Manuel Vázquez Montalbán, poesie da Ars amandi

Manuel Vázquez Montalbán, da III Ars amandi (da Una educazione sentimentale in Memoria e desiderio), tratte da Il desiderio e la rosa a cura di Hado Lyria (Frassinelli, 2007)

[…]

III

Copriti,
copriti le metafore, fa
un piccolo freddo da piccolo inverno,
con un piccolo radiatore, piccolo
tempo per sentirci insieme
………………………………..meno soli
che soli abitualmente, meno saggi
per dire amore mio senza rimorsi
per credere di essere stati scelti
………………………………………..tempo fa
in un Mercato Persiano annunciato da profeti
.
sì, copro anche le mie immagini impazienti.
.
.
IV
.
.
Potrebbero essere azzurre le piastrelle del bagno,
un po’ color corinto il tappeto, caminetto rosso
e libri rilegati, una foto
enorme della Rambla
……………………………..ma prima
avremmo fatto la rivoluzione, del popolo
le risate spartite tra te e me
.
………………………………………e in estate
vedremmo affondare a Port Lligat quel piccolo cutter
fantasma
………….di un vecchio proprietario terriero in esilio.
.
.
VI
.
.
Difficile l’amore senza retrobottega
senza dispensa né chiave nel guardaroba,
una sera, un porto, una scia,
un libro, un ritmo, una morte
screditata come un trucco con le carte
.
e nel risuscitare
………………….duri spigoli di facciate,
battiti di orologio e cuore proibito, indossare
di nuovo la camicia a mezz’asta,
gradire la solitudine che mi hai tolto
che ti ho tolto
………………….una sera, una scia
.
screditato per sempre, il mito
del forse
………..della sapienza convenzionale
amato e amante, turba l’amore
………………………………………….solo la paura
un funerale e un naufragio con l’assicurazione, rispetta
le pagine e non sapremo prima del tempo
con quale morto finisce quest’avventura
.
…………………………………………………………..chi
rimarrà di sale nella città perduta.
.
[…]
.

*

Manuel Vázquez Montalbán – Scrittore spagnolo, nato a Barcellona il 27 luglio 1939. Laureato in lettere, per la sua attiva partecipazione alle lotte universitarie contro la dittatura franchista fu messo in carcere. È stato membro del Comitato centrale del Partido socialista unificado de Cataluña. Esordì molto giovane come giornalista e saggista, pubblicando anche sulla rivista Triunfo, sotto lo pseudonimo Sixto Cámara, una serie di articoli anticonformisti e pungenti, sempre tinti di umorismo (poi raccolti nel volume Crónica sentimental de España, 1971). Si è cimentato anche nella poesia: Una educación sentimental (1967), Movimiento sin éxito (1969), A la sombra de las muchachas en flor (1973), Praga (1982), produzione poetica raccolta in Memoria y deseo (1986). La sua narrativa nasce all’insegna dello sperimentalismo (Recordando a Dardé, 1969; Happy end, 1974), ponendosi volutamente contro i parametri del realismo, e raggiunge la maturità nei romanzi che costituiscono il cosiddetto ”ciclo Carvalho” (dal nome del protagonista, il detective Pepe Carvalho).

Benché sia evidente l’influenza della narrativa nordamericana, la scrittura di V.M. attinge a ben precisi modelli della tradizione ispanica, Baroja in primo luogo. Infatti, la forza dei suoi romanzi risiede non solo nell’intrigo o nella trama narrativa ma anche, o forse soprattutto, nella vivacità, la plasticità e il realismo con cui V.M. riesce a ritrarre gli ambienti sociali (mettendo in campo anche le sue doti maturate nell’attività di giornalista): libero da schematismi ideologici, nonostante la sua militanza politica, V.M. offre nelle sue pagine un attendibile affresco della società spagnola contemporanea. Scrittore versatile e lavoratore infaticabile, si è cimentato sui più svariati argomenti. [da Treccani.it; Bibl.: M. Blanco Chivite, Manuel Vázquez Montalbán & Pepe Carvalho, Madrid 1992]

Immagine d’apertura:opera di Banksy

Federico García Lorca, versi diversi

Notte alta dell’amore insonne (1935-1936)

Notte alta, noi due e la luna piena;
io che piangevo, mentre tu ridevi.
Un dio era il tuo scherno; i miei lamenti
attimi e colombe incatenate.

Notte bassa, noi due. Cristallo e pena,
piangevi tu in profonde lontananze.
La mia angoscia era un gruppo di agonie
sopra il tuo cuore debole di sabbia.

L’alba ci ricongiunse sopra il letto,
le bocche su quel gelido fluire
di un sangue che dilaga senza fine.

Penetrò il sole la veranda chiusa
e il corallo della vita aprì i suoi rami
sopra il mio cuore nel sudario avvolto.

§

Il poeta dice la verità (1935-1936)

Voglio piangere sopra la mia pena
e te lo dico perché tu mi pianga
e m’ami in un tramonto di usignoli
con un pugnale e con baci insieme a te.

Voglio uccidere il solo testimone
presente all’assassinio dei miei fiori
e mutare l’angoscia del mio pianto
in grano duro, in un covone eterno.

Quella matassa mai non si dipani
del t’amo m’ami, di tutto ardore sì!
con decrepito sole e vecchia luna.

Quello che non mi dai non te lo chiedo,
no, ma muoia e di sé non lasci traccia
nell’estremo sussulto della carne.

da Sonetti dell’amore oscuro (Newton Compton, trad.Claudio Rendina)

§

Madrigale appassionato (1919)

Vorrei stare sulle tua labbra
per spegnermi nella neve
dei tuoi denti.
Vorrei stare sul tuo petto
per disfarmi nel sangue.
Vorrei sognare per sempre
nella tua chioma d’oro.
Che il tuo cuore si facesse
tomba del mio dolente.
Che la tua carne fosse la mia carne
che la tua fronte fosse la mia fronte.
Vorrei che tutta la mia anima
entrasse nel tuo piccolo corpo
ed essere io il tuo pensiero
ed essere io la tua bianca veste.
Per far sì che t’innamori di me
con una passione così forte
da consumarti cercandomi
senza mai incontrarmi.
Perché tu vada gridando
il mio nome fino a ponente,
chiedendo di me all’acqua,
bevendo triste le amarezze
che prima il mio cuore
nel desiderarti lasciò sul sentiero.
E intanto io entrerò
nel tuo corpo dolce e debole,
io sarò donna, sarò te stessa,
restando in te per sempre,
mentre tu invano mi cerchi
da Oriente ad Occidente,
finché fine ci brucerà
la fiamma grigia della morte.

da Tutte le poesie e tutto il teatro (Newton Compton, trad.Claudio Rendina) — immagine d’apertura:opera di E. Munch, Il bacio

Federico García Lorca, versi da Il mio segreto

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62.
ALCUNI VERSI POVERI E DOLOROSI

In quale dolce sentiero si aprì la nostra poesia,
La tragica poesia del nostro cuore?
In una notte scura si aprì la mia rosa nera
Perché la mia rosa bianca chiuse i suoi petali.

L’innocenza che muore vedendo in lontananza
Le corna tenebrose del satiro carnale
Che desta in petto e nasconde la nostra anima
E ci lacera i veli dell’incanto verginale.

Il cuore esclama: Ti voglio e non ti voglio.
Sono tuo e non sono tuo. E il satiro: Sí, sí,
Sei mio, molto mio … e gl’infilza una freccia,
E il cuore singhiozza pieno di abbandono …

La morte arriva seria e dice: Quando vado?
Il mio parco di sogno sta aspettando il cuore.
E il cuore che dice: Ahi la mia rosa bianca!
Ahi la mia rosa bianca che presto appassí!

Dialogo infinito nell’anima che sente
Il peso della vita. La morte. Il cuore.
E le pene che vaghe e lente ci dominano
Ci dicono insonnolite nei momenti d’amore:
Dove ve ne andate smarriti con i vostri pensieri?
Perché non avete sommerso nel grigio la vostra passione?
E la morte: Fa lo stesso, il mio bacio le dà fine.
L’anima: L’infinito non ha soluzione.
L’uomo: I dolori distruggono le mie viscere.
Che ne sarà del mio povero e triste cuore?
E il cuore singhiozza: Ahi la mia rosa bianca!
Ahi la mia rosa bianca che presto appassí!

*
da Federico García Lorca, IL MIO SEGRETO – poesie inedite 1917 – 1919 in García Lorca, I classici della poesia (Mondadori, 2012).

Pedro Salinas, due poesie da Sicuro azzardo

BENOIT COURTI 1

XXIII «Route Nationale»

Presto, luce, presto,presto!
Un farsi nero acquattato
s’avventa dagli orizzonti
e mi confonde la vita.
Le sicurezze soavi,
distanze, profili, forme
un colpo d’ala le svia.
Colori, colori mie,
il giallo, vermiglio, verde,
prigionieri trascinati,
in carcere di nove ore!
Quel paesaggio così stabile
s’arrese così alla svelta?
Non cedere, varietà
amata, tu, non lasciarti,
non lasciare solo
me nel nero, liscio, uno!
Con un giro della chiave,
in visioni a cento metri,
frammentato, allegro, vivo,
i fari
mi restituirono il mondo.
.

§

XLVII Fede mia

Non mi fido della rosa
di carta,
tante volte che n’ho fatte
tra le mie mani.
Né dell’altra io mi fido
della rosa vera,
figlia del sole e dell’ora,
sposa promessa del vento.
Di te che non ti ho mai fatto
di te che mai ti hanno fatto,
di te mi fido, compiuto
sicuro azzardo.
.

*

Pedro Salinas, da Sicuro Azzardo (a cura di V.Nardoni, Passigli Poesia, 2005)

Sicuro azzardo appare nel 1929, ed è la seconda raccolta di Pedro Salinas, uscita qualche anno dopo di distanza da Presagios, il suo esordio poetico, che già lo aveva consacrato come uno dei protagonisti della poesia spagnola. La poesia di Salinas procede più per approfondimenti interni che per salti, in una sorta di canzoniere, di intimo, amoroso colloquio che sfocerà nelle raccolte esemplari degli anni Trenta, La voz a ti debida e Razón de amor, ed è stato giustamente detto che essa rappresenta una delle forme più originali della poesia amorosa del Novecento. Ma l’immagine di poesia amorosa può risultare di per sé fuorviante. In realtà, la poesia di Salinas ha sempre al centro se stessa, è poesia dell’intelligenza non meno che del cuore, tutta protesa verso l’immagine precisa, la parola ‘esatta’, che sappia nominare ed esprimere, stretta fra pensiero e sentimento, ‘segno’ e ‘favola’, perché – ha scritto lo stesso Salinas – “la poesia è un’avventura verso l’assoluto. Si può arrivare più o meno vicino; si può fare più o meno strada…Bisogna lasciar correre l’avventura, con tutta la bellezza del rischio, della probabilità, del gioco”. Questo ‘sicuro azzardo’ della sua poesia, che, se da un lato può richiamare alla mente l’hasard del colpo di dadi mallarmeano, dall’altro ne è già cosa decisamente fuori, perché salinas – come scrive Valerio Nardoni – “si fa dado lui stesso, per volteggiare magicamente, con tutti i preparativi dell’esattezza”. (risvolto interno di copertina)

 

Vicente Aleixandre, Si amavano

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Si amavano

Si amavano.
Pativano la luce, labbra azzurre nell’alba,
labbra ch’escono dalla notte dura,
labbra squarciate, sangue, sangue dove?
Si amavano in un letto battello, mezzo tra notte e luce.

Si amavano come i fiori le spine profonde,
o il giallo che sboccia in amorosa gemma,
quando girano i volti melanconicamente,
giralune che brillano nel ricevere il bacio.

Si amavano di notte, quando i cani profondi
palpitano sotterra e le valli si stirano
come arcaici dorsi a sentirsi sfiorare:
carezza, seta, mano, luna che giunge e che tocca.

Si amavano d’amore là nel fare del giorno
e tra le dure pietre oscure della notte,
dure come son corpi gelati dalle ore,
dure come son baci di dente contro dente.

Si amavano di giorno, spiaggia che va crescendo,
onde che su dai piedi carezzano le cosce,
corpi che si sollevano dalla terra e fluttuando…
Si amavano di giorno, sul mare, sotto il cielo.

Mezzogiorno perfetto, si amavano sí intimi,
mare altissimo e giovane, estesa intimità,
vivente solitudine, orizzonti remoti
avvinti come corpi che solitarî cantano.

Che amano. Si amavano come la luna chiara,
come il mare che colmo aderisce a quel volto,
dolce eclisse di acqua, guancia dove fa notte
e dove rossi pesci vanno e vengono taciti.

Giorno, notte, occidenti, fare del giorno, spazî,
onde recenti, antiche, fuggitive, perpetue,
madre o terra, battello, letto, piuma, cristallo,
labbro, metallo, musica, silenzio, vegetale,
mondo, quiete, la loro forma. Perché si amavano.

*

Vicente Aleixandre

trad. di Francesco Tentori Montalto; versi tratti da AA.VV. Poesia d’amore del Novecento, Crocetti Editori; immagine: fotografia di Enrico Carpegna

Claudio Rodríguez, due poesie

Salvador Dalì Ragazza alla finestra 1925

CIELO (da Alleanza e condanna, 1965)

Ora come non mai mi è necessario
che guardi il cielo. Senza fede e solo,
in questo secco mezzogiorno, alzo
gli occhi. E è la stessa verità di prima,
anche se cambia il testimone. Rischi
senza leggenda d’avventura né angeli,
neppure quell’azzurro della patria.
Costa denaro respirare l’aria,
senza compenso, gli occhi in su, vedere
una grazia accettare che non sta
nei sensi ma gli dà nuova salute,
li acuisce e ricolma. Questo dono
basta al mio amore, come la bellezza
che non merito e merita nessuno.
Oggi ho bisogno più che mai del cielo.
Non che mi salvi, solo m’accompagni.
.
.
.
.
NUOVO GIORNO (da Quasi una leggenda, 1991)
.
Dopo quei tanti giorni senza strada né casa
e senza neppur dolore e le campane sole
e il vento scuro come del ricordo
giunge quel di oggi.
.
Quando ieri il respiro fu mistero
e lo sguardare secco, senza resina,
cercava uno splendore decisivo,
così semplice giunge e delicata,
così serena di lievito nuovo
questa mattina…
.
E’ la sorpresa della chiarità,
della contemplazione l’innocenza,
il segreto che apre con cornice lo stupore
la prima nevicata e prima pioggia
a che lavare il nocciolo e l’ulivo
già ben prossimo al mare.
.
Invisibile quiete. Spira brezza
la melodia che più non aspettavo.
È l’illuminazione della gioia
col silenzio che non possiede tempo.
Grave il piacere della solitudine.
E non guardare il mare che tutto conosce
quando l’ora è venuta
dove il pensiero non viene giammai
ma sì il mare dell’anima,
ma sì questo momento dell’aria tra le mani,
di questa pace che aspetta quando l’ora è venuta
– due ore prima della mezzanotte –
Del terzo mareggiare, che è il mio.
.
.

*

Claudio Rodríguez (Zamora, 1934 – Madrid, 1999) – “Rappresenta una delle grandi voci del Novecento spagnolo. Poeta d’impatto straordinario, esordisce nel 1953 appena diciannovenne con un libro che è ormai un classico della poesia in lingua castigliana, Don de la ebriedad, che gli vale il premio Adonais. Per mezzo secolo è andato sperimentando un’intensa voce personale che distingue tutta la sua opera, concepita come mezzo di conoscenza dove la scrittura diventa il veicolo per arrivare ad essa. Appena cinque i libri di poesia pubblicati, e tuttavia ognuno di essi riflette in pieno le tappe di un biografia saldamente legata all’entusiasmo della propria adolescenza e gioventù, dove il dolore, la sofferenza e la preoccupazione per la morte si fondono. Dal primo all’ultimo dei suoi libri – Don de la ebriedad (1953), Conjuros (1958), Alianza y condena (1965), El vuelo de la celebración (1976), Casi una leyenda (1991) –, il poeta approfondisce il tema della conoscenza di sé e del mondo, per cui il risultato di questo processo di rivisitazione, ogni volta trasformato dal put o di vista del linguaggio e della visione delle cose, viene a costituire la spina dorsale di tutto l’itinerario di una affascinante esperienza poetica.

Casi una leyenda (Quasi una leggenda), l’ultima opera di Rodríguez, che risale al 1991, è un testo – che subito diviene un punto di riferimento imprescindibile per la poesia spagnola – in cui l’autore chiude il cerchio aperto poco meno che ventenne, proseguendo così il fitto dialogo con le cose. La sua voce, prossima alla morte, sfuma serena verso l’elegia. E proprio la morte forma parte delle colonne portanti di questa raccolta; una morte vista in maniera positiva: come madre di vita, associata all’amore, alla purezza e alla salvezza, quasi una trasformazione in altre forme di vita non inferiori e persino non superiori alla totale frequentazione della vita, che è la qualità essenziale  di una ricerca poetica.”

In traduzione italiana: Rodríguez C., Poesie scelte (1953-1991), Firenze, Pagliai-Polistampam2004; Rodríguez C., Quasi una leggenda, Nephila, 2005; Rodríguez C., Cinco poemas, poesie in italiano, Madrid, Hiperón, 2007 – tutte opere a cura di F.Luti. (tratto da: Poesia spagnola del secondo Novecento, a cura di Francesco Luti, Vallecchi 2008).

in apertura: Salvador Dalì, Ragazza alla finestra (1925)

Pedro Salinas, Ieri ti ho baciato sulle labbra (con un approfondimento sull’autore)

Rodin, Il bacio (part.)

Ieri ti ho baciato sulle labbra

Ieri ti ho baciato sulle labbra.
Ti ho baciato sulle labbra. Intense,
rosse. Un bacio così corto
durato più di un lampo,
di un miracolo, più ancora.
—————————-Il tempo
dopo averti baciato
non valeva più a nulla
ormai, a nulla
era valso prima.
Nel bacio il suo inizio e la sua fine.

Oggi sto baciando un bacio;
sono solo con le mie labbra.
Le poso
non sulla bocca, no, non più
– dov’è fuggita? –
Le poso
sul bacio che ieri ti ho dato,
sulle bocche unite
dal bacio che hanno baciato.
E dura, questo bacio
più del silenzio, della luce.
Perché io non bacio ora
né una carne né una bocca,
che scappa, che mi sfugge.
No.
Ti sto baciando più lontano.

.

Pedro Salinas, da La voce a te dovuta, XXXVI, a cura di Emma Scoles, Einaudi

immagine: Rodin, Il bacio (part.)

.

Salinas-2Pedro Salinas y Serrano (Madrid, 27 novembre 1891 – Boston, 4 dicembre 1951) è stato un poeta spagnolo appartenente alla generazione del 1927.
Durante gli anni venti collaborò con il “Centro de estudios historicos”, scrisse alcuni saggi di letteratura contemporanea e allo stesso tempo curò alcune edizioni di classici. Nel 1926 pubblicò la sua prima opera narrativa Vispera del gozo e nel 1928 si trasferì a Madrid.
Gli anni che vanno dal 1929 al 1936 sono anni di fervida attività poetica. Verranno dati alle stampe Seguro azar (1929), Fábula y signo (1931), Amor en vilo (1933) che anticipa La voz a ti debida che verrà pubblicato alla fine di quello stesso anno. Risale al 1936 la raccolta intitolata Razon de amor.
Nel 1935, alla vigilia della guerra civile venne invitato dal Wellesley College negli Stati Uniti per un breve periodo di insegnamento, ma egli partì per non ritornare mai più.
Il poeta rimase, come esule volontario, negli Stati Uniti dove insegnò presso diverse Università. Nel ’37 gli venne conferito l’incarico per l’insegnamento presso il “Wellesley College” nel Massachussetts e in seguito a Baltimora. Durante questi anni fece anche diversi viaggi in Messico per tenere alcune conferenze su “il poeta e la realtà nella letteratura spagnola” che verranno pubblicate in volume nel 1940 con il titolo Literatura española siglo XX’.
Nel 1943 gli venne concesso un temporaneo trasferimento presso l’Università di Porto Rico dove rimarrà fino al 1946, facendo nuove amicizie e scrivendo i versi El Contemplado (mar, poema); compirà ancora alcuni viaggi per conferenze a Santo Domingo e a Cuba e nel 1946 farà ritorno a Baltimora dove riprenderà il suo posto di docente.
A Baltimora intensa e varia sarà l’attività letteraria degli ultimi anni della sua vita. Salinas infatti si dedicherà, oltre che alla poesia, agli studi critici, ai saggi, al romanzo e al teatro.
Il suo ultimo libro di versi, Confianza, verrà pubblicato nel 1955 dopo la morte dell’autore che avverrà a Boston nel 1951. Secondo il desiderio del poeta venne seppellito nel cimitero di Santa Magdalena a Puerto Rico.
L’opera poetica di Salinas, divisa in nove libri, si distingue in tre fasi distinte ma allo stesso tempo complementari.
La prima produzione poetica, che va dal 1923 al 1931, comprende tre raccolte: Presagios, scritta nel 1923, Seguro azar (Sicuro azzardo) composta nel 1929 e Fábula y Signo (Favola e segno) del 1931 con la quale si conclude la prima fase. In Presagios si avvertono gli influssi di Bécquer, di Antonio Machado e soprattutto di Juan Ramón Jiménez che scrisse il Prologo e curò la redazione del libro e l’anticipazione dei grandi temi che saranno della poesia successiva come quello della dialettica amorosa, del nulla che sovrasta l’uomo, del mistero, della irrealtà.
Il verso, breve e conciso, è ricco di ripetizioni e antitesi che il ritmo delle cesure e degli enjambements tende a separare.
« Io non ti vedo. So bene
che sei qui, dietro
una parete fragile
di mattoni e di calce, alla portata
della mia voce, se io ti chiamassi.
Ma io non chiamerò. »
In Seguro azar si coglie già, dall’antitesi tra i due termini del titolo, perfetto ossimoro, il desiderio di riempire l’astratto con figure e aspetti tratti dallo spettacolo della vita moderna, soprattutto da un tipo di letteratura sportiva e cinematografica che ha il suo centro attrattivo maggiore nel Far West (titolo di una lirica dell’opera). Salinas trae pertanto le immagini della sua poesia dalla realtà urbana o dalla finzione cinematografica e in modo graduato le priva della loro concretezza. Gli oggetti e le cose, osservate e poi negate, diventano il pretesto per denunciare l’assenza della persona amata che può essere raggiunta solamente attraverso il sogno.
In Fábula y signo, superando la realtà del quotidiano, Salinas si rivolge alla vita moderna e al mondo della macchina utilizzando il lessico dei movimenti avanguardieristici, come dimostrano i titoli e i temi del libro da Radiator y fogata (Radiatore e fuoco) a El teléfono, aggiungendo le emozioni che vengono vissute all’insegna della poesia e della fabula.
La seconda fase, che comprende il periodo tra gli anni 1933 e 1938, può considerarsi quella della maturità e vede la produzione delle principali opere dell’autore come La voz a ti debida La voce a te dovuta, Razòn de amor, Largo lamento (Lungo lamento) dove il poeta raggiunge la pienezza del sentimento e dell’abbandono dando l’esempio più alto di tutto il canzoniere spagnolo del Novecento.
Il tema principale delle opere di questo periodo è quello dell’amore che era già stato annunciato in Presagos. La realtà amorosa viene però ora trasfigurata da una intensa visione idealistica di carattere platonico che ha gli elementi della quotidiana relazione umana ma che va oltre la presenza fisica.
« Perdonami se vo così cercandoti,
così maldestramente dentro
di te.
Perdonami il dolore, qualche volta. »
La terza e ultima fase corrisponde agli anni quaranta e può considerarsi la stagione finale del poeta dove egli scrive varie opere appartenenti a generi letterari differenti.
Oltre le opere di poesia, si aggiungono quelle di teatro (quattordici drammi in tutto) nelle quali l’autore affronta gli aspetti della vita del tempo, i romanzi nei quali condanna il materialismo moderno e infine alcuni importanti saggi nei quali Salinas dimostra le sue vaste conoscenze culturali oltre una grande capacità critica. [dal web]

 

César Vallejo, tre poesie

E se dopo tante parole…

E se dopo tante parole,
non sopravvive la parola!
E se dopo le ali degli uccelli,
l’uccello fermo non sopravvive!
Sarebbe meglio, in verità,
che si mangino tutto e si finisca!

Esser nati per vivere della nostra morte!
Alzarsi dal cielo verso terra
sui propri disastri
e spiare il momento di spegnere la tenebra con l’ombra!
Sarebbe meglio, francamente,
che si mangino tutto e… cosa importa!

E se dopo tanta storia soccombiamo
non già d’eternità,
ma di cose così semplici come stare
in casa o mettersi a pensare!
E se scopriamo poi,
tutt’a un tratto, di vivere,
a giudicare dall’altezza degli astri,
dal pettine e dalle macchie sul fazzoletto!
Sarebbe meglio, in verità,
che si mangino tutto, non c’è dubbio!

Si dirà che abbiamo
in uno dei nostri occhi molta pena
come anche nell’altro, molta pena,
e in tutt’e due, nello sguardo, molta pena…
Allora… Certo!… Allora… tutti zitti!

 da Se sopravvive la parola, inUn secolo di poesia a cura di Nicola Crocetti per Corriere della Sera.

:

Pietra nera su una pietra bianca (da Poemas humanos (Nómina de huesos), 1939)

Morirò a Parigi nello scroscio
di un giorno che ho già vivo nel ricordo.
Morirò a Parigi – non m’inganno –
come oggi forse un giovedì d’autunno.
.
Di giovedì sarà. Oggi che proso
questi versi e gli omeri ho malmesso,
è giovedì e mai come oggi giunsi,
con tanta strada a rivedermi solo.
.
César Vallejo è morto, lo picchiavano
tutti senza che lui facesse nulla;
lo legnavano sodo e duramente
.
lo cinghiavano: sono testimoni
i giorni giovedì, l’ossa degli omeri,
la vita sola, la pioggia, le strade…
da POESIE, traduz., studi introduttivi e bibliografia di Roberto Paoli; Lerici Editori, 1964. (via Caponnetto-Poesiaperta)    .
.

LXV

Madre, domani vengo a Santiago,
a bagnarmi nella tua benedizione e il tuo pianto.
Sto sistemando i miei disinganni ed il rosato
di piaga dei miei falsi viavai.

M’aspetterà il tuo arco di stupore,
le tonsurate colonne delle tue ansie
che stroncano la vita. M’aspetterà il cortile,
il corridoio al pianoterra con le ghirlande e i nastri
da festa. M’aspetterà il mio aio scranno,
quel buon vecchio aggeggio sfasciato di dinastico
cuoio, che cinge scricchiolando le natiche
pronipoti, da cinghia a cinghietta.

Sto setacciando i miei affetti più puri,
Sto trivellando, non senti ansimare la sonda?
……………………………..E smaniare il bersaglio?
Sto plasmando la tua formula d’amore
per tutte queste cavità del suolo.
Oh, se si disponessero i taciti svolazzi
per tutti i nastrini più distanti,
e per tutti gli incontri più distinti.

Così, morta immortale. Così.
Sotto le doppie arcate del tuo sangue, là dove
devi andare così in punta di piedi, che perfino mio padre,
per passare di lì,
si è inchinato per più della metà dell’uomo,
fino ad essere il primo piccolo che hai avuto.

Così, morta immortale.
Fra il colonnato dei tuoi ossi
che non cadrà neanche a forza di piangere,
accanto a cui neanche il Destino riuscì a mettere
neanche un solo dito.

Così, morta immortale!
Così.

traduz. di Alessio Casalini; via leparolelelecose.

.

César Abraham Vallejo Mendoza (Santiago de Chuco, 16 marzo 1892 – Parigi, 15 aprile 1938) è stato un poeta peruviano nacque a Santiago de Chuco, un villaggio andino del Perù. Fu il minore di undici figli e studiò all’Università Nazionale di Trujillo. Il poeta interruppe varie volte gli studi per lavorare in una piantagione di canna da zucchero, dove si rese conto di come venivano sfruttati i contadini; fu un’esperienza che influì sulla sua visione sia politica che estetica. Vallejo si laureò in lettere nel 1915. Più tardi si trasferì a Lima, dove lavorò come insegnante e si avvicinò ai membri della sinistra intellettuale. Dopo una serie di difficoltà riuscì a pubblicare il suo primo libro di poesie Los heraldos negros: sua madre morì nel 1920 e dopo essere tornato a Santiago de Chuco fu imprigionato per 105 giorni con l’accusa di essere un incendiario, prima di aver dimostrata la propria innocenza. Dopo aver pubblicato Trilce nel 1923 e perso il posto di insegnante a Lima, il poeta emigrò in Europa, dove visse fino alla sua morte avvenuta a Parigi nel 1938. Fu sepolto nel Cimitero di Montparnasse. Durante la sua vita conobbe e divenne amico di alcuni noti pensatori peruviani suoi coetanei, come Antenor Orrego, Abraham Valdelomar, Víctor Raúl Haya de la Torre e José Carlos Mariátegui. Thomas Merton lo chiamava “il più grande poeta universale, dopo Dante”, e il poeta, critico e biografo Martin Seymour-Smith, una delle principali autorità della letteratura mondiale, ha detto di lui: “… il più grande poeta del XX secolo, in qualsiasi lingua”.(dal web)

Juan Ramón Jiménez, Temporale

gabriel pacheco

Juan Ramón Jiménez, da Diario di poeta e mare, Passigli Editori

Non ci si vede e si vedono istantanee luci bianche. Nervoso, aspetto un tuono che non odo. E voglio scostare con le mani l’enorme rumore di taxi, di treni, di tram, di macchine che battono, e far luogo al silenzio che mi anneghi nel suo golfo di pace, nel cui cielo io senta risonare e passare il temporale. Non so se il tuono c’è o non c’è. E’ come quando nell’ombra incancellabile d’una notte remota di campagna crediamo che ci sia qualcuno accanto a noi e lo sentiamo vicinissimo senza vederlo. Che infinità di piccoli taxi, treni, tram, di piccole case in costruzione, nella breve intensità della mia testa! Fino a oggi, che non odo, nel temporale, il tuono, non ho udito quale rumore fosse questo di New York… Piove. Non ci si vede. E si vedono istantanee luci bianche.

102 – New York, 18 aprile

.

Juan Ramón Jiménez : poeta spagnolo (Moguer, Huelva, 1881 – San Juan, Puerto Rico, 1958) è stato un autore dalla limpida semplicità espressiva vicina al simbolismo, nelle sue poesie associa a una raffinata ricerca lessicale  una crescente ansia metafisica che lo porta a una posizione sempre più contemplativa. Tra le sue raccolte: Platero y yo (1914; edizione completa 1917) e Animal de fondo (1949).Premio Nobel per la letteratura (1956).

Federico García Lorca, Pioggia

Pioggia, di Federico García Lorca

La pioggia ha un vago segreto di tenerezza,
una vaga sonnolenza rassegnata e amabile,
si desta con lei un’umile musica
che rende vibrante lo spirito addormentato del paesaggio.

È un bacio azzurro che la Terra accoglie,
il mito primitivo che torna a realizzarsi.
Il contatto ormai freddo dei vecchi cielo e terra
con un clima mite di sere interminabili.

È l’aurora del frutto. Quella che ci dà i fiori
e ci unge del santo spirito dei mari.
Quella che diffonde vita sulle sementi
e nell’anima tristezza di qualcosa di vago.

La nostalgia terribile di una vita perduta,
il fatale sentimento di esser nati tardi,
o l’inquieta illusione di un impossibile domani
con l’inquietudine prossima del colore della carne.

L’amore si ridesta nel suo grigio ritmo,
il nostro cielo interiore ha un trionfo di sangue,
ma il nostro ottimismo si muta in tristezza
vedendo le gocce morte sopra i vetri.

Sono le gocce: occhi di infinito che guardano
il bianco infinito che fu per loro madre.

Ogni goccia di pioggia tremula sul vetro sporco
lascia divine ferite di diamante.
Sono poeti dell’acqua che hanno visto e meditano
ciò che la massa dei fiumi non sa.

Oh pioggia silenziosa, senza tormente né venti,
pioggia calma e serena di squilla e dolce luce,
pioggia buona e pacifica, tu sei quella vera
che scende amorosa e mesta sulle cose!

Oh pioggia francescana che porti con le gocce
anime di chiare fonti e umili sorgenti!
Quando scendi sui campi lentamente
apri coi tuoi suoni le rose del mio petto.

Il canto primitivo che sussurri al silenzio
e la storia sonora che racconti alle fronde
li commenta piangendo il mio cuore deserto
su un nero e profondo pentagramma senza chiave.

La mia anima è triste di pioggia serena,
rassegnata di tristezza di cose irrealizzabili,
e il mio cuore mi impedisce di ammirare
una stella che s’accende all’orizzonte.

Oh pioggia silenziosa che gli alberi amano
e sei per la pianura dolcezza di emozioni;
concedi all’anima le stesse nebbie e risonanze
che poni nello spirito del paesaggio addormentato!

*

da Poesie (Libro de poemas), Newton Compton, trad. di Claudio Rendina

Pablo Neruda, da Cento sonetti d’amore

*

Al colpo dell’onda contro la pietra indocile
scoppia la chiarità e stabilisce la sua rosa
e il cerchio del mare si riduce a un grappolo,
a una sola goccia di sale azzurro che cade.

Oh radiante magnolia scatenata nella schiuma,
magnetica viaggiatrice la cui morte fiorisce
e torna eternamente a essere e non esser nulla:
sale rotto, abbacinante movimento marino.

Uniti tu e io, amor mio, sigilliamo il silenzio,
mentre il mare distrugge le sue costanti statue
e abbatte le sue torri di furia e bianchezza,

perché nella trama di questi tessuti invisibili
dell’acqua sbrigliata, dell’incessante arena,
sosteniamo l’unica e perseguitata tenerezza.

*

Ricorderai quel ruscello capriccioso
dove s’arrampicarono gli aromi palpitanti,
di tanto in tanto un uccello vestito
d’acqua e di lentezza: vestito d’inverno.

Ricorderai i doni della terra:
irascibile fragranza, fango d’oro,
erbe del cespuglio, pazze radici,
sortileghe spine come spade.

Ricorderai il mazzo che recasti,
mazzo d’ombra e d’acqua con silenzio,
mazzo come una pietra con schiuma.

Quella volta fu come mai e come sempre:
andiamo lì dove nulla v’è che attenda
e troviamo tutto ciò che sta attendendo.

*

Nuda sei semplice come una delle tue mani,
liscia, terrestre, minima, rotonda, trasparente,
hai linee di luna, sentieri di mela,
nuda sei sottile come il chicco di grano nudo.

Nuda sei azzurra come la notte a Cuba
hai vitigni e stelle fra i capelli,
nuda sei enorme e gialla
come l’estate in una chiesa d’oro.

Nuda sei piccola come una delle tue unghie,
curva, sottile, rosea finché nasce il giorno
e t’addentri nel sotterraneo del mondo

come in una lunga galleria di vestiti e lavori:
la tua luce chiara si spegne, si veste, si sfoglia
e di nuovo torna a essere una mano nuda.

*

Quando morrò voglio le tue mani sui miei occhi:
voglio la luce e il frumento delle tue mani amate
passare una volta ancora su di me la loro freschezza,
sentire la soavità che cambiò il mio destino.

Voglio che tu viva mentr’io, addormentato, t’attendo,
voglio che le tue orecchie continuino a udire il vento,
che fiuti l’aroma del mare che amammo uniti
e che continui a calpestare l’arena che calpestammo.

Voglio che ciò che amo continui a esser vivo
e te amai e cantai sopra tutte le cose,
per questo continua a fiorire, fiorita,

perché raggiunga tutto ciò che il mio amore ti ordina,
perché la mia ombra passeggi per la tua chioma,
perché così conoscano la ragione del mio canto.

.

tratte da Pablo Neruda, Cento sonetti d’amore , 1959 (traduzioni dal web)

foto d’apertura: Giorgio de Chirico, Ettore e Andromaca, bronzo

Pablo Neruda, Spiego alcune cose

– per questo testo si ringrazia il sito Canzoni contro la guerra –

SPIEGO ALCUNE COSE (Explico algunas cosas)

Chiederete: ma dove sono i lillà?
E la metafisica coperta di papaveri?
E la pioggia che fitta colpiva
Le sue parole, riempiendole
Di buchi e uccelli?

Vi racconterò tutto quel che m’accade.

Vivevo in un quartiere
Di Madrid, con campane,
Orologi, alberi.

Da lì si vedeva
Il volto secco della Castiglia,
Come un oceano di cuoio.
La mia casa la chiamavano
“La casa dei fiori”, ché da ogni parte
Conflagravan gerani: era
Una bella casa,
Con cani e scugnizzi.
Ti ricordi, Raúl?
Ti ricordi, Rafael?
Federico, ti ricordi,
Ora che sei sottoterra,
Ti ricordi della mia casa balconata, dove
La luce di giugno ti soffocava la bocca di fiori?
Fratello, fratello!
Tutto
Era gran voci, sale di mercanzie,
Mucchi di pane palpitante,
Mercati del mio rione di Argüelles, con la sua statua
Come una seppia pallida tra i merluzzi:
L’olio era versato nel cucchiaio,
Un profondo brusìo
Di mani e piedi riempiva le strade,
Metri, litri, acuta
Essenza della vita,
Pesci accatastati,
Intreccio di tetti nel freddo sole, dove
La freccia s’affatica,
Fino avorio delirante delle patate,
Pomodori in fila, in fila fino al mare.

E una mattina tutto era in fiamme,
E una mattina i roghi
Uscivan dalla terra,
Divorando esseri,
E da allora fuoco,
Da allora polvere da sparo,
Da allora sangue.
Banditi con aerei e con mori,
Banditi con anelli e duchesse,
Banditi con neri frati benedicenti
Arrivavan dal cielo a uccidere bambini,
E per le strade il sangue dei bambini
Correva semplicemente, come sangue di bambini.

Sciacalli che lo sciacallo schiferebbe,
Sassi che il cardo secco sputerebbe dopo morsi,
Vipere che le vipere odierebbero!

Davanti a voi ho visto
Sollevarsi il sangue della Spagna
Per annegarvi in una sola onda
Di orgoglio e di coltelli!

Generali
Traditori:
Guardate la mia casa morta,
Guardata la Spagna spezzata:
Però da ogni casa morta esce metallo ardente
Invece di fiori,
Da ogni foro della Spagna
La Spagna viene fuori,
Da ogni bambino morto vien fuori un fucile con occhi,
Da ogni crimine nascono proiettili
Che un giorno troveranno il bersaglio
Del vostro cuore.

Chiederete: perché la tua poesia
Non ci parla del sogno, delle foglie,
Dei grandi vulcani del paese dove sei nato?

Venite a vedere il sangue per le strade,
Venite a vedere
Il sangue per le strade,
Venite a vedere il sangue
Per le strade!

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Pablo Neruda, (Parral, 12 luglio 1904 – Santiago del Cile, 23 settembre 1973).)

Da Spagna nel cuore (1938) – Trad. di Riccardo Venturi (2003) –

Immagine: L’Immensité, opera di Gustave Courbet, 1869

Francisco Brines, due poesie

Ivan-Aivazovsky Tramonto sul mare - 1853

Francisco Brines, due poesie da Poesia spagnola del secondo Novecento (a cura di F.sco Luti, Vallecchi, 2008 — immagine: Ivan Aivazovsky, Tramonto sul mare, 1853)

L’ULTIMA COSTA

C’era lì una chiatta, con torvi personaggi,
poggiata sulla riva. La notte della terra,
sepolta.
E più in là, il vascello dalle luci sbiadite
dove si assiepava con fervore, benché triste,
una folla in gramaglie.
……………………..Di fronte, quella bruma
densa sotto un cielo senza più firmamento.
Una barca in attesa, delle altre arenate.
.
Arrivavamo esausti, con la pelle tesa, un po’ riarsa.
Un’aria immobile, con frange di umidità,
fluttuava sul posto.
Tutto era predisposto.
………………………La nebbia, ancora più densa,
esigeva di partire. Io avevo gli occhi velati dalle lacrime.
Sistemammo i remi consumati
e come schiavi, muti,
spingemmo sulle acque nere.
.
Mia madre mi guardava, fissandomi, dal vascello,
in quell’unico viaggio di tutti nella nebbia.
.
.
da L’ultima costa (1995)

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§

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SOGNO POSSENTE

Qual è la gloria della vita, ora
che non c’è nessuna gloria,
ma realtà impoverita?
Saper che forse il disinganno
quel desiderio fondo non ti strappa
di viver di più?
.
La gloria della vita fu il credere
che esisteva l’eterno;
o, forse, fu la gloria della vita
quel semplice potere
di creare, con il pensiero chiaro,
l’eternità fedele.
la gloria della vita, e il suo fallire.
.
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da Ancora no (1971)
.
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20140717104718_FOTO_BRINES_FRANCISCOFrancisco Brines
(Oliva, 1932): laureato in Legge e in Lettere, dal 2001 è membro della Real Academia Española. Esponente di spicco della generación del ’50, si caratterizza per una particolare attenzione allo stile e alla lingua. D’impostazione profondamente intimistica, la sua esperienza lirica lambisce la forza comunicativa della preghiera, in una dimensione che tende ad unificare l’umano e il sovrumano, la realtà conosciuta e lo spazio dell’ignoto. Poesia, dunque, non più come meraviglia, ma aperta rivelazione, assumendo così una funzione salvifica capace di preservare l’individualità e l’interiorità dell’uomo.

Francisco Brines

 

Jaime Siles, Il luogo della poesia

libro bianco e nero

Jaime Siles, Il luogo della poesia

Non sta il poema
nelle tenebre oscure del linguaggio
ma in quelle della vita.
Non sta nelle perfezioni del suo corpo
ma nelle emorragie della sua ferita.
Non sta là dove credevamo che ci fosse
né è immagine unica né fissa.
Sta là dove fugge quel che amiamo:
sta nella sua partenza.
E’ il nostro dire addio a noi stessi
ogni volta incrociando lo stesso angolo.
E’ pagina che muove solo il tempo
con il suo inchiostro uguale ma diverso.
Il poema non sta, no, nel linguaggio
ma nell’alfabeto della vita.
*
da Poesia spagnola del secondo Novecento, (Vallecchi 2008)
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.
siles--644x362Jaime Siles – poeta e saggista spagnolo (Valencia 1951). Dopo i libri giovanili, che gli avevano già conferito un posto di rilievo fra i poeti della sua generazione (riproposti e arricchiti nell’antologico Poesia 1969-1980, pubblicato nel 1982 e rieditato a dieci anni di distanza), sono seguiti altri importanti testi:Musica de agua (1983), Tratado de ipsidades (1984), Columnae (1987),Poemas al revés (1987) e Semaforos, Semaforos (1990). Ha pubblicato inoltre impeccabili traduzioni di poeti classici e moderni (Trans-textos, 1986) e saggi critici (El Barroco en la poesia espanola, Diversificationes, Conscienciacion linguistica y tension historicas, Introduccion a la lengua y literatura latina). Sul doppio filo della riflessione ontologica e della riflessione linguistica e in un costante esercizio di rigore formale, la lirica di Siles rappresenta un sistema autonomo e severamente chiuso ma sempre dinamico, “somma di suoni successivi” che instancabilmente perseguono, frazionando e totalizzando, “il linguaggio dell’Essere e del Nulla”. Del 1990 è l’opera El Gliptodonte y otras canciones para niños malos, mentre nel 1991 è uscita in Italia una selezione di testi poetici di Siles con il titolo Alfabeto Notturno / Alfabeto Nocturno. Siles ha inoltre collaborato con diversi giornali spagnoli, in qualità di critico letterario (ABC e La Razón) e come critico di teatro (Blanco y Negro dal 1993 al 1997).

Rafael Alberti (1902-1999), due poesie tradotte da Paolo Statuti

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Rafael Alberti (1902-1999), due poesie tradotte da Paolo Statuti (altre poesie, QUI) 

 

Ritorno dell’amore sulle sabbie

Stamane, amore, abbiamo vent’anni.
Vanno volutamente piano, intrecciandosi,
le nostre ombre scalze per la strada tra i giardini,
che oppongono agli azzurri del mare i loro verdi.
Tu sei sempre un’apparizione,
sei la luce giunta una buia sera,
quando il giovane senza meta dalla città ritarda,
pensoso, di proposito il suo ritorno a casa.
Tu sei sempre quella che al mio fianco
va cercando il segreto declivio delle dune,
il recondito pendio della sabbia, il celato
canneto che crea
cortine agli occhi marini del vento.
Là sei, là sono davanti a te, controllando
l’alta temperatura delle onde felici,
il cuore del mare ciecamente sorto,
morendo in frammenti di dolce sale e di spume.
Poi, tutto ci guarda allegro, sulle rive.
I castelli in rovina sollevano i loro merli,
le alghe ci offrono corone e le vele,
preso il volo, vogliono cantare al di sopra delle torri.

Stamane, amore, abbiamo vent’anni.

*

Tra il garofano e la spada

(Guerra alla guerra per la guerra.) Vieni qui.
Volgi le spalle. Il mare. Apri la bocca.
Una sirena urta contro una mina
e un arcangelo annega, indifferente.

Tempo di fuoco. Addio. Urgentemente.
Chiudi gli occhi. E’ il monte. Tocca.
Saltano le cime frantumando la roccia
e si uccide un bosco, inutilmente.

C’è anche sulla luna la dinamite? Andiamo.
Morte alla morte per la morte: guerra.
In verità, pensa il toro, il mondo è bello.

Già i rami bruciano.
Apri la bocca. (Il mare. Il monte.) Chiudi
gli occhi e sciogliti i capelli.

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Dal sito La Repubblica.it – “Cultura & Scienze”, nel giorno della morte di Rafael Alberti:

RCadix (Spagna). Un arresto cardiaco ha fermato per sempre “quel sagittario irrequieto e vagabondo”, come lui stesso amava definirsi, nella sua casa del sud della Spagna a El Puerto De Santa Maria. Rafael Alberti, poeta, scrittore, pittore esiliato dal regime franchista, aveva 96 anni ed era l’ultimo rappresentante della “Generazione 27”, il movimento cui appartenevano Garcia Lorca e Vicente Aleixandre. Nato il 16 dicembre 1902, lascia giovane l’Andalusia per Madrid, ma rimane attaccatissimo alla sua patria. Si fa strada presto nel mondo dei versi e del surrealismo. Sono del 1929 le dolorose liriche “Sugli angeli” (“Sobre los angeles”). Quegli anni li passa con Federico Garcia Lorca, Salvator Dalì, Pablo Picasso, amici e compagni di strada. Il primo premio importante lo riceve nel 1925 con la raccolta “Marinero en tierra”, un canto d’amore per il mare con cui riceve il premio nazionale della letteratura. Degli anni ’60 sono i suoi “Poemi d’amore”, i versi per “Roma, pericolo per i viandanti”, “Gli otto nomi di Picasso”. Le più recenti rime “Amore in bilico” sono dedicate all’erotismo e alla donna, alla sua nuova e giovane compagna. Ma è l’impegno politico a prendere il sopravvento e a stravolgere tutta la sua vita. Fin dai primi anni Trenta diventa un militante del Partito comunista spagnolo. Studia teatro nell’Unione Sovietica e dirige con la moglie Maria Teresa Leon – scomparsa nell’88 – la rivista rivoluzionaria Octubre. Dal ‘36 al ’39 partecipa alla guerra civile nelle file repubblicane. Dopo la vittoria di Francisco Franco, viene costretto all’esilio prima in Francia, poi in Messico, Argentina e Italia. E ogni volta che qualcuno parla di sofferenza risponde: “Non mi pento di niente. Non sarò mai un ex comunista”. In Spagna torna soltanto nel 1977, nella sua città, dove nel 1990 si era risposato con Maria Asuncion Mateo, 44 anni più giovane di lui, e dove oggi il suo cuore si è fermato. Le sue ceneri saranno sparse nella baia di El Puerto De Santa Maria. (28 ottobre 1999)

(Tratto da L’Ombra delle Parole, che si ringrazia)