite di moribondo!
Tutto parvemi ingigantito dall’ampiezza del sogno!
Campane rantolavano nel cielo
come bocche mostruose:
le bocche, forse, del Destino! Campane
invisibili e selvagge
sembravano aprirsi su me, nel silenzio,
come abissi capovolti!
Un gran muro s’ergea davanti a me,
implacabile e altero come la disperazione!
Aspettavo solo, e migliaia di stelle,
di stelle pazze sembravano sprizzare
dalle tue finestre,
come un vol di faville da una fornace d’oro!
L’ombra tua dolce apparve nel cavo dei vetri,
simile a un’anima terrorizzata che s’agiti
entro pupille agonizzanti,
e tu per me divenisti una preda
delirante lassù, su la cima estrema
delle torri fastose del mio Sogno!
L’Amore mio denti lucenti e occhi adunchi brandì
con un gran gesto le sue rosse spade
e barbaramente salì
verso il tuo tragico splendore.

Poiché sono il mendicante insaziato che cammina
verso il tepore dei seni,
verso il languor delle labbra,
l’implacabil mendicante
che va lungo le spiagge,
rubando amore e baci
per nutrirne il suo Sogno!

S’aprì la notte cupa appié del muro,
e tu apparisti, soavemente sbocciata
vicino a me, bianca e pura in mezzo alle tenebre,
vacillando quasi ai consigli della brezza notturna!
E tutto fu abolito intorno a me,
e il mio sogno infranse il mondo
con un sol colpo d’ala!

Certo pensai nei favolosi giardini
ove s’esilia l’anima mia
chimerici peschi foggiarono
la tua carne flessuosa, con la neve
odorante dei loro fiori
che le sonore dita del vento plasmavano!
Io venni a te, tremante e religioso,
come in un tempio avanzandomi incerto
come in un’umida grotta!
A te venni, inciampando a ogni mio timido passo,
trattenendo il respiro
per non destare il dolor nel passare!
Si schiuse il tuo sorriso
nella serena acqua del tuo viso,
come al cadere placido d’un fiore
S’aprì a ventaglio il tuo sorriso
fluttuando nel cielo, e fece impallidire
il viso impetuoso degli Astri, nel silenzio!
Io ti parlavo volubilmente di strane cose,
bagnata l’anima di una sgorgante angoscia,
e mi pareva di sentirmi avvolto
dalla corrente d’un fiume voluttuoso.
Avidamente, spiavi tu sul mio labbro
l’Anima mia, come un miele dorato!
Sentii che il volto mi s’infocava
come un castello incendiato, che il nemico saccheggia.
Ti parlavo, e i miei pensieri stravolti
si riflettevan lontani e vaporosi
nella tranquilla acqua del tuo viso!—

Tu volesti rispondermi, ma non sapesti che dire.
Mi domandasti le mie angosce, i miei timori,
poiché mi vedevi tremar sulla soglia
come trema un colpevole
Ed io simile ero ai vagabondi feriti
che vanno rantolando
di porta in porta, in cerca di rifugio,
tra i pugni alzati delle folle implacabili!
Mi parlasti di cose indifferenti! Domandasti
della mia vita passata, della mia patria lontana—
Volesti sapere il mio nome
e tutto ciò che si suol domandare
ai viaggiatori stanchi, beventi alle fontane,
la sera,
quando tutto si fa nero
Poiché sono il mendicante affamato d’Ideale
che vien non si sa d’onde,
e va lungo le spiagge
implorando amore e baci, per nutrirne il suo Sogno!
Ti seguii fino in fondo alla tua casa;
fummo soli, lontani dalle folle umane,
sulla soglia dell’Infinito, e sentii
la soavità dei crepuscoli sul mare,
quando si ripara in un golfo violetto
umido di silenzio!
Fummo soli, e il mio Sogno
al suo Sogno canto:

Oh! abbassa languidamente le palpebre
sull’errante follia del tuo sguardo.
Abbassa le tue palpebre mistiche e lente
come ali d’angelo che si chiudano
Abbassa le tue palpebre rosee,
perché l’agile fiamma dei tuoi occhi vi scivoli
come sospiro di luna tra persiane socchiuse.
Abbassa le tue palpebre e poi alzale ancora,
e potrò smarrirmi alfine nei tuoi occhi,
nei tuoi occhi, per sempre,
come su laghi assopiti, la sera,
tra fogliami placidi e neri!

«Sii dolce, poiché il mio cuore
trema fra le tue dita— Sii dolce!
L’Ombra è attenta a spiare le nostre ebbrezze, e il Silenzio
si china e ci accarezza
come una madre intenerita Sii dolce!
Per la prima volta adoro
l’anima mia perdutamente e l‘ammiro
perché t’ama così, come una povera pazza!
Adoro le mie labbra, poiché le mie labbra ti desiderano
La mia anima è tua, la mia anima
è sì lontana ed azzurra da sembrarmi straniera!

Davanti a te si umilia, la mia anima,
qual pecora morente, e s’addormenta,
abbrividendo sotto i tuoi fragili piedi
come un prato che tutto s’inargenta
sotto i passi furtivi della luna

«Vieni!— le mie labbra folli attireranno
il tuo volto pensoso e i tuoi grandi occhi dolenti
verso le spiagge abbagliate del Sogno
verso divini arcipelaghi di nuvole!
Le mie labbra saranno instancabili
come i bardotti che lentamente traggono,
nella rosea frescura dei mattini,
le grandi barche dalle vele solenni
verso lo scintillìo perlato
del mar lontano. Ed io
non sarò più che il tuo soffio E il mio sangue
travolgerà nel suo corso il profumo delle tue labbra,
come un fiume a primavera, inebbriato di fiori!

Allora la tua bocca rosea s’aprì,
fragile conchiglia rombante,
per mormorare sinuosamente
il delirio dello spazio e il canto febbrile dei mari!
Al ritmo della tua voce, il mio cuore
si preparò lentamente a salpare
verso porti esaltati di sole
e verso sfolgoranti isole d’oro
Tu mi dicevi ingenuamente
che mai nessuno avea così cantato
alle porte del tuo cuore
che mai nessuno aveva pianto
il suo sogno e il suo dolore
profumandoti il seno di lagrime!

Poiché sono il mendicante che piange e si lamenta,
il mendicante affamato d’Ideale
che vien non si sa d’onde, e va lungo le spiagge
implorando amore e baci
per nutrirne il suo Sogno!

I tuoi gesti assopenti e vellutati
ebbero il carezzevole languore
che hanno i remi sopra l’acque brune, a sera
L’ora liquida e gemebonda s’increspò abbrividendo.
Le nostre voci caddero
Ma la Lussuria, ahimè, ci spiava
frugando insidiosa nell’ombra
la Lussuria ansimante lungo i muri strisciava!

Dalla finestra aperta, a quando a quando
il vento della notte
si rovesciava su di noi,
avvolgendo la sua groppa oscena
nella porpora delle tende
Noi vedemmo la lampada d’oro svenire
come una bimba malata tra vaporosi lini,
e dolcemente morire!
Vedemmo i casti bagliori della lampada
inginocchiarsi, venendo meno, lungo i muri,
come gli angeli preganti
e i nostri sogni s’inchinarono, malinconici
e rassegnati, nel silenzio
Allora il mio folle desiderio t’apparve
sguainato come una spada,
e, brancolando sul tuo corpo puro,
con un gesto selvaggio violentemente cercai
il tepore assorbente della tua bocca.
Fuori di noi, in una nera ebrietà,
sinistramente ci prendemmo le labbra,
come se commettessimo un delitto!
Le labbra mie s’accanirono
sulle tue, pesantemente,
e le nostre bocche ne furono insanguinate
come due lance!

Con un gesto sublime,
tu m’offristi, in delirio, la tua nudità soave
come una fiasca di pellegrino, ed io
abbeverai la mia sete immensa
sul tuo corpo ignudo, fino al delirio,
cercandovi l’immenso Oblio
Tremante e come pazza di vertigine
si chinò la mia Anima
sulla tua bellezza radiosa,
perdutamente, come sopra un abisso
vertiginoso di profumi e di calde luci!
I tuoi occhi s’illanguidirono dolcissimamente
sotto le rosee palpebre
lampante velate di vaporosa seta
e, chinato fra i tuoi svolazzanti capelli,
io presi alfine la tua Anima, tutta
la tua Anima, religiosamente,
protese le labbra,
come si prende l’ostia consacrata.

Quando ripresi il cammino
verso la profondità delle livide notti
il cuore mio, fattosi nero, ebbe sete,
e avidamente io bevvi la nera
acqua delle fontane
Indi fuggii, precipitando i miei passi,
verso l’Ignoto
Poiché sono il mendicante
che va lungo le spiagge
implorando amore e baci, per nutrirne il suo Sogno,
con in cuore il terrore di affondare per sempre
i suoi piedi sanguinanti
nella freschezza carnale delle sabbie, in riva ai mari,
in una qualche Sera
di stanchezza mortale e di Vuoto infinito!

Sergio Corazzini, due poesie

Per organo di Barberia

I.
Elemosina triste
di vecchie arie sperdute,
vanità di un’offerta
che nessuno raccoglie!
Primavera di foglie
in una via diserta!
Poveri ritornelli
che passano e ripassano
e sono come uccelli
di un cielo musicale!
Ariette d’ospedale
che ci sembra domandino
un’eco in elemosina!
.
II.
Vedi: nessuno ascolta.
Sfogli la tua tristezza
monotona davanti
alla piccola casa
provinciale che dorme;
singhiozzi quel tuo brindisi
folle di agonizzanti
una seconda volta,
ritorni su’ tuoi pianti
ostinati di povero
fanciullo incontentato,
e nessuno ti ascolta.

~

La morte di Tantalo

Noi sedemmo sull’orlo
della fontana nella vigna d’oro.
Sedemmo lacrimosi in silenzio.
Le palpebre della mia dolce amica
si gonfiavano dietro le lagrime
come due vele
dietro una leggera brezza marina.
Il nostro dolore non era dolore d’amore
né dolore di nostalgia
né dolore carnale.
Noi morivamo tutti i giorni
cercando una causa divina
il mio dolce bene ed io.

Ma quel giorno già vanía
e la causa della nostra morte
non era stata rivenuta.

E calò la sera su la vigna d’oro
e tanto essa era oscura
che alle nostre anime apparve
una nevicata di stelle.

Assaporammo tutta la notte
i meravigliosi grappoli.
Bevemmo l’acqua d’oro,
e l’alba ci trovò seduti
sull’orlo della fontana
nella vigna non piú d’oro.

O dolce mio amore,
confessa al viandante
che non abbiamo saputo morire
negandoci il frutto saporoso
e l’acqua d’oro, come la luna.

E aggiungi che non morremo piú
e che andremo per la vita
errando per sempre.

*

 Sergio Corazzini (Roma, 1886 – 1907) è stato un poeta italiano appartenente al Crepuscolarismo romano del primo decennio del Novecento; morì di tisi ventunenne. Ebbe solo cinque anni di tempo, a un’età in cui non si è ancora smesso di giocare, per fare della sua breve vita un’opera d’arte, un cammeo di amore, sofferenza e poesia. Parla alla fantasia e al cuore delle persone il “piccolo fanciullo che piange” il poeta “che non sognerà più / fino alla morte”, ma che esprime con immagini di lucidità folgorante il proprio misero mondo poetico, nella certezza, davvero moderna, che non esista alcuna parola salvifica. (“Sergio Corazzini – Poesie”, BUR, estratto)

Gabriele D’Annunzio, Laus vitae – I

Gabriele D’Annunzio: LIBRO PRIMO – MAIA (da Opera omnia – Laudi)

1 – Laus vitae

I.

O Vita, o Vita,
dono terribile del dio,
come una spada fedele,
come una ruggente face,
come la gorgóna,
come la centàurea veste;
o Vita, o Vita,
dono d’oblìo,
offerta agreste,
come un’acqua chiara,
come una corona,
come un fiale, come il miele
che la bocca separa
dalla cera tenace;
o Vita, o Vita,
dono dell’Immortale
alla mia sete crudele,
alla mia fame vorace,
alla mia sete e alla mia fame
d’un giorno, non dirò io
tutta la tua bellezza?
Chi t’amò su la terra
con questo furore?
Chi ti attese in ogni
attimo con ansie mai paghe?
Chi riconobbe le tue ore
sorelle de’ suoi sogni?
Chi più larghe piaghe
s’ebbe nella tua guerra?
E chi ferì con daghe
di più sottili tempre?
Chi di te gioì sempre
come s’ei fosse
per dipartirsi?
Ah, tutti i suoi tirsi
il mio desiderio scosse
verso di te, o Vita
dai mille e mille vólti,
a ogni tua apparita,
come un Tìaso di rosse
Tìadi in boschi folti,
tutti i suoi tirsi!
.
Nessuna cosa
mi fu aliena;
nessuna mi sarà
mai, mentre comprendo, mondo
Laudata sii, Diversità
delle creature, sirena
del mondo! Talor non elessi
perché parvemi che eleggendo
io t’escludessi,
o Diversità, meraviglia
sempiterna, e che la rosa
bianca e la vermiglia
fosser dovute entrambe
alla mia brama,
e tutte le pasture
co’ lor sapori,
tutte le cose pure e impure
ai miei amori;
però ch’io son colui che t’ama,
o Diversità, sirena
del mondo, io son colui che t’ama.
.
Vigile a ogni soffio,
intenta a ogni baleno,
sempre in ascolto,
sempre in attesa,
pronta a ghermire,
pronta a donare,
pregna di veleno
o di balsamo, tòrta
nelle sue spire
possenti o tesa
come un arco, dietro la porta
angusta o sul limitare
dell’immensa foresta,
ovunque, giorno e notte,
al sereno e alla tempesta,
in ogni luogo, in ogni evento,
la mia anima visse
come diecimila!
È curva la Mira che fila,
poi che d’oro e di ferro pesa
lo stame come quel d’Ulisse.
.
Tutto fu ambìto
e tutto fu tentato.
Ah perché non è infinito
come il desiderio, il potere
umano? Ogni gesto
armonioso e rude
mi fu d’esempio;
ogni arte mi piacque,
mi sedusse ogni dottrina,
m’attrasse ogni lavoro.
Invidiai l’uomo
che erige un tempio
e l’uomo che aggioga un toro,
e colui che trae dall’antica
forza dell’acque
le forze novelle,
e colui che distingue
i corsi delle stelle,
e colui che nei muti
segni ode sonar le lingue
dei regni perduti.
.
Tutto fu ambìto
e tutto fu tentato.
Quel che non fu fatto
io lo sognai;
e tanto era l’ardore
che il sogno eguagliò l’atto.
Laudato sii, potere
del sogno ond’io m’incorono
imperialmente
sopra le mie sorti
e ascendo il trono
della mia speranza,
io che nacqui in una stanza
di porpora e per nutrice
ebbi una grande e taciturna
donna discesa da una rupe
roggia! Laudato sii intanto,
o tu che apri il mio petto
troppo angusto pel respiro
della mia anima! E avrai
da me un altro canto.
.
.

Ulisse di Umberto Saba

deChirico_Ritorno%20di%20Ulisse_1968
G.De Chirico, Ritorno di Ulisse (1968)

.

Nella mia giovinezza ho navigato

lungo le coste dalmate. Isolotti

a fior d’onda emergevano, ove raro

un uccello sostava intento a prede,

coperti d’alghe, scivolosi, al sole

belli come smeraldi. Quando l’alta

marea e la notte li annullava, vele

sottovento sbandavano più al largo,

per fuggirne l’insidia. Oggi il mio regno

è quella terra di nessuno. Il porto

accende ad altri i suoi lumi; me al largo

sospinge ancora il non domato spirito,

e della vita il doloroso amore.

*

(da Mediterraneee, U.Saba – Einaudi)

.

“E’ l’altissimo testamento spirituale di Saba, che, ripetendo il mito antico di Ulisse, l’uomo dalle molte esperienza, l’inesausto indagatore delle cose del mondo, esprime il senso della propria esistenza inquieta, mai placata e contenta delle mete a cui gli altri si arrestano, e volta, invece, sempre alla ricerca, all’appassionata avventura della conoscenza mossa dal doloroso amore della vita” (Barberi Squarotti – Jacomuzzi).