Hermann Broch, due poesie

ITALY, Sicily, Barcellona  artist Emilio ISGRO' holding an orange in his hand.

Hermann Broch, due poesie da “La verità solo nella forma, Poesie 1913-1949”, De Piante Ed., 2021

*

Prato notturno in settembre
.
Superata dagli astri
vaga la nuvola e scivolano
lentamente i campi
nell’umidità della notte.
Poi lo sguardo cerca l’inimitabile,
le ombre argentee degli alberi e
il cantare che piove, cerca
il rilassato fluttuare dei prati radicato
nel fiato e nel silenzio. Lontano scorrono
fiumi ricoperti di stelle e al di là della lontananza
canta di notte il gallo.
Nulla sfugge allo sguardo, tutto resiste
avvolto dall’occhio, ridimensionato dalla domanda
fluttua un cielo di steli argentei
verso le mani che cercano tastoni, e ti getti nell’erba,
in ascolto del ventre della terra
essa si offre amorevole alla domanda amorosa
e accade il suo mistero.
Per quanto poi penetri nei campi irradiati
sempre più dal margine e sconfinato già il prato,
penetri il visibilmente celato e il presunto mistero
del fulgore inglese, il tuo procedere e cadere
il tuo amare e il tuo ascoltare diventa nuovo occultamento
e oltrepassa il mistero della luce, e oltrepassa
la tua domanda, e per quanto anche vaghi, oh anima,
tu resti al margine del prato. –
Puoi tu, mortale, tu che cammini al margine
di ogni oscurità, puoi tu,
contemplatore che mai riconosce, tornare ancora a casa
alle dimensioni del passato, nelle quali
il sorriso abita insieme al canto?

~

Lago Maggiore 

Potente e clemente si rivela qui
il divino,
in nessun luogo il suo sorriso è così grande,
in nessun luogo così tenero –
alito d’acciaio di questo paesaggio,
quando argentate le onde sbattono
sulle lontane cime nevose,
fluttuante lo specchio del lago
l’eco azzurrata.
Nelle pieghe dell’infinitezza
dimora l’uomo
e dalle misere suppellettili terrene
vaga il suo sguardo nell’ebbro
inebriato dal soave canto speculare
e perduta
la melodia delle colline
poiché i pendii franano, roccia e terreno ricoperto di prati
trascinano i boschi
verso le rive popolate dagli uomini,
ritrovate nell’illuminata
isola.
Proveniente da tempi remoti, toccante i tempi remoti
io come ogni uomo
nelle pieghe dell’infinitezza
indegno l’uno, degno l’altro,
il mio occhio, il mio sguardo
e la musica delle colline
oh suono orribilmente leggiadro,
mio cuore.
Chi può chiamare Dio, quando lui ride?
Chi può ascoltarlo, quando lui canta?
E attraverso i rami
Del sereno albero frondoso
riluce il lago
eco.
Isola dell’anima
mio cuore.

Friedrich Hölderlin, Ricordo

RICORDO, poesia di Friedrich Hölderlin

È il vento di nord est.
Il più amato dei venti
per me, perché ai marinai promette
la rotta giusta e l’anima ardente.
Va’ e saluta
la bella Garonna
e i giardini di Bordeaux
là dove il sentiero
s’accosta alla riva aspra
e il ruscello cade profondo
nel grande fiume
ma sopra
è in vedetta la nobile coppia
delle querce e i pioppi d’argento –

io mi ricordo
ancora del bosco d’olmi
che china le larghe cime dei monti
sul mulino, ma nella corte
cresce la pianta del fico.
Nei giorni di festa
vanno le donne brune
sopra un piano di seta,
al tempo di marzo,
quando uguali son la notte e il giorno,
e sui sentieri lenti
carico di sogni d’oro
passa ondoso il respiro del vento:
ma mi si offra quella coppa inebriante
colma di luce bruna
perché possa riposare:
dolce sarebbe
sotto le ombre il sonno.
E male è se l’anima si perde
lontano da pensieri di mortali.
Bene è invece parlare,
dire i pensieri del cuore,
udir molte cose
dei giorni dell’amore,
dei fatti che avvennero.

Ma gli amici, dove sono?
Bellarmino e il suo compagno?
C’è chi ha timore
ad andar alla fonte.
Ma la ricchezza ha inizio
nel mare. Essi come pittori
raccolgono tutta la bellezza
del mondo e non spregiano
la guerra alata, avere
la casa sotto un albero senza fronde,
per anni, solitari,
dove la notte non ha luci
di città e di feste
né musiche né danze native.

Ma ora quegli uomini sono salpati
per le Indie, nel promontorio arioso
presso le erte vigne
da cui la Dordogna scende
e insieme alla Garonna sfarzosa
esce fiume ampio come mare.
Il mare dona e toglie il ricordo;
l’amore fissa i suoi occhi fedeli.
Ma il poeta fonda ciò che resta.

(Trad. di Enzo Mandruzzato)

.

Friedrich Hölderlin (Lauffen am Neckar 1770 – Tubinga 1843) è uno dei massimi autori del romanticismo tedesco. Durante la sua formazione avvertì l’influsso di Klopstock, Kant, Schiller, Rousseau, e dei greci. Da giovane, studente a Tubinga, sentì fortemente il richiamo del verbo rivoluzionario propagato dalla Francia. Cominciò a scrivere, giovanissimo, inni ed elegie schillerianamente patetiche nel tono e idealizzanti nel contenuto. Tra le traduzioni italiane delle sue poesie Alcune poesie di Hölderlintradotte da Gianfranco Contini, Firenze, Parenti, 1941 – Torino, Einaudi, 1982; Le liriche, 2 voll., trad. Enzo Mandruzzato, Milano, Adelphi, 1977; Tutte le liriche, a cura di Luigi Reitani, con uno scritto di Andrea Zanzotto, Milano, Mondadori (collana “I Meridiani”), 2001. Ricordiamo, inoltre, Iperione, o l’eremita in Grecia, saggio introduttivo di Jacques Taminiaux, Parma, Guanda, 1981 (trad. Marta Bertamini e Fulvio Ferrari); La morte di Empedocle, saggio introduttivo di Elena Polledri, Milano, Bompiani (collana “Il pensiero occidentale”), 2003 (trad. Laura Balbiani); Scritti sulla poesia e frammenti, Torino, Boringhieri, 1958 (trad. Gigliola Pasquinelli); Diotima e Hölderlin: lettere e poesie, Milano, Adelphi, 1979 (trad. Enzo Mandruzzato); Sul tragico, saggio introduttivo di Remo Bodei, Milano, Feltrinelli, 1980; Scritti di estetica, Milano, SE, 1987 (trad. Riccardo Ruschi); Edipo il tiranno, introduzione di Franco Rella, Milano, Feltrinelli, 1991 (trad. Tommaso Cavallo); Antigonae di Sofocle nella trad. di Friedrich Hölderlin, saggio di George Steiner, Torino, Einaudi, 1996.

(dal sito Nuovi Argomenti)

Johann Wolfgang Goethe, due poesie

Mi batteva il cuore; svelto, a cavallo!
E via! Con l’impeto dell’eroe in battaglia.
La sera cullava già la terra,
e sui monti si posava la notte;
se ne stava vestita di nebbia la quercia,
gigantesca guardiana, là
dove la tenebre dai cespugli
con cento occhi neri guardava.
.
Da un cumulo di nubi la luna
sbucava assonnata tra le nebbie;
i venti agitavano le ali sommesse,
sibilavano orridi al mio orecchio;
la notte generava migliaia di mostri,
ma io mille volte più coraggio avevo;
il mio spirito era un fuoco ardente,
il mio cuore intero una brace.
.
Ti vidi, e una mite gioia
passò dal tuo dolce sguardo su di me;
fu tutto per te il mio cuore,
fu tuo ogni mio respiro.
Una rosea primavera
colorava l’adorabile volto,
e tenerezza per me, o numi,
m’attendevo, ma meriti non avevo.
.
L’addio, invece, mesto e penoso.
Dai tuoi occhi parlava il cuore;
nei tuoi baci quanto amore,
oh che delizia, e che dolore!
Partisti, e io restai, guardando a terra,
guardando te che andavi, con umido sguardo;
eppure, che gioia essere amati,
e amare, o numi, che gioia!
.
.
.
Il pescatore
.
(Mentre) l’acqua mormorava, l’acqua si gonfiava,
un pescatore era dunque là seduto,
ed osservava la sua angelica tranquillità
ed era in pace dentro al suo cuore.
E mentre sedeva ed ascoltava attentamente,
il flutto si spezzava verso l’alto;
e dall’acqua agitata venne in su
una donna gocciolante (d’acqua).
.
Ella gli cantò e gli parlò:
”Perché attenti ai miei figli
con scaltrezza e furbizia umana
verso la brace (ardente) della morte?”
Se tu sapessi come sta comodo
il pesciolino sul fondale,
scenderesti senza pensarci due volte
e saresti subito sanato.
.
Non si ristora il caro sole,
come pure la luna, sopra il mare?
Non gira forse ondeggiando
lo sguardo suo due volte più bello?
Non ti incanta il profondo cielo,
con il suo splendido azzurro?
Non ti alletta la tua strana figura
nella rugiada perenne?”
.
L’acqua mormorava, l’acqua si gonfiava,
e gli inumidiva il piede bagnato
il suo cuore si riempiva di desiderio,
come nel più caro degli incontri.
Lei gli cantò, lei gli parlò;
e questo accadde a lui:
un po’ lei lo trascinò ed un po’ scivolò da solo
e nessuno lo vide più.
(dal web)

Hans Magnus Enzensberger, due poesie da Sentimenti confusi

poesia il sasso nello stagno angre

Lo spirito del padre 

Certe sere eccolo lì seduto,
come una volta, un po’ curvo,
che canticchia, al tavolo,
sotto la lampada di ferro.
Il pennino raschia
sulla carta millimetrata.
Tranquillo, risoluto, lascia
la sua traccia nera.
A tratti mi sta a sentire,
la testa bianca, di neve, reclinata,
sorride assente, continua a lavorare
al suo magnifico progetto
che io non posso capire
che lui mai finirà.
Lo sento canticchiare.

§

Qualche riga oziosa

Mai abbiamo combinato meno guai di allora
quando in lenti pomeriggi a poco a poco ci si ubriacava,
e mai fummo più innocui, a parte il sonno,
che in quei giorni che trascorrevamo in chiacchiere balorde;
già la sera avevamo dimenticato tutte le cose dette.
Sì, era favoloso, come oziavamo per interi giorni,
ricchi e pigri perché ignari di noi stessi, lì a guardare
come quel che ci era dato se ne andava, dolcemente,
……………in sperperi.

*

Hans Magnus Enzensberger, Sentimenti confusi

tratte da Chiosco, traduzione dal tedesco di Anna Maria Carpi (Einaudi)

Hilde Domin, quattro poesie

Hilde Domin, quattro poesie da Il coltello che ricorda
(a cura di PaolaDel Zoppo, Del Vecchio Ed. – altre poesie e una nota sull’autrice, QUI)
.
.
IL TUO ALBERO ROSSO
.
Il tuo albero rosso
fa inverno.
I tuoi uccelli
si levano in volo.
A lungo sedettero muti tra i rami.
Volano
volteggiano su di te.
Diventano estranei.
(trad.di Nadia Centorbi)
.
SEMINA
.
Nell’aiuola
dei miei fianchi
voglio seminare i tuoi occhi
prima che le foglie dorate
cadano e ci ricoprano.
.
Perché in primavera
con i narcisi e i giacinti
si schiudano le nuove palpebre.
.
.
.
FUSO
.
Io
nel blu un fuso
grande e d’oro
che pende senza peso
come un soffione
o come se il cielo
fosse il mare
e mi portasse
risplendente
sulla sua sommità
.
Ogni cosa
che tocchi
e sia pure la mela sul tavolo
è ricoperta
dei miei filamenti dorati
come il mappamondo dei grandi.
.
Io la figlia
sul ramo secco
di un albero invisibile
che ruota nel vento.
(Trad. di Ondina Granato)
.
PETALI DI ROSA
.
Con la testa all’ingiù
4 cm
di spontanea volontà
i calcagni all’altezza del cuore
mi inoltro nella notte
Un colpo sul pavimento
accendo la luce
sono i petali di rosa
(Trad.di Roberta Gado)

Paul Celan, due poesie

JORI_1_croce_fontana
L.Fontana, Croce

.

Il vero

Della croce, di essa rimase, aria,
solo quel braccio, il tra-
versale: si stende davanti al
cavo più profondo del cuore: tu
ricordi te a te stesso, tu
ti sollevi dalla menzogna -:
libero
per forte angoscia
tu ora respiri
e tu
.
parli.

~

Das Wirkliche
.
Vom Kreuz, davon blieb, als Luft,
nur der eine, der Quer-
balken bestehn: er legt sich,
unsichtbar legt er sich vor
die tiefere Herzkammer: du
erinnerst dich an dich selber, du
hebst dich hinaus aus der Lüge -:
frei
vor lauter Beklemmung
atmest du jetzt
und du
.
sprichst.

da “Sotto il tiro dei presagi”, Einaudi

*

Nei fiumi a nord del futuro

Nei fiumi a nord del futuro
getto la rete che tu,
esitante, carichi
di ombre scritte
da pietre.

~

In den flussen nördlich der Zukunft

In den flussen nördlich der Zukunft
werf ich das Netz aus, das du
zögernd beschwerst
mit von Steinen geschriebenen
Schatte.

da “Virata di respiro” (“Atemwende”), dal web

due poesie di Bertolt Brecht

*

Un giorno, quando ne avremo il tempo
penseremo i pensieri di tutti i pensatori di tutti i tempi
guarderemo tutti i quadri di tutti i maestri
rideremo con tutti i burloni
faremo la corte a tutte le donne
istruiremo tutti gli uomini.

(Poesie 1947 – 1956)

.*

*

Molti pensano che noi ci diamo da fare
nelle faccende più peregrine,
ci affatichiamo in strane imprese
per saggiare le nostre forze o per darne la prova.
Ma in realtà è più nel vero chi ci pensa
intenti semplicemente all’inevitabile:
scegliere la strada più dritta possibile, vincere
gli ostacoli del giorno, evitare i pensieri
che hanno avuto esiti cattivi, e scoprire
quelli propizi, in breve:
aprire la strada alla goccia nel fiume che si apre
la strada in mezzo alla pietraia.

(Poesie 1941 – 1947)

……….

Bertolt Brecht, scrittore e uomo di teatro tedesco (Augusta 1898 – Berlino 1956, nato da genitori di agiata borghesia, frequentò gli ambienti dell’avanguardia artistica monacense e berlinese abbandonando, senza concluderli, gli studi di medicina e volgendosi all’attività letteraria. Formatosi nel clima dell’espressionismo patetico e umanitario nonché dei giochi paradossali e provocanti del dadaismo, seppe trovarvi uno spazio poetico autonomo sin dai primi esperimenti originali, in cui circola una considerazione del mondo e delle cose che è disincantata e nello stesso tempo piena di umana curiosità, una ironia corrosiva che si diverte a demolire i valori più tradizionali della borghesia guglielmina, una ricerca delle ragioni materiali che sollecitano azioni e comportamenti degli individui. (continua al seguente link http://www.treccani.it/enciclopedia/bertolt-brecht/)

Bertolt Brecht, A coloro che verranno

A coloro che verranno di Bertolt Brecht (Augusta, 1898 – Berlino Est, 1956)

1.

Davvero, vivo in tempi bui!
La parola innocente è stolta. Una fronte distesa
vuol dire insensibilità. Chi ride,
la notizia atroce
non l’ha saputa ancora.

Quali tempi sono questi, quando
discorrere d’alberi è quasi un delitto,
perché su troppe stragi comporta silenzio!
E l’uomo che ora traversa tranquillo la via
mai più potranno raggiungerlo dunque gli amici
che sono nell’affanno?

È vero: ancora mi guadagno da vivere.
Ma, credetemi, è appena un caso. Nulla
di quel che fo m’autorizza a sfamarmi.
Per caso mi risparmiano. (Basta che il vento giri,
e sono perduto).

“Mangia e bevi!”, mi dicono: “E sii contento di averne”.
Ma come posso io mangiare e bere, quando
quel che mangio, a chi ha fame lo strappo, e
manca a chi ha sete il mio bicchiere d’acqua?
Eppure mangio e bevo.

Vorrei anche essere un saggio.
Nei libri antichi è scritta la saggezza:
lasciar le contese del mondo e il tempo breve
senza tema trascorrere.
Spogliarsi di violenza,
render bene per male,
non soddisfare i desideri, anzi
dimenticarli, dicono, è saggezza.
Tutto questo io non posso:
davvero, vivo in tempi bui!

2.

Nelle città venni al tempo del disordine,
quando la fame regnava.
Tra gli uomini venni al tempo delle rivolte,
e mi ribellai insieme a loro.
Così il tempo passò
che sulla terra m’era stato dato.

Il mio pane, lo mangiai tra le battaglie.
Per dormire mi stesi in mezzo agli assassini.
Feci all’amore senza badarci
e la natura la guardai con impazienza.
Così il tempo passò
che sulla terra m’era stato dato.

Al mio tempo le strade si perdevano nella palude.
La parola mi tradiva al carnefice.
Poco era in mio potere. Ma i potenti
posavano più sicuri senza di me; o lo speravo.
Così il tempo passò
che sulla terra m’era stato dato.

Le forze erano misere. La meta
era molto remota.
La si poteva scorgere chiaramente, seppure anche per me
quasi inattingibile.
Così il tempo passò
che sulla terra m’era stato dato.

3.

Voi che sarete emersi dai gorghi
dove fummo travolti
pensate
quando parlate delle nostre debolezze
anche ai tempi bui
cui voi siete scampati.

Andammo noi, più spesso cambiando paese che scarpe,
attraverso le guerre di classe, disperati
quando solo ingiustizia c’era, e nessuna rivolta.

Eppure lo sappiamo:
anche l’odio contro la bassezza
stravolge il viso.
Anche l’ira per l’ingiustizia
fa roca la voce. Oh, noi
che abbiamo voluto apprestare il terreno alla gentilezza,
noi non si poté essere gentili.

Ma voi, quando sarà venuta l’ora
che all’uomo un aiuto sia l’uomo,
pensate a noi
con indulgenza.

*

Trad. italiana di Roberto Fertonani; da: Bertolt Brecht, Poesie scelte, Milano, Oscar Mondadori, 1971 (dal web)

R.M.Rilke, Annunciazione

Rainer Maria Rilke

Annunciazione
(Le parole dell’Angelo)

Tu non sei piú vicina a Dio di noi;
siamo lontani tutti. Ma tu hai stupende
benedette le mani.
Nascono chiare a te dal manto,
luminoso contorno:
io sono la rugiada, il giorno,
ma tu, tu sei la pianta.

Sono stanco ora, la strada è lunga,
perdonami, ho scordato
quello che il Grande alto sul sole
e sul trono gemmato,
manda a te, meditante
(mi ha vinto la vertigine).
Vedi: io sono l’origine,
ma tu, tu sei la pianta.

Ho steso ora le ali, sono
nella casa modesta immenso;
quasi manca lo spazio
alla mia grande veste.
Pur non mai fosti tanto sola,
vedi: appena mi senti;
nel bosco io sono un mite vento,
ma tu, tu sei la pianta.

Gli angeli tutti sono presi
da un nuovo turbamento:
certo non fu mai cosí intenso
e vago il desiderio.
Forse qualcosa ora s’annunzia
che in sogno tu comprendi.
Salute a te, l’anima vede:
ora sei pronta e attendi.
Tu sei la grande, eccelsa porta,
verranno a aprirti presto.
Tu che il mio canto intendi sola:
in te si perde la mia parola
come nella foresta.

Sono venuto a compiere
la visione santa.
Dio mi guarda, mi abbacina…

Ma tu, tu sei la pianta.

(traduzione di Giaime Pintor, da Il libro delle immagini, dal web — immagine: M.Chagall, “Apparizione”)

Hilde Domin, breve selezione di poesie tradotte in italiano

Hilde Domin, breve selezione di poesie tradotte in italiano

*

Lacrime di resina

La ferita dei pini sempre fresca
mai caduta in prescrizione
questo bosco in lacrime
colmo di calici di pianto
Il coltello che ricorda
e mai consente di guarire

Il tempo
asciugherà le verdi chiome
non la ferita

Questi nudi
tronchi
dovrebbero potersi vestire

(Trad. di Chiara De Luca)

*

Nell’antro di Polifemo

Il gigante cieco torna a ghermirmi.
La sua mano conta le pecore.

Andarsene di nuovo
sotto la pancia dell’ariete.
Già una volta
sotto la mano che conta.

Quelli che se ne vanno
lasciano indietro tutto
quelli che se ne vanno
sotto la mano che conta.

Quelli che fuggono
dal gigante
non portano con sé null’altro
che la fuga.

(trad. di Anna Maria Curci)

*

Paracadute

Poesia intrisa di lacrime
della solitudine estrema
tu rete sopra il baratro
bianco paracadute
che si apre sul precipizio

Un angelo avrebbe le ali
sotto di lui
non si sfalderebbe il terreno
un angelo non riceverebbe mai
messaggi confusi
su ciò che lo riguarda

(trad. di Stefania Deon)
da Il coltello che ricorda. A cura di Paola Del Zoppo, Del Vecchio editore, 2016

*

La corda dorata

Niente è così fugace
quanto l’incontro.

Giochiamo come bambini,
ci invitiamo e ce ne andiamo
come se avessimo per sempre tempo.
Scherziamo con gli addii,
collezioniamo lacrime come biglie
e proviamo se i coltelli tagliano.
Ecco che chiamano
il nome.
Ecco che finisce
l’intervallo.

Ci reggiamo
impauriti
alla corda dorata
e ci opponiamo alla partenza.
Ma si lacera.
Spinti lontano:
via dalla stesa città,
via dallo stesso mondo,
sotto la stessa
terra,
che tutto confonde.

*

Paesaggio in movimento

Si deve saper andare via
e tuttavia essere come un albero:
come se le radici rimanessero nel terreno,
come se il paesaggio si muovesse e noi restassimo fermi.
Si deve trattenere il fiato,
finché si calma il vento
e l’aria estranea inizia a girarci intorno,
finché il gioco di luci e ombre,
di verde e di blu,
crea gli antichi disegni
e siamo a casa,
ovunque essa sia,
e possiamo sederci e appoggiarci,
come se fossimo alla tomba
di nostra madre.

*

Parole

Le parole sono melagrane mature,
cadono a terra
e si aprono.
Tutto l’interno si volge all’esterno,
il frutto denuda il proprio segreto
e mostra il suo seme,
un segreto nuovo.

da Con l’avallo delle nuvole, ed. orig. 1987, a cura di Paola del Zoppo e Ondina Granato, Del Vecchio Editore, 2011 – dal web

*

di Ida Travi – «Penso che i nostri discendenti troveranno nelle opere di Hilde Domin il messaggio di un’epoca meravigliosamente creativa e spaventosamente distruttiva» scriveva Manès Sperber. È vero: nelle poesie di Hilde Domin scorre qualcosa di mai visto e di terribile, proprio come il secolo che la scrittrice ha attraversato: il nostro Novecento. Nata a Colonia nel 1909 Hilde morirà a Hildeberg nel 2006, insignita dai maggiori premi letterari. È, con Nelly Sachs una delle poetesse tedesche più importanti del Novecento. Alla fine è la parola è la sua seconda raccolta pubblicata in Italia (Del Vecchio Editore 2013, a cura di Paola Del Pozzo, traduzione e note di Ondina Granato, pp.416, euro 15)Mai visto e terribile. Questo è il mondo. «I miei piedi si meravigliavano/ che vicino a loro camminassero piedi/che non si meravigliavano/…». Un foglio, una maschera funeraria. «La mia mano/ cerca un appiglio e trova/ solo una rosa a sostegno». E la rosa è il simbolo della lingua, soprattutto quella tedesca.
Figlia di un avvocato ebreo Hilde nasce nel 1909 a Colonia, con il nome di Hilde Löwenstein. Studia a Colonia, a Heildeberg, a Berlino, a Bonn. Si forma con maestri come Karl Jaspers e Karl Mannheim. Poetessa, scrittrice, saggista, costretta giovanissima a emigrare sarà Roma con Erwin Walter Palm, archeologo e scrittore a sua volta, e lo sposerà. Per moltissimi è una vita d’esilio in quegli anni, ma è pur sempre vita, anzi, l’esilio è l’unico modo di sfuggire alla morte. Prima in Inghilterra e poi nella Repubblica Dominicana. È una perdita d’identità, è la voglia d’un altro nome: «ho cambiato il mio nome». La sua poesia comincia da lì, nel punto in cui il «nome diventa qualcosa di estraneo». Lei è «la straniera/ che parla la loro lingua». Lei «non ha casa in cui piangere». Alla Repubblica Dominicana deve dunque quel nome così simile a un suono di campana: quell’essere stranieri è condizione secolare, millenaria, e il nuovo nome te lo assegna il tempo, il mondo. «Noi siamo stranieri/ da isola/a isola./ Ma la mattina quando il mare ci arriva fino al letto/…». Non è un caso se la morte della madre, coincide con l’inizio della scrittura di Hilde. Nei versi si rivolge alla madre, la rivede «…con il foulard rosso/ come giacessi in una barca». Nel 1966, Hilde Domin scriverà a Nelly Sachs in occasione del suo settantacinquesimo compleanno, le scriverà della necessità di tornare al fondo della lingua materna. Senza questo passaggio nessun’altra lingua è rifugio«che colui che viene scacciato abbia un rapporto particolarmente attento con la lingua,… che lui già da solo si faccia ’messaggero’, portatore delle lingue nella propria, e viceversa modellando la lingua madre sul mondo». E quando, dopo circa trent’anni, Hilde Domin tornerà in Germania avrà Solo una rosa a sostegno: quella rosa è la tua parola, la tua lingua. Alla parola ti appoggi quando tutto frana. La parola ti sostiene, ti riscalda. La parola, in sé, non ha colpe. È una via di salvezza.
La poetessa stessa ricorda come nacque quella poesia: lei era seduta sulla coperta di lana, dopo il ritorno «a casa». C’era una rosa, lì, sul comodino. E la rosa mutamente le diceva che c’era salvezza. «La poesia era fatta per cambiare la realtà, che era invivibile, e la cambiò». Nella lettera che Hilde spedì a Nelly Sachs per il suo settantacinquesimo compleanno si legge «Gìrati e di’ ai tuoi giovani lettori in Germania, che c’è bisogno di ognuno…nella parola tedesca».
Non di sole parole consiste una lingua, non di sole parole si nutre una poetica. Anzi. Scrive Hans Georg Gadamer: «I versi di Hilde Domin ci fanno capire in modo diverso ciò che davvero è la poesia. Chi con lei realizza cosa sia il ritorno, comprende contemporaneamente che la poesia è sempre un ritorno». Migratori del secolo. Dunque, scrive Hilde Domin: «Non scoraggiarsi/ ma tendere la mano/ al miracolo/ piano/ come a un uccello». [il manifesto, edizione del 30.07.2013, on line]

Bertolt Brecht, due poesie

Due poesie di Bertolt Brecht (Augusta, 1898 – Berlino Est, 1956) 

A CHI ESITA
.

Dici:
per noi va male. Il buio
cresce. Le forze scemano.
Dopo che si è lavorato tanti anni
noi siamo ora in una condizione
più difficile di quando
si era appena cominciato.

E il nemico ci sta innanzi
più potente che mai.
Sembra gli siano cresciute le forze. Ha preso
una apparenza invincibile.
E noi abbiamo commesso degli errori,
non si può negarlo.
Siamo sempre di meno. Le nostre
parole d’ordine sono confuse. Una parte
delle nostre parole
le ha travolte il nemico fino a renderle
irriconoscibili.

Che cosa è errato ora, falso, di quel che abbiamo detto?
Qualcosa o tutto? Su chi
contiamo ancora? Siamo dei sopravvissuti, respinti
via dalla corrente? Resteremo indietro, senza
comprendere più nessuno e da nessuno compresi?

O contare sulla buona sorte?

Questo tu chiedi. Non aspettarti
nessuna risposta
oltre la tua.

da Poesie, Einaudi, Torino, 1992

§

TRA TUTTE LE OPERE

Tra tutte le opere
io prediligo quelle usate.
I bacili di rame ammaccati, appiattiti sugli orli,
le forchette e i coltelli dai manici di legno
che molte mani hanno logorato : queste mi parvero
le più nobili forme. Così anche i selci
che circondano le vecchie case,
smussati dai molti piedi che li calpestarono,
coi ciuffi d’erba che vi crescono in mezzo : queste
sono felici opere.

Entrate nell’uso molteplice, sovente variando aspetto,
migliorano la loro guisa, si fanno pregevoli
perché sovente saggiate.
Persino i frammenti di sculture
con le loro mani mozze m’incantano. Per me
vissero anch’essi. Furono portati anche se poi lasciati cadere.
Anche se travolti stettero pure a non grande altezza.
Gli edifici mezzo diroccati
riprendono l’aspetto di maestosi disegni
ancora incompiuti : le loro belle misure
sono già intuibili; è necessario però
il nostro intendimento. Eppure
hanno già servito, sono anzi già sorpassati. Il sentirlo
mi rende felice.

da Poesie inedite e sparse 1913-1933 – dal web

Friedrich Schiller, La forza del canto

La forza del canto

Con il rombare del tuono giunge
da rocce crepate un torrente di pioggia,
i monti seguono squarciati il suo rovescio,
e al suo passaggio crollano le querce;
l’ode il viandante stupefatto,
fra voluttà ed orrore, e ascolta,
ascolta il flusso scosciante dalla rupe,
ma non sa, da dove urla:
così, da fonti mai scoperte,
erompono le onde del canto.
.
Alleato di potenze tremende,
che volgono mute i fili della vita,
chi può vincere l’incanto del poeta,
chi può resistere al suo canto?
Egli governa i cuori commossi
quasi possedesse una verga divina:
li immerge nel regno dei defunti
e poi, stupiti, li volge al cielo,
cullandoli così, fra gioco e gravità,
sulla mutevole scala dei sentimenti.
.
E come entrasse all’improvviso, con passo da gigante,
misterioso e spettrale, un destino immenso
nel cerchio della gioia –
fa piegare ogni potere terreno
dinnanzi al forestiero d’altro mondo,
tace il vano frastuono d’esultanza,
cade ogni maschera,
mentre difronte all’impotente trionfar del vero
sparisce ogni opera della menzogna.
.
Così, quando risuona l’invito del canto,
l’uomo lascia il peso d’ogni vanità
e s’innalza alla dignità spirituale,
mentre accede in un sacro dominio;
egli appartiene agli dèi superni,
non può sfiorarlo nulla di terreno,
ogni altra forza deve tacere,
nessuna sciagura può più colpirlo;
fin quando regna la magia del canto,
svaniscono le rughe del dolore.
.
E come un bimbo, con calde lacrime di pentimento,
si getta sul cuore della madre dopo disperata brama,
dopo lungo distacco e amara pena,
così il canto riporta il fuggitivo
nelle fedeli braccia della natura,
al suo rifugio di gioventù,
alla sua schietta ed innocente sorte,
da remota contrada e ignote usanze,
per riscaldarlo dai freddi precetti.
.
.

Friedrich Schiller (Johann Christoph Friedrich von Schille, nato a Marbach am Neckar il 10 novembre 1759 e deceduto a Weimar il 9 maggio 1805) è stato un poeta, filosofo, drammaturgo e storico tedesco. La poesia sopra riportata è tratta da Poesie filosofiche a cura di Giampiero Moretti, Ed. SE, 2014 di cui, sotto, si riporta la quarta di copertina

“La questione del senso della storia divenne inesorabilmente, per Schiller, la domanda sul passaggio dal paganesimo al cristianesimo e sulla verità poetica di tale passaggio. Al fondo di queste poesie filosofiche troviamo perciò una serie di tragici interrogativi: è possibile la poesia in un’età del mondo cristiana? Si rivela ancora la grazia della parola poetica una volta che gli antichi dèi sono fuggiti? E infine: qual è il compito del poeta in una dimensione storica che si dà a conoscere nell’oscillazione incerta fra presenza e assenza del divino? […] Il rapporto tra gli antichi dèi e il Dio cristiano non è un’idea filosofica che Schiller cerca di volgere in versi, ma uno spazio della verità esistenziale dell’uomo al cui interno la parola poetica può, ovvero anche può non darsi. Il disincanto del mondo, con le sue venature ancora romantiche, si scopre allora accompagnato da un ospite inquietante, il nichilismo.” (a cura di Giampiero Moretti)

***

Immagine d’apertura: Vincenzo Foppa, Cicerone bambino che legge, 1462-1464 circa, Londra, The Wallace Collection, affresco staccato, strappato e trasportato su tela, 101,6 x 143,7 cm (dal sito storedell’arte.com)

Paul Celan, Fuga di morte

FUGA DI MORTE di Paul Celan (Cernăuti, Bucovina, 1920 – Parigi, 1970)

Nero  latte dell’alba lo beviamo la sera
lo beviamo a mezzogiorno e al mattino lo beviamo la notte beviamo e beviamo
scaviamo una tomba nell’aria là non si giace stretti
Nella casa abita un uomo che gioca con i serpenti che scrive
che scrive all’imbrunire in Germania i tuoi capelli d’oro Margarete
lo scrive ed esce dinanzi a casa e brillano le stelle e fischia ai suoi mastini
fischia ai suoi ebrei fa scavare una tomba nella terra
ci comanda ora suonate alla danza.

Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo al mattino e a mezzogiorno ti beviamo la sera
beviamo e beviamo
Nella casa abita un uomo che gioca con i serpenti che scrive
che scrive all’imbrunire in Germania i tuoi capelli d’oro Margarete
I tuoi capelli di cenere Sulamith scaviamo una tomba nell’aria là non si giace stretti

Lui grida vangate più a fondo il terreno voi e voi cantate e suonate
impugna il ferro alla cintura lo brandisce i suoi occhi sono azzurri
spingete più a fondo le vanghe voi e voi continuate a suonare alla danza

Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo a mezzogiorno e al mattino ti beviamo la sera
beviamo e beviamo
nella casa abita un uomo i tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith lui gioca con i serpenti

Lui grida suonate più dolce la morte la morte è un maestro tedesco
lui grida suonate più cupo i violini e salirete come fumo nell’aria
e avrete una tomba nelle nubi là non si giace stretti

Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo a mezzogiorno la morte è un maestro tedesco
ti beviamo la sera e la mattina beviamo e beviamo
la morte è un maestro tedesco il suo occhio è azzurro
ti colpisce con palla di piombo ti colpisce preciso
nella casa abita un uomo i tuoi capelli d’oro Margarete
aizza i suoi mastini contro di noi ci regala una tomba nell’aria
gioca con i serpenti e sogna la morte è un maestro tedesco

i tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith

(per questo testo si ringrazia il sito Neobar – immagini dal web)

Versi, voci e parole di angeli

Wallace Stevens

Angel Surrounded by Paysans

lo sono l’Angelo della realtà,
intravisto un istante sulla soglia.
Non ho ala di cenere, né di oro stinto,
né tepore d’aureola mi riscalda.
Non mi seguono stelle in corteo,
in me racchiudo l’essere e il conoscere.
Sono uno come voi, e ciò che sono e so
per me come per voi è la stessa cosa.
Eppure, io sono l’Angelo necessario della terra,
poiché chi vede me vede di nuovo
la terra, libera dai ceppi della mente, dura,
caparbia, e chi ascolta me ne ascolta il canto
monotono levarsi in liquide lentezze e affiorare
in sillabe d’acqua; come un significato
che si cerchi per ripetizioni, approssimando.
O forse io sono soltanto una figura a metà,
intravista un istante, un’invenzione della mente,
un’apparizione tanto lieve all’apparenza
che basta ch’io volga le spalle,
ed eccomi presto, troppo presto, scomparso?
(tratto da M.Cacciari, L’angelo necessario, Adelphi)

§

Rainer Maria Rilke

Annunciazione
(Le parole dell’Angelo)

Tu non sei piú vicina a Dio di noi;
siamo lontani tutti. Ma tu hai stupende
benedette le mani.
Nascono chiare a te dal manto,
luminoso contorno:
io sono la rugiada, il giorno,
ma tu, tu sei la pianta.

Sono stanco ora, la strada è lunga,
perdonami, ho scordato
quello che il Grande alto sul sole
e sul trono gemmato,
manda a te, meditante
(mi ha vinto la vertigine).
Vedi: io sono l’origine,
ma tu, tu sei la pianta.

Ho steso ora le ali, sono
nella casa modesta immenso;
quasi manca lo spazio
alla mia grande veste.
Pur non mai fosti tanto sola,
vedi: appena mi senti;
nel bosco io sono un mite vento,
ma tu, tu sei la pianta.

Gli angeli tutti sono presi
da un nuovo turbamento:
certo non fu mai cosí intenso
e vago il desiderio.
Forse qualcosa ora s’annunzia
che in sogno tu comprendi.
Salute a te, l’anima vede:
ora sei pronta e attendi.
Tu sei la grande, eccelsa porta,
verranno a aprirti presto.
Tu che il mio canto intendi sola:
in te si perde la mia parola
come nella foresta.

Sono venuto a compiere
la visione santa.
Dio mi guarda, mi abbacina…

Ma tu, tu sei la pianta.

(traduzione di Giaime Pintor, da Il libro delle immagini, dal web)

§

Angelo Bruno

e’ proprio della terra
desolata
il ricordo d’una necessita’ definitiva.
nella disperazione dell’eterna speranza
s’odono, com’eco estrema,
strazianti versi d’angelo,
o di chissa’ quale altro animale,
e, nel vuoto d’un paesaggio interiore
dov’e’ gia’ accaduta ormai la catastrofe
dell’anima, tra lacrime e bisogno,
delle cose
sparse, consunte, come di bestia sbranata,
sembrano pezzi d’angelo,
all’angelo stesso.
(inedito)

§

Giovanni Michelucci

[…] “fare proprie le suggestioni del sogno può diventare uno dei pochi appigli alla speranza, per riacquistare un rapporto diverso non solo con il proprio passato, ma soprattutto con il futuro. Fatto sta che ho sognato la cosa più elementare che possa sognare un uomo: una capanna in un bosco. Una capanna con la porta a bocca di lupo, una povera capanna, una dimora provvisoria, il cui aspetto evocava l’infanzia, i ricordi ancestrali, gli odori e gli umori del muschio, del pane appena cotto, del formaggio. Ricordi forse di una realtà irrecuperabile se non nel sogno.

Tanto è vero che, avvicinandomi, la capanna, invece di ingrandirsi, rimpiccioliva sempre più. Un luogo talmente piccolo da considerarsi inabitabile. Ma d’un tratto ho intravisto all’interno l’ala di un angelo: una presenza angelica. E nessun luogo è povero o di poco conto se è abitato da un angelo! Allora da questo sogno, apparentemente regressivo, mi è parso di comprendere visivamente una realtà elementare eppure ricca di implicazioni: che non sono i luoghi che devono cambiare, ma le persone che li abitano. Una verità che Giotto aveva capito benissimo. Tanto è vero che in molte delle sue opere gli spazi raffigurati sono angusti rispetto all’azione che vi si svolge. La stessa ala dell’angelo che io ho sognato somiglia a quella che attraversa la piccola finestra nell’edicola dell’Annunciazione. Uno spazio è sempre povero, quando è privo di capacità di relazioni, ed è sempre bello, quando è generativo di incontri, di possibilità sinora inesplorate.

(da Il sogno)

§

Approfondimento: Gli angeli di Paul Klee (clicca qui per leggere)

 

Rainer Maria Rilke, Sonetti ad Orfeo, XXIX

Rainer Maria Rilke, dai Sonetti ad Orfeo (Poesie 1907-1926, Einaudi, 2000)

XXIX

Tacito amico delle molte lontananze, senti
come lo spazio accresci ad ogni tuo respiro.
Con le fosche campane nella cella oscillando
rintocca anche tu. Ciò che ti consuma

diverrà forza grazie a questo cibo.
Tu entra ed esci dalla metamorfosi.
Qual è la tua esperienza che più duole?
Se t’è amaro il bere, fatti vino.

In questa notte in cui tutto trabocca
sii magica virtù all’incrocio dei tuoi sensi,
dei loro strani incontri sii tu il senso.

E se il mondo ti avrà dimenticato,
di’ alla terra immobile: Io scorro.
All’acqua rapida ripeti: Io sono.

*

Rainer Maria Rilke (Praga, 1875 – Montreux, 1926), poeta e scrittore austriaco di origine boema è considerato uno dei più importanti poeti di lingua tedesca del XX secolo. Autore di opere sia in prosa che in versi tra cui le Elegie duinesi, i Sonetti a Orfeo e I quaderni di Malte Laurids Brigge. Con il sonetto XXIX sopra proposto, si chiudono i Sonetti a Orfeo.