Verso Natale, una poesia al giorno: Salvatore Quasimodo

Finestra Illuminata

Natale di Salvatore Quasimodo

Natale. Guardo il presepe scolpito,
dove sono i pastori appena giunti
alla povera stalla di Betlemme.
Anche i Re Magi nelle lunghe vesti
salutano il potente Re del mondo.
Pace nella finzione e nel silenzio
delle figure di legno: ecco i vecchi
del villaggio e la stella che risplende,
e l’asinello di colore azzurro.
Pace nel cuore di Cristo in eterno;
ma non v’è pace nel cuore dell’uomo.
Anche con Cristo e sono venti secoli
il fratello si scaglia sul fratello.
Ma c’è chi ascolta il pianto del bambino
che morirà poi in croce fra due ladri?

*

Il mare in tre poesie

libri-mare

IL MARE 

Acqua docile al freno, sottomessa in silenzio,
Sparso mare dai flutti per sempre incatenati,
E massa offerta al cielo, specchio dell’obbedienza
Dove ogni notte tesse nuove pieghe
La lontana potenza senza sforzo degli astri.
.
Quando viene il mattino e di sé colma lo spazio,
Essa raccoglie e rende il dono della luce.
Si posa in superficie un brillìo lieve;
L’acqua, in attesa e senza desiderio,
Sotto il giorno che cresce risplende e si cancella.
.
Il riflesso serale darà all’ala sospesa
Fra cielo ed acqua un lucrore improvviso.
Trattiene in basso la legge sovrana
L’onde oscillanti, fisse alla distesa
Dove ogni goccia sale e scende alterna.
.
La bilancia dai bracci segreti e trasparenti
D’acqua si pesa, e pesa schiuma e ferro,
Di per sé giusta ad ogni barca errante.
Un filo azzurro traccia sulla nave un rapporto,
Esatto sulla sua linea apparente.
.
Sii propizio, ampio mare, agli infelici mortali,
Stretti ai tuoi bordi, persi nel tuo grande deserto.
A chi è per sprofondare parla, prima che muoia;
Éntraci fino all’anima, acqua, sorella nostra:
Degnati di lavarla dentro la tua giustizia.
.
da Le poesie di Simone Weil  (a cura di Maura Del Serra, Editrice C.R.T. by Petite Plaisance
.
.

L’UOMO E IL MARE 

Sempre, uomo libero, amerai il mare!
È il tuo specchio il mare: ti contempli l’anima
nell’infinito volgersi delle onde
e il tuo spirito non è abisso meno amaro.

Con piacere ti tuffi in seno alla tua immagine,
l’abbracci con lo sguardo, con le braccia, e il cuore
a volte si distrae dal proprio palpitare
al rumore di quel pianto indomabile e selvaggio.

Siete discreti entrambi, entrambi tenebrosi:
inesplorato, uomo, il fondo dei tuoi abissi,
sconosciute, mare, le tue ricchezze intime,
tanto gelosamente custodite i segreti!

Eppure, ecco che da infiniti secoli
vi combattete senza pietà e rimorso,
a tal punto amate le stragi e la morte,
o lottatori eterni, o fratelli implacabili!

Charles Baudelaire, da “Spleen e Ideale”, in “I fiori del male” (Trad. Marcello Comitini)

.

S’ODE ANCORA IL MARE

Già da più notti s’ode ancora il mare,
lieve, su e giù, lungo le sabbie lisce.
Eco d’una voce chiusa nella mente
che risale dal tempo; ed anche questo
lamento assiduo di gabbiani: forse
d’uccelli dalle torri, che l’aprile
sospinge verso la pianura. Già
m’eri vicina tu con quella voce;
ed io vorrei che pure a te venisse,
ora, di me un’eco di memoria,
come quel buio murmure di mare.
.
Salvatore Quasimodo, Tutte le poesie (Oscar Mondadori)

Salvatore Quasimodo, poesie scelte da Ed è subito sera

Carlo-Carra-Verso-casa--1939

Dammi il mio giorno

Dammi il mio giorno;
ch’io mi cerchi ancora
un volto d’anni sopito
che un cavo d’acque
riporti in trasparenza,
e ch’io pianga amore di me stesso.

Ti cammino sul cuore,
ed è un trovarsi d’astri
in arcipelaghi insonni,
notte, fraterni a me
fossile emerso da uno stanco flutto;

un incurvarsi d’orbite segrete
dove siamo fitti
coi macigni e l’erbe.

*

Antico inverno

Desiderio delle tue mani chiare
nella penombra della fiamma:
sapevano di rovere e di rose;
di morte. Antico inverno.

Cercavano il miglio gli uccelli
ed erano subito di neve;
così le parole.
Un po’ di sole, una raggera d’angelo,
e poi la nebbia; e gli alberi,
e noi fatti d’aria al mattino.

*

In me smarrita ogni forma

Altra vita mi tenne: solitaria
fra gente ignota; poco pane in dono.
In me smarrita ogni forma,
bellezza, amore, da cui trae inganno
il fanciullo e la tristezza poi.

*

Specchio

Ed ecco sul tronco
si rompono gemme:
un verde più nuovo dell’erba
che il cuore riposa:
il tronco pareva già morto,
piegato sul botro.
.
E tutto mi sa di miracolo;
e sono quell’acqua di nube
che oggi rispecchia nei fossi
più azzurro il suo pezzo di cielo,
quel verde che spacca la scorza
che pure stanotte non c’era.
.

*

Spazio

Uguale raggio mi chiude
In un centro di buio,
ed è vano ch’io evada.
Talvolta un bambino vi canta
non mio; breve è lo spazio
e d’angeli morti sorride.

Mi rompe. Ed è amore alla terra
ch’è buona se pure vi rombano abissi
di acque, di stelle, di luce;
se pure aspetta, deserto paradiso,
il suo dio d’anima e di pietra.

*

Angeli

Perduta ogni dolcezza in te di vita,
il sogno esalti; ignota riva incontro
ti venga avanti giorno
a cui tranquille acque muovono appena
folte d’angeli di verdi alberi in cerchio.
.
Infinito ti sia; che superi ogni ora
nel tempo che parve eterna,
riso di giovinezze, dolore,
dove occulto cercasti
il nascere del giorno e della notte.
.
.

***

Salvatore Quasimodo, da “Ed è subito sera” in Tutte le poesie, Mondadori; in apertura: Carlo Carrà, Verso casa (1939)

Salvatore Quasimodo, Antico inverno

Gauguin Neve a Vaugirard

ANTICO INVERNO  di Salvatore Quasimodo

Desiderio delle tue mani chiare
nella penombra della fiamma:
sapevano di rovere e di rose;
di morte. Antico inverno.
.
Cercavano il miglio gli uccelli
ed erano subito di neve;
così le parole.
Un po’ di sole, una raggera d’angelo,
e poi la nebbia; e gli alberi,
e noi fatti d’aria al mattino.
.

*

tratta da Acque e terre (1920 – 1929) in Ed è subito sera, dal volume Salvatore Quasimodo, Tutte le poesie (a cura di Gilberto Finzi, Oscar Mondadori, 2013 diciassettesima ristampa)

immagine: Paul Gauguin, Neve a Vaugirard, 1879 – olio su tela, Szépmüvészeti Múzeum, Budapest.

Salvatore Quasimodo, Forse il cuore

Banksy per Il sasso nello stagno di AnGre

Forse il cuore

Sprofonderà l’odore acre dei tigli
nella notte di pioggia. Sarà vano
il tempo della gioia, la sua furia,
quel suo morso di fulmine che schianta.
Rimane appena aperta l’indolenza,
il ricordo d’un gesto, d’una sillaba,
ma come d’un volo lento d’uccelli
fra vapori di nebbia. E ancora attendi,
non so che cosa, mia sperduta; forse
un’ora che decida, che richiami
il principio o la fine: uguale sorte,
ormai. Qui nero il fumo degli incendi
secca ancora la gola. Se lo puoi,
dimentica quel sapore di zolfo,
e la paura. Le parole ci stancano,
risalgono da un’acqua lapidata;
forse il cuore ci resta, forse il cuore….

*

Salvatore Quasimodo, da Giorno dopo giorno – Tutte le poesie, Oscar Mondadori

Salvatore Quasimodo, due poesie

Salvatore Quasimodo, due poesie

Fresche di fiumi in sonno

Ti trovo nei felici approdi,
della notte consorte,
ora dissepolta
quasi tepore d’una nuova gioia,
grazia amara del viver senza foce.

Vergini strade oscillano
fresche di fiumi in sonno:

E ancora sono il prodigo che ascolta
dal silenzio il suo nome
quando chiamano i morti.

Ed è morte
uno spazio nel cuore.

*

Imitazione della gioia

Dove gli alberi ancora
abbandonata più fanno la sera,
come indolente
è svanito l’ultimo tuo passo
che appare appena il fiore
sui tigli e insiste alla sua sorte.

Una ragione cerchi agli affetti,
provi il silenzio nella tua vita.

Altra ventura a me rivela
il tempo specchiato. Addolora
come la morte, bellezza ormai
in altri volti fulminea.
Perduto ho ogni cosa innocente,
anche in questa voce, superstite
a imitare la gioia.

AA.VV. Ha messo chiome il bosco d’autunno / e-book scaricabile gratuitamente

Versi d’Autunno by Il sasso nello stagno di AnGre

(clicca Qui per scaricare gratuitamente la raccolta)

◊◊◊

Bosco d’autunno di Boris Pasternak (Mosca, 1890 – Peredelkino, 1960)
.
Ha messo chiome il bosco d’autunno.
Vi dominano buio, sogno e quiete.
Né scoiattoli, né civette o picchi
lo destano dal sogno.
E il sole pei sentieri dell’autunno
Entrando dentro quando cala il giorno
Si guarda intorno bieco con timore
Cercando in esso trappole nascoste.
.
.
Autunno di Emily Dickinson (Amherst, 1830 – Amherst, 1886) 
.
Sono più miti le mattine
E più scure diventano le noci
E le bacche hanno un viso più rotondo,
La rosa non è più nella città.L’acero indossa una sciarpa più gaia,
E la campagna una gonna scarlatta.
Ed anch’io, per non essere antiquata,
Mi metterò un gioiello.
.
Autunno di Kinmochi Saionji (Kyoto, 1849 – Tokyo, 1940)
.
Dove vanno le foglie arrossate
che il vento stacca dagli alberi?
Volano e passano: il brusio del vento
è tutto ciò che rimane dell’autunno.
.
.
[Vorrei, pioggia d’autunno, essere foglia] di Ada Negri
(Lodi – MI, 1870 – Milano, 1945)
.
Vorrei, pioggia d’autunno, essere foglia
che s’imbeve di te sin nelle fibre
che l’uniscono al ramo, e il ramo al tronco,
e il tronco al suolo; e tu dentro le vene
passi, e ti spandi, e si gran sete plachi.
So che annunci l’inverno: che fra breve
quella foglia cadrà, fatta colore
della ruggine, e al fango andrà commista,
ma le radici nutrirà del tronco
per rispuntar dai rami a primavera.
Vorrei, pioggia d’autunno, esser foglia,
abbandonarmi al tuo scrosciare, certa
che non morrò, che non morrò, che solo
muterò volto sin che avrà la terra
le sue stagioni, e un albero avrà fronde.
.
.
Foglia appassita di Hermann Hesse (Calw, 1877 – Montagnola, 1962)
.
Ogni fiore vuol diventare frutto,
ogni mattino sera,
di eterno sulla terra non vi è
che il mutamento, che il transitorio.
.
Anche l’estate più bella vuole
sentire l’autunno e la sfioritura.
Foglia, fermati paziente,
quando il vento ti vuole rapire.
.
Fai la tua parte e non difenderti,
lascia che avvenga in silenzio.
Lascia che il vento che ti spezza
ti sospinga verso casa.
.
.
.Autunno di Carlo Emilio Gadda (Milano, 1893 – Roma, 1973)
.

Tàcite imagini della tristezza
Dal plàtano al prato!
Quando la bruma si dissolve nel monte
E un pensiero carezza
E poi lascia desolato – la marmorea fronte;
Quando la torre, e il rattoppato maniero,
Non chiede, al vecchio architetto, più nulla:
Allora il feudo intero – fruttifica una susina
Bisestile, alla collina
Dolce e brulla.
Tace, dal canto, il prato.
Il pianoforte della marchesina
Al tocco magico delle sue dita
S’è addormentato:
E dopo sua dipartita – l’autunno
S’è scelto un nuovo alunno:
Il passero!, lingua di portinaia
Dal gelso all’aia:
E il cancello e lo stemma sormonta
La nenia del campanile – e racconta
I ritorni, all’aurata foresta:
Garibaldeggia per festa
Sopra il travaglio gentile
Perché alla bella il ragazzo piaccia,
Quello che lassù canta, quello che lassù pesta.
Il vecchio marchese ha inscenato una caccia
Con quindici veltri, e galoppa,
Diplomatico sconsolato
Sul suo nove anni reumatizzato.
Della volpe nessuna notizia, nessuna traccia!
Il cavallo ha un nome inglese: e il corno sfiatato
Assorda nella tana il ghiro
Che una nocciòla impingua!
Al docicesimo giro
La muta s’è messa un palmo di lingua
E, mòbile macchia, cicloneggia bianca
Nella deserta brughiera
Là, verso il passaggio a livello,
Dove arriva stanca,
Salendo, la vaporiera.
Passa il merci e il frenatore – più bello,
Lungo fragore! – vana bandiera!
Ha incantato la cantoniera.
Ecco il diretto galoppa – verso città lontane
E il cavallo inglese intoppa
Negli sterpi dannati e calpesta
I formicai vuoti e le tane.
Ma dal campanile canta l’ora di festa – canta
Tristezze vane!

Autunno di Salvatore Quasimodo (Modica- RG, 1901 – Napoli, 1968)

Autunno mansueto, io mi posseggo
e piego alle tue acque a bermi il cielo,
fuga soave d’alberi e d’abissi.
.
Aspra pena del nascere
mi trova a te congiunto;
e in te mi schianto e risano:
.
povera cosa caduta
che la terra raccoglie.
.
.
In questa notte d’autunno di Nazim Hikmet (Salonicco, 1901 – Mosca, 1963)
.
In questa notte d’autunno
sono pieno delle tue parole
parole eterne come il tempo
come la materia
parole pesanti come la mano
scintillanti come le stelle.
dalla tua testa dalla tua carne
dal tuo cuore
mi sono giunte le tue parole
le tue parole cariche di te
le tue parole, madre
le tue parole, amore
le tue parole, amica.
Erano tristi, amare
erano allegre, piene di speranza
erano coraggiose, eroiche
le tue parole
erano uomini.
.
.
Mi ricorderò di questo autunno di Leonardo Sinisgalli
(Montemurro-PZ, 1908 – Roma, 1981)
.

Mi ricorderò di questo autunno
splendido e fuggitivo dalla luce migrante,
curva al vento sul dorso delle canne.
La piena dei canali è salita alla cintura
e mi ci sono immerso disseccato dalla siccità.
Quando sarò con gli amici nelle notti di città
farò la storia di questi giorni di ventura,
di mio padre che a pestar l’uva
s’era fatti i piedi rossi,
di mia madre timorosa
che porta un uovo caldo nella mano
ed è più felice d’una sposa.
Mio padre parlava di quel ciliegio
piantato il giorno delle nozze, mi diceva,
quest’anno non ha avuto fioritura,
e sognava di farne il letto nuziale a me primogenito.
Il vento di tramontana apriva il cielo
al quarto di luna. La luna coi corni
rosei, appena spuntati, di una vitella!
Domani si potrà seminare, diceva mio padre.
Sul palmo aperto della mano guardavo
i solchi chiari contro il fuoco, io sentivo
scoppiare il seme nel suo cuore,
io vedevo nei suoi occhi fiammeggiare
la conca spigata.

Autunno di Octavio Paz (Città del Messico, 1914 – Città del Messico, 1998)
.
In fiamme, nell’incendio degli autunni
arde a volte il mio cuore,
puro e solo. Il vento che lo desta
tocca il suo centro e lo sospende
nella luce che sorride per nessuno:
quanta bellezza liberata!Anelo mani,
una presenza, un corpo,
quel che frantuma i muri
e fa nascere le forme inebriate,
un tocco, un suono, un giro, solo un’ala,
celesti frutti della luce nuda.Nel mio intimo cerco
ossa, violini intatti,
vertebre oscure e delicate,
labbra che sognano labbra,
mani sognanti uccelli…Qualcosa che non si conosce e dice: “mai”
cade dal Cielo,
da te, mio Dio e mio avversario.
(testi tratti dal web)

Nel nome del padre, autori vari

 A Mio Padre, Leonardo Sinisgalli  

L’uomo che torna solo
A tarda sera dalla vigna
Scuote le rape nella vasca
Sbuca dal viottolo con la paglia
Macchiata di verderame.
L’uomo che porta così fresco
Terriccio sulle scarpe, odore
Di fresca sera nei vestiti
Si ferma a una fonte, parla
Con un ortolano che sradica i finocchi.
È un uomo, un piccolo uomo
Ch’io guardo di lontano.
È un punto vivo all’orizzonte.
Forse la sua pupilla
Si accende questa sera
Accanto alla peschiera
Dove si asciuga la fronte.

*

Al padre, Salvatore Quasimodo 

Dove sull’acque viola
era Messina, tra fili spezzati
e macerie tu vai lungo binari
e scambi col tuo berretto di gallo
isolano. Il terremoto ribolle
da due giorni, è dicembre d’uragani
e mare avvelenato. Le nostre notti cadono
nei carri merci e noi bestiame infantile
contiamo sogni polverosi con i morti
sfondati dai ferri, mordendo mandorle
e mele dissecate a ghirlanda. La scienza
del dolore mise verità e lame
nei giochi dei bassopiani di malaria
gialla e terzana gonfia di fango.

La tua pazienza
triste, delicata, ci rubò la paura,
fu lezione di giorni uniti alla morte
tradita, al vilipendio dei ladroni
presi fra i rottami e giustiziati al buio
dalla fucileria degli sbarchi, un conto
di numeri bassi che tornava esatto
concentrico, un bilancio di vita futura.

Il tuo berretto di sole andava su e giù
nel poco spazio che sempre ti hanno dato.
Anche a me misurarono ogni cosa,
e ho portato il tuo nome
un po’ più in là dell’odio e dell’invidia.
Quel rosso del tuo capo era una mitria,
una corona con le ali d’aquila.
E ora nell’aquila dei tuoi novant’anni
ho voluto parlare con te, coi tuoi segnali
di partenza colorati dalla lanterna
notturna, e qui da una ruota
imperfetta del mondo,
su una piena di muri serrati,
lontano dai gelsomini d’Arabia
dove ancora tu sei, per dirti
ciò che non potevo un tempo – difficile affinità
di pensieri – per dirti, e non ci ascoltano solo
cicale del biviere, agavi lentischi,
come il campiere dice al suo padrone:
“Baciamu li mani”. Questo, non altro.
Oscuramente forte è la vita.

*

 A mio padre, Camillo Sbarbaro 

Padre, se anche tu non fossi il mio
Padre se anche fossi a me un estraneo,
per te stesso egualmente t’amerei.
Ché mi ricordo d’un mattin d’inverno
Che la prima viola sull’opposto
Muro scopristi dalla tua finestra
E ce ne desti la novella allegro.
Poi la scala di legno tolta in spalla
Di casa uscisti e l’appoggiasti al muro.
Noi piccoli stavamo alla finestra.

E di quell’altra volta mi ricordo
Che la sorella mia piccola ancora
Per la casa inseguivi minacciando
(la caparbia aveva fatto non so che).
Ma raggiuntala che strillava forte
Dalla paura ti mancava il cuore:
ché avevi visto te inseguir la tua
piccola figlia, e tutta spaventata
tu vacillante l’attiravi al petto,
e con carezze dentro le tue braccia
l’avviluppavi come per difenderla
da quel cattivo che eri il tu di prima.

Padre, se anche tu non fossi il mio
Padre, se anche fossi a me un estraneo,
fra tutti quanti gli uomini già tanto
pel tuo cuore fanciullo t’amerei.

(immagine d’apertura: Kazuko Shiihashi, Maple tree listening the moon whispering)

– Leggi anche Nel nome del padre, autori vari (2018)

21 marzo: tutti i colori della Poesia / e-book scaricabile gratuitamente

Il sasso nello stagno di AnGre - 21 marzo giornata mondiale della Poesia

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“Guai a chi si costruisce il suo mondo da solo.”
(Angelo Maria Ripellino, Lo splendido violino verde, 1976)

Per questo 21 marzo, Giornata Mondiale della Poesia, Il sasso nello stagno di AnGre dedica ai suoi Amici e lettori questa breve selezione di versi: ogni poesia contiene un colore, così da rappresentare tutte insieme un’ideale tavolozza con cui dipingere un nuovo giorno, un nuovo mondo, dove ritrovarsi e ritrovare un’umanità libera da egoismi e ancora capace di fare gruppo e comunità in maniera positiva e proficua. Forse questo cambiamento a tanti, a troppi, sembrerà quantomeno folle e irrealizzabile, ma questo collettivo & blog fa parte di quella metà di Cielo che vuole provarci ugualmente a mutare il vigente e soffocante stato  di appiattimento culturale e umano, nel quale versiamo ormai da troppo tempo. Buona lettura a tutti!

(N.B. Sono stati scelti soltanto poeti italiani per poter “ascoltare” le loro voci autentiche, senza affidarsi ad eventuali, se pur notevoli, traduzioni — per scaricare gratuitamente il pdf \ e-book CLICCA QUI — by AnGre)

*

Peppino Impastato, da Amore Non Ne Avremo (Navarra Editore)

Sulla strada bagnata di pioggia
Si riflette con grigio bagliore
La luce di una lampada stanca:
e tutto intorno è silenzio.
.
§
.
I miei occhi giacciono
in fondo al mare
nel cuore delle alghe
e dei coralli
.
.
.i
Goliarda Sapienza, da Ancestrale (La Vita Felice)
.
Voglio ricordare. Ma ho paura
di smarrire nel nero dei capelli
di un sonno prolungato
qualche accento
della tua voce di ieri. Ho paura
di svegliarmi col sole che scantona
dietro l’angolo buio della casa.
.
§
.
Resta vicino a me ti prego
poco resta al biancore dei miei seni
e presto di fiori di carta le mie labbra
senza sangue saranno
senza domande
.
.
.
Vittorio Bodini, da Inediti 1954-1961 in Tutte le poesie (Besa)
.
.
I pomodori secchi
.
I pomodori secchi
attaccati a uno spago
e le donne dai cuori di cicoria.
I pomodori secchi e i datteri gialli,
e le donne che colgono le olive
fra gli olivastri, con la bocca viola;
tutto è univoco e perso a furia d’esistere.
.
Dove hai nascosto, cielo, l’altra ipotesi?
Quale parte è la nostra?
Non saremo null’altro
che rozzi testimoni di questo esistere?
.
§
.
Tre linguette di terra
.
Tre linguette di terra
fanno il mare
di tre azzurri diversi
e in cielo, rosa,
l’inizio d’un sorriso, o aurora,
e sporge
dall’orto il melograno
e dall’infanzia
il cigolio d’un carro: che fatica
per un attimo solo!
.

(Settembre 1958)

.

Sandro Penna, da Poesie (Garzanti)
.
.
Forse sull’erba verde un dì nasceva
la mia storia segreta: estremi ardori
di un sobborgo in vacanza.
Pioggia da gonfie nubi silenziosa.
Luci della città sulla campagna vuota.
.
§
.
Piovve nel nostro amore ardentemente
tutta l’estate. Indi mutò colore
in bello, la campagna.
.

 .

Salvatore Quasimodo, da Tutte le poesie (Mondadori)
.
.
Nascita del canto
.
Sorgiva: luce riemersa:
foglie bruciano rosee.
.
Giaccio su fiumi colmi
dove son isole
specchi d’ombre e d’astri.
.
E mi travolge il tuo grembo celeste
che mai di gioia nutre
la mia vita diversa.
.
Io muoio per riaverti,
anche delusa,
adolescenza delle membra
inferme.
.
§
.
Che lunga notte
.
Che lunga notte e luna rosa e verde
al tuo grido tra zagare, se batti
ad una porta come un re di Dio
pungente di rugiade: «Apri, amore, apri!»
Il vento, a corde, dagli Iblei dai coni
delle Madonie strappa inni e lamenti
su timpani di grotte antiche come
l’agave e l’occhio del brigante. E l’Orsa
ancora non ti lascia e scrolla i sette
fuochi d’allarme accesi alle colline,
e non ti lascia il rumore dei carri
rossi di saraceni e di crociati,
forse la solitudine, anche il dialogo
con gli animali stellati, il cavallo
e il cane la rana le allucinate
chitarre di cicale nella sera.
.
:
.
Angela Greco, da Arabeschi incisi dal sole (Terra d’ulivi)
.
i miei sono solo grafemi
in successione caduti
senza peso né posa
minimi myosotìs a bordo strada
che ripetono
il loro canto azzurro di cinque petali
.
§
.
apro parole e finestre al vento
di polline e profumo di mandorla bianca
in attesa che il guscio diventi scorza
metto da parte messaggi floreali
dall’animo fanciullo e piedi nudi
.
corro nel verde di un divenire
certezza o pena non m’importa
oggi nel (mio) cielo c’è il sole
ed il tuo nome è stella
che benigna m’invita al domani
.
che questo presente insista pure
nella sua stretta visione d’essere
e nel silenzio sempreuguale
dei suoi intrecci obbligati
.
io rincorro la primavera
prima che sfugga.

 i-sensi-della-poesia-la-scrittura

Salvatore Quasimodo, Il colore del desiderio

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da Poesie disperse (Tutte le poesie, Oscar Mondadori)

IL COLORE DEL DESIDERIO

S’accese, ne la notte, una canzone:

come una stella; ero io triste

e tu piangevi, donna d’altra terra.

.

Non bastava il mio amore al tuo deserto;

no, come dicevi quand’eri presso al sonno,

umile come sandalo d’asceta.

.

Amavi il mare, nomade scontenta,

che le vele, a sera, facevano giardino

di freschissimi gigli,

amavi il vento che, come boccuccia di pargolo

(maternità, dolore che dà luce!)

di marmo roseo scolpiva i tuoi capezzoli,

germoglio di tutti gli aromi,

mia piccola foresta di fontane.

.

Io pure conosco il tuo dolore:

cammino, e più luce mi pare che sia

nel cielo lasciato per altro

che più vivo di sole, sembrava.

.

Salvatore Quasimodo

immagine di fotosservando.it

Salvatore Quasimodo, Dove morti stanno ad occhi aperti

notte

 

Seguiremo case silenziose,

dove morti stanno ad occhi aperti

e bambini già adulti

nel riso che li attrista,

e fronde battono a vetri taciti

a mezzo delle notti.

 

Avremo voci di morti anche noi,

se pure fummo vivi talvolta

o il cuore delle selve e la montagna,

che ci sospinse ai fiumi,

non ci volle altro che sogni.

 

*

Salvatore Quasimodo, Dove morti stanno ad occhi aperti

Tutte le poesie, Oscar Mondadori

 

tratto da: Il poeta e il politico di Salvatore Quasimodo

Drawing-hands_Escher_1948
M.C.Escher – Drawing hands (1948)

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“[…] Il poeta è un irregolare e non penetra nella scorza della falsa civiltà letteraria piena di torri come al tempo dei Comuni; sembra distruggere le sue forme stesse e invece le continua; dalla lirica passa all’epica per cominciare a parlare del mondo e di ciò che nel mondo si tormenta attraverso l’uomo numero e sentimento. Il poeta comincia allora a diventare un pericolo. Il politico giudica con diffidenza la libertà della cultura e per mezzo della critica conformista tenta di rendere immobile lo stesso concetto di poesia, considerando il fatto creativo al di fuori del tempo e inoperante; come se il poeta, invece di un uomo, fosse un’astrazione.

Il poeta è la summa delle diverse “esperienze” dell’uomo del suo tempo, ha un linguaggio che non è più quello delle avanguardie, ma concreto nel senso dei classici. Eliot dice a questo proposito che quella di Dante “è la lingua comune allo stadio perfetto … tuttavia il semplice stile, del quale Dante è il più grande maestro, è un difficilissimo stile”. Occorrerà insistere su questo linguaggio, che non è quello dei parnassiani e degli inventori di crisi nel corpo della lingua di ogni paese, dove la contaminazione con i dialetti non crea che altri dubbi e geroglifici letterari; perché non saranno mai i filologi a rinnovare la lingua scritta: è un diritto che spetta ai poeti. Il linguaggio dei poeti è difficile non per ragioni di filologia o di oscurità spirituali, ma in virtù dei contenuti. I poeti possono essere tradotti: è impossibile tradurre i letterati, perché essi affidano al loro artigianato intellettuale le tecniche di altri poeti, perché difendono il simbolismo o il decadentismo per assenza di contenuti, per pensiero da aggiungere ad altro pensiero umano, per verità delle quali teoricamente si sono nutriti richiamando Goethe o i grandi poeti dell’Ottocento francese. Restare nella propria tradizione, evitare l’internazionalismo, è quello che fa il poeta. I letterati pensano all’Europa o al mondo in funzione di poetiche che si ripiegano su se stesse, come se la poesia fosse un “oggetto” identico su tutta la terra. Poi, a questa accettazione delle poetiche, il formalismo preferisce alcuni contenuti e ne allontana altri con violenza, ma il problema, da una parte e dall’altra della barricata, è sempre sui contenuti.

La parola del poeta, così, comincia a battere con forza sul cuore dell’uomo di ogni razza, mentre il letterato purissimo considera sé nel mondo e il poeta costretto nella provincia, con la bocca spezzata dai suoi trapezi sillabici. Il politico si serve del letterato che non ha una posizione spirituale contemporanea, ma superata almeno di due generazioni, e dell’unità della cultura fa un gioco di scomposizioni sagge e turbolente, dove il fattore religioso può spingere ancora a imprigionare l’intelligenza dell’uomo.

Poesia religiosa, poesia civile, poesia lirica o drammatica: categorie delle espressioni dell’uomo, valide se valida è la sollecitazione dei contenuti formali. Errore credere che una conquista dell’anima, una situazione particolare e individuale del sentimento (quella religiosa) possa diventare per estensione “società”. La disciplina ascetica, la rinuncia dell’uomo verso l’uomo non è che una formula della morte. Lo spirito “operante” cade sempre nella tagliola dei lupi: il suo discorso parlato dipende spesso da una mistica, dalla libertà dell’anima che si trova schiava sulla terra. E spaventa il suo interlocutore (la sua ombra, oggetto da disciplinare) con immagini della decomposizione fisica, con un’analisi compiaciuta dell’orrido. Il poeta non teme la morte, non perché egli entra nella fantasia degli eroi, ma perché la morte è una visitatrice continua dei suoi pensieri e quindi l’immagine di un dialogo sereno. Di fronte a questo distacco egli trova la figurazione dell’uomo, che chiude dentro di sé il sogno, la malattia, la redenzione dalla miseria della povertà, che non può essere più per lui un segno dell’accettazione della vita. […]

Il poeta è solo: il muro di odio si alza intorno a lui con le pietre lanciate dalle compagnie di ventura letterarie. Da questo muro il poeta considera il mondo, e senza andare per le piazze come gli aedi o nel mondo “mondano” come i letterati, proprio da quella torre d’avorio, cosi cara ai seviziatori dell’anima romantica, arriva in mezzo al popolo, non solo nei desideri del suo sentimento, ma anche nei suoi gelosi pensieri politici.

Non è retorica, questa: in ogni nazione l’assedio silenzioso al poeta è coerente nella cronaca umana. Ma i letterati appartenenti al politico non rappresentano tutta la nazione, servono soltanto, dico “servono”, a ritardare di qualche minuto la voce del poeta dentro il mondo. Col tempo, secondo Leonardo, “ogni torto si dirizza”. (Nobel Lecture, 11 Dicembre 1959)

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(tratto da: “Salvatore Quasimodo – Nobel Lecture: Il poeta e il politico”. Nobelprize.org.http://www.nobelprize.org/nobel_prizes/literature/laureates/1959/quasimodo-lecture-it.html)