C’era una volta il futuro – L’Italia della Dolce Vita di Oscar Iarussi letto da Angela Greco AnGre

C_era una volta il futuro

Buon 25 aprile!

*

Le persone, come le situazioni, capitano e con esse capita anche di imbattersi felicemente nelle loro pubblicazioni. Succede, allora, che un editoriale di metà febbraio ultimo scorso titolato con un verso di Rocco Scotellaro, apparso sul primo numero della nuova gestione della più antica testata di Puglia e Basilicata, presenti al grande pubblico e ai pochi che ancora non lo conoscessero Oscar Iarussi. Foggiano di nascita, barese di fatto, critico cinematografico e letterario, saggista, giornalista de La Gazzetta del Mezzogiorno, per la quale ha scritto di cultura e spettacoli e di cui attualmente è direttore editoriale e responsabile, Iarussi fa parte degli esperti della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, ha insegnato Storia del cinema americano presso l’Università di Bari ed è stato, agli esordi, presidente della Apulia Film Commission; ha ideato rassegne multidisciplinari quali «Frontiere» e «Tu non conosci il Sud» e oggi sta dando, con la sua direzione, una nuova impronta – molto apprezzata dai lettori – alla quotidiana carta stampata, vivacemente presente anche nelle attuali forme telematiche.

Succede, così, che, mossi da curiosità per una simile personalità, ci si imbatta nelle sue pubblicazioni, tra le quali C’era una volta il futuro – l’Italia della Dolce Vita (il Mulino, 2011), il cui ossimoro nel titolo, unitamente alla copertina – che ritrae in bianco e nero, indovinatissimo e non solo come evocazione temporale, ma per la nitidezza della scrittura, il maestro romagnolo e un iconico Marcello Mastroianni intento a reggere l’ultimo lembo della locandina del film in questione – ammalino il lettore immediatamente, attraendolo verso quella “dolce vita”, che la storia ci ha tramandato.

Un “dolce inganno”, mi si passi l’espressione nella accezione benevola; perché il libro è un micidiale reportage, condensato in un centinaio di pagine, sulla nascente nuova condizione sociale e politica degli anni in cui è ambientato il film felliniano e sui personaggi che ne animarono il tempo; condizione, che avrebbe radicato determinando molti aspetti di quel che oggi è considerata normalità. Un libro attualissimo, quindi, nonostante gli anni di vita editoriali, proposto con una verve e una scrittura che affascinano.

Oscar Iarussi prende in prestito la sua passione per Fellini, di cui svela tanto soprattutto ai lettori più giovani che non hanno ancora avuto la possibilità di approfondire a riguardo, per raccontare l’Italia della transizione dal dopoguerra a quel periodo che fu considerato da tutti di benessere. Nell’opera vengono proposti la genesi e lo sviluppo di un film e di una società, che ad esso sarà sempre legata, tutt’oggi sinonimi di tempo felice, prospero, evocato ancora e mitizzato, che ha indotto ad associare al regista riminese una certa visione del mondo racchiusa tutta in quell’aggettivo “felliniano”.  Situazione storica, scelte, incontri e accadimenti, però, non decreteranno subito quel capolavoro riconosciuto nel tempo, tutt’altro; l’opera del regista, che mise in scena proprio quel futuro citato nel titolo, non venne né compresa, né accettata dai contemporanei e anche da molti successivi, vittime della società e del tempo in corso.

L’autore analizza legami letterari, politici e di costume, riportando anche una serie di citazioni documentate, che restituiscono un quadro accurato della nascente Italia repubblicana e democratica mossa da un fermento di fiducia nel futuro e di ricostruzione a tutto tondo – ormai perso – di cui vengono messi in mostra anche vizi e virtù, facendo emergere, interessantissimi, i prodromi di quanto vedremo realizzato negli anni successivi e fornendo, se non le spiegazioni, quanto meno una via da approfondire per tentare qualche risposta all’attualità.

Nel caleidoscopio colorato e vivissimo delle pagine, che seguono un criterio storico-temporale, due aspetti sulla comunicazione si fanno notare: un certo modo di vedere e raccontare la realtà ormai estinto, nella ricognizione sull’uso e sul significato dei mezzi di comunicazione di massa e sul loro ruolo nella costruzione del presente, con un estratto della storia del giornalismo snocciolata nell’analisi del protagonista del film felliniano, sul suo modo di fare e di agire, e il passaggio epocale da un certo modo di trattare la notizia e quindi la realtà, alla nuova concezione di partecipazione di massa agli accadimenti omologata dalla televisione, che un po’ dappertutto «colonizza il subconscio»[…] Lo spettacolo della realtà, con la sua tempestosa bellezza, involve e implode nella più placida ma pettegola realtà dello spettacolo (pag.26). Si prende consapevolezza dell’emergenza, che poi diverrà ingerenza, degli interessi di parte a scapito di un pluralismo che, pur divergendo nelle idee, tanti anni fa era ancora capace di confrontarsi dialetticamente nel rispetto.

Se Fellini, con i suoi indiscussi capolavori, ancora oggi parla all’Uomo del presente, avendo intuito a suo tempo la deriva e la decadenza in nuce, Oscar Iarussi non è da meno, nell’analisi della contemporaneità che questo libro consegna al lettore. La scenografia vince sui contenuti […]. La moltiplicazione dei linguaggi, dalla scrittura letteraria alla sceneggiatura cinematografica, dalla serialità televisiva alla novellizzazione fumettistica, distende la massa critica iniziale, assottigliandola fino a farla svanire (pag.29) dice apertamente di un problema attuale, che affligge quasi ogni campo: l’assenza di critica, che genera assenza di contradditorio e, quindi, di confronto votato alla crescita comune nel rispetto di ciascuno. Oggi tutto è un pourparler che enfatizza il declino etico, sociale e, senza presunzione d’esagerare, umano, entro i cui effetti ormai viviamo come fosse normalità. Fellini intuisce con largo anticipo la baraonda di realtà e spettacolo in cui oggi viviamo, allegramente, sull’orlo di una irrimediabile stoltezza (pag.62) alimentata da un’aspettativa di vita scaturita da quella visione americana per la quale Iarussi evidenzia che, a partire, dall’Italia della Dolce Vita demografia, religiosità, rapporti familiari e convinzioni politiche, sopravvissuti persino alla guerra, si rivelano fragili o impotenti difronte alla massiccia americanizzazione della vita quotidiana, che propaga modelli inusitati e singolari opportunità di riscatto. Rivoluzione addio, ora si prova con i quiz. Un’esistenza in un attimo: Lascia o raddoppia? (pag.89).

Il libro, ricchissimo di spunti di approfondimento, è attraversato anche da figure di poeti, tra cui quella di Pier Paolo Pasolini citata più volte; la Poesia sembra assumere, nella scrittura di Oscar Iarussi, il compito di ancorare la narrazione alla realtà, quasi fosse un punto di riferimento per l’autore, che in tal modo ne rivela l’aspetto più elevato. Non poteva, di fatto, l’autore esimersi dall’argomento parlando del regista da cui prende le mosse il libro: Fellini incontra la poesia nella sua visione anzi-tempo e mal compresa dal presente. E non è un caso che C’era una volta il futuro – l’Italia della Dolce Vita si chiuda con la scena del mostro acquatico del film, rappresentazione dell’Italia che verrà, il futuro a portata di mano eppure già agonico, con l’occhio sbarrato sul Grande Nulla (pag.115).

[Angela Greco AnGre, con un ringraziamento particolare all’Autore.]

AA.VV. La poesia delle donne a cura di Rosalba De Cesare e Lorenzo Pompeo: tre estratti e una nota di Angela Greco AnGre

Modigliani Donna con cravatta nera

Estratti da “La poesia delle donne” a cura di Rosalba De Cesare e Lorenzo Pompeo (Left, 2022)

Idea Vilariño, poetessa “notturna” dall’Uruguay

La notte pozzo soave
e stipato di sogni
sopporta ancora la quota
d’un altro e oltrepassa.
La notte che è eterna
che ignora il sole e il barbaro
simulacro del giorno
che permane illibata.
Il suo inchiostro come un acido
distrugge le miserie
che all’ora ventiquattro
il giorno le rovescia.
La notte pozzo soave.

*

Andrée Chedid, poesia senza confini

La speranza
Ho ancora la speranza
Alle radici della vita.
Dinnanzi alle tenebre
Ho rizzato chiarori
Piantato fiaccole.
Al margine delle notti
Chiarori che persistono
Fiaccole che s’insinuano
Fra ombre e barbarie
Chiarori che rinascono
Fiaccole che si rizzano
Senza mai deperire.
Radico la speranza
Nel terriccio del mio cuore
Adotto tutta la speranza
In suo spirito ribelle.

*

Vénus Khoury-Ghata e la lingua delle origini

Scrivere le pagine…

Scrivere le pagine fino allo sfinimento delle parole e apparizione di quel
Personaggio che vedo per la prima volta
Non conosco il suo nome
Inutile domandarglielo
Non sa scrivere
Non sa neppure parlare
Sa soltanto che è nato dal contatto tra la penna e la carta
Dalla vicinanza di due parole affiancate dal caso
Mi lascia fare quando lo colloco al centro della riga
Tra un verbo e un oggetto
Ma lo scosto appena quando tenta di trascinarmi nell’azione,
Ho deciso di condurre il gioco da sola.

(immagine d’apertura: Donna con cravatta nera di Amedeo Modigliani – QUI in questo blog)

*

Ho accolto positivamente l’invito della curatrice a leggere questa antologia di poetesse edita per Left (rintracciabile nello store dello stesso sito) nel marzo ultimo scorso; il titolo non poteva non essere agglomerante per una sì tanto vasta materia, che ancora oggi è argomento di studio e dibattito e concordo con i primissimi righi del testo sul fatto che non c’è necessità di distinguere un genere nella poesia; a maggior ragione in un tempo come quello che abitiamo, che non avverte più la necessità di distinzioni in tal senso.

Il lavoro di ricognizione e soprattutto di ricerca tra testi ormai introvabili di Rosalba De Cesare e Lorenzo Pompeo, completato da un breve intervento di Fausta Genziana Le Piane, mette in evidenza – con grande merito – poetesse spesso trascurate da coloro “che stabiliscono” chi poeta lo è, perché ampiamente propagandato per i motivi più disparati, e chi, di contro, poeta non lo è, per cui va abbandonato ad una sorta di oblio, perché non accondiscendente ai dettami di un certo potere, alle mode del momento o, perché, appartenente ad una certa compagine politica, come si evince dalle pagine di questo testo. “Mondo era e mondo è” avrebbe detto mia madre nella sua saggezza popolare e terribilmente vera che, però, nulla toglie al pregevole sforzo di questa antologia.

I curatori presentano testi alla portata anche di chi si accosti alla poesia per la prima volta; si leggono nomi degni di nota ascrivibili comunque – e questo a parer mio è un limite – alla tendenza politica dell’editore: alcuni popolari e molto conosciuti; altri, conosciuti maggiormente dagli addetti ai lavori, ma presentati con stile leggero e competente ai lettori. Di ogni autrice sono riportati alcuni componimenti e un breve approfondimento scritto con chiarezza e passione – e questa si avverte nitida – volti a rendere un servizio di divulgazione di cui si ha sempre bisogno, se la materia è la Poesia.

La cifra è il Novecento, nella cui prima metà la massima parte del parterre di signore spazia per anno di nascita, attraversato a tutte le latitudini, che dona al lettore un’ampia e pregevole scelta di letture. [AnGre]

Simone Consorti, estratti da Voce del verbo mare con una nota di Angela Greco AnGre

Il sasso nello stagno di AnGre poesia edita

Voce del verbo mare (Arcipelago itaca Edizioni, 2022) di Simone Consorti, estratti

Voce del verbo mare

“Il vero infinito è il passato remoto
perché per l’eternità
nessuno potrà toglierci
ciò che è terminato già”
disse lui con un tono un po’ rude
“Semmai il passato prossimo
perché è iniziato ma non si conclude”

Poi riuscirono a litigare
perfino su come coniugare
l’infinito del verbo mare

*

Ti ho dato appuntamento senza dirtelo

Ti ho dato appuntamento senza dirtelo
e sono qui in anticipo da tanto
perché so che non verrai
ma non so quando

*

Ho cominciato attendendoti

Ho cominciato attendendoti
nel giorno del nostro primo
non appuntamento
Da qualche parte si deve iniziare
a imbalsamare un amore

.

Simone Consorti torna al pubblico con Voce del verbo mare (Arcipelago itaca Edizioni, 2022), nuova esperienza in versi per l’autore romano, classe 1973, autore già di due precedenti sillogi (Le ore del terrore, 2017Qui su questo blog e Nell’antro del misantropo, 2014 – qui su questo blog) e di altri lavori in prosa e fotografia.

Consorti esordisce in questo edito – di cui ringrazio per il gentile invio – giocando con il lettore e con la poesia, quasi sfidandolo e sfidandosi tra rime, paradossi e derive surreali a seguirlo in una costruzione personale, che, soltanto a posteriori, rivelerà la natura dell’indagine e il sentire del poeta. Alla terza raccolta di questo autore, personalmente mi appare chiaro che egli tenti a priori di avvicinarsi al lettore e solo dopo averne testato la tenuta, prosegua con la sua caparbia determinazione di affermarsi tra i versi, tra luci e ombre che gli conferiscono un aspetto evanescente, forse a difesa di un certo carattere che non rivela mai fino in fondo. A sostegno di ciò la nota di chiusura di Voce del verbo mare, intitolata “C’era una volta Simone Consorti”, un decalogo che racconta la biografia dell’autore tra tesi e antitesi, che lascia un retrogusto di beffa e sa tanto di espediente editoriale, che forse la Poesia con la maiuscola non merita. Nelle pagine, invece, tra le righe, si avverte la persona e non il personaggio e la poesia non manca.

“Tutto sta nel dire insieme le parole
Giustiziacontrollo
sicurezzarepressione

Tutto sta nel dare fuoco alle idee
che sono già cenere

Tutto sta ad arrivare alla fine
e passare il testimone”

Questi versi da “Hindenburg” sembrano ben riassumere il percorso di questa silloge: poesia come visione del reale e passaggio a chi riesce a comprenderne significati, significanti e tutta una svariata serie di significazioni che arricchiscono via via il lettore. Consorti parla di vita e morte, come è in uso nella poesia di quest’ultimo periodo letterario però, escludendo le grandi domande, ma prendendo gli argomenti come pretesto per esorcizzare la paura atavica, quella che, in fondo, ci fa umani.

Voce del verbo mare è una ricognizione di differenti momenti vissuti dal poeta, che restituisce al lettore un quadro d’insieme della poetica di questo singolare autore. Consorti si cimenta con la poesia, come con qualcuno che ammira e che rispetta e con essa intenta un dialogo costante sempre sopra le righe, però, senza mai scendere negli inferni che presto o tardi la Poesia mette dinnanzi a coloro che decidono di frequentarla; si mostra – mi si passi il termine – “timido”, “vuole scomparire”, eliminare la sua presenza, ma il tono non è sommesso, né pacato; piuttosto sembra che egli cerchi una strada per mettersi in luce, per affermarsi, pur con l’espediente narrativo della scomparsa dell’autore, come si avverte soprattutto nelle ultime poesie del libro.

3.
La trasformazione è andata avanti
Ora la facciata della casa
dal pavimento alle tegole
contiene scolpite dieci regole
L’undicesima è che mi sto per dissolvere
in un Dio eterno
o in polvere
Perciò la mia fede
non nel piombo
nell’argento vivo o spento
o in quello che si vede
ma nell’apparizione/sparizione di me stesso
da oggi in poi avrà sede

(estratto da “Barnekow”)

*

Ho applaudito una zanzara
proprio nel momento in cui passava
Un solo battimano convintissimo
senza prove senza repliche
senza attese senza eco senza storia
T’invidio zanzara caduta
in un momento irripetibile di gloria

(“Ho applaudito una zanzara”)

Consorti vive un’attesa, come egli stesso afferma negli undici punti della nota in chiusura; ma sembra vivere questa condizione rivolta soprattutto verso se stesso. Tutto il testo è disseminato di voci che si rivolgono allo stesso autore, come se parlasse a se stesso e da se stesso attendesse una risposta che non arriva, ma che sembra essere il motivo della sua scrittura. Si ha la sensazione, alla fine della lettura, di aver preso parte ad un processo istruito e sentenziato dall’autore stesso che, in fondo, ha solo chiesto ai lettori di svolgere il ruolo del pubblico che supporta la veridicità dell’accaduto. [Angela Greco AnGre]

Flavio Almerighi, tre poesie da Lettere con una nota di Angela Greco AnGre

Tre poesie da Lettere di Flavio Almerighi (Macabor, 2021)

Lettera

Ora tocca a te comprendere
l’estate sconosciuta
senza tradizioni di famiglia.

Candela flessibile
consumata sotto l’altare
di chi non crede,
carne e stoppino, là
dove spiaggiano desideri.

Dimmi tu di te,
quali siano le tue rondini
come mai sono già partite,
quanto ti spaventa e meraviglia
se un cane

vuole leccarti la mano.

Io sto qui
a cercare e vendere,
ho tutto sott’occhio
quando non precipito,
ti sia lieve la mia lettera
lanciata alta
assieme a un bacio.

.

Essere Te

Desidero essere Te,
amore è sequenza di metastasi benigne
e anticorpi a renderle felici

diventiamo l’un l’altro per osmosi
con rapidi cambi di ruolo
e il nome non è più tuo né mio,
ma tutto è verità

.

Quartetto d’archi

Mai visto un quartetto d’archi
suonare nella corte di un parcheggio,
un uomo d’aspetto indurito
tenere nel pugno chiuso un uccellino
dal capo reclinato
per accarezzarlo, chiedere il risveglio
da tutta la malinconia che stagna
silenziosa in città
nel momento dell’impossibile comunicare,
riconoscersi e dire qualcosa
per niente infastiditi
dall’ombra o dall’altrui respiro,
l’uccellino fuggire
dal pugno dell’uomo indurito,
rinfrancato dal gesto d’affetto,
nessuno più ne ricorda il nome.

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Flavio Almerighi è nato a Faenza il 21 gennaio 1959.  Ha all’attivo diverse raccolte di poesia: Allegro Improvviso (Ibiskos 1999), Vie di Fuga (Aletti, 2002), Amori al tempo del Nasdaq (Aletti 2003), Coscienze di mulini a vento (Gabrieli 2007), durante il dopocristo (Tempo al Libro 2008), qui è Lontano (Tempo al Libro, 2010), Voce dei miei occhi (Fermenti, 2011) Procellaria (Fermenti, 2013), Caleranno i Vandali (Samuele, 2016). Storm Petrel (edizione bilingue di Procellaria, Xenos Books Los Angeles 2017), Cerentari (antologia fuori commercio Tempo al Libro 2017), Isole (Ensemble 2018), Ignoti (e book gratuito Collana Lotta di Classico a cura di Massimo Sannelli 2018), Lettere (Macabor, 2021).

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Almerighi Flavio - Lettere, 2021Nel 2021 per i tipi Macabor è uscito Lettere, una intensa raccolta di poesie di Flavio Almerighi, che con questo nuovo edito mette a segno un altro significativo punto sull’attenzione alla poesia come osservazione minuziosa del vissuto e degli accadimenti non solo personali. A differenza di altri testi della produzione di questo autore, Lettere ha una vocazione alla lirica pacata e non più guerrigliera come si leggeva, ad esempio, in Procellaria (2013 e rieditato bilingue nel 2017 – Qui la nota in questo blog), ma anche in alcuni momenti di Caleranno i Vandali (2016 – qui la nota in questo blog) e sembra piuttosto seguire l’andamento di Isole (2018 – qui, la nota in questo blog), nel quale il poeta inizia a mettere in atto un certo distacco dalle cose del mondo per poter meglio osservarlo dalla sua consolidata posizione “di vedetta”, come egli stesso spesso ha affermato.

In Lettere, opera suddivisa in quattro sezioni evocanti la lettera di non molto passata memoria, quella scritta a mano per altre mani e altri occhi, che ne avrebbero sentito il profumo e la consistenza materica, si avverte la coscienza del Tempo che passa, lasciando segni e sensazioni che si offrono al poeta quale materia per la sua poesia. E una lettera si scrive perché altri possano leggerla, per consegnare qualcosa a qualcuno e Almerighi, dietro un titolo che può apparire a primo acchito fuori luogo per parlare di poesia, in queste pagine dona moltissimo di se stesso al lettore, creando un clima intimo nel quale non è difficile ritrovarsi, come nella migliore Poesia.

Ma, a mio avviso, “lettere” dovrebbe anche essere inteso non solo nel senso di missiva inviata a qualcuno da cui il mittente non si aspetta nemmeno più risposta, ma anche nel senso stretto del termine: ogni lirica è una lettera per comporre e per decifrare un messaggio, per intendere quei suggerimenti disseminati in tutto il testo che il poeta lancia, come chi ben conosce la situazione e sa che da solo non potrà mai risolverla. E mi riferisco a quelle liriche nelle quali l’autore riprende o sfiora con il fare della sua esperienza anagrafica, temi sociali che non hanno tempo, ma possono solo essere di volta in volta, di poeta in poeta, messi in luce per essere testimonianza del proprio tempo.

Nelle sezioni del libro – Lettere mai consegnate, Affrancatura a carico del destinatario, Lettere d’amore e non, Lettere di Giovanni Sagrini (personaggio immaginario che porta il nome del bisnonno materno e al quale l’autore relega un ruolo quasi da Alter-Ego, per quegli aspetti poetici maggiormente romantici e che trovano meno spazio nella sua scrittura usuale) – appare forte la voglia del poeta quasi di liberarsi, di estromettere e destinare ad altri le proprie sensazioni, i propri luoghi, il proprio vissuto e persino la propria fantasia non per essere il centro dell’argomento, ma piuttosto per condivisione di momenti importanti dai quali permettere ad altri da sé di poter trarre esperienza.

Gli spazi tra le strofe dei tipici versi brevi ed incisivi, che danno riconoscibilità alla scrittura, sembrano sospiri tra uno sguardo e l’altro, ma anche tra un battito del cuore e il successivo, così distante che sembra quasi nostalgia. E questo sentimento, che in questo autore e in questo libro risulta nobile – come quando è trattato in una certa maniera che non ne consenta lo scadere nella retorica – occhieggia al lettore in tutte le pagine, anche quando si tratti di qualcosa di vicino o ancora in atto: è la ricerca di quel che resta di quel tempo in cui si aveva uno sguardo differente che ancora il Vivere non aveva offuscato, consegnato al lettore con una scrittura che mai si tinge di colori scuri e che fa anche di quest’opera di Flavio Almerighi, un tassello importante nella poesia italiana contemporanea. [Angela Greco AnGre]

Guglielmo Aprile, estratti da Sinfonia del mare con una nota di lettura di Angela Greco AnGre

Il sasso nello stagno di AnGre poesia edita

Versi da “Sinfonia del mare” (Il Convivio Editore, 2021) di Guglielmo Aprile

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Il pianto del mare
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Il mare detta ai propri sparsi scribi,
gli scogli, la sua autobiografia
per metà vera e per metà delirio;
e in un tono di voce che varia, ora
un mormorio, ora un barbaro urlo, elabora
il suo mai definitivo commento
a un certo evento senza testimoni,
perso nel tempo, di cui serba l’eco,
la sua elegia su un lutto che non uomini
ricordano, ma di cui forse furono
spettatrici colline e rive: questi
luoghi che conoscono la sua storia
ma da millenni segreta la serbano
per aver fatto voto di silenzio,
taciti testimoni di uno scandalo;
vecchio mare che rumina alghe e sassi,
e rimugina a lungo su un errore
non rimediabile, ne porta il peso
che non può con nessuno condividere.
.
.
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Rime di spuma e vento
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I
Custodi del ricordo
della genesi: onde,
prime madri del mondo
e di tutto ciò che trascorre;
.
nel vostro terribile gioco
torna bambino il tempo,
dal vostro ingenuo scempio
.
trae origine il fuoco
che in una perpetua catarsi
consuma e resuscita gli astri.
.
.
.
Doni del mare
.
Il forziere delle onde rovesciandosi
contro gli scogli rende indietro agli uomini,
secoli dopo, quanto loro il mare
in pegno del suo canto strappò via:
restituisce alla riva relitti
di città andate a fondo, di equipaggi
sorpresi da un fortunale, un biglietto
nelle tasche di chi si arrese alle acque,
dracme ossidate, amuleti incrostati
di salsedine, schegge di polene
strangolate dalle alghe, marce assi
di carene, frammenti luccicanti
che il fondale trattiene e poi rigurgita
dai suoi intestini, monche mappe e pagine
dei diari di bordo, in cui pionieri
avvistamenti e miraggi annotarono
lungo le loro traversate, e nomi
di costellazioni mai viste prima;
mare, concedimi altri dei tuoi doni,
la chiave attendo che sciolga il tuo enigma.
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Guglielmo Aprile è nato a Napoli nel 1978. Attualmente vive a Verona. È stato autore di alcune pubblicazioni di poesia (“Il dio che vaga col vento”, 2008; “Primavera indomabile danza”, 2013; “L’assedio di Famagosta”, 2015; “Il talento dell’equilibrista, 2018; “Elleboro”, 2019; “Farsi amica la notte”, 2020) e di studi critici sulla poesia del Novecento e su alcuni classici della tradizione letteraria italiana.
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Nota di lettura di Angela Greco AnGre

Sinfonia del mare (Il Convivio Editore, 2021) è il nuovo edito di Guglielmo Aprile. Il titolo rende al meglio la materia trattata: versi godibilmente orecchiabili e di apprezzabile matrice classica, che parlano al lettore della passione per l’elemento acqueo attraverso esperienze sensoriali e materiali vissute, che rendono il mare quasi un genitore al quale il poeta si sente molto legato e del quale fa percepire un crescendo sonoro di pari passo con lo scorrere dei versi. Il sostantivo “mare” ricorre quasi in ogni lirica; quasi a voler riproporre lo sciabordio marino che lambisce la battigia, mentre si vede il poeta in un limbo tra terra e acqua, in un momento intenso, assorto su quanto gli scorre dentro e intorno. E’ l’orecchio ad essere chiamato in causa insieme all’occhio, in questa raccolta poetica densa, che incuriosisce il lettore e lo induce a riaprire la riflessione sull’elemento primordiale dal quale ha avuto origine, in fondo, la Vita stessa.

Emerge anche la nostalgia per mondi perduti e affetti passati, ricordi di viaggi e riflessioni che coinvolgono il lettore, che si sente trasportato dal mare fin nei meandri dove vuole condurlo il poeta, che mai perde i remi, né la direzione – per rimanere in una metafora marina – di una poesia molto ben scritta e di cui conosce bene meccanismi e tradizione. Guglielmo Aprile non si stanca di dire del suo mare, che verso dopo verso, diviene metafora collettiva, che non risparmia argomentazioni meno dolci per rendere al meglio anche il presente. Dell’ambiente marino non manca nulla e ogni dettaglio è trattato con competenza e sensibilità; si avverte forte il legame dell’autore con qualcosa di cui sembra patire l’assenza nel quotidiano e che cerca ogni qualvolta gli sia possibile per poi restituirlo – a se stesso prima di tutto e poi al lettore – in poesia. Una netta lirica melodica e malinconica, che fa vibrare le corde degli animi più delicati. [Angela Greco AnGre]

Rosaria Di Donato, estratti da Preghiera in Gennaio con una nota di lettura di Angela Greco AnGre

Il sasso nello stagno di AnGre poesia edita

Preghiera in Gennaio”, prefazione di Marzia Alunni e postfazione di Lucianna Argentino, è il nuovo edito di poesie della romana Rosaria Di Donato per i tipi Macabor (2021). Il libro prende le mosse da un precedente formato elettronico pubblicato in un lit-blog qualche anno prima (QUI la nota di lettura) includendolo e arricchendosi di inediti e nuova luce; dedicato anche a Fabrizio De André, da cui mutua il titolo, è una raccolta di poesie a tema religioso, che guarda anche al difficile periodo socio-sanitario che ancora stiamo attraversando, come esplicitamente si evince dal testo in apertura, “lockdown”, un tassello di memoria dettagliato, quasi un monito per il lettore, con la funzione sostanzialmente di mettere in evidenzia la finitudine dell’essere umano, tornata in auge dopo gli ultimi eventi vissuti a livello globale.

Il libro prosegue con una carrellata di personaggi biblici e della tradizione cattolica a cui la poetessa dedica o chiede grazia, mostrando un’accurata conoscenza e una sensibile voce, dal tono pacato, che ben rendono il tono religioso a cui si ascrive questa scrittura; il verso breve coadiuva il genere preghiera, anche se la Di Donato in più di una occasione sembra piuttosto dialogare con le sue entità più che porsi nell’atteggiamento del fedele che chiede di essere ascoltato. L’uso reiterato della minuscola per indicare i santi e persino Dio azzera i ruoli, riportando i personaggi sacri al momento della comunanza con tutti gli esseri viventi, al prima che fossero assunti come esempi ai quali votarsi in senso religioso. Perché nelle liriche di Rosaria Di Donato è l’Essere Umano al centro e la sua è poesia religiosa nel senso che riporta alla luce il sacro e il rapporto con esso, che è in ciascuno di noi.

Il dio e i santi chiamati in causa in questa “Preghiera in Gennaio”, ricca anche di rimandi a situazioni bibliche, non sono lontani dal lettore; anzi, si innestano e partecipano della vita, quasi interagiscono, in un’analisi lucida e costruttiva delle loro gesta e degli episodi della loro esistenza, utile esempio in primis per la poetessa stessa, che dell’incontro con loro ne ha fatto un momento privilegiato della propria vita, e poi anche per chi legge. La breve prosa poetica finale, in cui si rivela la realtà riferendola ai Poeti, desta il lettore riconsegnandolo ad una dimensione decisamente umana, della quale è difficile liberarsi. [Angela Greco AnGre]

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Estratti da “Preghiera in Gennaio” (Macabor, 2021) di Rosaria Di Donato

arcate di luce

arcate di luce nel cosmo
ma preferiamo il buio
le tenebre che invadono
e corrodono
senza un altrove
muto il rumore dei passi
.
§

renovatio

al tuo spazio interiore
volgi lo sguardo
profondamente
cerca la luce
dentro te troverai
ruscelli e laghi
e tutto ciò che fuori
non esiste più
.
§

my god

nel mio cuore
hai segnato
sentieri di sole
nel mio spirito
coltivi
fioriti giardini
ti adoro
signore
e ti amo
con amore
infinito
.
§

Torno all’amore dei poeti perché imperituro, eterno, simile a quello divino. Solo che l’amore di Dio, è misericordioso, mentre quello dei poeti è «impietoso»: vero e nudo come il primo uomo nel giardino dell’Eden, l’io lirico si muove tra scabrosità e armonia trovando un ritmo nel caos. È dono la parola annunciata, è legame che forgia il mondo, che va oltre le cose sconnesse.

***

 Rosaria Di Donato è nata a Roma dove vive. Laureata in filosofia (quadriennale e specialistica), insegna in un liceo classico statale. Ha pubblicato cinque raccolte di poesia: Immagini, Ed. Le Petit Moineau, Roma 1991; Sensazioni Cosmiche, Ed. Le Petit Moineau, Roma, 1993; Frequenze D’Arcobaleno, Ed. Pomezia-Notizie, Roma 1999; Lustrante D’ Acqua, Ed. Genesi, Torino 2008; Preghiera in Gennaio, Ed. Macabor, Francavilla Marittima (CS) 2021. Ha partecipato all’antologia Nuovi Salmi a c. di Giacomo Ribaudo e Giovanni Dino, Ed. I Quaderni di CNTN, Palermo 2012. Alcuni suoi testi sono presenti in Voci dai Murazzi 2013, antologia poetica a c. di Sandro Gros Pietro, Ed Genesi, Torino 2013. Poesie dialettali sono inserite nella Rivista i fiori del male 2013 n. 55, quaderno quadrimestrale di Poesia a c. di A. Coppola. Ha partecipato con il gruppo Poeti per Don Tonino Bello alla realizzazione di Un sandalo per Rut Oratorio per l’oggi, Ed. Accademia di Terra D’Otranto – Collana Neobar, 2014. E’ presente nell’antologia I poeti e la crisi a c. di Giovanni Dino, Fondazione Thule Cultura, Bagheria 2015. Ha pubblicato l’ebook Preghiera in Gennaio nella collana Neobar eBooks nel 2017. Ha partecipato all’ eBook n. 217: Proust N.7 – Il profumo del tempo, di Aa. Vv. (LaRecherche.it – Un accordo di essenze). Nel 2019 ha partecipato all’antologia poetica “ Break Point Poetry – Città Poetica”, c. di Patrizia Chianese, nell’ambito dell’ Estate Romana. Ha partecipato all’antologia “Ho sete, l’Arte si fa Parola”, a c. di Maria Pompea Carrabba e Ella Clafiria Grimaldi, Ed. SarpiArte 2020. Collabora a riviste di varia cultura e i suoi volumi si sono affermati sia in Italia che all’estero, con giudizi critici di Giorgio Barberi Squarotti, per esempio, e traduzioni di Paul Courget e Claude Le Roy (riviste Annales e Noreal). Partecipa al blog Neobar e a vari siti letterari sul web. Vincitrice di alcuni premi di poesia, si interessa di arte, cinema, fotografia. Dal 2016 cura un laboratorio di scrittura creativa nel Liceo in cui insegna. Premio DonnArte 2020 (Associazione Internzionale Il Tempo delle Donne).

Lucia Triolo, estratti da Debitum e una nota di lettura di Angela Greco AnGre

Il sasso nello stagno di AnGre poesia edita

“Le poesie di Debitum rimandano a qualcosa di già detto da altri, e a cui si deve la loro nascita. Così in gioco è sempre il riferimento all’altro; un altroche, già dall’origine, prende il testimone della parola per vederla continuare senza alcuna garanzia che quel che è inteso nel “verso” che precede sia esattamente quel che è inteso nella “verso” che ne scaturisce. Se il senso del “debito” si lascerà cogliere sarà in direzione di una poesia che si offra come territorio di incontro e di scavo: una poesia che si abita più che una poesia che si legge” (estratto)

POESIA FERITA

….“la poesia si ferisce in noi, e noi
…..alle sue fughe”
…..René Char, Due rive ci vogliono
.
.
Cosa si dirà alla fine
del fuoco prigioniero?
un’ altalena il peso
di quel velo
.
ecco:
i propri sentimenti
e la follia di mostrarli
l’elefante è in scena tra i bicchieri
e…questa follia a stravolgere
ogni custodia
a rovesciare come un guanto i mondi
e i muri bianchi
.
la poesia si ferisce a morte
nel pusillanime canto
imprigionando sprigionando fuoco
quando il coraggio non fa luce
e noi
un po’ vigliacchi
un po’ eroi…
.
sono nata dicendo “ti amo”.
.
.
.

SE ESISTI

….“Se esisti per davvero-fatti avanti”
…..Nina Cassian, C’è modo e modo di sparire  “Preghiera”
.
.
Se esisti per davvero non ti fare avanti
è tardi ormai
.
senza di te ho girato
nei bar dai tavolini vuoti
nelle stanze a pensione ho frantumato assenze
.
senza di te ho pensato
il mio lungo racconto
mostravo in giro il corpo
giovane e bello
per far pubblicità al cervello
.
Tutti i miei sguardi erano
più di un forse
se senza di te ho schivato urti
scavato tenacia nel verde delle foglie
ho sghignazzato e riso
ho raso il pelo ai morti
.
.
Ora lascia che muoia ostinata
non risuscitarmi
voglio vendicarmi
del vuoto che c’ è in te
farti capire e mordere l’assenza:
.
se esisti per davvero
sarai tu a
piangere per me
.
.
.
I BARBAGIANNI DELLA MORTE
.
……“Nessuno tocchi Caino”
.
……..non uccidetemi
……..ho dei ricordi
.
guarda la morte
come salta alla corda
ho addomesticato le sue streghe e i barbagianni:
sul volto dell’abbandono
oggi c’è un sorriso
accade una memoria
un segreto smette di riposare
su una smorfia
e uno scambio di intese
apre la casa alle parole
.
……non morirò con me
……ho una storia

  .

(gli esergo nelle pagine del testo sono spostati molto più a destra, mentre in questa sede non si è potuto riportare i versi in maniera differente.)

Lucia Triolo è nata e vive a Palermo, nella cui Università ha insegnato Filosofia del diritto. Il suo impegno come scrittrice di poesia è abbastanza recente: ha pubblicato per la G.A Edizioni: “L’oltre me” (Maggio 2016), per le Edizioni il Fiorino: “Il tempo dell’attesa” (Maggio 2017), per La Ruota Edizioni: “E dietro le spalle gli occhi” (Febbraio 2018), per BIbliotheke Edizioni: “Metafisiche Rallentate” (Ottobre 2018), per DrawUp Edizioni: “Dedica” (Aprile 2019), ancora per La Ruota Edizioni: “Dialoghi di una vagina e delle sue lenzuola” (Maggio 2019), “Debitum” (Aprile 2021) per Prometheus Edizioni. È presente in numerose riviste e antologie pubblicate nel quadriennio 2016/19. Numerosi i riconoscimenti di rilievo e la partecipazione a riviste di settore e a prestigiose antologie, quali l’agenda poetica Il Segreto delle fragole 2020 (Lietocolle edizioni), l’antologia Poeti per L’Infinito (V. Guarracino a cura di) e la recentissima antologia Una furtiva lacrima (V. Guarracino, a cura di)

*

Debitum di Lucia Triolo letto da Angela Greco

Si intitola “Debitum” (Prometheus, 2021, con un saggio critico di Giuseppe Cerbino) l’ultima raccolta di poesie di Lucia Triolo (Palermo, dove è nata e vive ed ha insegnato Filosofia del Diritto nell’Università cittadina), dinamica e prolifica autrice molto attiva anche in ambito telematico. Superato l’efficace saggio introduttivo, che accende una luce chiara ed esaustiva sull’opera, ci si imbatte in una raccolta – o, meglio sarebbe definirla operazione letteraria – dal titolo a parer mio onesto, visto che ogni scrittore di versi deve sempre qualcosa a quelli che chiama maestri o, quantomeno, alla poesia e ai poeti che lo hanno preceduto; e, di fatti, si può parlare di un’opera corale, redatta dalla poetessa insieme con tutti gli autori che chiama a raccolta in esergo ad ogni componimento e ai quali fa riferimento.

Un percorso che parla di altri per dire di sé, fondamentalmente, come tutta la Poesia sa fare, tributando l’importanza della lettura e della conoscenza degli altri poeti per giungere al lavoro editoriale proprio; un utile strumento, questo edito della Triolo, per venire in contatto con il faticoso lavoro di studio che ogni scrittore di versi (e non solo) dovrebbe compiere.

L’autrice “dialoga”, anzi, interagisce con i suoi Autori intessendo ipotetiche continuazioni-interpretazioni di pensiero con i versi da cui nascono i suoi stessi versi, generando commistioni tecnicamente complesse che, però, fanno sorgere nel lettore la voglia di rileggere gli originali da cui sono stati estrapolati i versi “generatori” di questi componimenti della Triolo.

L’arditezza di taluni accostamenti lascia perplessi, come nel caso di “Burro fuso” che in esergo riporta celebri versi di Leopardi tratti da “A Silvia”, ma il titolo si riferisce ad una similitudine della poetessa riferita alla giovinezza che “mi precipita in bocca / come burro fuso” e fa piacere incontrare poeti contemporanei e vicini, come nel caso dell’esergo tratto da un componimento di Flavio Almerighi, ma molto più spesso ci si ferma a riflettere su cosa leghi le citazioni alle poesie dell’Autrice e questo è un bell’esercizio.

Se si potessero slegare gli estratti celebri dalle poesie raccolte in “Debitum” – ed è un’operazione, a parer mio, legittima per il lettore che, come me, vuole toccare con mano il frutto dell’autore che sta leggendo – ci troveremmo di fronte ad una sincera poesia contemporanea, godibilissima anche e forse soprattutto senza tributi, che spesso suonano come captatio benevolentiae, composta come da tradizione sull’onda emotiva della paura della morte e del tempo che passa e, soprattutto, aderente ad un lirismo che piace, poiché in Lucia Triolo è vivo il cuore che batte e che, su tutto, ama. [Angela Greco AnGre]

Alessia e Mirta di Raffaele Piazza letto da Angela Greco

alessia-e-mirta-2019AIessia e Mirta (Ibiskos Ulivieri, 2019) è una silloge di versi redatta da Raffaele Piazza (Napoli, 1963) subito dopo Alessia, una raccolta precedente prodotta dall’Associazione Salotto Culturale Rosso Venexiano nel 2015, che subito apre alla curiosità su come possa un poeta titolare per ben due volte un libro inserendo lo stesso nome di donna. Evidentemente l’argomento non si era esaurito con la prima pubblicazione, ma sorge anche la domanda su cosa possa rappresentare per l’autore questa donna o questa figura o, perché no, questa metafora alla quale nella seconda pubblicazione affianca un altro nome femminile, Mirta, che, però, nel libro non trova l’ampio spazio dedicato alla prima.

Alessia, come ho già scritto in precedenza a riguardo della prima opera, è un mantra, una formula magica, una figura reale seguita passo passo, giorno dopo giorno, attimo dopo attimo con la perizia del segugio, l’affanno di chi ne è in qualche modo coinvolto, l’ossessività del voyeur che, però, non si limita a guardare da un minimo spazio immaginando il resto; di Alessia sappiamo quello che fa, quello che vive, quello che impara, addirittura viene detto della sua vita sessuale con l’innamorato, quasi dovesse per una scelta forzata dell’autore, far parte per forza del vissuto anche del lettore. E personalmente avverto l’ingerenza, la pressione, la forzatura, al limite del respiro affannoso e non riesco a nascondere la difficoltà caratteriale di essermi dovuta intromettere gratuitamente in una vita altrui in maniera tanto esplicita.

Una scelta ardua, quella che opera Raffaele Piazza, coraggiosa da certi punti di vista, emblematicamente resa manifesta nell’indice del libro, dove ci si ritrova come in un cinema muto la cui pellicola, a fine proiezione, sganciata dal macchinario, reitera sempre lo stesso fotogramma, lasciando allo spettatore solo il suono di un inciampo, di un ostacolo da cui difficilmente ci si riesce a liberare, fino a restarne allucinati, drogati, inebetiti. Perché il rischio che si corre con tale abuso è di perdere di vista tutto il resto: superata la naturale curiosità dei primi eventi, si entra in un meccanismo di perversione, violando la sacralità del non detto che in poesia ha un ruolo importante. Forse, ma è un parere tutto personale, eliminando i titoli, si sarebbe ottenuto un effetto più armonico e maggiormente coinvolgente. Perché non tutti siamo curiosi morbosi tali da poter vivere con serenità questo libro.

Oltrepassato ciò, la poesia di Piazza si conferma anche in quest’opera di stampo diaristico, minuziosa nel dettaglio, originale in alcune trovate linguistiche, degna di questo tempo, in cui per la maggior parte delle persone le giornate non assumono sfumature particolari e si realizzano tra abitudinarietà e vizi da fruitori di mezzi di comunicazione di massa. Perché scorrendo le pagine di Alessia e Mirta si ha un po’ la sensazione del Grande Fratello seppur con una veste da sera, quella della poesia, con gli occhi sbarrati su uno schermo e ormai incapaci di molte cose. Resta però il fatto che una poesia simile, destreggiantesi tra le piccole cose e quel gradito (ai più) grado di orizzontalità, è bene accetta, oggi, da lettori ormai avvezzi ad un certo livello letterario, supportata anche da nuove tendenze che mirano all’instaurarsi di correnti poetiche (ri)fondate sul non senso e sull’alleggerimento di pensiero e contenuti, assolutamente aderenti ai nuovi processi cognitivi di questi ultimi anni, dove le domande fondamentali sono in via di estinzione e il relativismo fa il resto. Oggi, tutta la poesia è una buona poesia, per molti, per troppi. Ma non si vuole, in questa sede, utilizzare la silloge di Rafaele Piazza per fare critica al sistema, me ne guarderei bene; sta di fatto, purtroppo, che la Poesia ha, tra i suoi dolenti ruoli, anche quello di far riflettere il lettore ed io non mi sottraggo a tanto.

Dopo queste riflessioni, non risulta fuori luogo pensare che “Alessia” sia proprio il tempo e soprattutto il tempo che passa e che la sua reiterazione altro non sia che l’umano e comprensibilissimo gesto di trattenere – per le ragioni più disparate e, in questo caso, da ritenersi tutte plausibili – quello che si sa benissimo non tornerà più. “Mirta” è, invece, l’incursione dell’evento fuori dall’ordinario, che sia un ricordo o un desiderio non fa differenza; senza entrare nel dettaglio del rapporto che intercorre tra il poeta e le figure di cui scrive, ma limitandosi alla lettura dei testi, Mirta è colei che finalmente spezza la routine, ma di cui il poeta sembra avere quasi timore, mentre corre e scorre la sua vita interamente votata e dedicata ad Alessia. [Angela Greco AnGre]

***

Tre poesie tratte dal libro:

Alessia a Roccaraso
 
Treno, ferrovia locale dalla
neve leggera nel candore dell’
anima di ragazza Alessia.
Materico incantesimo nel freddo
per resurrezioni ad ogni passo.
Pensa Alessia a Roccaraso
a Giovanni che la raggiungerà
stasera e all’amore all’Hotel
Paradiso, stanza 8. Attimi nivei
e sorride Alessia e sul vetro
appannato della camera scrive
Giovanni per sempre.
A proteggerla una conca
di tramonto e così esiste
Alessia.
 
 
Alessia al matrimonio
 
Aria di festa azzurra di cielo
a interanimarsi con di Alessia
l’anima (si sposa Veronica
l’amica), agosto di sorgente.
Alessia e Giovanni dalla chiesa
escono dopo la funzione
per la vita.
Riso gettato di augurio buono,
a Posillipo di Sant’Antonio
la chiesa. Trasale Alessia
e pensa al suo matrimonio
o se sarà leggera convivenza
senza figli. La mappa per
la duale scelta, limbo
duale per Alessia e l’amato
e Veronica è incinta.
 
 
Mirta nel mio specchio
 
Sei nel mio specchio, Mirta,
campiti i nostri volti
nel vetro che pare infinito.
Ti sei uccisa, Mirta, e non
ci credo e invece è lutto
per la bandiera della mia
vita. Abbiamo mangiato
insieme al ristorante
dei vivi e mi parlavi di
Anne Saxton anche lei
suicida. Dicevi la vita
è bruttissima come una
bambina di 44 anni, Mirta,
donna dei boschi e prigioniera
del tuo film.
 

 

In un remoto altrove di Felice Serino letto da Angela Greco

Felice Serino, In un remoto altrove – poesie, 2018 presentazione di Donatella Pezzino, autoproduzione da richiedere gratuitamente all’autore (tramite il profilo social), oppure – da aprile 2020 – scaricabile dalla piattaforma ISSUU, è la nuova raccolta di questo poeta campano (Pozzuoli, 1941) residente a Torino.

Immediatamente risulta particolarmente degno di nota il fatto di aver messo a disposizione dei lettori la propria opera senza remunerazione; indice di una certa idea di poesia che trova compimento nello scrivere per donare all’altro il proprio sentire, il proprio vissuto e il proprio vedere. Poesia come dono, quindi; concetto che altre volte ho attribuito a Felice Serino, anche legandolo alla sua prolificità.

I testi presentanti nella silloge In un remoto altrove fanno riferimento all’anno 2018 e hanno la delicata bellezza – mi si conceda la metafora – di un cielo trapunto di stelle, ognuna con la sua luce particolare e tutte insieme pronte a rischiarare notti tutte uguali per buio, silenzio e solitudini. Vengono confermati i temi propri di questo autore, il rapporto con il sacro, la trascendenza, la passione artistica e l’attenzione verso gli accadimenti dell’esistenza, sottolineando un percorso autodidatta che nel tempo ha condotto Felice Serino, senza dubbio, ad un certo livello e ad un valore confermato dai lettori, che in questi versi ritrovano attenzione e dettagli degni di nota. Tra queste pagine si avverte nitido e si legge con ricchezza di linguaggio l’amore del poeta per la sua materia, la Poesia, alla quale vengono dedicati versi colmi di rispetto e speranza, ma anche di meraviglia, come se tutto il tempo già trascorso a scrivere fosse un tempo mai passato, ma ancora nuovo e tutto ancora da vivere; un tempo, quello della poesia, che rende vivo e appassionato il poeta, che felicemente ne trasmette al lettore.

Una presenza che si lascia osservare da vicino, e che mi piace evidenziare in questa sede, in un remoto altrove, dove per remoto si intendere non già un luogo lontanissimo nel tempo, quanto piuttosto un punto lontano dall’occhio per il quale, però, è ancora possibile la visione distinta, è quella dell’angelo, presente in un nucleo centrale di componimenti, i cui versi spesso definiscono anche la poesia stessa e finanche il pensiero dell’autore: è ubiquità ed ali l’angelo / o essere-pensiero; asimmetriche tracce / lascia la poesia ch’ esprime / l’angelo-farfalla; poesia / è dove l’angelo perde una piuma; nella camera della mente / non è detto non t’appaia l’angelo / dell’ affresco / che ti rapì quand’ eri bambino; memoria di volo / dell’ antenascita – quando l’ angelo / benigno si piegò / nel vestire la carne. Un messaggero reale, l’angelo di Felice Serino, che avvicina l’Uomo alla parte meno tangibile, alla sfera celeste, all’oltre-umano, che appare nelle poesie, al posto della divinità e in nome del sacro, completando quel dualismo carne-spirito molto forte nel pensiero dell’autore, nella speranza di avvicinarsi sempre un po’ di più al secondo, attraverso la riflessione e l’esperienza del primo.

Le altre poesie di questa silloge levano liriche a svariati argomenti, momenti che hanno suggestionato l’autore e attimi che hanno mosso penna e sentimento e che si configurano come luoghi di riflessione per il lettore, che mai esce deluso dalle pagine di Felice Serino (in chiusura si riporta una breve selezione di testi), il quale, con maestria, conclude questo nuovo lavoro con una poesia intitolata “Alba”, che già di per sé è un programma ed un invito alla prossima pubblicazione. [Angela Greco]

*

Alba
.
nella luce che sale
generosa sei
come musa che l’abbrivio dà
col primo verso
.
-aria
di vetro – parola sospesa
.
come andare in mare aperto
.
sogno o stato di grazia
.
.
.
Quella che appare
.
quella che
appare – che luccica o getta
ombre – non è la realtà
che credi
.
se ci pensi: perfino
quest’essere-soma non è
reale ma in divenire – carne
e proiezione del cielo
.
reale è ciò che non
vedi – e che ti fa dire
Amore
.
quando ti genufletti nella luce
.
.
.
Tu madre del mio silenzio
.
tu madre del mio silenzio
tu cattedrale del sangue
indiato
.
-poesia- apri lunghe sospensioni
e varchi
e archi di luce ricrei
tra ciglia d’amanti
.
tu fai spuntare fiori tra le pietre
preservi un raggio di sole
.
per gli occhi persi
del povero cristo
nei giorni anodini
.
.
.
Ai margini del foglio bianco
.
occupi il bianco ai margini
dove apporre note
varianti
.
restano obliqui segni
come di ferite
su aborti di pensieri
.
è il vasto mare del possibile
.
vi si estenua
nelle sue immersioni il sub
per una parola-perla
.

Rileggendo l’anno appena concluso: Disattese – Coro di donne mediterranee di Giovanni Luca Asmundo,nota di Angela Greco

Pubblicato, come riconoscimento di merito all’autore, quale primo classificato al “Premio Versante ripido” – prima edizione 2019 per poesia edita e inedita, con postfazione di Cinzia Demi, nella collana omonima (creata per scopi di autofinanziamento e reperibile unicamente tramite i marketplace Amazon) della stessa Associazione di promozione sociale Versante Ripido, Disattese – coro di donne mediterranee è la nuova brillante prova poetica di Giovanni Luca Asmundo, classe 1987, architetto e ricercatore universitario nato a Palermo e residente per lavoro e studi a Venezia, autore già di un’altra opera vincitrice di concorso Stanze d’isola (Premio Felix 2016, Oèdipus Ed.) e coautore di Trittico d’esordio (Ed. Cofine, 2016), che segna il suo esordio nella poesia edita.

Disattese è suddiviso in due sezioni di medesima lunghezza, ventuno componimenti per parte numerati con numeri romani – non si consideri superfluo, in un poeta votato alla sottrazione, il fornire dettagli sulle caratteristiche dell’opera – che racchiudono un decennio di poesie: I. Permanenza 2009-2017 e II. Migranza 2017-2019, sezioni, che possono essere considerate poemetti a giusta ragione, per continuità d’argomento e soggetti (anche se non si tratta propriamente di eroi in senso classico), presentate in maniera da costituire nella totalità una narrazione in versi vera e propria, distribuita con la già provata bravura costruttiva letta nell’opera precedente (Stanze d’isola), mirante alla realizzazione di una solida struttura entro cui muoversi con personaggi, azioni e, nel caso di Gianluca Asmundo, anche speranze e silenzi, ovvero tutti gli elementi di quel senso corale di cui è pregna la sua opera. Ciascuna sezione, narrante un tempo passato ed uno attuale, è introdotta dall’esergo di un poeta greco: Ghiannis Ritsos (un verso da Le vecchie e il mare), greco moderno, introduce la sezione in cui la poesia parla di un tempo antico, mentre Sofocle, con una citazione dall’Antigone, apre la sezione che si può considerare più vicina. Fermo restando che la suddivisone temporale non è indicativa, poiché tutto Disattese – nonostante l’elegante presenza di arcaismi funzionali all’eco classicista della poesia di Gianluca Asmundo e “coro” nel sottotitolo dice bene a riguardo -, come la buona poesia ben sa, è a-temporale, parlando con cognizione di causa di accadimenti e sentimenti comunque attuali.

La sensazione ricorrente e positivamente coinvolgente nella lettura del libro, sia che si incontrino donne di una certa età, sia che si abbia a che fare con le protagoniste della seconda sezione, è quella della sospensione, dell’attesa di un evento, di un qualcosa che smuova le acque del così è, che muti lo stato dei fatti dinnanzi al quale si rimane in ascolto, del proprio passato, delle proprie esperienze, dei propri silenzi, divenendo tasselli di un disegno più grande, che accomuna ieri e oggi, in una sacralità che prescinde dal credo religioso, nonostante il destino disatteso, nello spazio circoscritto solo geograficamente del Mediterraneo: “Storia di donne escluse / riunite dal mare essiccato / la madre, la figlia, la Vergine / Nigra sum sed formosa”.   Le donne di Asmundo, intese comunque quali il femminile di un binomio (si accetti ad esempio per tutte, come pure citata nella motivazione della giuria al premio, Penelope, che aspetta, lavora e agisce in prospettiva di Odisseo e di Telemaco), in questa opera non sono eroine che tendono al protagonismo personale (l’autore, in maniera mirabile non scade mai nella retorica, né nell’uso strumentale degli argomenti trattati), ma sono fili differenti di uno stesso ordito lavorato al telaio del tempo e della storia, che solo insieme, coralmente, potranno riscattare non solo se stesse, ma anche la loro progenie, guadagnando con la sopportazione e mai sottomissione, il futuro che sperano nonostante tutto: “L’irriducibilità delle stelle / era pari alle braccia delle madri. // Non più vasi in testa, mutati i fardelli / ma sempre un arcaico sorriso giocondo / e il gomito ad anfora greca”.

Un ruolo particolare nello scorrere dei versi è svolto dal silenzio e dalla solitudine (ogni componimento reca in sé un rimando a questi temi: “una volta rimasta sola”, “specchiarsi in una sorda ossidiana”, “restavano fredde le pietre del forno”, “le rive delle ultime sponde ammutite”, “tacquero i pesi pendenti dai fili”, ad esempio) intesi non già come mancanza di voce e di compagnia, ma come momenti privilegiati per la riflessione, per il pensiero su quel che è stato o sul da farsi; un silenzio costruttivo, in cui nulla si perde della forza e della speranza tratteggiate altrove, ma che è compendio, ampliamento del progetto (di costruzione di una umanità migliore) che il poeta affida (anche) a questa sua opera. Silenzio, che si pone come contrappeso alla parola divenuta oggi inevitabile, equilibrando pieni e vuoti della narrazione e lasciando spesso nel lettore la sensazione che l’autore propenda maggiormente per il non detto affidato ad un sentire che bene emerge dal lavorio di cesellatura del blocco-scrittura, nel quale ogni elemento è stato scelto con cura e lodevole attenzione.

L’autore di Disattese – coro di donne mediterranee, tra ricordi di viaggio, andate e ritorni e visoni lucide attraverso occhi capaci di traguardare la bruttura di cui siamo partecipi in questi tempi, raccoglie scene e pensieri di un cammino che compie da anni e che trova ampio spazio nei suoi luoghi telematici e nei suoi differenti lavori, con la promozione – si legge nella sua nota biografica – di “progetti di scrittura e fotografia su diversi temi quali migrazioni e dialogo, cura dei luoghi, riflessioni sulla città e il paesaggio contemporanei”: alcuni componimenti di quest’ultima opera mantengono il tono diaristico di chi si sposta per ragioni diverse e prende appunti; appunti che, in una fase successiva, prendono forma di poesia, mantenendo salde le sensazioni della prima stesura, della meraviglia con cui sono stati captati tra tanti segnali differenti: “La piccola A. vive tra il sole e la terra / olio e miele il suo dono nel deserto / […] Sopra la porta della su stanza / è disegnata una stella marina / ma non sa cosa ci sia oltre il blu./ In mezzo al mare c’è un’isola grande / dove io sono nato”. Viaggi, dell’autore attraverso i suoi protagonisti poetici, che rimandano sempre echi del luogo d’appartenenza, quasi a voler sottolineare con la dolcezza che è cifra di questo poeta, che qualsiasi distanza, fisica o metaforica,  non può mai recidere o far dimenticare quel legame con la radice per antonomasia, ossia l’essere persone, viventi di un sistema plurale, che può funzionare solo se ciascuno e tutti svolgono al meglio il proprio ruolo, la propria parte, come splendidamente si legge in chiusura: “Se coglieremo con dita gentili / i frutti maturi della decadenza / per ripiantarli al riparo dal salso / in salvo dietro le dune sabbiose / d’infanzia d’altri, non più distinti // se accosteremo le gemme trovate / e quelle recate fin dagli scogli / schiuse le mani non più protettive / coltiveremo giardini d’approdo // se volgeremo la nuca in profilo / esso disegnerà un’unica costa / per il medesimo viso / un mare fiorito.” [Angela Greco]

*

Alcuni estratti:

XIX.
Teneramente arriverai ai tuoi cent’anni
di sorrisi asciugati e pacifici
dimenticate storie e filastrocche
ma l’aspetto sempre curato e nell’armadio
le grucce con i sogni appesi
e nell’angolo il sacchetto di lavanda
.
.
.
.
II.
Non un limone, siamo giardino
dai verdi getti slanciati nel sole
gemmiamo l’aria, se ascolti il lucore
corale di un unico manto di zagara
non c’è confine, se non la plurale
pace esultante dei muri essiccati
meraviglia di mille sterpaglie.
…………………………………a Salma Zidane
.
.
.
XVI.
Nutriamo la lingua d’erranze
di approdi e partenze, di soglie
del mutuo baciarsi dei venti
del pianto di sale diviso, sorelle
bianca solarità in bocche addolcite
.
grani e parole in terreni
di nuovo linguaggio
lo spazio ricresce spontaneo
tra le erbe pestate.

 .

Rileggendo l’anno appena concluso: Zero al quoto di Fabrizio Bregoli – nota di Angela Greco

Zero al quoto di Fabrizio Bregoli letto da Angela Greco

Si apprende dal vocabolario che in aritmetica, “quoto” è il quoziente esatto, senza il resto, e l’espressione utilizzata nel titolo – zero al quoto – indica una potenza con base zero elevata a zero, ossia qualcosa di impossibile da risolvere, che, al di là dei dibattiti tra addetti ai lavori numerici (a cui pure l’autore, laureato con lode in Ingegneria Elettronica, con buona probabilità è avvezzo), sconfinando in problemi di ben altra natura da quelli meramente matematici, giustifica la materia sottesa al titolo stesso, la poesia. Tralasciando le peripezie di pensiero con cui Fabrizio Bregoli dà il benvenuto al lettore della sua opera, Zero al quoto (Puntoacapo Editrice, 2018), per i profani in matematica come me, quello zero, di cui, appunto, nel titolo, attrae, affascina e, dopo aver letto l’impegnativa prefazione Vincenzo Guarracino – il quale pure tenta un dipanare la matassa inerente titolo e silloge – conduce subito alla lettura dei versi, domandandosi se, casomai, quello zero non sia fondamentalmente un punto d’inizio di un’argomentazione poetica, che fin dai primi versi l’autore intesse con testi densi, finalmente lunghi (per questo momento poetico, che preferisce la rapidità di testi fruibili come tweet) e articolati, narrativi a loro modo e che predispongono il lettore ad un ascolto meditato e per forza di cose lento, coadiuvato da esergo, che invitano all’approfondimento dell’ultima poesia italiana d’autore. Con Zero al quoto occorre stare in poesia; non si può altrimenti.

Il primo testo, “Detto? Taciuto appena” titolato in corsivo e collocato al di fuori delle sezioni che compongono la silloge, ha l’aria di una introduzione per il lettore, una presentazione a tutti gli effetti, un presentare e presentarsi in Versi. Foggia o marchio per la memoria fino a domandarsi Eterno quest’istante? / Eterno. Fragile ed eterno e a far comprendere, a mio avviso, che è dell’incontro proprio con la Poesia che si sta dicendo.

“Gli uomini (o la loro ipotesi)” è la prima sezione del libro; subito, la prima poesia (Sapere di te) commuove; un’analisi lucida della realtà, consegna quest’ultima a chi verrà, consigliando quella stessa calma e mancata fretta di cui si è detto poco prima (Non avere fretta, qui tutto scalcia / conoscerai astio, menzogne d’uomini / impietoso linciaggio d’anni, tu / fanne limo profondo di sapienza / verità, come di provvida pioggia / rettitudine e inalterato amore); nel dialogo che il poeta intraprende nei primi due componimenti con un nascituro (La tua presenza è l’eco d’una voce / smorzata nei brevissimi centimetri / sull’esile attorciglio del funicolo) si tenta una prima ricognizione del presente, iniziando proprio dagli esordi dell’essere umano, il concepimento, affermando che La vita è il nulla che le dà principio / l’assurdo che s’intrude nel possibile, per poi subito dare luogo ad una speculazione a tratti filosofica sull’esistenza, portata al lettore anche con metafore efficaci, come si legge in “Consumazione obbligatoria”: E indifferente / se fosse oste o avventore […] se banco o giocatore in quella riffa […] / O era questo suo scoprirsi nessuno / escluso ad ambo i giochi / a riassumerli entrambi?, per giungere, in “Fosse poesia”, ad una chiara esposizione di quella visione nichilista di cui ampiamente nella prefazione: Fosse poesia potrei indugiare / su qualche vezzo cromatico […] / Ma questa scena è minima, assoluta / non si concede appello, assoluzione. / Lui siede agli scalini, tra i piccioni […] / lo sguardo arrovesciato su detriti / di storie, ciò che ne resta tra le unghie / sudice, un bicchiere, stente monete. / Chiede nuda evidenza del suo esserci. // E non serve una poesia, un altro alibi. Nella poesia “Quei ragazzi”, che chiude la prima sezione, è riproposto, nell’ultimo verso, l’istante come unico momento positivo – nel fermo paradiso dell’istante –, ma, tuttavia, senza troppa convinzione.

“Iconoclastie” è l’evocativo titolo della seconda sezione, a “sfondo artistico” viene da dire, nella quale l’autore distilla versi dall’analisi metatestuale di alcune opere d’arte e che si apre con una originale poesia intitolata ad un iconoclasta dei nostri tempi, il personaggio (Làszló Tóth), che nel 1972 vandalizzò la Pietà di Michelangelo, dal cui gesto il poeta trae spunti di riflessione, che vanno davvero oltre il primo impatto con l’atto in sé: Non diverso da affrancare una lettera / o rimboccare le coperte. Fu / la più nuda delle necessità / liberare dalla materia il simbolo. Come / sgomberare una nube dalla fronte. // E quindi estrarne la vena esatta / imporvi la ferita salutare / la grazia rude d’una perdita. / E non restarne vuoto / simulacro, vitello d’oro. // Fra cruna e spazio, lì dove si ferma / l’arduo della luce: solo saperlo / incidere, per lasciarvi una firma / nel sordo martellare del minuto. In questa sezione, degna di nota è il componimento Pietà Rondanini, cesellata, prima dagli occhi e poi dalla poesia, in maniera davvero superba e chiusa con un verso (Guaiva un tram. Poco più in là il Castello) a cui fa eco il poeta stesso costretto a dover lasciare tanta alta materia. Tutta la sezione è votata a far emergere il lavorio di sottrazione, di eliminazione, di trattenimento solo dell’essenziale, detto in versi come Per questo scelsi minima / l’arte, perfetta / la sottrazione (“Concetto spaziale. Attesa”) o L’approdo d’una vita è la cesura (“Pietà Rondanini”) o, ancora, Nello sbiadire d’ombre, di colori / lo sfondo bianco è il cuore che governa / il fulcro esatto, il ganglio del restare (“In questa consuetudine la fede”), alla luce dei quali occorre mettere in evidenza che tutta la poesia di Fabrizio Bregoli ha motivo di esserci, nel senso che non vi è traccia di barocchismi o di superfluo, ma ogni termine, dal più comprensibile, al più difficile, è preciso, utile.

La sezione successiva, “Memorie (da un futuro)” prende il titolo dall’ultimo verso della prima poesia, “Cassandra”, che recita, nel finale, E già scioglie grumi di secoli, scempi / di madri al rogo del loro respiro, /    mutilazioni d’angeli, ed esodi / di moltitudini, e scie di cani. / Lacerti d’un altrove, memorie da un futuro e annovera componimenti dedicati a personaggi e tradizioni differenti, accomunati da un’aurea di sacralità e misticismo, nonché dall’ombra di una madre – maternità, che permea molti testi, e testi più vicini alla realtà del poeta, quali l’impietosa “Centro storico” o “Destinazione d’uso”, che racconta la mutata destinazione, appunto, dei territori della Brianza, nei quali sembra emergere una sorta di ‘rabbia’ contro l’attualità edile, contro la costruzione come manufatto, che poi è memoria e ricordo e, come tale, dovrebbe godere del rispetto opportuno ad opera dell’uomo, il quale non viene risparmiato nelle altre poesie di questa sezione, in un crescendo, che dal passato addiviene ad un futuro felliniano, visto come una rivista, con tanto di personaggi caratteristici, da cui non è escluso nemmeno l’attuale presidente degli USA (Per chi mai custodire questo strenuo / gemito d’alba, un diamante di fiato / che v’incida gola a gola uno spazio / inviolato, una scoria d’orizzonte? […] / E si reclina il viso, s’alza il bavero / ci si rinserra a stento tra le spalle / a un polline di voce che ci assista / in un falsetto a litania di ieri. / Cerea l’alba, di scena la rivista. / Ballerine Nani Trumpolieri, “D’una mattina d’equinozio e spoglio”).

Dopo l’onda di “Memorie (da un futuro)” è la volta di “Diversa densità degli infiniti”, a suo modo mareggiata parimenti, nel senso di carrellata dal ritmo più rapido intrisa di personaggi, rimandi e ricordi di anni vissuti dalla generazione dal poeta, che sembrano in qualche modo voler allentare la morsa di questa poesia importante, capace di calamitare su di sé l’attenzione senza sforzo. Nella sezione, anche se è difficile estrarre una poesia su tutte, attrae “Autarchie”, di cui riporto la prima strofa: Nevica. Bianco che frastorna, libera. / Spazio che la mente rigoverna, ordina. / Che sia questa l’arte: precipitare / come germi d’acqua che cristallizzano, / s’affidano al rigore, a geometrie / spezzate, omotetie frattali. / Esagonalità singolari, uniche / a ripetere la stessa norma, il canone […] Credimi nessuna  / altitudine, semmai la surroga / a quella prima, nostra falsa vita  che, di fatto, riconsegna al lettore il rigore, l’ordine che il titolo matematico presupponeva, ammettendo che tanto non derivi già da qualcosa di esterno, quanto piuttosto sia specchio di qualcosa che già si possiede (autarchia, nell’etimologia sta ad indicare “basta a se stesso”), ricentrando il cardine della poesia di Zero al quoto sull’asse uomo-nichilismo (Nulla credimi // si sconta vivendo, nulla redime. / Nemmeno la bellezza di legge in chiusura di “Leni Riefensthal”).

La sezione “Amba Alagi” propone poesie, come accaduto nei testi appena precedenti, che hanno perso il titolo e si apre con questi versi: Le cose non ci pensano. Le tedia / il nostro agire d’uomini, ridurle / ad appendice, semplice strumento. / Hanno l’antica nobiltà dell’attimo / un’araldica di gesta ovvie, minime, nei quali si conferma come unità di misura del tempo (pur leggendo in un altro testo della stessa sezione, che il tempo non ha coniugazione) l’attimo e si rimarca il concetto di minimo che, dopotutto, è quanto di più prossimo allo zero si possa intendere; Ma pure un piatto sbreccato, una spilla / un guanto liso, un pettine rivendicano / talvolta dignità a esistere, intrudono / nella geografia consueta di anni / la deriva d’un continente prossimo […] / Dopo, tornano al loro buio buono / al santo anonimato dell’oggetto / nell’assoluto garbo del silenzio, silenzio dove sembra voler approdare anche il poeta, il quale in un componimento successivo scrive: fino a giungere, tutti e ognuno, ad una / regione di mezzo, una zona franca. Ad una terra esatta, impareggiabile, in un sottotono smentito soltanto dai rimandi di cui la poesia è felicemente intrisa. La sezione sembra la meta di un lungo ragionamento dipanato per oltre cento pagine, che giunge, dopo tanto peregrinare, a dire Difficile credere / a come la più opaca consuetudine / possa diventare – ora – irripetibile, ossia ad attribuire anche alla più insignificante delle cose, un valore per cui valga la pena vivere, nonostante l’inasprirsi di una mancanza di luce, come nei versi: Nulla di nobile / – viviamo forse delle nostre perdite – / nulla di utile o appena comprensibile. / Ma comunque scriverne. / Arte del dimenticare.

 “Per una poesia possibile” è la sezione che chiude questo denso lavoro di Fabrizio Bregoli e rappresenta una sorta di dichiarazione poetica, in cui l’autore esprime il suo punto di vista sulle forme della poesia, ma anche una sorta di saluto, ancora intriso di pensiero e riflessione, questa volta su una fine ben più grande: Il tarlo dell’addio t’accompagna / così s’impara a morire / sopravvivendo alla consuetudine / dell’ora, del non detto / qui, nella disequazione di parole / e senso, se solo nella provvisorietà  / del tempo è commiato (“I limoni del Garda”), congedandosi dal lettore con questa poesia, magistrale riassunto dell’intera silloge:

         È tutto qui.
Ci s’assottiglia, il garbo d’un asintoto
dove la curva stromba nel suo ignoto
a gradiente rapido, senza antidoto. 
Nell’interstizio fra virgola e intero
punti di flesso fra altrimenti e vuoto,
ennesima potenza a base zero.
.
Sieben acht gute Nacht
Neun zehn auf Wiedersehen.

[Angela Greco]

in apertura: opera di Steven Kenny

Rileggendo il 2019: Il caso Mozart di Franco Pappalardo La Rosa – nota di Angela Greco

“Tutti i personaggi del romanzo sono realmente esistiti, ma le vicende e le situazioni narrate (e il loro intreccio), pur trovando appigli in fonti storiche, costituiscono frutto della fantasia dell’autore.” Per Il caso Mozart (Ed.Gremese, 2009) di Franco Pappalardo La Rosa è doveroso specificare la nota sopra riportata, poiché è romanzo talmente realistico da poter essere, senza dubbi, inteso come romanzo storico propriamente detto. Invece, pur essendo a sfondo storico, Il caso Mozart è un poliziesco atipico, in cui la Storia presta soggetti e contenuti senza pentirsene, alla conoscenza dettagliata dell’autore in materia di leggi, società, stile di vita, musica, arte e finanche bon ton ed economia domestica, per il confezionamento di un libro godibilissimo e dalla rara eleganza, aspetto ormai inusuale nella narrativa contemporanea.

Romanzo poliziesco atipico presto spiegato: fin dal primo capitolo si viene a conoscenza del movente e del colpevole, ma la narrazione non si vota a indagare, secondo i canali propri di questo genere letterario, accanendosi su un quid giallo, ingenerando nel lettore la morbosità di scoprire e quella strana sete di giustizia che non si trova più fuori dai libri. Piuttosto, il romanzo è un grande affresco, coadiuvato dall’aspetto poliziesco incluso nella storia, su temi sociali e morali, dalla lettura dei quali, oltre a conoscere la società viennese della fine del XVIII secolo, si possono trarre spunti di riflessione evergreen, prestando attenzione ad alcuni aspetti, che sembrano non essere ancora mutati nell’attuale società.

Di fatto, lo sfondo storico e la vicenda poliziesca sono la cornice (e mai termine fu più appropriato per un romanzo che somiglia moltissimo ad una grande tela dipinta nei dettagli) per trattare il problema della ragion di stato, cardine attorno a cui ruota l’intera vicenda de Il caso Mozart, che praticamente tratta degli ultimi giorni di vita del grande maestro austriaco a cui è accaduto qualcosa di scandaloso a seguito del suo modo di vivere, come si legge nell’estratto della quarta di copertina: «Se le sarà andate a cercare: avrà scatenato l’ira di qualche padre o di qualche marito geloso», commentò sua maestà. «Egli vorrebbe possedere tutte le donne, come il suo Don Giovanni. E’ un joueur che sempre si è fatto beffa di tutti…». La capacità narrativa di Franco Pappalardo La Rosa diluisce un solo evento, quello accaduto al musicista, in ventisei brevi capitoli sapientemente equilibrati tra parti descrittive e dialoghi che raccontano in tutto pochi giorni densi di azioni e personaggi, acquisendo, verso la fine e in un solo preciso punto, l’atteggiamento del melodramma nato in quel periodo, nell’unica scena cruenta – eppure incapace di disturbare il lettore – presente nel libro, vertice del dramma, che ha determinato il movente dell’intera vicenda. Una storia di gelosie e passioni scritta senza scivolare nel morboso; tradimenti, narrati nel rispetto della mentalità dell’epoca in cui è ambientato il romanzo, esposti con giusto peso e senza sfruttare l’argomento per fare presa sul lettore; usi e costumi di un tempo passato – che nel fare del clan, sia esso la famiglia imperiale, la chiesa o la Massoneria, sono ancora attualissimi – in cui si vive accanto ai protagonisti, come fossero vicini e, infine, l’accento, amaro, sulla “costruzione” di quel che si è deciso di tramandare ai posteri, atto affidato ad una nobiltà impaurita e già decadente, magistralmente descritta nei difetti, ma anche nella virtù di aver saputo dare spazio e attenzione alla grande Musica e di aver creato un fiore all’occhiello per tutta l’Europa e non solo.

I minuziosi particolari di cui ci fa dono l’autore, dai dettagli dell’abbigliamento, come delle case e delle opere dello stesso Mozart, ai caratteri propri di ciascun personaggio della storia (insieme ad una interessante e bella postfazione di Giorgio Bárberi Squarotti), sono il valore aggiunto ad una lettura mai noiosa e capace di sorprendere fino all’ultima decisione presa e descritta nell’ultima pagina, che mette in evidenza quanto, a fronte di tutto l’idealismo e la nobiltà d’intenti di cui si può essere capaci, a prevalere sarà sempre la praticità che conduce a dire: Non voleva più soffrire né immalinconirsi: soltanto un po’ di pace agognava. Con tutto il cuore.

[Angela Greco]

*

Vienna, una notte di fine Settecento: gravemente ferito in seguito a un’aggressione, un uomo si lamenta riverso sulla strada e viene riportato a casa da un suo servitore che passava di là per caso. Responsabile, apprenderemo, è un marito geloso che ha esagerato nella bastonatura. Quell’uomo è Wolfgang Amadeus Mozart, che Franco Pappalardo La Rosa segue passo passo in questo tragico frangente della sua vita, basandosi su fonti documentarie poco note, ma anche liberamente inventando ambienti e situazioni. Ne deriva un romanzo storico di straordinaria evidenza visiva, con le strade, le case, i palazzi del potere, la vita quotidiana di quella Vienna d’epoca, che ti balzano incontro con la vivezza e l’attualità di un ‘reportage’. Tuttavia, come dice Giorgio Barberi Squarotti nella postfazione, è ugualmente un romanzo su un “mistero” al quale certo non sono estranei intrighi, depistaggi e menzogne che hanno coinvolto ai massimi livelli la Corte imperiale. E, nel ricostruire questi intrighi, la narrazione si carica di una ‘suspence’ perfettamente dosata, in un crescendo di drammaticità che rivela infine senza ambagi il volto oscuro della storia e della convivenza umana, un inferno senza fiamme da cui non si salva nessuno, e in cui nessuno può dirsi davvero innocente”. [Risvolto di copertina di Stefano Giovanardi]

Rileggendo il 2019: Cuore Improduttivo di Davide Morelli – nota di Angela Greco

Pubblicato in formato digitale e proposto in pdf da ‘Le stanze di carta’ (scaricabile gratuitamente alla pagina web: lestanzedicarta.blogspot.it – Progetto Liberi e-Book [Poesia – Prosa] – Volume a cura di: Ilaria Cino e Davide Morelli), Cuore Improduttivo è una raccolta di poesie e prose di Davide Morelli (Pontedera, 1972), che, come lo stesso autore afferma nella autocritica premessa alla lettura, “non ha nessuna ideologia di fondo particolare, ma ha sullo sfondo una problematica particolare: quella della disoccupazione” usando “una scrittura aforistica, scarna ed essenziale, che cerca di approdare ad un minimo di verità umana con i suoi versicoli.”

Una schiera di componimenti brevi (escludendo i primi tre che aprono l’opera sono tutti di quattro versi) e in rima accompagna il lettore per le prime trenta pagine, ponendosi in linea con l’attuale scrittura poetica, breve e di effetto, che, però, fa assumere ai versi l’aspetto di un gioco enigmistico, seppur ricercato, che mette in secondo piano gli argomenti e persino la drammaticità di alcuni di essi. I testi che seguono, pur accettando il senso ludico e l’esasperazione della condizione dichiarata in apertura nella premessa (la disoccupazione, appunto), rendono bene l’idea:

Caos
Sono contraddittorio e contradetto.
Il mio cervello è ormai negletto.
Ma mi rimane qualche stella fissa
nel caos, in questa caotica rissa.
.
.
Disoccupato
Mi dice che io sono fortunato
perché sono -ahimè- disoccupato.
Nessuno ora mi vessa né mi stressa,
anche se vivo una vita dimessa.
.
.

Passeggiate per Pontedera, mutando completamente la forma dei componimenti finora offerti al lettore, è un interessante e dettagliato poemetto, chiuso con la formula “Per oggi è tutto. Cordiali saluti”, ad indicare un certo tono diaristico-epistolare, tra intimismo e narrazione, che abbandona la rima per approdare, tra immagini e pensieri dettati al poeta da una camminata che acuisce i sensi, complice la forzata inattività, a intense riflessioni, il cui cuore pulsante è ravvisabile, alla mia lettura, in questi versi amari, nei quali si avverte tutta la drammaticità di una contemporaneità sapientemente intrecciata a momenti di romantico lirismo dettati dal luogo di origine del poeta: “[…] Abbiamo bisogno di tempo e futuro. / Dalle finestre battono i panni. / Sui muri nuovi slogan e amori.  / Migliaia di storie si racchiudono / dietro cancelli, portoni, pareti.  / Ascolto il battito di ali di rondini / che si fermano su quei tetti. / In questo luogo o in nessun luogo / saremo cittadini del mondo ed esuli. / Calpestiamo spesso queste foglie, / questo asfalto e questa terra.  / Respiriamo spesso questa atmosfera.  / Siamo amici di queste case e spazi.  / Dovrebbe essere il nostro posto. / Abbiamo dato l’addio ad altri luoghi. / Dovrebbe essere il nostro tempo: / non possiamo rimandare di nuovo. / Non sappiamo quanto tempo ci resta. / Oggi non è neanche domenica. / È festa solo per noi disoccupati. / Oggi è un giorno che ci scorderemo. / Non c’è nulla di nuovo ormai. / Non c’è la fine del mondo oggi. / Tutto è ordinaria amministrazione.”

Seguono un cospicuo numero di poesie che sottopongono all’attenzione del lettore argomenti vari: una sorta di silloge nella silloge (ma si tenga presente che Cuore Improduttivo rimane una raccolta di poesie e prose), in cui il poeta si sofferma a pensare ad alta voce su motivi differenti, dalla cronaca alla stessa poesia, da momenti di vissuto a riflessioni post vitae, non abbandonando mai quella sorta di razionale tristezza – mi si passi l’espressione – di chi sa bene il momento umano e sociale che sta vivendo: “[…] Attendo comunque una schiarita. / È per questo che sono qui ed ora, / dove alberga la foschia. / Questa vita sembra un film già visto. / Impossibile trovare una via d’uscita. / Ognuno ha una ferita / che non sarà mai risarcita” (da Pezzo Facile).

Chiudono l’opera tredici prose, un collage di racconti brevi, in cui si susseguono episodi di vita, narrazioni di quotidiani vissuti, cenni di introspezione e a volte di difesa, emersioni di passato pennellate con velata malinconia tra cui spicca Le colline (di seguito riportato in toto), dove la figura paterna è motivo di acuta riflessione, storia, origine e meta, punto fermo a cui affidarsi nella difficile ammissione del presente [Angela Greco].

“È sabato. Dobbiamo fare rifornimento di GPL. Fermiamoci al distributore. Speriamo che sia aperto. Prendiamo quella strada che porta alle colline. Quella strada tortuosa da cui si vedono i calanchi, una serie di agriturismi e le macchine parcheggiate di chi caccia i cinghiali.  Tu vai sempre avanti, anche se ci sono molti bivi. Non ti distrarre a guardare gli aerei. Per questo motivo ci sono stati diversi incidenti. Non prendere per la discarica. Questa strada fatta di saliscendi continui. Questa strada trafficata da turisti stranieri. Ogni tanto si vede passare dei pullman di altre nazionalità. Queste colline in fiore che viste da lontano si stagliano contro il cielo terso. Queste colline inondate da raggi di sole obliqui a questa ora del giorno. Alla fine troveremo un borgo con un hotel di lusso e una casa colonica in fase di ristrutturazione. Non è assolutamente detto che un volto simmetrico sia più bello degli altri. Scusatemi se salto di palo in frasca.  Sono solo libere associazioni nelle ore di libera uscita. Io stesso mi sono condannato alla prigionia. Deve essere divertente annodare dei fili di aquilone. Deve essere divertente calpestare castelli di sabbia prima che ci pensino le onde del mare. Giorno dopo giorno mi sono costruito la mia cella. Stai attento quando arrivi a Montaione perché ci sono degli anziani che passeggiano al bordo della strada. Un tempo stringevo i pugni nelle tasche dalla rabbia, mentre camminavo nella nebbia. Ora è scomparsa la rabbia ed è sopraggiunta la rassegnazione. Guarda le case, le strade. Pensa a quanta gente c’è al mondo ma pensa anche a quanta solitudine c’è al mondo. Ognuno ha avuto i suoi cortili, le sue balere, i suoi istanti che voleva fermare. Tra me e te ventisei anni di differenza. Tu sei della prima generazione che non ha visto la guerra. Io figlio del benessere, poi impoverito. Forse tra pochi anni sarò povero. Tra pochi anni non ci saremo più e saranno poche le persone che ci ricorderanno. Forse dei parenti molto lontani. La mano di Dio ci schiaccerà come degli insetti. Ma ora babbo, è sabato. Andiamo in quelle colline che sanno di sangue e di morte. Poi ritorneremo a casa come se niente fosse.”

immagine d’apertura: “The wall” di Abbas Kiarostami 

Rileggendo il 2019: Rondò di Franco Pappalardo La Rosa – nota di Angela Greco

Uscito per i tipi Mimesis Edizioni nel 2012, collana narrativa / meledoro, Rondò di Franco Pappalardo La Rosa è una raccolta di tre racconti lunghi, frutto di una selezione di opere precedenti rivedute e riaffidate al pubblico dopo anni in cui si è resa difficoltosa o impossibile la reperibilità dei testi originari. Una scelta audace e “segno di un’incontentabilità onestà e dunque rara”, come scrive Giovanni Tesio nella nota di chiusura al testo, apprezzabilissima per quel ritorno sul proprio lavoro, capacità non comune in effetti, per meglio affinarlo e consegnarlo a nuovi lettori, come rappresentanza di un tempo passato da non abbandonare e, quindi, interpretando al meglio il concetto di ricordo quale testimonianza di un momento vissuto da tramandare.

I tre racconti, legati dal tema della musica caro all’autore, in sequenza percorrono un lasso di tempo di un paio di secoli; terminando un racconto e leggendo il successivo, la maestria dell’autore permette al lettore di non distaccarsi completamente, ma piuttosto di continuare, attraverso il tempo dettagliatamente partecipe con le sue vicende sociali e storiche, a vivere le vicende dei protagonisti, accomunati dal coinvolgimento con l’elemento fantastico costituito dall’introduzione di presenze irreali, che fungono da trait d’union tra i diversi piani temporali e sensoriali.

Nel primo racconto si incontra una persona reale con personaggi famosi (mai esplicitamente citati, ma captabili dai nomi e dalle opere musicali narrate nella narrazione) di altre epoche; nel secondo racconto, invece, l’adulto incontra il fanciullo che è stato – insieme con i compagni di giochi ormai lontani – per risolvere accadimenti portati addosso per una intera esistenza; accade, poi, nel terzo racconto, che si incontrino un uomo e una donna contemporanei e che solo allo svelamento dei sentimenti si rendano conto di non essere fatti della stessa “materia”…Personaggi reali e fittizi, o, meglio, uno reale sempre e gli altri anche non tali, che vivono accadimenti reali sorretti sempre da un piano onirico, una proiezione della mente, reso al lettore dalla disseminazione di dettagli finissimi, che a poco a poco conducono alla realtà dell’irrealtà narrativa, in un turbine di sorprese, che rimangono tali fino al periodo finale della stesura, senza deludere il lettore.

Franco Pappalardo La Rosa intesse precisi micro-universi in ognuno dei tre racconti, nei quali non lesina nulla dell’arte e della tecnica della prosa, elevando a giusto rango un genere letterario, quello del racconto, spesso sottovalutato e ritenuto “semplice” dai più, se confrontato con l’espressione per antonomasia della prosa, il romanzo, narrando senza orpelli la realtà storica e contemporanea attraverso l’uso sapiente dei dettagli ed una profonda conoscenza delle materie trattate, grazie alla quale persino il racconto ambientato alla fine dell’Ottocento sembra essere stato vissuto dall’autore, come quello ambientato negli Anni di Piombo.

Tutto il libro – raramente unitario, quando gli autori raccolgono più racconti per farne un’opera edita – è un solo unico palcoscenico dove far incontrare e incontrare personaggi e lettori, i quali, fin dalle prime pagine, sono la folla di avventori della locanda, il paese o la gente di strada dove accade il fatto di cronaca, partecipi delle vicende dei protagonisti, vivendo in prima persona la narrazione e, per questo, spiazzati a fine racconto esattamente come gli attori principali, facendo di Franco Pappalardo La Rosa un autore da tornare a leggere l’attimo stesso in cui si è chiusa l’ultima pagina del libro. Senza aspettare un momento di più. [Angela Greco AnGre]

*

da “Appuntamento d’estate”, estratto da Rondò. Tre racconti (Mimesis, 2012) di Franco Pappalardo La Rosa

Il dottor Macherione non aveva più alcun dubbio. Tuttavia, provava uno strano sentimento: un misto struggente-disperato di tenerezza e d’angoscia che gli stringeva il cuore.

“Che cosa vuoi da me? Perché m’hai chiamato?”, gli chiese a bruciapelo, la voce fievole, come parlasse a se stesso. Ma il ragazzo non aprì bocca: continuò a sbirciarlo fra le ciglia socchiuse. Però, tremava.

“E’ inutile che mi guardi così”, lo incalzò l’uomo. “Tanto lo sai che conosco tutti i tuoi pensieri. La notte avevi paura del vento: di là del cortile vedevi il mare. Un mare d’oro, dicevi. E la luna era un grande uccello biondo che in qualche angolo del boschetto doveva avere il nido. Si poteva essere più stupidi?”.

Il ragazzo tacque ancora. Anche se, a poco a poco, gli occhi gli si riempirono di lacrime.

“E smettila di piangere!”, lo rimproverò l’uomo con voce dura. Bastava un nonnulla e scoppiavi a piangere: frignavi ore intere…”.

Fece una pausa e lo guadò sopra i capelli arruffati, nerissimi. Gli venne voglia di carezzarglieli, quei capelli: di consolarlo, ma si trattenne. Disse, invece: “Vuoi capirlo che indietro non si torna? Se non ti avessi rivisto, per me saresti morto per sempre: non saresti neppure un’ombra della memoria”.

“Perché tu sei vivo?”, si decise finalmente il ragazzo con un filo di voce, sgranandogli gli occhi addosso.

Tirò su con il naso e si asciugò le guance col dorso d’una mano.

Il dottor Macherione si sentì perduto: era quello che temeva. Finse di non capire: “Che vuoi dire? Per favore, spiegati”, rise malamente.

“Lo sai già sei un medico, no?”

“Quando?”.

“Fra qualche minuto. Per questo t’ho chiamato”.

“E perché scappavi, allora?”.

“Cosa credi? Da quel momento non potrò più giocare…”.

“Non capisco”.

“Loro non mi vogliono, ma io avevo un destino”.

“Loro, chi?”.

“I compagni, Ora il capo è Gigi, il nipote del massaro di Pocamara. Te lo ricordi? E, ricordi quella volta dei cani? Non me l’hanno mai perdonata: dicono che sono un vigliacco”.

Ebbe un gemito doloroso. Le gote gli si gonfiarono e ricaddero, tre-quattro volte. Come se sbuffasse. O respirasse a fatica.

“No, non è vero! Ti avevano lasciato solo, c’era buio: avevi appena sette anni!… E poi è stato Mimmo a gridare, non tu. Fu lui a scappare per primo: ad arrampicarsi sul…”, ribatté prontamente il dottor Macherione.

“Sì, però Mimmo è venuto dopo nemmeno una settimana: nella Cava dell’Orbo l’ha schiacciato un lastrone di lava”.

“Nessuno di loro, dunque…?”.

“Nessuno. Gli altri — Nardo della Mariannina, Peppino Potiàro, Angelo Pelorosso, Saretto Malanòvo, Nuccio Miccitella, Tanino Zuccarello — sono venuti tutt’insieme sul finire della guerra. Giocavano a smontare una mina trovata nel prato della Zammara e “Bum!”. Solo tu mancavi. Tu te ne sei andato via. Per questo non mi vogliono. Lo capisci adesso?” […]

(pp.82-83)

Rileggendo il 2019: stanze d’isola di Giovanni Luca Asmundo – nota di Angela Greco

Stanze d’isola di Giovanni Luca Asmundo letto da Angela Greco

E’ occorsa una notte di sonno pieno, utile e necessario ristoro, e un mattino limpido di sole nascente, a priori di qualsiasi altra incombenza, per riuscire a dire della lettura di questo libro di poesie. Anzi, di poesia, per quel legame tra i testi, che ne fanno un unicum, un poema, una narrazione in versi. Chiunque pensi di potersi accostare a stanze d’isole (Oèdipus Ed.2017) di Giovanni Luca Asmundo (Palermo, 1987; architetto che vive e lavora a Venezia), “opera vincitrice del Premio Letterario Felix, III edizione, sul tema Paesi-Radici. Abbandoni e ritorni nell’epoca 2.0” con superficialità e il sempre poco tempo sottratto ad altro da fare ritenuto più importante, commette una ingiustizia, una dissacralità, verso se stesso e verso la poesia.

Si legge tutto d’un fiato appena giunge a casa, versi liberi con strutture sonore distese sulla pagina chiaramente, senza fingimenti o effetti speciali, accogliendolo, per la suggestione del titolo, come un piccolo (realmente è un formato A5) naufrago giunto chissà da quali altri lidi; subito catturati dall’atmosfera di teatro antico, dalle scene cesellate con mano d’artista, dallo scorrere del proprio tempo insieme con quello della storia narrata, incuranti d’essere in altra epoca e altro luogo, ci si trova lì, con la poesia, che raramente parla di un io singolare, volto soprattutto a sottolineare l’uno narrante, ma che si volge tutta completamente al plurale, fin dalla divisione delle sezioni (Prologo, Parodo, Epiparodo, Esodo) e che invita a questo plurale, alla partecipazione e all’azione. Quella di non perdere la memoria, le radici, l’appartenenza, elementi ormai labili in quel mondo 2.0 o forse più di cui nel titolo del Premio che ha dato vita a questa pubblicazione.

stanze d’isola (scritto proprio con la prima lettera minuscola) è una evocazione del mito senza essere poesia del mito e senza abusare dell’argomento per creare interesse, offrendo personaggi e situazioni mitologiche come sfoggio di argomentazioni colte per apparire;  Gianluca (come lo chiamano a casa) ha altissima conoscenza e competenza di mitologia (il viaggio senza molto stare a pensarci su fa pendant con Odisseo e la sua sequela in ogni mente che ne legga), topografia, storia, geografia, architettura, letteratura e ben conosce per vissuto diretto un’altra storia, spesso figlia di un dio minore, quella del popolo, delle tradizioni, degli antenati non lontani, della tradizione delle città vecchie, fascinose di oralità e colori anche in senso metaforico e ne usa velatamente, evocandone senza mai l’arma impropria dell’essere diretto e sfacciato: “non basta un occhio sulla prora a far da casa” o “le dita che stendono i bordi / dei pomodori accartocciati” o, ancora, “sembra quasi di vederli / quei fili invisibili alle braccia”. Siamo a Sud fin dalla Grecia che emerge dal primo componimento, dove il “coreuta / lontano / dagli ulivi / dai teatri” dolcemente e docilmente avvisa, in una metafora usata, molto bene in questo caso, ma capace di essere retta con competenza e indiscutibile bravura fino alla fine del libro, “Dovevamo recitare uno spettacolo / ma abbiamo dimenticato di imparare la parte”. Subito ci assale, passando in rassegna in due soli versi, secoli di poesia, il dubbio sul nostro ruolo e sulla scena a cui non abbiamo partecipato e da Amleto a Pirandello l’interrogatorio che rivolgiamo contro noi stessi non smette di avere fine. Ma stanze d’isola è un canto intriso di nostalgia e ricordo, amore e lucidità, che si pone una meta nobile d’intenti – mettendo seriamene le distanze dalla consuetudine di violenza, con cui verrebbe da chiedere a gran voce reazione al popolo e a questa realtà in cui stiamo lentamente soccombendo come genere umano – irradiando un messaggio, coerente con tutto l’operato artistico e divulgativo dell’autore, di resistenza non violenta attraverso la conoscenza di quella famosa sequela di domande che hanno originato anche la filosofia, chi siamo? da dove veniamo? dove andiamo? ancorando le origini della nostra civiltà nell’Ellade e nei suoi insegnamenti.

Rileggendo senza soluzione di continuità i trentacinque componimenti (titolati con numeri romani in progressione) si partecipa a un arrivo, a una ricognizione dello stato dei luoghi, a un ritorno e ritrovo non identificabili esplicitamente in luoghi e tempi noti, per poi essere catapultati, con un cortocircuito degno di chi sembra del “mestiere” (ricordo che questo è, dopo Trittico d’esordio, antologia edita di tre autori del 2017, il primo libro di poesie di questo autore) nel presente e in un’area ben definita della Sicilia occidentale (Belice), affidando il cambio di tempo tra le pag.24 e 25 ad un verso in siciliano (“unne sunnu, unne fineru” ossia “dove sono, che fine fecero”) e a una esplicita citazione del luogo (“Al riaffacciarsi sul Belice”). Questo momento tra i componimenti XVI e XVII è anche lo spartiacque tra la Storia, con la maiuscola fin qui evocata anche nelle presenze mai nominate di personaggi omerici incastonati nei dettagli di una terra mediterranea antica e ancora attualissima, e la propria storia, fatta di ricordi d’infanzia rappresentati da un’abitazione, che, magistralmente, l’architetto dosa nei versi senza smancerie, né retorica, fornendo anche in questo caso una metafora, che permette la partecipazione del lettore, che si ritrova pienamente con l’autore (“Continuiamo a puntellare, dunque / fasciando con bende amorose / facciate d’infanzia.”), riflettendo sull’attualità di questo nostro patrimonio materiale e immateriale soggetto all’azione del tempo e dell’incuria fisica e spirituale, che necessita di essere puntellato per non crollare definitivamente.

Nei componimenti XVIII e XXV compare la prima persona, di cui accennato all’inizio di questa pur sempre insufficiente nota di lettura, ad accarezzare ricordi, nella consapevolezza della lontananza attuale e del fascino che i luoghi ricordati ancora esercitano, novello Odisseo, che resiste al canto fatale delle sirene, qui identificate nell’insetto effimero simbolo dell’estate (“Magari potessi riudire / il canto docile delle cicale. / Con queste mani mi lego / a un tronco d’ulivo”); prima persona che torna “a una casa di luce e di cotto / alle rughe legnose del mio tavolo / ai pensieri disegnati” alla realtà innestata nel ricordo dove quella stessa realtà nacque, che tenta l’uscita dall’ambito dello stabilito, del finto, per vivere nella natura la sua primaria essenza di abitante di queste terre meridionali (“E certe sere disertare il teatro / per cavea di grotte sull’orlo del Plemmirio / distendermi a braccia aperte sul calcare / misure di tempo da gomito a polso”). La prima persona, quasi a difendersi da sentimenti troppo grandi per non soccombere a essi, dura poco, pochissimo; subito torna ad essere un noi, il plurale e il coro che animano lo stesso libro (composizione XXVI: “Tornati, non sapevamo nulla / […] / Abbiamo guardato il gioco delle ombre / senza capirlo. // Il mare parlava da solo / fragore continuo. / La sera, stavamo alla finestra vuota / mangiando pane e olive.”) e che parla della terra senza nascondere nulla, dalle figure che la animano, a quelle che l’hanno animata nel passato e / o nel mito, sovrapposizione che non consente più distinzioni, di nessuna sorta, in un tutt’uno che culmina nell’Esodo, l’uscita definitiva dalla scena nel teatro greco antico, dove si dice, con il petto ampliato nella sua capacità respiratoria, “Quando i Ciclopi lasciarono l’isola / […] / senza voltarsi, piansero lacrime cispose.”

Un libro di cui si ringrazia l’autore e che dispiace finisca, stanze d’isola di Giovanni Luca Asmundo, al quale si promette e si mantiene la promessa di rileggerlo, scoprendo sempre nuovi spunti di riflessione nella densità di elementi, rarissima per un poeta così giovane – di termini-microuniversi usati con parsimoniosa esattezza senza scadere mai nell’ermeticità, di argomenti antichi e moderni sapientemente dosati, suggestioni investenti tutti i sensi, colori decisi e definiti come quella Sicilia che abita l’autore senza nascondimenti, sapori caratteristici e spesso dimenticati in questa globalizzazione forzata, profumi del mare figli del vento e della memoria e visioni ampissime e reali – che offre con tanta generosità e di cui risulta davvero difficile racchiudere tutto il sentire che ne scaturisce, in una nota di lettura, pur lunga come questa, ma sempre non esaustiva. [Angela Greco]

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Estratti da stanze d’isola di Giovanni Luca Asmundo

(Oèdipus Ed.2017 – in copertina: Salina (2016), fotografia di Daniele D’antoni)
V.
Nutriamo la cenere anche noi
piangendo nerità variopinte
cerchiamo consistenza
fiatando vapori vani
che non si miscelano
in fredde striature di luce.
Sfumano aloni d’intenzione
mentre sboccia d’indaco la notte.
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XXI
Eccoli, i campi di grano sovraesposti
all’indistinto, le spighe distese
sulle anche, sui fianchi ritratti
le chiare polle d’acqua traspaiono
umidità affioranti, umori risplendenti
dalla profonda, femminea terra. Chi cova
indisturbato, indifferente al millennio
forse le serpi.
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XXXIV.
Se un giorno, chiusa la conta del sale
salperemo con vele triangolari
sfuggiti al logorarsi delle carni
smembrato il coro per vie laterali
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rinati all’affacciarsi sul sole
darà la gioia del mandorlo in fiore
l’aver vibrato fino al compimento
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indossata la giusta voce e lasciato
nel tepore anche di una sola mente
un pane appena avvolto a lievitare.
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