Giornata Mondiale della Terra (Earth Day)

Earth Day - Il sasso nello stagno di AnGre

22 aprile, Giornata Mondiale della Terra (Earth Day).

E’ il giorno in cui si celebra l’ambiente e la salvaguardia del pianeta Terra. Perché ciascuno non deve mai dimenticare che della Terra è parte e non “padrone”, che essa è solo “in prestito” e che TUTTI dobbiamo assumere l’impegno di “consegnarla” alle generazioni future nelle migliori condizioni.

Il battito della Terra è la somma dei nostri battiti e il suo respiro è quello che ci permette di abitarla…Condivido con gli Amici e i Lettori de Il sasso nello stagno di AnGre, alcuni miei versi scritti per la scuola primaria e che mia figlia ha scelto per un compito assegnatole (il titolo, infatti, lo ha aggiunto la sua maestra di Italiano, che ringrazio per l’accoglienza, e vi lascio solo immaginare la mia emozione!) ♥

Earth Day scuola primaria by Angela Greco AnGre

Rileggendo il 2020: AA.VV. Fase 1, cinquantacinque giorni diversi / e-book scaricabile gratuitamente

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AA.VV. FASE 1

clicca qui per scaricare gratuitamente 

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Di questo 2020, che ormai volge al termine, vorremmo che rimanesse, tra tanto buio, almeno il ricordo buono di una poesia...Il sasso nello stagno di AnGre ripropone un ebook importante, che segna un momento storico indelebile….Si ringraziano di cuore gli autori; per leggere l’ebook-pdf basta scaricarlo gratuitamente, cliccando sul titolo sotto l’immagine d’apertura. [AnGre]

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“[…] Poi, quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e a uscirne vivo. Anzi, non sarai neanche sicuro se sia finita per davvero. Ma su un punto non c’è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi è entrato. Sì, questo è il significato di quella tempesta di sabbia”

 Haruki Murakami, Kafka sulla spiaggia (Torino, Einaudi 2008).

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Sono giorni di cospetti sincopati
sempre con la stessa opaca visione.
Questo IO che ho scandagliato
fino all’estrema pazienza di conviverci.
E rendermi conto che
una parte di noi stessi è l’altro.
.
.
.
Città vuote,
il paesaggio senz’uomini
è una natura morta, un render d’architettura,
e natura naturans incessante, e indifferente,
-il gioco del mosaico del tabacco-
in riequilibrio vitale continuo.
.
.
.
Fermo resto qui adesso
Strappo via anima inquieta
Lascio volare via ogni sensazione.
Limbo di svolta eccolo qui
Tutto si muove prende forma
Santuario sono
Involucro di speranza resto.
.
.
.
non ho mai smesso di scrivere
sciocchezze in bilico tra
l’imitazione e il nulla, ottone
d’importazione per candelabri spenti,
non sono pronto a odiare primavere
ed estate, conto le api.
.
.
.
Oggi ho perduto qualcosa.
Lo so.
Ma non chiedermi cosa perché non so.
Ogni giorno perdiamo qualcosa.
Un po’ di vita
ai quattro angoli.
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(versi estratti dall’eBook FASE 1)

Forza venite gente!

san-francesco-e-il-sultano
Giotto, San Francesco e il sultano – Basilica Superiore di Assisi

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[riproponiamo] – Per essere parte di questo 4 ottobre, festa di San Francesco d’Assisi, Il sasso nello stagno ha scelto due canzoni tratte da “Forza venite gente”, un musical teatrale incentrato sulla vita di San Francesco d’Assisi, messo in scena da Michele Paulicelli nel 1981, ancora oggi piacevolissimo e coinvolgente. Il musical narra in prosa e musica alcuni episodi della vita di Francesco d’Assisi, realizzando – a parer mio – l’aspetto più bello del francescanesimo stesso: la gioia.

I brani scelti sono: La Luna, che riprende l’episodio della vita del giullare di Dio in cui si reca in Oriente per parlare con il Sultano, mettendo in evidenza un elemento di unione (qui rappresentato dalla luna) e cercando, fin dai suoi tempi, un dialogo proficuo tra due grandi religioni ed E piansero i lupi nel bosco, sottolineato da una musica festosa, in cui la voce di Chiara insieme con il coro dei frati e delle Creature, narra la toccante esperienza della morte soltanto fisica del santo, che si somma in luce al Cielo, vissuta persino da un diavolo strepitante per aver perso un fiero rivale e da Sorella Morte, che si immagina abbia pianto – persino lei! – per la dipartita stessa di Francesco…(Angela Greco)

LA LUNA

Francesco: Luna, luna, là che solitaria in cielo stai
Che tutto vedi e nulla sai

Capo arabo: Luna, luna là
Che sui confini nostri vai
E fronti e limiti non hai
E tutti noi uguali fai

Francesco: Tu che risplendi
Sui nostri visi bianchi o neri
Tu che ispiri e diffondi
Uguali brividi e pensieri
Fra tutti noi quaggiù

Capo arabo: Luna, luna là
Mantello bianco di pietà
Presenza muta di ogni Dio
Del tuo del mio
Del Dio che sa

Francesco: Tu che fai luce all’uomo errante in ogni via
Dacci pace, la tua pace
La bianca pace e così sia
Per questa umanità

Ah… Ah… Bianca luna, bianca luna……..

E PIANSERO I LUPI NEL BOSCO

Frate Francesco è vivo tra noi
E c’è nel cielo più luce che mai
Tra i cherubini gelosi di lui
Dell’angelo bellissimo

E tra le foglie un vento passò
Al suo respiro che andava lassù
E la sua terra la terra restò deserta senza lui

E piansero bianche nel chiostro
Le monache date a Gesù
Giovanni chiamato Francesco non c’era più

Non c’era più
Non era più con noi

Chiara: solo amore, amore, amore,
Tutto amore, amore, amore fu
Infinito amore, amore
Fosti solo amore, amore tu

E piansero i lupi nel bosco
Le rondini, i cigni e le gru
Giovanni chiamato Francesco non c’era più

Non c’era più
Non era più con noi

Dimmi morte che mi hai fatto?
Mi hai rubato un’anima
La più gagliarda che incontrai
Dimmi…con chi lotto, chi combatto
Se non c’è quel santo frate maledetto
Il più perfetto tra i nemici miei

Sorella dagli occhi di teschio
Quell’attimo hai pianto anche tu
Un gelido bacio e Francesco
Non c’era più

Non c’era più
Non era più con noi

[i testi delle canzoni sono tratti da www.undicietrenta.it/forzaven.htm]

Facciamo chiasso…collegati con Assisi, 9 giugno 2020, prima serata

Il sasso nello stagno di AnGre abbraccia con gioia l’iniziativa “Con il cuore – nel nome di Francesco”, promossa da padre Enzo Fortunato e da tutta la comunità francescana di Asissi, che, il 9 giugno in prima serata su RAI 1, a porte chiuse in ottemperanza alle vigenti disposizioni in materia di tutela della salute pubblica a causa del Covid-19, vedrà sul sagrato della Basilica artisti riuniti per una maratona di solidarietà in favore della popolazione italiana colpita dalla crisi economica di quest’ultimo trimestre.

Questa diciottesima edizione sarà – si legge sulla Rivista – un evento intimo, “molto più francescano”, senza pubblico fisicamente presente, ma con un cuore ancora più grande, formato dai battiti di tutti coloro che seguiranno l’evento in TV e tramite i mezzi di comunicazione e che vorranno contribuire inviando – in questi giorni – un SMS solidale al numero 45515 sia da telefono mobile che fisso. Di tutto il ricavato sarà reso conto sul sito http://www.conilcuore.info, sul quale si leggono  nitidamente fin d’ora tutte le notizie relative ai progetti precedenti.

Un ringraziamento speciale va a padre Enzo, direttore della Sala stampa del Sacro Convento di Assisi, instancabile divulgatore e comunicatore straordinario, paziente e cortese, un trascinatore di anime, che, con il suo quotidiano #buongiornobravagente – brevi dirette video dalla sua pagina FB (che invito a seguire) girate in Assisi, leggendo sacre scritture, lettere e saluti tra arte e meditazioni – ha creato una rete di cuori che battono all’unisono e si ritrovano intorno ai temi sensibili e sempre moderni del Vangelo, alla luce del giullare di Dio, Francesco, santo di tutti, credenti e non credenti.

Personalmente ho accolto l’invito di padre Enzo a “FARE CHIASSO” con la realizzazione di due cartoline-invito per il serale della rete ammiraglia, che, insieme con quelle di tantissimi altri amici, sono state rese pubbliche sulla Rivista San Francesco (tutte le info per richiedere una copia o per abbonarsi  si trovano facilmente on-line o sul sito http://www.sanfrancescopatronoditalia.it). Le foto che ho usato nelle mie due foto-elaborazioni sono tratte dal profilo social di Padre Enzo stesso, dal suo video sul serale per la chiusura del mese mariano e dal sito dell’evento; mentre il disegno, che ritrae il poverello di Assisi in compagnia, è tratto dal libro per fanciulli “Francesco” pubblicato da Edizioni Porziuncola. Il resto è sorriso, gioia, condivisione e voglia di stare insieme per una Causa che tocca nel profondo. [AnGre]

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https://www.conilcuore.info/index.php

https://www.sanfrancescopatronoditalia.it/notizie

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Sarà possibile sostenere la campagna di solidarietà dei frati con SMS e chiamate da rete fissa al 45515 fino al 15 luglio.https://www.sanfrancescopatronoditalia.it/notizie/attualita/con-il-cuore–domani-il-primo-live-rai1-post-covid-48778

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Si ringraziano di cuore gli autori –  Flavio Almerighi, Sergio Angeli, Angelo Bruno e Alfonso Graziano – per aver aderito, con sensibile partecipazione, a questa condivisione che oggi, 5 maggio, data poetica ed emblematica, dedichiamo e doniamo ai lettori, come atto finale e atto iniziale, al contempo, di un particolare momento storico. Per leggere l’ebook-pdf basta scaricarlo gratuitamente, cliccando sul titolo sotto l’immagine d’apertura. [AnGre]

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“[…] Poi, quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e a uscirne vivo. Anzi, non sarai neanche sicuro se sia finita per davvero. Ma su un punto non c’è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi è entrato. Sì, questo è il significato di quella tempesta di sabbia”

 Haruki Murakami, Kafka sulla spiaggia (Torino, Einaudi 2008).

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Sono giorni di cospetti sincopati
sempre con la stessa opaca visione.
Questo IO che ho scandagliato
fino all’estrema pazienza di conviverci.
E rendermi conto che
una parte di noi stessi è l’altro.
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Città vuote,
il paesaggio senz’uomini
è una natura morta, un render d’architettura,
e natura naturans incessante, e indifferente,
-il gioco del mosaico del tabacco-
in riequilibrio vitale continuo.
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Fermo resto qui adesso
Strappo via anima inquieta
Lascio volare via ogni sensazione.
Limbo di svolta eccolo qui
Tutto si muove prende forma
Santuario sono
Involucro di speranza resto.
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non ho mai smesso di scrivere
sciocchezze in bilico tra
l’imitazione e il nulla, ottone
d’importazione per candelabri spenti,
non sono pronto a odiare primavere
ed estate, conto le api.
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Oggi ho perduto qualcosa.
Lo so.
Ma non chiedermi cosa perché non so.
Ogni giorno perdiamo qualcosa.
Un po’ di vita
ai quattro angoli.
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(versi estratti dall’eBook FASE 1)

|oggi| Giornata Mondiale della Terra (Earth Day)

22 aprile, Giornata Mondiale della Terra (Earth Day).

E’ il giorno in cui si celebra l’ambiente e la salvaguardia del pianeta Terra; anche Il sasso nello stagno si unisce ad ogni Persona che ha a cuore il futuro proprio e dei suoi \ nostri figli.

Perché ciascuno non deve mai dimenticare che della Terra è parte e non “padrone”; che essa è solo “in prestito” e che TUTTI devono assumere l’impegno di “consegnarla” alle generazioni future nelle migliori condizioni.

Il battito della Terra è la somma dei nostri battiti e il suo respiro è quello che ci permette di abitarla..è ora di imparare a difendere chi ci sostenta e ci ama!

[AnGre]

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STORIA UNIVERSALE
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In principio la Terra era tutta sbagliata,
renderla più abitabile fu una bella faticata.
Per passare i fiumi non c’erano i ponti.
Non c’erano sentieri per salire sui monti.
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Ti volevi sedere?
Neanche l’ombra di un panchetto.
Cascavi dal sonno?
Non esisteva il letto.
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Per non pungerti i piedi, né scarpe, né stivali.
Se ci vedevi poco non trovavi gli occhiali.
Per fare una partita non c’erano palloni:
mancava la pentola e il fuoco per cuocere i maccheroni.
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Anzi a guardare bene mancava anche la pasta.
Non c’era nulla di niente.
Zero via zero, e basta.
C’erano solo gli uomini, con due braccia per lavorare,
e agli errori più grossi si poté rimediare.
Da correggere, però, ne restano ancora tanti:
rimboccatevi le maniche,
c’è lavoro per tutti quanti!
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(Gianni Rodari)

La Resurrezione nella luce rosa di un’alba primaverile

Il sasso nello stagno di AnGre, nel riproporre questa lettura del dipinto di Piero della Francesca, porge ai suoi Amici e Lettori i migliori Auguri per questa santa e particolare Pasqua 2020
Piero della Francesca

La luce rosa di un’alba primaverile illumina il bianco dell’Appennino e la natura silente. In primo piano l’umanissima figura di Cristo. Nel corpo i segni della Passione, in mano il vessillo della Resurrezione. Un piede poggia sul bordo del sarcofago nell’atto di uscire: ha vinto la morte, simboleggiata dai quattro personaggi abbandonati nel sonno nella parte bassa della composizione. Tra loro, frontale rispetto allo spettatore, Piero si autoritrae. Quest’opera, considerata del tutto autografa ed eseguita tra il 1463 e il 1468 ad affresco da Piero di Benedetto de’ Franceschi, detto Piero della Francesca (1420 ca. – 1492), è ubicata nel Palazzo dei Conservatori di Sansepolcro (Arezzo), attuale sede del Museo Civico.

Cristo risorto emerge dal Santo Sepolcro, simbolo della città, stringendo con presa sicura lo stendardo crociato e poggiando saldamente il piede sul sarcofago dal quale si erge vincitore della morte, esprimendo, attraverso sembianze concretamente umane, la sua sovranità divina accentuata dalla fissità quasi inquietante dello sguardo. Il perno della composizione è costituito dalla figura del figlio di Dio ormai risorto, che divide in due parti il paesaggio: quello a destra rigoglioso e quello a sinistra morente, dove gli alberi, che a sinistra appaiono secchi, come in pieno inverno, a destra sono ritratti verdi, come in primavera, sottolineano l’inizio di un nuovo tempo nella storia dell’umanità.

Il pittore sceglie, invece, di ritrarre se stesso addormentato ai piedi del sarcofago, mentre all’asta del vessillo con la croce guelfa attribuisce il compito di tenerlo in diretto contatto con la divinità, come ad ispirare e ricordare il Piero politico, quando, consigliere comunale, sedeva nella stanza attigua all’affresco. (Giorgio Chiantini)

∼∼∼

Sorgere ancora

Si schiera nel verso nascente la luce;
la pietra ha generato carne dopo la terra.
S’ascolta la salita delle campane e il ritorno
appartiene finalmente anche a queste presente.
Svestite di viola e d’attesa persino le mani.

Oggi,
di meraviglia e d’umana coscienza,
orfani di tristezza dai piedi scoperti,
fiori di mandorlo con lacrime a vista
a segnare strada tra due nuvole sì amo

(Angela Greco, 2015-2020)

Il sasso nello stagno di AnGre - pasqua -

Ne Le stanze di carta – Annuario 2019, una poesia di Angela Greco

E’ sempre un piacere per un autore, quando un valente luogo letterario riconosce un suo lavoro e ne promuove la lettura; è il caso de Le stanze di carta, che – come si legge nella mission – risulta “tra i principali blog e siti letterari per la diffusione di poesia classica e contemporanea. Dal 2016 si adopera a scopi culturali, senza fini di lucro, per una presenza più influente della poesia nella nostra cultura, sostenendo eventi letterari e iniziative editoriali gratuite, supportando gli scrittori e le scritture con recensioni e spazi di visibilità. […] Il sito Le stanze di carta esiste grazie al sostegno dei suoi lettori, visitatori, appassionati di arte e cultura che ne condividono il progetto letterario e la filosofia partecipativa con cui lo realizza, oltre che al filantropico contributo di Ilaria Cino e Lavinia Frati, suoi fondatori.”

In questi giorni di fine anno, Le stanze di carta ha redatto un Annuario, come dono per i suoi lettori.

“L’Annuario di poesia 2019, – si legge nella pagina di presentazione – consultabile e scaricabile gratuitamente (al link in chiusura), raccoglie le pubblicazioni più interessanti proposte da Le stanze di carta nel corso del tempo, incluso una rosa di dodici autori contemporanei: Angela Greco, Davide Morelli, Francesco Innella, Loredana Borghetto, Lorenzo Mullon, Lucia Triolo, Maria P. Mischitelli, Marina Pizzi, Michele Nigro, Serenella Menichetti, Simona Giorgi, Vittorio Orlando. 
Oltre ai numerosi contributi tra scritture critiche, interviste e recensioni che lo rendono un libro prezioso, l’eBook promuove una serie di libri di poesia contemporanea, assieme ai liberi eBook realizzati da Le stanze di carta. Per prenotazioni della copia cartacea scrivere un’email a lestanzedicarta@libero.it”

Ringrazio di cuore gli amici di queste Stanze, per aver incluso nell’Annuario un mio inedito scritto in questo 2019, ma soprattutto per la professionalità e la passione con cui lavorano, augurando loro, con stima, di raggiungere e realizzare tutti i loro traguardi e, soprattutto, i loro sogni. [AnGre]

clicca qui per scaricare Annuario 2019 pdf 

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Si torna a casa di Angela Greco

Si torna a casa con una nuvola aggiunta,
righi d’alba alla finestra, assenze dilatate;
forse arriverà la pioggia alla fine dello sterrato e
magari, tu, in questo incipit d’autunno tanto atteso.
Desiderato. Un giro di flamenco e uno di chiave
per ritrovarsi al culmine di uno non-ce-la-faccio-più.
.
Mon ami, di questo tempo non ho notizia certa;
soltanto una sensazione di eco; contrasti tra
il buonsenso e l’egocentricità. Ma tu, tu, invece,
ci sei, stella fissa a indicare il momento preciso,
l’incanto, la meraviglia di riscoprirsi nudi, nell’atto
di uno specchio. Del resto, degli altri, nessuna parola.
.
Incalzano le dita in questa rincorsa; s’invola l’azzurro
nel verso del cielo e curva lo sguardo tra strada e imposte
non curanti di vetri rotti e ricordi di bambini. I giardini
si illuminano di ninfee e magnolie e il primo incontro
si perpetra ad ogni passo, in questo silenzio. Un rumore
d’acque lontane riedifica madre e qualcosa di precedente.
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[…] i circoli chiusi, gli altari addobbati da erosi drappi rossi,
un ballo a corte col vestito buono; parole che reiterano 
i tempi sempre stati, gli stessi modi di fare, la conservazione
della specie peggiore. Tu, invece, mon ami, appartieni 
ad altro, sei fuori da queste umane insolvenze; in debito 
soltanto con quel cielo, che non riconosce più quel che ricopre.
.
L’umidità di questo inizio di settembre ha del difficile.
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Compagnia Petranuradanza, Fisiognomica – lettura di Angela Greco (sassi d’arte)

L’Ass.Cult. Megakles Ballet di Lentini (SR), in arte con la Compagnia Petranuradanza, lo scorso 26 ottobre ha presentato a Molfetta (BA), nell’ambito di “ResExtensa Calling” – evento che ha visto esibirsi in due giorni cinque compagnie di danza italiane presso il teatro della Cittadella degli Artisti – la performance Fisiognomica, coreografie di Salvatore Romania e Laura Odierna, danzatori Salvatore Romania, Francesco Bax, Claudia Bertuccelli e Valeria Ferrante, produzione 2019, un omaggio a Leonardo da Vinci, inserito nelle celebrazioni per i cinquecento anni dalla morte del genio italiano, su musiche di Frédéric Chopin e Alessio Di Dio.

“In Fisiognomica – si legge sullo stampato curato dalla Compagnia stessa – il coreografo ispira la propria ricerca sulla passione di Leonardo per lo studio dei moti dell’animo umano”, ricordando che il vinciano è considerato il fondatore della fisiognomica moderna e che “nelle sue opere l’espressione dei volti, i gesti e le posizioni del corpo sono la conseguenza visibile dei moti dell’animo”.

L’evocativa nominazione della Compagnia, petranura, che in dialetto siciliano significa “pietra nuda”, con riferimento all’attività vulcanica etnea, creatrice e rigeneratrice di nuova materia e, quindi, metaforicamente di nuovo suolo su cui edificare-riedificare persona e arte, centra perfettamente anche questo lavoro dedicato a Leonardo, maestro ineguagliato della rappresentazione anatomica derivata da studio approfondito e meticoloso di ogni singolo dettaglio; parimenti, il coreografo e i danzatori di Fisiognomica, hanno scavato ‘fino all’osso’, proprio come avrebbe fatto il genio toscano nella realtà, le possibilità del proprio corpo-volto per dare al pubblico la precisa espressione dell’interiorità, del nascosto alla vista, del lato oscuro celato dalle convenzioni-convinzioni, ma che pure l’essere umano, nonostante l’addomesticamento operato dalla convivenza sociale e civile, possiede ancora nascosto nel magma della sua origine. E dalla performance è emerso un ritratto dell’uomo contemporaneo realistico e accurato, spoglio di eufemismi e edulcorazioni, vero nella difficile condizione di dolore-cattiveria che lo ha caratterizzato nell’ultimo secolo.

Fisiognomica ha tratteggiato sul volto dei danzatori le maschere anatomiche di Leonardo con precisone d’immagine e consapevolezza che l’espressione esteriore altro non è che specchio di quella interiore. Ed ecco, allora, muoversi sul palco quattro figure vaganti apparentemente senza meta, rincorrendosi, addossandosi, scontrandosi, fondendosi in movimenti sincopati, in proiezioni informi illuminate da momenti caravaggeschi, dove luce e ombra, sullo stesso piano, delimitavano fermo-immagini chiari, dove il buio rimanente sulla scena non era esclusione, ma ampliamento nell’evocazione. Perché l’Uomo è sì, quel che si vede, ma anche e si potrebbe osare affermare soprattutto, la sua ombra, il sui doppio nell’oscurità.

Sulle note di Chopin e di Di Dio, la compagnia Petranuradanza ha coinvolto gli spettatori soprattutto, ma non solo, nei silenzi figurativi della scena, dove ogni danzatore, fermando il proprio corpo nella luce, ha concentrato tutta l’espressività fisica nella plasticità di pose culminanti nei tratti del viso, straziati da una interiorità che non ha lasciato scampo nella sua crudeltà.

La tensione emotiva sottolineata dalla staticità di alcuni momenti ha chiamato in causa oltre a Leonardo e alle sue tavole anatomiche, oltre a Caravaggio e alle sue identificative luci, anche un altro genio dell’arte italiana, Michelangelo Buonarroti, evocando la forza dei suoi Prigioni non finiti, figure di schiavi estratte solo in parte dalla pietra e che conservano inalterato il dramma della genesi, nell’atto del distacco dalla fonte originaria, esaltando in maniera superba l’etimologia del nome stesso della Compagnia e oltrepassando il concetto profano che i più hanno di danza per approdare a quello più esatto di performance artistica, qual è stata quella presentata in questo ottobre 2019.

Fisiognomica ha, di fatto, preso le mosse dall’omaggio al genio di Vinci per poi procedere in autonomia verso la definizione contemporanea dell’arte tersicorea, che non è meramente nei movimenti dissimili dalla danza dei decenni scorsi, quanto piuttosto nel trattare il concetto di contemporaneità con riferimento al tempo che viviamo: ecco, allora, che contemporanea è la rappresentazione della condizione dell’uomo odierno alle prese con l’atroce e sempre vivo contrasto tra bene e male, tra luci ed ombre di se stesso, tra emotività istintiva e aggressività necessaria alla sopravvivenza in un mondo che offre sempre meno spazi al bello. Così, anche la Danza come tutta l’Arte, si fa testimone e voce della realtà, con la speranza, mai vana, che si possa dare un’alternativa alla nuova decadenza che si sta vivendo più o meno consapevolmente.

Riallacciando legami con i grandi del passato, monito ed insegnamento, nel silenzio soave di quelle ricadute lievi di piedi sulle tavole del palcoscenico che, con immensa grazia, hanno celato allo spettatore tutto il duro lavoro da cui sono derivate, Fisiognomica consegna nella sua utile originalità un importante spaccato societario e umano su cui riflettere. [Angela Greco AnGre]

Il leone e lo scoiattolo

Il 21 agosto è il compleanno di mia figlia e ogni anno, qui sul blog, le regalo una breve storia da leggere insieme. Ecco la lettura che ho scelto per i suoi otto anni…una bella metafora utile anche per noi adulti. Buona lettura a tutti! [AnGre]

IL LEONE E LO SCOIATTOLO

Era una giornata molto calda e il leone decise di cercare un posto fresco dove riposare. Passeggiando, si fermò sotto l’ombra di un albero. Improvvisamente, un piccolo scoiattolo uscì da un cespuglio e passò incautamente sotto il naso del re della foresta. Il leone, che aveva voglia di giocare, iniziò ad inseguire lo scoiattolo. Ma il piccolo animale, pensando che il leone volesse mangiarlo, lo pregò tremante di lasciarlo vivere.
– Se mi lasci andare, coraggioso leone, ti prometto di aiutarti a combattere tutti i tuoi nemici – disse lo scoiattolo, più morto che vivo.
– Ah, ah! Vuoi aiutarmi, piccolo essere insignificante? Vai, vai via e non farmi perdere la pazienza! – rispose il leone con disprezzo.
Il tempo passò e un giorno l’orgoglioso re della foresta cadde in una trappola tesa dai cacciatori; lottò con grande coraggio, cercando di sfuggire alla rete, ma non ci riusciva. All’improvviso, apparve il piccolo scoiattolo che con molta pazienza, cominciò a tagliare la rete con i suoi piccoli denti appuntiti. E così, riuscì a liberare il leone. Pentito dell’insulto che aveva fatto al piccolo scoiattolo, il re della foresta si scusò con lui.
– Perdonami, piccolo scoiattolo. Ora so che ogni animale, per quanto piccolo, merita il massimo rispetto. Non riderò mai più di te, te lo prometto – disse il leone.
– Non preoccuparti, caro amico. Chi riconosce i suoi torti è un saggio – rispose lo scoiattolo.
Da quel giorno, il leone e lo scoiattolo sono amici inseparabili, in grado di affrontare tutti i pericoli della foresta.

Omaggio al Salento: saperi e parole tra i vicoli di Matino (LE)

Domenica 11 agosto c.m. l’ass. La Scatola di Latta ha organizzato un prezioso “Mercatino dei saperi e delle parole in un vicolo d’arte” a Matino, un piccolo borgo nel cuore del Salento, in provincia di Lecce (Puglia). “Omaggio al Salento in tre atti” è il contributo, scelto tra gli inediti della mia produzione dell’ultimo anno, che leggerò in compagnia di tanti altri amici, tra i quali ringrazio Agata De Nuccio per l’invito. Se passate da quelle parti siete tutti invitati! [AnGre]

Omaggio al Salento in tre atti di Angela Greco

I atto
La sera salentina è un arco e una diagonale
tra due mete da stabilire, chianche diseguali
che pavimentano il richiamo verde dei tuoi occhi;
un gatto pigro sulle scale che giallo e nero
guarda prima di confondersi col disco notturno.
.
La sera salentina è una scala da percorrere
tra l’ombra e il bianco, poco prima del letto,
senza conoscere l’esito del vicolo che svela
una corte intagliata e una chiave lasciata
all’esterno, nella lingua dei padri.
.
L’ultima quercia guarda dall’alto del muretto
secco d’acqua e di paesani, nella controra che
affina le dita sugli strumenti per la notte appena
iniziata. Si balla nella sera salentina, si scaccia
la malattia e ci si libera prima che sia troppo tardi.
.
.
.
II atto
Ognuno offre il suo tempo e la parola diventa
il ritmo dove incontrarsi, tra l’angolo della piazza
e le sedie allineate dalla curiosità di rugosi uomini
increduli ‘ca li fimmine’ possano aver perso il velo
e sole aggirarsi oggi per tortuose stradine.
.
La sera salentina aspetta la prima alba, a pochi passi
dalle case che non dormono, dal cuscino sudato
e dal tuo volto che sente addosso queste parole
e dimentica i chilometri, appena dopo quella svolta
e il grande arco col cuore di pietra nello stemma.
.
La sera salentina ha luminarie che pazientano in piazza
in attesa del santo e dita di danzatori frementi sui telefoni,
vegliando un tempo mai andato via e mentre il caldo
e l’afa fanno azzuffare pensieri e silenzi, i piedi
sanno queste strade e la costrizione delle scarpe.
.
.
.
III atto
Dal piccolo balcone sfacciata la pianta fiorita di capperi
striscia su tre gradini lasciati al caso; il cane scodinzola
e il sole nascosto tra i pomodori matura sulle guance
sfrenate. Il tuo bacio è una fetta d’anguria che toglie
sete e sonno, qui, tra camion carichi e campi assolati.
.
L’ulivo zittisce e attende il giorno buono; la spiaggia ad est
è un atto di resistenza in questo sud che vuole cogliere vita
a piene mani, acino dopo acino, tra filari d’incomprensioni
e verderame. Poi sarà ancora festa e pietra da scavare,
per raccontare questi intagli ricavati per sottrazione.
.
La sera salentina sono queste mani, che fermano l’attimo
e faticano senza sosta; dita intrecciate ai fili di un ragno
che ride guardando dove siamo finiti. Pagina dopo pagina
finisce anche la terra, a sud, col cappello in mano, tra santi
e madonne che ingoiano acque e restituiscono stupore.
.
La sera salentina ha sguardo lucido: «Torna e abitami,
non lasciarmi solo paese d’agosto; la città, lo sai, ha
spazi grandi che perdono la misura del gesto, dell’occhio
e del respiro; c’è qualcosa che non si può spiegare, ma
solo vivere, qui, tra monaci volanti e capre segnate».
.
***
(immagini: in apertura R.Magritte, Paese dei miracoli, 1964; in chiusura, Faro di Punta Palascia, Capo d’Otranto)

Boris Pasternak, Nella Settimana Santa

Boris Pasternak (Mosca, 1890 – 1960)

Nella settimana santa (trad.di Paolo Statuti)

Intorno ancora la nebbia notturna.
Ancora nel mondo è così presto,
Che il cielo pullula di stelle
E ognuna, come il giorno, è luminosa,
E se solo la terra potesse,
Dormirebbe il giorno di Pasqua
Alla lettura del Salterio.
.
Ancora intorno la nebbia notturna.
Ancora è così presto nel mondo,
Che la piazza giace coricata
Come in eterno da tutti i lati,
E mille anni ancora la separano
Dall’alba e dal calore.
.
Ancora la terra è completamente nuda,
E di notte essa non ha niente
Per far oscillare le campane
E fare eco ai coristi dall’esterno.
.
E dal Giovedì Santo
Fino al Sabato Santo
L’acqua perfora le rive
E intesse mulinelli.
.
E il bosco è spoglio e scoperto,
E sulla Passione di Cristo,
Come folla in preghiera,
Veglia la turba dei tronchi di pino.
.
Ma in città, in un piccolo
Spazio, come a una riunione,
Gli alberi guardano muti
Le grate della chiesa.
E il loro sguardo è preso dal terrore.
E’ comprensibile il loro sgomento.
I giardini escono dai recinti,
Vacilla il sistema terrestre:
Seppelliscono Dio.
.
E c’è la luce nella porta regia,
E il nero manto, e la fila di candele,
Volti rigati dalle lacrime –
E a un tratto la processione viene
Incontro col lenzuolo tombale,
E due betulle presso la porta
Devono tirarsi da parte.
.
E il corteo gira intorno alla chiesa,
Riempie il marciapiede fino al bordo,
E porta dalla strada sul sagrato
La primavera, le ciarle primaverili
E l’aria che sa di prosfora
E di ebbrezza di primavera.
.
E marzo sparge la neve
Nell’atrio sulla folla degli storpi,
Come se qualcuno fosse uscito
Portando l’arca e l’avesse aperta
Distribuendola a tutti.
.
E il canto dura fino all’alba,
E, dopo aver tanto singhiozzato,
Giungono sommessi dall’interno
Nel luogo vuoto sotto i fanali
Il Salterio e l’Apostolo.
.
A mezzanotte taceranno la creatura e la carne,
Avendo udito la voce primaverile,
Che appena tornerà il sereno –
La morte si potrà sconfiggere
Con lo sforzo della resurrezione.
.
1946
(tratta da Un’anima e tre ali – il blog di Paolo Statuti che si ringrazia)

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Immagine d’apertura (dal web): Settimana Santa a Taranto, rito tra i più suggestivi d’Italia (part. processione che attraversa il Ponte girevole – approfondisci QUI)

Parigi, Notre-Dame ci unisce tutti


Parigi, Notre-Dame ci unisce tutti…credo che nel rogo di Notre-Dame ognuno di noi pianga e riviva le ferite della propria terra, dal mio Salento alle grandi città, dai paesini sconosciuti alle terre sfruttate e maltrattate, da Nord a Sud, dal Medio Oriente agli USA, da Est a Ovest, ognuno ha perso, giorno dopo giorno, un pezzetto di identità, sacrificata per le cause più disparate, ed è per questo che, al cadere dei secoli in una manciata di ore, ci sentiamo tutti feriti (AnGre)

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«Monsieur oggi Parigi brucia.

Che senso ha quello che diciamo, oggi?»
L’uomo non risponde. La fissa solamente negli occhi.
Aspettava quella domanda.

Silenzio.

(la piazza adesso è un florilegio buio come la notte appena trascorsa.
Myosotis neri piovono da un cielo non diverso e volano bassi identici uccelli…)

Angela Greco, versi da Anamòrfosi (Ed.Progetto Cultura, Roma, 2017 — in commento il testo completo)

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Parigi, storia della Cattedrale di Notre-Dame (leggi qui)

La cattedrale di Notre-Dame, calembour simbolico (leggi qui)

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[…] vorrei una notte di maggio
….una di queste notti
………sul lungosenna Voltaire
…………..baciarti nella bocca
e andando poi a Notre-Dame
….contempleremmo il suo rosone
e a un tratto serrandoti a me
….di gioia paura stupore
….piangeresti silenziosamente
e le stelle piangerebbero
mischiate alla pioggia fine…

versi da Prima che bruci Parigi di Nazim Hikmet, Poesie d’amore (trad. di Joyce Lussu, Oscar Mondadori, 2006 — in commento il testo completo)

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Parigi, dopo il rogo la cattedrale di Notre-Dame non è più la stessa, ma la struttura è salva (leggi qui) — immagini dal web*

La Domenica delle Palme negli affreschi di Giotto – sassi d’arte

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Nel calendario liturgico cattolico la Domenica delle palme è celebrata la domenica precedente quella di Pasqua e con essa ha inizio la settimana santa. Nella forma ordinaria del rito romano essa è detta anche domenica De Passione Domini (della passione del Signore) ed è una festività osservata non solo dai cattolici, ma anche dagli ortodossi e dai protestanti (ovvero le religioni che riconoscono Cristo).

In questo giorno la Chiesa ricorda il trionfale ingresso di Gesù in Gerusalemme in sella ad un asino, osannato dalla folla che lo salutava agitando rami di palma. La folla, radunatasi a voce per l’arrivo di Gesù, stese a terra i mantelli, mentre altri tagliavano rami dagli alberi intorno e, agitandoli festosamente, gli rendevano onore.

In ricordo di questo, la liturgia della Domenica delle palme, si svolge iniziando da un luogo al di fuori della chiesa, dove si radunano i fedeli e il sacerdote benedice i rami di ulivo o di palma portati dai fedeli stessi; quindi si procede in processione fino all’interno della chiesa, continuando la celebrazione della messa con la lettura della Passione di Gesù. Il racconto della Passione viene letto da tre persone che rivestono la parte di Cristo (letta dal sacerdote), dello storico e del popolo.

In questa Domenica il sacerdote, a differenza delle altre di quaresima (in cui veste di colore viola, che indica penitenza, richiamo alla conversione e alla stessa penitenza e che si usa in Avvento e in Quaresima, ma anche durante la celebrazione delle Messe dei defunti) indossa paramenti di colore rosso (colore che indica il sacrificio sulla croce di Gesù e la divinità dello Spirito Santo, ma anche il sangue sparso dai Santi Martiri; si usa la Domenica delle Palme, appunto, il Venerdì Santo, a Pentecoste, nelle feste degli Apostoli e dei Martiri e per la Messa della Cresima).

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nell’immagine: Giotto, Scene dalla vita di Cristo, Entrata in Gerusalemme, affresco databile 1303-1305, Cappella degli Scrovegni, Padova: da sinistra Gesù avanza a cavallo di un asino verso le porte di Gerusalemme, seguito dagli Apostoli e facendosi incontro a una folla incuriosita: chi si prostra, chi accorre a vedere, chi è sorpreso, ecc. Sebbene la stesura denoti un’autografia non piena dell’episodio, la scena spicca come una delle più vivacemente naturali del ciclo, con una serie di episodi interni tratti dalla vita quotidiana, come quello dell’uomo che si copre la testa col mantello (un’azione goffa o un simbolo di chi non vuole accettare l’arrivo del Salvatore?) oppure i due fanciulli che salgono sugli alberi per staccare i rami d’ulivo da gettare al Salvatore e per vedere meglio, dettaglio derivato dalla tradizione bizantina, ma qui più realistico che mai. [fonti varie]

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