Roy Lichtenstein, non solo fumetti – sassi d’arte

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Roy Lichtenstein (1923-97) ha senza dubbio legato la sua immagine indissolubilmente ai fumetti; ma, tra gli artisti della Pop Art, è quello che più riesce a creare una cifra stilistica inconfondibile, restandovi fedele fino all’ultima produzione. Esponente della tipica famiglia medio-borghese americana, la vita di Lichtenstein si svolge in maniera tranquilla, senza le eccentricità o i protagonismi di altri artisti, come Andy Warhol. Nel 1943, durante la Seconda Guerra Mondiale, viene chiamato alle armi, dove ha il primo incontro con quel mondo militare, che spesso sarà di ispirazione per la sua prima produzione artistica, e con i fumetti ispirati alla guerra. Pare, infatti, che un suo superiore gli chiese di riprodurre ingrandendoli vignette tratte da fumetti di guerra. Da qui nacque, forse, l’idea stilistica della sua arte, anche se Lichtenstein cominciò a produrre in questo stile solo agli inizi degli anni Sessanta.

Nel 1962, con una personale tenuta a New York presso il famoso gallerista Leo Castelli, inizia l’ascesa di Lichtenstein: siamo negli anni in cui il fenomeno del consumismo e della cultura Pop esplode a livelli mondiali ed il clima di serena fiducia nel presente e nel futuro si contrappongono nettamente al pessimismo precedente di matrice esistenzialista. Le immagini di fumetti ingranditi proposte da Lichtenstein sembrano rispecchiare in pieno l’esigenza di circondarsi di immagini nuove, non soggettive e prive di angosce esistenziali.

È un modo nuovo di contaminare l’Arte con stili presi dalla cultura “bassa”. In realtà, la grande tenuta formale dei quadri realizzati da Lichtenstein rendono le sue immagini mai banali; sono fumetti, è vero, ma realizzati con la visione propria dell’artista. Nel corso degli anni, la formula stilistica di Lichtenstein non cambia, ma inizia un confronto sempre più serrato con l’arte del recente passato, dando esiti decisamente originali. Sempre realizzando immagini, come fossero fumetti, egli rivisita tutti gli artisti principali e gli stili sorti nel corso del Novecento, dal cubismo al futurismo, dall’espressionismo all’action painting, determinando una contaminazione tra pittura e fumetti capace di creare un dialogo originale che, negli ultimi anni, coinvolge anche la scultura.

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La produzione di Roy Lichtenstein non si è limitata al solo ingrandimento di vignette a fumetti, ma, una volta definito il suo stile, questo è stato usato anche per rivisitare e dialogare con diversi artisti del Novecento. In Stepping Out (immagine qui sopra), opera realizzata nel 1978, l’artista americano trae ispirazione da opere di Picasso (nel suo stile ironicamente definisce la figura femminile a sinistra) e di Fernand Léger, dal cui quadro «Tre musicisti» prende invece la figura maschile a destra. Negli ultimi periodi della sua attività, infine, questo insigne esponente della Pop Art si misura anche con la scultura e quella che sembrava un’arte tutta tesa al bidimensionale, come la sua, riesce ad approdare al linguaggio tridimensionale, pur conservando una omogeneità stilistica precisa. Questo passaggio è evidente nella coppia di figure femminili del 1996, Woman: Sunlight, Moonlight (immagine d’apertura), in cui una simboleggia il “giorno”, l’altra la “notte”; fedele al suo stile meccanicamente preciso, le due figure sono realizzate in bronzo dipinto e patinato.  (adattamento dal sito Storia dell’Arte di Francesco Morante)

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Andy Warhol, L’Ultima Cena (The Last Supper) – a cura di Giorgio Chiantini e Angela Greco

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The Last Supper di Andy Warhol, opera segnata in nero su fondo bianco dalle notevolissime dimensioni, che l’artista realizzò quasi profeticamente poco prima della sua morte, è uno dei lavori del maestro indiscusso della Pop Art che abbiamo avuto modo di vedere personalmente in questo settembre 2014, presso Palazzo Cipolla a Roma, nella Mostra dedicata interamente a questa forte personalità artistica.

L’avventura ebbe inizio alcuni secoli fa. Più precisamente fra il 1494 e il 1498, quando Ludovico Sforza commissionò a Leonardo da Vinci un quadro raffigurante l’Ultima Cena, destinato al refettorio del convento domenicano di Santa Maria delle Grazie a Milano. L’episodio descrive l’ultima cena di Gesù con i suoi dodici apostoli, il Giovedì Santo – vigilia della sua morte – nella sala del Cenacolo situato sulla collina di Sion a Gerusalemme. L’opera, magistrale, è il risultato dei precetti aristotelici cari agli artisti del Rinascimento – i personaggi raccolti attorno a un luogo e ad un’azione unica – ma anche degli insegnamenti derivati da Platone quali la luce, come mezzo di unificazione tra l’umano e il divino, e la prospettiva centrale, come elemento di composizione pittorica accentuante l’effetto di concentrazione dello sguardo sul personaggio centrale del Cristo, tanto da divenire parte della storia della pittura e, a posteriori, un’opera leggendaria e indispensabile.

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Nel 1984, a Milano, in prospettiva di una mostra presso il convento delle «Stelline», fu chiesto a Warhol di creare un gruppo di lavoro al fine di sviluppare il tema de L’Ultima Cena.  Warhol accettò di assumere questo incarico e realizzò un centinaio di variazioni attorno all’opera di Leonardo. Il maestro indiscusso della Pop Art, utilizzando una fotografia in bianco e nero e un’illustrazione enciclopedica del Cenacolo di Leonardo, produsse nel 1986 quasi 100 variazioni sul tema, mentre i loghi pubblicitari, che si sovrappongono alle figure di Cristo e degli Apostoli, creano un ibrido tra sacro e profano, arte e design commerciale.

Nel 1987, sempre a Milano, quando fu inaugurata la Galleria dedicata all’arte contemporanea, nel refettorio del convento delle «Stelline» situato dall’altro lato di Corso Magenta, proprio di fronte a Santa Maria delle Grazie, dove è conservato il famoso affresco leonardesco, il direttore artistico dello spazio espositivo, ebbe l’idea di sfruttare questa prossimità e, per inaugurare il suo ciclo di esposizioni nel gennaio del 1987, riunì personalità locali ed internazionali in un momento decisivo per la scena artistica milanese. Fu in questa occasione, che Andy Warhol realizzò un insieme di grandi tele sul tema de L’Ultima Cena, rivisitato secondo la tipologia artistica della Pop Art.

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Warhol, attraverso la ripetizione, disattiva il messaggio spirituale dell’opera ed un simile impegno da parte dell’artista, sembra dimostrare un investimento personale, quasi ossessivo, in questa ricerca, confermato anche dalle rivelazioni sulla sua vita religiosa divulgate dopo la sua morte, sopravvenuta un mese dopo l’esposizione di Milano. The Last Supper rappresenta così anche l’ultima dimostrazione del genio dell’artista che concretizza una curiosa coincidenza e dona un triste privilegio ad un’opera fondamentale, che contribuì a rendere ancor più leggendaria la mostra in cui venne esposta.

[Giorgio Chiantini & Angela Greco – Liberamente tratto da Dominique Stella, L’Ultima Cena: I 20 anni]

Per Di segni di vita di arte: Mario Schifano

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Mario Schifano (Homs, 1934 – Roma, 1998) – Figlio di un archeologo, nato nella Libia italiana e cresciuto a Roma, non riuscì nemmeno ad ultimare le scuole medie; genio nell’appropriarsi di tutti gli strumenti della creatività, che utilizzava con una sensibilità inedita unita a una certa dose di carattere. Creava innumerevoli case laboratorio, luoghi di incontri di celebri musicisti, modelle, critici d’arte, nobili e colleghi troppo spesso invidiosi, circondato da pseudo amici che lo idolatravano, lusingavano e sistematicamente approfittavano della sua immensa generosità. Un artista capace di mescolare foto, video, film, quadri di ogni genere pittorico, con cui rappresentava gli anni che scorrevano intorno a lui e le cifre enormi che guadagnava venivano spese in apparecchiature tecnologiche che gli consentivano continue sperimentazioni.  Spendeva anche in vini pregiati e droghe, divenendo anche un personaggio di cronaca nera e rosa, sregolato, travolto dal sesso, più volte arrestato per soffiate di ex amici e rivali artistici.

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Capace di lavorare per ore e ore, senza mai fermarsi, producendo innumerevoli opere vendute, poi, a prezzi stellari, Schifano è il più rappresentativo degli artisti della Pop Art italiana; l’unico che possa essere posto a livello degli americani e inglesi, nei quali viene identificata questa espressione artistica. Iniziò la sua attività, quando rientrò in Italia, a Roma, dopo la fine della seconda guerra mondiale, risentendo dell’influenza dell’arte informale. Frequentava gli artisti del movimento “Scuola di Piazza del Popolo” e letterati e registi come Moravia, Pasolini e Fellini, con i quali si incontrava al caffè Rosati, luogo frequentato da personaggi dell’alta cultura.

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Nel 1962 compie il primo viaggio a New York dove, partecipando alla vita mondana della metropoli, entra in contatto con Andy Warhol e tutti i giovani artisti della Pop Art e del Nouveau Realisme e inizia anche a fare uso di droghe; partecipa ad importanti mostre a Roma, Parigi e Milano, presentando opere divenute celebri come i “paesaggi anemici” nei quali si intravedevano particolari della natura e rivisitazioni della Storia dell’Arte. Si cimenta nella regia di film sperimentali e frequenta Marco Ferreri e Giuseppe Ungaretti e con Ferreri riesce a produrre una famosa trilogia formata da tre lungometraggi, “Trilogia per un massacro”, collaborando anche con Carmelo Bene, Alberto Moravia, Mick Jagger e Keith Richard.

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Nei suoi frequenti viaggi a Londra stringe amicizia con i Rolling Stones e il suo ciclo di opere “Io sono infantile” colpiscono particolarmente Maurizio Calvesi e Goffredo Parise. Il suo interesse anche per la musica lo porta a fondare una band “Le stelle di Mario Schifano”, intrattenendo rapporti e collaborazioni con i più importanti musicisti della Psichedelia italiana e internazionale: disegna copertine per l’Equipe 84; suoi dipinti appaiono nel suo appartamento dato in uso a Ferreri per la realizzazione del film “Dillinger è morto”; i Rolling Stones gli dedicano il brano “Monkey man” e anche Achille Bonito Oliva rimane affascinato dalle sue opere, che risentono dell’influenza di Jasper Johns e hanno analogie con il lavoro di Rauschemberg. Tra le sue opere più rappresentative le serie dedicate a marchi pubblicitari (Coca Cola e Esso).

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Appassionato e studioso di nuove tecnologie pittoriche, fu tra i primi ad usare il computer per creare opere; amante della natura, della grafica e delle tecnologie multimediali, ricercatore in tutti i campi e a tutti i livelli, un genio sopraffino sopraffatto dalle dipendenze, dalla gente conosciuta e dalle sua sensibilità, è stato oggetto di speculazioni meschine che lo hanno costretto, per necessità economica, a non esprimere sempre al meglio il suo grande talento. Gli anni Ottanta lo hanno visto oggetto di condanne per possesso di stupefacenti, successivamente revocate, poiché solo uso personale. Stressato e consumato da sregolatezze e difficoltà di ogni genere, muore a 64 anni a Roma e dopo la sua scomparsa, a causa della semplicità di realizzazione di alcune sue composizioni (intrise, però, di grandi concettualità), si verificò una grande diffusione di falsi, espressione comunque, seppur riprovevole, del notevole favore di pubblico di cui godeva.

[Costantino Piazza & Angela Greco]

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http://www.marioschifano.it/

La Pop Art, seconda parte (rubrica d’arte in collaborazione)

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Tom Wesselmann, Big blonde with choker

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La Pop Art ha avuto massima diffusione soprattutto negli anni Sessanta, gli anni del consumismo estremo, ma soprattutto delle contestazioni e delle rivoluzioni studentesche; per gli artisti di questo movimento, la società dei consumi con i suoi marchi “cult” della Coca Cola o della Esso – testimonianza del boom economico di quegli anni – è una grandissima fonte di ispirazione.

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Andy Warhol, Marilyn Monroe

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Oggetti di uso quotidiano e merci brillano accanto alle icone dello star system cinematografico e musicale: Andy Wahrol, ad esempio, rende protagonisti detersivi, zuppe in lattina, bibite in bottiglia e divi del cinema e dello spettacolo. Emblematica diventa l’immagine di Marilyn Monroe ripetuta infinite volte con continue varianti di colore, che fa sembrare l’attrice sempre uguale e sempre diversa al contempo tanto da trasformarla da persona, a simbolo fermo nel tempo con il suo accattivante sorriso. Egli utilizza quasi sempre un ingrandimento fotografico, poi serigrafato su tela, stendendo raramente del colore sintetico sul supporto e, ripetendone l’immagine, la priva di qualsiasi significato estetico-morale, denunciando in questo modo il degrado della società americana.

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Jasper Johns, Flag

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Anticipatori della Pop Art sono considerati gli artisti Robert Rauschemberg e Jasper Johns, che attuano il recupero dell’immagine, superando così la pittura gestuale dell’Espressionismo astratto. Essi realizzano i primi “Combine-Painting”, ovvero quadri realizzati combinando materiali disparati e oggetti-simbolo della società di massa.

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Roy Lichtenstein, M-maybe (1965)

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Roy Lichtenstein invece, trae ispirazione dai fumetti, non tenuti in considerazione dagli intellettuali del tempo: l’artista riproduce in modo meticoloso il “retino” tipografico, ingrandendo una vignetta e isolandola dal suo contesto; disegna a mano i puntini colorati e utilizza una spessa linea di contorno, conferendo all’opera unicità e grande valore artistico. I personaggi dei fumetti, vengono equiparati a tante celebrità e fungono da mezzo d’unione tra la cultura d’elite e quella popolare, dando vita ad opere di straordinaria forza comunicativa.

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Claes Oldenburg, Floor burger – 1962
(museums photos spread MOMA)

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Si rivolge principalmente al consumismo in materia di cibo, Claes Oldenburg, che realizza enormi sculture in gesso dipinto, raffiguranti gelati, hot dog e quant’altro richiami l’ipernutrita popolazione americana.

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Jim Dine, Nine Views of Winter #9

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Artista poliedrico, invece, Jim Dine, che si è affermato come uno dei più importanti esponenti della Pop Art, perché non si è mai accontentato di riprodurre su tela gli oggetti, ma ha cercato di dare un significato emotivo, quindi poetico, a quegli stessi oggetti freddi a cui si era ispirato tutto il movimento; egli fu pioniere del “Performances” e degli “Happenings”.

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Peter Blake, Sources of Pop Art V

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Da ricordare, invece, per originalità e progettualità David Hockney, Niki Saint Phalle, Peter Blake e Chirsto. Interessantissima la consuetudine di molti artisti Pop di rielaborare il passato, cercando codici espressivi nuovi: alcuni dipinti del passato, appunto, vengono  rivisitati in chiave ironica così da demistificare la sacralità dell’oggetto artistico. In quest’ottica si pone anche la rappresentazione del corpo femminile, spesso privato di identità, che viene riprodotto, trascurandone volutamente i tratti del volto e mettendo in evidenza la riposta della Pop Art alla società dei consumi, che considera la donna una merce come le altre (da citare a riguardo l’operato di Tom Wesselmann).

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Giosetta Fioroni – Gli involucri (1966)

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Da sottolineare è anche la Pop Art italiana, considerata sempre una specie di surrogato di quella inglese e americana, laddove, invece, il tempo ha dimostrato che alcuni artisti, come Mario Schifano, Giosetta Fioroni e Franco Angeli, erano stati capaci di realizzare capolavori che hanno poi conferito alla nostra Pop Art una caratteristica di assoluta riconoscibilità.

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Mario Schifano, Coca-Cola

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La Pop art, quindi, un’Arte, ironica, critica, provocatoria che ha influenzato l’immaginario collettivo del suo tempo e nel tempo stesso e che ancora oggi è oggetto di interesse; un movimento, che ha inciso profondamente sulla Cultura, il Costume e la Storia dell’Arte di tutto il mondo occidentale. 

[Costantino Piazza]

Claes Oldenburg
opera di Claes Oldenburg

Pop Art: origini e artisti rappresentativi – prima parte (rubrica d’arte in collaborazione)

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Roy Lichtenstein (1923-1997), Kiss V

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La “Pop Art”, ovvero la Popular Art, è una delle correnti artistiche più celebrate del dopoguerra. Il termine indica un movimento artistico d’avanguardia sviluppatosi intorno al 1955 parallelamente in Gran Bretagna e negli Stati Uniti d’America, come reazione alla pittura degli Espressionisti Astratti.

James Rosenquist President Elect. 1960-61
James Rosenquist, President Elect (1960-61)

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Poiché il suo massimo sviluppo si ebbe negli Stati Uniti, si pensa, erroneamente, che le origini siano americane, mentre in realtà la Pop Art esordì in Inghilterra, attraverso l’attività dell’Indipendent Group di Londra (1953-58). La prima opera Pop fu realizzata da Richard Hamilton e presentata alla rassegna “This is tomorrow” e il termine Pop Art fu usato per la prima volta dal critico Britannico Lawerence Alloway.

Tom Wesselmann. Smoker, 1 (Mouth, 12) 1967.
Tom Wesselmann. Smoker, 1 (Mouth, 12) 1967.

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Gli artisti Attingevano forme e linguaggi dal vastissimo repertorio dei mass-media, cioè dei mezzi di comunicazione e di cultura di massa, ovvero la televisione, le immagini pubblicitarie e gli oggetti già esistenti che, manipolati e presentati in vario modo, si vestivano di una nuova espressività, accostando l’Arte alla realtà quotidiana.

Robert Rauschenberg - Retroactives 1, 1964
Robert Rauschenberg – Retroactives 1, 1964

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Ebbe luogo, così, un’ Arte provocatoria, che dietro immagini apparentemente grottesche, lasciava intuire le contraddizioni dell’Uomo moderno, vittima della società: un’arte di massa, i cui quadri spesso erano riproduzioni in serie di oggetti su tela o in scultura sempre, però, icone sociali, oggetti, appunto, e materiali  del quotidiano elevati a manifestazione artistica, anticipando in un certo modo quelle che saranno le concettualità del ’68. La Pop Art, ebbe il ruolo di mettere in evidenza sfrontatamente la mercificazione dell’Uomo, l’ossessivo martellamento mediatico e il consumismo eletto a sistema di vita, fondando la propria comprensibilità su soggetti noti e riconoscibili.

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Andy Warhol, Coca-Cola 5 bottles

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Negli Stati Uniti, La Pop Art , scaturì dall’esaurimento delle esperienze astratte, dalle battute finali dell’ informale e soprattutto dall’esaltazione dell’oggetto “consumato”. Il protagonista indiscusso è Andy Warhol insieme con i maggiori rappresentanti, quali Rosenquist, Oldenburg, Lichtenstein, Rauschemberg, Johns e Dine.

Claes Oldenburg - Spoonbridge and Cherry
Claes Oldenburg – Spoonbridge and Cherry

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La Pop Art inglese, invece, ebbe personalità ed espressioni diverse, rappresentata da Blake, Hamilton, Smith, Hockney, Tilson e Lang e la sua diffusione nel resto d’Europa, a partire dal 1963, ha dato luogo a diverse differenti interpretazioni a seconda delle diverse tradizioni culturali. Sono da annoverare a tale riguardo: Niki De Saint Phalle, Christo, Klasen e Gaul.

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Mario Schifano – Logo Esso

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In Italia esempi di Pop Art si hanno con Baj, Rotella, Adami, Pistoletto e Schifano. Il grande pregio della Pop Art è quello di documentare nuovi idoli o miti in cui le masse tendono ad identificarsi e sui quali tendono a proiettare tutti quei bisogni indotti e non primari. Esauritasi come corrente artistica, ha fornito preziose indicazioni a successive esperienze espressive, dall’Arte Concettuale, all’Arte Povera e all’Iperrealismo. Nella seconda parte, nell’ambito del prossimo appuntamento, tratteremo anche un approfondimento su questo affascinante e così vicino movimento artistico.

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Michelangelo Pistoletto, Venere degli stracci

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Un saluto e un arrivederci a venerdì prossimo.

[Costantino Piazza]