poeti e poesia e tanto da dire e non dire, di Cataldo Antonio Amoruso

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Bergerac, Cyrano de

Il poeta vero dice quello che gli passa per la testa, e non sbaglia, al massimo deborda leggermente; anche quando si trova per qualsiasi motivo sprovvisto dei ferri del mestiere, egli è artefice, hacedor, risolve con parole, visioni, illuminazioni… Chi poeta vorrebbe esserlo si arrabatta, si arrampica, sfiora la poesia, lascia qualche graffio in superficie, non oltre, se non per caso o accidente o buona sorte; il poeta dice e non ha bisogno di spiegare, il dilettante vorrebbe spiegare e non dice, solo a volte si avvicina alla meta; fortunatamente non mi tocca nessuna delle due condizioni… se fossi stato un poeta e mi avessero chiesto di spiegare? Non avrei saputo farlo, ne sono convinto, non sarebbe stato facile governare ”il mezzo”, da dilettante invece posso muovermi, essere ”compatito” e libero di non spiegare, poi che va da sé che si fa quel che si può… ma allora ci faccio o ci sono? La domanda è talmente sciocca che non ho avuto neanche il tempo di cercarla, si è presentata da sé… sottolineo che parlo di me e che chiunque può partecipare a quanto dico, purché non si senta additato od offeso…

Allora scrivo qualche parola per liberare ciò che ho dentro, ammesso che ciò che ho dentro sia ancora disponibile, se quel quid interiore non ha trovato altre bocche per esprimersi, o palati più consapevoli e fini… chissà!

Ho presente Cyrano, figura che amo, al di là degli eccessi e degli scatti d’ira, Cyrano mi ispira, sì, in questa cosetta effimera che è questo blog avevo aggiunto due parole che ho infine rimosso trovandole patetiche, in uno di quei giorni in cui vorrei cancellare tutto o tanto, e non parlo solo di parole… le due parole erano ”mon panache”, in italiano ”il mio pennacchio”, sono le ultime parole che Cyrano, il signore di Bergerac, forse dice all’amata che infine lo ha riconosciuto, nel momento in cui egli muore in un’aura di ricomposizione, quando lei finalmente ha capito… ma è tardi, Cyrano non può che morire, sparire, assentarsi; Cyrano è assenza, al massimo compresenza, deuteragonista.

Dimenticavo che in effetti Cyrano non pronuncia quelle due parole, sono solo intuite in una traduzione italiana che è poi quella che possiedo e che nel complesso ho dimenticato; è Rossana che chiede, solo lei che chiede, e la risposta non arriva, è forse contenuta in un gesto, in una mano che vorrebbe ricevere il pennacchio… Cyrano, ferito, deve essere impresentabile, quel ”cappello” serve a ricomporlo, è rotto in quella sua testa, colpito da una trave, a tradimento, proprio in quella testa che ha sognato l’amore e la luna; già, perchè del vero Cyrano, Savinien eccetera di Bergerac, ci rimane una piccola opera che parla degli stati della luna… e chi altri poteva cingersi di ampolle piene di rugiada per sollevarsi dalla terra fino alla luna, per cercare i dirimpettai dei terrestri impegnati a farsi beffe degli abitanti di questa piccola parte della galassia?

Giudiziosamente, ho cancellato, ma non dimenticato, quelle due parole: ”mon panache”, ed ora vado a stendermi qui fuori, a guardare il cielo, senza sapere… per la prima volta ho individuato qualcosa che dovrebbe ricordarmi un grande carro, ma siccome non sono un poeta… ecco, direi che quel carro mi sembra più una grossa carriola, con due belle erre, e spero che fino al mattino si riempia di rugiada; qualche ampolla la trovo, è appena mezzanotte… (VI / 2013)

Cataldo Antonio Amoruso 

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Ab ovo, tempo di poeti & poesia…e ricordi, di Cataldo Antonio Amoruso

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Vincenzo Foppa, Cicerone bambino che legge, 1462–1464 circa, Londra, The Wallace Collection

Ab ovo

di Cataldo Antonio Amoruso

Ab ovo, dall’inizio e tanto per darmi un tono, cosa che ho sempre rifuggito. I poeti non fanno la poesia, tantomeno la poesia fa i poeti. E’ un rapporto che trovo inevaso, inconcluso, questo dare ed avere tra la forma e il sentire. Certo è possibile saper scrivere poesia, farne critica ed esegesi, anche senza troppo spendersi e con qualche guadagno in termini di visibilità e apprezzabilità; interpretare poesia è altro, e questo non paga, quasi mai. Se la poesia ti cerca, prima o poi ti trova. Se la cerchi, allora cercala nelle parole di altri che ci sono passati, forse ti sarà più facile incontrarla, certo sarà stato un altro a saperla proporre – magari un letterato, un mestierante, nella peggiore delle ipotesi – ma cosa importa… a questa fiera non si vince nulla, al massimo un altro giro di giostra. Come mai se vi aggirate per blog ed editoria varia non trovate mai qualcuno che vi spieghi cosa volesse dire con quelle parole spezzate prima che finisca il rigo? Nella peggiore delle ipotesi si tratta del guadagno che chi scrive può ricavare dall’essere sopravvalutato dal lettore… che poi questi ruoli, ovvero chi è colui che scrive, chi è colui che legge, sono assolutamente arbitrari, casuali, dipendenti da scelte personali… Bisogna avere quell’onestà di dichiarare cosa si voleva dire con i cosiddetti versi e meravigliarsi di cosa il lettore abbia capito, che, spesso ma non sempre, va oltre le intenzioni del ‘poeta’, e magari rendergliene merito… a chi legge, dirgli ‘ah, non l’avevo capito!’ e ringraziarlo.

Qui sotto, sono scritte cose molto personali (!!!) che parlano di timori e paure dell’infanzia, di ammonimenti e insegnamenti popolareschi, rudimenti accolti senza filtri di alcun genere… e poi spero che ci sia quello che l’eventuale lettore potrà capire meglio del sottoscritto: a lui sono riconoscente e dico: Ah, l’ho scritto ma non l’avevo capito!… Grazie.

Le mani pronte
a ripetere
chirieleisò, chirieleisò
– dillo con me, non so cosa sia –
lo dico, non aver paura
forse è il treno delle notti tutte
o il tuono, lo hai sentito? Hai visto il lampo?
Poteva risucchiarti, se solo sull’uscio…
entrare e con te in braccio vederlo volare

no, nessuno è tornato
ci hanno lasciato solo le mani, sudate
dammi un bacio, piccolissimo
tra le cortine
ora,
sembrano quasi barricate, sì
ridiamo… tienimi la storia:
ti ripeto le cinque giornate
già…

ma capire quel tempo
abitarne l’intercapedine
saggiarne lo stacco
c’era uno così, sai? Nell’altra stanza
tra il carapace e la materia
molle

il piccolo vuol sapere tutto

ma non so come finisce, l’ho scordato
forse
sognavamo
e ripetevo
con te christeleisò, christeleisò
tutta la notte ho baciato il santino
ma non t’ho svegliata, non io
forse era la paura chi veniva a toccarti
a sfiorarti sugli òmeri sommandosi
a quanti eravamo, a capo e a piedi nello stesso letto
a una distanza che non muta
quale non so…
forse questa cesura dal giorno
o dalle paure
o dai ricordi dai precetti dagli insegnamenti
dalle piccole note spacciate per comandamenti
dai non guardate le mani di chi ha, dai non chiedete nulla
o dai meglio una febbre che vi porti
per quanto vi ami
piuttosto che ladri
o infami

chirieleisò, christeleisò
guarda le mani, guarda le mani
e i cocci del rosario
il primo morto della nostra vista
e quasi con gli occhi
si muovono ancora e le dita e le nari.

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Lorenzo Loli (?) (1612-1691), incisore – Monza (MB), Civica Raccolta di Incisioni Serrone Villa Reale

il 21 marzo in Poesia con Il sasso nello stagno di AnGre

21 marzo - Il sasso nello stagno di AnGre

Giornata Mondiale della Poesia

§

 “Il ramo rubato” di Pablo Neruda


Nella notte entreremo

a rubare
un ramo fiorito.

Passeremo il muro,
nelle tenebre del giardino altrui,
due ombre nell’ombra.

Ancora non se n’è andato l’inverno,
e il melo appare
trasformato d’improvviso
in cascata di stelle odorose.
Nella notte entreremo
Fino al suo tremulo firmamento,
e le tue piccole mani e le mie
ruberanno le stelle.

E cautamente,
nella nostra casa,
nella notte e nell’ombra,
entrerà con i tuoi passi
il silenzioso passo del profumo
e con i piedi stellati
il corpo chiaro della Primavera.

.

(Pablo Neruda, Poesie d’amore e di vita, Guanda)

.§ 

“Primavera” di Vincenzo Cardarelli

Oggi la primavera
è un vino effervescente.
Spumeggia il primo verde
sui grandi olmi fioriti a ciuffi
dove il germe già cade
come diffusa pioggia.
Fra i rami onusti e prodighi
un cardellino becca.
Verdi persiane squillano
su rosse facciate
che il chiaro allegro vento
di marzo pulisce.
Tutto è color di prato.
Anche l’edera è illusa,
la borraccina è piú verde
sui vecchi tronchi immemori
che non hanno stagione,
lungo i ruderi ombrosi e macilenti
cui pur rinnova marzo il grave manto.
Scossa da un fiato immenso
la città vive un giorno
d’umori campestri.
Ebbra la primavera
corre nel sangue.

.

(dal web)

§

Lirici greci tradotti da Salvatore Quasimodo:

Alceo, “Già sulle rive dello Xanto ritornano i cavalli” 

Già sulle rive dello Xanto ritornano i cavalli,
gli uccelli di palude scendono dal cielo,
dalle cime dei monti
si libera azzurra fredda l’acqua e la vite
fiorisce e la verde canna spunta.
Già nelle valli risuonano
canti di primavera.

 ⋅

.

Ibico, “Come il vento del nord rosso di fulmini”

A primavera, quando
l’acqua dei fiumi deriva nelle gore
e lungo l’orto sacro delle vergini
ai meli cidonii apre il fiore,
e altro fiore assale i tralci della vite
nel buio delle foglie;

in me Eros,
che mai alcuna età mi rasserena,
come il vento del nord rosso di fulmini,
rapido muove: così, torbido
spietato arso di demenza,
custodisce tenace nella mente
tutte le voglie che avevo da ragazzo.

:

(Salvatore Quasimodo, Tutte le poesie, Mondadori)

§

“Creazione” di Cesare Pavese


Sono vivo e ho sorpreso nell’alba le stelle.

La compagna continua a dormire e non sa.
Dormon tutti, i compagni. La chiara giornata
mi sta innanzi più netta dei volti sommersi.

 Passa un vecchio in distanza, che va a lavorare
o a godere il mattino. Non siamo diversi,
tutti e due respiriamo lo stesso chiarore
e fumiamo tranquilli a ingannare la fame.
Anche il corpo del vecchio dev’essere schietto
e vibrante – dovrebbe esser nudo davanti al mattino.

 Stamattina la vita ci scorre sull’acqua
e nel sole: c’è intorno il fulgore dell’acqua
sempre giovane, i corpi di tutti saranno scoperti.
Ci sarà il grande sole e l’asprezza del largo
e la rude stanchezza che abbatte nel sole
e l’immobilità. Ci sarà la compagna
– un segreto di corpi. Ciascuno darà una sua voce.

 Non c’è voce che rompe il silenzio dell’acqua
sotto l’alba. E nemmeno qualcosa trasale
sotto il cielo. C’è solo un tepore che scioglie le stelle.
Fa tremare sentire il mattino che vibra
tutto vergine, quasi nessuno di noi fosse sveglio.

.

(Cesare Pavese, Le poesie, Einaudi)

.§

 “Storia di fate (tango)” di Mario Benedetti


La primavera fragile / la pazza primavera

pazientemente ascolta e attende il mio magari
con il suo miglior verde mi guarda e mi richiama
e decide orgogliosa che ora non se ne va

così / col mio stupore / resto senza rancori
e consegno dolcezze alla buona di dio
mi ritrovo illuminato ogni angolo di strada
e lentamente imparo a cantare io stesso

così vedo che il mondo piano piano migliora
che il piacere non lascia in me le cicatrici
che il caso è il mio rifugio e che è arrivata l’ora
di essere / fra l’altro / nuovamente felice

e l’amore davvero mi riscopre e mi tocca
e capisco d’un tratto che sono infine audace
l’amore mi sorprende ma non si sbaglia mai
quando sente che manchi / quando ti chiede ancora

se parli dalla riva / il mare ti risponde
con la stessa innocenza della tua antica infanzia
se le navi ti portano / ma non dicono dove
non ti dicono dove ma tu lo sai di già

infine quando un tempo / di lune congelate
spazza la primavera / che è matta da legare
quella vigliacca fugge / con la storia di fate
togliendoti i tuoi sogni e l’amore e il mare

così tornano il tedio la routine e la rabbia
e cresce lo spavento nel suo cupo recinto
e la memoria vizza e la tristezza saggia
mi coprono d’un cielo non più angelico e grigio

.

(Mario Benedetti, Inventario, Le Lettere)

§

due poesie di Maria Luisa Spaziani

Vorrei dormire su una collina erbosa,
sinuosa curvatura delle tue labbra.
Labbra più vaste, una gondola che accolga
i miei sogni coscienti.

Così mi avvolgeresti in un abbraccio,
in un bacio totale dagli alluci ai capelli.
Perché ci accontentiamo di altri baci,
in assoluto perché ci accontentiamo?

_______________________

Sale la voce angelica dell’acqua
dalla sorgente sotterranea. Brilla
nella foresta il filamento timido
che sarà fiume un giorno.

Sacralità segreta di ogni inizio,
impercepita musica. Quel fiume
ricordi un giorno come è cominciata
la corsa, la promessa mantenuta.

.

(Spaziani, Tutte le poesie, I Meridiani Mondadori)

§

Emily Dickinson, Poesie (1862)


Sono viva – suppongo –

I Rami sulla mia Mano
Sono pieni di Convolvolo –
E sulla punta delle dita –

Il Carminio – dà un fremito caldo –
E se tengo uno Specchio
Davanti alla Bocca – si appanna –
Per il Medico – prova del Respiro –

Sono viva – perché
Non sono in una Stanza –
È – di solito – il Salotto –
Dove i Visitatori possano venire –

Chinarsi – e scrutare di traverso –
Aggiungendo “Com’è diventata – fredda” –
E “Era cosciente – quando si è inoltrata
Nell’Immortalità?”

Sono viva – perché
Non possiedo una Casa –
Intitolata a me sola – esclusiva –
E inadatta a chiunque altro –

E contrassegnata dal mio nome da Ragazza –
Cosicché i Visitatori possano sapere
Quale Porta sia la mia – e non si sbaglino –
E provino un’altra Chiave –

Com’è bello – essere viva!
Com’è infinito – essere
Viva – due volte – La Nascita che ebbi –
E questa – un’altra, in Te!

.

(da www.emilydickinson.it )

∼∼∼∼∼∼

a cura di Angela Greco – AnGre

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Vincent Van Gogh, Mandorlo in fiore, 1890

 

Cesare Pavese, poesia datata 17 dicembre 1928

Cielo

 

Un poeta è passato

attraverso l’oceano balenante

dell’atmosfera di pietra e d’acciaio

della città notturna.

 

Lungo le strade rugghiano

infrangendosi in scoppî

le forze inesorabili,

calmi fiumi di stelle

che impazziscono in gorghi.

 

Il poeta attraversa

tutto il cielo notturno

e ha gesti grandi, come chi combatta.

 

Un uomo che cadesse tra le stelle

serrerebbe così

le mani dall’angoscia sulle tempia,

rantolando nel ritmo.

 

Negli aloni di luce

il poeta s’agguaglia nel delirio

agli uragani cosmici di forza

della città notturna.

 

[17 dicembre 1928]

*

Cesare Pavese, da Prima di “Lavorare stanca” 1923-1930

tratto da Cesare Pavese, Le poesie, Einaudi

da Gli abbracci feriti (poetesse portoghesi di oggi)

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I Take Refuge in Roses by Josephine Sacabo

 

Notte-petalo  –  di Luiza Neto Jorge

Posso stare qui

io posso stare qui perfettamente povera

un cero mi son accesa acuto sprone

il vento ritmo nero lo ha ucciso

 

posso stare qui

– il muschio è lento come l’ombra –

e a memoria so la cieca voce delle canzoni

(viola di silenzio svegliami)

 

che io posso stare qui perfettamente pietra

insonne

e un lungo segreto impersonale

ricama la mia solitudine

 

*

Pagina in binaco  –  di Sophia de Mello Breyner Andresen

Quale poesia, fra tutte le poesie,

Pagina in bianco?

Un gesto che allontani e si distacchi tanto

Da captare l’impatto del sole alle finestre.

 

In questa pagina c’è solamente ansia che distrugge

Un desiderio di cosa piana e bianca,

Un arco che s’incurvi – sino che il pianto

Di tutte le parole riesca a liberarmi.

 

*

La difesa del poeta  –  di Natália Correia

Signori giurati sono un poeta

un multipetalo urlo un difetto

e vado con una camicia di vento

al contrario dello scheletro

 

Sono un vestibolo dell’impossibile un lapis

di spavento immagazzinato e per chiudere

con la pazienza dei versi

dentro di me aspetto di vivere

 

Sono in codice l’azzurro di tutti

(cuoio conciato di cicatrici)

un’avaria che canta

nella macchinetta dei felici

 

Signori banchieri siete la città

il vostro infarto io sarò

non esiste città senza il parco

del sonno che rubato vi ho

 

Signori professori che avete messo

in premio la mia rara edizione

del rapirmi in bambini che salvo

dall’incendio della vostra lezione

 

Signori tiranni che del lavoro

del tornare in polvere i re siete

sono un poeta mi gioco ai dadi

vinco i paesaggi che non vedrete

 

Signori eroi fino ai denti

esercizio puro di nessuno

la mia codardia è aspettarvi

qualche strofa più lontano

 

Signori tre quattro cinque e sette

qual paura v’ha messo in tal disposizione?

qual timore ha chiuso il ventaglio

della vostra, in quanto uomini, distinzione?

 

Signori giudici che la penna nell’inchiostro

della natura non sapete bagnare

non prendete a sassate il mio uccello

senza che la mia difesa lui possa cantare

 

Sono un’istantanea delle cose

sorprese in delitto di perdono

la radice quadrata del fiore

che schiacciate in strette di mano

 

Sono un’imprudenza a tavola messa

di un verso dove io lo possa elaborare

O sottoalimentanti del sogno!

la poesia è da mangiare

 

*

[da Gli abbracci feriti, Universale economica Feltrinelli]

da Poesia che mi guardi di Antonia Pozzi

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Bellezza

Ti do me stessa,
le mie notti insonni,
i lunghi sorsi
di cielo e stelle – bevuti
sulle montagne,
la brezza dei mari percorsi
verso albe remote.

Ti do me stessa,
il sole vergine dei miei mattini
su favolose rive
tra superstiti colonne
e ulivi e spighe.

Ti do me stessa,
i meriggi
sul ciglio delle cascate,
i tramonti
ai piedi delle statue, sulle colline,
fra tronchi di cipressi animati
di nidi –

E tu accogli la mia meraviglia
di creatura,
il mio tremito di stelo
vivo nel cerchio
degli orizzonti,
piegato al vento
limpido – della bellezza:
e tu lascia ch’io guardi questi occhi
che Dio ti ha dati,
così densi di cielo –
profondi come secoli di luce
inabissati al di là
delle vette –

(4 dicembre 1934)

*

Un destino

Lumi e capanne
ai bivi
chiamarono i compagni.

A te resta
questa che il vento ti disvela
pallida strada nella notte:
alla tua sete
la precipite acqua dei torrenti,
alla persona stanca
l’erba dei pascoli che si rinnova
nello spazio di un sonno.

In un suo fuoco assorto
ciascuno degli umani
ad un’unica vita si abbandona.

Ma sul lento
tuo andar di fiume che non trova foce,
l’argenteo lume di infinite
vite – delle libere stelle
ora trema:
e se nessuna porta
s’apre alla tua fatica,
se ridato
t’è ad ogni passo il peso del tuo volto,
se è tua
questa che è più di un dolore
gioia di continuare sola
nel limpido deserto dei tuoi monti

ora accetti
d’esser poeta.

(13 febbraio 1935)

.

http://www.antoniapozzi.it/

l-una di notte (Angela Greco)

[Hey Man]

spegni la piazza

l’orologio è fermo al battito:

vibra il charleston tra la pelle e lo sguardo

la tua maglia nera è l’estate dove aspettare

la scia infuocata che strappa la notte

mentre rileggo le tue dita che muovono dentro

da questa parte della strada

lasciamo che ci guardi invidiosa

è nuova la luna

e non sa ancora..

*

“Lettera alla madre” di Salvatore Quasimodo

«Mater dolcissima, ora scendono le nebbie,
il Naviglio urta confusamente sulle dighe,
gli alberi si gonfiano d’acqua, bruciano di neve;
non sono triste nel Nord: non sono
in pace con me, ma non aspetto
perdono da nessuno, molti mi devono lacrime
da uomo a uomo. So che non stai bene, che vivi
come tutte le madri dei poeti, povera
e giusta nella misura d’amore
per i figli lontani. Oggi sono io
che ti scrivo.» – Finalmente, dirai, due parole
di quel ragazzo che fuggì di notte con un mantello corto
e alcuni versi in tasca. Povero, così pronto di cuore
lo uccideranno un giorno in qualche luogo. –
«Certo, ricordo, fu da quel grigio scalo
di treni lenti che portavano mandorle e arance,
alla foce dell’Imera, il fiume pieno di gazze,
di sale, d’eucalyptus. Ma ora ti ringrazio,
questo voglio, dell’ironia che hai messo
sul mio labbro, mite come la tua.
Quel sorriso m’ha salvato da pianti e da dolori.
E non importa se ora ho qualche lacrima per te,
per tutti quelli che come te aspettano,
e non sanno che cosa. Ah, gentile morte,
non toccare l’orologio in cucina che batte sopra il muro
tutta la mia infanzia è passata sullo smalto
del suo quadrante, su quei fiori dipinti:
non toccare le mani, il cuore dei vecchi.
Ma forse qualcuno risponde? O morte di pietà,
morte di pudore. Addio, cara, addio, mia dolcissima mater