Cesare Pavese, due poesie da Lavorare stanca

citta

Rivolta

_Quello morto è stravolto e non guarda le stelle:
ha i capelli incollati al selciato. La notte è più fredda.
Quelli vivi ritornano a casa, tremandoci sopra.
E difficile andare con loro; si sbandano tutti
e chi sale una scala, chi scende in cantina.
C’è qualcuno che va fino all’alba e si butta in un prato
sotto il sole. Domani qualcuno sogghigna
disperato, al lavoro. Poi, passa anche questa.

_Quando dormono, sembrano il morto: se c’è anche una donna,
è più greve il sentore, ma paiono morti.
Ogni corpo si stringe stravolto al suo letto
come al rosso selciato: la lunga fatica
fin dall’alba, val bene una breve agonia.
Su ogni corpo coagula un sudicio buio.
Solamente, quel morto è disteso alle stelle.

_Pare morto anche il mucchio di cenci, che il sole
scalda forte, appoggiato al muretto. Dormire
per la strada dimostra fiducia nel mondo.
C’è una barba tra i cenci e vi corrono mosche
che han da fare; i passanti si muovono in strada
come mosche; il pezzente è una parte di strada.
La miseria ricopre di barba i sogghigni
come un’erba, e dà un’aria pacata. ‘Sto vecchio
che poteva morire stravolto, nel sangue,
pare invece una cosa ed è vivo. Cosí,
tranne il sangue, ogni cosa è una parte di strada.
Pure, in strada le stelle hanno visto del sangue.
[1934]

Lavorare stanca

_Traversare una strada per scappare di casa
lo fa solo un ragazzo, ma quest’uomo che gira
tutto il giorno le strade, non è più un ragazzo
e non scappa di casa.
_____________Ci sono d’estate
pomeriggi che fino le piazze son vuote, distese
sotto il sole che sta per calare, e quest’uomo, che giunge
per un viale di inutili piante, si ferma.
Val la pena esser solo, per essere sempre più solo?
Solamente girarle, le piazze e l strade
sono vuote. Bisogna fermare una donna
e parlarle e deciderla a vivere insieme.
Altrimenti, uno parla da solo. E’ per questo che a volte
c’è lo sbronzo notturno che attacca discorsi,
e racconta i progetti di tutta la vita.

Non è certo attendendo nella piazza deserta
che s’incontra qualcuno, ma chi gira le strade
si sofferma ogni tanto. Se fossero in due,
anche andando per strada, la casa sarebbe
dove c’è quella donna e varrebbe la pena.
Nella notte la piazza ritorna deserta
e quest’uomo, che passa, non vede le case
tra le inutili luci, non leva più gli occhi:
sente solo il selciato, che han fatto altri uomini
dalle mani indurite, come sono le sue.
Non è giusto restare sulla piazza deserta.
Ci sarà certamente quella donna per strada
che, pregata, vorrebbe dar mano alla casa.
[1934]

*

Cesare Pavese, Lavorare stanca (1936 – 1943) tratte da Poesie (Einaudi)

Quel grido raggrumato di Rita Pacilio letto da Angela Greco

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fotografia di Francesca Woodman, Untitled, Providence, Rhode Island, 1976

“a chi rinasce, nonostante tutto.”

 Quel grido raggrumato, silloge poetica di Rita Pacilio edita nella collana Le voci italiane da La Vita Felice (2014) s’apre con l’esergo sopra riportato e subito definisce punto d’arrivo e punto di partenza dei componimenti poetici racchiusi in un libro che la scelta editoriale ha voluto serenamente bianco e ‘innocuo’ a prima vista. Basta girare la prima pagina, però, per essere colpiti a sangue freddo, in un gesto incruento materialmente, ma capace di ferire nell’intimo, senza accezioni negative s’intenda. La poesia che Rita Pacilio ha voluto raccogliere in queste pagine fa male, scuote, sbatte violentemente contro il tranquillo procedere dei giorni, del quotidiano, mettendo a nudo situazioni che sono sotto gli occhi di tutti, ma che in pochi si fermano a sentire.

La poesia travasa, esce dal vaso quieto del ruolo comunemente attribuitole, per trasfondere sangue nel tessuto sociale, nel substrato silenzioso e connivente di chi vede ma non denuncia, illividendo la candida pelle del lettore e lasciandogli in eredità una cicatrice importante. Dopo queste pagine di denuncia sociale il respiro s’accorcia e la coscienza inizia a premere dal luogo in cui è stata volutamente ottenebrata.

La poesia di Rita innesca, al contempo, già la risposta, già la rinascita, al taglio feroce praticato sulle situazioni e sui soggetti protagonisti, poiché è già nel sangue-poesia stesso la presenza di quei fattori che determineranno la fisiologica coagulazione, quel raggrumarsi dell’insieme ematico emerso dal silenzio e che ha solo bisogno di consapevolezza – propria e di tutti – perché il tessuto umano e sociale possa essere riparato. Ma raggrumata, ovvero finalmente fuori e quindi si spera in via di cicatrizzazione, di ripresa, è anche la Persona stessa, la voce di chi subisce, di chi è vittima di quanto denunciato nella silloge in poesia.

Una denuncia sociale forte senza ombra di dubbio, racchiusa in una scrittura che non nasconde, che non baroccheggia, ma che chiama per nome le situazioni e non elemosina in rabbia, in insulto inteso come dare fastidio, nei confronti di chi compie scempio della dignità umana a proprio scopo o per fini economici e sempre e comunque anti-Uomo.

Qui di seguito ho scelto di riportare i primi tre componimenti di Quel grido raggrumato di Rita Pacilio, lasciando al lettore la stretta al cuore e allo stomaco di proseguire la lettura. [Angela Greco]

*

Ci sono sentieri che nascondono l’inganno dei lastroni
e le mani dei padroni sono daghe, punte venute dall’est.
Inganna la zeppa nera, si abbevera alla macchia riccia di sole
scruta l’iride abbassata il sonno del cliente, antico padre.

Sono parole sacre le voci dei bambini, tiepide le fronti
eppure i glutei hanno croste, boomerang colpiti nel segno
fino ai fianchi pulsano inverni consumati domani
intorpidite le rupi si muovono come nembi folli le bufere.

Non si aprono fenditure ma canaloni indecifrabili
un lappare lento, immaturo
che giunge all’agitazione tra le natiche della bestia
nel luogo livido di pianura chiuso in quel grido raggrumato.

*

L’hanno tenuta in due come un foglio, un lenzuolo
i polsi e le caviglie erano in una forma che si stira
un mandarino intero riempiva la bocca e la gola
nel chiarore del vicolo divaricato fra le trombe d’aria

il suo esame di idoneità, la preparazione al primo
cliente la rendeva frutto acerbo del cactus
desiderato dalla censura di chi si apre i pantaloni
e spinge guardandosi intorno che sia coperto

dalla colpa che non si fermerà nella frusta dei reni
ma sintonizza il morso e il liquido che cola
dalle due bocche aperte lungo una linea comune
in quel triangolo nero da cui escono periferie e disordine.  

*

Le puttane sono sorelle immatricolate e reiette
sperdute nell’assenza dello scheletro frequentato
da chi si offre al galoppo abbozzato senza saliva
dissacrando la grazia degli abiti per la guerra.

Sulle mani esplorano la via del ritorno, i margini
del posto dove sono al sicuro, luoghi controllati
dal tempo rimasto vuoto senza bambini mansueti.
Il rossetto fino al naso è vulnerabile per non baciare

si lasciano toccare il petto scoperto, leso, giudicato
dalle code lunghe dei demoni, dita affilate o denti.
Le puttane hanno la carne svuotata e impagliata
il capo protetto dalle chiome colorate, allegre.

§

Quel grido raggrumato” di Rita Pacilio sarà anche uno spettacolo teatrale di denuncia sociale presso il Teatro Mulino Pacifico di Benevento il 14 marzo 2015 alle ore 20,30 con movimenti scenici di StudioDanza Novantaquattro e drammaturgia a cura dell’Ass.Culturale Logopea.

§

Nota: Rita Pacilio è nata a Benevento. Sociologa, si occupa di poesia e di musica jazz, di Orientamento e Formazione, di Mediazione familiare e dei conflitti interpersonali, di Prevenzione delle dipendenze. Per le sue opere, ha ricevuto numerosi riconoscimenti della critica di settore. Ha pubblicato in poesia: Luna, stelle… e altri pezzi di cielo (Edizioni Scientifiche Italiane, 2003); Tu che mi nutri di Amore Immenso – silloge sacra – (Nicola Calabria Editore, 2005); Nessuno sa che l’urlo arriva al mare (Nicola Calabria Editore, 2005); Ciliegio Forestiero (LietoColle, 2006); Tra sbarre di tulipani (LietoColle, 2008); Alle lumache di aprile (LietoColle, 2010); Di ala in ala (con C. Moica – dialogo poetico) LietoColle, 2011); Gli imperfetti sono gente bizzarra (La Vita Felice, 2012);Quel grido raggrumato (La Vita Felice, 2014).

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