Carlo Lucarelli: Los fucilados, un racconto

778px-El_Tres_de_Mayo,_by_Francisco_de_Goya, (1814)

– Mi chiamo Libero Gramigna, Libero come l’idea che non muore e Gramigna come l’erba cattiva che anche quella non muore mai.

La canna del fucile mi colpi sulla bocca, spaccandomi le labbra con un colpo che mi risuonò sui denti secco come un ramo che si spezza. Ce l’avevano detto di star zitti ma a star zitto non sono stato buono mai, neanche da bambino, neanche con mio babbo, figurarsi coi fascisti. Cosi lasciai che il sangue mi colasse gill sul mento e sorrisi, mostrando i denti rossi all’ufficiale, anche se sentivo male, e molto. Erano solo cinque minuti che eravamo nel barranco e già si era tolto e messo i guanti mille volte, l’ufficiale, annusando l’aria con quel suo muso da topo, i baffi stretti sulle labbra e gli occhi vicini, a spillo, sotto la nappa del berretto da tenente della guarnigione di Granada. Accanto a me c’era un uomo in camicia che tremava, ed era a lui che io parlavo, sfidando le botte dei fascisti e i loro sibili da serpenti:

Adelante e hijo de puta. Era un poeta, l’uomo in camicia, e aveva paura di morire.

– Noi siamo cosi di famiglia, – dissi, – gente che non sa stare zitta. Lo era mio nonno, ucciso dai carabinieri di Salandra all’assalto del Comune nella Settimana rossa, lo era mio zio, fucilato alla schiena perché anarchico e disfattista, e lo era mio padre, che è morto nel suo letto, male perché è là che lo inchiodarono le bastonate dei fascisti quando lo presero da solo in un agguato, ubriaco e disarmato, fuori dall’ osteria.

L’ufficiale alzò le labbra e squittì un ordine. Rapidi i soldati, curvi, neri e saltellanti come un branco di avvoltoi, ci strinsero contro una duna del barranco, spingendoci indietro con i calci dei fucili. Il mio poeta era impallidito ancora e aveva chiuso gli occhi, quasi come fosse morto.

_ Facevo il violinista al Comunale di Bologna, – gli soffiai all’orecchio tra le labbra insanguinate, – perché mia madre aveva convinto un prete che io ero diverso e non avevo grilli per la testa. Ci rimasi quattro anni, a suonare Puccini, Verdi e Mascagni, ma un giorno che arrivarono i fascisti di Arpinati e pretesero che suonassi Giovinezza io feci come il grande maestro Toscanini e rifiutai. A lui, lo sanno tutti, toccò uno schiaffo ma io ne ebbi il naso rotto, un dente in meno e quattro costole incrinate perché avevo attaccato L’Internazionale, e se sono ancora vivo è solo perché quello che mi prendeva a calci nella testa fu sicuro che mi aveva ucciso. Allora son scappato, e son stato tra i primi a venire in Spagna per combattere i fascisti perché zitto io non ci so stare, e ci sono dei momenti in cui si deve far vedere da che parte batte forte il cuore.

L’ufficiale aveva già la spada fuori e i soldati s’eran messi tutti in fila, col fucile appoggiato sulla spalla e le canne su di noi, stretti a mucchio l’un sull’ altro, contro la duna del barranco. Allora, il mio poeta mi guardò e mi parve che negli occhi la paura gli fosse scivolata un po’ più in fondo. – Libero Gramigna, – gli dissi, e lui rispose: – García Lorca, – e insieme ci voltammo verso i soldati, e mentre gridavo: – Sparate, brutti porci di fascisti! – aprii le braccia in alto, con i palmi delle mani aperti e le maniche bianche della camicia gonfie del vento del barranco.

tratto da: Carlo Lucarelli, Il lato sinistro del cuore, Einaudi 2003

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immagine: opera di Francisco Goya, “Il 3 maggio 1808” conosciuto anche come “El tres de mayo de 1808 en Madrid”, o “Los fucilamientos de la montaña del Príncipe Pío”, e “Los fucilamientos del tres de mayo” – olio su tela, cm266 x 345 del 1814, oggi conservato al Museo del Prado di Madrid.
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Accade a Venezia…

—–[42] In questa città si può versare una lacrima in diverse occasioni. Posto che la bellezza sia una particolare distribuzione della luce, quella più congeniale alla retina, una lacrima è il modo con cui la retina – come la lacrima stessa – ammette la propria incapacità di trattenere la bellezza. In generale, l’amore arriva con la velocità della luce; la separazione, con quella del suono. Ciò che inumidisce l’occhio è questo deterioramento, questo passaggio da una velocità superiore ad una inferiore. Poiché siamo esseri finiti, una partenza da questa città sembra ogni volta definitiva; lasciarla è un lasciarla per sempre. Perché con la partenza l’occhio viene esiliato nelle province degli altri sensi: nel migliore dei casi nelle crepe e nei crepacci del cervello. Perché l’occhio non si identifica col corpo, ma con l’oggetto della propria attenzione. E per l’occhio la partenza è un processo speciale, legato a ragioni puramente ottiche: non è il corpo a lasciare la città, è la città ad abbandonare la pupilla. Allo stesso modo il commiato dalla persona amata provoca dolore,e soprattutto un commiato graduale, chiunque sia a partire e per qualsiasi motivo. Nel mondo in cui viviamo, questa città è il grande amore dell’occhio. Dopo, tutto è delusione. Una lacrima anticipa quello che sarà il futuro dell’occhio.

da Fondamenta degli Incurabili (Adelphi, 2012) di Iosif Brodskij

—–Sfumata in un residuo di nebbia che non ce la faceva né a dissiparsi né a diventare pioggia, un po’ disfatta da un torpido scirocco più atmosfera che vento, assopita in un passato di grandezza e splendore e sicuramente d’immodestia confinante col peccato, la città era piena di attutiti rumori, di odori stagnanti nel culmine d’una marea pigra. Sole e luna le segnavano un ritmo diverso, e come sospinta da un doppio scorrere di tempo essa incessantemente moriva nei marmi e nei mattoni, nei pavimenti avvallati, in travi e architravi ed archi sconnessi, in voli di troppi colombi, nell’inquietudine di miriadi di ratti che si annidavano moltiplicando in attesa. Della gente ognuno portava in sé un particella di quella finalità irrimediabile. Facevano le cose d’ogni altra gente, comprare il pane o il giornale, andare al tribunale o ad aprire bottega o a scuola e perfino in chiesa, e lo facevano con più spensieratezza che altrove, con un ridere arguto e gentile, in una parvenza di commedia che peraltro era, appunto, un invito affinché la morte facesse più in fretta.

Poi, un campanile dietro l’altro, il cielo opaco fu raggiunto dal mezzogiorno, ma non bastò a fare allegria nell’umido mezzogiorno di novembre. Al di là della commedia, chi aveva sentimenti e presentimenti poco lieti doveva per forza tenerseli. I mori dell’orologio batterono a turno, anch’essi due volte, le dodici ore sui tetti e sopra la vasta piazza del santo evangelista.

da Anonimo veneziano (Ed.BUR) di Giuseppe Berto

La città risuona ad ogni onda che si infrange sulle sue fondamenta.
Il vetro soffiato appena qualche isola da qui è trasparente
e racchiude tutti: il mare, lui, lei, l’abitazione, la tigre e la poesia.
La stagione è tra le migliori nonostante sia inverno;
il sibilo del vento attraverso i ricami di pietra ammalia.
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Ancora una finestra aperta.
Dalla via d’acqua sembra non ci sia la luce all’interno.
La tenda bianchissima ondeggia.
Il secondo piano è la cima innevata dove respirare aria purissima.
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I due sono nudi prima della notte.
Bussano ad una porta di legno antico.
Si apre una inaudita intimità. Entrano.
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da Anamòrfosi (Ed.Progetto Cultura, Roma, 2017) di Angela Greco.
(immagini dal web; dipinto di Claude Monet, Tramonto a Venezia)

Rondò di Franco Pappalardo La Rosa letto da A.Greco

Uscito per i tipi Mimesis Edizioni nel 2012, collana narrativa / meledoro, Rondò di Franco Pappalardo La Rosa è una raccolta di tre racconti lunghi, frutto di una selezione di opere precedenti rivedute e riaffidate al pubblico dopo anni in cui si è resa difficoltosa o impossibile la reperibilità dei testi originari. Una scelta audace e “segno di un’incontentabilità onestà e dunque rara”, come scrive Giovanni Tesio nella nota di chiusura al testo, apprezzabilissima per quel ritorno sul proprio lavoro, capacità non comune in effetti, per meglio affinarlo e consegnarlo a nuovi lettori, come rappresentanza di un tempo passato da non abbandonare e, quindi, interpretando al meglio il concetto di ricordo quale testimonianza di un momento vissuto da tramandare.

I tre racconti, legati dal tema della musica caro all’autore, in sequenza percorrono un lasso di tempo di un paio di secoli; terminando un racconto e leggendo il successivo, la maestria dell’autore permette al lettore di non distaccarsi completamente, ma piuttosto di continuare, attraverso il tempo dettagliatamente partecipe con le sue vicende sociali e storiche, a vivere le vicende dei protagonisti, accomunati dal coinvolgimento con l’elemento fantastico costituito dall’introduzione di presenze irreali, che fungono da trait d’union tra i diversi piani temporali e sensoriali.

Nel primo racconto si incontra una persona reale con personaggi famosi (mai esplicitamente citati, ma captabili dai nomi e dalle opere musicali narrate nella narrazione) di altre epoche; nel secondo racconto, invece, l’adulto incontra il fanciullo che è stato – insieme con i compagni di giochi ormai lontani – per risolvere accadimenti portati addosso per una intera esistenza; accade, poi, nel terzo racconto, che si incontrino un uomo e una donna contemporanei e che solo allo svelamento dei sentimenti si rendano conto di non essere fatti della stessa “materia”…Personaggi reali e fittizi, o, meglio, uno reale sempre e gli altri anche non tali, che vivono accadimenti reali sorretti sempre da un piano onirico, una proiezione della mente, reso al lettore dalla disseminazione di dettagli finissimi, che a poco a poco conducono alla realtà dell’irrealtà narrativa, in un turbine di sorprese, che rimangono tali fino al periodo finale della stesura, senza deludere il lettore.

Franco Pappalardo La Rosa intesse precisi micro-universi in ognuno dei tre racconti, nei quali non lesina nulla dell’arte e della tecnica della prosa, elevando a giusto rango un genere letterario, quello del racconto, spesso sottovalutato e ritenuto “semplice” dai più, se confrontato con l’espressione per antonomasia della prosa, il romanzo, narrando senza orpelli la realtà storica e contemporanea attraverso l’uso sapiente dei dettagli ed una profonda conoscenza delle materie trattate, grazie alla quale persino il racconto ambientato alla fine dell’Ottocento sembra essere stato vissuto dall’autore, come quello ambientato negli Anni di Piombo.

Tutto il libro – raramente unitario, quando gli autori raccolgono più racconti per farne un’opera edita – è un solo unico palcoscenico dove far incontrare e incontrare personaggi e lettori, i quali, fin dalle prime pagine, sono la folla di avventori della locanda, il paese o la gente di strada dove accade il fatto di cronaca, partecipi delle vicende dei protagonisti, vivendo in prima persona la narrazione e, per questo, spiazzati a fine racconto esattamente come gli attori principali, facendo di Franco Pappalardo La Rosa un autore da tornare a leggere l’attimo stesso in cui si è chiusa l’ultima pagina del libro. Senza aspettare un momento di più. [Angela Greco AnGre]

*

da “Appuntamento d’estate”, estratto da Rondò. Tre racconti (Mimesis, 2012) di Franco Pappalardo La Rosa

Il dottor Macherione non aveva più alcun dubbio. Tuttavia, provava uno strano sentimento: un misto struggente-disperato di tenerezza e d’angoscia che gli stringeva il cuore.

“Che cosa vuoi da me? Perché m’hai chiamato?”, gli chiese a bruciapelo, la voce fievole, come parlasse a se stesso. Ma il ragazzo non aprì bocca: continuò a sbirciarlo fra le ciglia socchiuse. Però, tremava.

“E’ inutile che mi guardi così”, lo incalzò l’uomo. “Tanto lo sai che conosco tutti i tuoi pensieri. La notte avevi paura del vento: di là del cortile vedevi il mare. Un mare d’oro, dicevi. E la luna era un grande uccello biondo che in qualche angolo del boschetto doveva avere il nido. Si poteva essere più stupidi?”.

Il ragazzo tacque ancora. Anche se, a poco a poco, gli occhi gli si riempirono di lacrime.

“E smettila di piangere!”, lo rimproverò l’uomo con voce dura. Bastava un nonnulla e scoppiavi a piangere: frignavi ore intere…”.

Fece una pausa e lo guadò sopra i capelli arruffati, nerissimi. Gli venne voglia di carezzarglieli, quei capelli: di consolarlo, ma si trattenne. Disse, invece: “Vuoi capirlo che indietro non si torna? Se non ti avessi rivisto, per me saresti morto per sempre: non saresti neppure un’ombra della memoria”.

“Perché tu sei vivo?”, si decise finalmente il ragazzo con un filo di voce, sgranandogli gli occhi addosso.

Tirò su con il naso e si asciugò le guance col dorso d’una mano.

Il dottor Macherione si sentì perduto: era quello che temeva. Finse di non capire: “Che vuoi dire? Per favore, spiegati”, rise malamente.

“Lo sai già sei un medico, no?”

“Quando?”.

“Fra qualche minuto. Per questo t’ho chiamato”.

“E perché scappavi, allora?”.

“Cosa credi? Da quel momento non potrò più giocare…”.

“Non capisco”.

“Loro non mi vogliono, ma io avevo un destino”.

“Loro, chi?”.

“I compagni, Ora il capo è Gigi, il nipote del massaro di Pocamara. Te lo ricordi? E, ricordi quella volta dei cani? Non me l’hanno mai perdonata: dicono che sono un vigliacco”.

Ebbe un gemito doloroso. Le gote gli si gonfiarono e ricaddero, tre-quattro volte. Come se sbuffasse. O respirasse a fatica.

“No, non è vero! Ti avevano lasciato solo, c’era buio: avevi appena sette anni!… E poi è stato Mimmo a gridare, non tu. Fu lui a scappare per primo: ad arrampicarsi sul…”, ribatté prontamente il dottor Macherione.

“Sì, però Mimmo è venuto dopo nemmeno una settimana: nella Cava dell’Orbo l’ha schiacciato un lastrone di lava”.

“Nessuno di loro, dunque…?”.

“Nessuno. Gli altri — Nardo della Mariannina, Peppino Potiàro, Angelo Pelorosso, Saretto Malanòvo, Nuccio Miccitella, Tanino Zuccarello — sono venuti tutt’insieme sul finire della guerra. Giocavano a smontare una mina trovata nel prato della Zammara e “Bum!”. Solo tu mancavi. Tu te ne sei andato via. Per questo non mi vogliono. Lo capisci adesso?” […]

(pp.82-83)

Il caso Mozart di Franco Pappalardo La Rosa letto da A.Greco

“Tutti i personaggi del romanzo sono realmente esistiti, ma le vicende e le situazioni narrate (e il loro intreccio), pur trovando appigli in fonti storiche, costituiscono frutto della fantasia dell’autore.” Per Il caso Mozart (Ed.Gremese, 2009) di Franco Pappalardo La Rosa è doveroso specificare la nota sopra riportata, poiché è romanzo talmente realistico da poter essere, senza dubbi, inteso come romanzo storico propriamente detto. Invece, pur essendo a sfondo storico, Il caso Mozart è un poliziesco atipico, in cui la Storia presta soggetti e contenuti senza pentirsene, alla conoscenza dettagliata dell’autore in materia di leggi, società, stile di vita, musica, arte e finanche bon ton ed economia domestica, per il confezionamento di un libro godibilissimo e dalla rara eleganza, aspetto ormai inusuale nella narrativa contemporanea.

Romanzo poliziesco atipico presto spiegato: fin dal primo capitolo si viene a conoscenza del movente e del colpevole, ma la narrazione non si vota a indagare, secondo i canali propri di questo genere letterario, accanendosi su un quid giallo, ingenerando nel lettore la morbosità di scoprire e quella strana sete di giustizia che non si trova più fuori dai libri. Piuttosto, il romanzo è un grande affresco, coadiuvato dall’aspetto poliziesco incluso nella storia, su temi sociali e morali, dalla lettura dei quali, oltre a conoscere la società viennese della fine del XVIII secolo, si possono trarre spunti di riflessione evergreen, prestando attenzione ad alcuni aspetti, che sembrano non essere ancora mutati nell’attuale società.

Di fatto, lo sfondo storico e la vicenda poliziesca sono la cornice (e mai termine fu più appropriato per un romanzo che somiglia moltissimo ad una grande tela dipinta nei dettagli) per trattare il problema della ragion di stato, cardine attorno a cui ruota l’intera vicenda de Il caso Mozart, che praticamente tratta degli ultimi giorni di vita del grande maestro austriaco a cui è accaduto qualcosa di scandaloso a seguito del suo modo di vivere, come si legge nell’estratto della quarta di copertina: «Se le sarà andate a cercare: avrà scatenato l’ira di qualche padre o di qualche marito geloso», commentò sua maestà. «Egli vorrebbe possedere tutte le donne, come il suo Don Giovanni. E’ un joueur che sempre si è fatto beffa di tutti…». La capacità narrativa di Franco Pappalardo La Rosa diluisce un solo evento, quello accaduto al musicista, in ventisei brevi capitoli sapientemente equilibrati tra parti descrittive e dialoghi che raccontano in tutto pochi giorni densi di azioni e personaggi, acquisendo, verso la fine e in un solo preciso punto, l’atteggiamento del melodramma nato in quel periodo, nell’unica scena cruenta – eppure incapace di disturbare il lettore – presente nel libro, vertice del dramma, che ha determinato il movente dell’intera vicenda. Una storia di gelosie e passioni scritta senza scivolare nel morboso; tradimenti, narrati nel rispetto della mentalità dell’epoca in cui è ambientato il romanzo, esposti con giusto peso e senza sfruttare l’argomento per fare presa sul lettore; usi e costumi di un tempo passato – che nel fare del clan, sia esso la famiglia imperiale, la chiesa o la Massoneria, sono ancora attualissimi – in cui si vive accanto ai protagonisti, come fossero vicini e, infine, l’accento, amaro, sulla “costruzione” di quel che si è deciso di tramandare ai posteri, atto affidato ad una nobiltà impaurita e già decadente, magistralmente descritta nei difetti, ma anche nella virtù di aver saputo dare spazio e attenzione alla grande Musica e di aver creato un fiore all’occhiello per tutta l’Europa e non solo.

I minuziosi particolari di cui ci fa dono l’autore, dai dettagli dell’abbigliamento, come delle case e delle opere dello stesso Mozart, ai caratteri propri di ciascun personaggio della storia (insieme ad una interessante e bella postfazione di Giorgio Bárberi Squarotti), sono il valore aggiunto ad una lettura mai noiosa e capace di sorprendere fino all’ultima decisione presa e descritta nell’ultima pagina, che mette in evidenza quanto, a fronte di tutto l’idealismo e la nobiltà d’intenti di cui si può essere capaci, a prevalere sarà sempre la praticità che conduce a dire: Non voleva più soffrire né immalinconirsi: soltanto un po’ di pace agognava. Con tutto il cuore.

[Angela Greco]

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Vienna, una notte di fine Settecento: gravemente ferito in seguito a un’aggressione, un uomo si lamenta riverso sulla strada e viene riportato a casa da un suo servitore che passava di là per caso. Responsabile, apprenderemo, è un marito geloso che ha esagerato nella bastonatura. Quell’uomo è Wolfgang Amadeus Mozart, che Franco Pappalardo La Rosa segue passo passo in questo tragico frangente della sua vita, basandosi su fonti documentarie poco note, ma anche liberamente inventando ambienti e situazioni. Ne deriva un romanzo storico di straordinaria evidenza visiva, con le strade, le case, i palazzi del potere, la vita quotidiana di quella Vienna d’epoca, che ti balzano incontro con la vivezza e l’attualità di un ‘reportage’. Tuttavia, come dice Giorgio Barberi Squarotti nella postfazione, è ugualmente un romanzo su un “mistero” al quale certo non sono estranei intrighi, depistaggi e menzogne che hanno coinvolto ai massimi livelli la Corte imperiale. E, nel ricostruire questi intrighi, la narrazione si carica di una ‘suspence’ perfettamente dosata, in un crescendo di drammaticità che rivela infine senza ambagi il volto oscuro della storia e della convivenza umana, un inferno senza fiamme da cui non si salva nessuno, e in cui nessuno può dirsi davvero innocente”. [Risvolto di copertina di Stefano Giovanardi]

FARANDOLETTA – un sogno in Sicilia di Franco Pappalardo La Rosa letto da Angela Greco

FARANDOLETTA – un sogno in Sicilia di Franco Pappalardo La Rosa letto da A.Greco

Un cronista sportivo d’origine siciliana, che lavora presso un giornale del Nord, viene inviato dal suo direttore a Taormina, per scrivere un servizio sul ritrovamento d’un dipinto di Antonello da Messina esposto al pubblico per la prima volta. Egli, in tal modo, si trova catapultato in un universo che, per ragioni di lavoro, s’era lasciato alle spalle, ma del quale conserva un’inconscia nostalgia (tant’è vero che, sì, parla e scrive i suoi articoli in italiano, ma, quando riflette o racconta, lo fa nel dialetto materno). L’impatto col paesaggio, la luce, i colori, i profumi dell’Isola, uniti all’incontro con strani personaggi e col vecchio pittore di carretti (che sembra conoscere vita, morte e miracoli del Maestro messinese) nella cui soffitta il dipinto è stato rinvenuto, lo irretiscono, via via, in una trama di sensazioni, di memorie, d’emozioni, che credeva ormai non gli appartenessero, e che, al contrario, come un fuoco nascosto dalla cenere, continuano a covargli dentro. Eccolo, allora, ritrovarsi coinvolto in una controversa vicenda di dote, la cui destinataria è una giovane signora ispano-veneziana, che l’attrae sentimentalmente e gli lascia intendere d’essere l’incarnazione d’una dama uccisa secoli prima dal marito. Ed ecco che la verità si sfaccetta, nella narrazione, e ciò che appare evidente lascia sempre trapelare un suo lato oscuro che lo stravolge. Fino ad indurre lo stesso cronista a dubitare che tutto – viaggio, accadimenti, incontri, personaggi… – non sia che il frutto della sua immaginazione o, meglio, di quella labile sostanza di cui (per dirla col grande Bardo) siamo fatti noi e i nostri sogni.

(Ed. Achille e la Tartaruga, Torino 2018 – risvolto di copertina)

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Più che una lettura è un’esperienza di lettura, questo romanzo di Franco Pappalardo La Rosa, critico letterario, giornalista, scrittore, saggista e poeta nato a Giarre, che ha studiato e vive a Torino dal 1963. Esperienza di lettura multisensoriale, che fa toccare con mano e con tutti gli altri sensi, una storia sospesa tra realtà reale e realtà onirica, perché tra le pagine di Farandoletta, si vive senza soluzione di continuità il sogno e il vero con la stessa intensità.

Tra gelsomini-stelle arabi e ricordi d’infanzia, la Sicilia jonica settentrionale – dall’aeroporto di Catania fino ai confini della provincia di Messina – è il vertice di un particolare triangolo, che nel suo disegnarsi nitido ad opera dei protagonisti, praticamente tange la periferia del territorio italiano, narrandone in un meta testo le vicissitudini dal Rinascimento ai giorni nostri, rimanendo immune dal divenire romanzo storico (seppur d’arte), ma usando echi e rimandi della Storia a supporto del nucleo incandescente di questa narrazione, ovvero la terra di Sicilia e il suo patrimonio.

Uno dei due protagonisti maschili è un siciliano trapiantato a Torino, evento che dall’Unità d’Italia ancora accade; l’altro, un uomo antico come la sua terra, della provincia di Messina, strano esperto d’arte; la protagonista è veneziana di nascita, ma cresciuta e coniugata in Spagna, con un anziano marito-padrone spagnolo sempre e solo citato, che al meglio è metafora della situazione vissuta dal Meridione d’Italia sotto i dominii spagnoli, appunto, nonché cronaca della realtà dello stesso luogo fino a non molti anni fa, sullo sfondo della libertina Venezia all’epoca del suo massimo splendore; l’ultimo o forse il primo personaggio è un dipinto di Antonello da Messina, un pretesto – usato con indubbia competenza, delicatezza e gentilezza, nel contesto di una storia d’amore vissuta tra persone in epoche differenti e tra le persone e gli stessi territori – che apre una porta sulla conoscenza, tutela e valorizzazione del patrimonio artistico italiano, reale agente di unione tra persone abitanti territori diversi.

Il romanzo è caratterizzato dall’uso di differenti lingue, dal siciliano, allo spagnolo, al dialetto veneziano, al latino, con prevalenza del primo, non di difficile comprensione per chi abbia, negli ultimi vent’anni, seguito le indagini di un famoso commissario “di Vigata”; linguaggio, che, finanche nella scelta degli aggettivi, fa innamorare il lettore dei luoghi della narrazione, immergendolo totalmente negli scenari, nei dialoghi e persino nei pensieri dei protagonisti, come si fosse sempre in un angolino della scena, nascosti agli occhi di tutti, a vivere personalmente gli accadimenti.

La materia, oltre al sogno così ben racchiuso nel rimando shakesperiano della chiusa dell’aletta interna di copertina (quella labile sostanza di cui (per dirla col grande Bardo) siamo fatti), è senza dubbio l’amore in un ampio senso del termine. Tra uomini e donne, per l’arte, per la famiglia che si è lasciata e ritrovata, ma soprattutto, tra le pagine di Farandoletta, non sfugge l’amore per la Trinacria, centro del Mediterraneo e del cuore dell’autore, terra di colori e contrasti forti, viva e tremante di natura vulcanica, che non si può dimenticare nemmeno col tempo e con i chilometri di distanza. Dieci capitoli, centosessanta pagine capaci di trattenere il lettore senza mai annoiarlo (dote rarissima e preziosa in narrativa), creando un piacere nell’attesa di voler conoscere e partecipare del seguito, rischiarati da sottili lampi di poesia in alcune esternazioni descrittive, precisi nella logica narrativa, chiarissimi nella conseguenza delle azioni e delle situazioni, in una struttura che si chiude esattamente come un cerchio magico, “un sogno in Sicilia”, come meglio non poteva dire il sottotitolo. [Angela Greco]

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Un estratto da FARANDOLETTA – un sogno in Sicilia di Franco Pappalardo La Rosa (Achille e La Tartaruga, 2018), pag.126

“Doppo, mentre cchiù ‘ntenso traseva dai vitri abbasciati l’adure del mare, di botto s’astutaro tutte ‘nsìmula le luci dell’alluminazione pubblica e, nta lo scuro spunnato dai fari della 127, lui si dicì mentalimente “Alcàntara!”. E arrirì per quella palora mavarusa che riassumata gli era dalla prufunnità della propria carusanza.
“Alcàntara!”. ‘nfatti, ‘mprecava sua matre — ne sinteva quasi la vuci asprigna — ogni vota che mancava la currente elettrica nta la via del Teatro (unn’era nasciuto), a Giarre, e ‘l quartere scinneva nta lo scuro assuluto. “Alcàntara!”, si sinteva ciuciuliare dal barcuneddho di supra e da quello di rimpetto, prima che accumparissero arrèri ai vitri e supra i pisòli le vampitte trantuluse delle lumere e delle cannile. E quella palora, che astutava la luce e la riaddhrumava, ‘n lui ‘l putere magico aveva sarbàto pure quanno, caruseddhro, aveva scupruto che ‘l nome era del sciumiciattulo ch’alimentava ‘n’anticuata centrale ‘droelettrica, cui era culligata l’alluminazione pubblica e dumestica della zona: pure quanno aveva saputo che i “guasti”, friquentissimi d’estate, dipinnevano dai “travagghi” notturni con i quali i mitatèri riviraschi diviavano abusivamente, a munte della centralina, le acque del sciumiciattulo per ‘rrigare i lumieti e gli aranceti di Valdèmone e i Jardìni d’Allah…”.

 

Giorgio Manganelli – da Centuria, numero venticinque

Numero venticinque

Il signore vestito di un completo blu un poco sgualcito, che in questo momento attraversa la strada male illuminata, e un poco barcolla, è in realtà completamente ubriaco, e il suo progetto è semplicemente di arrivare a casa. Non è singolare che egli sia ubriaco, sebbene in generale regga decorosamente il vino; è singolare il tipo di ubriacatura di cui soffre. In genere egli diventa litigioso, ostinato, capzioso e suscettibile; insulta tranquille signore, e guarda i vigili urbani con una tal quale, timida tracotanza. Ingiuria i cavalli e fa insinuazioni sui cani. In genere, in quei momenti egli è persuaso di vivere in una società infima, che merita di essere spregiata e irrisa. Questa sera, per quella legge iniziatica che guida non di rado una serie di ubriacature, egli è giunto a concepire se medesimo come parte di quel mondo degno di disprezzo. Egli è responsabile, e nella sua mente caoticamente illuminata si urtano il peccato originale, la lotta di classe e il Tibet. Farebbe in tempo a vivere una nuova vita? Che esempio dà ai figli, tornando a casa ubriaco a quel modo? E merita la sua povera moglie un marito talmente deteriore? “Deteriore” gli piace, e gli pare una buona definizione; si addice a un uomo prossimo a redimersi. Ad esempio: camminerà nella notte finché l’ubriacatura più ripugnante sarà stata consumata, poi andrà a parlare con la moglie che egli stima e ha cara; non è di quegli uomini che hanno in uggia le mogli solo perché le vedono tutti i giorni. In quel momento il frastuono di un tram che lo sorpassa gli rammenta qualcosa. Che cosa? Si concentra. Mio dio, ha ucciso sua moglie appunto quel pomeriggio, dandole sul cranio con una spranga di ferro! Gli urli. Il signore ha un gesto di orrore, mette le mani sulle orecchie. Ride. Lui è furbo. Non andrà a casa. O costituirsi o farsi frate. L’aria notturna lo investe improvvisa. Si rammenta di non aver alcuna moglie. A che serve avere buoni propositi se non si ha una moglie? E come si fa a uccidere una moglie simile? Fermo, per quel che gli è possibile, cerca di capire come mai non abbia moglie. L’hanno tutti. Chi è lui, un cane? Perché sua moglie è riuscita a non farsi sposare? O è lui che non l’ha sposata? Il giorno prima delle nozze è fuggita con un prete eretico. Ma non è lui quel prete? Quella donna è fuggita con lui? O con un altro? Chi è fuggito? “Che puttana”, dice, e cerca la chiave in tasca, lacrimando, con una smorfia di disprezzo.

 Giorgio Manganelli, Centuria, Adelphi, 1995.

immagine d’apertura: Edward Hopper, Night Shadows.

Da CENTURIA di Giorgio Manganelli, numero trentatré

riproponiamo…
il_tempo_che_passa

Da “Centuria. Cento piccoli romanzi fiume ” di Giorgio Manganelli, numero trentatré

Col tempo, è diventato un appassionato dell’attesa. Egli ama aspettare. Puntualissimo, detesta i puntuali, che lo privano, con la loro maniacale esattezza, del piacere incredibile di quello spazio vuoto, in cui non accade nulla di umano, di prevedibile, di attuale, in cui tutto ha l’odore esilarante e indefinibile del futuro. Se l’appuntamento è ad un angolo di strada, gli piace fingere una favola di possibili equivoci: e passa da un angolo al prossimo, ritorna, si guarda attorno, scruta, attraversa la strada; l’attesa diventa avventurosa, irrequieta, infantile. Vi fu un tempo in cui un ritardo di dieci minuti gli dava un’ira sorda, come se fosse stato insultato. Ora vorrebbe ritardi di quindici, venti minuti. Ma deve essere un vero ritardo; pertanto, non serve arrivare in anticipo. Talora l’attesa è immobile; trova un qualche oggetto su cui sedersi, e lì si appoggia e ciondola una gamba, pienamente; si guarda la punta della scarpa, cosa che non potrebbe fare in nessun altro momento della giornata. Prolungandosi il ritardo, cambia gamba, e si studia un ginocchio; poi si cava il cappello e ne guarda attentamente la fodera; compita nome e indirizzo del cappellaio; si ripone in capo il cappello, poi chiacchiera un poco con se stesso, come egli fosse a sé un estraneo appena incontrato: parla del tempo, della moda, perfino di politica, ma con cautela, perché non si sa mai come uno la pensa. Ama proporre appuntamenti in luoghi riparati, ad esempio portici, che gli consentono di camminare a lungo, di gustare qualsivoglia dilazione, con il lento piacere di un padrone che attende gli ospiti, nel mezzo di un giardino. Di fatti, durante le attese, egli diventa il proprietario dell’angolo; lì si colloca da ospite, ed il ritardo è il naturale dono che un proprietario generoso concede agli stranieri che vengono da lontano – mentre lui è, sempre, a casa. Se il tempo si rabbuffa di nuvole e vento, suggerisce appuntamenti nei pressi di chiese. Ove sopraggiunge la pioggia, gli piace enormemente riparare nella chiesa, quasi sempre buia e semivuota, ed ivi esercitare la clandestina pietà dell’attesa. Conta le candele, saluta d’un cenno del capo Sant’Antonio con l’orfano in camiciola, e guarda fisso, dalla parte dell’altare, rilassato il corpo, senza impazienza, con una segreta speranza, in quella allusione d’attesa che è il capolavoro della sua esistenza. (dal web)

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Questione di cuore, un racconto di Angela Greco

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da AA.VV. Racconti Pugliesi – edizione 2018 (Historica Edizioni)

estratto da QUESTIONE DI CUORE, un racconto di Angela Greco

[…] È un fatto di cuore. E sarà così fino all’ultimo giorno.

Un pezzo del mio paese è andato via dagli occhi, dalle feste patronali, dai tentavi di dare nuova linfa al paese vecchio, dalle processioni viste dalla soglia dei negozi, di suo padre e del mio, sulla stessa strada o appena lontani da lì, ma sempre sui due marciapiedi opposti di quella via del centro storico, che fino a trent’anni fa pulsava con un cuore proprio e all’unisono con i tanti che abitavano qui e che nel tempo hanno scelto altre strade da abitare. Poco più di un mese fa anche lui ha scelto di trasferire la sua attività in un’altra zona, lasciandomi sinceramente triste per quella saracinesca abbassata a pochi passi da casa, ripensando a tutte le volte che mi era bastato attraversare la strada per entrare nel suo mondo, nella sua bottega, continuando la tradizione lavorativa della sua famiglia e della mia, di servirci da loro. Siamo stati bambini negli stessi luoghi e, caso ha voluto, che le domeniche d’estate, lui venisse dalla zia mia dirimpettaia e venisse a chiedere a mia madre quelle sedie mancati alle loro tavolate, condividendo un po’ con noi cugini e fratelli e parenti e torte di compleanno, sempre con le porte aperte. Poi, quella volta che rimasi sola con il mio cane, appena morta mia madre, tutti gli anni di amicizia emersero immediatamente nella gentilezza di non farmi mai mancare una parola, un sorriso, un pezzo di carne o delle uova fresche appena arrivate dalla masseria, demandando il pagamento a data da destinarsi, perché mi stavo sciupando, senza mangiare, per il dolore della perdita appena subita.

Era un fatto di cuore. Ed è stato così fino all’ultimo giorno.

[…] Dona’ il figlio del macellaio, amico mio, era il mio macellaio, di tantissimi massafresi, il macellaio della Strada Maggiore, l’odore seducente di fornello del centro storico, lo scooter all’ingresso sempre pronto a portare la spesa, la macchina nera parcheggiata sempre lucida ad un isolato da casa, le inconfondibili partenze grintose o incazzate e le frenate a sorpresa per l’immancabile saluto e lo sfottò gentile; le levatacce al mattino e la mezzanotte sempre in agguato nelle sere di rosticceria, la stanchezza portata a casa come un trofeo e l’incomprensione di chi ci ha provato a stargli accanto, cercando di condividere quella vita di sacrifici, di anatomia animale e passione; le scarpe da ginnastica sempre all’ultima moda, i modellini di Ferrari in bella vista, l’Inter addosso, i coltelli puliti e le mani di sangue, il lavoro artigiano dei tagli eseguiti a mano, il conforto dell’ascolto e gli aggiornamenti sulle vicende del vicinato, la disponibilità e i silenzi loquaci su quel che non andava, la montatura degli occhiali colorata, il bicchiere d’acqua nell’attesa del proprio turno, la sedia per posare l’ingombrante spesa, se abitavi a quarto piano senza ascensore e avevi altri acquisti da fare lì nei pressi; il punto di riferimento per il corriere o per i forestieri, nell’intrico di viuzze della zona antica; l’eleganza sotto la divisa da lavoro, i capelli assolutamente corti, il viso rasato e il camice bianco-assoluzione perfetti, perché altrimenti Fernando ruggiva da buon padre e parlava, parlava, parlava, nel sorriso sempreaccanto di Lucia, che in macelleria ha cresciuto tutti i fratelli. La domenica e i giorni di festa, quando la macelleria era chiusa, qualche fortunato lo ha visto passeggiare per il paese, ma la vita pubblica era quella lavorativa, con l’eccezione delle ore dedicate allo sport nel giorno del riposo settimanale e del tempo per i suoi figli, il sogno agognato e negli ultimi anni finalmente realizzato.

È sempre stata una questione di cuore. Fino all’ultimo giorno.

Mi sto domandando quale sia il ruolo dell’amica che dicono sappia scrivere ed ecco che le parole affiorano ai tasti nella risposta cercata: consegnare un ricordo a chi verrà dopo, a chi Dona’ lo ha conosciuto e a chi chiederà di lui, tra qualche anno, di quel papà, che, a pochi giorni dal sesto compleanno della sua bimba e del primo del suo bimbo, si è addormentato appena più lontano delle loro camerette, tra fiori e preghiere.

Le dita scorrono sui tasti, ma il respiro accelera e le lacrime sgomitano; fuori l’azzurro insiste in questa primavera finalmente giunta, dopo un lunghissimo e rigido inverno, che ha portato la neve fin nella seconda metà di marzo, per poi lasciar spazio, appena dopo le celebrazioni pasquali, appena una settimana fa, ai fiori e alla speranza dei frutti.

«Nessuno ci dividerà» ci siamo detti all’inizio di un’altra primavera.

Il cuore è una questione che sfugge alla comprensione e per questo ama.

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Il racconto è incluso nell’antologia disponibile al seguente link:

http://www.historicaedizioni.com/prodotto/racconti-pugliesi-edizione-2018/

(foto in apertura: AnGre con l’editore Francesco Giubilei a Bari, 20 maggio ’18, in occasione della presentazione dell’antologia presso l’Hotel Rondò)

Giorgio Manganelli – da Centuria, numero otto

Da CENTURIA di Giorgio Manganelli, numero otto

Il signore vestito di chiaro si accorge improvvisamente dell’assenza. Vive in quella casa da molti anni, ma solo ora, quando verosimilmente il suo soggiorno volge al termine, si avvede che in una stanza semivuota vi è una zona di assenza. La stanza semivuota è, dopotutto, una stanza come le altre; e, se non fosse per l’assenza, nessuno la noterebbe. L’assenza, va da sé, non ha nulla a che fare con il vuoto. Una stanza totalmente vuota può essere priva di assenza, e nemmeno spostando rapidamente un mobile si crea una vera e propria assenza. Non si crea nulla. Ora il signore non più giovane, che è vissuto molti anni in quella casa, che ha attraversato innumerevoli volte quella stanza, ha scoperto che in quell’angolo non c’è un vuoto, ma un’assenza. Sa anche di averla percorsa numerose volte, e di essere egli stesso implicato, non sa come, in quell’assenza. Egli scruta quell’assenza, e naturalmente non ne capisce molto. Tuttavia, qualcosa della sua vita in quella casa gli pare meno chiaro. Si sa che le assenze non traslocano facilmente; e può essere che il bisogno di aver vicino quell’assenza lo abbia indotto a protrarre di anno in anno un soggiorno in una casa che non ama, tra i mobili che gli sono estranei. Tutto gli è estraneo in quella casa, eccetto l’assenza. L’assenza è talmente importante, che potrebbe rinunciare a tutto ciò che rende la sua vita tollerabile – sebbene tollerabile non sia – pur di non assentarsi dell’assenza. È tentato, naturalmente, a porsi molte e contrastanti domande su quell’assenza. Un uomo ha sempre sulle labbra un “Che cosa è?”. Ma l’uomo non è invecchiato invano. Metodicamente elimina in sé ogni desiderio di interrogare, di sapere, di indagare. Tenebre o luce gli sono indifferenti, come amore o abbandono. Sa che l’assenza è indifferente, e tuttavia sa anche che codesta indifferenza è talmente importante, che senza di essa egli sarebbe del tutto disperato. Solo di questo si stupisce: di avere scoperto così tardi, a giochi fatti, di non essere mai stato abbandonato, come credeva, ma di avere coabitato da sempre con una indifferenza che, ora, considera la spiegazione della sua sopravvivenza.

immagine: La chambre de Van Gogh à Arles

Gianni Rodari, Il palazzo da rompere – da Favole al telefono

Gianni Rodari, Il palazzo da rompere (da Favole al telefono)

Una volta, a Busto Arsizio, la gente era preoccupata perché i bambini rompevano tutto. Non parliamo delle suole delle scarpe, dei pantaloni e delle cartelle scolastiche: rompevano i vetri giocando alla palla, rompevano i piatti a tavola e i bicchieri al bar, e non rompevano i muri solo perché non avevano martelli a disposizione.

I genitori non sapevano più cosa fare e cosa dire e si rivolsero al sindaco.

– Mettiamo una multa? – propose il sindaco.

– Grazie tante, – esclamarono i genitori, – e poi la paghiamo con i cocci.

Per fortuna da quelle parti ci sono molti ragionieri. Ce n’è uno ogni tre persone e tutti ragionano benissimo. Meglio di tutti ragionava il ragionier Gamberoni, un vecchio signore che aveva molti nipoti e quindi in fatto di cocci aveva una vasta esperienza. Egli prese carta e matita e fece il conto dei danni che i bambini di Busto Arsizio cagionavano fracassando tanta bella e buona roba a quel modo. Risultò una somma spaventevole: millanta tamanta quattordici e trentatre.

– Con la metà di questa somma, – dimostrò il ragionier Gamberoni, – possiamo costruire un palazzo da rompere e obbligare i bambini a farlo a pezzi: se non guariscono con questo sistema non guariscono più.

La proposta fu accettata, il palazzo fu costruito in quattro e quattro otto e due dieci. Era alto sette piani, aveva novantanove stanze, ogni stanza era piena di mobili e ogni mobile zeppo di stoviglie e soprammobili, senza contare gli specchi e i rubinetti. Il giorno dell’inaugurazione a tutti i bambini venne consegnato un martello e a un segnale del sindaco le porte del palazzo da rompere furono spalancate.

Peccato che la televisione non sia arrivata in tempo per trasmettere lo spettacolo. Chi l’ha visto con i suoi occhi e sentito con le sue orecchie assicura che pareva – mai non sia! – lo scoppio della terza guerra mondiale. I bambini passavano di stanza in stanza come l’esercito di Attila e fracassavano a martellate quanto incontravano sul loro cammino. I colpi si udivano in tutta la Lombardia e in mezza Svizzera. Bambini alti come la coda di un gatto si erano attaccati ad armadi grossi come incrociatori e li demolirono scrupolosamente fino a lasciare una montagna di trucioli. Infanti dell’asilo, belli e graziosi nei loro grembiulini rosa e celesti, pestavano diligentemente i servizi da caffè riducendoli in polvere finissima, con la quale si incipriavano il viso. Alla fine del primo giorno non era rimasto un bicchiere sano. Alla fine del secondo giorno scarseggiavano le sedie. Il terzo giorno i bambini affrontarono i muri, cominciando dall’ultimo piano, ma quando furono arrivati al quarto, stanchi morti e coperti di polvere come i soldati di Napoleone nel deserto, piantarono baracca e burattini, tornarono a casa barcollando e andarono a letto senza cena. Ormai si erano davvero sfogati e non provavano più gusto a rompere nulla, di colpo erano diventati delicati e leggeri come farfalle e avreste potuto farli giocare al calcio su un campo di bicchieri di cristallo che non ne avrebbero scheggiato uno solo.

Il ragionier Gamberoni fece i conti e dimostrò che la città di Busto Arsizio aveva realizzato un risparmio di due stramilioni e sette centimetri.

Quello che restava in piedi del palazzo da rompere, il Comune lasciò liberi i cittadini di farne quel che volevano. Allora si videro certi signori con cartella di cuoio e occhiali a lenti bifocali – magistrati, notai, consiglieri delegati – armarsi di martello e correre a demolire una parete o a smantellare una scala, picchiando tanto di gusto che ad ogni colpo si sentivano ringiovanire.

– Piuttosto che litigare con la moglie, – dicevano allegramente, – piuttosto di spaccare i portacenere e i piatti del servizio buono, regalo della zia Mirina…

E giù martellate.

Al ragionier Gamberoni, in segno di gratitudine, la città di Busto Arsizio decretò una medaglia con un buco d’argento. (dal web)

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in apertura: opera di Niki de Saint Phalle, Il giardino dei tarocchi (clicca qui per approfondire)

 

dall’antologia AA.VV. Racconti pugliesi di Historica Edizioni, un racconto di Angela Greco

Vista con nebbia, panorama e ponte (Break Point), un racconto di Angela Greco

Sembrava di essere altrove, lontani.
Ammantato in quella insolita nebbia non assomigliava al paese che conoscevo; solo il profumo di terra umida e pane ricollocava tutto al proprio posto. Il castello sempre su quello sperone calcareo a sovrastare il borgo detto “dei masciari”, dei maghi e delle streghe, che qualcuno ancora rivedeva nella seducente malìa che legava persone e luoghi. Lì, non altrove. E la chiesa ieratica con la sua semisfera sormontata dalla croce, più in alto, a dominare quella frattura tra il vecchio paese e quello che ormai andava scivolando rumorosamente verso il capoluogo di provincia. E poi il ponte, con la sua campata a più archi, che saliva imponente dal fondo di quella ferita, attore principale nel panorama di quel luogo in una staticità che infondeva sicurezza. E fiaccava il respiro, come l’umidità che da giorni non dava tregua e capace di mutarci tutti in anfibi, così da permetterci, tra acqua e terra, comunque di sopravvivere. Lì, non altrove.
Turisti, nel punto più elevato di quella maestria architettonica, fermi a scattare fotografie; dalla parte opposta, immobili sul fondo, quanti avevano optato per una fissità permanente, per la rottura definitiva con tutto e tutti; una rete metallica, verde su ambedue i lati messa a protezione e ad incarcerare il belvedere, rendeva il passaggio simile alle vie obbligate per lo spostamento delle bestie feroci.
La nebbia, insolitamente persistente, limava i contorni di quanto avvolgeva, inchiodandolo nella sua posizione e dando la sensazione di essere altrove, lontani da lì. Lo sguardo non riusciva a cogliere nulla oltre una certa distanza e ben lontano sembrava il chiaro orizzonte delle mattine di tramontana nelle quali si poteva scorgere il mare, un arco teso nello Ionio di antiche memorie.
Anche il sole era altrove; almeno lui era riuscito ad obliterare il biglietto e ad andare via, mentre io, non avevo avuto lo stesso coraggio. Quel vaticinio di allontanamento lo avevano espresso molti oracoli di pietra fermi in una stoltezza che puzzava di stantio e in alcuni momenti quell’afrore aveva otturato anche le mie narici, illudendomi che avrei potuto respirare un’aria differente e ipoteticamente migliore, ma altrove.
Vivere la medesima condizione in cui vertevo io in qualsiasi altra parte non avrebbe cambiato nulla per me; invece – pensai con una poco velata cattiveria – se fossi andata altrove, avrei alleggerito il fardello morale degli ofidi parenti (obbligati a tollerarmi in quella difficile condizione della post morte dei miei genitori), ombre in un teatro kabuki, che si celavano dietro carta di riso. Avrei spento volentieri la luce.
Nell’attesa dello svelarsi della nebbia, procedevo nei miei giorni di quotidiana sopravvivenza. Esattamente come quella frattura che solcava in due il paese, quegli ultimi tempi mi avevano segnata, divisa, fratturata.
Ero sfinita.
Decisi comunque di strappare quel biglietto di sola andata che altri avevano acquistato a mio nome, utilizzando come documento di riconoscimento una foto che mi avevano scattato loro stessi, turisti dal punto più elevato del ponte. Io, invece, potevo guardare le forti fondamenta di quella cerniera di pietra da un punto preciso, in basso, così in basso da non riuscire a scorgere il nastro di asfalto che la ricopriva. E potevo solo risalire, null’altro, su quell’arco teso tra il paese nuovo e il borgo di antiche memorie.
Già, il borgo, che mi ha vista bambina e che ancora mi vede, perché è lì, non altrove.
Nessun altro si accorgeva di me, che cercavo di lacerare quel nebbioso velo che mi portavo appresso.
E, mentre mutavano le condizioni climatiche, mutavo anche io con loro.
Coraggioso, semplicemente, era stato rimanere lì, non altrove.
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immagini: Massafra (TA), Ponte e Gravina di San Marco; Castello normanno-angioino (dal web)
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Tratto da AA.VV. RACCONTI PUGLIESI – Puglia
Historica Edizioni, giugno 2017
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Ci sono infinite storie da raccontare e infiniti modi per farlo. C’è chi evoca tradizioni millenarie o leggende che continuano ad aleggiare nei luoghi da cui traggono ispirazione, chi invece predilige esperienze quotidiane o vissute in prima persona in cui è sempre difficile scorgere il confine che separa la realtà dalla finzione. In molti casi, però, tutte le storie seguono sempre un filo conduttore che le accomuna. È il caso di questa preziosa antologia, ideata e promossa da Historica Edizioni, interamente dedicata alla Puglia e agli autori pugliesi, in cui, attraverso pagine intense e coinvolgenti, è possibile scoprire le voci che animano una terra ricca di fascino, stupore e meraviglia. (retrocopertina)
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Un giorno a Venezia

—–Approfittando della presenza del nostro stimatissimo amico Flavio Almerighi a Venezia, ospite con i suoi versi dell’ultimo incontro del ciclo “Callisto – Incontri di Poesia a Palazzo Grimani” sul tema delle metamorfosi, Il sasso nello stagno di AnGre è lieto di condividere una pagina sulla città lagunare, così da partecipare – seppur virtualmente – sia all’evento, che della bellezza di una città senza eguali. Buona lettura.

(in apertura foto di Gianni Berengo Gardin, Venezia, 1959)

due inediti di Flavio Almerighi

muoriti stella!
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Muoriti stella sfondata,
diceva spingendola oltre un muro,
oltre il balcone
oltre il nulla:
quello che è una nebbia
in cui si smette di sentire
di pensare, molto molto buia
più nessun tormento.
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Il nero è troppo erotico
per essere nulla senza accatti,
muoriti stella! Il mio stellicidio
verrà dopo il tuo, crepa tu
che io son Dio!
.
La spinse oltre i gerani,
oltre la pioggia che non cadeva
dentro un pomeriggio oppresso
di sole fondente e aria ferma.
Lei sparì in fretta, oltre gerani
sole fuso e aria ferma,
oltre la pioggia che non veniva,
ma lei non cadde, volò.
.
.
.
un disco per l’estate
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Betta, caotica serie di chiazze
sull’abbronzatura perfetta,
ridacchia al telefono,
ha un’agenzia di traslochi
un marito, ma il treno è in ritardo
poi è piccola, ha un bel corpo
ma la pelle screziata
autorizza a pensar male.
.
Domani è sabato
a Riccione parte un disco per l’estate,
le acque asfaltabili,
sudamericane e spagnole mimetiche,
portaerei al largo.
.
Roversi le riteneva dune,
rifugi antiaerei
l’Adriatico è bello.
Poco più giù gli arabi, uno sull’altro
pronti a conquistare l’Impero,
noi al solito impegnatissimi
a invecchiare.
.
L’estinzione dei cavallucci marini
è stata in nome di dio e del progresso,
penso ai pantaloni corti, ma no
non penso che a te.
(immagine in alto: Fortunato Depero, Coleottero Veneziano, 1938)

—–[42] In questa città si può versare una lacrima in diverse occasioni. Posto che la bellezza sia una particolare distribuzione della luce, quella più congeniale alla retina, una lacrima è il modo con cui la retina – come la lacrima stessa – ammette la propria incapacità di trattenere la bellezza. In generale, l’amore arriva con la velocità della luce; la separazione, con quella del suono. Ciò che inumidisce l’occhio è questo deterioramento, questo passaggio da una velocità superiore ad una inferiore. Poiché siamo esseri finiti, una partenza da questa città sembra ogni volta definitiva; lasciarla è un lasciarla per sempre. Perché con la partenza l’occhio viene esiliato nelle province degli altri sensi: nel migliore dei casi nelle crepe e nei crepacci del cervello. Perché l’occhio non si identifica col corpo, ma con l’oggetto della propria attenzione. E per l’occhio la partenza è un processo speciale, legato a ragioni puramente ottiche: non è il corpo a lasciare la città, è la città ad abbandonare la pupilla. Allo stesso modo il commiato dalla persona amata provoca dolore,e soprattutto un commiato graduale, chiunque sia a partire e per qualsiasi motivo. Nel mondo in cui viviamo, questa città è il grande amore dell’occhio. Dopo, tutto è delusione. Una lacrima anticipa quello che sarà il futuro dell’occhio.

da Fondamenta degli Incurabili (Adelphi, 2012) di Iosif Brodskij

—–Sfumata in un residuo di nebbia che non ce la faceva né a dissiparsi né a diventare pioggia, un po’ disfatta da un torpido scirocco più atmosfera che vento, assopita in un passato di grandezza e splendore e sicuramente d’immodestia confinante col peccato, la città era piena di attutiti rumori, di odori stagnanti nel culmine d’una marea pigra. Sole e luna le segnavano un ritmo diverso, e come sospinta da un doppio scorrere di tempo essa incessantemente moriva nei marmi e nei mattoni, nei pavimenti avvallati, in travi e architravi ed archi sconnessi, in voli di troppi colombi, nell’inquietudine di miriadi di ratti che si annidavano moltiplicando in attesa. Della gente ognuno portava in sé un particella di quella finalità irrimediabile. Facevano le cose d’ogni altra gente, comprare il pane o il giornale, andare al tribunale o ad aprire bottega o a scuola e perfino in chiesa, e lo facevano con più spensieratezza che altrove, con un ridere arguto e gentile, in una parvenza di commedia che peraltro era, appunto, un invito affinché la morte facesse più in fretta.

Poi, un campanile dietro l’altro, il cielo opaco fu raggiunto dal mezzogiorno, ma non bastò a fare allegria nell’umido mezzogiorno di novembre. Al di là della commedia, chi aveva sentimenti e presentimenti poco lieti doveva per forza tenerseli. I mori dell’orologio batterono a turno, anch’essi due volte, le dodici ore sui tetti e sopra la vasta piazza del santo evangelista.

da Anonimo veneziano (Ed.BUR) di Giuseppe Berto

La città risuona ad ogni onda che si infrange sulle sue fondamenta.
Il vetro soffiato appena qualche isola da qui è trasparente
e racchiude tutti: il mare, lui, lei, l’abitazione, la tigre e la poesia.
La stagione è tra le migliori nonostante sia inverno;
il sibilo del vento attraverso i ricami di pietra ammalia.
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Ancora una finestra aperta.
Dalla via d’acqua sembra non ci sia la luce all’interno.
La tenda bianchissima ondeggia.
Il secondo piano è la cima innevata dove respirare aria purissima.
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I due sono nudi prima della notte.
Bussano ad una porta di legno antico.
Si apre una inaudita intimità. Entrano.
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da Anamòrfosi (Ed.Progetto Cultura, Roma, 2017) di Angela Greco.
(immagine in alto: Claude Monet, Tramonto a Venezia)

Giorgio Manganelli, da CENTURIA, numero ottantasette

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.riproponiamo…

Da CENTURIA di Giorgio Manganelli, numero ottantasette

Che quell’uomo sia a disagio, lo si vede chiaramente. È irrequieto; cammina, si ferma, si regge su un piede solo, riparte di corsa; eccolo fermo ad un angolo di strada; si affaccia sulla strada successiva, peritosamente; sospira e sia appoggia al muro. In realtà, egli è estremamente insoddisfatto della propria vita, ma delle origini di tale insoddisfazione ha idee assai confuse. Poteva essere, ha pensato, l’uso del tempo. Certi giorni i secondi corrono via come evasi da una clessidra adibita a prigione, ma spesso sono di ineguale grossezza e vivendo egli vi inciampa continuamente. Pensa che gli toccano ancora anni da vivere e non sa quanto saranno lunghi. Maneggia i bottoni mentali del tempo, ed ecco che quello si ferma del tutto; da un’ora all’altra passano dieci ore; i secondi sono lunghi quanto una strada, e la strada, si sa, è fatta sempre di quarti d’ora, ma quattro strade non fanno un’ora, fanno sei giorni. Il settimo è una piazza, e come l’attraversi, sbagli. Ha cercato di ammaestrare il futuro, e costringerlo a un ritmo meno defatigante. Ha comprato un grosso orologio, per insegnare il tempo al tempo, ma il tempo non impara se stesso. Se preme un altro bottone, il tempo corre, scappa, fugge. Le strade si accorciano, e se non frena subito, in una settimana la sua vita sarà finita e non avrà fatto niente per giustificare la propria nascita. Bisognerebbe inventare un orologio capace di catturare il tempo e costringerlo a tenere quel passo, sempre, tutti i giorni, tutta la vita. Ma un orologio così fatto, egli per primo farebbe a pezzi. Dunque, non può che cercare pattuizioni provvisorie, e infide, giacché il tempo non sta ai patti, non perché sia sleale, ma perché è a sua volta vittima del tempo. In realtà, come il signore scontento sospetta da qualche tempo, anche il tempo è scontento di sé, ma non riesce a risolvere il proprio disagio, perché non ha nessun modo , che non sia se stesso, per misurarsi; il risultato è, naturalmente, inutilmente giusto, e il tempo non sa mai se corre, se indugia, se sta fermo. Per questo il tempo chiede continuamente scusa a tutti, senza nemmeno sapere se è ragionevole che egli chieda scusa.

immagine: opera di Dina Bova

Amore a spaziatura I, un racconto di Carlo Lucarelli

riproponiamo…

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Si erano conosciuti nel capitolo precedente e si erano piaciuti subito, al primo sguardo. Avevano ballato insieme tutti i lenti, sfiorandosi prima, poi stringendosi, ed erano rimasti a parlare per almeno venti pagine, con lui che la guardava negli occhi e lei che sorrideva, giocando coi capelli. Poi, all’improvviso, lui si era accorto che mancavano soltanto trenta righe alla fine del libro e che ne aveva già sprecate sei soltanto di introduzione. Allora la prese per mano e un po’ bruscamente la portò di sopra, ma perché lei non lo credesse un tipo volgare, che pensava solo a quello, fece il grande e andò a capo. Col rientro.

L’abbracciò di slancio e lei si divincolò, allontanando la testa, ma quando lui la guardò disorientato fu lei, alzando il mento, a offrirgli le labbra. Si baciarono per almeno venticinque battute e avrebbero potuto entrare nel Guinness finendo la pagina, ma lui preferì staccarsi, ansimando, con le labbra umide. Vide la sua espressione, delusa e diffidente, e allora disse: – Tiamo, – tutto attaccato e senza cambiare paragrafo, ma fu sufficiente per farla sorridere, felice. La costrinse a sedersi sul letto, dolcemente, e stringendole le spalle con un braccio la baciò sul collo, mentre con la mano lottava con un bottone, maledetto, stretto sul seno.

– Mi ami? – chiese lei, ma lui non rispose, e la sua mano scivolò veloce sul collant, perché era ormai alla riga ventisei. La stese sul letto quasi di forza e allora lei disse: – Sí sí sí sí sí sí sí sí sí sì sì sì sì sì sì sì sì sì … – in grassetto e in corsivo e sottolineato, pure, fino alla fine.

Ma avevano fatto male i conti di una riga, e in quella lei rimase incinta.

Si sposarono in un’edizione successiva.

 

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tratto da Carlo Lucarelli, Il lato sinistro del cuore, Einaudi, 2003

248 giorni, romanzo, di Giorgio Linguaglossa letto da Angela Greco

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248 giorni, romanzo, di Giorgio Linguaglossa letto da Angela Greco

A maggio 2016 per Achille e La Tartaruga di Torino è uscito, ne La Sezione Aurea, il nuovo romanzo di Giorgio Linguaglossa (biobibliografia, qui) intitolato 248 giorni. Tre cifre di cui, lette da sinistra verso destra, ognuna è doppia della precedente. E non è un caso. I protagonisti del romanzo sono Ely, una spogliarellista ed ex attrice del porno, Massimo, uno scrittore di terz’ordine di gialli anch’essi non brillanti e la filosofia, che interagiscono in un contesto di ricordi, realtà, mancata realizzazione e disincanto, in un’aria da dipinto metafisico che sfocia in alcuni momenti nel surreale, dove le immagine sembrano comprensibili, ma in realtà celano significati non svelabili nell’immediato. fotografia di Ferdinando SciannaParole, gesti, comportamenti e situazioni sono l’immagine visibile di espressioni della mente razionale del filosofo, dell’altro “Sé”, di quel “doppio” caro anzi carissimo all’autore. Sì, perché tutte le pagine sono permeate di rigorosa razionalità e non lasciano scampo a romanticherie o espressioni edulcorate, puntando dritto e senza mezzi termini al nulla a cui è dedicata l’intera vicenda. Nulla inteso non come una perdita di tempo, ma come fine ultimo dell’essere vivente, somma dell’intera filosofia a cui tende l’autore.

Il romanzo prende avvio dal casuale incontro dei due protagonisti nel 1999, per poi approdare nel secondo capitolo ad un momento accaduto vent’anni dopo e proseguire in seguito con il dipanarsi delle vicende introspettive e fisiche accadute ai due nei giorni della loro relazione, 248 appunto. Tutto il libro è una indagine introspettiva condotta da un protagonista nei confronti dell’altro usato espressamente come specchio di se stesso e al contempo è una spietata espressione dell’autore della sua visione del mondo e di quanto lo popola. Le notizie su Ely, bellissima, e Massimo, scrittore ormai grigio e privo di qualsiasi entusiasmo, sono centellinate, svelate goccia a goccia tra citazioni poetiche e filosofiche e accesi dialoghi, che hanno il grande pregio di accelerare una narrazione decisamente non veloce nel primo quinto del libro (in tutto sono duecento pagine). e79c42546b44f8db9fdeb6fc716172bf248 giorni è una sorta di testamento filosofico, non inteso come ultime volontà da eseguire, quanto piuttosto come strada da seguire, come indicazioni di viaggio per attraversare questa realtà che stiamo vivendo, nato da un’attenta visione del mondo in cui siamo immersi e al quale il filosofo sembra aver dato come risposta ultima il nulla, anche dinnanzi all’inatteso e non calcolato, realizzato nel romanzo dal sentimento che Massimo alla fine ammette di provare per Ely e sacrificato in nome di quella visione per la quale la vicenda-vita non può essere arbitrariamente modificata a dispetto degli eventi che hanno determinato la vita stessa.

Lingualglossa conduce il lettore in un labirinto, che a volte consente di guardare anche l’azzurro del cielo, ma soltanto per prendere fiato in vista della obiettiva difficoltà che il protagonista, anzi i protagonisti sanno per certo di dover incontrare fin dal primo momento in cui non hanno realizzato quanto ambivano per se stessi. Infatti, il libro non ha un finale delineato, atteso, scontato, no; il libro termina aprendosi in una nuova ed eventuale storia dove i protagonisti precedenti dopo un trauma, sono già divenuti altri da sé, nuovi, differenti e pronti per iniziare anche una nuova vita. [Angela Greco — foto b / n di Ferdinando Scianna]

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1° giorno del 1999
L’INCONTRO ALLA FESTA DI CAPODANNO
Così, mi sono ritrovata seduta accanto a lui, sul divano. La sua spalla premeva sulla mia spalla. Affettavo una tranquillità che non avevo. Le volute di fumo si sollevavano e volteggiavano nell’aria come pesanti, morbidi tendaggi. Un aereo luminoso tagliò silenzioso il cielo. Pensai che il ronzio dell’aereo disturbasse la mia immobilità assorta. Le note di una musica da ballo raggiungevano il mio udito come se avessero attraversato una spessa coltre di ovatta. Giungeva il tinnire di stoviglie del dessert e lo scalpiccio degli ospiti come quando stai al telefono e percepisci, tra le parole dell’interlocutore, il brusio di altri estranei astanti come un rumore di fondo ineliminabile. E’ la fine dell’anno. Ma di quale anno? – mi chiedo – quanti anni sono passati? Ed io dove mi trovo? Chi sono queste persone che mi stanno intorno? Da dove sono venute e dove sono dirette? E domattina, che cosa farò – mi sono chiesta – quando tornerò nel mio appartamento ammobiliato? Che ore sono? Precisamente: la mezzanotte…

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