Trasparenze 2019 2020 di Felice Serino letto da Angela Greco

Felice Serino Trasparenze 2019 2020La poesia di Felice Serino, in questo tempo difficile e non ordinario, appare al lettore come una epifania; una luminosa presenza utile a prendere consapevolezza di taluni dettagli, che non sfuggono al poeta, attraverso i quali sperare in qualcosa di più, oltre quello che si vede. Serino attraversa le occasioni che gli vengono offerte quotidianamente dal vivere con i sensi disposti a percepire e a codificare quello che accade, anche tra le righe, attento a circoscrivere con perizia l’evento, per fornire una eventuale chiave di accesso, senza imporsi o alzare la voce, quanto piuttosto con la pacata ragionevolezza di chi affronta le situazioni forte del proprio bagaglio spirituale ed esperienziale.

“Trasparenze 2019 2020” (pubblicato in formato elettronico dal sito “Poesieinversi”, con prefazione di Donatella Pezzino) è un altro tassello degno di nota nel lavoro poetico dell’autore; lavoro, che va sempre più affinandosi col procedere delle condivisioni dei versi con i suoi lettori, ponendo in tal modo l’accento sull’importanza, anche in Poesia, del confronto e dello scambio, elementi assolutamente necessari alla crescita.

La raccolta si apre con una emblematica poesia, che funge, a parer mio, anche da incipit: Giobbe, antonomasia della pazienza, nella quale, elaborando la tradizione classica di affidarsi, in incipio, alla divinità, il poeta per mezzo del protagonista invoca l’atto essenziale per il quale, con buona ragione, sembra addirittura scrivere, in due versi dalla forza non indifferente, che tolgono ogni dubbio al fatto che per Serino il vivere è affidarsi a qualcosa di più grande di lui (sacro e poesia, d’altro canto, si possono senza dubbio mettere sullo stesso piano):

Signore liberami
da questa gravezza della carne
-ora mi pesano gli anni
come macigni-

ascoltami - quando
il sangue grida le ferite della luce

ed io come giunco mi piego
in arida aria

Si ritrovano, sempre con piacere, gli elementi caratterizzanti dell’autore; ed ecco che l’occhio non manca di osservare tutto quello che c’è intorno, con riferimenti ad altre materie, oltre quelle letterarie ed artistiche, evidenziando il tutto tondo della poesia di Felice Serino, la sua innata curiosità e la sua volontà di rendere partecipe la poesia di ogni momento della sua esperienza di vita. La trascendenza, tuttavia, sembra avere il posto d’onore in questi versi brevi, incisivi e pregni di terminologie specifiche, trai quali, con una sola parola, spesso si può leggere la tendenza del poeta al ragionamento filosofico, all’interrogazione di se stesso in rapporto al mondo, sempre con la pacata tensione dell’attesa di una risposta di chi sa, però, che non arriverà, perché i quesiti posti sono di un ordine ben oltre questo umano che attraversiamo, come ad esempio si legge in Rinascere negli occhi o in A prescindere, a seguire:

all'inizio nel tempo
primigenio
il primo stupore in un volo

ai piedi dell'angelo
sarà poi precipizio della luce

ma si resta
nella memoria della rosa
che vuole rinascere negli occhi


*

questo uscire rientrare nell’alveo celeste
è racchiuso in un tempo
rallentato
un lampo nel cuore dell’ universo

t’ è stato messo nel cuore il senso
dell’eterno - a prescindere

ogni giorno ti riscopri vivo
come il seme

Una poesia, quella contenuta in “Trasparenze 2019 2020”, che non manca di riferimenti anche ad episodi più concreti, vissuti dall’autore o dedicati a persone reali, che hanno il grande pregio di avvicinare il poeta al lettore, in un rapporto di reciproca stima, indubbiamente lodevole; Serino non spiazza con trovate lessicali ad effetto o termini ineleganti, tutt’altro; la sua è una poesia che continua a carezzare il fruitore anche quando tratta temi scottanti o difficili, con una delicatezza che non può non essere propria della persona che scrive, perché sarebbe difficile creare ad arte quel sentimento che si stabilisce durante la lettura di un’opera. [Angela Greco AnGre]

Cieli capovolti

nel cavo del grido
deflagra rombo di tuono e
scalpitano nella testa
destrieri impazziti

egli non vede
più il corpo della madre
solo cieli capovolti e

accovacciato in un angolo
della parete che separa
vita da vita

trascorre le ore vuote suonando
l’ocarina

Novità editoriale: Ananke, poesie di Angela Greco AnGre (Ladolfi Ed. aprile 2021)

In questi giorni, per i tipi Giuliano Ladolfi Editore, che ringrazio per la fiducia, per la professionalità e per la ricerca operata nel campo della poesia contemporanea, è uscito ANANKE, il mio nuovo libro di poesie, introdotto dalle parole di Fabrizio Bregoli, al quale va il mio ringraziamento per la stima e l’amicizia, e presentato dalla superba copertina creata da Angelo Bruno, che, parimenti, ringrazio. Il libro, che vede la luce in un momento comune difficile e drammatico – del quale porta impressi i segni nella visione della realtà, aggiungendo, com’è nel mio carattere, sempre un punto luce – vuole essere un augurio di ripartenza e un invito alla tenacia, a non arrendersi e a perseguire, nonostante tutto, i propri sogni e quello in cui si crede fermamente. Tra qualche giorno sarà disponibile presso tutti gli store on line; intanto, sono felice di condividere con gli Amici e i Lettori, la mia gioia. Grazie.

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ANANKE di Angela Greco AnGre,

Giuliano Ladolfi Editore, aprile 2021; Introduzione di Fabrizio Bregoli

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Non lontano da questa mattina
calcinacci bianchissimi a bordo strada,
tra scarti di caramelle e germogli
ostinati, hanno risvegliato il giorno
incuranti dell’asfalto; si procede
per sottrazioni, operazioni lontane
dai quaderni di quando eravamo piccole mani,
fiocchi colorati per distinguersi nella ressa,
inciampi di parole e ginocchia ferite.

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La difficoltà sta tutta nella posa dei piedi,
nel loro passo fermo sulla superficie che
trattiene dalla caduta, nel tentennamento.
Da quassù non è semplice come dicono,
tutt’altro; la visuale, quella sì, ha un valore
e forse la metafora rimarrà oscura, ma
occorre tentare, senza ripensamenti.
Mon dieu, nemmeno tu comprendi più
questo spazio che va restringendosi.

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“Angela Greco sceglie di intitolare la sua nuova raccolta di poesie, con un chiaro riferimento mitologico alla tradizione classica, a Ananke, ossia la forza del destino, l’ineluttabilità del fato a cui l’uomo deve necessariamente obbedire, o soggiacere. Questo potrebbe lasciar pensare che l’autrice, rifacendosi a una scuola di pensiero dalla tradizione consolidata che attraversa i secoli, aderisca a un’idea dell’uomo come di soggetto che è sottomesso a una volontà imperscrutabile e superiore che gli impone le proprie scelte, lo relega a un insieme di accadimenti predeterminati per i quali viene privato di ogni potere decisionale. In realtà questa percezione di un destino che si impone e fa valere le proprie ragioni sulla vita dei singoli, questa constatazione di uno “spazio che va restringendosi” vanno circostanziate e riferite alla serie di eventi a cui la raccolta si rivolge e ai quali, con intelligenza, Angela Greco non fa mai cenno esplicito, ma li lascia intuire dalla inequivocabilità delle date che circoscrivono questi versi a quell’anno 2020, a tutti ben noto. Evitare il cronachismo, procedere per allusioni: questo dà consistenza al messaggio poetico, evita di cadere nella retorica.

Quindi Angela Greco ci propone una poesia, che non si può ridurre a un diario in versi tout court, ma che è una riflessione profonda e partecipe di una condizione storica che, certo, la riguarda individualmente e che la porta a parlare di sé, ma nasce dal bisogno dell’incontro, perché occorre “rendersi conto che una parte di sé stessi è / l’Altro”. Fin dall’incipit dell’opera è chiara questa responsabilità di fondo che porta l’autrice a una definizione della poesia come di “questa sostanza che unisce / respiri e calci a gamba tesa”, agone aperto e problematico in cui avviene la scrittura, in una consapevolezza a livello di poetica che è essenziale per evitare di cadere nel tranello del già detto e dell’ovvio: “bisogna tornare a scrivere con la penna tutto l’alfabeto”.

Questa fiducia di Angela Greco nella poesia, del resto, oltre che nella pratica di quest’arte in prima persona, trova conferma da molti anni nel suo lavoro di divulgazione della poesia grazie al suo blog “Il sasso nello stagno”, dove trovano accoglienza i versi dei maestri classici e contemporanei: questa frequentazione assidua e approfondita la porta a una poesia matura, consapevole dei suoi strumenti, debitrice alla tradizione ma anche molto personale, con una fisionomia ben riconoscibile.” [dall’Introduzione di Fabrizio Bregoli]

Tra qualche giorno disponibile su tutti gli store on line.

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Ringrazio Fabrizio Bregoli anche per la presentazione fatta sul suo pregevole sito, dov’è possibile leggere l’Introduzione integralmente:

https://fabriziobregoli.com/2021/04/12/ananke-di-angela-greco

Maria Luisa Spaziani, due poesie

a.

IV

Sono venuta a Parigi per dimenticarti
ma tu ostinato me ne intridi ogni spazio.
Sei la chimera orrida delle gronde di Notre-Dame,
sei l’angelo che invincibile sorride.

Veniamo a patti (il contadino e il diavolo):
lasciami il giorno per guardare, leggere,
sprecare il tempo, divertirmi, escluderti.
Notti e sogni, d’accordo, sono tuoi.

[da Diario di Francia]

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II

Ora so come a notte può dolere,
diramare profonda nell’anima
la sua pena d’assenza, una mano
che non dovrà più scrivere il tuo nome.

Lingue di fuoco sembrano sfiorarla
e le dita si allungano in ghiaccioli,
le carezze s’inceppano nell’aria
e nemiche le rose le sfuggono.

Ma udì una voce un cuore come il mio
che in violenta tormenta si agitava:
chi ti fa pecora, chi ti fa brutto,
tu stesso condannalo alle fiamme.

[da Tre poesie da Parigi]

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Maria Luisa Spaziani (Torino, 7 dicembre 1922 – Roma, 30 giugno 2014), da Tutte le poesie a cura di P.Lagazzi e G.Pontiggia, Meridiani – Mondadori

Luciano Nanni legge Arcani di Angela Greco

Recensione a cura di Luciano Nanni e pubblicata su Literary nr. 4/2020  

Poesia. La forma del poemetto consente di estendere il cursus poetico delineando una storia, o una serie di microstorie, da integrare nel contesto. La forma è quindi, e nel presente caso in particolare, l’acquisizione di elementi cadenzali utili a determinare il flusso dei versi, perciò non solo schema, ma intuizione. Allorquando si affronta il viaggio, il cui spirito oppure soltanto il dato linguistico contiene in modo implicito, cresce nel lettore un senso di conoscenza, da cui l’importanza della poesia quale principio conoscitivo.

Penetrando in questo viaggio si percepisce una struttura che va oltre la logica, e, tanto per fare un esempio, la metafora tende ad allontanarsi dall’origine effettiva, quasi un’estrema ratio della parola: “Il caso è un chiodo ricurvo a due punte”. Ora, poiché a un’immagine deve in qualche maniera corrispondere un vincolo, seppur lontano, dovremmo a lungo disquisire anche su un singolo verso: perciò, ricchezza inesauribile.

Ma la parola, per quanto forte, naviga nell’incertezza, e tutte le mutazioni che sopravvengono seguono di converso la direzione formale. In Falling (caduta) si definisce, almeno come pratica di relazione, il rapporto tra corpo e spirito, e tale induzione potrebbe far sorgere una serie di commenti in cui la natura appare e scompare, rendendo l’insieme ancor più significativo: si dovrebbe, tra l’altro, verificare se iris può diventare un simbolo o restare nella sua identità predefinita.

Quanto detto pare dirimersi dal concetto che il titolo esprime: gli Arcani. Qualcuno ha visto nelle figure delle carte, perfino semplici come quelle napoletane, un riflettersi dell’io o comunque delle persone, creando eventi praticamente inimmaginabili. Questa raccolta è in grado di impegnarci quotidianamente per capire, noi e la realtà nascosta.

Al sottostante link, il libro:

Angela Greco (AnGre) — Arcani

Nazario Pardini legge AA.VV. FASE 1, e-Book

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AA.VV. FASE 1 (scaricabile QUI):

lettura del prof.Nazario Pardini, che si ringrazia,
tratta dal blog Alla volta di Leucade
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Angela Greco, Angelo Bruno, Sergio Angeli, Flavio Almerighi, Alfonso Graziano.

Cinque Autori che, nell’ambito della poesia, messisi assieme per una silloge di estrema attualità, raggiungono traguardi di vero interesse stilistico-emotivo; sintagmatico-contenutistico. L’opera è preceduta da una introduzione che fa, con tutta la sua energia figurativa, da antiporta a poesie di intensa vivacità partecipativa. Il tema è su questa pandemia improvvisa e sconvolgente; e lo spartito si diluisce in versi ben costruiti; di forma compatta e avvolgente, dove gli Autori non cadono mai nella trappola del mielismo o dello scontato; tutto è controllato con acuta esperienza verbale; mai si scade in deviazioni formali dacché costruzioni ben robuste evitano che le emozioni esondino oltre gli argini. Non è facile affrontare in poesia un argomento tanto attuale senza correre il rischio di cadere nel déja vu. Ogni poeta, con la propria incisiva personalità, evita tale rischio offrendosi al lettore con composizioni convincenti, di calore umano e di esperita riflessione vitale. Il contenuto, oggetto di triste contaminazione per le morti che ne conseguono, per avvenimenti che imprevisti e letali sovvertono la vita creando inquietudine e dolore, trova posto in una versificazione reificante stadi d’animo di forte impatto creativo. Dovessi classificare tale tipo di poesia non la inserirei di certo nella corrente minimalistico-prosastica, quella che mira alla spersonalizzazione, alla eliminazione del soggettivismo, dacché qui c’è una partecipazione intensa e attiva; una presa di posizione personale e fattiva che rende il tutto emotivamente acchiappante.

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Per leggere alcuni estratti clicca QUI

 

Alfonso Gatto, due poesie

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Amore notturno

Una notte vicino alla sua casa
e dal balcone aperto nella mite
notte del Sud, la donna che m’ apparve
golosa di risucchio come un’acqua
gelata. E non avrà mai volto,
sale la gola chiara, scende al buio
degli occhi avidamente salda.

A bocca aperta nella pioggia, un nero
grappolo le lasciava goccia a goccia
sapore di città – disse – di vento.

§

Non fossero altro son belli

Non fossero altro son belli
i ragazzi che fanno campagna
sui gradini di piazza di Spagna.
Belli per nostalgia
belli senza riguardo
millenni dentro lo sguardo
per qualche giorno di scena.
Adamo seduto sull’erba
spacca la mela acerba,
si dice solo che campa
salendo e scendendo la rampa
di Piazza di Spagna.
Alla barcaccia si bagna
le mani rosse e si beve
il riso delle gengive.
Se dice campa non vive,
aspetta la neve.

*

Alfonso Gatto, Tutte le poesie (OscarMondadori)

In apertura, Roma, scorcio del Rione Monti (dal web)

Fabrizio Bregoli legge Arcani, poesie di Angela Greco

Fabrizio Bregoli legge Arcani

(ed.Achille e La Tartaruga, 2020, prefazione di Franco Pappalardo La Rosa).

Leggendo la nuova raccolta di versi di Angela Greco, “Arcani”, si crederebbe, fermandosi all’evidenza del titolo, di trovarsi di fronte all’ennesima prova di poesia orfica che tanti epigoni incontra nella poesia contemporanea; pochi, in verità, con una personalità effettivamente incisiva e originale. In realtà, con piacevole sorpresa, quella che si incontra è invece una poesia-pensiero, di tipo esistenziale e, a tratti, argomentativa, che porta il lettore per mano in un mondo intricato di domande non risposte, dubbi irrisolti, indugi: l’esatto opposto di una poesia visionaria e dell’inconscio, allora, ma una poesia, come si diceva, della fattualità esistenziale, del dilemma fra vivere ed essere. Il tutto viene contestualizzato in un paesaggio che, con dovizia di dettagli descrittivi che però non cadono mai nel bozzetto di maniera, è quello della sua terra – le Murge -, con i suoi olivi e i suoi borghi antichi, un paesaggio che si offre come traslato di un’inquietudine di fondo sottesa lungo tutto il percorso del libro, che si fonda sulla constatazione della “caduta” (si veda la sezione “Falling”).

Di “ac-cadere” si parla più volte nel libro, come nell’ultima sezione dove viene declinato in accordo alle tre sequenze temporali di passato, presente e futuro (ac-caduto, ac-cade, ac-cadrà), secondo l’andamento tripartito di cui l’autrice parla nella nota finale in cui si spiega che il titolo è appunto da riferirsi alla tecnica di lettura delle tre carte, che viene effettuata ricorrendo agli arcani maggiori dei tarocchi: la variante proposta nel libro è quella però delle carte nella loro posizione corretta, e mai rovesciata (il che comporterebbe il capovolgimento del loro significato), perché la logica che permea questi versi è quella di un’indagine costruttiva, volta alla identificazione di senso, anche se mai consolatoria nell’accezione scontata del termine. L’idea di fondo, certamente condivisibile, è fondativa di una poesia come domanda aperta, alla ricerca di “un plurale / dal conto perso”, ossia un confronto serrato con il mondo, rifuggendo dal solipsismo ma nel bisogno di un rispecchiamento nell’altro (“Quante persone raccogli nel tuo volto?” e, ancora, “Torneremo ancora plurali”). Domina tutta l’opera, quindi, questo senso di caduta a cui rimediare, per riavvicinare la distanza fra cielo delle possibilità e terra in cui trova spazio la realtà dei luoghi e dei fatti, degli individui sempre più barricati nella propria straniante solitudine, ma sempre con l’orizzonte che prescrive di essere “alle soglie di un’umanità da riscrivere” perché, parafrasando l’autrice, si abitano assenze: ciascuno di noi ha la responsabilità morale, prima ancora il destino (e il riferimento a Rilke non è in questa ottica casuale) di prendersene carico pur consapevole di essere, come avviene per il ricordo che non può alterare il fatto, “maestro di imperfezione”. Nessuna consolazione, dicevamo, solo consapevolezza: “E siamo soli, / nella sera falsamente illuminata, carta pesta colorata e ferri / ad arrugginire sotto quel che tutti vedono”, o, ancora, “Miete vittime la mattina di festa e forse tornerà il freddo. / Siamo canti alternati a idi di marzo. Buongiorno.” (con una chiusa allusivamente spietata, nella sua ironia composta, misurata).

Le ultime due citazioni, in particolare, sono tratte dalla prima sezione della raccolta, giustamente segnalata, ancora inedita, al Premio Lorenzo Montano, forse la parte più interessante del lavoro: qui l’autrice cerca la strada di una versificazione più ampia, dall’impronta narrativa con inserti gnomici e sapienziali, in una forma stilistica più asciutta rispetto alle altre sezioni, in cui invece è più marcata l’impronta lirica. Questa sezione che porta il titolo della sua protagonista, “Claire”, è una sorta di romanzo di formazione non scritto, senza accadimenti circostanziati, sospeso fra desiderio e volontà, nel dubbio che si “insinua che forse non siamo mai stati” e che “sopravviviamo negli occhi / e dentro cumuli: di libri o di terra non fa differenza” (splendido undestatement che definisce con evidenza il linguaggio adottato dall’autrice). Si ha la sensazione di un destino che cerca di compiersi, senza però che riesca a prendere una forma consapevole e decifrabile, uno stato di perenne attesa, un accadere che sfiora e non delimita, che va trattenuto (e forse la poesia è una delle strade possibili): “Claire ripensa / alla giustizia della neve appena trascorsa, la stessa intenzione / a coprire tutto, alla generosità del silenzio” […]. Altrove si afferma anche, a evidente conferma, che ci si ritrova “frammenti del discorso / in codici ad intermittenza”; la nominazione delle cose e del mondo è sempre imperfetta, le parole sfuggono e confondono, occorre ricondurle alla misura dell’essenziale, fino alla scabrosità sul precipizio dell’afasia: “Anche la pietra ha una sua fertilità”.

La poesia, allora, diventa una difesa strenua, il non volersi arrendere al dato di fatto, alla circostanza contingente dell’ac-cadere: “la mano tenta inchiostro per non dubitare / della realtà”, quella realtà che attraversata con la circospezione debita “vorrebbe esserti foglio bianco a cui affidare le ombre, / inchiostro che inciti i cavalli di fuoco, perché sia sole, / anche tra le tue nuvole”. Il percorso non può avvenire se non spezzando questo cerchio di solitudine; ogni scrittura, per essere tale, pretende un’interlocuzione, la légge del confronto: “quando dici che devo scrivere senza farti leggere nulla, quasi fosse mai possibile togliere alla corolla il centro e il nettare per l’incauto impollinatore”. Solo in questo interscambio, che è osmosi fra parola e mondo, si può colmare la distanza della divisione, denudando, impudicamente se serve, “il vetro che urge nel petto” come strumento perché “l’ombra permett[a] di vedere quel che la luce non mostrava”.

E Angela Greco procede con sicurezza nella sua scrittura, con un linguaggio sobrio ma non scontato, con la lucidità dell’argomentazione, ma sempre strettamente intrecciata alla sua declinazione nella sfera emotiva (di frequente, dicevamo, mediante il rispecchiamento o il trasfert del paesaggio e della natura). Se si può credere ancora nell’utopia, come l’autrice ci avvisa nella sua nota, può avvenire solo a patto di non cedere alla letterarietà, partendo dal vissuto ma senza tentazioni di un facile autobiografismo; la strada dell’interiorità non è mai la retta che congiunge due punti con il percorso più breve, spesso è un movimento complesso di omotetie e convoluzioni, come appunto avviene per questi versi, all’apparenza diretti e di per sé evidenti, ma in realtà proiettati in uno spazio molto più ampio, che si offre a successivi e progressivi scandagli e interpretazioni. [Fabrizio Bregoli]

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Angela Greco (AnGre) — Arcani

Davide Morelli legge Arcani, poesie di Angela Greco

Questa raccolta di Angela Greco (Arcani) può essere letta a livello macrotestuale come una interpretazione della realtà, quella dei tarocchi, divinatoria, combinatoria e simbolica. Lo sperimentalismo della poetessa è consapevole. Nonostante l’eterogeneità del materiale e la commistione degli stili, l’opera non è una miscellanea, non è un pastiche, ma è provvista di una coerenza interna. La raccolta è composta da quattro parti. La prima è un ottimo poemetto. La quarta consiste in una serie di belle prose poetiche. Nel mezzo, delle liriche più brevi ed epigrammatiche.

La Greco sapientemente riesce a dilatare e a concentrare ad oltranza la sua poesia, anche se complessivamente tende un poco di più all’accumulo. Bisogna leggere attentamente i componimenti per capire pienamente l’intertestualità, la rete di rimandi. A livello microtestuale si può registrare l’unica parola-chiave «assenza» ripetuta più volte, anche se in modo non ossessivo («graffio d’assenza», «un’alternanza con l’assenza», «Abito assenze», «Assenza, la più atroce delle poesie», «dintorni dell’assenza», «protagonista d’assenza tu stesso», «presenza d’un’assenza cui nemmeno più attribuisci nome»). Ma questo non è assolutamente sintomo di alcunché. La poetessa ha sempre molto da dire e non ha chiodi fissi. Però, questa è la dimostrazione che anche dall’approccio più sistematico ed avveduto può fuoriuscire una microvariabile impazzita. I tarocchi, comunque, sono solo un gioco raffinato, un modo per conciliare ordine e disordine, trasformare l’entropia in sintropia. Non sono per niente credulità popolare e neanche irrazionalismo. Inoltre, la poetessa spiega tutto con una nota finale e si dimostra essoterica.

La Greco non cede mai alla sciatteria e neanche al leziosismo. Si rivela dotata di suoi mezzi espressivi e non è cosa di poco conto in questa omologazione dominante. Non voglio dilungarmi sul suo atteggiamento psicologico, ma la sua scrittura è sempre calibrata e dalla sua autoanalisi oggettivante scaturiscono risonanze interiori e toni ironici. In definitiva, è un libro di poesia che richiede impegno, ma che non delude mai assolutamente. Tiene, anzi, incollato il lettore sulla sedia. Bisogna considerare anche che è una poetessa a tutto tondo, perché non si limita a scrivere poesie, ma gestisce un blog culturale, in cui distribuisce ‘pillole di saggezza’ quotidiane. In fondo, Alfonso Berardinelli ha scritto che “le regole che governano la produzione giornalistica e i media sono ormai più impegnative di quelle che governano i testi poetici. A un vero poeta una sfida del genere non dovrebbe dispiacere”. La nostra ha raccolto la sfida e la sta affrontando con intelligenza, senza mai scadere nel pressapochismo e senza mai abbassare il livello della letterarietà. In conclusione non so se tutto possa essere poesia, ma la Greco dimostra di saper versificare anche ciò che è più ostico ed impoetico.

Commento ad Arcani di Davide Morelli, dal sito Intopic – davidemorelli

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Per leggere alcuni estratti da ARCANI, poesie di Angela Greco (Ed.Achille e La Tartaruga, 2020 – Prefazione di Franco Pappalardo La Rosa), per richieste & info, clicca sui seguenti link:

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https://ilsassonellostagno.wordpress.com/2020/01/13/due-poesie-da-arcani-di-angela-greco-in-uscita-per-achille-e-la-tartaruga-con-prefazione-di-franco-pappalardo-la-rosa/

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https://ilsassonellostagno.wordpress.com/2020/02/17/versi-da-arcani-di-angela-greco-in-uscita-per-le-ed-achille-e-la-tartaruga-con-prefazione-di-franco-pappalardo-la-rosa/

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http://www.achilleelatartaruga.net/contatti/

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due poesie da Arcani di Angela Greco, in uscita per Achille e La Tartaruga con prefazione di Franco Pappalardo La Rosa

“[…] questo stilizzato in Arcani è un viaggio che si compie sotto un cielo estivo, “che non congiunge / nulla oltre noia e vuoto” e che può scavare incolmabili distanze fra l’io e il tu, ingenerare attriti, provocare rovinose cadute (“Così, cadiamo, / in questa natura umana e fitta di domande”), angoscianti assenze (“Prima che il vento ci disperda, siamo / nell’angolo un graffio all’assenza”) e quella “incredibile voglia di andare via […] lontano/ da questa antitesi, dalla presenza d’un’assenza / a cui nemmeno più attribuisci nome”.

……..Ragionando sul significato dell’esistenza e del suo limite, oltre tutto, il viaggio poetico di Angela Greco nei luoghi della vita, nel pozzo della memoria, nell’inferno del reale e della quotidianità (che affiorano sempre, per antifrasi), tende a tradursi in un suggestivo spettacolo, in una sorta di danza intellettuale intorno ai concetti di silenzio, di solitudine, di tempo che scivola via, di caduta e ripresa, di scomparsa, come a voler rintracciare nel caos, per grazia di poesia, una qualche non improbabile via d’uscita.” (dalla Prefazione di Franco Pappalardo La Rosa)

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due poesie tratte da ARCANI di Angela Greco (Achille e La Tartaruga, gennaio 2020)

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La conseguenza è una poesia al mattino,
vestita di viola, tempo dell’attesa,
una caduta
sul bianco del foglio, ancora una danza
tra sentire e dire. Delle perdute piume,
paradiso lasciato altrove
da questa scelta di ordinaria difficoltà,
scriverò alle distanti stelle, chiarissime
in ogni notte di solitudine e insonnia.
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Segno a matita quel che ho da dirti, mentre
lascio sul tuo davanzale un fiore di pervinca.
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§
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I dintorni dell’assenza, un lunedì mattina
alla stessa lunghezza d’onda, acuto di sax,
sostanza di questa tensione d’ora in attesa.
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Quante persone raccogli nel tuo viso?
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Un plurale
dal conto perso, trascorsi e ciglia umide;
diventa presenza anche la mancanza, seduta
a bordo tavola, mentre si incarna il desiderio
nel punto più dolente e meno visibile.
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[…] Ci cerchiamo l’un l’altro. Fosse almeno
questo l’ultimo giorno dell’attesa.

J.L.Borges, Il labirinto

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Posso dire di essere felice! Gennaio è un incipit, come pure 2020, a mio avviso, e il 13 è un numero legato alla Fortuna, ovvero alla Sorte; ho scelto non a caso questo giorno per dire ai miei Amici e Lettori, dell’uscita del mio nuovo libro di poesie intitolato ARCANI edito da Paolo Ivaldi della torinese Achille e La Tartaruga (achilleelatartaruga.net) con prefazione di Franco Pappalardo La Rosa.

A dodici anni dal primo libro pubblicato, dopo aver constatato in prima persona che nella nostra Terra di santi, navigatori e poeti (sigh!) vanno per la maggiore certi modi di fare con relativa genuflessione a signori e signorotti (non nascondiamoci dietro un filo d’erba), che ti trasformano in un altro mattone del muro, parte di precisi entourage, che gratificano per l’effetto branco e per il silenzio dei conniventi, dopo l’esperienza di un paio di anni difficili per me, dal punto di vista poetico, dopo aver perso man mano fiducia nella “gente di poesia”, per svariate esperienze di pseudo-amicizie sfumate come nebbie al sole, e dopo aver seriamente pensato di mandare a quel paese la stessa scrittura (mi scuserete la franchezza, ma la Poesia non è avulsa da spine e calci nei denti), ringraziando la mia proverbiale tenacia e qualche benefica stella – con nome e cuore umani – comparsa nel mio cielo e che mi ha sempre sostenuta nelle difficoltà, ho capito che, sinceramente, non era la Poesia a dover meritare un allontanamento, ma tutta una serie di situazioni e persone, che avevano finito per “spegnermi” finanche il sorriso.

  Ascoltando il mio istinto e il mio cuore, lottando ad occhi aperti controvento, a volte piangendo, avvertendo lontananze e temperature più che artiche, continuando a studiare, senza mai illudermi e con i piedi per terra (sapendo che ancora tanta strada ho da percorrere, sempre con la schiena dritta), è nato questo nuovo libro, ARCANI, silloge composta da più sezioni articolate tra loro, che con stima e fiducia Franco Pappalardo La Rosa e Paolo Ivaldi (insieme a mio marito, mia figlia e due – proprio di numero – amici) hanno sostenuto fin dall’inizio, che tra pochi giorni sarà materialmente disponibile grazie alla Casa Editrice Achille e La Tartaruga, coraggiosa, piccola e sensibile realtà editoriale piemontese, che annovera tra i suoi Autori valenti penne di poesia contemporanea.

A queste persone poc’anzi citate e ai miei lettori affezionati, alla loro pazienza e al loro affetto, voglio dire, fin da questa anteprima, GRAZIE, con tutto il cuore che ho!! [AnGre]

Tre poesie per un anno nuovo

Mattino, di Arthur Rimbaud (da Une saison en enfer)

Non ebbi una volta una giovinezza amabile, eroica, favolosa, da scrivere su fogli d’oro, – troppa fortuna! Per quale crimine, per quale errore ho meritato la mia debolezza attuale? Voi che pretendete che le bestie singhiozzino di dispiacere, che i malati disperino, che i morti facciano brutti sogni, cercate voi di raccontare la mia caduta e il mio sonno. Io non posso spiegarmi meglio del mendicante con i suoi continui Pater e Ave Maria. Io non so più parlare!

Tuttavia, oggi, credo di aver terminato la relazione del mio inferno. Era proprio l’inferno; l’antico, quello di cui il figlio dell’uomo aprì le porte.

Dallo stesso deserto, nella stessa notte, sempre i miei occhi stanchi mi risvegliano alla stella d’argento, sempre, senza che si commuovano i Re della vita, i tre magi, il cuore, l’anima, lo spirito. Quando andremo oltre le spiagge estese e i monti, a salutare la nascita del nuovo lavoro, la saggezza novella, la fuga dei tiranni e dei demoni, la fine della superstizione, ad adorare – per primi! – Natale sulla terra!

Il canto dei cieli, la marcia dei popoli! Schiavi, non malediciamo la vita.

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Foglie di palma, di Charles Bukowski

a mezzanotte in punto
1973-74
Los Angeles
ha cominciato a piovere sulle
foglie di palma fuori dalla mia finestra
i clacson e i fuochi d’artificio
erano svaniti
e tuonava.

ero andato a letto alle 21.00
spente le luci
tirate su le coperte –
la loro letizia, la loro felicità,
le loro urla, i loro cappelli di carta,
le loro automobili, le loro donne,
i loro ubriachi dilettanti…

la notte di Capodanno mi atterrisce
sempre

la vita non sa nulla degli anni.

adesso i clacson si sono ammutoliti
e i fuochi d’artificio e i tuoni…
tutto è finito in cinque minuti…
odo soltanto la pioggia
sulle foglie di palma,
e penso:
non capirò mai gli uomini,
ma è andata
anche questa.

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L’anno nuovo, di Gianni Rodari

Indovinami, indovino,
tu che leggi nel destino:
l’anno nuovo come sarà?
Bello, brutto o metà e metà?
Trovo stampato nei miei libroni
che avrà di certo quattro stagioni,
dodici mesi, ciascuno al suo posto,
un carnevale e un ferragosto,
e il giorno dopo il lunedì
sarà sempre un martedì.
Di più per ora scritto non trovo
nel destino dell’anno nuovo:
per il resto anche quest’anno
sarà come gli uomini lo faranno.

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(in apertura: Leuca, Faro di Punta Palascia)

Adua Biagioli Spadi, Correnti contrarie – Poesie di Angela Greco – L’irresistibile densità dei sensi

Pubblicato da Adua Biagioli, 18 febbraio 2018 sul sito ABS – Adua Biagioli Spadi che si ringrazia di cuore.

http://www.aduabiagioli.it/articoli/correnti-contrarie-poesie-di-angela-greco-lirresistibile-densita-dei-sensi/

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Correnti contrarie (Equinozio d’Autunno), si apre con una riproposizione di testi inclusi in A sensi congiunti, il primo libro di poesia dell’autrice, edito nel 2012. Amore, silenzio, musica, erotismo soffuso, passione, sono aspetti che ci colgono e ci sorprendono sfogliando l’inizio di questa bellissima raccolta di Angela Greco e poi eccola ‘la parola’ che come scriveva la Dickinson è vera non appena la si pronuncia e che qui, è ancora più vera ed ‘esplosione di altre origini’ come ci ricorda l’autrice nell’atto del senso dell’amore che benedice l’amore: l’affidarsi, l’affidare progetti all’altro e accogliere tutte le domande da dentro. C’è qualcosa di spirituale nelle poesie dell’autrice che ci parla dell’amore come di qualcosa che ha a che vedere con il sacro, ovvero con la sua ‘sintesi’, amore come prodotto del sacro, tutto il resto, tutto ciò che dal sacro non è illuminato e resta in ombra, nascosto, che non è rivelazione, è profano.

Eppure, l’autrice ci ricorda anche che l’amore è tangibile, carnale, una corrente che viene avvertita dalla pelle, ‘sentita’ nel conflitto, nelle contrarietà, nel tragitto a mare e ‘basterà una goccia alla piena’, che con i sensi e senza titolo, apre lo sguardo allo scorrere del tempo-fiume, facendolo fermare nel senso e nella certezza del sogno, prima ancora che in quella del passaggio.

Si giunge alla sezione de ‘La stagione di Clara’ (Solstizio d’Inverno), versi dedicati a Flavio Almerighi, in cui l’autrice fa della donna l’eterno femminino in attesa, la voce fuori campo che scrive sola sul foglio bianco, che ha riserve nascoste, che dialoga con l’assenza e sente che tutto può tornare a ‘essere giovane’, costante presenza. Per chi attende, il tempo si amplifica a dismisura: il cielo diventa un angolo meraviglioso e privato, oltre ogni colore o spettro, ‘non ci si abitua mai a quell’interregno che ci chiama a essere’, e in quel tempo, niente va perduto. Pure lo sguardo diventa ampio, i tempi sono rallentati e tutto sembra essere un viaggio verso una direzione precisa, i passi si fanno leggeri tocchi che vogliono sentire la consistenza delle cose, del buio, del respiro, e i modi consueti di ascolto cambiano. Si ascolta il silenzio in altro modo, le pietre, gli orizzonti, e si osserva, in altro modo, acutamente si invocano carezze e si guarda, talvolta, ‘in bianco e in nero, proprio come restano le foto invecchiate dal tempo’.

I punti di osservazione si modificano e le cose prendono una forma autonoma più viva, diventano voci che raccontano memorie: c’è sempre una porta ‘che collega i tempi’, semiaperta, da cui partono ‘fiori ed Eden’. Chi attende, ha nel petto ‘una rosa’ e vive di più, verticalmente pensiero e desiderio, si abita l’ora, in una ricerca continua della presenza, delle luci nella stanza che scolpiscono gli oggetti e tutto, assume una ragione di essere.

Non c’è prosa nel mio futuro/ Il racconto ordinato non mi rappresenta/ I dettagli, invece, quelli sì, sanno di me”: Angela Greco ci regala la verticalità della vita e del linguaggio nobile, la poesia che è essere ed essenza, un sentire e una realizzazione. Dando voce a Clara, ci fa sentire sulla pelle l’attesa, come di un qualcosa che si modella, anche nelle mani, tutto si ricolloca al giusto posto quando “venti minuti assomigliano alla riva del mare” e le voci sentite si fanno liquide, non si trattiene materialmente nulla, se non che un nome che salva, dentro quel cielo tanto immaginato quanto più vero, perché pensato e pronunciato, una sorta di campana di vetro da cui osservare il mondo, vederlo cambiare e rimanere sempre gli stessi, incolumi e giovani. Poi ci può anche essere in agguato un traditore, dietro alla porta, che attraverso i secoli cercherà di aprire, perché c’è sempre, per chi attende, la condivisione del bene e del male, l’unica consolazione è sentirsi essere mai lontani.

Nella sezione “Il nero bagnato è arte” (Equinozio di Primavera) ci si appropria ancora di più del tempo, la stagione primaverile è ‘rapimento/presagio di primavera’, è quella in cui tutto risboccia, e pare che le attese si sospendano “a tre passi con il desiderio di fiorire”, di guardare con gli occhi della verità e di schiudersi all’altro che diventa ‘aurora sulle proprie smagliature’: si fa nostro anche il tempo degli altri, quello lungo e quello breve, immaginato e reale, c’è una ferita che sembra non rimarginarsi, eppure non arriva mai a scindere l’unità del sentirsi diventare persone che amano, anzi, ogni imperfezione ripristina la femminilità, che solo dopo l’esperienza e con l’incontro, diventa necessario e rivelato ‘errore che restituisce l’essere all’umano’.

Non avrò altro sangue fuori di te” (Solstizio d’estate):  è la sezione vivace della vita, il momento perfetto della rinascita e della maturazione, di cose, di sensazioni e desideri, di colori per cui “l’attesa senza zucchero rimane rossofragola” e il respiro diventa azzurro quando si pronuncia non solo più esclusivamente la parola, ma la vita stessa,la sola che abbia la chiave per aprirci quando non ci saranno mai abbastanza petali ‘per coprire fino alla dimenticanza il sole che ci scava’. In questa parte poetica coesiste il richiamo esplicito ai frutti estivi, che rimandano a loro volta alla sensualità, ai colori accesi del rosso fragola, la stagione delle follie, dei frutti rubati, del ‘giardino della disobbedienza’ e del sangue: le correnti si continueranno sempre a seguire, perché così va il mondo, così i cicli della vita, così la direzione delle correnti, pur contrarie che siano, e ciò che alla fine rimane e ci rende forza nell’esser leggeri e taglienti, è la ‘capacità di essere fly’.

Adua Biagioli S. (Diritti Riservati)

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Da “Correnti contrarie”  (Ensemble ed., 2017) – Poesie di Angela Greco

…e non c’è nulla di più erotico del tuo silenzio:
condensata in quell’assenza di suoni è tutta la musica
poi è la voce nuova esplosione per altre origini.
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Ecco: mi offri il tuo calice tra le mani
Mentre implori il Cielo e lo sguardo al di sopra rivolgi
In una consenziente benedizione il mio capo accompagni
In atteggiamento di perdono per giungere a dissetarci
Sacrileghi in gesti che caldi si versano sul seno:
le tue mani valutano terreno di conquista senz’armi
una a una le dita seguono confini
e in ancestrali connubi esplodono i nostri universi
racconti d’altre terre e parole a metà sulla pelle nascosta
archi sottesi tangenti nel punto di massima energia
riversiamo generazioni in segreti mari e colorati lini
per poi riprenderci assetati e dissennati.
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Mi accarezzi la guancia e sorridi.
Non resisto e ti bacio e bacio ancora.
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***
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Clara dialoga con l’assenza
E guarda sul davanzale un uovo rotto.
Il predatore ha inciso il guscio con perizia
E le venature di sangue raccontano
Che qualcuno non è nato. Aspetteremo.
La prossima luna nuova ci raddoppierà
E torneranno sorriso e vent’anni in meno.
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Poi sei andato al bar e hai scritto della folla.
Ensor avrebbe chiamato in causa Cristo,
ma Bruxelles oggi è abitata da altri dei
e altre crocifissioni sono in agguato.
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Ha guardato le tue mani e ha visto la notte,
Clara ha il dono dell’ubiquità, ma non lo rivela.
Ha aspettato il sonno, ha preso la valigia piccola
E ha bussato al civico 41/C insieme alla cartolina.
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Ha graffiato versi sul muro, carezzando il bianco.
La lampada ha svelato una sola ombra.
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***
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L’attesa si modella nelle mani di Clara.
Venti minuti assomigliano alla riva del mare,
dove attendere il naufrago vincitore.
La città in fiamme annuncia il viaggio di ritorno
E gli dei questa volta avranno altro a cui badare.
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Nell’impazienza la coperta svela la pelle nascosta
Nel giorno più freddo. E’ poi la tua voce
A ricollocare tutti nell’esattezza climatica.
Faccio fatica in questo silenzio,
mentre ascolto la radiocronaca di un desiderio.
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***
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Odori di dio e la tua voce ha valenza d’incenso,
che balla nel turibolo di cattedrali millenarie affollate
da un bestiario di concorrenza e privo di significati.
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Il problema è lasciarsi prendere dal vento solido – non da altro-
Chiaro nelle intenzioni e nella luce della bocca, dalle mani di seta
E dal dire inatteso. La capacità di essere fly, leggero e tagliente
Alla giugulare dei fatti, recidendo campionature di inetti.
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L’ora di pranzo raddoppia il caffè. Bruciano labbra.
Ad ali spiegate planano grazie sulla tua grazia accesa
E insaziabili ci nutriamo dell’ultimo seme. Accarezzo
Quel che di te si sente prima che il grecale confonda stagioni
E ricominci dicembre. Per l’altro si spuntano acume e difese.
Un sapore inebria e un altro droga. Giuro. Non finisce qui.
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immagine d’apertura: LILIES di Josephine Sacabo

Marco Tornar, due poesie scelte e proposte da Leopoldo Attolico

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Marco Tornar, due poesie scelte e proposte da Leopoldo Attolico

DEDICA
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Dei nostri incontri non parlerò a nessuno.
Né alle streghe né al vento
né a questi anni pieni di luce e di pazzia.
Nessun colore imbratterà quel bianco
dove ci siamo conosciuti, con gli occhi lieti
e la semplice magia di tutti i sogni.
Ogni lanterna sarà la nostra casa,
la nostalgia che assiste come fiocchi di neve
il silenzioso ferirsi della goccia sul viso.
E nella casa ho visto
nello specchio una candela,
la melodia che sale, il vino,
quei profili di porpora che guardano lontano
verso angeli sconosciuti, un’amicizia.
Poi, le mille strade di un mattino.
Come quando, colmi di affetto e di tristezza,
stringendo in mano un segno della vita
camminiamo sotto altari di pioggia
mentre appare, dal niente, una parola.
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da La scelta, Jaca Book, 1996
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§
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AVE MARIA
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Ave Maria così piena di grazia
che al solo vederti traboccherebbe
d’infinita gioia il cuore,
sei per noi tutti la supremazia
di quel che mente umana fallirebbe
a tradurre in parole, si direbbe
la vera luce che non vada via
quando cala la notte. Non pretendo
nulla nell’invocarti con favore,
nemmeno l’amore di lei, fai tu…
Ma accoglimi ti prego, per favore,
quando col corpo non ci sarò più,
se già col solo esistere ti offendo.
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Dal blog Edizioni Noubs, noubs.it

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with-jimmy1Marco Tornar (Pescara, 15-10-60 – 8-2-2015) ha pubblicato le raccolte di poesia Segni naturali (Bastogi, 1983) – La scelta (Jaca Book, 1996) – Sonetti d’amor sacro (Tabula Fati, 2014) ; le prose Rituali marginali (Bastogi, 1985) – Errando di notte in luoghi solitari (Quaderni del Battello Ebbro, 2000) ; i romanzi Niente più che l’amore (Sperling & Kupfer, 2004) – Claire Clairmont (Solfanelli, 2010) – Nello specchio di Mabel (Tracce, 2011) – Lo splendore dell’aquila nell’oro (Tabula Fati, 2013) ; il monologo drammatico Allegra per sempre (Tabula Fati, 2011). Ha curato l’antologia di poesia italiana La furia di Pegaso (Archinto, 1996). Ha tradotto testi di Francesca Alexander, Kate Field, Henry James,Vernon Lee e Sigrid Undset.

Vittorino Curci, Rocambolesca

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Rocambolesca

Rattristato per le cuciture strappate
del progresso. Cos’ è che manca? Hanno portato le sedie
mentre l’ attore cieco si sfilava le scarpe.
La piazzetta sudava il caldo di tre giorni.
«Ve l’ho detto … sono il figlio del giardiniere …
vedrete che fuoriprogramma … »

Annotazioni a fondo pagina e prospettive
molli, invenzioni celesti e ubriacarure statistiche
allertavano la segretezza dei sintomi prima di arrendersi
alle voci inchiodate per sempre nei luoghi.
Ma nel dramma indecifrabile di un padre
il sangue non mente, le sue spiegazioni hanno mani
di legno e gli occhi vuoti dell’ estasi.
«Mi avvicino … è come se qualcuno stesse parlando di me …
e poi dopo giorni e giorni al buio
sbuco da un tombino in una strada che mi pare
di conoscere … e c’è sempre una parola da salvare …
la sua forza ingenerata …
il mio patto segreto con l’arte.»

Erano quasi le otto di sera e le donne uscivano dalla chiesa
a piccoli gruppi. Come sbavature
di un pensiero gravido le virtù scortate nel turbamento
di una scelta sterile
scoprivano un cielo annacquato di speranze.
Sarebbe bastato un piovasco per scompaginare il fato.
Ogni cosa era avvolta nella sua giusta luce, ma nessuno …
nessuno si girò a guardare.

*

Vittorino Curci, Il pane degli addii, poesie (La Vita Felice, 2012)

Quel grido raggrumato di Rita Pacilio letto da Angela Greco

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fotografia di Francesca Woodman, Untitled, Providence, Rhode Island, 1976

“a chi rinasce, nonostante tutto.”

 Quel grido raggrumato, silloge poetica di Rita Pacilio edita nella collana Le voci italiane da La Vita Felice (2014) s’apre con l’esergo sopra riportato e subito definisce punto d’arrivo e punto di partenza dei componimenti poetici racchiusi in un libro che la scelta editoriale ha voluto serenamente bianco e ‘innocuo’ a prima vista. Basta girare la prima pagina, però, per essere colpiti a sangue freddo, in un gesto incruento materialmente, ma capace di ferire nell’intimo, senza accezioni negative s’intenda. La poesia che Rita Pacilio ha voluto raccogliere in queste pagine fa male, scuote, sbatte violentemente contro il tranquillo procedere dei giorni, del quotidiano, mettendo a nudo situazioni che sono sotto gli occhi di tutti, ma che in pochi si fermano a sentire.

La poesia travasa, esce dal vaso quieto del ruolo comunemente attribuitole, per trasfondere sangue nel tessuto sociale, nel substrato silenzioso e connivente di chi vede ma non denuncia, illividendo la candida pelle del lettore e lasciandogli in eredità una cicatrice importante. Dopo queste pagine di denuncia sociale il respiro s’accorcia e la coscienza inizia a premere dal luogo in cui è stata volutamente ottenebrata.

La poesia di Rita innesca, al contempo, già la risposta, già la rinascita, al taglio feroce praticato sulle situazioni e sui soggetti protagonisti, poiché è già nel sangue-poesia stesso la presenza di quei fattori che determineranno la fisiologica coagulazione, quel raggrumarsi dell’insieme ematico emerso dal silenzio e che ha solo bisogno di consapevolezza – propria e di tutti – perché il tessuto umano e sociale possa essere riparato. Ma raggrumata, ovvero finalmente fuori e quindi si spera in via di cicatrizzazione, di ripresa, è anche la Persona stessa, la voce di chi subisce, di chi è vittima di quanto denunciato nella silloge in poesia.

Una denuncia sociale forte senza ombra di dubbio, racchiusa in una scrittura che non nasconde, che non baroccheggia, ma che chiama per nome le situazioni e non elemosina in rabbia, in insulto inteso come dare fastidio, nei confronti di chi compie scempio della dignità umana a proprio scopo o per fini economici e sempre e comunque anti-Uomo.

Qui di seguito ho scelto di riportare i primi tre componimenti di Quel grido raggrumato di Rita Pacilio, lasciando al lettore la stretta al cuore e allo stomaco di proseguire la lettura. [Angela Greco]

*

Ci sono sentieri che nascondono l’inganno dei lastroni
e le mani dei padroni sono daghe, punte venute dall’est.
Inganna la zeppa nera, si abbevera alla macchia riccia di sole
scruta l’iride abbassata il sonno del cliente, antico padre.

Sono parole sacre le voci dei bambini, tiepide le fronti
eppure i glutei hanno croste, boomerang colpiti nel segno
fino ai fianchi pulsano inverni consumati domani
intorpidite le rupi si muovono come nembi folli le bufere.

Non si aprono fenditure ma canaloni indecifrabili
un lappare lento, immaturo
che giunge all’agitazione tra le natiche della bestia
nel luogo livido di pianura chiuso in quel grido raggrumato.

*

L’hanno tenuta in due come un foglio, un lenzuolo
i polsi e le caviglie erano in una forma che si stira
un mandarino intero riempiva la bocca e la gola
nel chiarore del vicolo divaricato fra le trombe d’aria

il suo esame di idoneità, la preparazione al primo
cliente la rendeva frutto acerbo del cactus
desiderato dalla censura di chi si apre i pantaloni
e spinge guardandosi intorno che sia coperto

dalla colpa che non si fermerà nella frusta dei reni
ma sintonizza il morso e il liquido che cola
dalle due bocche aperte lungo una linea comune
in quel triangolo nero da cui escono periferie e disordine.  

*

Le puttane sono sorelle immatricolate e reiette
sperdute nell’assenza dello scheletro frequentato
da chi si offre al galoppo abbozzato senza saliva
dissacrando la grazia degli abiti per la guerra.

Sulle mani esplorano la via del ritorno, i margini
del posto dove sono al sicuro, luoghi controllati
dal tempo rimasto vuoto senza bambini mansueti.
Il rossetto fino al naso è vulnerabile per non baciare

si lasciano toccare il petto scoperto, leso, giudicato
dalle code lunghe dei demoni, dita affilate o denti.
Le puttane hanno la carne svuotata e impagliata
il capo protetto dalle chiome colorate, allegre.

§

Quel grido raggrumato” di Rita Pacilio sarà anche uno spettacolo teatrale di denuncia sociale presso il Teatro Mulino Pacifico di Benevento il 14 marzo 2015 alle ore 20,30 con movimenti scenici di StudioDanza Novantaquattro e drammaturgia a cura dell’Ass.Culturale Logopea.

§

Nota: Rita Pacilio è nata a Benevento. Sociologa, si occupa di poesia e di musica jazz, di Orientamento e Formazione, di Mediazione familiare e dei conflitti interpersonali, di Prevenzione delle dipendenze. Per le sue opere, ha ricevuto numerosi riconoscimenti della critica di settore. Ha pubblicato in poesia: Luna, stelle… e altri pezzi di cielo (Edizioni Scientifiche Italiane, 2003); Tu che mi nutri di Amore Immenso – silloge sacra – (Nicola Calabria Editore, 2005); Nessuno sa che l’urlo arriva al mare (Nicola Calabria Editore, 2005); Ciliegio Forestiero (LietoColle, 2006); Tra sbarre di tulipani (LietoColle, 2008); Alle lumache di aprile (LietoColle, 2010); Di ala in ala (con C. Moica – dialogo poetico) LietoColle, 2011); Gli imperfetti sono gente bizzarra (La Vita Felice, 2012);Quel grido raggrumato (La Vita Felice, 2014).

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