Sutra d’Occidente di Roberto Bertoldo – suggerimenti di lettura

Bertoldo Sutra d_Occidente Mimesis 2022    Sutra d’Occidente di Roberto Bertoldo, 

Mimesis, collana Sisifo, marzo 2022. 

Questo libro racchiude, in brevi riflessioni, uno sguardo disincantato sul mondo e sull’uomo occidentali. Il Sutra, nella cultura letteraria e religiosa dell’India antica, è una raccolta di aforismi di carattere religioso, letterario, filosofico, scientifico. Abbiamo così, in Oriente, il Veda ̄nta Sutra, il più noto Ka ̄ma Sutra, e poi il Sutra del loto, il Sutra del diamante, ecc. La forma aforistica è insomma la più adatta per rappresentare, in modo meno petulante possibile, la condizione drammatica e a volte grottesca dell’esistenza umana e della vita sociale; del resto, come dice qui l’autore appellandosi a un noto proverbio, “l’aforisma è un bel gioco perché dura poco”. [Quarta di copertina]

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C’è qualcosa di più difficile da capire del pensiero profondo ed è il pensiero superficiale: è difficile capire a cosa serva.
C’è una cosa che noi uomini non riusciamo a percepire perché troppo più grande di noi: la nostra piccolezza.
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Tascabile, maneggevole, difficilissimo da chiudere per la voglia di continuare a leggere e a leggere, questa nuova pubblicazione di Roberto Bertoldo affascina per la sintesi, la leggerezza di scrittura e la profondità, al contempo, dei contenuti: è la sconcertante bellezza dell’aforisma, genere letterario scritto da pochi, perché necessita di un certo modo di essere non comune, che ha la capacità di un fulmine a ciel sereno condensato in poche parole o pochissimi righi, in voga molto tempo prima che un social limitasse il numero dei caratteri a 140 – 280 nello scrivere sulla sua piattaforma e lo rendesse, almeno nel ricordo della brevità di esposizione del pensiero, popolare. Già l’esergo – di Miguel Hernández tratto da Eterna Ombra – è una visione forte: “Io sono un carcere con una finestra \ che dà su un gran deserto di ruggiti.” che la dice lunga sulla concezione e sul pensiero dell’autore sul mondo che lo circonda e sui suoi abitanti.
Roberto Bertoldo, poeta, scrittore e saggista di filosofia, cattura il lettore anche in pochissime battute, senza nulla togliere alla dotta penna dei suoi editi precedenti. Anzi. Con Sutra d’Occidente viene messo in luce il lato più sagace e ironico dell’autore, che non si piega al pensiero dominante o all’opinione che va per la maggiore, che non incensa, né si ingrazia nessuno, né tantomeno indulge verso alcun argomento o categoria; duecentotrenta pagine di sé, in cui si susseguono e si inseguono strali, consigli, pensieri e riflessioni e dove si palesa la bravura di dire tanto e nonostante ciò non perdere pienezza di significati e serietà, a fronte di un’epoca nella quale si riempiono spazi con parole senza senso. Assolutamente da leggere, rubando tempo a tutto il resto, aprendo le pagine a random, per respirare. [Angela Greco AnGre]
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Non sono affidabili i gruppi culturali, sono sempre e soltanto gruppi di potere i cui componenti finiscono per osservarsi e analizzarsi l’un l’altro invece di osservare e analizzare il mondo.
Occorre appartenere a quel genere di persone che sono clementi con i sottoposti e intolleranti con i capi.
Non c’è nulla di più bello di ciò che sentiamo autentico. La seduzione intenzionale, in arte come in amore, adesca solo gli stupidi e i deboli.
Non è vero che non ci sono più i maestri di pensiero, la verità è che non esistono più i loro discepoli.
Lo scribacchino nostrano scrive una poesia e si sente Dio, scrive un romanzo e si sente Dio, scrive un saggio e si sente Dio. Eppure Dio, essere perfetto e proprio in virtù della sua perfezione, non ha mai scritto né poesie, né romanzi, né saggi. E, beninteso, neppure aforismi.

Francesco il ribelle di Enzo Fortunato letto da Angela Greco

Edito da Mondadori nel 2018 e giunto alla settima ristampa in pochi mesi, “Francesco il ribelle – Il linguaggio, i gesti e i luoghi di un uomo che ha segnato il corso della storia” è la recente pubblicazione di Enzo Fortunato, padre Enzo, giornalista e direttore della sala stampa del sacro Convento di Assisi e direttore della rivista “San Francesco patrono d’Italia” (per ricevere il primo numero clicca qui). Da direttore di sala stampa, quindi da giornalista e capace comunicatore, Enzo Fortunato ha redatto pagine che pongono l’accento sul linguaggio del santo assisiate, sulla parte potremmo dire artigiana, pratica, dell’uomo prima che santo, sul suo nuovo modo di parlare alle genti, che poi è specchio del nuovo modo di pensare e di agire, rispetto al proprio tempo, nei confronti del quale, in accordo con le parole di Albert Camus poste in esergo, che cos’è un ribelle? Un uomo che dice no!, pur vivendo appieno il Medioevo, si distacca, credendo in un sogno e mantenendo viva la testardaggine per concretizzarlo.

In estrema sintesi, nel libro di padre Enzo si viene in contatto diretto, attraverso i luoghi e le testimonianze tramandate dalle Fonti, con il sogno di un giovane che ha creduto – riuscendoci – di poter cambiare il mondo, non già per realizzare qualcosa per il proprio tornaconto, quanto piuttosto per il tornaconto, mi si passi l’espressione, dell’intero genere umano. Sì, perché a Francesco di Assisi stava e sta a cuore l’Uomo e con esso tutto il creato, in quanto manifestazione, presenza, del Creatore, visibile a noi comuni mortali solo attraverso le sue opere.

Il libro ripercorre con un linguaggio agile e discorsivo, intercalato da citazioni poetiche ed estratti dagli scritti del santo e sul santo, le principali tappe che hanno condotto un ragazzo, che voleva diventare cavaliere alla maniera di Re Artù, a diventare una delle figure più care a credenti e non credenti, proprio in virtù di quella semplicità sulla quale ha fondato tutta la sua realtà, in un momento storico nel quale quel suo modo di agire e di pensare significava essere considerati quantomeno folli.

Enzo Fortunato, al di là dell’attività di cronista, grazie alla quale conosciamo o ricordiamo la vita del santo poverello, compie una ricognizione del giullare di Dio – supportata da un apparato bibliografico degno di nota – a suon di storia, filosofia, arte, addirittura folklore, ma soprattutto, affida le sue pagine alla poesia, da Dante, un verso del quale, tratto dal Paradiso, titola il primo capitolo, a Rilke, con i cui versi dedicati al trapasso dell’assisiate si chiude l’ultimo capitolo, passando per Emily Dickinson e Alda Merini, omaggiando, con percepibile emozione, colui che ha scritto il testo poetico più antico della letteratura italiana di cui si conosca l’autore, Francesco d’Assisi. “Francesco il ribelle” si lascia leggere con facilità, aderendo compiutamente al fatto che “il francescano non ama le prediche lunghe e noiose – come lo stesso autore afferma nelle pagine – poiché brevi discorsi fece il Signore sulla terra” così come si legge nella regola Bollata, in un crescendo di affetto per il protagonista, per il ragazzo, prima, e per l’uomo, poi, che culmina nella commozione, quando nell’ultimo capitolo si legge dei momenti precedenti la morte del santo e si vorrebbe subito ritornare alla prima pagina per cogliere altre sfumature, sentire ancora la voce dell’autore che con fraterna gioia racconta questa storia così viva e vera ancora dopo otto secoli.

La libertà e l’abbraccio sono il cardine-culmine – o, come ha scritto l’autore, “i due orizzonti che colpiscono in Francesco” tra le tante suggestioni che si profilano – della Conclusione, nella quale, alla fine di questo tratto di strada percorso, qual è un libro, si mette in evidenza il passaggio da una dimensione ego-centrica ad una nuova dimensione comunitaria o, più semplicemente, dall’io al noi, epicentro (ho scelto volutamente questo termine tratto dalla Sismologia, per indicare il profondo sconvolgimento della superficie generato da un moto interno) della vita non solo di un cristiano, ma di ogni società religiosa o laica, che si dica civile. Il libro si conclude con una sezione dedicata alle preghiere composte da san Francesco e per san Francesco, Dalla Philautía alla Philocalía, di cui riporto a compendio il primo periodo: “Questo percorso vissuto con Francesco ha uno scopo: di accompagnarci per mano dall’amore smodato per noi stessi, la philautía, fino all’amore per il bello, la philocalía, fine ultimo di ogni nostro gesto, di ogni nostra «ribellione» quotidiana.”

L’autore, Enzo Fortunato, frate minore conventuale, è gentile presenza quotidiana per chi segue la sua omonima pagina social, autore – oltre che di numerosi testi e di idee per radio e televisione – di brevi dirette mattutine dalla cittadina umbra, durante le quali, dopo aver letto il vangelo del giorno e averne condiviso brevi meditazioni, si fa portatore di speranze e preghiere, problemi e paure, che le persone gli affidano, confidando in una sua parola di conforto – che puntualmente e sempre arriva – e in quel suo sorriso carismatico, capace di parlare direttamente al cuore di tutti, senza distinzioni. Padre Enzo è stato un dono portato da questo periodo legato all’emergenza sanitaria, sin da quando, impossibilitati ad uscire di casa, impauriti e increduli di quanto si stesse verificando nelle nostre esistenze, abbiamo potuto contare sui suoi video, sui suoi incoraggiamenti, sulle sue letture e sulle sue riflessioni sempre alla luce dell’assisiate per eccellenza, sulle sue “finestre” aperte dal e sul sacro Convento di Assisi, luogo del cuore per tantissime persone, stabilendo, nonostante le distanze imposte, un contatto vero, sentito, che alla lunga ha costituito un tenace supporto per l’inevitabile “crollo” indotto dalla circostanza, che abbiamo accusato. E, così, operando con l’esempio, mettendo da parte tutto il superfluo persino nelle parole da dire, con pazienza e perseveranza, oggi questo frate – insieme con la sua realtà – è il riferimento anche di chi è in difficoltà non solo spirituale, ma addirittura materiale (per contribuire, inviando fino al 15 luglio al numero 45515 un SMS solidale sia da telefono fisso che mobile, e conoscere dove arrivano gli aiuti inviati si può visitare il sito www.conilcuore.info); riferimento concreto di persone, che non sanno nemmeno come arrivare a fine giornata e che, grazie all’intervento francescano, possono tornare a sperare in qualcosa di positivo. [Angela Greco AnGre]

Rileggendo il 2019: Il caso Mozart di Franco Pappalardo La Rosa – nota di Angela Greco

“Tutti i personaggi del romanzo sono realmente esistiti, ma le vicende e le situazioni narrate (e il loro intreccio), pur trovando appigli in fonti storiche, costituiscono frutto della fantasia dell’autore.” Per Il caso Mozart (Ed.Gremese, 2009) di Franco Pappalardo La Rosa è doveroso specificare la nota sopra riportata, poiché è romanzo talmente realistico da poter essere, senza dubbi, inteso come romanzo storico propriamente detto. Invece, pur essendo a sfondo storico, Il caso Mozart è un poliziesco atipico, in cui la Storia presta soggetti e contenuti senza pentirsene, alla conoscenza dettagliata dell’autore in materia di leggi, società, stile di vita, musica, arte e finanche bon ton ed economia domestica, per il confezionamento di un libro godibilissimo e dalla rara eleganza, aspetto ormai inusuale nella narrativa contemporanea.

Romanzo poliziesco atipico presto spiegato: fin dal primo capitolo si viene a conoscenza del movente e del colpevole, ma la narrazione non si vota a indagare, secondo i canali propri di questo genere letterario, accanendosi su un quid giallo, ingenerando nel lettore la morbosità di scoprire e quella strana sete di giustizia che non si trova più fuori dai libri. Piuttosto, il romanzo è un grande affresco, coadiuvato dall’aspetto poliziesco incluso nella storia, su temi sociali e morali, dalla lettura dei quali, oltre a conoscere la società viennese della fine del XVIII secolo, si possono trarre spunti di riflessione evergreen, prestando attenzione ad alcuni aspetti, che sembrano non essere ancora mutati nell’attuale società.

Di fatto, lo sfondo storico e la vicenda poliziesca sono la cornice (e mai termine fu più appropriato per un romanzo che somiglia moltissimo ad una grande tela dipinta nei dettagli) per trattare il problema della ragion di stato, cardine attorno a cui ruota l’intera vicenda de Il caso Mozart, che praticamente tratta degli ultimi giorni di vita del grande maestro austriaco a cui è accaduto qualcosa di scandaloso a seguito del suo modo di vivere, come si legge nell’estratto della quarta di copertina: «Se le sarà andate a cercare: avrà scatenato l’ira di qualche padre o di qualche marito geloso», commentò sua maestà. «Egli vorrebbe possedere tutte le donne, come il suo Don Giovanni. E’ un joueur che sempre si è fatto beffa di tutti…». La capacità narrativa di Franco Pappalardo La Rosa diluisce un solo evento, quello accaduto al musicista, in ventisei brevi capitoli sapientemente equilibrati tra parti descrittive e dialoghi che raccontano in tutto pochi giorni densi di azioni e personaggi, acquisendo, verso la fine e in un solo preciso punto, l’atteggiamento del melodramma nato in quel periodo, nell’unica scena cruenta – eppure incapace di disturbare il lettore – presente nel libro, vertice del dramma, che ha determinato il movente dell’intera vicenda. Una storia di gelosie e passioni scritta senza scivolare nel morboso; tradimenti, narrati nel rispetto della mentalità dell’epoca in cui è ambientato il romanzo, esposti con giusto peso e senza sfruttare l’argomento per fare presa sul lettore; usi e costumi di un tempo passato – che nel fare del clan, sia esso la famiglia imperiale, la chiesa o la Massoneria, sono ancora attualissimi – in cui si vive accanto ai protagonisti, come fossero vicini e, infine, l’accento, amaro, sulla “costruzione” di quel che si è deciso di tramandare ai posteri, atto affidato ad una nobiltà impaurita e già decadente, magistralmente descritta nei difetti, ma anche nella virtù di aver saputo dare spazio e attenzione alla grande Musica e di aver creato un fiore all’occhiello per tutta l’Europa e non solo.

I minuziosi particolari di cui ci fa dono l’autore, dai dettagli dell’abbigliamento, come delle case e delle opere dello stesso Mozart, ai caratteri propri di ciascun personaggio della storia (insieme ad una interessante e bella postfazione di Giorgio Bárberi Squarotti), sono il valore aggiunto ad una lettura mai noiosa e capace di sorprendere fino all’ultima decisione presa e descritta nell’ultima pagina, che mette in evidenza quanto, a fronte di tutto l’idealismo e la nobiltà d’intenti di cui si può essere capaci, a prevalere sarà sempre la praticità che conduce a dire: Non voleva più soffrire né immalinconirsi: soltanto un po’ di pace agognava. Con tutto il cuore.

[Angela Greco]

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Vienna, una notte di fine Settecento: gravemente ferito in seguito a un’aggressione, un uomo si lamenta riverso sulla strada e viene riportato a casa da un suo servitore che passava di là per caso. Responsabile, apprenderemo, è un marito geloso che ha esagerato nella bastonatura. Quell’uomo è Wolfgang Amadeus Mozart, che Franco Pappalardo La Rosa segue passo passo in questo tragico frangente della sua vita, basandosi su fonti documentarie poco note, ma anche liberamente inventando ambienti e situazioni. Ne deriva un romanzo storico di straordinaria evidenza visiva, con le strade, le case, i palazzi del potere, la vita quotidiana di quella Vienna d’epoca, che ti balzano incontro con la vivezza e l’attualità di un ‘reportage’. Tuttavia, come dice Giorgio Barberi Squarotti nella postfazione, è ugualmente un romanzo su un “mistero” al quale certo non sono estranei intrighi, depistaggi e menzogne che hanno coinvolto ai massimi livelli la Corte imperiale. E, nel ricostruire questi intrighi, la narrazione si carica di una ‘suspence’ perfettamente dosata, in un crescendo di drammaticità che rivela infine senza ambagi il volto oscuro della storia e della convivenza umana, un inferno senza fiamme da cui non si salva nessuno, e in cui nessuno può dirsi davvero innocente”. [Risvolto di copertina di Stefano Giovanardi]

Rileggendo il 2019: Rondò di Franco Pappalardo La Rosa – nota di Angela Greco

Uscito per i tipi Mimesis Edizioni nel 2012, collana narrativa / meledoro, Rondò di Franco Pappalardo La Rosa è una raccolta di tre racconti lunghi, frutto di una selezione di opere precedenti rivedute e riaffidate al pubblico dopo anni in cui si è resa difficoltosa o impossibile la reperibilità dei testi originari. Una scelta audace e “segno di un’incontentabilità onestà e dunque rara”, come scrive Giovanni Tesio nella nota di chiusura al testo, apprezzabilissima per quel ritorno sul proprio lavoro, capacità non comune in effetti, per meglio affinarlo e consegnarlo a nuovi lettori, come rappresentanza di un tempo passato da non abbandonare e, quindi, interpretando al meglio il concetto di ricordo quale testimonianza di un momento vissuto da tramandare.

I tre racconti, legati dal tema della musica caro all’autore, in sequenza percorrono un lasso di tempo di un paio di secoli; terminando un racconto e leggendo il successivo, la maestria dell’autore permette al lettore di non distaccarsi completamente, ma piuttosto di continuare, attraverso il tempo dettagliatamente partecipe con le sue vicende sociali e storiche, a vivere le vicende dei protagonisti, accomunati dal coinvolgimento con l’elemento fantastico costituito dall’introduzione di presenze irreali, che fungono da trait d’union tra i diversi piani temporali e sensoriali.

Nel primo racconto si incontra una persona reale con personaggi famosi (mai esplicitamente citati, ma captabili dai nomi e dalle opere musicali narrate nella narrazione) di altre epoche; nel secondo racconto, invece, l’adulto incontra il fanciullo che è stato – insieme con i compagni di giochi ormai lontani – per risolvere accadimenti portati addosso per una intera esistenza; accade, poi, nel terzo racconto, che si incontrino un uomo e una donna contemporanei e che solo allo svelamento dei sentimenti si rendano conto di non essere fatti della stessa “materia”…Personaggi reali e fittizi, o, meglio, uno reale sempre e gli altri anche non tali, che vivono accadimenti reali sorretti sempre da un piano onirico, una proiezione della mente, reso al lettore dalla disseminazione di dettagli finissimi, che a poco a poco conducono alla realtà dell’irrealtà narrativa, in un turbine di sorprese, che rimangono tali fino al periodo finale della stesura, senza deludere il lettore.

Franco Pappalardo La Rosa intesse precisi micro-universi in ognuno dei tre racconti, nei quali non lesina nulla dell’arte e della tecnica della prosa, elevando a giusto rango un genere letterario, quello del racconto, spesso sottovalutato e ritenuto “semplice” dai più, se confrontato con l’espressione per antonomasia della prosa, il romanzo, narrando senza orpelli la realtà storica e contemporanea attraverso l’uso sapiente dei dettagli ed una profonda conoscenza delle materie trattate, grazie alla quale persino il racconto ambientato alla fine dell’Ottocento sembra essere stato vissuto dall’autore, come quello ambientato negli Anni di Piombo.

Tutto il libro – raramente unitario, quando gli autori raccolgono più racconti per farne un’opera edita – è un solo unico palcoscenico dove far incontrare e incontrare personaggi e lettori, i quali, fin dalle prime pagine, sono la folla di avventori della locanda, il paese o la gente di strada dove accade il fatto di cronaca, partecipi delle vicende dei protagonisti, vivendo in prima persona la narrazione e, per questo, spiazzati a fine racconto esattamente come gli attori principali, facendo di Franco Pappalardo La Rosa un autore da tornare a leggere l’attimo stesso in cui si è chiusa l’ultima pagina del libro. Senza aspettare un momento di più. [Angela Greco AnGre]

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da “Appuntamento d’estate”, estratto da Rondò. Tre racconti (Mimesis, 2012) di Franco Pappalardo La Rosa

Il dottor Macherione non aveva più alcun dubbio. Tuttavia, provava uno strano sentimento: un misto struggente-disperato di tenerezza e d’angoscia che gli stringeva il cuore.

“Che cosa vuoi da me? Perché m’hai chiamato?”, gli chiese a bruciapelo, la voce fievole, come parlasse a se stesso. Ma il ragazzo non aprì bocca: continuò a sbirciarlo fra le ciglia socchiuse. Però, tremava.

“E’ inutile che mi guardi così”, lo incalzò l’uomo. “Tanto lo sai che conosco tutti i tuoi pensieri. La notte avevi paura del vento: di là del cortile vedevi il mare. Un mare d’oro, dicevi. E la luna era un grande uccello biondo che in qualche angolo del boschetto doveva avere il nido. Si poteva essere più stupidi?”.

Il ragazzo tacque ancora. Anche se, a poco a poco, gli occhi gli si riempirono di lacrime.

“E smettila di piangere!”, lo rimproverò l’uomo con voce dura. Bastava un nonnulla e scoppiavi a piangere: frignavi ore intere…”.

Fece una pausa e lo guadò sopra i capelli arruffati, nerissimi. Gli venne voglia di carezzarglieli, quei capelli: di consolarlo, ma si trattenne. Disse, invece: “Vuoi capirlo che indietro non si torna? Se non ti avessi rivisto, per me saresti morto per sempre: non saresti neppure un’ombra della memoria”.

“Perché tu sei vivo?”, si decise finalmente il ragazzo con un filo di voce, sgranandogli gli occhi addosso.

Tirò su con il naso e si asciugò le guance col dorso d’una mano.

Il dottor Macherione si sentì perduto: era quello che temeva. Finse di non capire: “Che vuoi dire? Per favore, spiegati”, rise malamente.

“Lo sai già sei un medico, no?”

“Quando?”.

“Fra qualche minuto. Per questo t’ho chiamato”.

“E perché scappavi, allora?”.

“Cosa credi? Da quel momento non potrò più giocare…”.

“Non capisco”.

“Loro non mi vogliono, ma io avevo un destino”.

“Loro, chi?”.

“I compagni, Ora il capo è Gigi, il nipote del massaro di Pocamara. Te lo ricordi? E, ricordi quella volta dei cani? Non me l’hanno mai perdonata: dicono che sono un vigliacco”.

Ebbe un gemito doloroso. Le gote gli si gonfiarono e ricaddero, tre-quattro volte. Come se sbuffasse. O respirasse a fatica.

“No, non è vero! Ti avevano lasciato solo, c’era buio: avevi appena sette anni!… E poi è stato Mimmo a gridare, non tu. Fu lui a scappare per primo: ad arrampicarsi sul…”, ribatté prontamente il dottor Macherione.

“Sì, però Mimmo è venuto dopo nemmeno una settimana: nella Cava dell’Orbo l’ha schiacciato un lastrone di lava”.

“Nessuno di loro, dunque…?”.

“Nessuno. Gli altri — Nardo della Mariannina, Peppino Potiàro, Angelo Pelorosso, Saretto Malanòvo, Nuccio Miccitella, Tanino Zuccarello — sono venuti tutt’insieme sul finire della guerra. Giocavano a smontare una mina trovata nel prato della Zammara e “Bum!”. Solo tu mancavi. Tu te ne sei andato via. Per questo non mi vogliono. Lo capisci adesso?” […]

(pp.82-83)

Rileggendo il 2019: FARANDOLETTA – un sogno in Sicilia di Franco Pappalardo La Rosa, nota di Angela Greco

FARANDOLETTA – un sogno in Sicilia di Franco Pappalardo La Rosa letto da A.Greco

Un cronista sportivo d’origine siciliana, che lavora presso un giornale del Nord, viene inviato dal suo direttore a Taormina, per scrivere un servizio sul ritrovamento d’un dipinto di Antonello da Messina esposto al pubblico per la prima volta. Egli, in tal modo, si trova catapultato in un universo che, per ragioni di lavoro, s’era lasciato alle spalle, ma del quale conserva un’inconscia nostalgia (tant’è vero che, sì, parla e scrive i suoi articoli in italiano, ma, quando riflette o racconta, lo fa nel dialetto materno). L’impatto col paesaggio, la luce, i colori, i profumi dell’Isola, uniti all’incontro con strani personaggi e col vecchio pittore di carretti (che sembra conoscere vita, morte e miracoli del Maestro messinese) nella cui soffitta il dipinto è stato rinvenuto, lo irretiscono, via via, in una trama di sensazioni, di memorie, d’emozioni, che credeva ormai non gli appartenessero, e che, al contrario, come un fuoco nascosto dalla cenere, continuano a covargli dentro. Eccolo, allora, ritrovarsi coinvolto in una controversa vicenda di dote, la cui destinataria è una giovane signora ispano-veneziana, che l’attrae sentimentalmente e gli lascia intendere d’essere l’incarnazione d’una dama uccisa secoli prima dal marito. Ed ecco che la verità si sfaccetta, nella narrazione, e ciò che appare evidente lascia sempre trapelare un suo lato oscuro che lo stravolge. Fino ad indurre lo stesso cronista a dubitare che tutto – viaggio, accadimenti, incontri, personaggi… – non sia che il frutto della sua immaginazione o, meglio, di quella labile sostanza di cui (per dirla col grande Bardo) siamo fatti noi e i nostri sogni.

(Ed. Achille e la Tartaruga, Torino 2018 – risvolto di copertina)

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Più che una lettura è un’esperienza di lettura, questo romanzo di Franco Pappalardo La Rosa, critico letterario, giornalista, scrittore, saggista e poeta nato a Giarre, che ha studiato e vive a Torino dal 1963. Esperienza di lettura multisensoriale, che fa toccare con mano e con tutti gli altri sensi, una storia sospesa tra realtà reale e realtà onirica, perché tra le pagine di Farandoletta, si vive senza soluzione di continuità il sogno e il vero con la stessa intensità.

Tra gelsomini-stelle arabi e ricordi d’infanzia, la Sicilia jonica settentrionale – dall’aeroporto di Catania fino ai confini della provincia di Messina – è il vertice di un particolare triangolo, che nel suo disegnarsi nitido ad opera dei protagonisti, praticamente tange la periferia del territorio italiano, narrandone in un meta testo le vicissitudini dal Rinascimento ai giorni nostri, rimanendo immune dal divenire romanzo storico (seppur d’arte), ma usando echi e rimandi della Storia a supporto del nucleo incandescente di questa narrazione, ovvero la terra di Sicilia e il suo patrimonio.

Uno dei due protagonisti maschili è un siciliano trapiantato a Torino, evento che dall’Unità d’Italia ancora accade; l’altro, un uomo antico come la sua terra, della provincia di Messina, strano esperto d’arte; la protagonista è veneziana di nascita, ma cresciuta e coniugata in Spagna, con un anziano marito-padrone spagnolo sempre e solo citato, che al meglio è metafora della situazione vissuta dal Meridione d’Italia sotto i dominii spagnoli, appunto, nonché cronaca della realtà dello stesso luogo fino a non molti anni fa, sullo sfondo della libertina Venezia all’epoca del suo massimo splendore; l’ultimo o forse il primo personaggio è un dipinto di Antonello da Messina, un pretesto – usato con indubbia competenza, delicatezza e gentilezza, nel contesto di una storia d’amore vissuta tra persone in epoche differenti e tra le persone e gli stessi territori – che apre una porta sulla conoscenza, tutela e valorizzazione del patrimonio artistico italiano, reale agente di unione tra persone abitanti territori diversi.

Il romanzo è caratterizzato dall’uso di differenti lingue, dal siciliano, allo spagnolo, al dialetto veneziano, al latino, con prevalenza del primo, non di difficile comprensione per chi abbia, negli ultimi vent’anni, seguito le indagini di un famoso commissario “di Vigata”; linguaggio, che, finanche nella scelta degli aggettivi, fa innamorare il lettore dei luoghi della narrazione, immergendolo totalmente negli scenari, nei dialoghi e persino nei pensieri dei protagonisti, come si fosse sempre in un angolino della scena, nascosti agli occhi di tutti, a vivere personalmente gli accadimenti.

La materia, oltre al sogno così ben racchiuso nel rimando shakesperiano della chiusa dell’aletta interna di copertina (quella labile sostanza di cui (per dirla col grande Bardo) siamo fatti), è senza dubbio l’amore in un ampio senso del termine. Tra uomini e donne, per l’arte, per la famiglia che si è lasciata e ritrovata, ma soprattutto, tra le pagine di Farandoletta, non sfugge l’amore per la Trinacria, centro del Mediterraneo e del cuore dell’autore, terra di colori e contrasti forti, viva e tremante di natura vulcanica, che non si può dimenticare nemmeno col tempo e con i chilometri di distanza. Dieci capitoli, centosessanta pagine capaci di trattenere il lettore senza mai annoiarlo (dote rarissima e preziosa in narrativa), creando un piacere nell’attesa di voler conoscere e partecipare del seguito, rischiarati da sottili lampi di poesia in alcune esternazioni descrittive, precisi nella logica narrativa, chiarissimi nella conseguenza delle azioni e delle situazioni, in una struttura che si chiude esattamente come un cerchio magico, “un sogno in Sicilia”, come meglio non poteva dire il sottotitolo. [Angela Greco]

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Un estratto da FARANDOLETTA – un sogno in Sicilia di Franco Pappalardo La Rosa (Achille e La Tartaruga, 2018), pag.126

“Doppo, mentre cchiù ‘ntenso traseva dai vitri abbasciati l’adure del mare, di botto s’astutaro tutte ‘nsìmula le luci dell’alluminazione pubblica e, nta lo scuro spunnato dai fari della 127, lui si dicì mentalimente “Alcàntara!”. E arrirì per quella palora mavarusa che riassumata gli era dalla prufunnità della propria carusanza.
“Alcàntara!”. ‘nfatti, ‘mprecava sua matre — ne sinteva quasi la vuci asprigna — ogni vota che mancava la currente elettrica nta la via del Teatro (unn’era nasciuto), a Giarre, e ‘l quartere scinneva nta lo scuro assuluto. “Alcàntara!”, si sinteva ciuciuliare dal barcuneddho di supra e da quello di rimpetto, prima che accumparissero arrèri ai vitri e supra i pisòli le vampitte trantuluse delle lumere e delle cannile. E quella palora, che astutava la luce e la riaddhrumava, ‘n lui ‘l putere magico aveva sarbàto pure quanno, caruseddhro, aveva scupruto che ‘l nome era del sciumiciattulo ch’alimentava ‘n’anticuata centrale ‘droelettrica, cui era culligata l’alluminazione pubblica e dumestica della zona: pure quanno aveva saputo che i “guasti”, friquentissimi d’estate, dipinnevano dai “travagghi” notturni con i quali i mitatèri riviraschi diviavano abusivamente, a munte della centralina, le acque del sciumiciattulo per ‘rrigare i lumieti e gli aranceti di Valdèmone e i Jardìni d’Allah…”.

 

Giovanni L. Asmundo, Poesia della città diffusa

dal blog PERIPLI, 292 // POESIA DELLA CITTÀ DIFFUSA, UNA DOMENICA DI FINE 2019 

Articolo e fotografia di G. Asmundo

Un piano sequenza incantato; nel lasciarsi attraversare dalla bellezza di un unico linguaggio, nell’assorbire la realtà che nonostante tutto, positiva e poetica, ci circonda.
Questa la piccola fiaba tangibile che oggi vi propongo.
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La città diffusa del Nordest, 3.11.2019
Ho visto una famiglia prepararsi a una piovosa e serena domenica di nonne, calore, funghi, crostate.
Un papà chiacchierare di semplicità quotidiane, con parole per me solo verbalmente incomprensibili, con una bimba che si dondolava dalla panca, le strette di mano fra amici di ogni lingua nell’andirivieni di una fermata d’autobus.La sera prima, invece, mentre ci appendevamo a un tram, schiacciati come sardine, corpo collettivo di parole, mentre il vetro attraversava la notte, mentre parlavo con una mamma dell’Africa centrale, ho visto un papà dell’Asia centrale, gli occhi lustri di pioggia, illuminarsi mostrando a un amico le foto su whatsapp del figlioletto lontano. Più tardi alcuni cari amici, seduti intorno a un tavolo accogliente, con la gran gioia di rivedersi in occasione di un compleanno. Un po’ di treno più in là, un papà entusiasta dire a un bimbo ricciolibiondi «videochiamiamo il nonno, così lo saluto e gli dici che siamo su un tram». Una signora del vicino oriente cucinare con un cappello da cuoca punteggiato da brillanti, lucenti come stelle.Un ragazzo impacciato complimentarsi con un altro, sconosciuto, per la sua felpa, chiedendogli timidamente se potesse fotografarla. Anziani del nordest chiedere un’ombra e un cicchetto, la mattina presto, a una ragazza dai tratti dell’estremo oriente. Donne del sudest della penisola offrire un cappuccino a un operaio infreddolito, proveniente dal sudest di un’altra penisola. Un signore dire al proprio cagnolino che abbaiava ad un altro, «ah no-no; a mi, ti me fa ‘ste robe?».Due amici fraterni del sudovest riuscire a ritrovarsi, approfittando di un cambio di treno, a mezza via fra il nord-est e il nordovest. Una donna del centro Europa domandare a chiunque informazioni nella propria lingua, tra sorrisi, alzate di spalle e indicazioni restituite a gesti. Genitori portare dei fiori fino all’altro capo di un’isola azzurra.
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Un’anziana signora mediorientale vestita di nero con un cappuccio di volpino sintetico per l’inverno. Un’altra signora, con le guance scavate dalle montagne più elevate dell’Asia, comprare soltanto zucchine spinose e peperoncini da un giovane d’altre montagne steppose. Un gruppo di amici di molte latitudini scaldarsi intorno a un affettuoso cous cous di pesce.
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Un ragazzo africano continuare a sbadigliare allo stesso ritmo di una coppia spagnola. Una famiglia del sudest asiatico parlare nel proprio idioma lontano, poi il papà fermarsi all’improvviso per chiamare i figli piccoli: “andiamo di qua, ha ragione mamma”. Una giovane coppia, seduta in un bar, ascoltare un canto alla durata.
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Tutti parlavano un unico linguaggio.
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Carlo Lucarelli: Los fucilados, un racconto

778px-El_Tres_de_Mayo,_by_Francisco_de_Goya, (1814)

– Mi chiamo Libero Gramigna, Libero come l’idea che non muore e Gramigna come l’erba cattiva che anche quella non muore mai.

La canna del fucile mi colpi sulla bocca, spaccandomi le labbra con un colpo che mi risuonò sui denti secco come un ramo che si spezza. Ce l’avevano detto di star zitti ma a star zitto non sono stato buono mai, neanche da bambino, neanche con mio babbo, figurarsi coi fascisti. Cosi lasciai che il sangue mi colasse gill sul mento e sorrisi, mostrando i denti rossi all’ufficiale, anche se sentivo male, e molto. Erano solo cinque minuti che eravamo nel barranco e già si era tolto e messo i guanti mille volte, l’ufficiale, annusando l’aria con quel suo muso da topo, i baffi stretti sulle labbra e gli occhi vicini, a spillo, sotto la nappa del berretto da tenente della guarnigione di Granada. Accanto a me c’era un uomo in camicia che tremava, ed era a lui che io parlavo, sfidando le botte dei fascisti e i loro sibili da serpenti:

Adelante e hijo de puta. Era un poeta, l’uomo in camicia, e aveva paura di morire.

– Noi siamo cosi di famiglia, – dissi, – gente che non sa stare zitta. Lo era mio nonno, ucciso dai carabinieri di Salandra all’assalto del Comune nella Settimana rossa, lo era mio zio, fucilato alla schiena perché anarchico e disfattista, e lo era mio padre, che è morto nel suo letto, male perché è là che lo inchiodarono le bastonate dei fascisti quando lo presero da solo in un agguato, ubriaco e disarmato, fuori dall’ osteria.

L’ufficiale alzò le labbra e squittì un ordine. Rapidi i soldati, curvi, neri e saltellanti come un branco di avvoltoi, ci strinsero contro una duna del barranco, spingendoci indietro con i calci dei fucili. Il mio poeta era impallidito ancora e aveva chiuso gli occhi, quasi come fosse morto.

_ Facevo il violinista al Comunale di Bologna, – gli soffiai all’orecchio tra le labbra insanguinate, – perché mia madre aveva convinto un prete che io ero diverso e non avevo grilli per la testa. Ci rimasi quattro anni, a suonare Puccini, Verdi e Mascagni, ma un giorno che arrivarono i fascisti di Arpinati e pretesero che suonassi Giovinezza io feci come il grande maestro Toscanini e rifiutai. A lui, lo sanno tutti, toccò uno schiaffo ma io ne ebbi il naso rotto, un dente in meno e quattro costole incrinate perché avevo attaccato L’Internazionale, e se sono ancora vivo è solo perché quello che mi prendeva a calci nella testa fu sicuro che mi aveva ucciso. Allora son scappato, e son stato tra i primi a venire in Spagna per combattere i fascisti perché zitto io non ci so stare, e ci sono dei momenti in cui si deve far vedere da che parte batte forte il cuore.

L’ufficiale aveva già la spada fuori e i soldati s’eran messi tutti in fila, col fucile appoggiato sulla spalla e le canne su di noi, stretti a mucchio l’un sull’ altro, contro la duna del barranco. Allora, il mio poeta mi guardò e mi parve che negli occhi la paura gli fosse scivolata un po’ più in fondo. – Libero Gramigna, – gli dissi, e lui rispose: – García Lorca, – e insieme ci voltammo verso i soldati, e mentre gridavo: – Sparate, brutti porci di fascisti! – aprii le braccia in alto, con i palmi delle mani aperti e le maniche bianche della camicia gonfie del vento del barranco.

tratto da: Carlo Lucarelli, Il lato sinistro del cuore, Einaudi 2003

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immagine: opera di Francisco Goya, “Il 3 maggio 1808” conosciuto anche come “El tres de mayo de 1808 en Madrid”, o “Los fucilamientos de la montaña del Príncipe Pío”, e “Los fucilamientos del tres de mayo” – olio su tela, cm266 x 345 del 1814, oggi conservato al Museo del Prado di Madrid.

Accade a Venezia…

—–[42] In questa città si può versare una lacrima in diverse occasioni. Posto che la bellezza sia una particolare distribuzione della luce, quella più congeniale alla retina, una lacrima è il modo con cui la retina – come la lacrima stessa – ammette la propria incapacità di trattenere la bellezza. In generale, l’amore arriva con la velocità della luce; la separazione, con quella del suono. Ciò che inumidisce l’occhio è questo deterioramento, questo passaggio da una velocità superiore ad una inferiore. Poiché siamo esseri finiti, una partenza da questa città sembra ogni volta definitiva; lasciarla è un lasciarla per sempre. Perché con la partenza l’occhio viene esiliato nelle province degli altri sensi: nel migliore dei casi nelle crepe e nei crepacci del cervello. Perché l’occhio non si identifica col corpo, ma con l’oggetto della propria attenzione. E per l’occhio la partenza è un processo speciale, legato a ragioni puramente ottiche: non è il corpo a lasciare la città, è la città ad abbandonare la pupilla. Allo stesso modo il commiato dalla persona amata provoca dolore,e soprattutto un commiato graduale, chiunque sia a partire e per qualsiasi motivo. Nel mondo in cui viviamo, questa città è il grande amore dell’occhio. Dopo, tutto è delusione. Una lacrima anticipa quello che sarà il futuro dell’occhio.

da Fondamenta degli Incurabili (Adelphi, 2012) di Iosif Brodskij

—–Sfumata in un residuo di nebbia che non ce la faceva né a dissiparsi né a diventare pioggia, un po’ disfatta da un torpido scirocco più atmosfera che vento, assopita in un passato di grandezza e splendore e sicuramente d’immodestia confinante col peccato, la città era piena di attutiti rumori, di odori stagnanti nel culmine d’una marea pigra. Sole e luna le segnavano un ritmo diverso, e come sospinta da un doppio scorrere di tempo essa incessantemente moriva nei marmi e nei mattoni, nei pavimenti avvallati, in travi e architravi ed archi sconnessi, in voli di troppi colombi, nell’inquietudine di miriadi di ratti che si annidavano moltiplicando in attesa. Della gente ognuno portava in sé un particella di quella finalità irrimediabile. Facevano le cose d’ogni altra gente, comprare il pane o il giornale, andare al tribunale o ad aprire bottega o a scuola e perfino in chiesa, e lo facevano con più spensieratezza che altrove, con un ridere arguto e gentile, in una parvenza di commedia che peraltro era, appunto, un invito affinché la morte facesse più in fretta.

Poi, un campanile dietro l’altro, il cielo opaco fu raggiunto dal mezzogiorno, ma non bastò a fare allegria nell’umido mezzogiorno di novembre. Al di là della commedia, chi aveva sentimenti e presentimenti poco lieti doveva per forza tenerseli. I mori dell’orologio batterono a turno, anch’essi due volte, le dodici ore sui tetti e sopra la vasta piazza del santo evangelista.

da Anonimo veneziano (Ed.BUR) di Giuseppe Berto

La città risuona ad ogni onda che si infrange sulle sue fondamenta.
Il vetro soffiato appena qualche isola da qui è trasparente
e racchiude tutti: il mare, lui, lei, l’abitazione, la tigre e la poesia.
La stagione è tra le migliori nonostante sia inverno;
il sibilo del vento attraverso i ricami di pietra ammalia.
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Ancora una finestra aperta.
Dalla via d’acqua sembra non ci sia la luce all’interno.
La tenda bianchissima ondeggia.
Il secondo piano è la cima innevata dove respirare aria purissima.
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I due sono nudi prima della notte.
Bussano ad una porta di legno antico.
Si apre una inaudita intimità. Entrano.
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da Anamòrfosi (Ed.Progetto Cultura, Roma, 2017) di Angela Greco.
(immagini dal web; dipinto di Claude Monet, Tramonto a Venezia)

Rondò di Franco Pappalardo La Rosa letto da A.Greco

Uscito per i tipi Mimesis Edizioni nel 2012, collana narrativa / meledoro, Rondò di Franco Pappalardo La Rosa è una raccolta di tre racconti lunghi, frutto di una selezione di opere precedenti rivedute e riaffidate al pubblico dopo anni in cui si è resa difficoltosa o impossibile la reperibilità dei testi originari. Una scelta audace e “segno di un’incontentabilità onestà e dunque rara”, come scrive Giovanni Tesio nella nota di chiusura al testo, apprezzabilissima per quel ritorno sul proprio lavoro, capacità non comune in effetti, per meglio affinarlo e consegnarlo a nuovi lettori, come rappresentanza di un tempo passato da non abbandonare e, quindi, interpretando al meglio il concetto di ricordo quale testimonianza di un momento vissuto da tramandare.

I tre racconti, legati dal tema della musica caro all’autore, in sequenza percorrono un lasso di tempo di un paio di secoli; terminando un racconto e leggendo il successivo, la maestria dell’autore permette al lettore di non distaccarsi completamente, ma piuttosto di continuare, attraverso il tempo dettagliatamente partecipe con le sue vicende sociali e storiche, a vivere le vicende dei protagonisti, accomunati dal coinvolgimento con l’elemento fantastico costituito dall’introduzione di presenze irreali, che fungono da trait d’union tra i diversi piani temporali e sensoriali.

Nel primo racconto si incontra una persona reale con personaggi famosi (mai esplicitamente citati, ma captabili dai nomi e dalle opere musicali narrate nella narrazione) di altre epoche; nel secondo racconto, invece, l’adulto incontra il fanciullo che è stato – insieme con i compagni di giochi ormai lontani – per risolvere accadimenti portati addosso per una intera esistenza; accade, poi, nel terzo racconto, che si incontrino un uomo e una donna contemporanei e che solo allo svelamento dei sentimenti si rendano conto di non essere fatti della stessa “materia”…Personaggi reali e fittizi, o, meglio, uno reale sempre e gli altri anche non tali, che vivono accadimenti reali sorretti sempre da un piano onirico, una proiezione della mente, reso al lettore dalla disseminazione di dettagli finissimi, che a poco a poco conducono alla realtà dell’irrealtà narrativa, in un turbine di sorprese, che rimangono tali fino al periodo finale della stesura, senza deludere il lettore.

Franco Pappalardo La Rosa intesse precisi micro-universi in ognuno dei tre racconti, nei quali non lesina nulla dell’arte e della tecnica della prosa, elevando a giusto rango un genere letterario, quello del racconto, spesso sottovalutato e ritenuto “semplice” dai più, se confrontato con l’espressione per antonomasia della prosa, il romanzo, narrando senza orpelli la realtà storica e contemporanea attraverso l’uso sapiente dei dettagli ed una profonda conoscenza delle materie trattate, grazie alla quale persino il racconto ambientato alla fine dell’Ottocento sembra essere stato vissuto dall’autore, come quello ambientato negli Anni di Piombo.

Tutto il libro – raramente unitario, quando gli autori raccolgono più racconti per farne un’opera edita – è un solo unico palcoscenico dove far incontrare e incontrare personaggi e lettori, i quali, fin dalle prime pagine, sono la folla di avventori della locanda, il paese o la gente di strada dove accade il fatto di cronaca, partecipi delle vicende dei protagonisti, vivendo in prima persona la narrazione e, per questo, spiazzati a fine racconto esattamente come gli attori principali, facendo di Franco Pappalardo La Rosa un autore da tornare a leggere l’attimo stesso in cui si è chiusa l’ultima pagina del libro. Senza aspettare un momento di più. [Angela Greco AnGre]

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da “Appuntamento d’estate”, estratto da Rondò. Tre racconti (Mimesis, 2012) di Franco Pappalardo La Rosa

Il dottor Macherione non aveva più alcun dubbio. Tuttavia, provava uno strano sentimento: un misto struggente-disperato di tenerezza e d’angoscia che gli stringeva il cuore.

“Che cosa vuoi da me? Perché m’hai chiamato?”, gli chiese a bruciapelo, la voce fievole, come parlasse a se stesso. Ma il ragazzo non aprì bocca: continuò a sbirciarlo fra le ciglia socchiuse. Però, tremava.

“E’ inutile che mi guardi così”, lo incalzò l’uomo. “Tanto lo sai che conosco tutti i tuoi pensieri. La notte avevi paura del vento: di là del cortile vedevi il mare. Un mare d’oro, dicevi. E la luna era un grande uccello biondo che in qualche angolo del boschetto doveva avere il nido. Si poteva essere più stupidi?”.

Il ragazzo tacque ancora. Anche se, a poco a poco, gli occhi gli si riempirono di lacrime.

“E smettila di piangere!”, lo rimproverò l’uomo con voce dura. Bastava un nonnulla e scoppiavi a piangere: frignavi ore intere…”.

Fece una pausa e lo guadò sopra i capelli arruffati, nerissimi. Gli venne voglia di carezzarglieli, quei capelli: di consolarlo, ma si trattenne. Disse, invece: “Vuoi capirlo che indietro non si torna? Se non ti avessi rivisto, per me saresti morto per sempre: non saresti neppure un’ombra della memoria”.

“Perché tu sei vivo?”, si decise finalmente il ragazzo con un filo di voce, sgranandogli gli occhi addosso.

Tirò su con il naso e si asciugò le guance col dorso d’una mano.

Il dottor Macherione si sentì perduto: era quello che temeva. Finse di non capire: “Che vuoi dire? Per favore, spiegati”, rise malamente.

“Lo sai già sei un medico, no?”

“Quando?”.

“Fra qualche minuto. Per questo t’ho chiamato”.

“E perché scappavi, allora?”.

“Cosa credi? Da quel momento non potrò più giocare…”.

“Non capisco”.

“Loro non mi vogliono, ma io avevo un destino”.

“Loro, chi?”.

“I compagni, Ora il capo è Gigi, il nipote del massaro di Pocamara. Te lo ricordi? E, ricordi quella volta dei cani? Non me l’hanno mai perdonata: dicono che sono un vigliacco”.

Ebbe un gemito doloroso. Le gote gli si gonfiarono e ricaddero, tre-quattro volte. Come se sbuffasse. O respirasse a fatica.

“No, non è vero! Ti avevano lasciato solo, c’era buio: avevi appena sette anni!… E poi è stato Mimmo a gridare, non tu. Fu lui a scappare per primo: ad arrampicarsi sul…”, ribatté prontamente il dottor Macherione.

“Sì, però Mimmo è venuto dopo nemmeno una settimana: nella Cava dell’Orbo l’ha schiacciato un lastrone di lava”.

“Nessuno di loro, dunque…?”.

“Nessuno. Gli altri — Nardo della Mariannina, Peppino Potiàro, Angelo Pelorosso, Saretto Malanòvo, Nuccio Miccitella, Tanino Zuccarello — sono venuti tutt’insieme sul finire della guerra. Giocavano a smontare una mina trovata nel prato della Zammara e “Bum!”. Solo tu mancavi. Tu te ne sei andato via. Per questo non mi vogliono. Lo capisci adesso?” […]

(pp.82-83)

Il caso Mozart di Franco Pappalardo La Rosa letto da A.Greco

“Tutti i personaggi del romanzo sono realmente esistiti, ma le vicende e le situazioni narrate (e il loro intreccio), pur trovando appigli in fonti storiche, costituiscono frutto della fantasia dell’autore.” Per Il caso Mozart (Ed.Gremese, 2009) di Franco Pappalardo La Rosa è doveroso specificare la nota sopra riportata, poiché è romanzo talmente realistico da poter essere, senza dubbi, inteso come romanzo storico propriamente detto. Invece, pur essendo a sfondo storico, Il caso Mozart è un poliziesco atipico, in cui la Storia presta soggetti e contenuti senza pentirsene, alla conoscenza dettagliata dell’autore in materia di leggi, società, stile di vita, musica, arte e finanche bon ton ed economia domestica, per il confezionamento di un libro godibilissimo e dalla rara eleganza, aspetto ormai inusuale nella narrativa contemporanea.

Romanzo poliziesco atipico presto spiegato: fin dal primo capitolo si viene a conoscenza del movente e del colpevole, ma la narrazione non si vota a indagare, secondo i canali propri di questo genere letterario, accanendosi su un quid giallo, ingenerando nel lettore la morbosità di scoprire e quella strana sete di giustizia che non si trova più fuori dai libri. Piuttosto, il romanzo è un grande affresco, coadiuvato dall’aspetto poliziesco incluso nella storia, su temi sociali e morali, dalla lettura dei quali, oltre a conoscere la società viennese della fine del XVIII secolo, si possono trarre spunti di riflessione evergreen, prestando attenzione ad alcuni aspetti, che sembrano non essere ancora mutati nell’attuale società.

Di fatto, lo sfondo storico e la vicenda poliziesca sono la cornice (e mai termine fu più appropriato per un romanzo che somiglia moltissimo ad una grande tela dipinta nei dettagli) per trattare il problema della ragion di stato, cardine attorno a cui ruota l’intera vicenda de Il caso Mozart, che praticamente tratta degli ultimi giorni di vita del grande maestro austriaco a cui è accaduto qualcosa di scandaloso a seguito del suo modo di vivere, come si legge nell’estratto della quarta di copertina: «Se le sarà andate a cercare: avrà scatenato l’ira di qualche padre o di qualche marito geloso», commentò sua maestà. «Egli vorrebbe possedere tutte le donne, come il suo Don Giovanni. E’ un joueur che sempre si è fatto beffa di tutti…». La capacità narrativa di Franco Pappalardo La Rosa diluisce un solo evento, quello accaduto al musicista, in ventisei brevi capitoli sapientemente equilibrati tra parti descrittive e dialoghi che raccontano in tutto pochi giorni densi di azioni e personaggi, acquisendo, verso la fine e in un solo preciso punto, l’atteggiamento del melodramma nato in quel periodo, nell’unica scena cruenta – eppure incapace di disturbare il lettore – presente nel libro, vertice del dramma, che ha determinato il movente dell’intera vicenda. Una storia di gelosie e passioni scritta senza scivolare nel morboso; tradimenti, narrati nel rispetto della mentalità dell’epoca in cui è ambientato il romanzo, esposti con giusto peso e senza sfruttare l’argomento per fare presa sul lettore; usi e costumi di un tempo passato – che nel fare del clan, sia esso la famiglia imperiale, la chiesa o la Massoneria, sono ancora attualissimi – in cui si vive accanto ai protagonisti, come fossero vicini e, infine, l’accento, amaro, sulla “costruzione” di quel che si è deciso di tramandare ai posteri, atto affidato ad una nobiltà impaurita e già decadente, magistralmente descritta nei difetti, ma anche nella virtù di aver saputo dare spazio e attenzione alla grande Musica e di aver creato un fiore all’occhiello per tutta l’Europa e non solo.

I minuziosi particolari di cui ci fa dono l’autore, dai dettagli dell’abbigliamento, come delle case e delle opere dello stesso Mozart, ai caratteri propri di ciascun personaggio della storia (insieme ad una interessante e bella postfazione di Giorgio Bárberi Squarotti), sono il valore aggiunto ad una lettura mai noiosa e capace di sorprendere fino all’ultima decisione presa e descritta nell’ultima pagina, che mette in evidenza quanto, a fronte di tutto l’idealismo e la nobiltà d’intenti di cui si può essere capaci, a prevalere sarà sempre la praticità che conduce a dire: Non voleva più soffrire né immalinconirsi: soltanto un po’ di pace agognava. Con tutto il cuore.

[Angela Greco]

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Vienna, una notte di fine Settecento: gravemente ferito in seguito a un’aggressione, un uomo si lamenta riverso sulla strada e viene riportato a casa da un suo servitore che passava di là per caso. Responsabile, apprenderemo, è un marito geloso che ha esagerato nella bastonatura. Quell’uomo è Wolfgang Amadeus Mozart, che Franco Pappalardo La Rosa segue passo passo in questo tragico frangente della sua vita, basandosi su fonti documentarie poco note, ma anche liberamente inventando ambienti e situazioni. Ne deriva un romanzo storico di straordinaria evidenza visiva, con le strade, le case, i palazzi del potere, la vita quotidiana di quella Vienna d’epoca, che ti balzano incontro con la vivezza e l’attualità di un ‘reportage’. Tuttavia, come dice Giorgio Barberi Squarotti nella postfazione, è ugualmente un romanzo su un “mistero” al quale certo non sono estranei intrighi, depistaggi e menzogne che hanno coinvolto ai massimi livelli la Corte imperiale. E, nel ricostruire questi intrighi, la narrazione si carica di una ‘suspence’ perfettamente dosata, in un crescendo di drammaticità che rivela infine senza ambagi il volto oscuro della storia e della convivenza umana, un inferno senza fiamme da cui non si salva nessuno, e in cui nessuno può dirsi davvero innocente”. [Risvolto di copertina di Stefano Giovanardi]

FARANDOLETTA – un sogno in Sicilia di Franco Pappalardo La Rosa letto da Angela Greco

FARANDOLETTA – un sogno in Sicilia di Franco Pappalardo La Rosa letto da A.Greco

Un cronista sportivo d’origine siciliana, che lavora presso un giornale del Nord, viene inviato dal suo direttore a Taormina, per scrivere un servizio sul ritrovamento d’un dipinto di Antonello da Messina esposto al pubblico per la prima volta. Egli, in tal modo, si trova catapultato in un universo che, per ragioni di lavoro, s’era lasciato alle spalle, ma del quale conserva un’inconscia nostalgia (tant’è vero che, sì, parla e scrive i suoi articoli in italiano, ma, quando riflette o racconta, lo fa nel dialetto materno). L’impatto col paesaggio, la luce, i colori, i profumi dell’Isola, uniti all’incontro con strani personaggi e col vecchio pittore di carretti (che sembra conoscere vita, morte e miracoli del Maestro messinese) nella cui soffitta il dipinto è stato rinvenuto, lo irretiscono, via via, in una trama di sensazioni, di memorie, d’emozioni, che credeva ormai non gli appartenessero, e che, al contrario, come un fuoco nascosto dalla cenere, continuano a covargli dentro. Eccolo, allora, ritrovarsi coinvolto in una controversa vicenda di dote, la cui destinataria è una giovane signora ispano-veneziana, che l’attrae sentimentalmente e gli lascia intendere d’essere l’incarnazione d’una dama uccisa secoli prima dal marito. Ed ecco che la verità si sfaccetta, nella narrazione, e ciò che appare evidente lascia sempre trapelare un suo lato oscuro che lo stravolge. Fino ad indurre lo stesso cronista a dubitare che tutto – viaggio, accadimenti, incontri, personaggi… – non sia che il frutto della sua immaginazione o, meglio, di quella labile sostanza di cui (per dirla col grande Bardo) siamo fatti noi e i nostri sogni.

(Ed. Achille e la Tartaruga, Torino 2018 – risvolto di copertina)

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Più che una lettura è un’esperienza di lettura, questo romanzo di Franco Pappalardo La Rosa, critico letterario, giornalista, scrittore, saggista e poeta nato a Giarre, che ha studiato e vive a Torino dal 1963. Esperienza di lettura multisensoriale, che fa toccare con mano e con tutti gli altri sensi, una storia sospesa tra realtà reale e realtà onirica, perché tra le pagine di Farandoletta, si vive senza soluzione di continuità il sogno e il vero con la stessa intensità.

Tra gelsomini-stelle arabi e ricordi d’infanzia, la Sicilia jonica settentrionale – dall’aeroporto di Catania fino ai confini della provincia di Messina – è il vertice di un particolare triangolo, che nel suo disegnarsi nitido ad opera dei protagonisti, praticamente tange la periferia del territorio italiano, narrandone in un meta testo le vicissitudini dal Rinascimento ai giorni nostri, rimanendo immune dal divenire romanzo storico (seppur d’arte), ma usando echi e rimandi della Storia a supporto del nucleo incandescente di questa narrazione, ovvero la terra di Sicilia e il suo patrimonio.

Uno dei due protagonisti maschili è un siciliano trapiantato a Torino, evento che dall’Unità d’Italia ancora accade; l’altro, un uomo antico come la sua terra, della provincia di Messina, strano esperto d’arte; la protagonista è veneziana di nascita, ma cresciuta e coniugata in Spagna, con un anziano marito-padrone spagnolo sempre e solo citato, che al meglio è metafora della situazione vissuta dal Meridione d’Italia sotto i dominii spagnoli, appunto, nonché cronaca della realtà dello stesso luogo fino a non molti anni fa, sullo sfondo della libertina Venezia all’epoca del suo massimo splendore; l’ultimo o forse il primo personaggio è un dipinto di Antonello da Messina, un pretesto – usato con indubbia competenza, delicatezza e gentilezza, nel contesto di una storia d’amore vissuta tra persone in epoche differenti e tra le persone e gli stessi territori – che apre una porta sulla conoscenza, tutela e valorizzazione del patrimonio artistico italiano, reale agente di unione tra persone abitanti territori diversi.

Il romanzo è caratterizzato dall’uso di differenti lingue, dal siciliano, allo spagnolo, al dialetto veneziano, al latino, con prevalenza del primo, non di difficile comprensione per chi abbia, negli ultimi vent’anni, seguito le indagini di un famoso commissario “di Vigata”; linguaggio, che, finanche nella scelta degli aggettivi, fa innamorare il lettore dei luoghi della narrazione, immergendolo totalmente negli scenari, nei dialoghi e persino nei pensieri dei protagonisti, come si fosse sempre in un angolino della scena, nascosti agli occhi di tutti, a vivere personalmente gli accadimenti.

La materia, oltre al sogno così ben racchiuso nel rimando shakesperiano della chiusa dell’aletta interna di copertina (quella labile sostanza di cui (per dirla col grande Bardo) siamo fatti), è senza dubbio l’amore in un ampio senso del termine. Tra uomini e donne, per l’arte, per la famiglia che si è lasciata e ritrovata, ma soprattutto, tra le pagine di Farandoletta, non sfugge l’amore per la Trinacria, centro del Mediterraneo e del cuore dell’autore, terra di colori e contrasti forti, viva e tremante di natura vulcanica, che non si può dimenticare nemmeno col tempo e con i chilometri di distanza. Dieci capitoli, centosessanta pagine capaci di trattenere il lettore senza mai annoiarlo (dote rarissima e preziosa in narrativa), creando un piacere nell’attesa di voler conoscere e partecipare del seguito, rischiarati da sottili lampi di poesia in alcune esternazioni descrittive, precisi nella logica narrativa, chiarissimi nella conseguenza delle azioni e delle situazioni, in una struttura che si chiude esattamente come un cerchio magico, “un sogno in Sicilia”, come meglio non poteva dire il sottotitolo. [Angela Greco]

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Un estratto da FARANDOLETTA – un sogno in Sicilia di Franco Pappalardo La Rosa (Achille e La Tartaruga, 2018), pag.126

“Doppo, mentre cchiù ‘ntenso traseva dai vitri abbasciati l’adure del mare, di botto s’astutaro tutte ‘nsìmula le luci dell’alluminazione pubblica e, nta lo scuro spunnato dai fari della 127, lui si dicì mentalimente “Alcàntara!”. E arrirì per quella palora mavarusa che riassumata gli era dalla prufunnità della propria carusanza.
“Alcàntara!”. ‘nfatti, ‘mprecava sua matre — ne sinteva quasi la vuci asprigna — ogni vota che mancava la currente elettrica nta la via del Teatro (unn’era nasciuto), a Giarre, e ‘l quartere scinneva nta lo scuro assuluto. “Alcàntara!”, si sinteva ciuciuliare dal barcuneddho di supra e da quello di rimpetto, prima che accumparissero arrèri ai vitri e supra i pisòli le vampitte trantuluse delle lumere e delle cannile. E quella palora, che astutava la luce e la riaddhrumava, ‘n lui ‘l putere magico aveva sarbàto pure quanno, caruseddhro, aveva scupruto che ‘l nome era del sciumiciattulo ch’alimentava ‘n’anticuata centrale ‘droelettrica, cui era culligata l’alluminazione pubblica e dumestica della zona: pure quanno aveva saputo che i “guasti”, friquentissimi d’estate, dipinnevano dai “travagghi” notturni con i quali i mitatèri riviraschi diviavano abusivamente, a munte della centralina, le acque del sciumiciattulo per ‘rrigare i lumieti e gli aranceti di Valdèmone e i Jardìni d’Allah…”.

 

Giorgio Manganelli – da Centuria, numero venticinque

Numero venticinque

Il signore vestito di un completo blu un poco sgualcito, che in questo momento attraversa la strada male illuminata, e un poco barcolla, è in realtà completamente ubriaco, e il suo progetto è semplicemente di arrivare a casa. Non è singolare che egli sia ubriaco, sebbene in generale regga decorosamente il vino; è singolare il tipo di ubriacatura di cui soffre. In genere egli diventa litigioso, ostinato, capzioso e suscettibile; insulta tranquille signore, e guarda i vigili urbani con una tal quale, timida tracotanza. Ingiuria i cavalli e fa insinuazioni sui cani. In genere, in quei momenti egli è persuaso di vivere in una società infima, che merita di essere spregiata e irrisa. Questa sera, per quella legge iniziatica che guida non di rado una serie di ubriacature, egli è giunto a concepire se medesimo come parte di quel mondo degno di disprezzo. Egli è responsabile, e nella sua mente caoticamente illuminata si urtano il peccato originale, la lotta di classe e il Tibet. Farebbe in tempo a vivere una nuova vita? Che esempio dà ai figli, tornando a casa ubriaco a quel modo? E merita la sua povera moglie un marito talmente deteriore? “Deteriore” gli piace, e gli pare una buona definizione; si addice a un uomo prossimo a redimersi. Ad esempio: camminerà nella notte finché l’ubriacatura più ripugnante sarà stata consumata, poi andrà a parlare con la moglie che egli stima e ha cara; non è di quegli uomini che hanno in uggia le mogli solo perché le vedono tutti i giorni. In quel momento il frastuono di un tram che lo sorpassa gli rammenta qualcosa. Che cosa? Si concentra. Mio dio, ha ucciso sua moglie appunto quel pomeriggio, dandole sul cranio con una spranga di ferro! Gli urli. Il signore ha un gesto di orrore, mette le mani sulle orecchie. Ride. Lui è furbo. Non andrà a casa. O costituirsi o farsi frate. L’aria notturna lo investe improvvisa. Si rammenta di non aver alcuna moglie. A che serve avere buoni propositi se non si ha una moglie? E come si fa a uccidere una moglie simile? Fermo, per quel che gli è possibile, cerca di capire come mai non abbia moglie. L’hanno tutti. Chi è lui, un cane? Perché sua moglie è riuscita a non farsi sposare? O è lui che non l’ha sposata? Il giorno prima delle nozze è fuggita con un prete eretico. Ma non è lui quel prete? Quella donna è fuggita con lui? O con un altro? Chi è fuggito? “Che puttana”, dice, e cerca la chiave in tasca, lacrimando, con una smorfia di disprezzo.

 Giorgio Manganelli, Centuria, Adelphi, 1995.

immagine d’apertura: Edward Hopper, Night Shadows.

Da CENTURIA di Giorgio Manganelli, numero trentatré

riproponiamo…
il_tempo_che_passa

Da “Centuria. Cento piccoli romanzi fiume ” di Giorgio Manganelli, numero trentatré

Col tempo, è diventato un appassionato dell’attesa. Egli ama aspettare. Puntualissimo, detesta i puntuali, che lo privano, con la loro maniacale esattezza, del piacere incredibile di quello spazio vuoto, in cui non accade nulla di umano, di prevedibile, di attuale, in cui tutto ha l’odore esilarante e indefinibile del futuro. Se l’appuntamento è ad un angolo di strada, gli piace fingere una favola di possibili equivoci: e passa da un angolo al prossimo, ritorna, si guarda attorno, scruta, attraversa la strada; l’attesa diventa avventurosa, irrequieta, infantile. Vi fu un tempo in cui un ritardo di dieci minuti gli dava un’ira sorda, come se fosse stato insultato. Ora vorrebbe ritardi di quindici, venti minuti. Ma deve essere un vero ritardo; pertanto, non serve arrivare in anticipo. Talora l’attesa è immobile; trova un qualche oggetto su cui sedersi, e lì si appoggia e ciondola una gamba, pienamente; si guarda la punta della scarpa, cosa che non potrebbe fare in nessun altro momento della giornata. Prolungandosi il ritardo, cambia gamba, e si studia un ginocchio; poi si cava il cappello e ne guarda attentamente la fodera; compita nome e indirizzo del cappellaio; si ripone in capo il cappello, poi chiacchiera un poco con se stesso, come egli fosse a sé un estraneo appena incontrato: parla del tempo, della moda, perfino di politica, ma con cautela, perché non si sa mai come uno la pensa. Ama proporre appuntamenti in luoghi riparati, ad esempio portici, che gli consentono di camminare a lungo, di gustare qualsivoglia dilazione, con il lento piacere di un padrone che attende gli ospiti, nel mezzo di un giardino. Di fatti, durante le attese, egli diventa il proprietario dell’angolo; lì si colloca da ospite, ed il ritardo è il naturale dono che un proprietario generoso concede agli stranieri che vengono da lontano – mentre lui è, sempre, a casa. Se il tempo si rabbuffa di nuvole e vento, suggerisce appuntamenti nei pressi di chiese. Ove sopraggiunge la pioggia, gli piace enormemente riparare nella chiesa, quasi sempre buia e semivuota, ed ivi esercitare la clandestina pietà dell’attesa. Conta le candele, saluta d’un cenno del capo Sant’Antonio con l’orfano in camiciola, e guarda fisso, dalla parte dell’altare, rilassato il corpo, senza impazienza, con una segreta speranza, in quella allusione d’attesa che è il capolavoro della sua esistenza. (dal web)

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Questione di cuore, un racconto di Angela Greco

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da AA.VV. Racconti Pugliesi – edizione 2018 (Historica Edizioni)

estratto da QUESTIONE DI CUORE, un racconto di Angela Greco

[…] È un fatto di cuore. E sarà così fino all’ultimo giorno.

Un pezzo del mio paese è andato via dagli occhi, dalle feste patronali, dai tentavi di dare nuova linfa al paese vecchio, dalle processioni viste dalla soglia dei negozi, di suo padre e del mio, sulla stessa strada o appena lontani da lì, ma sempre sui due marciapiedi opposti di quella via del centro storico, che fino a trent’anni fa pulsava con un cuore proprio e all’unisono con i tanti che abitavano qui e che nel tempo hanno scelto altre strade da abitare. Poco più di un mese fa anche lui ha scelto di trasferire la sua attività in un’altra zona, lasciandomi sinceramente triste per quella saracinesca abbassata a pochi passi da casa, ripensando a tutte le volte che mi era bastato attraversare la strada per entrare nel suo mondo, nella sua bottega, continuando la tradizione lavorativa della sua famiglia e della mia, di servirci da loro. Siamo stati bambini negli stessi luoghi e, caso ha voluto, che le domeniche d’estate, lui venisse dalla zia mia dirimpettaia e venisse a chiedere a mia madre quelle sedie mancati alle loro tavolate, condividendo un po’ con noi cugini e fratelli e parenti e torte di compleanno, sempre con le porte aperte. Poi, quella volta che rimasi sola con il mio cane, appena morta mia madre, tutti gli anni di amicizia emersero immediatamente nella gentilezza di non farmi mai mancare una parola, un sorriso, un pezzo di carne o delle uova fresche appena arrivate dalla masseria, demandando il pagamento a data da destinarsi, perché mi stavo sciupando, senza mangiare, per il dolore della perdita appena subita.

Era un fatto di cuore. Ed è stato così fino all’ultimo giorno.

[…] Dona’ il figlio del macellaio, amico mio, era il mio macellaio, di tantissimi massafresi, il macellaio della Strada Maggiore, l’odore seducente di fornello del centro storico, lo scooter all’ingresso sempre pronto a portare la spesa, la macchina nera parcheggiata sempre lucida ad un isolato da casa, le inconfondibili partenze grintose o incazzate e le frenate a sorpresa per l’immancabile saluto e lo sfottò gentile; le levatacce al mattino e la mezzanotte sempre in agguato nelle sere di rosticceria, la stanchezza portata a casa come un trofeo e l’incomprensione di chi ci ha provato a stargli accanto, cercando di condividere quella vita di sacrifici, di anatomia animale e passione; le scarpe da ginnastica sempre all’ultima moda, i modellini di Ferrari in bella vista, l’Inter addosso, i coltelli puliti e le mani di sangue, il lavoro artigiano dei tagli eseguiti a mano, il conforto dell’ascolto e gli aggiornamenti sulle vicende del vicinato, la disponibilità e i silenzi loquaci su quel che non andava, la montatura degli occhiali colorata, il bicchiere d’acqua nell’attesa del proprio turno, la sedia per posare l’ingombrante spesa, se abitavi a quarto piano senza ascensore e avevi altri acquisti da fare lì nei pressi; il punto di riferimento per il corriere o per i forestieri, nell’intrico di viuzze della zona antica; l’eleganza sotto la divisa da lavoro, i capelli assolutamente corti, il viso rasato e il camice bianco-assoluzione perfetti, perché altrimenti Fernando ruggiva da buon padre e parlava, parlava, parlava, nel sorriso sempreaccanto di Lucia, che in macelleria ha cresciuto tutti i fratelli. La domenica e i giorni di festa, quando la macelleria era chiusa, qualche fortunato lo ha visto passeggiare per il paese, ma la vita pubblica era quella lavorativa, con l’eccezione delle ore dedicate allo sport nel giorno del riposo settimanale e del tempo per i suoi figli, il sogno agognato e negli ultimi anni finalmente realizzato.

È sempre stata una questione di cuore. Fino all’ultimo giorno.

Mi sto domandando quale sia il ruolo dell’amica che dicono sappia scrivere ed ecco che le parole affiorano ai tasti nella risposta cercata: consegnare un ricordo a chi verrà dopo, a chi Dona’ lo ha conosciuto e a chi chiederà di lui, tra qualche anno, di quel papà, che, a pochi giorni dal sesto compleanno della sua bimba e del primo del suo bimbo, si è addormentato appena più lontano delle loro camerette, tra fiori e preghiere.

Le dita scorrono sui tasti, ma il respiro accelera e le lacrime sgomitano; fuori l’azzurro insiste in questa primavera finalmente giunta, dopo un lunghissimo e rigido inverno, che ha portato la neve fin nella seconda metà di marzo, per poi lasciar spazio, appena dopo le celebrazioni pasquali, appena una settimana fa, ai fiori e alla speranza dei frutti.

«Nessuno ci dividerà» ci siamo detti all’inizio di un’altra primavera.

Il cuore è una questione che sfugge alla comprensione e per questo ama.

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Il racconto è incluso nell’antologia disponibile al seguente link:

http://www.historicaedizioni.com/prodotto/racconti-pugliesi-edizione-2018/

(foto in apertura: AnGre con l’editore Francesco Giubilei a Bari, 20 maggio ’18, in occasione della presentazione dell’antologia presso l’Hotel Rondò)

Giorgio Manganelli – da Centuria, numero otto

Da CENTURIA di Giorgio Manganelli, numero otto

Il signore vestito di chiaro si accorge improvvisamente dell’assenza. Vive in quella casa da molti anni, ma solo ora, quando verosimilmente il suo soggiorno volge al termine, si avvede che in una stanza semivuota vi è una zona di assenza. La stanza semivuota è, dopotutto, una stanza come le altre; e, se non fosse per l’assenza, nessuno la noterebbe. L’assenza, va da sé, non ha nulla a che fare con il vuoto. Una stanza totalmente vuota può essere priva di assenza, e nemmeno spostando rapidamente un mobile si crea una vera e propria assenza. Non si crea nulla. Ora il signore non più giovane, che è vissuto molti anni in quella casa, che ha attraversato innumerevoli volte quella stanza, ha scoperto che in quell’angolo non c’è un vuoto, ma un’assenza. Sa anche di averla percorsa numerose volte, e di essere egli stesso implicato, non sa come, in quell’assenza. Egli scruta quell’assenza, e naturalmente non ne capisce molto. Tuttavia, qualcosa della sua vita in quella casa gli pare meno chiaro. Si sa che le assenze non traslocano facilmente; e può essere che il bisogno di aver vicino quell’assenza lo abbia indotto a protrarre di anno in anno un soggiorno in una casa che non ama, tra i mobili che gli sono estranei. Tutto gli è estraneo in quella casa, eccetto l’assenza. L’assenza è talmente importante, che potrebbe rinunciare a tutto ciò che rende la sua vita tollerabile – sebbene tollerabile non sia – pur di non assentarsi dell’assenza. È tentato, naturalmente, a porsi molte e contrastanti domande su quell’assenza. Un uomo ha sempre sulle labbra un “Che cosa è?”. Ma l’uomo non è invecchiato invano. Metodicamente elimina in sé ogni desiderio di interrogare, di sapere, di indagare. Tenebre o luce gli sono indifferenti, come amore o abbandono. Sa che l’assenza è indifferente, e tuttavia sa anche che codesta indifferenza è talmente importante, che senza di essa egli sarebbe del tutto disperato. Solo di questo si stupisce: di avere scoperto così tardi, a giochi fatti, di non essere mai stato abbandonato, come credeva, ma di avere coabitato da sempre con una indifferenza che, ora, considera la spiegazione della sua sopravvivenza.

immagine: La chambre de Van Gogh à Arles