Antonia Pozzi, Commiato

tramonto fuoco

Commiato

Si levarono alate di tormenta
le crode
sul gran volo della slitta:

poi declinò
con l’ombra del cavallo
il sole rosso
su dorsi di abeti.
Allora
accordi tenui di chitarra,
cori sommessi infranti, oltre le creste
corsero col tramonto
sul deserto
tinnulo trotto.

A sera
l’ultima mano rosea –
una pietra –
alta accennava
salutando:
e pallida
nell’aria viola pregava le stelle.

Lentamente
i fiumi a notte
mi portavano via.

(Misurina, 11 gennaio 1936)

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Antonia Pozzi (dal web)

AA.VV. Fase 1, cinquantacinque giorni diversi / e-book scaricabile gratuitamente

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AA.VV. FASE 1

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Si ringraziano di cuore gli autori –  Flavio Almerighi, Sergio Angeli, Angelo Bruno e Alfonso Graziano – per aver aderito, con sensibile partecipazione, a questa condivisione che oggi, 5 maggio, data poetica ed emblematica, dedichiamo e doniamo ai lettori, come atto finale e atto iniziale, al contempo, di un particolare momento storico. Per leggere l’ebook-pdf basta scaricarlo gratuitamente, cliccando sul titolo sotto l’immagine d’apertura. [AnGre]

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“[…] Poi, quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e a uscirne vivo. Anzi, non sarai neanche sicuro se sia finita per davvero. Ma su un punto non c’è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi è entrato. Sì, questo è il significato di quella tempesta di sabbia”

 Haruki Murakami, Kafka sulla spiaggia (Torino, Einaudi 2008).

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Sono giorni di cospetti sincopati
sempre con la stessa opaca visione.
Questo IO che ho scandagliato
fino all’estrema pazienza di conviverci.
E rendermi conto che
una parte di noi stessi è l’altro.
.
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Città vuote,
il paesaggio senz’uomini
è una natura morta, un render d’architettura,
e natura naturans incessante, e indifferente,
-il gioco del mosaico del tabacco-
in riequilibrio vitale continuo.
.
.
.
Fermo resto qui adesso
Strappo via anima inquieta
Lascio volare via ogni sensazione.
Limbo di svolta eccolo qui
Tutto si muove prende forma
Santuario sono
Involucro di speranza resto.
.
.
.
non ho mai smesso di scrivere
sciocchezze in bilico tra
l’imitazione e il nulla, ottone
d’importazione per candelabri spenti,
non sono pronto a odiare primavere
ed estate, conto le api.
.
.
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Oggi ho perduto qualcosa.
Lo so.
Ma non chiedermi cosa perché non so.
Ogni giorno perdiamo qualcosa.
Un po’ di vita
ai quattro angoli.
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(versi estratti dall’eBook FASE 1)

Louis Aragon, Sono l’eresiarca di tutte le chiese

man-ray

Sono l’eresiarca di tutte le chiese

Sono l’eresiarca di tutte le chiese
Ti antepongo a tutto ciò per cui vale la pena di vivere e morire
Ti porto l’incenso dei luoghi santi e la canzone del foro
Guarda le mie ginocchia che sanguinano per il tanto pregare davanti a te
I miei occhi ciechi per tutto ciò che non è tua fiamma
Sono sordo a ogni pianto che non venga dalla tua bocca
Non capisco i milioni di morti se non quando sei tu che gemi
E’ per i tuoi piedi che provo dolore a ogni sasso dei viottolo
Per le tue braccia lacerate da tutti i cespugli di rovo
Tutti i fardelli che si portano straziano le tue spalle
Tutti i dolori del mondo sono racchiusi in una tua lacrima
Non avevo mai sofferto prima di te
Si può forse dire che soffra
La bestia che ferita lancia un grido
Come potete paragonare al male animale
Questa vetrata in mille pezzi dove si compie una crocifissione del giorno
Tu m’hai insegnato l’alfabeto del dolore
Io adesso so leggere i singhiozzi    Sono fatti tutti del tuo nome
Del tuo nome soltanto il tuo nome spezzato il tuo nome di rosa sfogliata
Il tuo nome giardino di ogni Passione
Il tuo nome che andrò a scrivere nel fuoco dell’inferno alla faccia del mondo
Come quelle lettere misteriose sulla croce del Cristo
Il tuo nome grido della mia carne e strazio della mia anima
Il tuo nome per il quale brucerò tutti i libri
Il tuo nome onnisciente in fondo all’umano deserto
Il tuo nome che è per me la storia dei secoli
Il cantico dei cantici
Il bicchier d’acqua nella catena dei forzati
E tutti i vocaboli non sono che un campo di cocci di bottiglia alle porte di una città maledetta
Quando il tuo nome canta sulle mie labbra spaccate
Il tuo nome soltanto e mi taglino pure la lingua
Il tuo nome
Tutto musica nell’istante della morte.

*

[trad. di Francesco Bruno – da Poesia d’amore del Novecento, Crocetti Editore 2007]

§

Je suis l’hérésiarque de toutes les églises

Je suis l’hérésiarque de toutes les églises
Je te préfère à tout ce qui vaut de vivre et de mourir
Je te porte l’encens des lieux saints et la chanson du forum
Vois mes genoux en sang de prier devant toi
Mes yeux crevés pour tout ce qui n’est pas ta flamme
Je suis sourd à toute plainte qui n’est pas de ta bouche
Je ne comprends des millions de morts que lorsque c’est toi qui gémis
C’est à tes pieds que j’ai mal de tous les cailloux des chemins
A tes bras déchirés par toutes les haies de ronces
Tous les fardeaux portés martyrisent tes épaules
Tout le malheur du monde est dans une seule de tes larmes
Je n’avais jamais souffert avant toi
Souffert est-ce qu’elle a souffert
La bête clamant une plaie
Comment pouvez-vous comparer au mal animal
Ce vitrail en mille morceaux où s’opère une mise en croix du jour
Tu m’as enseigné l’alphabet de douleur
Je sais lire maintenant les sanglots Ils sont tous faits de ton nom
De ton nom seul ton nom brisé ton nom de rose effeuillée
Ton nom le jardin de toute Passion
Ton nom que j’irais dans le feu de l’enfer écrire à la face du monde
Comme ces lettres mystérieuses à l’écriteau du Christ
Ton nom le cri de ma chair et la déchirure de mon âme
Ton nom pour qui je brûlerais tous les livres
Ton nom toute science au bout du désert humain
Ton nom qui est pour moi l’histoire des siècles
Le cantique des cantiques
Le verre d’eau dans la chaîne des forçats
Et tous les vocables ne sont qu’un champ de culs-de- bouteille à la porte d’une cité maudite
Quand ton nom chante à mes lèvres gercées
Ton nom seul et qu’on me coupe la langue
Ton nom
Toute musique à la minute de mourir

*

[da Elsa (1959)]

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Louis Aragon (Parigi, 3 ottobre 1897 – Parigi, 24 dicembre 1982) poeta e scrittore francese, dopo aver preso parte al dadaismo dal 1919 al 1924 e nel 1924 stesso fu uno dei fondatori del movimento surrealista insieme ad André Breton e Philippe Soupault. Aderì con alcuni membri del gruppo surrealista, al Partito comunista francese, a cui rimase fedele fino alla morte, pur restando critico nei confronti dell’URSS, in particolare a partire dagli anni cinquanta. La sua poesia, che riporta in filigrana la segreta ferita di non essere stato riconosciuto da suo padre, fu ampiamente ispirata, dopo gli anni quaranta, all’amore per sua moglie, Elsa Triolet, poetessa di origini russe incontrata nel 1928 e sposata nel 1939 insieme alla quale Aragon collaborò con la stampa francese di sinistra prima e durante la Seconda guerra mondiale, agendo in clandestinità durante l’occupazione nazista. Con Robert Desnos, Paul Éluard, Jean Prévost, Jean-Pierre Rosnay e alcuni altri, fu tra i poeti che si schierarono risolutamente, durante la Seconda guerra mondiale, a favore della resistenza contro il nazismo tedesco. Venne insignito del Premio Lenin per la pace nel 1956. Morì il 24 dicembre 1982, vegliato dal suo amico Jean Ristat ed inumato nel parco del Moulin de Villeneuve, sua proprietà a Saint-Arnoult-en-Yvelines, al fianco della sua compagna Elsa Triolet.

Tante sue poesie sono state messe in musica da autori famosi quali Georges Brassens, Jean Ferrat, Léo Ferré, Serge Reggiani. Alcune, tradotte in italiano, sono state cantate anche da autori italiani. Aimer à perdre la raison è forse una delle poesie tradotte in musica che ha avuto maggior successo. [testo tratto e adattato da Wikipedia]

immagine d’apertura: fotografia di Man Ray (primo trentennio del Novecento)

Oh, poesia poesia poesia!! / e-book scaricabile gratuitamente

In occasione della nostra data preferita, il 21 MARZO, in cui si celebra, oltre all’Equinozio di Primavera, anche la Giornata Mondiale della Poesia, Il sasso nello stagno di AnGre ripropone i suoi “libri” in formato scaricabile (cliccate sui link colorati, entrate nelle pagine del blog indicate dal titolo, quindi cliccate sul link indicato per scaricare).

Perché di Poesia si ha ancora bisogno!!!

Buona lettura!

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§  21 marzo: tutti i colori della Poesia

§  Voci di cambiamento

§  Sei poeti greci contemporanei

§  Fuori dallo scaffale

§ S’Amor non è, che dunque è quel ch’io sento?”

§ Ora nuda di AnGre

*

Buon Carnevale…

Carnevale, senza nessun dubbio, festa nazionale.
Ormai non si distingue più, se maschera o reale…
Il pensiero, invece, va a chi in ogni caos mostra
quel che di vero rimane in questa folle giostra!
Lontano dalla calca, dalle luci e dai riflettori,
in un silenzio che parla direttamente ai cuori
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*
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Pierrot
di Paul Verlaine
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………………………………..a Léon Valade.
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Non è più il sognatore lunare della vecchia aria
che rideva agli avi da sopra gli stipiti:
la sua allegria, come la sua candela, ahimè! è morta,
e oggi il suo spettro ci ossessiona, sottile e chiaro.
Ed ecco, nel terrore di un lungo lampo,
la sua pallida blusa scossa dal freddo vento
sembra un sudario, e a bocca spalancata
pare ch’egli stia urlando per i morsi del verme.
Col rumore d’un volo d’uccelli notturni,
le sue maniche bianche fanno vagamente nello spazio
folli segnali cui nessuno risponde.
Gli occhi sono due grandi buchi dove striscia
del fosforo, e la farina fa ancor più spaventosa
la faccia esangue dal naso aguzzo di moribondo.
.
.
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di Fernando Pessoa

Quante maschere e sottomaschere noi indossiamo
Sul nostro contenitore dell’anima, così quando,
Se per un mero gioco, l’anima stessa si smaschera,
Sa d’aver tolto l’ultima e aver mostrato il volto?
La stessa maschera non si sente come una maschera
Ma guarda di fuori di sé con gli occhi mascherati.
Qualunque sia la coscenza che inizi l’opera
Sua, fatale e accettata sorte è l’ottundimento.
Come un bimbo impaurito dall’immagine allo specchio
Le nostre anime, fanciulle, rimangono disattente,
Cambiano i loro volti conosciuti, e un mondo intero
Creano su quella loro dimenticata causa;
E, quando un pensiero rivela l’anima mascherata
Esso stesso non va a smascherare da smascherato.

La trombettina
di Corrado Govoni
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Ecco che cosa resta
di tutta la magia della fiera:
quella trombettina
di latta azzurra e verde
che suona una bambina
camminando scalza per i campi.
Ma in quella nota sforzata,
ci son dentro i pagliacci bianchi e rossi,
c’è la banda d’oro rumorosa,
la giostra coi cavalli, l’organo, i lumini,
come nello sgocciolare d’una grondaia
c’è tutto lo spavento della bufera,
la bellezza dei campi e dell’arcobaleno
nell’umido cerino d’una lucciola
che si sfa sopra una foglia di brughiera
tutta la meraviglia della primavera.

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Il vestito di Arlecchino
di Gianni Rodari
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Per fare un vestito ad Arlecchino
ci mise una toppa Meneghino,
ne mise un’altra Pulcinella,
una Gianduia, una Brighella.
Pantalone, vecchio pidocchio,
ci mise uno strappo sul ginocchio,
e Stenterello, largo di mano
qualche macchia di vino toscano.
Colombina che lo cucì
fece un vestito stretto così.
Arlecchino lo mise lo stesso
ma ci stava un tantino perplesso.
Disse allora Balanzone,
bolognese dottorone:
Ti assicuro e te lo giuro
che ti andrà bene il mese venturo
se osserverai la mia ricetta:
un giorno digiuno e l’altro bolletta!

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Carnevale, ogni scherzo vale
di Gianni Rodari
.
Mi metterò una maschera
da Pulcinella
e dirò che ho inventato
la mozzarella.
Mi metterò una maschera
da Pantalone,
dirò che ogni mio sternuto
vale un milione.
Mi metterò una maschera
da pagliaccio,
per far credere a tutti
che il sole è di ghiaccio.
Mi metterò una maschera
da imperatore,
avrò un impero
per un paio d’ore:
per volere mio dovranno
levarsi la maschera
quelli che la portano
ogni giorno dell’anno…
E sarà il Carnevale
più divertente
veder la faccia vera
di tanta gente.
.
Immagini, in apertura: Martedì grasso di Paul Cézanne, 1888; al centro:  L’entrata di Cristo a Bruxelles (dettaglio) di James Ensor, 1888; in chiusura: Arlecchino seduto di Pablo Picasso, 1923.
.

Ah, l’amore…

Mettimi come sigillo sul tuo cuore,
come sigillo sul tuo braccio;
perché forte come la morte è l’amore,
tenace come gli inferi è la passione:
le sue vampe son vampe di fuoco,
una fiamma del Signore!
Le grandi acque non possono spegnere l’amore
né i fiumi travolgerlo.
Se uno desse tutte le ricchezze della sua casa
in cambio dell’amore, non ne avrebbe che dispregio

(Cantico dei Cantici 8:6-7)

Se ti offendo baciandoti, se questo
ti sembra un’offesa, fammi la stessa
offesa: avanti, baciami anche tu!

(Stratone)

Odio e amo. Forse chiederai come sia possibile;
non so, ma è proprio così, e mi tormento.

(Catullo, Odi et amo, trad. S.Quasimodo)

[…] Poi mi rivolsi a loro e parla’ io,
e cominciai: «Francesca, i tuoi martìri
a lagrimar mi fanno tristo e pio.
.
Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri,
a che e come concedette amore
che conosceste i dubbiosi disiri?».
.
E quella a me: «Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
ne la miseria; e ciò sa ‘l tuo dottore.
.
Ma s’a conoscer la prima radice
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
dirò come colui che piange e dice.
.
Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.
.
Per più fïate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.
.
Quando leggemmo il disïato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,
.
la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu ‘l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante».
.
Mentre che l’uno spirto questo disse,
l’altro piangëa; sì che di pietade
io venni men così com’io morisse.
.
E caddi come corpo morto cade.
(Dante, Commedia, Inferno, Canto V)

ROMEO
Ride delle cicatrici chi non è mai stato ferito.
(notte fonda, giardino di casa Capuleti; sul balcone, appare Giulietta.)
Ma, piano, quale luce erompe da quella finestra?
È l’oriente, e Giulietta è il sole! Oh, sorgi bel sole,
e uccidi la luna invidiosa che è già malata e pallida di rabbia,
perché tu, sua ancella, di lei sei tanto più bella.
Non servirla più, quell’invidiosa: la sua vestale
porta il malsano costume verde indossato solo dai buffoni.
Gettalo via! Oh, se sapesse che è la mia donna,
il mio amore! Oh se lo sapesse!
Ella parla, pur senza dire parola. Com’è mai possibile?
Sono i suoi occhi a parlare, e io risponderò loro.
Sono troppo ardito. Non è a me che parla.
Due tra le stelle più luminose del cielo, dovendo assentarsi,
supplicano i suoi occhi di voler brillare
al loro posto sin che abbiano fatto ritorno.
E se i suoi occhi fossero in quelle sfere,
e le stelle sul suo volto? Le sue guance luminose
farebbero allora vergognare quelle stelle,
come il giorno fa impallidire la luce di una torcia.
E i suoi occhi, in cielo, scorrerebbero nella regione dell’aria
con un tale splendore che gli uccelli,
credendo finita la notte, riprenderebbero a cantare.
Guarda come appoggia la guancia alla sua mano:
potessi essere io il guanto di quella mano,
e poter così toccare quella guancia!
.
GIULIETTA
Ahimè!
(Come avesse sentito un rumore, o forse assorta in tristi pensieri, sospirando)
.
ROMEO
(tra sé) 
Ma parla…
Oh, dì ancora qualcosa, angelo splendente,
così glorioso in questa notte, lassù, sopra la mia testa,
come un messaggero alato del cielo quando abbaglia
gli occhi stupiti dei mortali, che si piegano all’indietro
per guardarlo varcare le nubi che si gonfiano pigre,
e alzare le vele nel grembo dell’aria.
.
GIULIETTA
Oh Romeo, Romeo, perché sei tu Romeo?
Rinnega tuo padre e rifiuta il tuo nome,
oppure, se non vuoi, giura che sei mio
e smetterò io d’essere una Capuleti.
.
ROMEO
(Sempre tra sé) 
Devo ascoltare ancora, o rispondere subito?
.
GIULIETTA
È solo il tuo nome che m’è nemico, e tu sei te stesso
anche senza chiamarti Montecchi. Cos’è Montecchi?
Non è una mano, un piede, un braccio, un volto,
o qualunque parte di un uomo. Prendi un altro nome!
Cos’è un nome? Ciò che chiamiamo rosa,
con qualsiasi altro nome avrebbe lo stesso profumo,
così Romeo, se non si chiamasse più Romeo,
conserverebbe quella cara perfezione che possiede
anche senza quel nome. Romeo, getta via il tuo nome,
e al suo posto, che non è parte di te, prendi tutta me stessa.
.
ROMEO
(con voce decisa)
Ti prendo in parola.
Chiamami amore e sarà il mio nuovo battesimo:
ecco, non mi chiamo più Romeo.
.
GIULIETTA
Chi sei tu che così avvolto nella notte
inciampi nei miei pensieri?
(W.Shakespeare, Romeo e Giulietta, Atto II, scena II)

Un giorno esisterà

Un giorno esisterà la fanciulla e la donna,
il cui nome non significherà più soltanto un contrapposto al maschile,
ma qualcosa per sé,
qualcosa per cui non si penserà a completamento e confine,
ma solo a vita reale: l’umanità femminile.
Questo progresso trasformerà l’esperienza dell’amore,
che ora è piena d’errore,
la muterà dal fondo,
la riplasmerà in una relazione da essere umano a essere umano,
non più da maschio a femmina.
E questo più umano amore somiglierà a quello che noi faticosamente prepariamo,
all’amore che in questo consiste,
che due solitudini si custodiscano, delimitino e salutino a vicenda.

(R.M.Rilke)

Che sia l’amore tutto ciò che esiste
È ciò che noi sappiamo dell’amore;
E può bastare che il suo peso sia
Uguale al solco che lascia nel cuore

(Emily Dickinson)

Edgar Allan Poe, La città nel mare

La città nel mare

Guarda: la Morte si è innalzata un trono
in una città strana e solitaria
laggù, nell’Occidente tenebroso,
dove buoni e cattivi, ottimi e pessimi
sono andati al loro eterno riposo.
I templi ed i palazzi, lì, e le torri
(corrose dal tempo, ma non tremano!)
non somigliano a niente che sia nostro.
E tutt’intorno acque malinconiche
giacciono rassegnate sotto il cielo
dimenticate perfino dai venti.
.
Dal sacro cielo non un raggio scende
a illuminare la sua lunga notte;
solo una luce dal lugubre mare
scorre in silenzio sulle torricelle,
brilla remota e lieve su pinnacoli,
cupole e guglie, e castelli regali,
e sopra templi, e mura babiloniche,
pergole oscure scordate da tempo,
di edera scolpita e fiori in pietra,
su altari innumerevoli, mirabili:
nei loro fregi intrecciano ghirlande
la viola, i viticci e la violetta.
E tutt’intorno le acque malinconiche
giacciono rassegnate sotto il cielo.
Le ombre e le torrette si confondono
e tutto sembra sospeso nell’aria,
mentre in città, da una torre superba
la Morte, gigantesca, guarda giù.
Templi dischiusi e tombe spalancate
si aprono in mezzo alle onde luminose;
eppure, né i tesori che qui giacciono
nell’occhio di diamante di ogni idolo,
né i morti gaiamente ingioiellati,
tentano le acque a uscire dal letto.
Il deserto di vetro non s’increspa.
Questa distesa non si gonfia mai
per annunciare quando soffia il vento
su qualche mare lontano e felice,
non fluttua a dire che una brezza è corsa
su mari meno orribili ed immoti.
.
Ma ecco, adesso, un fremito nell’aria!
L’onda…qualcosa là si sta muovendo!
Quasi le torri avessero scostato
le acque cupe, sprofondando piano,
le loro cime avessero lasciato
un vuoto aperto nel cielo velato,
le ore quasi trattengono il respiro…
E quando, fra gemiti d’altri mondi
giù, giù, quella città si poserà,
l’Inferno sorgerà da mille troni
e a lei s’inchinerà.
.
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Edgar Allan Poe, Il Corvo e altre poesie, a cura di Raul Montanari (Feltrinelli, 2016) — immagine: Gustave Courbet, L’immensite, 1869.
.
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Edgar Allan Poe nasce il 19 gennaio 1809 a Boston, da David Poe ed Elizabeth Arnold, attori girovaghi di modeste condizioni economiche. Il padre abbandona la famiglia quando Edgar è ancora piccolo; quando dopo poco muore anche la madre, viene adottato in maniera non ufficiale da John Allan, ricco mercante della Virginia. Da qui l’aggiunta del cognome Allan a quello originale.Trasferitosi a Londra per questioni commerciali il giovane Poe frequenta scuole private per poi ritornare a Richmond nel 1820. Nel 1826 si iscrive all’università della Virginia dove però comincia ad affiancare agli studi il gioco d’azzardo. Indebitatosi in maniera inusitata, il patrigno si rifiuta di pagare i debiti obbligandolo in questo modo ad abbandonare gli studi per cercarsi un lavoro e far fronte alle numerose spese. Da quel momento iniziano forti incomprensioni fra i due fino a spingere il futuro scrittore ad abbandonare la casa per raggiungere Boston, e da lì arruolarsi nell’esercito. Nel 1829 pubblica in modo anonimo “Tamerlane and other poems”, e con il suo nome “Al Aaraaf, Tamerlane and minor poems”. Nel contempo, lasciato l’esercito, si trasferisce presso parenti a Baltimora. Nel 1830 si iscrive all’accademia militare di West Point per farsi però ben presto espellere per aver disobbedito agli ordini. In questi anni Poe continua a scrivere versi satirici. Nel 1832 arrivano i primi successi come scrittore che lo portano nel 1835 ad ottenere la direzione del “Southern Literary Messenger” di Richmond. Il padre adottivo muore senza lasciare alcuna eredità al figlioccio. Poco dopo, all’età di 27 anni, Edgar Allan Poe sposa la cugina Virginia Clemm, non ancora quattordicenne. E’ questo un periodo nel quale pubblica innumerevoli articoli, racconti e poesie, senza però ottenere grandi guadagni.

In cerca di miglior fortuna decide di trasferirsi a New York. Dal 1939 al 1940 è redattore del “Gentleman’s magazine”, mentre contemporaneamente escono i suoi “Tales of the grotesque and arabesque” che gli procurano una fama notevole. Le sue capacità di redattore erano tali che gli permettevano ogni volta che approdava ad un giornale di raddoppiarne o quadruplicarne le vendite. Nel 1841 passa a dirigere il “Graham’s magazine”. Due anni più tardi le cattive condizioni di salute della moglie Virginia e le difficoltà lavorative, lo portano a dedicarsi con sempre maggior accanimento al bere e, nonostante la pubblicazione di nuovi racconti, le sue condizioni economiche restano sempre precarie. Nel 1844 Poe inizia la serie di “Marginalia”, escono i “Tales” ed ottiene grande successo con la poesia “The Raven”. Le cose sembrano andare per il meglio, soprattutto quando nel 1845 diventa prima redattore, poi proprietario del “Broadway Journal”. Ben presto la reputazione raggiunta viene però compromessa da accuse di plagio, portando Edgar Allan Poe verso una profonda depressione nervosa che, unita alle difficoltà economiche, lo portano a cessare le pubblicazioni del suo giornale. Trasferitosi a Fordham, seriamente malato ed in condizioni di povertà, continua a pubblicare articoli e racconti pur non ottenendo mai vera fama in patria; il suo nome invece comincia a farsi notare in Europa e soprattutto in Francia. Nel 1847 la morte di Virginia segna una pesante ricaduta della salute di Poe, che però non lo distoglie dal continuare a scrivere. La sua dedizione all’alcolismo raggiunge il limite: trovato in stato di semi incoscienza e delirante a Baltimore, Edgar Allan Poe muore il 7 ottobre 1849.

Nonostante la vita tormentata e disordinata l’opera di Poe costituisce un corpus sorprendentemente nutrito: almeno 70 racconti, di cui uno lungo quanto un romanzo – The Narrative of Arthur Gordon Pym of Nantucket (1838: in italiano, “Le avventure di Gordon Pym”) – circa 50 poesie, almeno 800 pagine di articoli critici (una notevole mole di recensioni che ne fa uno dei critici letterari più maturi dell’epoca), alcuni saggi – The Philosophy of Composition (1846), The Rationale of Verse (1848) e The Poetic Principle (1849) – ed un poemetto in prosa di alta Filosofia – Eureka (1848) – nel quale l’autore cerca di dimostrare, con l’aiuto della Fisica e dell’Astronomia, l’avvicinamento e l’identificazione dell’Uomo con Dio. (da biografieonline.it)

Ricordiamoci dell’amore ogni giorno…

OK, approfittiamo pure della data del 14 febbraio, ma…non dimentichiamoci di amare e di amarci ogni giorno, ogni momento, ogni attimo; soprattutto, non dimentichiamo che cos’è l’Amore e non scambiamo per amore quel che tale non è…Buona lettura. (AnGre)

Mettimi come sigillo sul tuo cuore,
come sigillo sul tuo braccio;
perché forte come la morte è l’amore,
tenace come gli inferi è la passione:
le sue vampe son vampe di fuoco,
una fiamma del Signore!
Le grandi acque non possono spegnere l’amore
né i fiumi travolgerlo.
Se uno desse tutte le ricchezze della sua casa
in cambio dell’amore, non ne avrebbe che dispregio

(Cantico dei Cantici 8:6-7)

Odio e amo. Forse chiederai come sia possibile;
non so, ma è proprio così, e mi tormento.

(Catullo, Odi et amo, trad. S.Quasimodo)

[…] Poi mi rivolsi a loro e parla’ io,
e cominciai: «Francesca, i tuoi martìri
a lagrimar mi fanno tristo e pio.
.
Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri,
a che e come concedette amore
che conosceste i dubbiosi disiri?».
.
E quella a me: «Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
ne la miseria; e ciò sa ‘l tuo dottore.
.
Ma s’a conoscer la prima radice
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
dirò come colui che piange e dice.
.
Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.
.
Per più fïate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.
.
Quando leggemmo il disïato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,
.
la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu ‘l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante».
.
Mentre che l’uno spirto questo disse,
l’altro piangëa; sì che di pietade
io venni men così com’io morisse.
.
E caddi come corpo morto cade.
(Dante, Commedia, Inferno, Canto V)

ROMEO
Ride delle cicatrici chi non è mai stato ferito.
(notte fonda, giardino di casa Capuleti; sul balcone, appare Giulietta.)
Ma, piano, quale luce erompe da quella finestra?
È l’oriente, e Giulietta è il sole! Oh, sorgi bel sole,
e uccidi la luna invidiosa che è già malata e pallida di rabbia,
perché tu, sua ancella, di lei sei tanto più bella.
Non servirla più, quell’invidiosa: la sua vestale
porta il malsano costume verde indossato solo dai buffoni.
Gettalo via! Oh, se sapesse che è la mia donna,
il mio amore! Oh se lo sapesse!
Ella parla, pur senza dire parola. Com’è mai possibile?
Sono i suoi occhi a parlare, e io risponderò loro.
Sono troppo ardito. Non è a me che parla.
Due tra le stelle più luminose del cielo, dovendo assentarsi,
supplicano i suoi occhi di voler brillare
al loro posto sin che abbiano fatto ritorno.
E se i suoi occhi fossero in quelle sfere,
e le stelle sul suo volto? Le sue guance luminose
farebbero allora vergognare quelle stelle,
come il giorno fa impallidire la luce di una torcia.
E i suoi occhi, in cielo, scorrerebbero nella regione dell’aria
con un tale splendore che gli uccelli,
credendo finita la notte, riprenderebbero a cantare.
Guarda come appoggia la guancia alla sua mano:
potessi essere io il guanto di quella mano,
e poter così toccare quella guancia!
.
GIULIETTA
Ahimè!
(Come avesse sentito un rumore, o forse assorta in tristi pensieri, sospirando)
.
ROMEO
(tra sé) 
Ma parla…
Oh, dì ancora qualcosa, angelo splendente,
così glorioso in questa notte, lassù, sopra la mia testa,
come un messaggero alato del cielo quando abbaglia
gli occhi stupiti dei mortali, che si piegano all’indietro
per guardarlo varcare le nubi che si gonfiano pigre,
e alzare le vele nel grembo dell’aria.
.
GIULIETTA
Oh Romeo, Romeo, perché sei tu Romeo?
Rinnega tuo padre e rifiuta il tuo nome,
oppure, se non vuoi, giura che sei mio
e smetterò io d’essere una Capuleti.
.
ROMEO
(Sempre tra sé) 
Devo ascoltare ancora, o rispondere subito?
.
GIULIETTA
È solo il tuo nome che m’è nemico, e tu sei te stesso
anche senza chiamarti Montecchi. Cos’è Montecchi?
Non è una mano, un piede, un braccio, un volto,
o qualunque parte di un uomo. Prendi un altro nome!
Cos’è un nome? Ciò che chiamiamo rosa,
con qualsiasi altro nome avrebbe lo stesso profumo,
così Romeo, se non si chiamasse più Romeo,
conserverebbe quella cara perfezione che possiede
anche senza quel nome. Romeo, getta via il tuo nome,
e al suo posto, che non è parte di te, prendi tutta me stessa.
.
ROMEO
(con voce decisa)
Ti prendo in parola.
Chiamami amore e sarà il mio nuovo battesimo:
ecco, non mi chiamo più Romeo.
.
GIULIETTA
Chi sei tu che così avvolto nella notte
inciampi nei miei pensieri?
(W.Shakespeare, Romeo e Giulietta, Atto II, scena II)

Non t’amo come se fossi rosa di sale, topazio
o freccia di garofani che propagano il fuoco:
t’amo come si amano certe cose oscure,
segretamente, tra l’ombra e l’anima.
.
T’amo come la pianta che non fiorisce e reca
dentro di sé, nascosta, la luce di quei fiori;
grazie al tuo amore vive oscuro nel mio corpo
il concentrato aroma che ascese dalla terra.
.
T’amo senza sapere come, né quando, né da dove,
t’amo direttamente senza problemi né orgoglio:
così ti amo perché non so amare altrimenti
.
che così, in questo modo in cui non sono e non sei,
così vicino che la tua mano sul mio petto è mia,
così vicino che si chiudono i tuoi occhi col mio sonno.
(Pablo Neruda, Sonetto XVII)

E so molto bene che non ci sarai.
Non ci sarai nella strada,
non nel mormorio che sgorga di notte
dai pali che la illuminano,
neppure nel gesto di scegliere il menù,
o nel sorriso che alleggerisce il “tutto completo” delle sotterranee,
nei libri prestati e nell’arrivederci a domani.

Nei miei sogni non ci sarai,
nel destino originale delle parole,
nè ci sarai in un numero di telefono
o nel colore di un paio di guanti, di una blusa.
Mi infurierò, amor mio, e non sarà per te,
e non per te comprerò dolci,
all’angolo della strada mi fermerò,
a quell’angolo a cui non svolterai,
e dirò le parole che si dicono
e mangerò le cose che si mangiano
e sognerò i sogni che si sognano
e so molto bene che non ci sarai,
nè qui dentro, il carcere dove ancora ti detengo,
nè la fuori, in quel fiume di strade e di ponti.
Non ci sarai per niente, non sarai neppure ricordo,
e quando ti penserò, penserò un pensiero
che oscuramente cerca di ricordarsi di te.

(Julio Cortázar, Il futuro)

L’amore non dà nulla fuorché sé stesso
e non coglie nulla se non da sé stesso.
L’amore non possiede,
né vorrebbe essere posseduto
poiché l’amore basta a all’amore.

(Khalil Gibran, Segui l’amore)

Versi d’artisti

Leonardo da Vinci, Poesia

Ogni parte aspira sempre
a congiungersi con l’intero
per sfuggire all’imperfezione;

L’anima sempre aspira
ad abitare un corpo
perché senza gli organi corporei
non può agire ne sentire.

Essa funziona dentro il corpo
come fa il vento
dentro le canne di un organo,
se una delle canne si guasta
il vento non produce più il giusto suono.

*

Michelangelo Buonarroti, Che cosa è questo amore?

Come può esser, ch’io non sia più mio ?
O Dio, o Dio, o Dio!
Chi m’ha tolto a me stesso,
ch’a me fosse più presso
o più di me potessi, che poss’io?
O Dio, o Dio, o Dio!
Come mi passa el core
chi non par che mi tocchi?
.
Che cosa è questo, Amore,
c’al core entra per gli occhi,
per poco spazio dentro par che cresca;
e s’avvien che trabocchi?
.
*
.
Paul Klee, Epigono 
.

In me scorre il sangue di un tempo migliore.
Sonnambulo del presente
dipendo da una vecchia patria,
dalla tomba della mia patria.
La terra inghiotte tutto
e il sole del sud non lenisce i miei dolori.

*

Pablo Picasso, Una lingua di fuoco

Una lingua di fuoco soffia sul suo volto
nel flauto della coppa
che mentre gli canta rode la pugnalata dell’azzurro
così allegro
che seduto nell’occhio del toro
iscritto nella sua testa ornata di gelsomini
aspetta che la vela gonfi il frammento di cristallo
che il vento avvolto nella cappa delle mandoble
gocciolante di carezze
distribuisca il pane al cieco e alla colomba color lillà
e prema con tutta la sua cattiveria
contro le labbra del limone fiammeggiante
il corno ritorto
che spaventa coi suoi gesti d’addio la cattedrale
che sviene tra le sue braccia senza un applauso
mentre scoppia nel suo sguardo la radio risvegliata dall’alba
che fotografando nel bacio una cimice di sole
mangia l’aroma dell’ora che cade
attraversa la pagina che vola
e disfa il mazzo dei fiori
che porta via stretto fra l’ala che sospira
e la paura che sorride
il coltello scattante di gioia
lasciandolo anche oggi ondeggiare come gli pare e piace
nel momento preciso e necessario
in cima al pozzo
il grido del rosa
che la mano gli getta
come una piccola elemosina.
(testi dal web)

Premio Nazionale di Poesia LA STAFFETTA – Prima Edizione 2018 per Opere Edite e Inedite

Premio Nazionale di Poesia ‘LA STAFFETTA’

I Edizione 2018 per Opere Edite e Inedite — Scadenza 31 gennaio 2019

.

 I) BANDO E FINALITA’ DEL PREMIO

Il Presidente della Sezione A.N.P.I. di Castelbolognese (RA) Lucio Borghesi indice la prima edizione del Premio Letterario “La Staffetta” allo scopo di celebrare le staffette partigiane, donne eroiche e disarmate che, durante la Resistenza, portarono, a rischio della propria vita, messaggi, armi e rifornimenti alle formazioni partigiane impegnate nella lotta alla tirannide nazi-fascista.

Il presente Concorso è indetto anche per contribuire alla realizzazione materiale di un monumento dedicato a queste eroiche figure da non dimenticare.

La celebrazione del Premio e la relativa cerimonia di premiazione avrà luogo Venerdì 8 (OTTO) marzo 2019 presso la Sala Consiliare del Comune di Castelbolognese (Ra) in Piazza Bernardi n. 1

II) PARTECIPAZIONE

Il Premio è rivolto a SINGOLE POESIE INEDITE o EDITE (cartaceo o e-book) relative a qualsiasi anno di pubblicazione. È d’obbligo per i Partecipanti la maggiore età.

Il Premio si articola in due Sezioni:

Sezione A. “DIALOGHI DI RESISTENZE”, incentrate su temi civili.

Sezione B. “POESIA A TEMA LIBERO”

Potranno essere presentate da un minimo obbligatorio di 2 (due) fino ad un massimo di 5 (cinque) poesie per ogni singolo autore rientranti in una sola o in entrambe le categorie

per entrambe le sezioni i singoli componimenti non dovranno superare i 35 versi cadauno ed essere scritti su singoli fogli doc-Word, SENZA NESSUN SEGNO DI RICONOSCIMENTO a parte il titolo e l’indicazione della sezione cui si intende iscrivere l’opera.

Le opere inviate non verranno restituite.

III) QUOTA DI PARTECIPAZIONE

Ad ogni Autore – che potrà presentare da un minimo di due a un massimo di cinque opere – è richiesto, quale contributo e quota di partecipazione al Premio, di devolvere euro € 15 (Quindici), che consentiranno la partecipazione del singolo concorrente a entrambe le sezioni senza ulteriori spese.

La somma di Euro 15,00 va versata tramite bonifico bancario al seguente Iban: IT86 O084 6267 5300 0000 5032 898 intestato a A.N.P.I. SEZIONE DI CASTELBOLOGNESE PRESSO B.C.C. ROMAGNA OCCIDENTALE DI CASTELBOLOGNESE (RA), causale: Premio Nazionale di poesia La Staffetta.

IV) INVIO DEGLI ELABORATI (Scegliere una sola modalità)

1 — a) Gli elaborati comprensivi della documentazione richiesta potranno essere spediti, in busta idonea, entro e non oltre il 31 (Trentuno) Gennaio 2019, data di scadenza del Premio e termine ultimo utile per la partecipazione (farà fede il timbro postale) al seguente indirizzo: A.N.P.I. C/O CIRCOLO ARCI VIA EMILIA INTERNA N. 137 48014 CASTELBOLOGNESE (RA) specificando “Premio Nazionale di Poesia ‘La Staffetta’ 2018”

2 — b) Oppure entro la stessa data (scelta preferibile) inviare quanto richiesto tramite posta elettronica all’indirizzo premiolastaffetta@libero.it con oggetto “Premio Nazionale di poesia ‘La staffetta’ 2018 indicando la sezione cui ogni singola opera viene iscritta.

Per motivi organizzativi si chiede cortesemente di non aspettare gli ultimi giorni per l’invio a mezzo posta o e-mail che sia.

V) DATI, LIBERATORIA E RESPONSABILITA’

Ogni Autore contestualmente agli elaborati, deve inviare firmata una scheda-liberatoria con i propri dati (nome, cognome, data di nascita, indirizzo, e-mail, recapito telefonico, titolo degli elaborati, sezione di partecipazione) per l’autorizzazione all’uso dei propri componimenti, sulla quale sia esplicitato “Dichiaro che quanto proposto al Premio Nazionale di Poesia La Staffetta è esclusivo frutto della mia creatività e del mio ingegno” (inediti) e/o gli estremi del libro da cui sono estratte (editi).

I dati verranno utilizzati solo per ottemperare alle richieste del presente bando e trattati nel rispetto dell’attuale normativa vigente in materia di privacy e non verranno ceduti in nessun modo a terze parti, né per finalità differenti dal Premio stesso.

Ogni Autore è responsabile di temi e contenuti inviati a proprio nome. Il Premio non è responsabile di eventuali danni / offese arrecati a terze parti e di eventuali plagi. L’Organizzazione si riserva di escludere componimenti i cui contenuti vengano ritenuti offensivi o che contengano / rechino contenuti che violino le finalità del presente Bando.

VI) RIEPILOGO

Accedono al Premio tutti i plichi o le e-mail, a seconda del mezzo di spedizione scelto, contenenti / recanti tutte le seguenti richieste da parte dell’organizzazione del Premio, ovvero:

  1. a) da due a cinque poesie inedite e / o edite di 35 versi massimo ciascuna scritte ciascuna su singolo doc-Word con titolo e sezione, senza nessun segno di riconoscimento;
  2. b) scheda-liberatoria firmata contenente i dati richiesti (cognome, nome, indirizzo, recapito e-mail, numero telefonico, luogo e data di nascita, titolo degli elaborati, sezione di partecipazione) dell’Autore e sua dichiarazione di autenticità;
  3. c) fotocopia (posta tradizionale) o copia (e-mail) della ricevuta del versamento della quota di partecipazione.

VII) LAVORO DELLA GIURIA

a) Tra tutto il materiale pervenuto in tempo utile, la Giuria decreterà una rosa di finalisti per ognuna delle due sezioni del Premio.

b) I finalisti verranno avvisati per tempo e resi noti sulla pagina Facebook soltanto con il titolo (o, in assenza di questo, con la citazione del primo verso) dei componimenti giudicati favorevolmente.

c) SOLTANTO DURANTE LA CERIMONIA DI PREMIAZIONE verranno resi noti i nomi dei vincitori delle due sezioni.

d) Si porta, altresì, a conoscenza dei Partecipanti la composizione della Giuria:

Presidente della Giuria: Lucio Borghesi.

Membri della Giuria: Flavio Almerighi (segretario con diritto di voto), Prof. Francesco Sassetto, Prof. Leonardo Altieri, Prof.ssa Annalisa Rodeghiero, Prof. Bruno Bartoletti.

e) Pena l’esclusione dal Concorso, i partecipanti sono invitati a non contattare in nessun modo e con nessun mezzo i Giurati. Il giudizio della Giuria è insindacabile ed inappellabile.

VIII) PREMI E RICONOSCIMENTI:

Sezione A:

Il Primo classificato vedrà il proprio componimento intero o uno stralcio dello stesso, a seconda dello spazio disponibile, riportato sull’erigendo monumento alla Staffetta Partigiana in Castelbolognese (RA).

Al Secondo e Terzo classificato verranno assegnati premi in danaro con obbligo di presenza dell’Autore (o di un delegato preventivamente segnalato all’Organizzazione del Premio) all’atto del conferimento; in assenza degli interessati il premio non verrà assegnato a nessuno.

Sezione B:

Ai primi tre classificati verranno assegnati premi in danaro con obbligo di presenza dell’Autore (o di un delegato preventivamente segnalato all’Organizzazione del Premio) all’atto del conferimento; in assenza degli interessati il premio non verrà assegnato a nessuno.

  • Gli elaborati vincitori e finalisti andranno a costituire l’Antologia del Premio in formato e-book scaricabile gratuitamente su blog e siti che verranno segnalati anche tramite e-mail.

IX) NOTIZIE INERENTI IL PREMIO

a) Gli Autori finalisti e vincitori al Premio verranno informati entro il 1 marzo 2019 attraverso telefono e posta elettronica senza essere portati a conoscenza del relativo piazzamento con cortese richiesta di non divulgare la notizia prima della cerimonia di premiazione.

b) Ogni notizia inerente il Premio sarà pubblicata su “LA STAFFETTA”, la pagina Facebook del Premio.

***

Il presente Bando si compone di nove punti (I – IX) che ogni Autore accetta all’atto di partecipazione al “PREMIO NAZIONALE DI POESIA ‘LA STAFFETTA’ – I Edizione 2018 per Opere Edite e Inedite” con l’invio delle proprie Opere. Ogni invio non corrispondente a quanto sopra espresso non sarà ritenuto valido.

***

Per qualsiasi informazione: premiolastaffetta@libero.it

per scaricare il bando  CLICCA QUI

Aggiornamenti e notizie in progress sul blog: https://anpicastelbolognese.wordpress.com/ e sulla pagina Facebook dedicata al premio.

Castelbolognese, 29 / 06 / 2018

Czesław Miłosz, Inno

Czesław Miłosz , Inno 

Non c’è nessuno fra te e me.
Né pianta che attinge i succhi dal profondo della terra,
né animale, né uomo,
né vento che cammina fra le nuvole.

I più bei corpi sono vetro trasparente.
Le fiamme più ardenti acqua che lava i piedi stanchi
dei viaggiatori.

Gli alberi più verdi piombo fiorito nel cuore della notte.
L’amore è sabbia inghiottita da labbra aride.
L’odio una brocca salata offerta all’assetato.
Scorrete, fiumi; alzate le vostre mani,
città! Io, fedele figlio della terra nera, farò ritorno
alla terra nera,
come se la mia vita non fosse stata,
come se canzoni e parole create le avesse
non il mio cuore, non il mio sangue,
non il mio esistere,
ma una voce sconosciuta, impersonale,
solo lo sciabordio delle onde, solo il coro dei venti,
solo il dondolio autunnale
dei grandi alberi.

Non c’è nessuno fra te e me,
e a me è data la forza.
Le montagne bianche pascolano sulle pianure della terra,
vanno verso il mare, alla loro abbeverata,
soli sempre nuovi si inchinano
sulla valle del piccolo e stretto fiume dove sono nato.
Non ho saggezza, né talento, né fede,
ma ho avuto la forza, essa lacera il mondo.
Onda pesante mi infrangerò sulle sue rive
e me ne andrò, farò ritorno nei territori delle acque eterne,
e un’onda nuova ricoprirà di schiuma le mie orme.
Oscurità!

Tinta dal primo chiarore dell’alba,
come il polmone strappato da una bestia squarciata
ti dondoli, ti immergi.
Quante volte ho navigato con te
trattenuto nel mezzo della notte,
sentendo una voce sulla tua chiesa agghiacciata,
il grido dell’urogallo, il fruscio dell’erica,
e due mele brillavano sulla tavola
o le forbici aperte rilucevano –
– e noi eravamo simili:
mele, forbici, oscurità e io –
sotto la stessa, immobile,
assira, egiziana e romana
luna.

Si alternano le stagioni, uomini e donne si accoppiano,
i bambini nel dormiveglia fanno correre le mani sui muri,
disegnando terre oscure col dito bagnato nella saliva,
si alternano le forme, crolla ciò che sembrava invincibile.

Ma fra gli Stati sorgenti dal fondo dei mai,
fra le vie scomparse, al cui posto
si innalzeranno monti costruiti con un pianeta caduto,
contro tutto ciò che è passato, tutto ciò che passa,
si difende la giovinezza, limpida come pulviscolo solare,
né del bel né del male invaghita,
inviata sotto i tuoi immensi piedi,
perché tu la schiacci, la calpesti,
perché tu col tuo alito faccia muovere la ruota
e l’esile struttura tremi al suo movimento,
perché a lei tu dia fame, e agli altri sale, pane e vino.

Ancora non risuona la voce del corno
che chiama gli sbandati, chi giace nelle valli.
La ruota dell’ultimo carro ancora non rimbomba
sul suolo gelato.

Fra te e me non c’è nessuno.

Parigi, 1935
da Tre inverni – tratta da Poesie, a cura di Pietro Marchesani, Adelphi

Czesław Miłosz, Šeteniai (Lituania),1911 – Cracovia, 2004, poeta e saggista polacco, è stato, secondo Josif Brodskij “uno dei più grandi poeti del nostro tempo e forse il più grande”. Nel 1980 gli è stato conferito il Premio Nobel per la letteratura, con la seguente motivazione: «Who with uncompromising clear-sightedness voices man’s exposed condition in a world of severe conflicts.» («A chi, con voce lungimirante e senza compromessi, ha esposto la condizione dell’uomo in un mondo di duri conflitti.»)

Karel Šebek, Stamane ho perso gli ultimi trentadue denti

Stamane ho perso gli ultimi trentadue denti

con le unghie avvinghiate su questo nero istante come se fossi un pipistrello
i cui artigli sono conficcati nel mio cappello perduto
è pieno giorno bianco come il vostro camice
o camicetta ma sempre con purpuree mostrine
il revolver è una gita in vita della morte
quando la mia poesia fiorisce della sua borsetta di coccodrillo
un desiderio forte come somigliare all’anarchia una volta per tutte
la mia piccola arciera dalle frecce azzurre della disperazione celeste
nuvole scalpate
e il giorno come una pentola ammaccata
ma si deve pur sempre vivere in ogni circostanza
piantarsi davanti alla minestra come se fosse perlomeno la nostra
madre materna
e la coppa del nonno per me sarà sempre il mio caro nonno
è come piantare su fucilate di poesia un’inespugnabile tenda aerea
come il mio erotismo e il mio fidanzamento con la luna
lama scalfita della fragola
dietro sbarre come ancore dei nostri ceppi
da oggi sono disoccupato e non mi accettano più nel parco di Via Na Štěpánce
e allora guadagnerò in altro modo
ci sono luoghi dove non si è derubati neanche da un assassino
e su tutti gli alberi ora sbocciano i miei pantaloni tolti dal buio
si tratta del meriggio di strisce striptease delle pagine strappate di calendari
era tanto che non ridevo così
come durante l’ultimo lampo di coscienza della catastrofe dell’essere
chiamata verità se sia veramente tu
ora penso cioè in realtà in sogno
quando suonano a festa le campane che volano come velieri
mille lucciole sul cielo di stelle
e tu e tu
il sole è luna vampeggiante della sacra fiamma del diavolo
la luna è sole lapidato da un completo fulgore
questo secondo di collera persino dalle stelle infrante
stamane ho perso gli ultimi trentadue denti che mi erano rimasti
ed ogni pantera morde il freno
la poesia è il male della vita
.
.

Karel Šebek (dello stesso autore in questo blog leggi qui) ; poeta ceco tratto da Hebenon, Terza serie, n.4, Maggio 2005 — http://www.hebenon.com

Nell’immagine d’apertura: la Cappella Rothkouna cappella aconfessionale eretta a Houston (Texas) e fondata da John e Dominique de Menil, il cui interno, che serve non solo come cappella, ma anche come importante opera d’arte moderna, ospita 14 dipinti neri ma con sfumature realizzati da Mark Rothko.

 

Lorian Carsochie: Ottobre, nel paese del sentimento

Ottobre, nel paese del sentimento

lontano, irreale e confuso, proprio
là, nel paese del cuore, i lupi danno la caccia alle stelle,
per inchiodarle poi sulla parete catramata del silenzio
.
il dolore si gira nel suo letto
ed i lati e le parti
non accarezzate della donna
sembrano marciapiedi trafficati di piogge e di castagne
ed ancora
più irreale nella sua ubriachezza,
di tutte le felicità pascolate dagli eventi e dalle guerre
l’ottobre si corica, affamato di verde, sulla notte
sulle panche, sulle ragazze, sulle parole
.
come un amante fuggiasco arriva nel
regno sinistro del petto, dove, certamente,
qualcuno lo aspetta e
lo nasconde da una parte
nella notte
.
gemono gli alberi e gemono i palazzi
gemono i passanti e gemono le passanti – tutti
cercandolo
e geme dentro di me ottobre, l’amoroso delle ragazze e
delle frutta dell’autunno,
geme
affinché le sbarre del petto mi si rompono e le finestre
mi si sgretolano ed i muri crollano sulle foglie, sui colori
sulle panche e sui castagni del calendario
.
ottobre-imperatore dell’inganno
e principe della bugia, esci, ti dico
dammi le risposte e fai piovere le lacrime e
chiudi le porte dei lamenti dei parchi (che mi accusano
di averli derubati) e collega le labbra ed i sentimenti
delle donne alla carne e alla parola chiave che le ha
imbrogliate;
ottobre, ti prego, vattene e
lasciami il dolore nello stagno del colore dove venni iniziato
nel ritto dell’essere
.
e notte
e da solo nella notte, nei libri, nelle ore
non seminate ancora, ottobre pare uno sposo (o un amante)
tradito dall’autunno dell’anno scorso
.
apro i cassetti e cerco
e frugo tra le rovine del secolo scorso e
frugo tra le rovine della pietra e tra le rovine dello stivale
e tra le rovine della creta
.
dissero le porte del petto, per fare sì
che l’amorosa da fuori riempie nel cuore di
ottobre tutti i buchi, tutte le mancanze e tutto l’autunno
.
dissero la quiete
e le castagne cadono come dei soldati alla sinistra
e alla destra del mio amore
coricato sul seno di una donna
 .
.
 *

Lorian Carsochie, poeta nato a Spulber, Vrancea, Romania, il 20 giugno del 1967. Ha pubblicato diversi volumi di narrativa. Il presente testo è tratto dalla Rivista internazionale di letteratura Hebenon, Terza serie, n.4, Maggio 2005  e per questo articolo si ringraziano il sito hebenon.com e Roberto Bertoldo.