Cesare Pavese, due poesie

Cesare Pavese, due poesie da Lavorare stanca 

🕊

Lavorare stanca

Traversare una strada per scappare di casa
lo fa solo un ragazzo, ma quest’uomo che gira
tutto il giorno le strade, non è più un ragazzo
e non scappa di casa.

Ci sono d’estate
pomeriggi che fino le piazze son vuote, distese
sotto il sole che sta per calare, e quest’uomo, che giunge
per un viale d’inutili piante, si ferma.
Val la pena esser solo, per essere sempre più solo?
Solamente girarle, le piazze e le strade
sono vuote. Bisogna fermare una donna
e parlarle e deciderla a vivere insieme.
Altrimenti, uno parla da solo. È per questo che a volte
c’è lo sbronzo notturno che attacca discorsi
e racconta i progetti di tutta la vita.

Non è certo attendendo nella piazza deserta
che s’incontra qualcuno, ma chi gira le strade
si sofferma ogni tanto. Se fossero in due,
anche andando per strada, la casa sarebbe
dove c’è quella donna e varrebbe la pena.
Nella notte la piazza ritorna deserta
e quest’uomo, che passa, non vede le case
tra le inutili luci, non leva più gli occhi:
sente solo il selciato, che han fatto altri uomini
dalle mani indurite, come sono le sue.
Non è giusto restare sulla piazza deserta.
Ci sarà certamente quella donna per strada
che, pregata, vorrebbe dar mano alla casa.

*

Mito

Verrà il giorno che il giovane dio sarà un uomo,
senza pena, col morto sorriso dell’uomo
che ha compreso. Anche il sole trascorre remoto
arrossando le spiagge. Verrà il giorno che il dio
non saprà piú dov’erano le spiagge d’un tempo.

Ci si sveglia un mattino che è morta l’estate,
e negli occhi tumultuano ancora splendori
come ieri, e all’orecchio i fragori del sole
fatto sangue. È mutato il colore del mondo.
La montagna non tocca più il cielo; le nubi
non s’ammassano più come frutti; nell’acqua
non traspare più un ciottolo. Il corpo di un uomo
pensieroso si piega, dove un dio respirava.

Il gran sole è finito, e l’odore di terra,
e la libera strada, colorata di gente
che ignorava la morte. Non si muore d’estate.
Se qualcuno spariva, c’era il giovane dio
che viveva per tutti e ignorava la morte.
Su di lui la tristezza era un’ombra di nube.
Il suo passo stupiva la terra.

Ora pesa la stanchezza su tutte le membra dell’uomo,
senza pena: la calma stanchezza dell’alba
che apre un giorno di pioggia. Le spiagge oscurate
non conoscono il giovane, che un tempo bastava
le guardasse. Né il mare dell’aria rivive
al respiro. Si piegano le labbra dell’uomo
rassegnate, a sorridere davanti alla terra.

Mario Luzi, quattro poesie

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Mario Luzi (Sesto Fiorentino, 20 ottobre 1914 – Firenze, 28 febbraio 2005) è stato un poeta, drammaturgo, critico letterario, traduttore, critico cinematografico e accademico italiano. In occasione del suo novantesimo compleanno fu nominato senatore a vita della Repubblica Italiana.

*

Sulla riva

I pontili deserti scavalcano le ondate,
anche il lupo di mare si fa cupo.
Che fai? Aggiungo olio alla lucerna,
tengo desta la stanza in cui mi trovo
all’oscuro di te e dei tuoi cari.

La brigata dispersa si raccoglie,
si conta dopo queste mareggiate.
Tu dove sei? ti spero in qualche porto…
L’uomo del faro esce con la barca,
scruta, perlustra, va verso l’aperto.
Il tempo e il mare hanno di queste pause.

~

Come tu vuoi

La tramontana screpola le argille,
stringe, assoda le terre di lavoro,
irrita l’acqua nelle conche; lascia
zappe confitte, aratri inerti
nel campo. Se qualcuno esce per legna,
o si sposta a fatica o si sofferma
rattrappito in cappucci e pellegrine,
serra i denti. Che regna nella stanza
è il silenzio del testimone muto
della neve, della pioggia, del fumo,
dell’immobilità del mutamento.

Son qui che metto pine
sul fuoco, porgo orecchio
al fremere dei vetri, non ho calma
né ansia. Tu che per lunga promessa
vieni ed occupi il posto
lasciato dalla sofferenza
non disperare o di me o di te,
fruga nelle adiacenze della casa,
cerca i battenti grigi della porta.
A poco a poco la misura è colma,
a poco a poco, a poco a poco, come
tu vuoi, la solitudine trabocca,
vieni ed entra, attingi a mani basse.

E’ un giorno dell’inverno di quest’anno,
un giorno, un giorno della nostra vita.

~

Vita fedele alla vita

La città di domenica
sul tardi
quando c’è pace
ma una radio geme
tra le sue moli cieche
dalle sue viscere interite

e a chi va nel crepaccio di una via
tagliata netta tra le banche arriva
dolce fino allo spasimo l’umano
appiattato nelle sue chiaviche e nei suoi ammezzati,

tregua, sì, eppure
uno, la fronte sull’asfalto, muore
tra poca gente stranita
che indugia e si fa attorno all’infortunio,

e noi si è qui o per destino o casualmente insieme
tu ed io, mia compagna di poche ore,
in questa sfera impazzita
sotto la spada a doppio filo
del giudizio o della remissione,

vita fedele alla vita
tutto questo che le è cresciuto in seno
dove va, mi chiedo,
discende o sale a sbalzi verso il suo principio…

sebbene non importi, sebbene sia la nostra vita e basta.

da Mario Luzi, Tutte le poesie (Garzanti)

~

La notte e i suoi strani affollamenti 

La notte, i suoi strani affollamenti.
Figure umane
flebili, avvilite
dalla disattenzione degli umani,
mortificate dalla trascuranza,
sfiorate appena, appena rasentate
dal calore della vita quotidiana –
l’insonnia nel suo vagabondare
a sorpresa le ritrova,
l’incontro le rimuove
dai loro dormitori, svegliate
escono fuori dai ripari
d’opacità e timore
nel lucore d’una oscura reminiscenza…
quando? ci fu disordine, c’è errore.
Passo passo
deve il cammino
essere fatto ancora
a ritroso: con premura,
con umiltà di cuore
è da raccogliere
la minima, l’infima dovizia
che il tempo aveva in sé,
non profferita
e nemmeno concupita –
ma voleva
quell’èbulo
esser preso
da una mano più attenta ed amorevole
della nostra cupidigia…
C’era forse da vivere più vita
nel vivaio, da suggere
più linfa dall’ispida sterpaglia.
Cresce, frana
su di sé
la storia umana,
ne ingoia la polvere o il sentore
una memoria oscura,
fa sì
che non sia stata vana.
Ma rimorde la memoria,
la sua piaga non si sana:
la tortura di notte quello spregio
fatto alla vita, quell’offesa
all’amore non vissuti,
eppure non perduti,
presenti anch’essi dove tutto è stato,
tutto è parificato.

(Dal web)

Cesare Pavese, tre poesie

Cesare Pavese (1908 – 1950), tre poesie

*

Mattino

La finestra socchiusa contiene un volto
sopra il campo del mare. I capelli vaghi
accompagnano il tenero ritmo del mare.
Non ci sono ricordi su questo viso.
Solo un’ombra fuggevole, come di nube.
L’ombra è umida e dolce come la sabbia
di una cavità intatta, sotto il crepuscolo.
Non ci sono ricordi. Solo un sussurro
che è la voce del mare fatta ricordo.
Nel crepuscolo l’acqua molle dell’alba
che s’imbeve di luce, rischiara il viso.
Ogni giorno è un miracolo senza tempo,
sotto il sole: una luce salsa l’impregna
e un sapore di frutto marino vivo.
Non esiste ricordo su questo viso.
Non esiste parola che lo contenga
o accomuni alle cose passate. Ieri,
dalla breve finestra è svanito come
svanirà tra un istante, senza tristezza
né parole umane, sul campo del mare.

~

Anche la notte ti somiglia 

Anche la notte ti somiglia,
la notte remota che piange
muta, dentro il cuore profondo,
e le stelle passano stanche.
Una guancia tocca una guancia –
è un brivido freddo, qualcuno
si dibatte e t’implora, solo,
sperduto in te, nella tua febbre.
La notte soffre e anela l’alba,
povero cuore che sussulti.
O viso chiuso, buia angoscia,
febbre che rattristi le stelle,
c’è chi come te attende l’alba
scrutando il tuo viso in silenzio.
Sei distesa sotto la notte
come un chiuso orizzonte morto.
Povero cuore che sussulti,
un giorno lontano eri l’alba.

~

Ascolteremo nella calma stanca

Ascolteremo nella calma stanca
la musica remota
della nostra tremenda giovinezza
che in un giorno lontano
si curvò su se stessa
e sorrideva come inebriata
dalla troppa dolcezza e dal tremore.
Sarà come ascoltare in una strada
nella divinità della sera
quelle note che salgono slegate
lente come il crepuscolo
dal cuore di una casa solitaria.
Battiti della vita,
spunti senz’armonia,
ma che nell’ansia tesa del tuo amore
ci crearono, o anima,
le tempeste di tutte le armonie.
Ché da tutte le cose
siamo sempre fuggiti
irrequieti e insaziati
sempre portando nel cuore
l’amore disperato
verso tutte le cose.

Angela Greco AnGre, Pioggia amalfitana

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Angela Greco AnGre, versi da “Ananke” (Ladolfi 2021)

Pioggia amalfitana

Il sole è un angolo preciso tra pensiero e
desiderio di te, una linea che segna il tuo volto,
le tue mani intente a seguire il fare del giorno
tra impreviste pietre stupite del tuo passo.

Tutto di te è inatteso; batte il cuore.

– La pioggia amalfitana canta un nome – dici.
– Terrazza per terrazza ogni limone s’è fatto stella – dico.
– Forse non siamo mai stati qui.
– Forse siamo tornati insieme.

Ogni finestra nasconde l’atto più intimo di noi.

In lontananza l’isola appare quasi domestica;
la casa dalle mura rosse è una rampa per salire
verso quel mare che ha retto i nostri silenzi più
di chiunque altro. Ci sei, adesso, e questo è oggi.

Ad ogni pensiero s’avvicina la tua bocca.

– Ho colto l’improbabile solo per te.
– Colgo di te ogni distinto gesto.
– Non riesco a comprendere perché ora.
– È ora di deporre le domande altrove.
La casa è un libro; pagine dopo pagine abitiamo
il non ancora detto e il già stato, altrove e qui.
Ancora una poesia, poi smetterò. Da che parte stiamo?
Tra bocche che tacciono e specchi che riflettono il cielo.

*

https://www.ladolfieditore.it/index.php/it/catalogo/perle-poesia/ananke.html

ANANKE poesie di Angela Greco AnGre - Ladolfi Editore

Trasparenze 2019 2020 di Felice Serino letto da Angela Greco

Felice Serino Trasparenze 2019 2020La poesia di Felice Serino, in questo tempo difficile e non ordinario, appare al lettore come una epifania; una luminosa presenza utile a prendere consapevolezza di taluni dettagli, che non sfuggono al poeta, attraverso i quali sperare in qualcosa di più, oltre quello che si vede. Serino attraversa le occasioni che gli vengono offerte quotidianamente dal vivere con i sensi disposti a percepire e a codificare quello che accade, anche tra le righe, attento a circoscrivere con perizia l’evento, per fornire una eventuale chiave di accesso, senza imporsi o alzare la voce, quanto piuttosto con la pacata ragionevolezza di chi affronta le situazioni forte del proprio bagaglio spirituale ed esperienziale.

“Trasparenze 2019 2020” (pubblicato in formato elettronico dal sito “Poesieinversi”, con prefazione di Donatella Pezzino) è un altro tassello degno di nota nel lavoro poetico dell’autore; lavoro, che va sempre più affinandosi col procedere delle condivisioni dei versi con i suoi lettori, ponendo in tal modo l’accento sull’importanza, anche in Poesia, del confronto e dello scambio, elementi assolutamente necessari alla crescita.

La raccolta si apre con una emblematica poesia, che funge, a parer mio, anche da incipit: Giobbe, antonomasia della pazienza, nella quale, elaborando la tradizione classica di affidarsi, in incipio, alla divinità, il poeta per mezzo del protagonista invoca l’atto essenziale per il quale, con buona ragione, sembra addirittura scrivere, in due versi dalla forza non indifferente, che tolgono ogni dubbio al fatto che per Serino il vivere è affidarsi a qualcosa di più grande di lui (sacro e poesia, d’altro canto, si possono senza dubbio mettere sullo stesso piano):

Signore liberami
da questa gravezza della carne
-ora mi pesano gli anni
come macigni-

ascoltami - quando
il sangue grida le ferite della luce

ed io come giunco mi piego
in arida aria

Si ritrovano, sempre con piacere, gli elementi caratterizzanti dell’autore; ed ecco che l’occhio non manca di osservare tutto quello che c’è intorno, con riferimenti ad altre materie, oltre quelle letterarie ed artistiche, evidenziando il tutto tondo della poesia di Felice Serino, la sua innata curiosità e la sua volontà di rendere partecipe la poesia di ogni momento della sua esperienza di vita. La trascendenza, tuttavia, sembra avere il posto d’onore in questi versi brevi, incisivi e pregni di terminologie specifiche, trai quali, con una sola parola, spesso si può leggere la tendenza del poeta al ragionamento filosofico, all’interrogazione di se stesso in rapporto al mondo, sempre con la pacata tensione dell’attesa di una risposta di chi sa, però, che non arriverà, perché i quesiti posti sono di un ordine ben oltre questo umano che attraversiamo, come ad esempio si legge in Rinascere negli occhi o in A prescindere, a seguire:

all'inizio nel tempo
primigenio
il primo stupore in un volo

ai piedi dell'angelo
sarà poi precipizio della luce

ma si resta
nella memoria della rosa
che vuole rinascere negli occhi


*

questo uscire rientrare nell’alveo celeste
è racchiuso in un tempo
rallentato
un lampo nel cuore dell’ universo

t’ è stato messo nel cuore il senso
dell’eterno - a prescindere

ogni giorno ti riscopri vivo
come il seme

Una poesia, quella contenuta in “Trasparenze 2019 2020”, che non manca di riferimenti anche ad episodi più concreti, vissuti dall’autore o dedicati a persone reali, che hanno il grande pregio di avvicinare il poeta al lettore, in un rapporto di reciproca stima, indubbiamente lodevole; Serino non spiazza con trovate lessicali ad effetto o termini ineleganti, tutt’altro; la sua è una poesia che continua a carezzare il fruitore anche quando tratta temi scottanti o difficili, con una delicatezza che non può non essere propria della persona che scrive, perché sarebbe difficile creare ad arte quel sentimento che si stabilisce durante la lettura di un’opera. [Angela Greco AnGre]

Cieli capovolti

nel cavo del grido
deflagra rombo di tuono e
scalpitano nella testa
destrieri impazziti

egli non vede
più il corpo della madre
solo cieli capovolti e

accovacciato in un angolo
della parete che separa
vita da vita

trascorre le ore vuote suonando
l’ocarina

Novità editoriale: Ananke, poesie di Angela Greco AnGre (Ladolfi Ed. aprile 2021)

In questi giorni, per i tipi Giuliano Ladolfi Editore, che ringrazio per la fiducia, per la professionalità e per la ricerca operata nel campo della poesia contemporanea, è uscito ANANKE, il mio nuovo libro di poesie, introdotto dalle parole di Fabrizio Bregoli, al quale va il mio ringraziamento per la stima e l’amicizia, e presentato dalla superba copertina creata da Angelo Bruno, che, parimenti, ringrazio. Il libro, che vede la luce in un momento comune difficile e drammatico – del quale porta impressi i segni nella visione della realtà, aggiungendo, com’è nel mio carattere, sempre un punto luce – vuole essere un augurio di ripartenza e un invito alla tenacia, a non arrendersi e a perseguire, nonostante tutto, i propri sogni e quello in cui si crede fermamente. Tra qualche giorno sarà disponibile presso tutti gli store on line; intanto, sono felice di condividere con gli Amici e i Lettori, la mia gioia. Grazie.

*

ANANKE di Angela Greco AnGre,

Giuliano Ladolfi Editore, aprile 2021; Introduzione di Fabrizio Bregoli

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Non lontano da questa mattina
calcinacci bianchissimi a bordo strada,
tra scarti di caramelle e germogli
ostinati, hanno risvegliato il giorno
incuranti dell’asfalto; si procede
per sottrazioni, operazioni lontane
dai quaderni di quando eravamo piccole mani,
fiocchi colorati per distinguersi nella ressa,
inciampi di parole e ginocchia ferite.

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La difficoltà sta tutta nella posa dei piedi,
nel loro passo fermo sulla superficie che
trattiene dalla caduta, nel tentennamento.
Da quassù non è semplice come dicono,
tutt’altro; la visuale, quella sì, ha un valore
e forse la metafora rimarrà oscura, ma
occorre tentare, senza ripensamenti.
Mon dieu, nemmeno tu comprendi più
questo spazio che va restringendosi.

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“Angela Greco sceglie di intitolare la sua nuova raccolta di poesie, con un chiaro riferimento mitologico alla tradizione classica, a Ananke, ossia la forza del destino, l’ineluttabilità del fato a cui l’uomo deve necessariamente obbedire, o soggiacere. Questo potrebbe lasciar pensare che l’autrice, rifacendosi a una scuola di pensiero dalla tradizione consolidata che attraversa i secoli, aderisca a un’idea dell’uomo come di soggetto che è sottomesso a una volontà imperscrutabile e superiore che gli impone le proprie scelte, lo relega a un insieme di accadimenti predeterminati per i quali viene privato di ogni potere decisionale. In realtà questa percezione di un destino che si impone e fa valere le proprie ragioni sulla vita dei singoli, questa constatazione di uno “spazio che va restringendosi” vanno circostanziate e riferite alla serie di eventi a cui la raccolta si rivolge e ai quali, con intelligenza, Angela Greco non fa mai cenno esplicito, ma li lascia intuire dalla inequivocabilità delle date che circoscrivono questi versi a quell’anno 2020, a tutti ben noto. Evitare il cronachismo, procedere per allusioni: questo dà consistenza al messaggio poetico, evita di cadere nella retorica.

Quindi Angela Greco ci propone una poesia, che non si può ridurre a un diario in versi tout court, ma che è una riflessione profonda e partecipe di una condizione storica che, certo, la riguarda individualmente e che la porta a parlare di sé, ma nasce dal bisogno dell’incontro, perché occorre “rendersi conto che una parte di sé stessi è / l’Altro”. Fin dall’incipit dell’opera è chiara questa responsabilità di fondo che porta l’autrice a una definizione della poesia come di “questa sostanza che unisce / respiri e calci a gamba tesa”, agone aperto e problematico in cui avviene la scrittura, in una consapevolezza a livello di poetica che è essenziale per evitare di cadere nel tranello del già detto e dell’ovvio: “bisogna tornare a scrivere con la penna tutto l’alfabeto”.

Questa fiducia di Angela Greco nella poesia, del resto, oltre che nella pratica di quest’arte in prima persona, trova conferma da molti anni nel suo lavoro di divulgazione della poesia grazie al suo blog “Il sasso nello stagno”, dove trovano accoglienza i versi dei maestri classici e contemporanei: questa frequentazione assidua e approfondita la porta a una poesia matura, consapevole dei suoi strumenti, debitrice alla tradizione ma anche molto personale, con una fisionomia ben riconoscibile.” [dall’Introduzione di Fabrizio Bregoli]

Tra qualche giorno disponibile su tutti gli store on line.

*

Ringrazio Fabrizio Bregoli anche per la presentazione fatta sul suo pregevole sito, dov’è possibile leggere l’Introduzione integralmente:

https://fabriziobregoli.com/2021/04/12/ananke-di-angela-greco

Maria Luisa Spaziani, due poesie

a.

IV

Sono venuta a Parigi per dimenticarti
ma tu ostinato me ne intridi ogni spazio.
Sei la chimera orrida delle gronde di Notre-Dame,
sei l’angelo che invincibile sorride.

Veniamo a patti (il contadino e il diavolo):
lasciami il giorno per guardare, leggere,
sprecare il tempo, divertirmi, escluderti.
Notti e sogni, d’accordo, sono tuoi.

[da Diario di Francia]

.

II

Ora so come a notte può dolere,
diramare profonda nell’anima
la sua pena d’assenza, una mano
che non dovrà più scrivere il tuo nome.

Lingue di fuoco sembrano sfiorarla
e le dita si allungano in ghiaccioli,
le carezze s’inceppano nell’aria
e nemiche le rose le sfuggono.

Ma udì una voce un cuore come il mio
che in violenta tormenta si agitava:
chi ti fa pecora, chi ti fa brutto,
tu stesso condannalo alle fiamme.

[da Tre poesie da Parigi]

*

Maria Luisa Spaziani (Torino, 7 dicembre 1922 – Roma, 30 giugno 2014), da Tutte le poesie a cura di P.Lagazzi e G.Pontiggia, Meridiani – Mondadori

Luciano Nanni legge Arcani di Angela Greco

Recensione a cura di Luciano Nanni e pubblicata su Literary nr. 4/2020  

Poesia. La forma del poemetto consente di estendere il cursus poetico delineando una storia, o una serie di microstorie, da integrare nel contesto. La forma è quindi, e nel presente caso in particolare, l’acquisizione di elementi cadenzali utili a determinare il flusso dei versi, perciò non solo schema, ma intuizione. Allorquando si affronta il viaggio, il cui spirito oppure soltanto il dato linguistico contiene in modo implicito, cresce nel lettore un senso di conoscenza, da cui l’importanza della poesia quale principio conoscitivo.

Penetrando in questo viaggio si percepisce una struttura che va oltre la logica, e, tanto per fare un esempio, la metafora tende ad allontanarsi dall’origine effettiva, quasi un’estrema ratio della parola: “Il caso è un chiodo ricurvo a due punte”. Ora, poiché a un’immagine deve in qualche maniera corrispondere un vincolo, seppur lontano, dovremmo a lungo disquisire anche su un singolo verso: perciò, ricchezza inesauribile.

Ma la parola, per quanto forte, naviga nell’incertezza, e tutte le mutazioni che sopravvengono seguono di converso la direzione formale. In Falling (caduta) si definisce, almeno come pratica di relazione, il rapporto tra corpo e spirito, e tale induzione potrebbe far sorgere una serie di commenti in cui la natura appare e scompare, rendendo l’insieme ancor più significativo: si dovrebbe, tra l’altro, verificare se iris può diventare un simbolo o restare nella sua identità predefinita.

Quanto detto pare dirimersi dal concetto che il titolo esprime: gli Arcani. Qualcuno ha visto nelle figure delle carte, perfino semplici come quelle napoletane, un riflettersi dell’io o comunque delle persone, creando eventi praticamente inimmaginabili. Questa raccolta è in grado di impegnarci quotidianamente per capire, noi e la realtà nascosta.

Al sottostante link, il libro:

Angela Greco (AnGre) — Arcani

Nazario Pardini legge AA.VV. FASE 1, e-Book

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AA.VV. FASE 1 (scaricabile QUI):

lettura del prof.Nazario Pardini, che si ringrazia,
tratta dal blog Alla volta di Leucade
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Angela Greco, Angelo Bruno, Sergio Angeli, Flavio Almerighi, Alfonso Graziano.

Cinque Autori che, nell’ambito della poesia, messisi assieme per una silloge di estrema attualità, raggiungono traguardi di vero interesse stilistico-emotivo; sintagmatico-contenutistico. L’opera è preceduta da una introduzione che fa, con tutta la sua energia figurativa, da antiporta a poesie di intensa vivacità partecipativa. Il tema è su questa pandemia improvvisa e sconvolgente; e lo spartito si diluisce in versi ben costruiti; di forma compatta e avvolgente, dove gli Autori non cadono mai nella trappola del mielismo o dello scontato; tutto è controllato con acuta esperienza verbale; mai si scade in deviazioni formali dacché costruzioni ben robuste evitano che le emozioni esondino oltre gli argini. Non è facile affrontare in poesia un argomento tanto attuale senza correre il rischio di cadere nel déja vu. Ogni poeta, con la propria incisiva personalità, evita tale rischio offrendosi al lettore con composizioni convincenti, di calore umano e di esperita riflessione vitale. Il contenuto, oggetto di triste contaminazione per le morti che ne conseguono, per avvenimenti che imprevisti e letali sovvertono la vita creando inquietudine e dolore, trova posto in una versificazione reificante stadi d’animo di forte impatto creativo. Dovessi classificare tale tipo di poesia non la inserirei di certo nella corrente minimalistico-prosastica, quella che mira alla spersonalizzazione, alla eliminazione del soggettivismo, dacché qui c’è una partecipazione intensa e attiva; una presa di posizione personale e fattiva che rende il tutto emotivamente acchiappante.

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Per leggere alcuni estratti clicca QUI

 

Alfonso Gatto, due poesie

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Amore notturno

Una notte vicino alla sua casa
e dal balcone aperto nella mite
notte del Sud, la donna che m’ apparve
golosa di risucchio come un’acqua
gelata. E non avrà mai volto,
sale la gola chiara, scende al buio
degli occhi avidamente salda.

A bocca aperta nella pioggia, un nero
grappolo le lasciava goccia a goccia
sapore di città – disse – di vento.

§

Non fossero altro son belli

Non fossero altro son belli
i ragazzi che fanno campagna
sui gradini di piazza di Spagna.
Belli per nostalgia
belli senza riguardo
millenni dentro lo sguardo
per qualche giorno di scena.
Adamo seduto sull’erba
spacca la mela acerba,
si dice solo che campa
salendo e scendendo la rampa
di Piazza di Spagna.
Alla barcaccia si bagna
le mani rosse e si beve
il riso delle gengive.
Se dice campa non vive,
aspetta la neve.

*

Alfonso Gatto, Tutte le poesie (OscarMondadori)

In apertura, Roma, scorcio del Rione Monti (dal web)

Fabrizio Bregoli legge Arcani, poesie di Angela Greco

Fabrizio Bregoli legge Arcani

(ed.Achille e La Tartaruga, 2020, prefazione di Franco Pappalardo La Rosa).

Leggendo la nuova raccolta di versi di Angela Greco, “Arcani”, si crederebbe, fermandosi all’evidenza del titolo, di trovarsi di fronte all’ennesima prova di poesia orfica che tanti epigoni incontra nella poesia contemporanea; pochi, in verità, con una personalità effettivamente incisiva e originale. In realtà, con piacevole sorpresa, quella che si incontra è invece una poesia-pensiero, di tipo esistenziale e, a tratti, argomentativa, che porta il lettore per mano in un mondo intricato di domande non risposte, dubbi irrisolti, indugi: l’esatto opposto di una poesia visionaria e dell’inconscio, allora, ma una poesia, come si diceva, della fattualità esistenziale, del dilemma fra vivere ed essere. Il tutto viene contestualizzato in un paesaggio che, con dovizia di dettagli descrittivi che però non cadono mai nel bozzetto di maniera, è quello della sua terra – le Murge -, con i suoi olivi e i suoi borghi antichi, un paesaggio che si offre come traslato di un’inquietudine di fondo sottesa lungo tutto il percorso del libro, che si fonda sulla constatazione della “caduta” (si veda la sezione “Falling”).

Di “ac-cadere” si parla più volte nel libro, come nell’ultima sezione dove viene declinato in accordo alle tre sequenze temporali di passato, presente e futuro (ac-caduto, ac-cade, ac-cadrà), secondo l’andamento tripartito di cui l’autrice parla nella nota finale in cui si spiega che il titolo è appunto da riferirsi alla tecnica di lettura delle tre carte, che viene effettuata ricorrendo agli arcani maggiori dei tarocchi: la variante proposta nel libro è quella però delle carte nella loro posizione corretta, e mai rovesciata (il che comporterebbe il capovolgimento del loro significato), perché la logica che permea questi versi è quella di un’indagine costruttiva, volta alla identificazione di senso, anche se mai consolatoria nell’accezione scontata del termine. L’idea di fondo, certamente condivisibile, è fondativa di una poesia come domanda aperta, alla ricerca di “un plurale / dal conto perso”, ossia un confronto serrato con il mondo, rifuggendo dal solipsismo ma nel bisogno di un rispecchiamento nell’altro (“Quante persone raccogli nel tuo volto?” e, ancora, “Torneremo ancora plurali”). Domina tutta l’opera, quindi, questo senso di caduta a cui rimediare, per riavvicinare la distanza fra cielo delle possibilità e terra in cui trova spazio la realtà dei luoghi e dei fatti, degli individui sempre più barricati nella propria straniante solitudine, ma sempre con l’orizzonte che prescrive di essere “alle soglie di un’umanità da riscrivere” perché, parafrasando l’autrice, si abitano assenze: ciascuno di noi ha la responsabilità morale, prima ancora il destino (e il riferimento a Rilke non è in questa ottica casuale) di prendersene carico pur consapevole di essere, come avviene per il ricordo che non può alterare il fatto, “maestro di imperfezione”. Nessuna consolazione, dicevamo, solo consapevolezza: “E siamo soli, / nella sera falsamente illuminata, carta pesta colorata e ferri / ad arrugginire sotto quel che tutti vedono”, o, ancora, “Miete vittime la mattina di festa e forse tornerà il freddo. / Siamo canti alternati a idi di marzo. Buongiorno.” (con una chiusa allusivamente spietata, nella sua ironia composta, misurata).

Le ultime due citazioni, in particolare, sono tratte dalla prima sezione della raccolta, giustamente segnalata, ancora inedita, al Premio Lorenzo Montano, forse la parte più interessante del lavoro: qui l’autrice cerca la strada di una versificazione più ampia, dall’impronta narrativa con inserti gnomici e sapienziali, in una forma stilistica più asciutta rispetto alle altre sezioni, in cui invece è più marcata l’impronta lirica. Questa sezione che porta il titolo della sua protagonista, “Claire”, è una sorta di romanzo di formazione non scritto, senza accadimenti circostanziati, sospeso fra desiderio e volontà, nel dubbio che si “insinua che forse non siamo mai stati” e che “sopravviviamo negli occhi / e dentro cumuli: di libri o di terra non fa differenza” (splendido undestatement che definisce con evidenza il linguaggio adottato dall’autrice). Si ha la sensazione di un destino che cerca di compiersi, senza però che riesca a prendere una forma consapevole e decifrabile, uno stato di perenne attesa, un accadere che sfiora e non delimita, che va trattenuto (e forse la poesia è una delle strade possibili): “Claire ripensa / alla giustizia della neve appena trascorsa, la stessa intenzione / a coprire tutto, alla generosità del silenzio” […]. Altrove si afferma anche, a evidente conferma, che ci si ritrova “frammenti del discorso / in codici ad intermittenza”; la nominazione delle cose e del mondo è sempre imperfetta, le parole sfuggono e confondono, occorre ricondurle alla misura dell’essenziale, fino alla scabrosità sul precipizio dell’afasia: “Anche la pietra ha una sua fertilità”.

La poesia, allora, diventa una difesa strenua, il non volersi arrendere al dato di fatto, alla circostanza contingente dell’ac-cadere: “la mano tenta inchiostro per non dubitare / della realtà”, quella realtà che attraversata con la circospezione debita “vorrebbe esserti foglio bianco a cui affidare le ombre, / inchiostro che inciti i cavalli di fuoco, perché sia sole, / anche tra le tue nuvole”. Il percorso non può avvenire se non spezzando questo cerchio di solitudine; ogni scrittura, per essere tale, pretende un’interlocuzione, la légge del confronto: “quando dici che devo scrivere senza farti leggere nulla, quasi fosse mai possibile togliere alla corolla il centro e il nettare per l’incauto impollinatore”. Solo in questo interscambio, che è osmosi fra parola e mondo, si può colmare la distanza della divisione, denudando, impudicamente se serve, “il vetro che urge nel petto” come strumento perché “l’ombra permett[a] di vedere quel che la luce non mostrava”.

E Angela Greco procede con sicurezza nella sua scrittura, con un linguaggio sobrio ma non scontato, con la lucidità dell’argomentazione, ma sempre strettamente intrecciata alla sua declinazione nella sfera emotiva (di frequente, dicevamo, mediante il rispecchiamento o il trasfert del paesaggio e della natura). Se si può credere ancora nell’utopia, come l’autrice ci avvisa nella sua nota, può avvenire solo a patto di non cedere alla letterarietà, partendo dal vissuto ma senza tentazioni di un facile autobiografismo; la strada dell’interiorità non è mai la retta che congiunge due punti con il percorso più breve, spesso è un movimento complesso di omotetie e convoluzioni, come appunto avviene per questi versi, all’apparenza diretti e di per sé evidenti, ma in realtà proiettati in uno spazio molto più ampio, che si offre a successivi e progressivi scandagli e interpretazioni. [Fabrizio Bregoli]

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Angela Greco (AnGre) — Arcani

Davide Morelli legge Arcani, poesie di Angela Greco

Questa raccolta di Angela Greco (Arcani) può essere letta a livello macrotestuale come una interpretazione della realtà, quella dei tarocchi, divinatoria, combinatoria e simbolica. Lo sperimentalismo della poetessa è consapevole. Nonostante l’eterogeneità del materiale e la commistione degli stili, l’opera non è una miscellanea, non è un pastiche, ma è provvista di una coerenza interna. La raccolta è composta da quattro parti. La prima è un ottimo poemetto. La quarta consiste in una serie di belle prose poetiche. Nel mezzo, delle liriche più brevi ed epigrammatiche.

La Greco sapientemente riesce a dilatare e a concentrare ad oltranza la sua poesia, anche se complessivamente tende un poco di più all’accumulo. Bisogna leggere attentamente i componimenti per capire pienamente l’intertestualità, la rete di rimandi. A livello microtestuale si può registrare l’unica parola-chiave «assenza» ripetuta più volte, anche se in modo non ossessivo («graffio d’assenza», «un’alternanza con l’assenza», «Abito assenze», «Assenza, la più atroce delle poesie», «dintorni dell’assenza», «protagonista d’assenza tu stesso», «presenza d’un’assenza cui nemmeno più attribuisci nome»). Ma questo non è assolutamente sintomo di alcunché. La poetessa ha sempre molto da dire e non ha chiodi fissi. Però, questa è la dimostrazione che anche dall’approccio più sistematico ed avveduto può fuoriuscire una microvariabile impazzita. I tarocchi, comunque, sono solo un gioco raffinato, un modo per conciliare ordine e disordine, trasformare l’entropia in sintropia. Non sono per niente credulità popolare e neanche irrazionalismo. Inoltre, la poetessa spiega tutto con una nota finale e si dimostra essoterica.

La Greco non cede mai alla sciatteria e neanche al leziosismo. Si rivela dotata di suoi mezzi espressivi e non è cosa di poco conto in questa omologazione dominante. Non voglio dilungarmi sul suo atteggiamento psicologico, ma la sua scrittura è sempre calibrata e dalla sua autoanalisi oggettivante scaturiscono risonanze interiori e toni ironici. In definitiva, è un libro di poesia che richiede impegno, ma che non delude mai assolutamente. Tiene, anzi, incollato il lettore sulla sedia. Bisogna considerare anche che è una poetessa a tutto tondo, perché non si limita a scrivere poesie, ma gestisce un blog culturale, in cui distribuisce ‘pillole di saggezza’ quotidiane. In fondo, Alfonso Berardinelli ha scritto che “le regole che governano la produzione giornalistica e i media sono ormai più impegnative di quelle che governano i testi poetici. A un vero poeta una sfida del genere non dovrebbe dispiacere”. La nostra ha raccolto la sfida e la sta affrontando con intelligenza, senza mai scadere nel pressapochismo e senza mai abbassare il livello della letterarietà. In conclusione non so se tutto possa essere poesia, ma la Greco dimostra di saper versificare anche ciò che è più ostico ed impoetico.

Commento ad Arcani di Davide Morelli, dal sito Intopic – davidemorelli

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Per leggere alcuni estratti da ARCANI, poesie di Angela Greco (Ed.Achille e La Tartaruga, 2020 – Prefazione di Franco Pappalardo La Rosa), per richieste & info, clicca sui seguenti link:

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https://ilsassonellostagno.wordpress.com/2020/01/13/due-poesie-da-arcani-di-angela-greco-in-uscita-per-achille-e-la-tartaruga-con-prefazione-di-franco-pappalardo-la-rosa/

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https://ilsassonellostagno.wordpress.com/2020/02/17/versi-da-arcani-di-angela-greco-in-uscita-per-le-ed-achille-e-la-tartaruga-con-prefazione-di-franco-pappalardo-la-rosa/

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http://www.achilleelatartaruga.net/contatti/

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due poesie da Arcani di Angela Greco, in uscita per Achille e La Tartaruga con prefazione di Franco Pappalardo La Rosa

“[…] questo stilizzato in Arcani è un viaggio che si compie sotto un cielo estivo, “che non congiunge / nulla oltre noia e vuoto” e che può scavare incolmabili distanze fra l’io e il tu, ingenerare attriti, provocare rovinose cadute (“Così, cadiamo, / in questa natura umana e fitta di domande”), angoscianti assenze (“Prima che il vento ci disperda, siamo / nell’angolo un graffio all’assenza”) e quella “incredibile voglia di andare via […] lontano/ da questa antitesi, dalla presenza d’un’assenza / a cui nemmeno più attribuisci nome”.

……..Ragionando sul significato dell’esistenza e del suo limite, oltre tutto, il viaggio poetico di Angela Greco nei luoghi della vita, nel pozzo della memoria, nell’inferno del reale e della quotidianità (che affiorano sempre, per antifrasi), tende a tradursi in un suggestivo spettacolo, in una sorta di danza intellettuale intorno ai concetti di silenzio, di solitudine, di tempo che scivola via, di caduta e ripresa, di scomparsa, come a voler rintracciare nel caos, per grazia di poesia, una qualche non improbabile via d’uscita.” (dalla Prefazione di Franco Pappalardo La Rosa)

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due poesie tratte da ARCANI di Angela Greco (Achille e La Tartaruga, gennaio 2020)

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La conseguenza è una poesia al mattino,
vestita di viola, tempo dell’attesa,
una caduta
sul bianco del foglio, ancora una danza
tra sentire e dire. Delle perdute piume,
paradiso lasciato altrove
da questa scelta di ordinaria difficoltà,
scriverò alle distanti stelle, chiarissime
in ogni notte di solitudine e insonnia.
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Segno a matita quel che ho da dirti, mentre
lascio sul tuo davanzale un fiore di pervinca.
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§
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I dintorni dell’assenza, un lunedì mattina
alla stessa lunghezza d’onda, acuto di sax,
sostanza di questa tensione d’ora in attesa.
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Quante persone raccogli nel tuo viso?
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Un plurale
dal conto perso, trascorsi e ciglia umide;
diventa presenza anche la mancanza, seduta
a bordo tavola, mentre si incarna il desiderio
nel punto più dolente e meno visibile.
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[…] Ci cerchiamo l’un l’altro. Fosse almeno
questo l’ultimo giorno dell’attesa.

J.L.Borges, Il labirinto

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Posso dire di essere felice! Gennaio è un incipit, come pure 2020, a mio avviso, e il 13 è un numero legato alla Fortuna, ovvero alla Sorte; ho scelto non a caso questo giorno per dire ai miei Amici e Lettori, dell’uscita del mio nuovo libro di poesie intitolato ARCANI edito da Paolo Ivaldi della torinese Achille e La Tartaruga (achilleelatartaruga.net) con prefazione di Franco Pappalardo La Rosa.

A dodici anni dal primo libro pubblicato, dopo aver constatato in prima persona che nella nostra Terra di santi, navigatori e poeti (sigh!) vanno per la maggiore certi modi di fare con relativa genuflessione a signori e signorotti (non nascondiamoci dietro un filo d’erba), che ti trasformano in un altro mattone del muro, parte di precisi entourage, che gratificano per l’effetto branco e per il silenzio dei conniventi, dopo l’esperienza di un paio di anni difficili per me, dal punto di vista poetico, dopo aver perso man mano fiducia nella “gente di poesia”, per svariate esperienze di pseudo-amicizie sfumate come nebbie al sole, e dopo aver seriamente pensato di mandare a quel paese la stessa scrittura (mi scuserete la franchezza, ma la Poesia non è avulsa da spine e calci nei denti), ringraziando la mia proverbiale tenacia e qualche benefica stella – con nome e cuore umani – comparsa nel mio cielo e che mi ha sempre sostenuta nelle difficoltà, ho capito che, sinceramente, non era la Poesia a dover meritare un allontanamento, ma tutta una serie di situazioni e persone, che avevano finito per “spegnermi” finanche il sorriso.

  Ascoltando il mio istinto e il mio cuore, lottando ad occhi aperti controvento, a volte piangendo, avvertendo lontananze e temperature più che artiche, continuando a studiare, senza mai illudermi e con i piedi per terra (sapendo che ancora tanta strada ho da percorrere, sempre con la schiena dritta), è nato questo nuovo libro, ARCANI, silloge composta da più sezioni articolate tra loro, che con stima e fiducia Franco Pappalardo La Rosa e Paolo Ivaldi (insieme a mio marito, mia figlia e due – proprio di numero – amici) hanno sostenuto fin dall’inizio, che tra pochi giorni sarà materialmente disponibile grazie alla Casa Editrice Achille e La Tartaruga, coraggiosa, piccola e sensibile realtà editoriale piemontese, che annovera tra i suoi Autori valenti penne di poesia contemporanea.

A queste persone poc’anzi citate e ai miei lettori affezionati, alla loro pazienza e al loro affetto, voglio dire, fin da questa anteprima, GRAZIE, con tutto il cuore che ho!! [AnGre]

Tre poesie per un anno nuovo

Mattino, di Arthur Rimbaud (da Une saison en enfer)

Non ebbi una volta una giovinezza amabile, eroica, favolosa, da scrivere su fogli d’oro, – troppa fortuna! Per quale crimine, per quale errore ho meritato la mia debolezza attuale? Voi che pretendete che le bestie singhiozzino di dispiacere, che i malati disperino, che i morti facciano brutti sogni, cercate voi di raccontare la mia caduta e il mio sonno. Io non posso spiegarmi meglio del mendicante con i suoi continui Pater e Ave Maria. Io non so più parlare!

Tuttavia, oggi, credo di aver terminato la relazione del mio inferno. Era proprio l’inferno; l’antico, quello di cui il figlio dell’uomo aprì le porte.

Dallo stesso deserto, nella stessa notte, sempre i miei occhi stanchi mi risvegliano alla stella d’argento, sempre, senza che si commuovano i Re della vita, i tre magi, il cuore, l’anima, lo spirito. Quando andremo oltre le spiagge estese e i monti, a salutare la nascita del nuovo lavoro, la saggezza novella, la fuga dei tiranni e dei demoni, la fine della superstizione, ad adorare – per primi! – Natale sulla terra!

Il canto dei cieli, la marcia dei popoli! Schiavi, non malediciamo la vita.

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Foglie di palma, di Charles Bukowski

a mezzanotte in punto
1973-74
Los Angeles
ha cominciato a piovere sulle
foglie di palma fuori dalla mia finestra
i clacson e i fuochi d’artificio
erano svaniti
e tuonava.

ero andato a letto alle 21.00
spente le luci
tirate su le coperte –
la loro letizia, la loro felicità,
le loro urla, i loro cappelli di carta,
le loro automobili, le loro donne,
i loro ubriachi dilettanti…

la notte di Capodanno mi atterrisce
sempre

la vita non sa nulla degli anni.

adesso i clacson si sono ammutoliti
e i fuochi d’artificio e i tuoni…
tutto è finito in cinque minuti…
odo soltanto la pioggia
sulle foglie di palma,
e penso:
non capirò mai gli uomini,
ma è andata
anche questa.

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L’anno nuovo, di Gianni Rodari

Indovinami, indovino,
tu che leggi nel destino:
l’anno nuovo come sarà?
Bello, brutto o metà e metà?
Trovo stampato nei miei libroni
che avrà di certo quattro stagioni,
dodici mesi, ciascuno al suo posto,
un carnevale e un ferragosto,
e il giorno dopo il lunedì
sarà sempre un martedì.
Di più per ora scritto non trovo
nel destino dell’anno nuovo:
per il resto anche quest’anno
sarà come gli uomini lo faranno.

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(in apertura: Leuca, Faro di Punta Palascia)

Adua Biagioli Spadi, Correnti contrarie – Poesie di Angela Greco – L’irresistibile densità dei sensi

Pubblicato da Adua Biagioli, 18 febbraio 2018 sul sito ABS – Adua Biagioli Spadi che si ringrazia di cuore.

http://www.aduabiagioli.it/articoli/correnti-contrarie-poesie-di-angela-greco-lirresistibile-densita-dei-sensi/

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Correnti contrarie (Equinozio d’Autunno), si apre con una riproposizione di testi inclusi in A sensi congiunti, il primo libro di poesia dell’autrice, edito nel 2012. Amore, silenzio, musica, erotismo soffuso, passione, sono aspetti che ci colgono e ci sorprendono sfogliando l’inizio di questa bellissima raccolta di Angela Greco e poi eccola ‘la parola’ che come scriveva la Dickinson è vera non appena la si pronuncia e che qui, è ancora più vera ed ‘esplosione di altre origini’ come ci ricorda l’autrice nell’atto del senso dell’amore che benedice l’amore: l’affidarsi, l’affidare progetti all’altro e accogliere tutte le domande da dentro. C’è qualcosa di spirituale nelle poesie dell’autrice che ci parla dell’amore come di qualcosa che ha a che vedere con il sacro, ovvero con la sua ‘sintesi’, amore come prodotto del sacro, tutto il resto, tutto ciò che dal sacro non è illuminato e resta in ombra, nascosto, che non è rivelazione, è profano.

Eppure, l’autrice ci ricorda anche che l’amore è tangibile, carnale, una corrente che viene avvertita dalla pelle, ‘sentita’ nel conflitto, nelle contrarietà, nel tragitto a mare e ‘basterà una goccia alla piena’, che con i sensi e senza titolo, apre lo sguardo allo scorrere del tempo-fiume, facendolo fermare nel senso e nella certezza del sogno, prima ancora che in quella del passaggio.

Si giunge alla sezione de ‘La stagione di Clara’ (Solstizio d’Inverno), versi dedicati a Flavio Almerighi, in cui l’autrice fa della donna l’eterno femminino in attesa, la voce fuori campo che scrive sola sul foglio bianco, che ha riserve nascoste, che dialoga con l’assenza e sente che tutto può tornare a ‘essere giovane’, costante presenza. Per chi attende, il tempo si amplifica a dismisura: il cielo diventa un angolo meraviglioso e privato, oltre ogni colore o spettro, ‘non ci si abitua mai a quell’interregno che ci chiama a essere’, e in quel tempo, niente va perduto. Pure lo sguardo diventa ampio, i tempi sono rallentati e tutto sembra essere un viaggio verso una direzione precisa, i passi si fanno leggeri tocchi che vogliono sentire la consistenza delle cose, del buio, del respiro, e i modi consueti di ascolto cambiano. Si ascolta il silenzio in altro modo, le pietre, gli orizzonti, e si osserva, in altro modo, acutamente si invocano carezze e si guarda, talvolta, ‘in bianco e in nero, proprio come restano le foto invecchiate dal tempo’.

I punti di osservazione si modificano e le cose prendono una forma autonoma più viva, diventano voci che raccontano memorie: c’è sempre una porta ‘che collega i tempi’, semiaperta, da cui partono ‘fiori ed Eden’. Chi attende, ha nel petto ‘una rosa’ e vive di più, verticalmente pensiero e desiderio, si abita l’ora, in una ricerca continua della presenza, delle luci nella stanza che scolpiscono gli oggetti e tutto, assume una ragione di essere.

Non c’è prosa nel mio futuro/ Il racconto ordinato non mi rappresenta/ I dettagli, invece, quelli sì, sanno di me”: Angela Greco ci regala la verticalità della vita e del linguaggio nobile, la poesia che è essere ed essenza, un sentire e una realizzazione. Dando voce a Clara, ci fa sentire sulla pelle l’attesa, come di un qualcosa che si modella, anche nelle mani, tutto si ricolloca al giusto posto quando “venti minuti assomigliano alla riva del mare” e le voci sentite si fanno liquide, non si trattiene materialmente nulla, se non che un nome che salva, dentro quel cielo tanto immaginato quanto più vero, perché pensato e pronunciato, una sorta di campana di vetro da cui osservare il mondo, vederlo cambiare e rimanere sempre gli stessi, incolumi e giovani. Poi ci può anche essere in agguato un traditore, dietro alla porta, che attraverso i secoli cercherà di aprire, perché c’è sempre, per chi attende, la condivisione del bene e del male, l’unica consolazione è sentirsi essere mai lontani.

Nella sezione “Il nero bagnato è arte” (Equinozio di Primavera) ci si appropria ancora di più del tempo, la stagione primaverile è ‘rapimento/presagio di primavera’, è quella in cui tutto risboccia, e pare che le attese si sospendano “a tre passi con il desiderio di fiorire”, di guardare con gli occhi della verità e di schiudersi all’altro che diventa ‘aurora sulle proprie smagliature’: si fa nostro anche il tempo degli altri, quello lungo e quello breve, immaginato e reale, c’è una ferita che sembra non rimarginarsi, eppure non arriva mai a scindere l’unità del sentirsi diventare persone che amano, anzi, ogni imperfezione ripristina la femminilità, che solo dopo l’esperienza e con l’incontro, diventa necessario e rivelato ‘errore che restituisce l’essere all’umano’.

Non avrò altro sangue fuori di te” (Solstizio d’estate):  è la sezione vivace della vita, il momento perfetto della rinascita e della maturazione, di cose, di sensazioni e desideri, di colori per cui “l’attesa senza zucchero rimane rossofragola” e il respiro diventa azzurro quando si pronuncia non solo più esclusivamente la parola, ma la vita stessa,la sola che abbia la chiave per aprirci quando non ci saranno mai abbastanza petali ‘per coprire fino alla dimenticanza il sole che ci scava’. In questa parte poetica coesiste il richiamo esplicito ai frutti estivi, che rimandano a loro volta alla sensualità, ai colori accesi del rosso fragola, la stagione delle follie, dei frutti rubati, del ‘giardino della disobbedienza’ e del sangue: le correnti si continueranno sempre a seguire, perché così va il mondo, così i cicli della vita, così la direzione delle correnti, pur contrarie che siano, e ciò che alla fine rimane e ci rende forza nell’esser leggeri e taglienti, è la ‘capacità di essere fly’.

Adua Biagioli S. (Diritti Riservati)

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Da “Correnti contrarie”  (Ensemble ed., 2017) – Poesie di Angela Greco

…e non c’è nulla di più erotico del tuo silenzio:
condensata in quell’assenza di suoni è tutta la musica
poi è la voce nuova esplosione per altre origini.
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Ecco: mi offri il tuo calice tra le mani
Mentre implori il Cielo e lo sguardo al di sopra rivolgi
In una consenziente benedizione il mio capo accompagni
In atteggiamento di perdono per giungere a dissetarci
Sacrileghi in gesti che caldi si versano sul seno:
le tue mani valutano terreno di conquista senz’armi
una a una le dita seguono confini
e in ancestrali connubi esplodono i nostri universi
racconti d’altre terre e parole a metà sulla pelle nascosta
archi sottesi tangenti nel punto di massima energia
riversiamo generazioni in segreti mari e colorati lini
per poi riprenderci assetati e dissennati.
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Mi accarezzi la guancia e sorridi.
Non resisto e ti bacio e bacio ancora.
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***
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Clara dialoga con l’assenza
E guarda sul davanzale un uovo rotto.
Il predatore ha inciso il guscio con perizia
E le venature di sangue raccontano
Che qualcuno non è nato. Aspetteremo.
La prossima luna nuova ci raddoppierà
E torneranno sorriso e vent’anni in meno.
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Poi sei andato al bar e hai scritto della folla.
Ensor avrebbe chiamato in causa Cristo,
ma Bruxelles oggi è abitata da altri dei
e altre crocifissioni sono in agguato.
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Ha guardato le tue mani e ha visto la notte,
Clara ha il dono dell’ubiquità, ma non lo rivela.
Ha aspettato il sonno, ha preso la valigia piccola
E ha bussato al civico 41/C insieme alla cartolina.
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Ha graffiato versi sul muro, carezzando il bianco.
La lampada ha svelato una sola ombra.
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***
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L’attesa si modella nelle mani di Clara.
Venti minuti assomigliano alla riva del mare,
dove attendere il naufrago vincitore.
La città in fiamme annuncia il viaggio di ritorno
E gli dei questa volta avranno altro a cui badare.
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Nell’impazienza la coperta svela la pelle nascosta
Nel giorno più freddo. E’ poi la tua voce
A ricollocare tutti nell’esattezza climatica.
Faccio fatica in questo silenzio,
mentre ascolto la radiocronaca di un desiderio.
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***
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Odori di dio e la tua voce ha valenza d’incenso,
che balla nel turibolo di cattedrali millenarie affollate
da un bestiario di concorrenza e privo di significati.
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Il problema è lasciarsi prendere dal vento solido – non da altro-
Chiaro nelle intenzioni e nella luce della bocca, dalle mani di seta
E dal dire inatteso. La capacità di essere fly, leggero e tagliente
Alla giugulare dei fatti, recidendo campionature di inetti.
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L’ora di pranzo raddoppia il caffè. Bruciano labbra.
Ad ali spiegate planano grazie sulla tua grazia accesa
E insaziabili ci nutriamo dell’ultimo seme. Accarezzo
Quel che di te si sente prima che il grecale confonda stagioni
E ricominci dicembre. Per l’altro si spuntano acume e difese.
Un sapore inebria e un altro droga. Giuro. Non finisce qui.
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immagine d’apertura: LILIES di Josephine Sacabo