Sotìris Pastàkas, tre poesie

da: Sotìris Pastàkas, Preghiera per gli amici, Antologia poetica 1990-2012 cura e traduzione di Massimiliano Damaggio – RebStein, Quaderni di Traduzioni, XIV

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Dono di addio

Questa piccola caraffa l’ha portata qui Kòstas
dall’altra parte della città. Giorno
di pioggia, se la teneva stretta addosso,
dentro alla giacca, e così ha preso un taxi,
che non lo urtassero e magari si rompesse.
La fine più comune di un’incomparabile
amicizia, avrebbe ricordato più tardi,
anche se nessuno lo poteva immaginare,
e nemmeno lui stesso, credo,
quando si fermò sul pianerottolo e salutò,
con un pezzetto di scotch del pacchetto
frettoloso, fra il medio e l’anulare
della mano sinistra.
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Ritratto del poeta intorno ai quaranta
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Intorno ai quaranta gli sono capitati insieme
un primo matrimonio e un secondo libro.
Semplice atto di risparmio, la maturità –
chi l’ha detto? Ha strasperperato quel che aveva
e adesso, nel suo nuovo attico,
in piedi al centro della compagnia, col vestito
di lino bianco, l’antiquato borsalino bianco
con il nastrino nero, alza il bicchiere
verso gli invitati. Ascoltiamo di nascosto:
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“La poesia, in verità vi dico, non ci salverà
dagli errori del presente. Ci concede
consolazione e consenso per
ripeterli, miei giovani fratelli in arte,
sempre migliorati: in un terzo libro,
un secondo matrimonio.”
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Salto triplo
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Se puoi aiutarci, Signore,
aiutaci adesso. Adesso, che cerchiamo
il veicolo e non lo troviamo: adesso,
che la parziale perdita di memoria
ha il suo prezzo esatto: un volgare
tassì a tariffa doppia. Mezz’ora
che giriamo per le solite strade,
fuori dal locale coi buzùki
e non lo ritroviamo. La musica
assordante, le ragazze autoctone,
tradizionaliste, disponibili e sorridenti,
che si estasiano per le nostre massime
metafisiche: non benedire il Black Label,
perché la notte è corta e la vita
insopportabilmente lunga. Basta che il bicchiere
sia pieno, che la bottiglia si duplichi
sul nostro tavolo, i bevitori non devono
essere atleti, essere toreri? Ami Làrissa
quando piove, quando esci dal bar
e nessuno può condannarti
perché ti sei pisciato sulle scarpe,
aldilà che non ti ricordi dove hai parcheggiato.
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Se puoi aiutarci, Signore,
non lo fare. Né urla, né lamenti,
né lacrime, già essiccate,
solo un vento che soffia nelle ultime due
ventiquattrore e noi soffiamo sulla
zuppa di carne mattutina:
il matrimonio si deve almeno
ripetere, e non li devi compatire
gli scapoli. I bevitori sono ogni sera
saltatori di triplo, amici imparentati per affinità,
i due o tre che si vanno a genio
e che continuano da soli,
senza il resto della compagnia, perché insistono
solo quelli che hanno perso la memoria,
quelli che una volta persero la ragione
e a volte anche l’anima, gente
beata e felice cui è capitato
di avere qualcosa da perdere.
Quando muore un uomo nasce
un maiale, e tutti noi, le vittime eccellenti
ringhiamo dal tavolo di fronte,
Circe degli abbracci multipli
delle confessioni inutili
e delle sfide nobili,
a fatica ti ricordiamo, e ti commemoriamo
nelle tue menzogne. Hai donato
a ognuno di noi l’illusione
che chiedevamo, la carezza che cercavamo,
la parola che aspettava, come maggiorana,
di addolcire le nostre agonie metafisiche,
la nostra favola relativa.
Tu da sola ti godi la trippa.
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Se non puoi aiutarci, Signore,
non importa: ce l’abbiamo fatta
pure stanotte a vedere l’alba, dritti,
prontissimi per il nostro ultimo salto:
c’infileremo dentro la nebbia
a Capo Verde, a Recife,
nella più vicina Lisbona, per mischiarci
alle musiche sublimi, di Titina,
di Cesária Evora o di Agostinho
De Pina, perché la traduzione esatta
della parola saudade, in greco
è l’uomo che si perde
dalla stazione di Làrissa
dentro la Piana,
dentro la nebbia del mattino.
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Sotìris Pastàkas è nato nel ’54 di Larissa e ha studiato medicina a Roma. È poeta apprezzato internazionalmente. Dal 1994 è membro della Società degli Scrittori Greci. Nel giugno del 2001 ha rappresentato la Grecia a Verona in occasione della fondazione dell’Accademia Mondiale della Poesia. Collabora con la Casa della poesia di Baronissi. È fondatore e condirettore della rivista elettronica Poiein (www.poiein.gr), la più importante del panorama greco. È traduttore di poeti italiani quali Vittorio Sereni, Umberto Saba, Sandro Penna, Alfonso Gatto.

Uroš Zupan, due poesie da Autori e testi della poesia slovena contemporanea

Tratto da AUTORI E TESTI DELLA POESIA SLOVENA CONTEMPORANEA – RebStein, Quaderni di Traduzioni XXVIII, che si ringrazia.

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Uroš Zupan, due poesie

Il giardino, Bach / Vrt, Bach

Qui non vi è morte. Tutte le forme fluiscono una
nell’altra. Tutto galleggia ed aleggia. Quando chiudo gli occhi
vedo il macadam che vola in cielo. Le acacie
si prodigano con le proprie ombre, spargono il bianco
profumo. Rispondono i ciliegi dall’altro lato
del giardino, dal margine esterno del giorno. La loro voce
tra poco sarà rossa. Le facciate delle case grigio ruggine
dalle finestre ardenti come giganti a più bocche divorano
il sole del pomeriggio. Le gialle escavatrici hanno corroso
i monti. Mi sento piccolo. Carezzo la gattina, più bassa
dell’erba di maggio. Sento voci di persone che entrano
ed escono dalla casa alle mie spalle. Quando vanno dentro
le lambisce il buio ed il freddo, quando tornano fuori su di loro
si sparge la polvere di stelle. Una pianta di lillà divide
il nostro giardino dalla strada, il nostro giardino dal mondo. Solo
tormentate voci ed ombre tagliate giungono
al suo interno. Tutti mi chiamano per nome e
appoggiano le mani sul mio capo. Non conosco ancora le parole –
Rabbia, Paura, Odio, Dolore, Partenza. Non conosco
i Luoghi che stanno dietro il loro suono. Nulla conosco,
solo questo giardino, infinito sguardo di occhi a misurare il mondo.
Se mi sdraio di schiena, vedo le nuvole. Se respiro
con prudenza, le nuvole cambiano forma. Ora sono: un aereo,
la testa di un cane, un cavallo, una pecora, delle mani colme di neve.
Ora navighiamo assieme. Sette mari e nove
colli sino al primo fiume ed all’ultima valle. Mai
la fine del giardino. Mai la fin del mondo. Nella stanza di tutte le ore,
nell’incrocio di tutti i giorni, arde la luce eterna o solo
una candela. Fa lo stesso. Nell’oro, nei suoi limiti interiori,
si rivoltano le pagine del futuro. Poiché sono piccolo
non so leggere. Poiché sono piccolo mi muovo
lentamente sotto la palpebra del tempo. Stanno spalancate le porte
che danno alla luce, rivestite e morbide. Non colpiscono nessuno,
nessuno fanno tornare indietro. Sdraiato, osservo e impercettibilmente
respiro. Questo giardino in qualsiasi momento diventerà una nuvola. Così
più a lungo potrà durare nell’archivio del cielo.
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 I trattoristi sono i più grandi filosofi / Traktoristi so največji filozofi
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Ogni casa ha il proprio scoiattolo.
Le case luminose hanno scoiattoli scuri
con dei bianchi pancini. Le case scure
scoiattoli marroni come volpi. Quando
gli scoiattoli scuri s’arrabbiano, scacciano
gli scoiattoli marroni, che guaendo saltano
tombolando. Ogni auto ha il proprio
scoiattolo. A volte persino ogni sedile.
Su certi sedili possono starci
anche due scoiattoli che si tengono
per le zampette, perché hanno paura. Ad ogni
tenda corrisponde l’orma di uno scoiattolo
che ha annusato la crêpe,
ad ogni sogno almeno l’impronta di una zampetta
di scoiattolo sulla stella più lontana.
Ho conosciuto uno scoiattolo che ha
attraversato a nuoto lo stretto della Manica.
Ha detto: «È stata dura. Le riserve
di noccioline e le bevande isotoniche
mi sono mancate già a metà strada.
Le onde m’inzuppavano la coda.
Di continuo venivo tirato sotto.»
Ho visto uno scoiattolo più grande
della torre Eiffel. Stava causando problemi al traffico.
Non aveva una casa. Non andava
a scuola. Doveva dormire nel mare.
Con il cielo, si ricopriva.
Ho letto di uno scoiattolo che si stava facendo
un’operazione plastica. Più di ogni altra cosa
desiderava che lo chiamassero – baby.
Ho sentito di una scoiattola che si
comportava come una ragazza madre.
Il suo ex uomo era un un trattorista.
Mangiava cibi macrobiotici, si bagnava
nel pozzo della giovinezza ed ascoltava le fughe di Bach.
I trattoristi sono i più grandi filosofi, per questo
gli toccano più scoiattoli. Non si perdono
mai nei viali penetranti
e nella musica inaccessibile. D’estate stan seduti
sulle pietre dei druidi, all’ombra
bevono birra e si pongono delle domande
come: «Qual è la natura dello scoiattolo?».
Quando si librano in aria, si vedono
come angeli neri a cui piacerebbe
diventare scoiattoli. Le nuvole di spuma zuccherosa
allora con più intensità cadono
sulle loro fragili esistenze.
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Il mio primo libro di un poeta sloveno, regalo di un’amica, s’intitolava ‘Reka’, che vuole dire ‘fiume’. Nella quarta di copertina una foto dell’autore, lo sguardo più sofferente che altro, i capelli radi ma lunghi. Ho conosciuto, poi, Uroš Zupan (Trbovlje, 1963), traendone dagli incontri – rari ma intensi – la sensazione di una persona ironica e pacata, amante della vita tranquilla e delle contraddizioni che la tranquillità (apparente) comporta. La poesia di Zupan è stata accolta in Slovenia, agli inizi degli anni Novanta, come un punto di svolta soprattutto per il suo legame con la poesia statunitense (l’esempio-guida è William Carlos Williams) e per una certa ‘de-ermetizzazione’ del poetare, l’uso di un linguaggio non metaforico, semplice, e di versi particolarmente lunghi. Tra neorealismo, postsimbolismo, intimismo (spesso ritorna il tema della nostalgia per il paese natale), Zupan non manca di usare ironia ed elementi grotteschi, una strategia con la quale il soggetto poetico stringe una sorta di alleanza con il lettore. Un esempio? Occhio agli scoiattoli che avete attorno.

(Traduzione e nota di Michele Obit – immagine d’apertura: Wassily Kandinskij, Primo acquerello astratto, 1910)

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Per leggere altri testi di Autori sloveni contemporanei selezionati da Flavio Almerighi, che ringrazio per la segnalazione di questo quaderno di RebStein, clicca QUI 

Angela Greco, Quaderni di RebStein, LXVII

Quaderni di RebStein LXVII. Settembre 2017.  Scaricabile gratuitamente al link:

Fai clic per accedere a angela-greco-ora-nuda-2010-2017.pdf

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…….C’è, in questa poesia, il fascino non vuoto e non fine a sé stesso di una continua concreta ricerca, di una ricca minuziosità. Angela Greco non tenterà mai di gabbare il lettore, di “stupirlo con effetti speciali”. Il dettaglio, l’arabesco, la capacità di crearne e renderli particolarmente evidenti senza sforzo, rendono questa poesia potente, ma femminile nella migliore accezione del termine. Insomma la poesia di Angela si riconosce. E’ il frutto di un lavoro durato anni, decisivi, spesi bene, che l’hanno vista poeticamente crescere in modo esponenziale. Lo si noterà bene leggendo questo, che è un sunto dei suoi primi sette anni da autrice cosciente di sé e della propria meta. Insomma di cosa stiamo parlando? Di una poesia che amo definire “carsica” per quel suo immergersi, quasi sparire, e riemergere prepotente, improvvisa, teatrale. Ma quel che conta è la poesia, non la casacca che indossa. La scelta di questa autrice è proprio quella di non indossarne, di vivere la propria creatività senza costringersi in scuole, gruppi di pensiero, sette di teoretici, compromessi. In effetti il porsi in cerca di strade, di versificazioni e soluzioni nuove, o comunque non usuali e logore, è il suo intendimento principale. Questo senza mai trascurare la persona, la propria persona, quella che è dietro questo intenso sforzo creativo. L’evoluzione di Angela Greco è ben riscontrabile su queste pagine, dal 2010 a oggi molte cose, salvo l’onestà, sono cambiate, o meglio si sono evolute.  Non a caso la Nostra ha sempre più dilatato e variato col tempo la lunghezza del proprio verso e della composizione, fino a prediligere la forma del poemetto, questo non senza trascurare la ricchezza delle metafore e la chiara fruibilità del testo. L’inedito “Giorni iblei” del 2017 ne è un recentissimo, brillante esito.

Flavio Almerighi, Introduzione ad “Ora Nuda, Antologia 2010-2017 di Angela Greco”

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(fuori programma)
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L’imprevedibilità dei risvegli, i mattini diversi
per condizioni atmosferiche e conseguente umore,
le calze smagliate e il caffè, amaro nella sua abitudine,
a ristabilire l’ordine del giorno. Improvvisa fotografia:
distratto dal libro che hai tra le mani sembri altrove,
sul limite di un silenzio ancora da scrivere.
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Un bottone dopo l’altro avvicino quel pensiero
che ruga la fronte per quello che accade e si tace.
La poesia è insubordinazione, stazione viaria, azione,
passaggio in auto-stop verso una nuova galassia.
Seduti scomodi sul secolo breve finito per te nel 1989
intoniamo canti da raccolta di cotone per farne bende.
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Sembra che a vedere la ginestra siano in pochi;
il giallo non confondibile nella macchia verde dell’orbo.
Un collage di inerti catramati al verbo sbagliato:
“sono stato” è una questione multifattoriale.
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Raccolgo aghi dal fondo del bosco per forare palloncini.
L’aria sarà sempre un futuro semplice eppure irraggiungibile
quasi quanto l’aver osato libertà in regime mono teocratico.
Avremo nuovamente voce per raccontare al fuoco della notte,
quella in cui al posto del sonno si contarono acini luminosi.
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Un GRAZIE di cuore a La dimora del tempo sospeso per l’ospitalità, a Francesco Marotta per l’invito, a Flavio Almerighi per l’introduzione, ad Adeodato Piazza Nicolai per una traduzione e ad ogni Lettore che vorrà condividere con me questa gioia! (AnGre)

Immagine d’apertura: Mark Rothko, New forms

Flavio Almerighi, Cerentari (eBook free), antologia – nota di lettura di Angela Greco

Flavio Almerighi, Cerentari (eBook free), antologia – nota di lettura di Angela Greco.

“[…] in fondo siamo nati
credo, per smarrire
e ritrovare la rotta”
(Flavio Almerighi, Beirut Snack, luglio 2017 – inedito)

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Nello scorso giugno è uscito per i Quaderni di RebStein, con il numero LXII, un’antologia del lavoro poetico di Flavio Almerighi. Un eBook (clicca qui per scaricare), che raccoglie, a cura dell’autore, un numero di poesie – tratte dalle undici pubblicazioni edite – e scritte dal 1998 al 2015 insieme con un interessante gruppo finale di inediti scritti tra il 2016 ed il 2017 tale da poter farsi una chiara idea sull’autore e sul suo lavoro poetico.

Quando “trattiamo” la poesia a mezzo condivisione, disquisizioni, intrattenimento, ma anche soltanto leggendola, non dovremmo mai esulare dal fatto che dietro ogni verso, finanche dietro ogni singolo sintagma, vi è sempre l’autore, l’artigiano che ha creato con le sue e soltanto sue specifiche capacità, quello che poi è arrivato a noi, ai nostri sensi e al nostro intelletto, alle nostre, di mani, e si spera sempre al cuore, al centro in cui pulsiamo vitali. Chi ha scritto e consegnato al lettore, anche nel più impersonale ed intellettualistico dei versi, vi ha comunque e sempre deposto una parte di sé e del suo vissuto contingente all’atto creativo. Dietro ogni poesia vi è il poeta; anche colui che, come nel caso di Almerighi, non voglia identificarsi come tale e che non ama, per motivi personali, che lo si chiami poeta. Questa introduzione, che per molti potrebbe scadere in una certa retorica, risulta quanto mai appropriata, se riferita al lavoro antologico appena inserito nel web dal sito La dimora del tempo sospeso: Almerighi è un acuto osservatore, una sentinella come una volta ha detto lui stesso, di quanto accade dentro e fuori la sua persona e rende al lettore in ogni composizione il suo sentire, la sua esperienza, il suo sguardo, il suo punto di vista.

Dalle opere più vecchie a quelle più recenti si nota quell’auspicabile e fisiologico mutamento, che vorremmo in tutti gli autori con la maiuscola: ad esempio dal discorso poetico molto lineare e romantico degli inizi, si procede man mano verso una versificazione più tagliente, meno usata nell’espressione, ma mai meno partecipata. E non si creda, senza confonderlo con lo stile, che questo sia qualcosa che accade a tutti gli autori, tra cui spesso ci si imbatte in alcuni che, individuato un certo modo di scrivere e finanche alcuni argomenti precisi, quasi fossero formule magiche, incentrano tutta la successiva produzione su quanto ha destato maggior interesse nel lettore. Ecco, in Almerighi accade che la poesia risponda esclusivamente all’autore, senza ricerca di benevolenza o ipocrisia; la poesia con Flavio Almerighi accade in piena luce, senza secondi fini o compromessi con l’esterno da sé. In Cerentari, lente d’ingrandimento sull’intera produzione almerighiana fino ad oggi, si notano fin dal neologismo del titolo esperienze di scritture differenti, incluse l’attuale e suffragata frammentazione del verso, quale espressione di una poesia considerata moderna, e la prosa poetica; si va, come nei riusciti percorsi autoriali, dalle prime poesie più liriche e partecipate, come ad esempio “Che silenzio! \ Alla ricerca affannante della felicità \ nell’impresa disperata \ di creare una sublime opera d’arte”, da Tarda estate, primo pomeriggio tratta da “Allegro Improvviso”, 1999, di due decenni fa, fino agli inediti recentissimi, dove pure il lirismo non viene meno, ma si sperimenta quasi un nuovo e personalissimo simbolismo, una separazione dall’accaduto resa in versi meno immediati da alcuni punti di vista, ma pur sempre estremamente capaci di coinvolgimento ed emozione e che continuano ad usare la brevità e l’incisività come nota di forza, come si legge nei versi della poesia di chiusura antologia: “Ti so bagnata d’una estate sporca, \ braci rosse, \ […] Dove un cane orfano piangendo \ sente mancanze credute dolore \ per il fastidio di un vicinato sordo”, da fermarsi in un cortile, inedito 2017.

La poesia di questo autore non teme l’influenza esterna delle mode e del tempo, tanto che in alcuni casi è possibile imbattersi in arcaismi giustificati dal puro piacere personale di chi lo ha usato, lungi dalla critica e dallo stupore del lettore, che pur sempre si ritrova ad avere a che fare con qualcosa di attuale, di contemporaneo, di vicino. Almerighi scrive per il Piacere di rendere in versi quello che attraversa, rimanendo sostanzialmente un poeta d’amore, anche nelle letture civili che in molti gli attribuiscono. E’ poeta civile nella misura in cui quello che scrive riguarda la civiltà, la civitas, ovvero l’uomo e l’ambiente strettamente a lui circostante, ma molti dei suoi componimenti hanno rimandi e radici storiche, oltre a tutto un ventaglio di appartenenze familiari, lavorative e ambientali, come ricordi di viaggio ad esempio, ma tutto assolutamente provato addosso, finanche le esperienze ferali di guerre vissute per interposta visione mi verrebbe da dire, nella visita ai luoghi degli accadimenti in questione, dove Almerighi non concede spazio a molto altro che non sia empatia e gratitudine verso le persone che hanno materialmente partecipato a quella Storia di liberazione di cui tutti oggi siamo figli. Tra i temi che emergono dalla lettura dell’opera di Flavio Almerighi, un posto particolare va al tema del distacco e della morte, spesso presente come versi dedicati agli estinti, sempre colmi di trepidante rispetto e incomprensione, mi si passi il termine, verso il mistero della dipartita, nell’emersione di una umanità che davvero coinvolge anche il lettore.

Infine, in quella chiusura del discorso che comunque deve esserci anche a questa nota, mi piace sottolineare una figura che spesso ho incontrato nelle poesie di Flavio, il treno, mezzo di avvicinamento e di allontanamento al contempo, immagine che al meglio veste la mia visione della poesia di questo autore, fatta di slanci e cuore, ma anche di saluti dalla banchina, di biglietti obliterati sempre per nuove mete con la consapevolezza che in fondo siamo nati \ credo, per smarrire \ e ritrovare la rotta, come leggo in un suo inedito scritto in questo caldissimo luglio 2017 e che ho voluto riportare anche in esergo di questa semplice annotazione di stima. [Angela Greco]

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Flavio Almerighi è nato a Faenza il 21 gennaio 1959. Sue le raccolte di poesia Allegro Improvviso (Ibiskos 1999), Vie di Fuga (Aletti, 2002), Amori al tempo del Nasdaq (Aletti 2003), Coscienze di mulini a vento (Gabrieli 2007), durante il dopocristo (Tempo al Libro 2008), qui è Lontano (Tempo al Libro, 2010), Voce dei miei occhi (Fermenti, 2011) Procellaria (Fermenti, 2013), Caleranno i Vandali (Samuele, 2016), Storm Petrel (edizione bilingue di Procellaria, Xenos Books Los Angeles 2017 traduzione di Steven Grieco).  E’ presente in rete con il blog amArgine (https://almerighi.wordpress.com/).
Due poesie tratte dall’antologia Cerentari
Otto Giugno 2007,
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tra una versione definitiva
e l’altra della vita
corrono strazi paralleli
riempiti di terriccio e formicai
a tirar rosari, somme e pareggi
che non rendono pari dignità
a un tramonto di classe.
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[Guardava cani sui tetti,
anche allora sapeva di non vivere.
Già dall’Ottanta la sua anima
desiderava esequie vichinghe,
ma si sentì grande quel giorno,
quando, sulle rovine di Ninive,
trovò un cancello.]
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L’arte sepolcrale
rasenta a volte l’imperfezione
non sono ritocchi, ma rintocchi
quelli d’ala al messaggero,
ad avere cura di,
orgogliosi per avere scalato
una ziqqurat caduta.
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(da durante il dopocristo, Tempo al Libro, 2007)
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A volte mi perdo in stazione
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treni in ritardo consentono deflagranti letture
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A volte mi perdo in stazione
negli occhi di un cane
illuminanti sullo stato
di salute e precarietà,
avessi trascorso tutta la vita
ad aggiustare parole
non mi sarei reso conto
della storia andata in replica,
del saluto nel bacio
della gratitudine al tempo reso
prima dell’arrivo
e alla prossima partenza.
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(da Sono le tre, LietoColle, 2013
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