Buon Carnevale…

Carnevale, senza nessun dubbio, festa nazionale.
Ormai non si distingue più, se maschera o reale…
Il pensiero, invece, va a chi in ogni caos mostra
quel che di vero rimane in questa folle giostra!
Lontano dalla calca, dalle luci e dai riflettori,
in un silenzio che parla direttamente ai cuori
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*
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Pierrot
di Paul Verlaine
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………………………………..a Léon Valade.
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Non è più il sognatore lunare della vecchia aria
che rideva agli avi da sopra gli stipiti:
la sua allegria, come la sua candela, ahimè! è morta,
e oggi il suo spettro ci ossessiona, sottile e chiaro.
Ed ecco, nel terrore di un lungo lampo,
la sua pallida blusa scossa dal freddo vento
sembra un sudario, e a bocca spalancata
pare ch’egli stia urlando per i morsi del verme.
Col rumore d’un volo d’uccelli notturni,
le sue maniche bianche fanno vagamente nello spazio
folli segnali cui nessuno risponde.
Gli occhi sono due grandi buchi dove striscia
del fosforo, e la farina fa ancor più spaventosa
la faccia esangue dal naso aguzzo di moribondo.
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La trombettina
di Corrado Govoni
.

Ecco che cosa resta
di tutta la magia della fiera:
quella trombettina
di latta azzurra e verde
che suona una bambina
camminando scalza per i campi.
Ma in quella nota sforzata,
ci son dentro i pagliacci bianchi e rossi,
c’è la banda d’oro rumorosa,
la giostra coi cavalli, l’organo, i lumini,
come nello sgocciolare d’una grondaia
c’è tutto lo spavento della bufera,
la bellezza dei campi e dell’arcobaleno
nell’umido cerino d’una lucciola
che si sfa sopra una foglia di brughiera
tutta la meraviglia della primavera.

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Il vestito di Arlecchino
di Gianni Rodari
.

Per fare un vestito ad Arlecchino
ci mise una toppa Meneghino,
ne mise un’altra Pulcinella,
una Gianduia, una Brighella.
Pantalone, vecchio pidocchio,
ci mise uno strappo sul ginocchio,
e Stenterello, largo di mano
qualche macchia di vino toscano.
Colombina che lo cucì
fece un vestito stretto così.
Arlecchino lo mise lo stesso
ma ci stava un tantino perplesso.
Disse allora Balanzone,
bolognese dottorone:
Ti assicuro e te lo giuro
che ti andrà bene il mese venturo
se osserverai la mia ricetta:
un giorno digiuno e l’altro bolletta!

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Carnevale, ogni scherzo vale
di Gianni Rodari
.
Mi metterò una maschera
da Pulcinella
e dirò che ho inventato
la mozzarella.
Mi metterò una maschera
da Pantalone,
dirò che ogni mio sternuto
vale un milione.
Mi metterò una maschera
da pagliaccio,
per far credere a tutti
che il sole è di ghiaccio.
Mi metterò una maschera
da imperatore,
avrò un impero
per un paio d’ore:
per volere mio dovranno
levarsi la maschera
quelli che la portano
ogni giorno dell’anno…
E sarà il Carnevale
più divertente
veder la faccia vera
di tanta gente.
.
Immagini, in apertura: Martedì grasso di Paul Cézanne, 1888; al centro:  L’entrata di Cristo a Bruxelles (dettaglio) di James Ensor, 1888; in chiusura: Arlecchino seduto di Pablo Picasso, 1923.
.

Ah, l’amore…

Mettimi come sigillo sul tuo cuore,
come sigillo sul tuo braccio;
perché forte come la morte è l’amore,
tenace come gli inferi è la passione:
le sue vampe son vampe di fuoco,
una fiamma del Signore!
Le grandi acque non possono spegnere l’amore
né i fiumi travolgerlo.
Se uno desse tutte le ricchezze della sua casa
in cambio dell’amore, non ne avrebbe che dispregio

(Cantico dei Cantici 8:6-7)

Se ti offendo baciandoti, se questo
ti sembra un’offesa, fammi la stessa
offesa: avanti, baciami anche tu!

(Stratone)

Odio e amo. Forse chiederai come sia possibile;
non so, ma è proprio così, e mi tormento.

(Catullo, Odi et amo, trad. S.Quasimodo)

[…] Poi mi rivolsi a loro e parla’ io,
e cominciai: «Francesca, i tuoi martìri
a lagrimar mi fanno tristo e pio.
.
Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri,
a che e come concedette amore
che conosceste i dubbiosi disiri?».
.
E quella a me: «Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
ne la miseria; e ciò sa ‘l tuo dottore.
.
Ma s’a conoscer la prima radice
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
dirò come colui che piange e dice.
.
Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.
.
Per più fïate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.
.
Quando leggemmo il disïato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,
.
la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu ‘l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante».
.
Mentre che l’uno spirto questo disse,
l’altro piangëa; sì che di pietade
io venni men così com’io morisse.
.
E caddi come corpo morto cade.
(Dante, Commedia, Inferno, Canto V)

ROMEO
Ride delle cicatrici chi non è mai stato ferito.
(notte fonda, giardino di casa Capuleti; sul balcone, appare Giulietta.)
Ma, piano, quale luce erompe da quella finestra?
È l’oriente, e Giulietta è il sole! Oh, sorgi bel sole,
e uccidi la luna invidiosa che è già malata e pallida di rabbia,
perché tu, sua ancella, di lei sei tanto più bella.
Non servirla più, quell’invidiosa: la sua vestale
porta il malsano costume verde indossato solo dai buffoni.
Gettalo via! Oh, se sapesse che è la mia donna,
il mio amore! Oh se lo sapesse!
Ella parla, pur senza dire parola. Com’è mai possibile?
Sono i suoi occhi a parlare, e io risponderò loro.
Sono troppo ardito. Non è a me che parla.
Due tra le stelle più luminose del cielo, dovendo assentarsi,
supplicano i suoi occhi di voler brillare
al loro posto sin che abbiano fatto ritorno.
E se i suoi occhi fossero in quelle sfere,
e le stelle sul suo volto? Le sue guance luminose
farebbero allora vergognare quelle stelle,
come il giorno fa impallidire la luce di una torcia.
E i suoi occhi, in cielo, scorrerebbero nella regione dell’aria
con un tale splendore che gli uccelli,
credendo finita la notte, riprenderebbero a cantare.
Guarda come appoggia la guancia alla sua mano:
potessi essere io il guanto di quella mano,
e poter così toccare quella guancia!
.
GIULIETTA
Ahimè!
(Come avesse sentito un rumore, o forse assorta in tristi pensieri, sospirando)
.
ROMEO
(tra sé) 
Ma parla…
Oh, dì ancora qualcosa, angelo splendente,
così glorioso in questa notte, lassù, sopra la mia testa,
come un messaggero alato del cielo quando abbaglia
gli occhi stupiti dei mortali, che si piegano all’indietro
per guardarlo varcare le nubi che si gonfiano pigre,
e alzare le vele nel grembo dell’aria.
.
GIULIETTA
Oh Romeo, Romeo, perché sei tu Romeo?
Rinnega tuo padre e rifiuta il tuo nome,
oppure, se non vuoi, giura che sei mio
e smetterò io d’essere una Capuleti.
.
ROMEO
(Sempre tra sé) 
Devo ascoltare ancora, o rispondere subito?
.
GIULIETTA
È solo il tuo nome che m’è nemico, e tu sei te stesso
anche senza chiamarti Montecchi. Cos’è Montecchi?
Non è una mano, un piede, un braccio, un volto,
o qualunque parte di un uomo. Prendi un altro nome!
Cos’è un nome? Ciò che chiamiamo rosa,
con qualsiasi altro nome avrebbe lo stesso profumo,
così Romeo, se non si chiamasse più Romeo,
conserverebbe quella cara perfezione che possiede
anche senza quel nome. Romeo, getta via il tuo nome,
e al suo posto, che non è parte di te, prendi tutta me stessa.
.
ROMEO
(con voce decisa)
Ti prendo in parola.
Chiamami amore e sarà il mio nuovo battesimo:
ecco, non mi chiamo più Romeo.
.
GIULIETTA
Chi sei tu che così avvolto nella notte
inciampi nei miei pensieri?
(W.Shakespeare, Romeo e Giulietta, Atto II, scena II)

Un giorno esisterà

Un giorno esisterà la fanciulla e la donna,
il cui nome non significherà più soltanto un contrapposto al maschile,
ma qualcosa per sé,
qualcosa per cui non si penserà a completamento e confine,
ma solo a vita reale: l’umanità femminile.
Questo progresso trasformerà l’esperienza dell’amore,
che ora è piena d’errore,
la muterà dal fondo,
la riplasmerà in una relazione da essere umano a essere umano,
non più da maschio a femmina.
E questo più umano amore somiglierà a quello che noi faticosamente prepariamo,
all’amore che in questo consiste,
che due solitudini si custodiscano, delimitino e salutino a vicenda.

(R.M.Rilke)

Che sia l’amore tutto ciò che esiste
È ciò che noi sappiamo dell’amore;
E può bastare che il suo peso sia
Uguale al solco che lascia nel cuore

(Emily Dickinson)

Edgar Allan Poe, La città nel mare

La città nel mare

Guarda: la Morte si è innalzata un trono
in una città strana e solitaria
laggù, nell’Occidente tenebroso,
dove buoni e cattivi, ottimi e pessimi
sono andati al loro eterno riposo.
I templi ed i palazzi, lì, e le torri
(corrose dal tempo, ma non tremano!)
non somigliano a niente che sia nostro.
E tutt’intorno acque malinconiche
giacciono rassegnate sotto il cielo
dimenticate perfino dai venti.
.
Dal sacro cielo non un raggio scende
a illuminare la sua lunga notte;
solo una luce dal lugubre mare
scorre in silenzio sulle torricelle,
brilla remota e lieve su pinnacoli,
cupole e guglie, e castelli regali,
e sopra templi, e mura babiloniche,
pergole oscure scordate da tempo,
di edera scolpita e fiori in pietra,
su altari innumerevoli, mirabili:
nei loro fregi intrecciano ghirlande
la viola, i viticci e la violetta.
E tutt’intorno le acque malinconiche
giacciono rassegnate sotto il cielo.
Le ombre e le torrette si confondono
e tutto sembra sospeso nell’aria,
mentre in città, da una torre superba
la Morte, gigantesca, guarda giù.
Templi dischiusi e tombe spalancate
si aprono in mezzo alle onde luminose;
eppure, né i tesori che qui giacciono
nell’occhio di diamante di ogni idolo,
né i morti gaiamente ingioiellati,
tentano le acque a uscire dal letto.
Il deserto di vetro non s’increspa.
Questa distesa non si gonfia mai
per annunciare quando soffia il vento
su qualche mare lontano e felice,
non fluttua a dire che una brezza è corsa
su mari meno orribili ed immoti.
.
Ma ecco, adesso, un fremito nell’aria!
L’onda…qualcosa là si sta muovendo!
Quasi le torri avessero scostato
le acque cupe, sprofondando piano,
le loro cime avessero lasciato
un vuoto aperto nel cielo velato,
le ore quasi trattengono il respiro…
E quando, fra gemiti d’altri mondi
giù, giù, quella città si poserà,
l’Inferno sorgerà da mille troni
e a lei s’inchinerà.
.
.
Edgar Allan Poe, Il Corvo e altre poesie, a cura di Raul Montanari (Feltrinelli, 2016) — immagine: Gustave Courbet, L’immensite, 1869.
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Edgar Allan Poe nasce il 19 gennaio 1809 a Boston, da David Poe ed Elizabeth Arnold, attori girovaghi di modeste condizioni economiche. Il padre abbandona la famiglia quando Edgar è ancora piccolo; quando dopo poco muore anche la madre, viene adottato in maniera non ufficiale da John Allan, ricco mercante della Virginia. Da qui l’aggiunta del cognome Allan a quello originale.Trasferitosi a Londra per questioni commerciali il giovane Poe frequenta scuole private per poi ritornare a Richmond nel 1820. Nel 1826 si iscrive all’università della Virginia dove però comincia ad affiancare agli studi il gioco d’azzardo. Indebitatosi in maniera inusitata, il patrigno si rifiuta di pagare i debiti obbligandolo in questo modo ad abbandonare gli studi per cercarsi un lavoro e far fronte alle numerose spese. Da quel momento iniziano forti incomprensioni fra i due fino a spingere il futuro scrittore ad abbandonare la casa per raggiungere Boston, e da lì arruolarsi nell’esercito. Nel 1829 pubblica in modo anonimo “Tamerlane and other poems”, e con il suo nome “Al Aaraaf, Tamerlane and minor poems”. Nel contempo, lasciato l’esercito, si trasferisce presso parenti a Baltimora. Nel 1830 si iscrive all’accademia militare di West Point per farsi però ben presto espellere per aver disobbedito agli ordini. In questi anni Poe continua a scrivere versi satirici. Nel 1832 arrivano i primi successi come scrittore che lo portano nel 1835 ad ottenere la direzione del “Southern Literary Messenger” di Richmond. Il padre adottivo muore senza lasciare alcuna eredità al figlioccio. Poco dopo, all’età di 27 anni, Edgar Allan Poe sposa la cugina Virginia Clemm, non ancora quattordicenne. E’ questo un periodo nel quale pubblica innumerevoli articoli, racconti e poesie, senza però ottenere grandi guadagni.

In cerca di miglior fortuna decide di trasferirsi a New York. Dal 1939 al 1940 è redattore del “Gentleman’s magazine”, mentre contemporaneamente escono i suoi “Tales of the grotesque and arabesque” che gli procurano una fama notevole. Le sue capacità di redattore erano tali che gli permettevano ogni volta che approdava ad un giornale di raddoppiarne o quadruplicarne le vendite. Nel 1841 passa a dirigere il “Graham’s magazine”. Due anni più tardi le cattive condizioni di salute della moglie Virginia e le difficoltà lavorative, lo portano a dedicarsi con sempre maggior accanimento al bere e, nonostante la pubblicazione di nuovi racconti, le sue condizioni economiche restano sempre precarie. Nel 1844 Poe inizia la serie di “Marginalia”, escono i “Tales” ed ottiene grande successo con la poesia “The Raven”. Le cose sembrano andare per il meglio, soprattutto quando nel 1845 diventa prima redattore, poi proprietario del “Broadway Journal”. Ben presto la reputazione raggiunta viene però compromessa da accuse di plagio, portando Edgar Allan Poe verso una profonda depressione nervosa che, unita alle difficoltà economiche, lo portano a cessare le pubblicazioni del suo giornale. Trasferitosi a Fordham, seriamente malato ed in condizioni di povertà, continua a pubblicare articoli e racconti pur non ottenendo mai vera fama in patria; il suo nome invece comincia a farsi notare in Europa e soprattutto in Francia. Nel 1847 la morte di Virginia segna una pesante ricaduta della salute di Poe, che però non lo distoglie dal continuare a scrivere. La sua dedizione all’alcolismo raggiunge il limite: trovato in stato di semi incoscienza e delirante a Baltimore, Edgar Allan Poe muore il 7 ottobre 1849.

Nonostante la vita tormentata e disordinata l’opera di Poe costituisce un corpus sorprendentemente nutrito: almeno 70 racconti, di cui uno lungo quanto un romanzo – The Narrative of Arthur Gordon Pym of Nantucket (1838: in italiano, “Le avventure di Gordon Pym”) – circa 50 poesie, almeno 800 pagine di articoli critici (una notevole mole di recensioni che ne fa uno dei critici letterari più maturi dell’epoca), alcuni saggi – The Philosophy of Composition (1846), The Rationale of Verse (1848) e The Poetic Principle (1849) – ed un poemetto in prosa di alta Filosofia – Eureka (1848) – nel quale l’autore cerca di dimostrare, con l’aiuto della Fisica e dell’Astronomia, l’avvicinamento e l’identificazione dell’Uomo con Dio. (da biografieonline.it)

Ricordiamoci dell’amore ogni giorno…

OK, approfittiamo pure della data del 14 febbraio, ma…non dimentichiamoci di amare e di amarci ogni giorno, ogni momento, ogni attimo; soprattutto, non dimentichiamo che cos’è l’Amore e non scambiamo per amore quel che tale non è…Buona lettura. (AnGre)

Mettimi come sigillo sul tuo cuore,
come sigillo sul tuo braccio;
perché forte come la morte è l’amore,
tenace come gli inferi è la passione:
le sue vampe son vampe di fuoco,
una fiamma del Signore!
Le grandi acque non possono spegnere l’amore
né i fiumi travolgerlo.
Se uno desse tutte le ricchezze della sua casa
in cambio dell’amore, non ne avrebbe che dispregio

(Cantico dei Cantici 8:6-7)

Odio e amo. Forse chiederai come sia possibile;
non so, ma è proprio così, e mi tormento.

(Catullo, Odi et amo, trad. S.Quasimodo)

[…] Poi mi rivolsi a loro e parla’ io,
e cominciai: «Francesca, i tuoi martìri
a lagrimar mi fanno tristo e pio.
.
Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri,
a che e come concedette amore
che conosceste i dubbiosi disiri?».
.
E quella a me: «Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
ne la miseria; e ciò sa ‘l tuo dottore.
.
Ma s’a conoscer la prima radice
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
dirò come colui che piange e dice.
.
Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.
.
Per più fïate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.
.
Quando leggemmo il disïato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,
.
la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu ‘l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante».
.
Mentre che l’uno spirto questo disse,
l’altro piangëa; sì che di pietade
io venni men così com’io morisse.
.
E caddi come corpo morto cade.
(Dante, Commedia, Inferno, Canto V)

ROMEO
Ride delle cicatrici chi non è mai stato ferito.
(notte fonda, giardino di casa Capuleti; sul balcone, appare Giulietta.)
Ma, piano, quale luce erompe da quella finestra?
È l’oriente, e Giulietta è il sole! Oh, sorgi bel sole,
e uccidi la luna invidiosa che è già malata e pallida di rabbia,
perché tu, sua ancella, di lei sei tanto più bella.
Non servirla più, quell’invidiosa: la sua vestale
porta il malsano costume verde indossato solo dai buffoni.
Gettalo via! Oh, se sapesse che è la mia donna,
il mio amore! Oh se lo sapesse!
Ella parla, pur senza dire parola. Com’è mai possibile?
Sono i suoi occhi a parlare, e io risponderò loro.
Sono troppo ardito. Non è a me che parla.
Due tra le stelle più luminose del cielo, dovendo assentarsi,
supplicano i suoi occhi di voler brillare
al loro posto sin che abbiano fatto ritorno.
E se i suoi occhi fossero in quelle sfere,
e le stelle sul suo volto? Le sue guance luminose
farebbero allora vergognare quelle stelle,
come il giorno fa impallidire la luce di una torcia.
E i suoi occhi, in cielo, scorrerebbero nella regione dell’aria
con un tale splendore che gli uccelli,
credendo finita la notte, riprenderebbero a cantare.
Guarda come appoggia la guancia alla sua mano:
potessi essere io il guanto di quella mano,
e poter così toccare quella guancia!
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GIULIETTA
Ahimè!
(Come avesse sentito un rumore, o forse assorta in tristi pensieri, sospirando)
.
ROMEO
(tra sé) 
Ma parla…
Oh, dì ancora qualcosa, angelo splendente,
così glorioso in questa notte, lassù, sopra la mia testa,
come un messaggero alato del cielo quando abbaglia
gli occhi stupiti dei mortali, che si piegano all’indietro
per guardarlo varcare le nubi che si gonfiano pigre,
e alzare le vele nel grembo dell’aria.
.
GIULIETTA
Oh Romeo, Romeo, perché sei tu Romeo?
Rinnega tuo padre e rifiuta il tuo nome,
oppure, se non vuoi, giura che sei mio
e smetterò io d’essere una Capuleti.
.
ROMEO
(Sempre tra sé) 
Devo ascoltare ancora, o rispondere subito?
.
GIULIETTA
È solo il tuo nome che m’è nemico, e tu sei te stesso
anche senza chiamarti Montecchi. Cos’è Montecchi?
Non è una mano, un piede, un braccio, un volto,
o qualunque parte di un uomo. Prendi un altro nome!
Cos’è un nome? Ciò che chiamiamo rosa,
con qualsiasi altro nome avrebbe lo stesso profumo,
così Romeo, se non si chiamasse più Romeo,
conserverebbe quella cara perfezione che possiede
anche senza quel nome. Romeo, getta via il tuo nome,
e al suo posto, che non è parte di te, prendi tutta me stessa.
.
ROMEO
(con voce decisa)
Ti prendo in parola.
Chiamami amore e sarà il mio nuovo battesimo:
ecco, non mi chiamo più Romeo.
.
GIULIETTA
Chi sei tu che così avvolto nella notte
inciampi nei miei pensieri?
(W.Shakespeare, Romeo e Giulietta, Atto II, scena II)

Non t’amo come se fossi rosa di sale, topazio
o freccia di garofani che propagano il fuoco:
t’amo come si amano certe cose oscure,
segretamente, tra l’ombra e l’anima.
.
T’amo come la pianta che non fiorisce e reca
dentro di sé, nascosta, la luce di quei fiori;
grazie al tuo amore vive oscuro nel mio corpo
il concentrato aroma che ascese dalla terra.
.
T’amo senza sapere come, né quando, né da dove,
t’amo direttamente senza problemi né orgoglio:
così ti amo perché non so amare altrimenti
.
che così, in questo modo in cui non sono e non sei,
così vicino che la tua mano sul mio petto è mia,
così vicino che si chiudono i tuoi occhi col mio sonno.
(Pablo Neruda, Sonetto XVII)

E so molto bene che non ci sarai.
Non ci sarai nella strada,
non nel mormorio che sgorga di notte
dai pali che la illuminano,
neppure nel gesto di scegliere il menù,
o nel sorriso che alleggerisce il “tutto completo” delle sotterranee,
nei libri prestati e nell’arrivederci a domani.

Nei miei sogni non ci sarai,
nel destino originale delle parole,
nè ci sarai in un numero di telefono
o nel colore di un paio di guanti, di una blusa.
Mi infurierò, amor mio, e non sarà per te,
e non per te comprerò dolci,
all’angolo della strada mi fermerò,
a quell’angolo a cui non svolterai,
e dirò le parole che si dicono
e mangerò le cose che si mangiano
e sognerò i sogni che si sognano
e so molto bene che non ci sarai,
nè qui dentro, il carcere dove ancora ti detengo,
nè la fuori, in quel fiume di strade e di ponti.
Non ci sarai per niente, non sarai neppure ricordo,
e quando ti penserò, penserò un pensiero
che oscuramente cerca di ricordarsi di te.

(Julio Cortázar, Il futuro)

L’amore non dà nulla fuorché sé stesso
e non coglie nulla se non da sé stesso.
L’amore non possiede,
né vorrebbe essere posseduto
poiché l’amore basta a all’amore.

(Khalil Gibran, Segui l’amore)

Premio Nazionale di Poesia LA STAFFETTA – Prima Edizione 2018 per Opere Edite e Inedite

Premio Nazionale di Poesia ‘LA STAFFETTA’

I Edizione 2018 per Opere Edite e Inedite — Scadenza 31 gennaio 2019

.

 I) BANDO E FINALITA’ DEL PREMIO

Il Presidente della Sezione A.N.P.I. di Castelbolognese (RA) Lucio Borghesi indice la prima edizione del Premio Letterario “La Staffetta” allo scopo di celebrare le staffette partigiane, donne eroiche e disarmate che, durante la Resistenza, portarono, a rischio della propria vita, messaggi, armi e rifornimenti alle formazioni partigiane impegnate nella lotta alla tirannide nazi-fascista.

Il presente Concorso è indetto anche per contribuire alla realizzazione materiale di un monumento dedicato a queste eroiche figure da non dimenticare.

La celebrazione del Premio e la relativa cerimonia di premiazione avrà luogo Venerdì 8 (OTTO) marzo 2019 presso la Sala Consiliare del Comune di Castelbolognese (Ra) in Piazza Bernardi n. 1

II) PARTECIPAZIONE

Il Premio è rivolto a SINGOLE POESIE INEDITE o EDITE (cartaceo o e-book) relative a qualsiasi anno di pubblicazione. È d’obbligo per i Partecipanti la maggiore età.

Il Premio si articola in due Sezioni:

Sezione A. “DIALOGHI DI RESISTENZE”, incentrate su temi civili.

Sezione B. “POESIA A TEMA LIBERO”

Potranno essere presentate da un minimo obbligatorio di 2 (due) fino ad un massimo di 5 (cinque) poesie per ogni singolo autore rientranti in una sola o in entrambe le categorie

per entrambe le sezioni i singoli componimenti non dovranno superare i 35 versi cadauno ed essere scritti su singoli fogli doc-Word, SENZA NESSUN SEGNO DI RICONOSCIMENTO a parte il titolo e l’indicazione della sezione cui si intende iscrivere l’opera.

Le opere inviate non verranno restituite.

III) QUOTA DI PARTECIPAZIONE

Ad ogni Autore – che potrà presentare da un minimo di due a un massimo di cinque opere – è richiesto, quale contributo e quota di partecipazione al Premio, di devolvere euro € 15 (Quindici), che consentiranno la partecipazione del singolo concorrente a entrambe le sezioni senza ulteriori spese.

La somma di Euro 15,00 va versata tramite bonifico bancario al seguente Iban: IT86 O084 6267 5300 0000 5032 898 intestato a A.N.P.I. SEZIONE DI CASTELBOLOGNESE PRESSO B.C.C. ROMAGNA OCCIDENTALE DI CASTELBOLOGNESE (RA), causale: Premio Nazionale di poesia La Staffetta.

IV) INVIO DEGLI ELABORATI (Scegliere una sola modalità)

1 — a) Gli elaborati comprensivi della documentazione richiesta potranno essere spediti, in busta idonea, entro e non oltre il 31 (Trentuno) Gennaio 2019, data di scadenza del Premio e termine ultimo utile per la partecipazione (farà fede il timbro postale) al seguente indirizzo: A.N.P.I. C/O CIRCOLO ARCI VIA EMILIA INTERNA N. 137 48014 CASTELBOLOGNESE (RA) specificando “Premio Nazionale di Poesia ‘La Staffetta’ 2018”

2 — b) Oppure entro la stessa data (scelta preferibile) inviare quanto richiesto tramite posta elettronica all’indirizzo premiolastaffetta@libero.it con oggetto “Premio Nazionale di poesia ‘La staffetta’ 2018 indicando la sezione cui ogni singola opera viene iscritta.

Per motivi organizzativi si chiede cortesemente di non aspettare gli ultimi giorni per l’invio a mezzo posta o e-mail che sia.

V) DATI, LIBERATORIA E RESPONSABILITA’

Ogni Autore contestualmente agli elaborati, deve inviare firmata una scheda-liberatoria con i propri dati (nome, cognome, data di nascita, indirizzo, e-mail, recapito telefonico, titolo degli elaborati, sezione di partecipazione) per l’autorizzazione all’uso dei propri componimenti, sulla quale sia esplicitato “Dichiaro che quanto proposto al Premio Nazionale di Poesia La Staffetta è esclusivo frutto della mia creatività e del mio ingegno” (inediti) e/o gli estremi del libro da cui sono estratte (editi).

I dati verranno utilizzati solo per ottemperare alle richieste del presente bando e trattati nel rispetto dell’attuale normativa vigente in materia di privacy e non verranno ceduti in nessun modo a terze parti, né per finalità differenti dal Premio stesso.

Ogni Autore è responsabile di temi e contenuti inviati a proprio nome. Il Premio non è responsabile di eventuali danni / offese arrecati a terze parti e di eventuali plagi. L’Organizzazione si riserva di escludere componimenti i cui contenuti vengano ritenuti offensivi o che contengano / rechino contenuti che violino le finalità del presente Bando.

VI) RIEPILOGO

Accedono al Premio tutti i plichi o le e-mail, a seconda del mezzo di spedizione scelto, contenenti / recanti tutte le seguenti richieste da parte dell’organizzazione del Premio, ovvero:

  1. a) da due a cinque poesie inedite e / o edite di 35 versi massimo ciascuna scritte ciascuna su singolo doc-Word con titolo e sezione, senza nessun segno di riconoscimento;
  2. b) scheda-liberatoria firmata contenente i dati richiesti (cognome, nome, indirizzo, recapito e-mail, numero telefonico, luogo e data di nascita, titolo degli elaborati, sezione di partecipazione) dell’Autore e sua dichiarazione di autenticità;
  3. c) fotocopia (posta tradizionale) o copia (e-mail) della ricevuta del versamento della quota di partecipazione.

VII) LAVORO DELLA GIURIA

a) Tra tutto il materiale pervenuto in tempo utile, la Giuria decreterà una rosa di finalisti per ognuna delle due sezioni del Premio.

b) I finalisti verranno avvisati per tempo e resi noti sulla pagina Facebook soltanto con il titolo (o, in assenza di questo, con la citazione del primo verso) dei componimenti giudicati favorevolmente.

c) SOLTANTO DURANTE LA CERIMONIA DI PREMIAZIONE verranno resi noti i nomi dei vincitori delle due sezioni.

d) Si porta, altresì, a conoscenza dei Partecipanti la composizione della Giuria:

Presidente della Giuria: Lucio Borghesi.

Membri della Giuria: Flavio Almerighi (segretario con diritto di voto), Prof. Francesco Sassetto, Prof. Leonardo Altieri, Prof.ssa Annalisa Rodeghiero, Prof. Bruno Bartoletti.

e) Pena l’esclusione dal Concorso, i partecipanti sono invitati a non contattare in nessun modo e con nessun mezzo i Giurati. Il giudizio della Giuria è insindacabile ed inappellabile.

VIII) PREMI E RICONOSCIMENTI:

Sezione A:

Il Primo classificato vedrà il proprio componimento intero o uno stralcio dello stesso, a seconda dello spazio disponibile, riportato sull’erigendo monumento alla Staffetta Partigiana in Castelbolognese (RA).

Al Secondo e Terzo classificato verranno assegnati premi in danaro con obbligo di presenza dell’Autore (o di un delegato preventivamente segnalato all’Organizzazione del Premio) all’atto del conferimento; in assenza degli interessati il premio non verrà assegnato a nessuno.

Sezione B:

Ai primi tre classificati verranno assegnati premi in danaro con obbligo di presenza dell’Autore (o di un delegato preventivamente segnalato all’Organizzazione del Premio) all’atto del conferimento; in assenza degli interessati il premio non verrà assegnato a nessuno.

  • Gli elaborati vincitori e finalisti andranno a costituire l’Antologia del Premio in formato e-book scaricabile gratuitamente su blog e siti che verranno segnalati anche tramite e-mail.

IX) NOTIZIE INERENTI IL PREMIO

a) Gli Autori finalisti e vincitori al Premio verranno informati entro il 1 marzo 2019 attraverso telefono e posta elettronica senza essere portati a conoscenza del relativo piazzamento con cortese richiesta di non divulgare la notizia prima della cerimonia di premiazione.

b) Ogni notizia inerente il Premio sarà pubblicata su “LA STAFFETTA”, la pagina Facebook del Premio.

***

Il presente Bando si compone di nove punti (I – IX) che ogni Autore accetta all’atto di partecipazione al “PREMIO NAZIONALE DI POESIA ‘LA STAFFETTA’ – I Edizione 2018 per Opere Edite e Inedite” con l’invio delle proprie Opere. Ogni invio non corrispondente a quanto sopra espresso non sarà ritenuto valido.

***

Per qualsiasi informazione: premiolastaffetta@libero.it

per scaricare il bando  CLICCA QUI

Aggiornamenti e notizie in progress sul blog: https://anpicastelbolognese.wordpress.com/ e sulla pagina Facebook dedicata al premio.

Castelbolognese, 29 / 06 / 2018

Czesław Miłosz, Inno

Czesław Miłosz , Inno 

Non c’è nessuno fra te e me.
Né pianta che attinge i succhi dal profondo della terra,
né animale, né uomo,
né vento che cammina fra le nuvole.

I più bei corpi sono vetro trasparente.
Le fiamme più ardenti acqua che lava i piedi stanchi
dei viaggiatori.

Gli alberi più verdi piombo fiorito nel cuore della notte.
L’amore è sabbia inghiottita da labbra aride.
L’odio una brocca salata offerta all’assetato.
Scorrete, fiumi; alzate le vostre mani,
città! Io, fedele figlio della terra nera, farò ritorno
alla terra nera,
come se la mia vita non fosse stata,
come se canzoni e parole create le avesse
non il mio cuore, non il mio sangue,
non il mio esistere,
ma una voce sconosciuta, impersonale,
solo lo sciabordio delle onde, solo il coro dei venti,
solo il dondolio autunnale
dei grandi alberi.

Non c’è nessuno fra te e me,
e a me è data la forza.
Le montagne bianche pascolano sulle pianure della terra,
vanno verso il mare, alla loro abbeverata,
soli sempre nuovi si inchinano
sulla valle del piccolo e stretto fiume dove sono nato.
Non ho saggezza, né talento, né fede,
ma ho avuto la forza, essa lacera il mondo.
Onda pesante mi infrangerò sulle sue rive
e me ne andrò, farò ritorno nei territori delle acque eterne,
e un’onda nuova ricoprirà di schiuma le mie orme.
Oscurità!

Tinta dal primo chiarore dell’alba,
come il polmone strappato da una bestia squarciata
ti dondoli, ti immergi.
Quante volte ho navigato con te
trattenuto nel mezzo della notte,
sentendo una voce sulla tua chiesa agghiacciata,
il grido dell’urogallo, il fruscio dell’erica,
e due mele brillavano sulla tavola
o le forbici aperte rilucevano –
– e noi eravamo simili:
mele, forbici, oscurità e io –
sotto la stessa, immobile,
assira, egiziana e romana
luna.

Si alternano le stagioni, uomini e donne si accoppiano,
i bambini nel dormiveglia fanno correre le mani sui muri,
disegnando terre oscure col dito bagnato nella saliva,
si alternano le forme, crolla ciò che sembrava invincibile.

Ma fra gli Stati sorgenti dal fondo dei mai,
fra le vie scomparse, al cui posto
si innalzeranno monti costruiti con un pianeta caduto,
contro tutto ciò che è passato, tutto ciò che passa,
si difende la giovinezza, limpida come pulviscolo solare,
né del bel né del male invaghita,
inviata sotto i tuoi immensi piedi,
perché tu la schiacci, la calpesti,
perché tu col tuo alito faccia muovere la ruota
e l’esile struttura tremi al suo movimento,
perché a lei tu dia fame, e agli altri sale, pane e vino.

Ancora non risuona la voce del corno
che chiama gli sbandati, chi giace nelle valli.
La ruota dell’ultimo carro ancora non rimbomba
sul suolo gelato.

Fra te e me non c’è nessuno.

Parigi, 1935
da Tre inverni – tratta da Poesie, a cura di Pietro Marchesani, Adelphi

Czesław Miłosz, Šeteniai (Lituania),1911 – Cracovia, 2004, poeta e saggista polacco, è stato, secondo Josif Brodskij “uno dei più grandi poeti del nostro tempo e forse il più grande”. Nel 1980 gli è stato conferito il Premio Nobel per la letteratura, con la seguente motivazione: «Who with uncompromising clear-sightedness voices man’s exposed condition in a world of severe conflicts.» («A chi, con voce lungimirante e senza compromessi, ha esposto la condizione dell’uomo in un mondo di duri conflitti.»)

Karel Šebek, Stamane ho perso gli ultimi trentadue denti

Stamane ho perso gli ultimi trentadue denti

con le unghie avvinghiate su questo nero istante come se fossi un pipistrello
i cui artigli sono conficcati nel mio cappello perduto
è pieno giorno bianco come il vostro camice
o camicetta ma sempre con purpuree mostrine
il revolver è una gita in vita della morte
quando la mia poesia fiorisce della sua borsetta di coccodrillo
un desiderio forte come somigliare all’anarchia una volta per tutte
la mia piccola arciera dalle frecce azzurre della disperazione celeste
nuvole scalpate
e il giorno come una pentola ammaccata
ma si deve pur sempre vivere in ogni circostanza
piantarsi davanti alla minestra come se fosse perlomeno la nostra
madre materna
e la coppa del nonno per me sarà sempre il mio caro nonno
è come piantare su fucilate di poesia un’inespugnabile tenda aerea
come il mio erotismo e il mio fidanzamento con la luna
lama scalfita della fragola
dietro sbarre come ancore dei nostri ceppi
da oggi sono disoccupato e non mi accettano più nel parco di Via Na Štěpánce
e allora guadagnerò in altro modo
ci sono luoghi dove non si è derubati neanche da un assassino
e su tutti gli alberi ora sbocciano i miei pantaloni tolti dal buio
si tratta del meriggio di strisce striptease delle pagine strappate di calendari
era tanto che non ridevo così
come durante l’ultimo lampo di coscienza della catastrofe dell’essere
chiamata verità se sia veramente tu
ora penso cioè in realtà in sogno
quando suonano a festa le campane che volano come velieri
mille lucciole sul cielo di stelle
e tu e tu
il sole è luna vampeggiante della sacra fiamma del diavolo
la luna è sole lapidato da un completo fulgore
questo secondo di collera persino dalle stelle infrante
stamane ho perso gli ultimi trentadue denti che mi erano rimasti
ed ogni pantera morde il freno
la poesia è il male della vita
.
.

Karel Šebek (dello stesso autore in questo blog leggi qui) ; poeta ceco tratto da Hebenon, Terza serie, n.4, Maggio 2005 — http://www.hebenon.com

Nell’immagine d’apertura: la Cappella Rothkouna cappella aconfessionale eretta a Houston (Texas) e fondata da John e Dominique de Menil, il cui interno, che serve non solo come cappella, ma anche come importante opera d’arte moderna, ospita 14 dipinti neri ma con sfumature realizzati da Mark Rothko.

 

Lorian Carsochie: Ottobre, nel paese del sentimento

Ottobre, nel paese del sentimento

lontano, irreale e confuso, proprio
là, nel paese del cuore, i lupi danno la caccia alle stelle,
per inchiodarle poi sulla parete catramata del silenzio
.
il dolore si gira nel suo letto
ed i lati e le parti
non accarezzate della donna
sembrano marciapiedi trafficati di piogge e di castagne
ed ancora
più irreale nella sua ubriachezza,
di tutte le felicità pascolate dagli eventi e dalle guerre
l’ottobre si corica, affamato di verde, sulla notte
sulle panche, sulle ragazze, sulle parole
.
come un amante fuggiasco arriva nel
regno sinistro del petto, dove, certamente,
qualcuno lo aspetta e
lo nasconde da una parte
nella notte
.
gemono gli alberi e gemono i palazzi
gemono i passanti e gemono le passanti – tutti
cercandolo
e geme dentro di me ottobre, l’amoroso delle ragazze e
delle frutta dell’autunno,
geme
affinché le sbarre del petto mi si rompono e le finestre
mi si sgretolano ed i muri crollano sulle foglie, sui colori
sulle panche e sui castagni del calendario
.
ottobre-imperatore dell’inganno
e principe della bugia, esci, ti dico
dammi le risposte e fai piovere le lacrime e
chiudi le porte dei lamenti dei parchi (che mi accusano
di averli derubati) e collega le labbra ed i sentimenti
delle donne alla carne e alla parola chiave che le ha
imbrogliate;
ottobre, ti prego, vattene e
lasciami il dolore nello stagno del colore dove venni iniziato
nel ritto dell’essere
.
e notte
e da solo nella notte, nei libri, nelle ore
non seminate ancora, ottobre pare uno sposo (o un amante)
tradito dall’autunno dell’anno scorso
.
apro i cassetti e cerco
e frugo tra le rovine del secolo scorso e
frugo tra le rovine della pietra e tra le rovine dello stivale
e tra le rovine della creta
.
dissero le porte del petto, per fare sì
che l’amorosa da fuori riempie nel cuore di
ottobre tutti i buchi, tutte le mancanze e tutto l’autunno
.
dissero la quiete
e le castagne cadono come dei soldati alla sinistra
e alla destra del mio amore
coricato sul seno di una donna
 .
.
 *

Lorian Carsochie, poeta nato a Spulber, Vrancea, Romania, il 20 giugno del 1967. Ha pubblicato diversi volumi di narrativa. Il presente testo è tratto dalla Rivista internazionale di letteratura Hebenon, Terza serie, n.4, Maggio 2005  e per questo articolo si ringraziano il sito hebenon.com e Roberto Bertoldo.

Auguri in poesia! Breve antologia a tema / e-book scaricabile gratuitamente

fotografia-di-giorgio-chiantini

Il sasso nello stagno di AnGre,

insieme con i suoi Collaboratori ed i suoi Amici di lunga data,

augura a tutti sereni giorni di festa…in poesia!

Al link sotto riportato è possibile scaricare gratuitamente, cliccandovi sopra, una breve Antologia di Autori Vari sul tema della “casa”, intesa non solo, come le mura entro cui molti hanno la fortuna di vivere. La raccolta di poesie, che coralmente doniamo ai nostri lettori, abbraccia il Novecento e giunge fino a questo nuovo secolo ed ha per titolo una significativa massima di Plinio il Vecchio, “La casa è dove si trova il cuore”. Un titolo, a cui non abbiamo attribuito nessun significato retorico, ma che ha riunito in sé l’idea di Poesia, quale casa per tutti, e l’augurio che tutti possano avere un luogo che li accolga, sempre, ogni giorno, Natale compreso. Buona lettura!

*

— AA.VV. LA CASA E’ DOVE SI TROVA IL CUORE (clicca qui) —  

*

AA.VV. “La casa è dove si trova il cuore” – Autori & titoli

FLAVIO ALMERIGHI, Le chiavi di casa 

LEOPOLDO ATTOLICO,  Pied sot terre 

EMILIA BARBATO, Autunno

DORIS EMILIA BRAGAGNINI, L’albero e la mela

MARIELLA COLONNA, Da bambina non mi piacevano le bambole 

MIRELLA CRAPANZANO, La casa sul mare

MARIO M.GABRIELE, La casa risaliva agli anni 40 

ANGELA GRECO, IV stanza

MONICA GUERRA, due poesie brevi tratte da due libri dell’autrice

GIORGIO LINGUAGLOSSA, La grande casa immersa tra gli aranci

RITA PACILIO, Senza titolo – inedito

.

All’interno dell’allegato, inoltre, sono inclusi anche alcuni autori storicizzati.

La fotografia di copertina, riportata anche in apertura, è di Giorgio Chiantini.

.

— Un ringraziamento speciale gli Amici, che hanno aderito con entusiasmo a questa proposta, per la disponibilità, l’amicizia e soprattutto per la stima — 

(AnGre)

il-sasso-nello-stagno-di-angre-buon-natale

*

“LA POESIA NON E’ MORTA”: la Poesia come arma di risveglio di massa – di Giuseppe Schembari

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“LA POESIA NON E’ MORTA”: la Poesia come arma di risveglio di massa – di Giuseppe Schembari (per la nuova pagina Sassi dalla Sicilia)

.
LA POESIA
 
La poesia
non può morire
su un’asettica pagina bianca
per restare silenzio
e divenire una muta risacca
Primigenia dicotomia
non fermarsi al testo
ma spingersi oltre il contesto
non perire ai confini della parola
ma procedere fuori
dai sentieri battuti
un Urlo dissonante
a cui non è negato
passare all’essere
e perseverare
.

Oggi la Poesia sembra aver perso la sua funzione di azione sulla realtà, quel suo naturale scopo, la sua utilità, il vero motivo – che si pensava potesse essere irrinunciabile – per cui il poeta scrive poesie.

La Poesia deve ritornare ad essere un’arma costantemente puntata contro gli artefici e i responsabili dell’immane malessere in cui ci troviamo. Nel caos attuale diventa indispensabile che la Poesia risvegli la coscienza da troppo tempo narcotizzata di tutti, perseguendo una profonda ricerca non già del tempo perduto, quanto piuttosto del tempo a venire, per recuperare quelle parole e di conseguenza quell’agire che da essa possono scaturire e per aggirare quelli che si preoccupano di separare parola e azione, imponendo la materialità sterile di una scrittura strettamente legata alla forma. Forma, come ambito dove tendenzialmente il rapporto tra Poesia e Realtà viene a spezzarsi, facendo sparire la finalità sociale intrinseca alla poesia stessa, rendendola inefficace, consentendole di scivolare via senza lasciar traccia e facendo dei poeti inutili “rivoluzionari” da salotto.

In quest’ottica ci si domanda se il poeta debba continuare a persistere in questo quadro inquietante come contorno sbiadito o anonima ombra oppure, se non sia il caso di far ri-diventare il Poeta uno schianto dirompente nell’immobilità preoccupante del presente.

Il recupero della Poesia da usare come arma può essere un mezzo assai valido per mettere in crisi il sistema. Di questo il Potere è sempre stato consapevole e perciò esso ha sempre temuto la forza eversiva della Poesia, cercando con ogni mezzo di annientarla per evitare che s’insinuasse nell’anima delle masse, rendendole consapevoli dell’improrogabile esigenza di cambiamento, acutizzando l’insoddisfazione e il dramma in cui la cinica incompetenza dell’intera classe politica ci ha trascinati.

Bisogna, dunque, liberare la Poesia dal guscio pseudo-letterario che oggigiorno la imprigiona e portarla nelle strade e nelle piazze, consentendole di fiorire nelle coscienze e nelle menti, così da diventare l’uragano che travolge e abbatte il trono dei signori del potere.

La Poesia intesa come liberazione dell’uomo e, se il silenzio è quello che vogliono imporre, noi risponderemo “SPIANANDO I FUCILI DELLA PAROLA”.

[versi e articolo di Giuseppe Schembari (leggi qui sull’Autore) — immagine tratta dalla serie pittorica “Sulla rotta di Ulisse” di Lawrence Ferlinghetti ]

Felice Serino, Frammenti di luce indivisa (poesie scelte) letto da Angela Greco

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Frammenti di luce indivisa – poesie scelte è l’ultima opera di Felice Serino pubblicato dal Centro Studi Tindari-Patti (ME) nel mese di novembre 2015 (dello stesso Autore Il sasso nello stagno di AnGre ha ospitato anche la precedente raccolta poetica uscita nel 2014 – leggi qui).

Il testo è articolato in cinque sezioni (Di luce indivisa; Dai cieli del sogno; Ladro di parole; In divenire; Trasfigurazioni e dediche) comprendenti una selezione di testi poetici che abbraccia i temi emblematici della poetica di Felice Serino: lo spirito, il rapporto con Dio, il proprio vissuto e la propria età, il sociale, ovvero quei motivi vicini ed universali che hanno colpito la sensibilità del poeta e che egli ha voluto “fermare” sulla carta. Sono attimi, frammenti appunto, catturati tra le esperienze quotidiane del corpo e dell’anima, momenti che Felice Serino vive profondamente e restituisce al lettore alla luce della sua esperienza del mondo. Quindi frammenti di luce non divisa, unita, indivisa appunto, come recita il titolo, perché ogni cosa, ogni persona, ogni incontro con l’umano e con il l’oltre-umano, per Felice è parte del tutto, è scintilla, raggio, che fa parte di quella luce maggiore qual è la Vita, intesa nel suo tratto terrestre e nel suo prosieguo oltre la stessa. E anche la Poesia diventa un modo di partecipare ad un progetto più grande del mero scrivere, di quell’atteso emozionare che principalmente è chiesto ad una poesia, divenendo in questo caso strumento di crescita soprattutto spirituale; elemento, quest’ultimo, in cui l’autore si ritrova pienamente.

E’ una poesia dal tono asciutto, dal verso breve (come già nella precedente silloge di cui abbiamo avuto modo di apprezzare qui su questo blog), incisivo e colmo di studio, di preparazione sull’argomento, come ad esempio quando ‘parla’ Sant’Agostino a pag.23 (Si dice di Agostino), dove il poeta dimostra di aver ruminato il fatto filosofico, rendendolo in parole comprensibilissime, semplici come di francescana memoria.

Una nuova scelta di poesie, dunque, quest’ultima di Felice Serino, dove non dispiace trattenersi e perdersi, approfondire e apprendere, accompagnati pagina per pagina dalla matura serenità dell’autore, che emerge in una dolcezza che non lascia non indifferente il lettore. (Angela Greco)

*
poesie tratte da Frammenti di Luce indivisa (Centro Studi Tindari-Patti, 2015)

frammenti-Serino-imm.-218x300L’angelo
.
noi lacere trasparenze
-sostanza di luce e di sangue-
a superare d’un passo la morte
.
solleva l’angelo un lembo di cielo
svela l’altra faccia del giorno
(pag.19)
*
Vortice di foglie
.
distrazione
del Supremo – dici – la nostra parte
mancante? ovvero caduta
d’angelo nel mare-mondo?
.
non siamo
che un vortice di foglie…
.
ma se il precipitare
in se stessi è in vista di risalita
(alla notte
segue il giorno)
.
allora non esiste
–sai- chi potrà recidere
questo cordone ombelicale col cielo
(pag.43)
*
Congetture
.
si vive
per approssimazione
.
si sta
come d’autunno…
di ungarettiana memoria
.
o
dall’origine
scollàti dal cielo
a vestire la morte
…fino
al fiume di luce che
ci prenderà e saremo
un’altra cosa…
.
congetture
.
… ma lasciatemi sognare
un sogno che non pesa
(pag.49)
*
Venne a trovarti la poesia
.
giunse come un vento lieve
a frugarti le pieghe
dell’anima
e guidandoti verso stanze
inconsce
mondi paralleli ti apriva
.
… ora sperimenti
il tuo daimon
-a divorarti
per sempre
(pag.72)
.

felice serinoFelice Serino è nato a Pozzuoli nel 1941; autodidatta. Vive a Torino. Ha pubblicato varie raccolte: da Il dio-boomerang del 1978 a D’un trasognato dove del 2014. Ha ottenuto importanti riconoscimenti e di lui si sono interessati autorevoli critici. E’ stato tradotto in sei lingue. Intensa anche la sua attività redazionale.Tutta la sua opera è visibile on-line. SESTOSENSOPOESIA feliceserino’s blog è il suo spazio in rete.

Rainer Maria Rilke, due poesie da Die Frühen Gedichte

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Rainer Maria Rilke, due poesie da Die Frühen Gedichte

Questa è la nostalgia: vivere nella piena

e non avere patria dentro il tempo.

E questi i desideri: un dialogar sommesso

di ore quotidiane con l’ eterno.

.

La vita è questo. Finché da uno ieri

ascende la più solinga delle ore

e con riso diverso dalle altre

all’eterno s’accosta – senza verbo.

.

______________________________________________

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Voglio essere un giardino e che alla mia fontana

colgano i tanti sogni nuovi fiori,

gli uni in disparte e pensierosi,

gli altri riuniti in muti conversari.

.

E quando vanno, voglio su di loro

far stormire parole come alberi,

e se riposano, agli immemori sonni

col mio silenzio origliare.

.

.

(da Rilke – Vita, poetica, opere scelte. Ed.speciale per Il Sole 24 ORE, 2008

immagine: opera di Vladimir Pajevic)

 

Quattro sassi con…autori contemporanei in 4 poesie: Giuseppe Schembari, poesie da Naufragi, un inedito ed una nota di lettura di A.Greco

Quattro sassi con - Il sasso nello stagno di AnGre

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da NAUFRAGI di Giuseppe Schembari  

(Sicilia Punto L Edizioni, Ragusa, novembre 2015)

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LA STAZIONE

Il buio che pioveva dalla notte, fagocitava la luna inossidabile
di quell’incendiaria estate primitiva.
Nell’affanno di un respiro abissale saliva dritto alle narici
l’odore inconfondibile dei treni che arrivavano e partivano
con un lamento stanco e arrugginito, lungo la simmetria articolata
della vecchia stazione ferroviaria.
.
…dove tutto ebbe inizio.
.
Camminavamo rasenti ai binari infuocati
sui ciottoli sbilenchi della massicciata
coi pugni stretti nelle tasche
incontro ad una stagione incredibile – avvelenata
con l’ottimismo ingenuo di chi non sospetta.
.
Abbiamo infranto il patto indissolubile
piegati dalla complessa meccanica dell’assenza
con la sconfitta iscritta nel codice genetico.

 (pag.19)

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ORFANI

Cammino e raschio ruggine dal petto,
niente può scalfire quest’afa greve,
i calci restano lì dove li abbiamo presi
nella costanza di un presente inamovibile.
.
Per sempre orfani, senza più attese
un dimenarsi assurdo nella frenesia,
la timida avvisaglia in un capogiro
noi che attraverso il silenzio ci parliamo.
.
Si gioca sui timbri lessicali di un copione,
la didascalia indecifrabile delle parole
che scorre dentro la bocca come una preghiera.
.
S’è complici e mandanti di feroci rappresaglie,
stanare dalle viscere lo sdegno trasversale
nel fuoco senza attrito di un cuore depredato;
le verità nascoste di tutte le mancanze.

 

(pag.42)

.

SI DIMENTICA

Le caviglie bruciate
da sabbie roventi
nessun accenno di ristoro
né balsami
né carezze di gelide acque
Si tacciono
gli estenuanti progetti di rabbia
rimane la volontà estrema
di chi sa che indietro
non può più tornare
Si dimentica sempre qualcosa
la vita è una continua sottrazione
un libro già letto non so quante volte
e mai ricordato
L’ultimo cenno di salvezza
è stato tradito
abbassando lo sguardo
il nemico si sfida
guardandolo dritto negli occhi
Non si dovevano accordare tregue
neppure compromessi
ma continuare a dissentire ad oltranza
Arrivò poi quell’afa greve
che s’addensava nella gola
ed anche la parola diventò
una stanca metafora
che nessuno capì
Si dimentica sempre qualcosa
la vita è una continua sottrazione
è il futuro che manca
Ma qualcuno tesse ancora
imperterrito ragnatele
e i soliti culi grassi e fistolosi
occupano le poltrone di sempre

(pag.59)

.

NAUFRAGI

Bussa
La nebbia
bussa alla porta
Piove acqua sporca
da una nuvola storta

(inedito)

.

Nota di lettura di Angela Greco – La nuova silloge di Giuseppe Schembari ha insito nel titolo un destino che non lascia indifferente, Naufragi, che indurrebbe con una certa semplicità, essendo lui siciliano – di Ragusa per la precisione – verso una specifica cronaca di cui siamo tutti partecipi negli ultimi tempi. Il naufragio a cui queste poesie conducono il lettore, invece, è la deriva dei tempi e del quotidiano, un mare aperto sulla mancata comprensione della perdita di punti di riferimento e ideali. La lettura prende avvio dalla riva di qualcosa che alberga nel ricordo – reale o fittizio non è indicativo, né dovrebbe interessare al lettore – per solcare, man mano che si prende il largo, l’analisi dolorosa del tempo – che l’autore vive e sente sulla propria pelle – via via allargando lo spazio d’acqua dove annegare.

Contrasta il gusto amaro dei temi trattati la dolcezza (che è indubbiamente amore per la poesia, per la terra, per l’essere umano, finanche per se stesso, nonostante il tono di rimprovero che spesso si avverte) con cui il poeta li esterna, con versi brevi, incisivi e privi di punti che, oltre ad indicare una non chiusura del discorso poetico, potrebbero anche sottolineare ulteriormente un aspetto della condizione odierna dell’Uomo, ossia l’incapacità oramai di avere riferimenti fermi, precisi, nell’immenso mare in cui annaspa per sopravvivere.

La poesia per Giuseppe Schembari è una via di riscatto, di uscita, di salvezza che non maschera le cicatrici degli accadimenti precedenti per sublimarli in canto sottolineato da una ferma volontà di non cedere al negativo, pur avendo di quest’ultimo una precisa e cosciente certezza. Ogni poesia offerta al lettore è un naufragio ed il plurale del titolo ben si accorda anche con i diversi livelli di lettura a cui si offre la silloge, partendo dal luogo più vicino all’autore (il territorio d’appartenenza è uno degli incontri di cui è capace il libro) e da una sorta di personale naufragio, per giungere, nello svolgersi della lettura, alla condizione comune in cui – come si legge negli ultimi versi – chi non azzanna in anticipo / finisce azzannato. Una poesia non edulcorata, dura in alcuni momenti, senza orpelli e capace di arrivare dritta al bersaglio, che pone interrogativi e non teme il mare aperto.

.

Giuseppe Schembari - Naufragi - Sicilia Punto L EdizioniGiuseppe Schembari, nato a Ragusa nel 1963, ha pubblicato nel 1989 il volume di versi “Al di sotto dello zero” (edito da Sicilia punto L di Ragusa); vincitore e finalista in vari concorsi nazionali e regionali, tra cui – in più edizioni – Concorso di Poesia “Mario Gori”; Concorso nazionale di poesia civile “B. Brècht” città di Comiso; Premio Nazionale di Poesia “Ignazio Russo” città di Sciacca. Sue poesie sono inserite in varie Antologie di cui ricordiamo una tra tutte: “Bisogna armare d’acciaio i canti del nostro tempo” Antologia di poesie a cura dei Gian Luigi Nespoli e Pino Angione. Collabora con giornali e riviste.

Poeta del “Dissenso” propenso verso formule d’avanguardia linguistica e sperimentale, per il quale la poesia è testimonianza e risposta al quesito della storia e della cronaca quotidiana, relativamente alle realtà dell’oppressione e dello sfruttamento. E’ stato uno degli ultimi esponenti dell’ “Antigruppo Siciliciano”, movimento letterario nato quasi parallelamente alla Beat Generation americana, con la quale ci furono diversi contatti e collaborazioni tramite due dei maggiori esponenti di entrambi i gruppi, Lawrence Ferlinghetti per la Beat Generation e Nat Scammacca per l’Antigruppo. 

Il verso per Schembari diventa denuncia ed egli partecipa non come spettatore, ma come protagonista della storia, testimone scomodo ed accusatore e, denunciando un’esistenza divenuta impossibile, la poesia per lui diventa un mezzo ed un’arma contro ogni condizione di penalizzazione, contro l’emarginazione, le guerre, il consumismo, l’ambizione, la corsa al potere, la mancanza di valori in cui l’ironia, l’invettiva, la rabbia sono sassi scagliati contro la palude dell’uniformità. Giuseppe Schembari è stato da sempre dalla parte di chi subisce la violenza dell’uomo sull’uomo, ma anche della violenza di Stato, cioè la violenza operata dalla legge e da chi dovrebbe tutelarla.

Nel 2015 ha pubblicato – sempre con l’editore Sicilia Punto L di Ragusa – il volume di poesie “Naufragi”.

Giuseppe Schembari

due poesie di Göran Tunström

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due poesie di Göran Tunström (1937-2000) 

.

DESIDERIO ULTIMO

Ciò che in fondo desidero
da una poesia
è
che possa essere letta
lentamente
che si possa invecchiare
tra una parola e l’altra;
che quella giallo farfalla, cinese
sugli enigmi mai risolti dello spazio
ascolti spensierata
sull’estremità del ramo lucente.

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PER TE CHE RICHIEDI UNA POESIA

Stanotte mi sono chinato sul tuo letto
Abbracciavi l’aria con le mani
E la vita volgeva occhi grandi verso te

Lo so: il nostro giorno era stato la scogliera
da cui sei uscita con violenza

Ma come l’acqua dalla scogliera
venisti verso la mia bocca,
e tutto fu luna e profumo d’acero
Proprio fra il sonno e la veglia
Ora lo sai: la poesia è possibile
per questa cosa che manca a metà.

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(per queste poesie si ringrazia L’Ombra delle Parole
immagine: illustrazione di Christian Schloe)

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tunstromGöran Tunström: scrittore svedese (Karlstad 1937 – Stoccolma, 2000) è considerato  uno degli scrittori più innovativi della letteratura del suo paese. Tema di fondo della sua poetica è quello della separazione e dell’unità, all’interno di realtà e suggestioni quanto mai differenziate. Tra le opere: De heliga geograferna (“I santi geografi”, 1973) e Juloratoriet (1983; trad. it. L’oratorio di Natale, 1988).Trascorse l’infanzia a Sunne, un villaggio della Svezia occidentale, dove il padre, un pastore protestante, esercitava il proprio ministero. La precoce perdita del padre così come il paesaggio e la gente di Sunne sono le esperienze da cui trasse alimento la sua opera, ammiratore di S. Lagerlöf, nativa come lui del Värmland, della quale seguì le orme, coltivando una scrittura in bilico tra fantasia e realtà, tra mondo epico e mondo reale. La giovinezza passata all’estero, i lunghi viaggi nelle regioni più diverse della terra, soprattutto in India (Indien – en vinterresa “India – un viaggio d’inverno”, 1984), acuirono la sua percezione del mondo, consentendogli di maturare ed elaborare il tema fondante della sua ispirazione. Esordì nella lirica (Inringning “Accerchiamento”,1958), genere che continuò con Svartsjukans sänger (“Canti della gelosia”, 1975) e Sandro Botticellis dikter (“Le poesie di Sandro Botticelli”, 1976), cui seguì Dikter till Lena (“Poesie per Lena”, 1978). Ma la sua affermazione avvenne nella narrativa con De heliga geograferna, romanzo ambientato a Sunne, come i successivi Guddöttrarna (“Le figliocce”, 1975) e Prästungen (“Il figlio del pastore”, 1976). Dopo Ökenbrevet (“La lettera del deserto”, 1978), narrazione in prima persona dell’adolescenza di Gesù, completò il ciclo dei romanzi di Sunne con Juloratoriet, che gli valse il premio del Consiglio Nordico (1984) e il successo internazionale. Successo non inferiore conobbe Tjuven (“Il ladro”, 1986), cui seguì un periodo di silenzio durante il quale maturarono i racconti di Det sanna livet (1991; trad. it. La vita vera, 1998). Fece ritorno al romanzo con Skimmer (1996; trad. it. Chiarori, 1999) e tratteggiò uno scherzoso autoritratto nel fantasioso e sofisticato En prosaist i New York (1996; trad. it. Un prosatore a New York, 2000). Nel successivo romanzo Bëromda män som varit i Sunne (1998; trad. it. Il libro degli ospiti di Sunne) ha celebrato ancora il luogo emblematico della sua ispirazione attraverso la figura di un astronauta che torna dallo spazio per riportare a Sunne le ceneri della madre. (da Enciclopedia Treccani)