Gianmario Lucini, Perché sei sapiente se sei ancora in vita?

Una poesia di Gianmario Lucini (18/9/1953 – 28/10/2014)

Si curvano davanti all’opera delle loro mani
davanti a ciò che fabbricano con le loro dita
Is 2,8
perirà la sapienza dei suoi sapienti
e scomparirà l’intelligenza degli intelligenti
Is 29, 13-14

Perché sei sapiente se sei ancora in vita?
Guardati intorno, pullulano piaghe
da ogni direzione i disperati assalgono
ed hanno fame – da secoli non mangiano –

vedi i bagliori dell’inferno il fumo
che sale dal tuo cortile
la pianura tutta è cosparsa di cadaveri
rantoli di feste e fuochi immondi

tutto vedi e l’ingiustizia, la rapina
vedi e continui a frugare l’orizzonte
dove il grande libro brucia
divorato da un fuoco di giustizia.

Ti accompagna un consesso di ladroni
di serpi viscide che pregano al mattino
e di notte insidiano le culle,
-di notte nell’orgia e di giorno sugli altari -.

Canti le lodi del Signore
mentre il povero rantola e muore.
Innalzi templi, t’allei coi potenti
mentre i poveri disperano in Dio.

Un fallo sconcio invece del capo
un suono di bottino nella loro voce,
questi i tuoi alleati, i tuoi santi
che pregano Dio bestemmiando.

Perché sei sapiente se sei ancora in vita?
Il mondo è morto e tu sei rivestita
di panni preziosi, esci fiacca dall’orgia
e te ne vai nel deserto a pregare.

Quale dittatore non ha conosciuto?
Di quale potente non hai gradito i banchetti?
Come un cane da caccia punti i suoi palazzi
-grondano sangue e tu ne sei complice-.

Mia sposa adultera che male ti ho fatto?
In quale bisogno ti ho mai contrariato?

tratta dal blog La poesia e lo spirito, dall’articolo POESIA E POTERE di Giovanni Nuscis, che si ringrazia.

*

dello stesso Autore in questo blog (clicca sui link azzurri):

Quattro sassi con…Gianmario Lucini

foto d’apertura: opera di Elisabetta Sirani, Girolamo

 

Norcia, Basilica di San Benedetto – sassi d’arte

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Norcia, Basilica di san Benedetto, corona

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Norcia (Umbria, Italia), Basilica di San Benedetto

(omaggio al nostro Patrimonio artistico duramente provato dal sisma degli ultimi giorni)

Sul lato destro del palazzo comunale vi è la basilica di S.Benedetto. L’ edificio è il risultato di una stratificazione di interventi costruttivi e di restauro avvenuti nel corso dei secoli. La chiesa, secondo la tradizione cristiana, sorge sopra la casa natale del Santo, il cuore della chiesa, nell’area della cripta sono visibili i ruderi di una struttura romana datata intorno al I sec. d.C. L’ accesso alla cripta è consentito attraverso una scala che si apre a sinistra dell’ingresso della basilica. L’ interno, a croce latina, ha subito varie modifiche nel corso dei secoli, e non segue uno stile ben preciso: elementi romanici, gotici e barocchi si mescolano tra loro. Alle pareti si possono ammirare interessanti tele di pittori locali, riguardanti la vita del santo. Da ricordare il dipinto di Filippo Napoletano rappresentante l’incontro tra San Benedetto e Totila del 1621 e La resurrezione di Lazzaro, di Michelangelo Carducci,del 1562. L’esterno della chiesa si presenta con una maestosa facciata (ampiamente restaurata nella parte alta) arricchita da un bel rosone, accompagnato dai simboli dei quattro evangelisti, e da un ricco portale abbellito da rilievi e statue. Uscendo dalla porta principale e volgendo a sinistra, sotto un portico del 1500 si allineano le antiche “Misure” (XIV sec.), grossi recipienti di pietra, usate durante i mercati come unità di misura per le merci. (dal sito norcia.net – in foto, i dettagli della facciata)

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Norcia, Basilica di San Benedetto, rosone

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dettagli lato sinistro

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dettagli lato destro

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Il sasso nello stagno di AnGre è vicino alle popolazioni colpite dal sisma, che nella prima mattinata del 30 \ 10 \’16 ha abbattuto un’importante parte della nostra storia dell’arte e non solo. Portiamo in noi queste immagini per raccontarle a chi verrà…

*

The Way We Were a cura di Giorgio Chiantini (sassi sonori)

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The Way We Were, canzone del 1973 e colonna sonora del film “Come eravamo” – film e musica, che a distanza di oltre 40 anni, continuano ogni volta ad emozionarmi – interpretata da Barbara Streisand. Scritta da Alan e Marilyn Bergman ed arrangiata da Marvin Hamlisch, vinse il premio Oscar ed il Golden Globe per la migliore canzone, oltre ad ottenere la posizione numero otto della “lista delle migliore 100 canzoni tratte da film” stilata dalla AFI; raggiunse la vetta della classifica canadese e statunitense per una settimana nel 1974, tornando successivamente per altre due settimane ancora in vetta, come singolo più venduto dell’anno e vincendo il “Grammy Award for Song of the Year 1975”. Inoltre il singolo permase numero uno anche della “adult contemporary chart” ancora per due settimane e, in quella occasione, la Streisand raggiunse la vetta di quella classifica per la seconda volta dopo People del 1964.

 ∼

I ricordi sono un argomento non semplice, perché si finisce sempre col pensare “vorrei poter rivivere quel momento” o “vorrei poter tornare indietro per cambiare le cose” o, semplicemente, “vorrei dimenticare”. Tutte cose non realizzabili. Ma potessimo farle, noi, le faremmo?

…If we had the chance to do it all again / Tell me, would we? / Could we?
(…Se ci fosse l’occasione di rifare tutto / Dimmi, lo faremmo? / Riusciremmo?)

Spesso tornano alla mente, nel bene o nel male, particolari momenti della vita e i ricordi ne sono una scia che ci accompagna per dirci ancora chi siamo; vaghi, labili e a volte imprecisi, emergono per farci ridere o piangere; oppure, ne andiamo alla ricerca per trovare risposte ad alcuni nostri comportamenti…

Questa canzone ha in sé quella malinconia da consapevolezza dell’importanza di ciò che si è vissuto, che è passato e che sarà irripetibile. E credo che questo invito ad un rapporto positivo col ricordo sia qualcosa di bello, in un mondo in cui le cose belle, appunto, sono destinate comunque a finire, l’importante è poterle ricordare con quel pizzico di malinconia misto a dolcezza “dei sorrisi che ci siamo lasciati dietro”. [Giorgio Chiantini]

The way we were

Memories light the corners of my mind
Misty, watercolor memories
Of the way we were

Scattered pictures of the smiles we left behind
Smiles we gave to one another
For the way we were

Can it be that it was all so simple then?
Or has time rewritten every line?
If we had the chance to do it all again
Tell me, would we?
Could we?

Memories may be beautiful and yet
What’s too painful to remember
We simply choose to forget

So it’s the laughter we will remember
Whenever we remember
The way we were

*

Come eravamo (traduzione)

“I ricordi illuminano gli angoli bui della mia mente
Ricordi annebbiati, a tenui colori,
di come eravamo

Immagini sparse di sorrisi lasciati indietro
sorrisi che ci siamo scambiati,
per come eravamo allora

Era forse tutto così semplice allora
o il tempo ha riscritto ogni riga?
se ci fosse l’occasione di rifare tutto
dimmi, lo faremmo?
riusciremmo?

Possono essere anche belli i ricordi
Ora che abbiamo scelto di dimenticare
ciò che è troppo doloroso da ricordare

E così saranno le risate che ricorderemo
ogni volta che ci ricorderemo
di come eravamo”

Ab ovo, tempo di poeti & poesia…e ricordi, di Cataldo Antonio Amoruso

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Vincenzo Foppa, Cicerone bambino che legge, 1462–1464 circa, Londra, The Wallace Collection

Ab ovo

di Cataldo Antonio Amoruso

Ab ovo, dall’inizio e tanto per darmi un tono, cosa che ho sempre rifuggito. I poeti non fanno la poesia, tantomeno la poesia fa i poeti. E’ un rapporto che trovo inevaso, inconcluso, questo dare ed avere tra la forma e il sentire. Certo è possibile saper scrivere poesia, farne critica ed esegesi, anche senza troppo spendersi e con qualche guadagno in termini di visibilità e apprezzabilità; interpretare poesia è altro, e questo non paga, quasi mai. Se la poesia ti cerca, prima o poi ti trova. Se la cerchi, allora cercala nelle parole di altri che ci sono passati, forse ti sarà più facile incontrarla, certo sarà stato un altro a saperla proporre – magari un letterato, un mestierante, nella peggiore delle ipotesi – ma cosa importa… a questa fiera non si vince nulla, al massimo un altro giro di giostra. Come mai se vi aggirate per blog ed editoria varia non trovate mai qualcuno che vi spieghi cosa volesse dire con quelle parole spezzate prima che finisca il rigo? Nella peggiore delle ipotesi si tratta del guadagno che chi scrive può ricavare dall’essere sopravvalutato dal lettore… che poi questi ruoli, ovvero chi è colui che scrive, chi è colui che legge, sono assolutamente arbitrari, casuali, dipendenti da scelte personali… Bisogna avere quell’onestà di dichiarare cosa si voleva dire con i cosiddetti versi e meravigliarsi di cosa il lettore abbia capito, che, spesso ma non sempre, va oltre le intenzioni del ‘poeta’, e magari rendergliene merito… a chi legge, dirgli ‘ah, non l’avevo capito!’ e ringraziarlo.

Qui sotto, sono scritte cose molto personali (!!!) che parlano di timori e paure dell’infanzia, di ammonimenti e insegnamenti popolareschi, rudimenti accolti senza filtri di alcun genere… e poi spero che ci sia quello che l’eventuale lettore potrà capire meglio del sottoscritto: a lui sono riconoscente e dico: Ah, l’ho scritto ma non l’avevo capito!… Grazie.

Le mani pronte
a ripetere
chirieleisò, chirieleisò
– dillo con me, non so cosa sia –
lo dico, non aver paura
forse è il treno delle notti tutte
o il tuono, lo hai sentito? Hai visto il lampo?
Poteva risucchiarti, se solo sull’uscio…
entrare e con te in braccio vederlo volare

no, nessuno è tornato
ci hanno lasciato solo le mani, sudate
dammi un bacio, piccolissimo
tra le cortine
ora,
sembrano quasi barricate, sì
ridiamo… tienimi la storia:
ti ripeto le cinque giornate
già…

ma capire quel tempo
abitarne l’intercapedine
saggiarne lo stacco
c’era uno così, sai? Nell’altra stanza
tra il carapace e la materia
molle

il piccolo vuol sapere tutto

ma non so come finisce, l’ho scordato
forse
sognavamo
e ripetevo
con te christeleisò, christeleisò
tutta la notte ho baciato il santino
ma non t’ho svegliata, non io
forse era la paura chi veniva a toccarti
a sfiorarti sugli òmeri sommandosi
a quanti eravamo, a capo e a piedi nello stesso letto
a una distanza che non muta
quale non so…
forse questa cesura dal giorno
o dalle paure
o dai ricordi dai precetti dagli insegnamenti
dalle piccole note spacciate per comandamenti
dai non guardate le mani di chi ha, dai non chiedete nulla
o dai meglio una febbre che vi porti
per quanto vi ami
piuttosto che ladri
o infami

chirieleisò, christeleisò
guarda le mani, guarda le mani
e i cocci del rosario
il primo morto della nostra vista
e quasi con gli occhi
si muovono ancora e le dita e le nari.

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Lorenzo Loli (?) (1612-1691), incisore – Monza (MB), Civica Raccolta di Incisioni Serrone Villa Reale

Casa sparsa, di Cataldo Antonio Amoruso

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Casello 98, Cirò Marina (KR)

 

Casa sparsa*

Sì, io sono la più anziana del gruppo.
Sono la casa verso la collina, quella a mezza costa, che si raggiunge per ultima, forse a fatica; forse dico, perché io non conosco la fatica del cammino: posso solo offrire rifugio a chi giunge dal fondovalle.
Sono la più anziana, dicevo.
Quella sorta quasi per scommessa e quella che per prima si è svuotata, quella forse che negli ultimi tempi ha udito le voci e i nomi più strani.
Ogni giorno che passa divento sempre più una casa isolata.
Da sparsa che ero.
Questo è anche meno.

Leggo negli occhi di chi si ferma a guardarmi una controversa voglia di possesso, un dimesso far di conto, l’eterno raffronto, i costi, i ricavi, i benefici…
Una casa è sempre una casa, una casa si può sempre riattare, qualcosa si può sempre recuperare, e poi agevolazioni, detrazioni, e i sempre che cedono il posto ad altri sempre che non finiscono mai…
E intanto quegli occhi poi tirano avanti, passano oltre, giù verso le case che lungo la strada digradano verso il mare, servite dai mezzi, ogni anno rivalutate, con cartelli fioriti, ore pasti e inviti.
E mai una parola gentile, un pensiero un po’ fuori dalle righe, mai un’idea che sfiori i pensieri di quelli che mi inchiodano il fardello “vendesi” e di quelli che si fermano a leggerlo.
Gente sempre diversa, affittuari di ventura, passeggeri…

ulivi in bianco e nero a cirò marina (KT)
Ulivi a Cirò Marina (ph.AnGre)

E’ molto cambiata la gente del posto, in questi quarant’anni.
Anche se, in fondo, a pensarci bene, questo posto non ha più una sua gente.
Sui nostri tetti sono rimaste le antenne.
E anche le antenne, là in basso, da tempo hanno cambiato forma.
Quarant’anni fa non era così.
Quell’apparecchio, quello scatolone era veramente qualcosa di sacro.
Ed io ho faticato e fatico ad abituarmi a tutte quelle voci che si alzavano e abbassavano a piacere, senza un motivo che fosse nell’ordine delle cose…e quel variare continuo di immagini, e questa antenna, questa croce da sostenere sul mio tetto, come un simulacro o una visione che indica la via verso l’etere…

Me li ricordo, il primo giorno che lo scatolone si accese, sarà stato il ’64, lì nella stanza dove per tanti anni avevo assistito alla lentezza delle serate passate intorno ad un braciere, a raccontare, immaginare, sognare, trattenere paure…e l’eccitazione del figlio più piccolo, la tensione palpabile sul volto del padre, il figlio più grande, serissimo, col dito pronto sulla levetta dello stabilizzatore, e le bambine e la moglie, incredule di fronte a tanta spesa, a tante cambiali.
E poi la prima immagine, un film di Ivanhoe, qui, nella mia stanza da pranzo, cavalli imbizzarriti, spade, accozzaglie di fanti e briganti, proprio lì dove ora si affaccia un rampicante.
E il braciere allontanato, “compriamo anche una stufa elettrica…, ci sarà più posto!”
Già, perché allora non avevo ancora i riscaldamenti appiccicati ai fianchi come un cilicio e quella grande ruota di legno con il braciere al centro era troppo ingombrante, anche se nei loro ricordi – sciocco a dirsi, o patetico -, la cinigia fa ancora faville.

Lo so, i miei sono i ricordi di una vecchia casa in quiescenza, una casa che non chiede più nulla, che non ha più voglia di rifacimenti e di riparazioni al risparmio.
Mi basterebbe forse solo un po’ di cielo, ecco, un po’ di cielo e qualche ricordo.
Forse me li lasceranno, ricordi e cielo, attraverso queste tegole che il vento ha discosto, i volti di rapina di questi miei abitanti venuti da di là dal mare, per i quali sono pur sempre una casa, seppur di fortuna, abusiva, ma viva, almeno fino a quando un reticolo di mattoni non verrà a chiudermi gli occhi e la bocca.

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Casello FS Km 203+108,della linea Taranto-Reggio di Calabria (ph.Cataldo Antonio Amoruso)

Rumori, non è il solito treno che fa vibrare i miei vetri sottili, che interseca le radici dei pini allungate fin sotto i binari, e non è ora di fantasmi o acquirenti, chi mi abitava è sgattaiolato fuori, nella sua ombra clandestina, dovrei avvertire solo deserto, sconnessioni di maioliche e mattonelle, ragni, lavorio di formiche, invece qualcosa ho sentito, non possono essere passi, non può essere che passi…

Passi che hanno scelto il buio incipiente, occhi che mi guardano quasi con timore, che sembrano sfiorarmi, di là dal muretto riquadrato con al centro la effe e la esse, avvitate, lo stemma delle ferrovie, oltre la cisterna, dove i ragazzi si contendevano fragole e sguardi di volpe, nel posto dove venivano a ricamare le ragazze del quartiere, ‘da ruva’*, rilasciando, a volte, sorrisi, quasi sempre incanti.
Oggi i miei occhi sono stanchi, e forse solo credo di vedere, ma qualcosa mi parla di un’ora che è giunta, di un ragazzo che è tornato, un cercatore di braci.

Vorrei staccare il mio cartello più bello, il “vendesi” più allettante, cui ho saputo resistere, dirgli sono io, la tua unica, ultima casa, da sempre, ricordargli il solletico bambino di quando coi gessetti sottolineava le mie crepe, già allora avevo crepe lunghissime, un mio vezzo, come ciglia, come gambe, e le sue mani le coloravano, indolenti, poi scappava via inseguito da strilli o pensieri.
Forse mi sto illudendo per l’ultima volta, è un lusso un po’ eccessivo che voglio concedermi, prima che arrivino le ruspe, prima che sia la mia ora.

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Torre Vecchia, Madonna di Mare (Cirò Marina)

Eccolo, non posso più sbagliarmi, il cancello stride come sempre, come quando i ragazzi lo sentivano cigolare e correvano incontro al padre, per richiudere e aggiungere la sicurezza di una palizzata a questa specie di fortino per famiglia sola.
Si avvicina, scosta erbacce, si guarda intorno, cerca di ricordare, sì, ricorda, come non potrebbe, sul muro del magazzino dei ferrovieri c’è ancora il disegno col carboncino del soldato con cui giocava alla guerra, forse un tedesco, con in mano una granata…l’ha visto, son sicura, e mi ha vista, è qui per me, non può essere diversamente.
Ho resistito con tutte le mie forze, ho cercato di conservare quanto più ho potuto, poi l’abbandono, gli anni, i vandalismi, queste persone che hanno violato le mie stanze più segrete, con bottiglie rotte, con aghi, materassi disfatti, mi hanno ridotta così, quasi un ammasso di pareti, e crepe, null’altro.

Lui invece se n’è andato anzitempo, non ha voluto esserci per il trasloco, e non è più tornato, prima d’ora, e chissà poi cosa è venuto a cercare, se quello che sta facendo può avere ancora un senso.
Altre case mi han parlato di lui, come parliamo noi case, coi nostri messaggeri invisibili di gioie e di paure, quei portatori di ansie e rumori che lui chiamava ‘spirdi’*, quando serrava tra le dita l’immaginetta dell’angelo custode sotto il cuscino, per prendere sonno, ché aveva sempre paura dei miei muri, allora, e non bastava la madre sempre presente, voleva sempre e solo luce, come di giorno fatto.

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Tramonto da Madonna di Mare, Cirò Marina (ph.AnGre)

Quante avrei da dirtene, ragazzo, se solo potessi, ma dovrai essere tu a ricordare, a capire…io lo so che sei passato più volte qui davanti e non ti sei mai fermato, e ai tuoi figli hai ripetuto sempre la stessa solfa…guardate, quello è il casello delle ferrovie dove ho sempre vissuto, e poi, per farli ridere, ma sono nato in un’altra casa che prima di essere abbattuta -ci passiamo spesso quando andiamo al mare- era diventata una stalla, e per poco non ho avuto anch’io un bue e un asinello…che sciocchezze!, ma questo almeno sai dirtelo da solo… e scusami, se a volte anch’io recrimino.

Ma ora sei qui, e non mi importa, vorrei solo staccarmi di dosso qualche ragnatela più perniciosa, come fanno le madri che si asciugano le mani col grembiule prima di gettarle al collo del figlio che torna, ma questo a noi case non è dato, noi per queste cose dobbiamo aspettare il vento: ti parlerà, per me, come un silenzio grande, di voci spente, di suoni riposti e imposte preda della tormenta, di versi paurosi d’animali, di racconti incredibili di morti spaventose, di catene agitate nella notte, di bocche nere, e braccia levate dal sottosuolo… credevi a tutto, piccola volpe paurosa, piccolo chisciotte senza sosta, credevi agli amori, e forse questo ti ha perso, chissà cosa immaginavi… proprio qui nel mio grembo, dove ti ho sentito crescere, diventare un giovane uomo, poi ti sei fatto sempre più serio, più cupo, hai preso a tacere, e mi mancavano i tuoi gomiti sul davanzale, la corsa, quando sentivi un treno arrivare, per salutare viaggiatori senza un sorriso, solo una mano alzata al finestrino, ogni tanto, di rimando, per educazione.

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Cirò Marina, ferrovia

Si è fermato, lo sapevo, indugia, io so cosa cerca, ha nascosto tesori, scava nella memoria di piccoli forzieri lontani, non sa, li hanno portati via in silenzio, coi materiali di risulta degli ultimi scavi, lontano dalle viscere di questo orto che si ostinavano a chiamare giardino, si rassegnerà, penserà di essersi sbagliato, meglio così, meglio che si accontenti di soli ricordi, del dito che spinge sulla scorza del pino superstite, ripassando a mente i disegni scavati che il tempo ha cancellato quasi interamente, con altre scorze più dure e colate di resine.

Il pino è enorme, una chioma che è un mare verde scheggiato di piccole isole scure, i nidi di passeri e rondini, piccole case che il freddo straziava con rovinose cadute di implumi al suolo e la sua lotta col tempo e coi gatti lesti ad afferrarli e portarli via, li rincorreva anche a piedi nudi, se era il caso, sul tappeto pungente degli aghi caduti.
Era così la tua casa, con l’altro pino, anche lui gigantesco, quello che se n’è andato da tempo, un giorno di novembre che decisero che le sue radici avrebbero potuto sollevare i binari…come dicevano?…ah, che poteva essere un pericolo, che era troppo vicino alla sede ferroviaria, sì, così mi pare.
E ora sei qui e forse non sai bene cosa cerchi, o non riesci a dirlo chiaramente: si chiama capire, ed io, da vecchia casa, io che da te mi sono lasciata abitare, posso dirtelo, ragazzo, questo che vorresti fare tu, si chiama capire.

Ora, se vorrai, potrai anche parlare.

[Cataldo Antonio Amoruso, testo ridotto per Il sasso nello stagno – foto dal web laddove non specificati gli autori]

§

* “Casa sparsa” credo sia un termine specifico, anche nella toponomastica delle abitazioni rurali, almeno così l’ho inteso leggendo un saggio della professoressa Maria Luisa Gentileschi sullo sviluppo delle marine sul litorale ionico della Calabria;

* I “spirdi” sono gli spiriti, i fantasmi, la pronuncia prevede una specie di s come in sc: scpird.

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Cirò Marina (KR)

Antichi ricordi…(versi di Mirta De Riz & opere di Giuseppe Faraone)

Riverbero sul Grande Fiume. - Giuseppe Faraone Art
Giuseppe Faraone, Riverbero sul Grande Fiume – olio su tavola cm 43×28, 2013

 

SENZA PACE

VAJONT

1963 – 2013

 

Arcane ombre

strascicano lenti passi

all’alba di luce mancata,

in ogni ottobre di ricordo.

 

Affondate in un’esistenza

senza palpiti,

essenze vagano alla ricerca di vite strappate,

scostando coltri di nebbia

tessute con fili di rancore e di oblio.

 

In rovine di case

dall’acqua e dal tempo violate,

fugaci ombre siedono

accanto a solitudini

lamentando recisi affetti.

 

Cerca lo stupore

dell’estremo attimo il suo perché,

pretende lungo, atroce dolore

dovuto riscatto.

 

Alita d’intorno

umido profumo di sottobosco;

aleggiava ovunque dolciastro

odore di morte.

 

Su tutto l’ombra sinistra di una montagna,

non più di cedevoli sassi,

ma di pittate foglie:

quante mendaci parole!

 

E LA NATURA OFFESA,

CIECA D’IRA,

NON RICONOBBE NEPPURE

I FIGLI SUOI.

 

*

 

E’ TEMPO DI …

 

Cielo, avvolgimi con un lembo

del tuo stellato manto.

Notte, siedimi accanto;

silenzio accenditi ora;

sss… non mi distrarre…

 

E’ tempo di pensare.

 

Arranca il carretto

con i giorni passati,

drammi, speranze,

miserie e riscatti;

delicato nido di piume

il cuore di futuro vestito;

vecchio di vita il mio volto.

 

E’ tempo di raccolto.

 

Ogni dolore il tempo ha disperso,

di ogni gioia rimane voce senza eco,

Gelida mi abbraccio stringendo

il niente già tutto scordato.

 

Ed è tempo

di un inverno mai passato.

 

Un petalo di tenerezza si scioglie

in una lacrima,

vita per fiore mai sbocciato.

 

Nell’anima mia graffi di piccola mano

 

sono ora lievi carezze.

 

E’ un dolce dono.

 

Tempo di perdono.

 

*

[Mirt De Riz, 2013]

 

Antichi ricordi - opera di Giuseppe Faraone
Giuseppe Faraone, Antichi ricordi – olio su tavola cm 43×28, 2013

l’artista si può “incontrare” sul suo sito www.pinofaraone.it

(e se viaggiare…) di Cettina Lascia Cirinnà

Lindy Longhurst

 

e se viaggiare

è diventata un’abitudine

non lo è il tuo viso

al di là  del vetro

di una finestra chiusa

per sempre

 

ti immagino legata

da corde invisibili

ad una vecchia sedia

 

mentre acqua di mare

sale fino alle caviglie

i miei occhi di sfuggita

incontrano i tuoi

luce e ombra avvolgono

a intermittenza

lo spazio e i pensieri

 

tra me e te

appena un gesto

*

[da Era il tempo della poesia – Libreria Editrice Urso 2013]

(il testo è qui riportato come nella pagina)

*

sui versi di quest’opera di Cettina Lascia Cirinnà si può leggere anche al seguente link: https://ilsassonellostagno.wordpress.com/2013/04/11/su-era-il-tempo-della-poesia-era-il-nostro-tempo-di-cettina-lascia-cirinna/

ho incrociato in parole (trad. di Cataldo A.Amoruso)

photo by Imogen Cunningham
photo by Imogen Cunningham

 

ho incrociato in parole
il tuo grembo
sei pazzo dicevi
quando parlavo reclino
e le tue labbra rosavano le mie labbra

ancora le tue dita
diluiscono sul mio collo
una tua scia di saliva

che traspare, che è lenta, che sento

le nostre anime scivolano
indifferenti quasi
ai corpi dove insistono

le nostre parole lasciano una traccia
un contorno di lini irrisolti
e trame fitte
dove nascondono le dita
svelte
i tuoi sussurri che amo
e che di donna chiamo.

(trad. da A. Vicente Vitale)

http://krimisa.blogspot.it/2013/06/ho-incrociato-in-parole.html

.

da La terra e la morte di Cesare Pavese

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Vladimir Kush – Anticipation of nights shelter

 

Terra rossa terra nera,

tu vieni dal mare,

dal verde riarso,

dove sono parole

antiche e fatica sanguigna

e gerani tra i sassi –

non sai quanto porti

di mare parole e fatica,

tu ricca come un ricordo,

come la brulla campagna,

tu dura e dolcissima

parola, antica per sangue

raccolto negli occhi;

giovane, come un frutto

che è ricordo e stagione –

il tuo fiato riposa

sotto il cielo d’agosto,

le olive del tuo sguardo

addolciscono il mare,

e tu vivi rivivi

senza stupire, certa

come la terra, buia

come la terra, frantoio

di stagioni e di sogni

che alla luna si scopre

antichissimo, come

le mani di tua madre,

la conca del braciere.

[27 ottobre 1945]

*

(Cesare Pavese, Poesie – Einaudi)

punta fine (Romeo Raja)

[dal web]

_________________________________________

Ricordati una penna e dei fogli

per il tempo che non passerà mai

per la solitudine che letta ad alta voce

sembra di meno

e perchè tanto, quel posto in valigia

non pesa.

Non importa, anche se fosse un dolore

ti servirà ricordare

che la vita non è solo questa.

__________________________________________

i cardellini (Cataldo A.Amoruso)

cardellini

ascolta…

i cardellini sul filo

non pigolano

a malapena si muovono

stavano stretti, un tempo, e si tenevano…

 

ora cadono da soli

senza che nessuno li spinga

o forse sono queste mani estranee

a portarseli a spalle per la via

 

ascolta i cardellini, questo rumore nei pluviali

e il filo che si muove ancora e appena

o è solo il vento che soffia di tra gli ulivi, chissà…

un’ombra che  inciampando andava via.

*

i cardìdd [dialetto cirotano (di Cirò Marina, KT)]

.

‘ntrègula…

a fileràta dì cardìdd

un ciàncin

sì e no si motichìjn

stàvin ‘ncutt, na vota, e si tenìjn…

 

mo’ si tùmmin sul

ccù nessùn ca l’ammùtta

o pènzca sù si man ‘e stran

ca si mpèsin mmenz a vìa

 

‘ntregula i cardìdd, u rumùr di guttàl,

e u fil c’ancòra si toculìa

o è sul u vent ca jùscia de ‘nta l’olìv, o chisà…

n’umbrìa c’ attroppicànn sinn jìa..

*

“[…] Li ho visti (mio padre e i suoi fratelli) come cardellini tremolanti, infreddoliti, rassegnati, consci. E memori di un altro tempo in cui stringersi, sentirsi vicini, e affrontare il mondo, le avversità, la terra dura della loro provenienza bracciantile.

Ora che giunge la loro ora, cadono da soli, non occorre che qualcuno li spinga. Di strano ci sono quelle mani sconosciute che li sollevano per portarli via per sempre, passando per quella strada che era per loro il mezzo per raggiungere quanto avessero di più caro: la casa.   

Quelle parole mi dicono di farmi attento alle voci dei cardellini, al rumore della pioggia che si agita nei pluviali, a quel filo che ancora si muove, perché la dipartita è recente, e quello staccarsi si ripercuote nel metallo che dondola come un dente, e non smette, ché ci sono altri cardellini, ma forse si tratta solo del vento che si agita tra le fronde, che non vuole lasciare quegli ulivi, chissà…, forse zio Luigi è già un’ombra che si attarda disperatamente, che inciampa per non andare via…” (CataldoAntonio Amoruso)

.

(ringraziando di cuore l’Autore, segnalo al seguente link l’interessante insieme delle note sulla lingua e sul significato di questo affettuoso ricordo: http://krimisa.blogspot.it/2013/01/i-cardidd-i-cardellini.html)

Macchie d’inchiostro (Mirta De Riz)

Marina Marcolin

Sere d’inverno
con l’abito lungo di madonne dimenticate,
resa di lacrime d’addio sui muri,
palco per inquiete ombre danzanti
alla luce fioca di un camino stanco;
E fuori la neve amava la terra
.
Sembrava non dovessero mai finire
quei giorni di macchie d’inchiostro, regole a memoria,
odori di veli e messali,
prigionieri in quel cassetto di noce,
profumi di cera e mele cotogne
.
Ed io crescevo in silenzio,
nell’anima di quel tempo d’incanto
.
Poi il tempo cavalcò cavalli senza morso
e i sogni schioccarono e si spensero come faville
.
E sferzò la pioggia e offese la grandine
.
Pellegrina confusa e stanca
chiedo al tempo dolce sollievo,
ma solo una bambola rotta
fa la guardia alle rovine di una casa,
e di un cuore

Quel che dice lo stame nel vento (Cataldo A.Amoruso)

macro_photography Evan Leeson by designe-dautore.com

Quel che dice lo stame nel vento

È sussurro, respiro

Lo stelo che insiste e di terre riverse

È il ricordo che spinge

Nell’alto le foglie e le ali non sono

Che un unico mezzo

Un ascendere lento, un ingresso nell’aria

Un fatto d’intenti

Un picco di tetti, un fumigare d’inverni

Un’anima avvolta tra dita

         Scollina

Poi torna, per via

Il non detto dell’aria nel fiore

E riposa, lo stelo incoccato,

lo spino,

“benidìttu sia” (versi di Cataldo A.Amoruso)

Jean Baptiste Siméon Chardin (pittura del '700)

benidìttu sia

u fridd ‘e natàl

e a stidda ‘e menzannòtt

ca sinn fuìja, benidìtta

a guantèra dì crùstul

e u mel ca sinn scinnìja

i battamùr sparàt all’ammucciùn

e u numr ‘mpilàt ntu sinàl

ppè far far amb ar i criatùr

benidìtt sa pac ca sinn sàgghja citta

citta com nu mel ca fa l’occhj duc

com i man da mamma c’accarìzza u figghj

e murmurìa ppè sa famìgghjia e su natàl 

strittu stritt

n’ ‘arrassu sia!’.
*

benedetto sia \ il freddo di natale \ e la stella di mezzanotte \ che fugge via, benedetta \ a guantera di crustul*\ e il miele che colava giù \ i mortaretti esplosi di nascosto \ e il numeretto infilato nel grembiule \ per far fare ambo ai piccoli \ benedetta la pace che se ne sale zitta \ zitta come miele ad addolcire gli occhi \ come le mani della madre che accarezza il figlio \ e mormora per la famiglia e il suo natale \ a labbra strette un ‘mai sia‘.

.

[* la ‘guantera’ è il vassoio, per chi lo possedeva, altrimenti era un piatto un po’ più grande; i crùstul sono dolci tipici, con vino cotto e miele, dal latino ‘crustulum’, ‘dolce’.  –  http://krimisa.blogspot.it/2012/12/benidittu-sia.html  ]