Rileggendo il 2020: Sant’Angelo in Formis e il giudizio universale – sassi d’arte

Basilica benedettina situata nell’odierno borgo omonimo (prov. Caserta), in posizione eminente su un terrazzamento alle falde del monte Tifata, tra Capua e Santa Maria Capua Vetere. La chiesa, dedicata a san Michele Arcangelo, rappresenta la sola emergenza monumentale superstite di quello che fu uno dei più illustri complessi monastici della Campania romanica, legato direttamente all’abbazia di Montecassino. Il luogo occupato dalla basilica coincide esattamente con il perimetro del tempio di Diana Tifatina, santuario federale dei popoli campani eretto in due distinte fasi, tra il sec. IV-III e il sec. II-I a.C. Dell’edificio antico, di cui la chiesa medievale reimpiega largamente il podio e il pavimento musivo, dovevano far parte con ogni probabilità le colonne e i capitelli corinzi posti in opera nelle navate. Gli elementi di sostegno variamente adattati nel portico esterno dovrebbero invece provenire dalle costruzioni scomparse del témenos, sulle quali insistevano le altre fabbriche del complesso monastico, che – al pari di quelle antiche – forse si snodavano lungo il muro di recinzione d’età classica. Gli ambienti sussidiari dell’abbazia, oggi distrutti o fagocitati entro le case dell’abitato moderno – e non ancora archeologicamente indagati -, dovevano comprendere, stando alle fonti, una sacrestia, le officinae monachorum, un ospedale per i poveri, una foresteria, nonché una cappella dedicata a s. Nicola di Myra. Che l’insediamento cristiano insistesse sul perimetro del tempio classico e sulle costruzioni a esso adiacenti è confermato del resto anche dalla toponomastica adottata nei documenti medievali, che fanno menzione della chiesa e del monastero come S. Angelo ad arcum Dianae oppure ad formam, ad formas, in formis (con riferimento agli acquedotti romani che dal Tifata portavano l’acqua a Capua) o ancora de monte (con riferimento all’ubicazione dell’abbazia alle falde del Tifata).

La chiesa, realizzata quasi integralmente nella seconda metà del sec. XI, è un edificio basilicale senza transetto, eretto in blocchetti di tufo e coperto da un tetto ligneo. L’interno, cui si accede attraverso un unico portale, è a tre navate terminanti in tre absidi semicircolari, con due file di sette colonne che sorreggono archi a tutto sesto. La zona presbiteriale rialzata conserva solo qualche traccia della pavimentazione medievale in opus sectile. La quantità e la contraddittorietà di fonti e documenti relativi alla ricostruzione del monastero al tempo di Riccardo I e Desiderio hanno determinato interpretazioni diverse sia della cronologia dei lavori sia del ruolo effettivo in essi svolto rispettivamente dal principe normanno e dall’abate di Montecassino. (estratto dalla voce om. Enciclopedia Treccani)

Sfortunatamente non sono sopravvissuti esempi delle pitture murali che decoravano l’abbazia di Montecassino, la cui produzione artistica fu recepita da numerose filiazioni conventuali in tutta Europa. Tuttavia, la Campania conserva questo grande esempio di edificio religioso, risalente al primo Medioevo, quasi del tutto integro, la cui decorazione interna interamente ad affresco, secondo la maggioranza degli studiosi, non sarebbe stata possibile senza l’esempio fornito proprio dagli antichi dipinti di Montecassino. A giudizio pressoché unanime degli esperti, il programma iconografico che decora l’interno della chiesa è stato completato verso il 1080.

La rappresentazione del Giudizio Universale occupa gran parte del muro d’ingresso ed è articolata su cinque registri posti uno sopra l’altro (si tratta della formulazione di una tipologia compositiva che si sarebbe imposta per molto tempo ancora); la decorazione delle navate laterali illustra scene tratte dall’Antico Testamento, mentre l’abside principale, dove è anche raffigurato l’abate Desiderio fondatore della chiesa, riporta tre arcangeli, san Benedetto e il Signore assiso in trono. Lo stile narrativo è radicale ed efficace, con le figure raggruppate in maniera compatta entro campi semplici o, per meglio dire, rettangoli. La composizione si concentra sull’aspetto drammatico della raffigurazione, sulla forza del messaggio umano e su una grande potenzialità identificativa. I pittori hanno amplificato la forza espressiva delle figure tozze e robuste mediante pennellate ampie ed energiche; la tavolozza comprende i toni dell’azzurro chiaro, del giallo, dell’ocra scuro, un rosso bruno saturo, un verde terroso e molto bianco gesso.

Pur sembrando omogeneo nel complesso, è certo che alla decorazione lavorarono numerosi artisti e loro collaboratori. Le composizioni di gruppo del Giudizio Universale intorno al Cristo nella mandorla sono popolati di chierici e laici in preghiera, identici nelle dimensioni e isocefali, cioè con la testa allo stesso livello. Invece, i dannati non godono di tale pace interiore e sono infilati a forza in un “tumulto” di piani inclinati, colti in movimenti violenti; sono accovacciati, cadono, vengono gettati nelle fauci dell’inferno da demoni color rosso sangue. Tutto il dipinto è caratterizzato da figure con visi grandi e uno sguardo intenso che si imprime nella mente; ovunque, ogni movimento anche spontaneo è sempre stilizzato in gesti simbolici, la forma organica è soggetta a un rigido vincolo ornamentale. Tali caratteristiche unitarie dell’opera mostrano che le pitture del vestibolo, soprattutto la grandiosa raffigurazione mezzobusto di san Michele, potrebbero essere state realizzate solo alla fine del XII secolo.

La somiglianza di questi affreschi eleganti, in cui sembra di poter ravvisare un raffinato manierismo, con i migliori mosaici del duomo di Monreale in Sicilia, suggerisce che il loro autore possa essere un maestro bizantino emigrato in quei luoghi. (tratto e adattato dal volume “Romanico” di Norbert Wolf, edito da Taschen)

Sant’Angelo in Formis e il giudizio universale – sassi d’arte

Basilica benedettina situata nell’odierno borgo omonimo (prov. Caserta), in posizione eminente su un terrazzamento alle falde del monte Tifata, tra Capua e Santa Maria Capua Vetere. La chiesa, dedicata a san Michele Arcangelo, rappresenta la sola emergenza monumentale superstite di quello che fu uno dei più illustri complessi monastici della Campania romanica, legato direttamente all’abbazia di Montecassino. Il luogo occupato dalla basilica coincide esattamente con il perimetro del tempio di Diana Tifatina, santuario federale dei popoli campani eretto in due distinte fasi, tra il sec. IV-III e il sec. II-I a.C. Dell’edificio antico, di cui la chiesa medievale reimpiega largamente il podio e il pavimento musivo, dovevano far parte con ogni probabilità le colonne e i capitelli corinzi posti in opera nelle navate. Gli elementi di sostegno variamente adattati nel portico esterno dovrebbero invece provenire dalle costruzioni scomparse del témenos, sulle quali insistevano le altre fabbriche del complesso monastico, che – al pari di quelle antiche – forse si snodavano lungo il muro di recinzione d’età classica. Gli ambienti sussidiari dell’abbazia, oggi distrutti o fagocitati entro le case dell’abitato moderno – e non ancora archeologicamente indagati -, dovevano comprendere, stando alle fonti, una sacrestia, le officinae monachorum, un ospedale per i poveri, una foresteria, nonché una cappella dedicata a s. Nicola di Myra. Che l’insediamento cristiano insistesse sul perimetro del tempio classico e sulle costruzioni a esso adiacenti è confermato del resto anche dalla toponomastica adottata nei documenti medievali, che fanno menzione della chiesa e del monastero come S. Angelo ad arcum Dianae oppure ad formam, ad formas, in formis (con riferimento agli acquedotti romani che dal Tifata portavano l’acqua a Capua) o ancora de monte (con riferimento all’ubicazione dell’abbazia alle falde del Tifata).

La chiesa, realizzata quasi integralmente nella seconda metà del sec. XI, è un edificio basilicale senza transetto, eretto in blocchetti di tufo e coperto da un tetto ligneo. L’interno, cui si accede attraverso un unico portale, è a tre navate terminanti in tre absidi semicircolari, con due file di sette colonne che sorreggono archi a tutto sesto. La zona presbiteriale rialzata conserva solo qualche traccia della pavimentazione medievale in opus sectile. La quantità e la contraddittorietà di fonti e documenti relativi alla ricostruzione del monastero al tempo di Riccardo I e Desiderio hanno determinato interpretazioni diverse sia della cronologia dei lavori sia del ruolo effettivo in essi svolto rispettivamente dal principe normanno e dall’abate di Montecassino. (estratto dalla voce om. Enciclopedia Treccani)

Sfortunatamente non sono sopravvissuti esempi delle pitture murali che decoravano l’abbazia di Montecassino, la cui produzione artistica fu recepita da numerose filiazioni conventuali in tutta Europa. Tuttavia, la Campania conserva questo grande esempio di edificio religioso, risalente al primo Medioevo, quasi del tutto integro, la cui decorazione interna interamente ad affresco, secondo la maggioranza degli studiosi, non sarebbe stata possibile senza l’esempio fornito proprio dagli antichi dipinti di Montecassino. A giudizio pressoché unanime degli esperti, il programma iconografico che decora l’interno della chiesa è stato completato verso il 1080.

La rappresentazione del Giudizio Universale occupa gran parte del muro d’ingresso ed è articolata su cinque registri posti uno sopra l’altro (si tratta della formulazione di una tipologia compositiva che si sarebbe imposta per molto tempo ancora); la decorazione delle navate laterali illustra scene tratte dall’Antico Testamento, mentre l’abside principale, dove è anche raffigurato l’abate Desiderio fondatore della chiesa, riporta tre arcangeli, san Benedetto e il Signore assiso in trono. Lo stile narrativo è radicale ed efficace, con le figure raggruppate in maniera compatta entro campi semplici o, per meglio dire, rettangoli. La composizione si concentra sull’aspetto drammatico della raffigurazione, sulla forza del messaggio umano e su una grande potenzialità identificativa. I pittori hanno amplificato la forza espressiva delle figure tozze e robuste mediante pennellate ampie ed energiche; la tavolozza comprende i toni dell’azzurro chiaro, del giallo, dell’ocra scuro, un rosso bruno saturo, un verde terroso e molto bianco gesso.

Pur sembrando omogeneo nel complesso, è certo che alla decorazione lavorarono numerosi artisti e loro collaboratori. Le composizioni di gruppo del Giudizio Universale intorno al Cristo nella mandorla sono popolati di chierici e laici in preghiera, identici nelle dimensioni e isocefali, cioè con la testa allo stesso livello. Invece, i dannati non godono di tale pace interiore e sono infilati a forza in un “tumulto” di piani inclinati, colti in movimenti violenti; sono accovacciati, cadono, vengono gettati nelle fauci dell’inferno da demoni color rosso sangue. Tutto il dipinto è caratterizzato da figure con visi grandi e uno sguardo intenso che si imprime nella mente; ovunque, ogni movimento anche spontaneo è sempre stilizzato in gesti simbolici, la forma organica è soggetta a un rigido vincolo ornamentale. Tali caratteristiche unitarie dell’opera mostrano che le pitture del vestibolo, soprattutto la grandiosa raffigurazione mezzobusto di san Michele, potrebbero essere state realizzate solo alla fine del XII secolo.

La somiglianza di questi affreschi eleganti, in cui sembra di poter ravvisare un raffinato manierismo, con i migliori mosaici del duomo di Monreale in Sicilia, suggerisce che il loro autore possa essere un maestro bizantino emigrato in quei luoghi. (tratto e adattato dal volume “Romanico” di Norbert Wolf, edito da Taschen)