La Domenica delle Palme negli affreschi di Giotto – sassi d’arte

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Nel calendario liturgico cattolico la Domenica delle palme è celebrata la domenica precedente quella di Pasqua e con essa ha inizio la settimana santa. Nella forma ordinaria del rito romano essa è detta anche domenica De Passione Domini (della passione del Signore) ed è una festività osservata non solo dai cattolici, ma anche dagli ortodossi e dai protestanti (ovvero le religioni che riconoscono Cristo).

In questo giorno la Chiesa ricorda il trionfale ingresso di Gesù in Gerusalemme in sella ad un asino, osannato dalla folla che lo salutava agitando rami di palma. La folla, radunatasi a voce per l’arrivo di Gesù, stese a terra i mantelli, mentre altri tagliavano rami dagli alberi intorno e, agitandoli festosamente, gli rendevano onore.

In ricordo di questo, la liturgia della Domenica delle palme, si svolge iniziando da un luogo al di fuori della chiesa, dove si radunano i fedeli e il sacerdote benedice i rami di ulivo o di palma portati dai fedeli stessi; quindi si procede in processione fino all’interno della chiesa, continuando la celebrazione della messa con la lettura della Passione di Gesù. Il racconto della Passione viene letto da tre persone che rivestono la parte di Cristo (letta dal sacerdote), dello storico e del popolo.

In questa Domenica il sacerdote, a differenza delle altre di quaresima (in cui veste di colore viola, che indica penitenza, richiamo alla conversione e alla stessa penitenza e che si usa in Avvento e in Quaresima, ma anche durante la celebrazione delle Messe dei defunti) indossa paramenti di colore rosso (colore che indica il sacrificio sulla croce di Gesù e la divinità dello Spirito Santo, ma anche il sangue sparso dai Santi Martiri; si usa la Domenica delle Palme, appunto, il Venerdì Santo, a Pentecoste, nelle feste degli Apostoli e dei Martiri e per la Messa della Cresima).

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nell’immagine: Giotto, Scene dalla vita di Cristo, Entrata in Gerusalemme, affresco databile 1303-1305, Cappella degli Scrovegni, Padova: da sinistra Gesù avanza a cavallo di un asino verso le porte di Gerusalemme, seguito dagli Apostoli e facendosi incontro a una folla incuriosita: chi si prostra, chi accorre a vedere, chi è sorpreso, ecc. Sebbene la stesura denoti un’autografia non piena dell’episodio, la scena spicca come una delle più vivacemente naturali del ciclo, con una serie di episodi interni tratti dalla vita quotidiana, come quello dell’uomo che si copre la testa col mantello (un’azione goffa o un simbolo di chi non vuole accettare l’arrivo del Salvatore?) oppure i due fanciulli che salgono sugli alberi per staccare i rami d’ulivo da gettare al Salvatore e per vedere meglio, dettaglio derivato dalla tradizione bizantina, ma qui più realistico che mai. [fonti varie]

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Una poesia di Angela Greco su Euterpe

Sabato 8 Settembre 2018, alle ore 17.00, presso il  Palazzetto Baviera in Senigallia (AN) si terrà  la Presentazione del n.27 della Rivista di letteratura Euterpe, dal tema:

Il coraggio delle donne: profili femminili nella storia, letteratura e arte

La Rivista, un a-periodico digitale fondato nel 2011 da Lorenzo Spurio, presidente dell’Associazione Culturale Euterpe di Jesi, si avvale della collaborazione di valenti critici, saggisti, scrittori e poeti contemporanei ed è scaricabile cliccando QUI.

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Estratto dalla Rivista Euterpe n.27: Angela Greco, Clara oggi è nuova

(da Correnti contrarie, Ensemble, 2017 – qui il libro)

Clara oggi è nuova. Appartiene al domani.
Fuori piove. Più in là insiste il battito feroce
della terra, nel petto, sulla tastiera.
.
Ti guardo e sono Te Arii Vahine. Ti chiamo.
Le donne di Gauguin hanno tra i capelli fiori grandi
e fianchi confusi con le onde. Coprono l’ancestralità
con un foglio bianco, mentre un animale nero
attraversa lo spazio alle spalle del letto di terra.
Ancora un frutto da cogliere in un nuovo Eden.
Il pomeriggio statuario nella sua impassibilità
ha conti improcrastinabili e simili desideri.
.
Ho lasciato Parigi per il mio angolo di paradiso.
Lontano da qualsiasi civiltà.

Ferragosto, perché? Curiosità sul 15 agosto tra sacro e profano

RIPROPONIAMO…

Il Ferragosto è una festività di origine antichissima – nella Roma imperiale denominata Feriae Augusti – modernamente celebrata il 15 agosto in Italia e nella Repubblica di San Marino. Il giorno di Ferragosto è tradizionalmente dedicato alle gite fuori porta con lauti pranzi al sacco e, data la calura stagionale, a rinfrescanti bagni in acque marine, fluviali o lacustri. Molto diffuso anche l’esodo verso le località montane o collinari, in cerca di refrigerio.

Il termine Ferragosto deriva dalla locuzione latina Feriae Augusti (riposo di Augusto) indicante una festività istituita dall’imperatore Augusto nel 18 a.C. che si aggiungeva alle già esistenti festività cadenti nello stesso mese, come i Vinalia rustica, i Nemoralia o i Consualia. Era un periodo di riposo e di festeggiamenti che traeva origine dalla tradizione dei Consualia, feste che celebravano la fine dei lavori agricoli, dedicate a Conso che, nella religione romana, era il dio della terra e della fertilità. L’antico Ferragosto, oltre agli evidenti fini di auto-promozione politica, aveva lo scopo di collegare le principali festività agostane per fornire un adeguato periodo di riposo, anche detto Augustali, necessario dopo le grandi fatiche profuse durante le settimane precedenti.

Nel corso dei festeggiamenti, in tutto l’impero si organizzavano corse di cavalli e gli animali da tiro, buoi, asini e muli, venivano dispensati dal lavoro e agghindati con fiori. La denominazione “Palio” deriva dal “pallium”, il drappo di stoffa pregiata che era il consueto premio per i vincitori delle corse di cavalli nell’Antica Roma. In occasione del Ferragosto i lavoratori porgevano auguri ai padroni, ottenendo in cambio una mancia: l’usanza si radicò fortemente, tanto che in età rinascimentale fu resa obbligatoria nello Stato Pontificio. La festa originariamente cadeva il 1º agosto. Lo spostamento si deve alla Chiesa Cattolica, che volle far coincidere la ricorrenza laica con la festa religiosa dell’Assunzione di Maria.

La tradizione popolare della gita turistica di Ferragosto nasce durante il ventennio fascista. A partire dalla seconda metà degli anni venti, nel periodo ferragostano il regime organizzava, attraverso le associazioni dopolavoristiche delle varie corporazioni, centinaia di gite popolari, grazie all’istituzione dei “Treni popolari di Ferragosto”, con prezzi fortemente scontati. L’iniziativa offriva la possibilità anche alle classi sociali meno abbienti di visitare le città italiane o di raggiungere le località marine o montane. L’offerta era limitata ai giorni 13, 14 e 15 agosto e comprendeva le due formule della “Gita di un sol giorno”, nel raggio di circa 50-100 km, e della “Gita dei tre giorni” con raggio di circa 100–200 km. Durante queste gite popolari la maggior parte delle famiglie italiane ebbe per la prima volta la possibilità di vedere con i propri occhi il mare, la montagna e le città d’arte. Nondimeno, dato che le gite non prevedevano il vitto, nacque anche la collegata tradizione del pranzo al sacco.

Note d’arte

§ L’immagine d’apertura e la prima a sinistra ritraggono la statua di Augusto di via Labicana, conservata presso il Museo Nazionale Romano (palazzo Massimo alle Terme), in Roma. E’un ritratto dell’Imperatore Augusto a figura intera, a tutto tondo, in marmo, alta 207 cm. Deve il suo nome alla zona dove venne scavata alle pendici del colle Oppio, in via Labicana appunto. L’imperatore è ritratto a capo coperto nelle vesti di pontefice massimo. La statua è conservata al Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo alle Terme a Roma. La statua che ci è pervenuta è una copia di età tiberiana di un ritratto dell’imperatore eseguito alla fine del I secolo a.C. o all’inizio del I d.C. I tratti somatici piuttosto emaciati infatti suggerirebbero la realizzazione negli ultimi anni di vita, con i segni già visibili della malattia e della stanchezza. Si tratta del più importante ritratto augusteo di questo periodo “finale”, tra i pochi trovati a Roma. Il capite velato è dovuto alla funzione di pontifex maximusdell’imperatore: il braccio destro, spezzato, aveva probabilmente in mano una patera, piatto rituale per lo spargimento di vino durante un sacrificio. La testa venne scolpita a parte, da uno specialista.

§ Tra le varie rappresentazioni della Beata Vergine Assunta in cielo, quella proposta nella terza immagine è l’Assunta di Tiziano, un dipinto a olio su tavola, databile al 1516-1518 e conservato nella basilica di Santa Maria Gloriosa dei Frari a Venezia, dove decora, oggi come allora, l’altare centrale. Indiscutibile e straordinario capolavoro dell’artista, fu un’opera così innovativa da lasciare attoniti i contemporanei, consacrando definitivamente Tiziano, allora poco più che trentenne, nell’Olimpo dei grandi maestri del Rinascimento. L’artista si cimentò nello stesso soggetto nel 1535 dipingendo l’Assunzione della Vergine per il Duomo di Verona, dove si nota un mutato linguaggio pittorico.

L’opera fu commissionata a Tiziano dai francescani del convento dei Frari come pala d’altare e rivela la volontà del pittore di rinnovare il modo di concepire l’impostazione compositiva dei dipinti destinati agli altari. L’innovazione, rispetto alla pittura sacra veneziana dell’epoca, fu di una tale portata che i committenti rimasero sconcertati. I frati stavano infatti per rifiutarla, se non fosse stato per l’ambasciatore austriaco, emissario dell’imperatore Carlo V, che si offrì di acquistarla, riconoscendone e facendone riconoscere quindi il valore. Creò scandalo tra i pittori della Laguna, che faticarono ad accogliere il decisivo passo in avanti rispetto alla quieta e pacata tradizione precedente. Nel risultato finale Tiziano riuscì a fondere molteplici livelli di lettura: la celebrazione del patriziato veneziano, finanziatore della pala, la manifestazione degli indirizzi teologici dei Francescani, legati al tema dell’Immacolata Concezione, e risvolti politici, con il trionfo mariano leggibile come la vittoria di Venezia contro la lega di Cambrai, conclusasi con il trattato di Noyon del 1516 e il ri-ottenimento di tutti i territori sulla terraferma. In seguito alle soppressioni napoleoniche, fu tenuta in deposito alle Gallerie dell’Accademia per un secolo, dal 1818 al 1919. Fuori dalla sua sede naturale, fece tra l’altro da sfondo alle celebrazioni funebri di Canova.

Il soggetto dell’assunzione della Vergine, cioè della salita in cielo di Maria al cospetto degli Apostoli, accolta in paradiso, venne risolto in maniera innovativa: scomparso il tradizionale sarcofago di Maria, e quindi i riferimenti alla morte, tutto si concentra sul moto ascensionale di Maria, sulla sfolgorante apparizione divina e sullo sconcerto creato da tale visione. I momenti dell’assunzione e dell’incoronazione sono accostati con originalità. I tre registri sovrapposti (gli Apostoli in basso, Maria trasportata su una nube spinta da angeli al centro e Dio Padre tra angeli in alto) sono collegati da un continuo rimando di sguardi, gesti e linee di forza, evitando però qualsiasi schematismo geometrico.

§ L’ultima opera, in basso al centro, è Lizzana, di Fortunato Depero (Casa Depero a Rovereto), del 1923; tarsia in panno, misura 170×170 cm. Trasformata quasi in un giocattolo, protagonista dell’immagine è la chiesetta di Lizzana, piccolo borgo nei pressi di Rovereto. Guidato sempre dallo spirito di “ricostruzione futurista dell’universo”, qui Depero sembra voler dimostrare come anche l’architettura e il paesaggio alpestri possano prestarsi a una visione assolutamente ludica e scenografica. Scale, parapetti, piani inclinati, campanili, così come boschi, piante e animali domestici, tutto il panorama è pervaso da una festa incessante di colori. Per mezzo di nette e coloratissime campiture geometrizzate, anche la vita del paesino montano appare qui ridente e serena, quasi come in un’assolata località mediterranea. Considerando l’altra grande anticipazione di Depero, ovvero l’arte pubblicitaria, forse questa immagine potrebbe essere ancora oggi una delle più efficaci nella promozione turistica del territorio trentino.

notizie ed immagini dal web; fonti: Wikipedia e museali36 pdf su Depero

Angela Greco, nota al volume AA.VV. Come una mezzaluna nel sole di maggio

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“Qui non vorrei morire dove vivere
mi tocca, mio paese,
così sgradito da doverti amare;
lento piano dove la luce pare
di carne cruda
e il nespolo va e viene fra noi e l’inverno.
.
Pigro
come una mezzaluna nel sole di maggio,
la tazza di caffè, le parole perdute,
vivo ormai nelle cose che i miei occhi guardano:
divento ulivo e ruota d’un lento carro,
siepe di fichi d’India, terra amara
dove cresce il tabacco.
Ma tu, mortale e torbida, così mia,
così sola,
dici che non è vero, che non è tutto.
Triste invidia di vivere,
in tutta questa pianura
non c’è un ramo su cui tu voglia posarti.”
.
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Si presenta al lettore intitolata con un verso “Come una mezzaluna nel sole di maggio” del barese di nascita e salentino per sempre, Vittorio Bodini, l’antologia creata e curata dalla nascente realtà editoriale Fallone Editore di Taranto sul finire dell’anno appena trascorso e che in questo 2018 sarà presentata in diverse località. Un verso d’apertura, che subito identifica appartenenza e fine dell’opera, che riporta come sottotitolo “ricognizione della poesia pugliese 1975 – 1994” dove le cifre sono indicative degli anni di nascita (del più grande anagraficamente e del più piccolo) delle voci poetiche rappresentate all’interno.

Un’opera, questa antologia, che, nelle due accezioni fornite dal vocabolario del termine ‘ricognizione’ – che, ricordiamo, etimologicamente significa riconoscere, osservare attentamente – intende riferirsi sia all’accertamento dell’esistenza del fatto poesia, sia al fatto di raccogliere, mediante la constatazione diretta, le informazioni necessarie per impostare un’azione, in questo caso poetica, per il divenire. In ciò, l’editrice ha voluto più che fornire una mappa, dare delle chiavi di accesso, dei punti di riferimento per l’orientamento del lettore in un campo vasto e molto frammentato, qual è quello della poesia in un territorio diversificato e complesso dal punto di vista morfologico e letterario, la Puglia, una terra, che si allunga per oltre quattrocento chilometri da nord a sud e che ha subito e subisce costantemente influssi esterni, per motivi storici, di localizzazione geografica e vocazione d’accoglienza, oggi accentuati più che mai in poesia grazie ai nuovi mezzi di socializzazione di massa, nei quali ci si ritrova a confrontarsi, quanto non meno a scontrarsi.

Così, in tempi come questi, di nuova, forte e utile crisi di identità, un’antologia che riunisce differenti voci e differenti esperienze, si pone come mezzo di unione nella diversità, centrando, oltre l’obiettivo propriamente letterario, anche un motivo che dovrebbe essere proprio dell’uomo contemporaneo, ovvero, secondo Giorgio Agàmben, di “colui che riceve in pieno viso il fascio di tenebra che proviene dal suo tempo[1]”. Da qui, mettendo in comunione le proprie dissimiglianze, si deve tentare d’impostare e sperare di realizzare quell’azione di cambiamento invocata da tanti, capace di condurre ad una maggiore valorizzazione della Persona, piuttosto che a tutto l’insieme di cose che ad essa si sono sostituite.

Anche la copertina realizzata da Fausto Maxia, che ritrae un’opera intitolata “Fragmenta Tav.XX” ben dice della condizione in cui vertiamo oggi, dove forse il venti a numero romano sta ad indicare proprio il Ventesimo secolo, quello in cui più che mai ci si è ritrovati scissi e lontani dall’unione, perché se è vero che il lavoro del poeta nasce come qualcosa di singolo, nel suo incontro intimo con l’esperienza del mondo, è vero anche che una volta data alle stampe la poesia diventa un fatto pubblico, comune, plurale e che ogni singolo frammento serve a ricomporre l’unità. Un’antologia di autori vari, nel ricomporre i differenti pezzi proposti da ogni singolo autore, è, quindi, un mezzo utile a ritrovare l’unità, che in questo caso è il valore dello stare in Poesia e del ritrovarsi grazie alla Poesia, senza troppo discettare su che cosa sia la poesia o a che cosa serva oggi, sulla sua utilità o sulla sua assoluta inutilità, se pensiamo in termini monetari, ma cogliendone gli effetti di comunione e consapevolezza del mondo da sé.

La poesia è un mezzo, alla fine, per incontrarsi, come Giorgio Caproni ha ben detto nel suo involontario discorso sulla poesia il 6 febbraio 1982 al Teatro Flaiano di Roma, dove avrebbe dovuto commentare alcuni suoi versi e dei quali, invece, non dirà nulla. “[…] riuscire, – dice Caproni – attraverso la poesia, a scoprire, cercando la mia, la verità degli altri, la verità di tutti, o, per essere più modesti e più precisi, una verità, una delle tante verità possibili che possa valere non soltanto per me, ma anche per tutti quegli altri me stessi, che formano il mio prossimo del quale io non sono che una delle tante cellule viventi[2]”

“L’esercizio della poesia – continua Caproni – rimane puro narcisismo finché il poeta si ferma ai singoli fatti esterni della propria persona o biografia. Ma ogni narcisismo cessa non appena il poeta riesce a chiudersi e inabissarsi totalmente in se stesso da scoprirvi e portare al giorno quei nodi di luce che non sono soltanto dell’io ma di tutta la tribù. Quei nodi di luce che tutti i membri della tribù possiedono, ma che non tutti i membri della tribù sanno di possedere o riescono ad individuare[3]” ed è in tal modo che una compagine di autori vari, qual è un’antologia, implementa anche il lettore tra le sue pagine, coinvolgendolo suo malgrado in un progetto comune. (Angela Greco AnGre)

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La presente nota di lettura ha volutamente omesso i riferimenti alle poesie degli Autori riuniti nell’antologia data la presenza, tra essi, della stessa scrivente  Il volume antologico “Come una mezzaluna nel sole di maggio. Ricognizione della poesia pugliese 1975-1994” (Fallone Editore, 2017) contiene i testi di diciotto poeti pugliesi nati tra il 1975 e il 1994, alcuni dei quali già consolidati a livello nazionale e altri ancora inediti, censiti per generazioni.

Di seguito si riportano gli Autori ospitati nell’antologia:

Anni Settanta: Simone Giorgino, Ilaria Seclì, Angela Greco, Vanni Schiavoni, Salvatore Tafuro, Gianpaolo G. Mastropasqua, Francesco Mola

Anni Ottanta: Carla Saracino, Lidia Fraccari, Vito Russo, Gianpaolo Altamura, Francesco Cagnetta, Gianluca Maria Lacerenza, Michele de Virgilio, Andrea Donaera

Anni Novanta: Antonella Chionna, Attilio Cantore, Giacomo Cucugliato

 https://falloneeditore.com/ 

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[1] Giorgio Agamben, Che cos’è il contemporaneo? (I sassi nottetempo ed.)
[2] Giorgio Caproni, Sulla poesia (Italosvevo Ed.)
[3] ibidem

 

 

su La dimora del tempo sospeso: Isole di Flavio Almerighi e Correnti contrarie di Angela Greco

Grazie di cuore a Francesco Marotta e a tutta la Dimora per la condivisione!

https://rebstein.wordpress.com/

 

Angela Greco

E se poi il sacro
non fosse solo un’invenzione
ma fosse connesso
con la sintesi delle tue labbra?

Un salmo da sciogliere
a rima dischiusa sul percorso
dalla bocca ai tuoi lombi e così sia
nella congiunzione di mani salde
su pianure scolpite dal vento d’oriente
con il fruscio dei tuoi riccioli sul viso,
coro angelico?

Acquisterei una mansarda in centro
e sulla piazza proietterei
le nostre ombre profane.

https://rebstein.wordpress.com/2018/01/21/correnti-contrarie/

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Flavio Almerighi   

Hart Island

L’uomo ha conquistato la terra.
Invaghito della luna
risoluto l’ha sottomessa.
Gli amori, lontanissimi nell’aria,
sono appannati da un lampo.

Troppo tardi per ripartire
il prossimo vapore è domattina.

Avrei preferito trovare sereno
tutti in sonno e ben vestiti.
Nessuna pietà invece,
malgrado il gioco di pazienza
delle mani unite.

Fra tanta sterpaglia e veloci sussurri
chissà, forse,
fuggirà la voglia di essere terra.

Una a una vedo braccia
e foglie autunnali fermarsi,
colare a picco quest’isola

https://rebstein.wordpress.com/2018/01/21/isole/ 

 

Correnti Contrarie, poesia di Angela Greco, su ViviMassafra – intervista di Mariella Orlando

“CORRENTI CONTRARIE”: NEI VERSI SENSUALITÀ E FEMMINILITÀ

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http://www.vivimassafra.it/notizie/item/8491-correnti-contrarie-nei-versi-sensualita-e-femminilita

Lo scorso 9 novembre, presso il bar Aurora di Massafra, Angela Greco ha presentato alla città il suo nuovo libro di poesie “Correnti contrarie” edito Ensemble Editore.

Ad accompagnare l’autrice per la prima presentazione della sua ultima fatica letteraria i poeti Nunzio Tria e Michelangelo Zizzi (nella foto in basso, da sinistra, nell’ordine).

Nunzio Tria si è soffermato sui temi oggetto della poesia di Angela Greco che ha commentato leggendone i versi.

Michelangelo Zizzi ha invece commentato la struttura delle poesie e la tecnica di scrittura, anch’egli leggendo alcuni componimenti.

Corale l’elogio alla poetica di Angela Greco giunto dai due relatori che l’hanno definita una poetessa matura con una grandissima capacità espressiva. Apprezzate, tra l’altro, l’originalità stilistica e la raffinatezza culturale delle citazioni letterarie ed artistiche presenti nelle poesie.

Al termine del riuscito quanto partecipato incontro con Angela Greco, si è aperto un vivace e stimolante dibattito che ha dimostrato l’interesse suscitato nel pubblico dalla nuova opera.

Per conoscere nel dettaglio “Correnti contrarie” abbiamo intervistato l’autrice.

Qual è la fonte di ispirazione da cui scaturisce il libro “Correnti contrarie”?
“Il libro nasce come risposta ad una poesia di un altro autore e soprattutto amico, Flavio Almerighi, ‘Lettera a Clara”. Il nucleo centrale del libro rappresenta infatti una risposta a questa lettera. Di lì si sono poi dipanate le varie vicissitudini che Clara ha vissuto. Ho improntato il libro su questa figura di donna in attesa di un ritorno, ma anche di conoscere qualcosa di se stessa.”

Clara è la protagonista di “Correnti contrarie”, come descriverebbe questa donna?
“Le donne delle mie poesie, protagoniste della maggior parte della mia produzione tra cui anche Clara, racchiudono in parte la mia idea generale di donna; sono persone un po’ retrò, ancora capaci di attendere e di condividere il loro tempo-spazio con l’altra metà del cielo, moderne nella loro indipendenza soprattutto dai luoghi comuni e capaci di credere ancora nell’altro, nel genere umano nonostante tutto. Mi assomigliano insomma.”

In questa silloge i componimenti sono divisi in quattro sezioni, tante quante sono le stagioni. Cosa l’ha portata a questa scelta?
“È stata una scelta quasi istintiva, legata al fatto che la mia Clara è nata in inverno. L’incontro con la poesia ‘Lettera a Clara’ di Flavio Almerighi è avvenuto proprio il 21 dicembre scorso e di lì ho pensato di dividere il libro in quattro sezioni, ognuna rappresentante una stagione, così da riportare nel poemetto un intero anno solare. In realtà le stagioni a cui mi riferisco, fugando la banalità, sono quelle che ancora devono arrivare.”

Quindi parliamo delle stagioni dell’anima, possiamo dirlo?
“Sì, anche se il concetto di anima è argomento di altra competenza, possiamo dirlo. Il libro è nato in un nevoso e non usuale, per le nostre latitudini mediterranee, inverno in cui è stata forte la speranza di primavera. Il volume è stato pubblicato poi alla fine dell’estate per cui ci siamo ritrovati agli antipodi, correnti contrarie appunto, l’inverno e l’estate in attesa di una primavera.”

La primavera può essere lo sbocciare della poesia?
“La poesia può essere considerata, romanticamente, una primavera. Secondo me, è una epifania dopo il buio della stagione rigida nel momento in cui si pensa ad essa come ad un’esplosione di colore e luce. L’esplosione di colore nella mia poesia, oltrepassando la metafora, deriva anche dalla passione per la pittura. In ‘Correnti contrarie’ sono infatti citati alcuni tra i miei pittori preferiti, Hopper ad esempio, a cui ho dedicato un’opera successiva intitolata ‘Prospettiva Hopper’ di cui un estratto è in uscita in collettanea per Fallone Editore.”

Esiste un filo conduttore che unisce i vari componimenti inseriti in “Correnti contrarie”?
“Sì, il filo conduttore esiste poiché ‘Correnti contrarie’ è un poemetto e, come tale, è un’opera unica non frammentata in vari componimenti indipendenti. Le poesie sono collegate dal filo dell’attesa, ma soprattutto della passione vissuta nell’attesa che si realizzi l’incontro. Le poesie erotiche, anche quelle maggiormente carnali, pur nella contingenza dell’atto che descrivono, soffrono l’attesa e sono sempre riferite a qualcosa di più grande che va oltre lo stesso corpo.”

Quindi la poesia va oltre la carnalità?
“Sì, in molte mie opere tento di andare oltre la carnalità, perché penso che la poesia debba raccontare il corpo, la carne, ma anche lasciare qualcosa che rimanga oltre il tangibile.”

Per chiudere un’ultima inevitabile domanda: perché un lettore dovrebbe scegliere “Correnti contrarie”?
“Sorrido ringraziando e complimentandomi per l’intervista, che in questa domanda rivela la professionalità di chi l’ha condotta, e rispondo sottolineando che non sto aggirando il quesito. Non siamo noi a scegliere un libro di poesia, è la Poesia che ci sceglie anche quando si decide di acquistare un libro a scapito di un altro.”

Mariella Eloisia Orlando

Ferragosto, perché? Curiosità sul 15 agosto tra sacro e profano

Il Ferragosto è una festività di origine antichissima – nella Roma imperiale denominata Feriae Augusti – modernamente celebrata il 15 agosto in Italia e nella Repubblica di San Marino. Il giorno di Ferragosto è tradizionalmente dedicato alle gite fuori porta con lauti pranzi al sacco e, data la calura stagionale, a rinfrescanti bagni in acque marine, fluviali o lacustri. Molto diffuso anche l’esodo verso le località montane o collinari, in cerca di refrigerio.

Il termine Ferragosto deriva dalla locuzione latina Feriae Augusti (riposo di Augusto) indicante una festività istituita dall’imperatore Augusto nel 18 a.C. che si aggiungeva alle già esistenti festività cadenti nello stesso mese, come i Vinalia rustica, i Nemoralia o i Consualia. Era un periodo di riposo e di festeggiamenti che traeva origine dalla tradizione dei Consualia, feste che celebravano la fine dei lavori agricoli, dedicate a Conso che, nella religione romana, era il dio della terra e della fertilità. L’antico Ferragosto, oltre agli evidenti fini di auto-promozione politica, aveva lo scopo di collegare le principali festività agostane per fornire un adeguato periodo di riposo, anche detto Augustali, necessario dopo le grandi fatiche profuse durante le settimane precedenti.

Nel corso dei festeggiamenti, in tutto l’impero si organizzavano corse di cavalli e gli animali da tiro, buoi, asini e muli, venivano dispensati dal lavoro e agghindati con fiori. La denominazione “Palio” deriva dal “pallium”, il drappo di stoffa pregiata che era il consueto premio per i vincitori delle corse di cavalli nell’Antica Roma. In occasione del Ferragosto i lavoratori porgevano auguri ai padroni, ottenendo in cambio una mancia: l’usanza si radicò fortemente, tanto che in età rinascimentale fu resa obbligatoria nello Stato Pontificio. La festa originariamente cadeva il 1º agosto. Lo spostamento si deve alla Chiesa Cattolica, che volle far coincidere la ricorrenza laica con la festa religiosa dell’Assunzione di Maria.

La tradizione popolare della gita turistica di Ferragosto nasce durante il ventennio fascista. A partire dalla seconda metà degli anni venti, nel periodo ferragostano il regime organizzava, attraverso le associazioni dopolavoristiche delle varie corporazioni, centinaia di gite popolari, grazie all’istituzione dei “Treni popolari di Ferragosto”, con prezzi fortemente scontati. L’iniziativa offriva la possibilità anche alle classi sociali meno abbienti di visitare le città italiane o di raggiungere le località marine o montane. L’offerta era limitata ai giorni 13, 14 e 15 agosto e comprendeva le due formule della “Gita di un sol giorno”, nel raggio di circa 50-100 km, e della “Gita dei tre giorni” con raggio di circa 100–200 km. Durante queste gite popolari la maggior parte delle famiglie italiane ebbe per la prima volta la possibilità di vedere con i propri occhi il mare, la montagna e le città d’arte. Nondimeno, dato che le gite non prevedevano il vitto, nacque anche la collegata tradizione del pranzo al sacco.

Note d’arte

§ L’immagine d’apertura e la prima a sinistra ritraggono la statua di Augusto di via Labicana, conservata presso il Museo Nazionale Romano (palazzo Massimo alle Terme), in Roma. E’un ritratto dell’Imperatore Augusto a figura intera, a tutto tondo, in marmo, alta 207 cm. Deve il suo nome alla zona dove venne scavata alle pendici del colle Oppio, in via Labicana appunto. L’imperatore è ritratto a capo coperto nelle vesti di pontefice massimo. La statua è conservata al Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo alle Terme a Roma. La statua che ci è pervenuta è una copia di età tiberiana di un ritratto dell’imperatore eseguito alla fine del I secolo a.C. o all’inizio del I d.C. I tratti somatici piuttosto emaciati infatti suggerirebbero la realizzazione negli ultimi anni di vita, con i segni già visibili della malattia e della stanchezza. Si tratta del più importante ritratto augusteo di questo periodo “finale”, tra i pochi trovati a Roma. Il capite velato è dovuto alla funzione di pontifex maximus dell’imperatore: il braccio destro, spezzato, aveva probabilmente in mano una patera, piatto rituale per lo spargimento di vino durante un sacrificio. La testa venne scolpita a parte, da uno specialista.

§ Tra le varie rappresentazioni della Beata Vergine Assunta in cielo, quella proposta nella terza immagine è l’Assunta di Tiziano, un dipinto a olio su tavola, databile al 1516-1518 e conservato nella basilica di Santa Maria Gloriosa dei Frari a Venezia, dove decora, oggi come allora, l’altare centrale. Indiscutibile e straordinario capolavoro dell’artista, fu un’opera così innovativa da lasciare attoniti i contemporanei, consacrando definitivamente Tiziano, allora poco più che trentenne, nell’Olimpo dei grandi maestri del Rinascimento. L’artista si cimentò nello stesso soggetto nel 1535 dipingendo l’Assunzione della Vergine per il Duomo di Verona, dove si nota un mutato linguaggio pittorico.

L’opera fu commissionata a Tiziano dai francescani del convento dei Frari come pala d’altare e rivela la volontà del pittore di rinnovare il modo di concepire l’impostazione compositiva dei dipinti destinati agli altari. L’innovazione, rispetto alla pittura sacra veneziana dell’epoca, fu di una tale portata che i committenti rimasero sconcertati. I frati stavano infatti per rifiutarla, se non fosse stato per l’ambasciatore austriaco, emissario dell’imperatore Carlo V, che si offrì di acquistarla, riconoscendone e facendone riconoscere quindi il valore. Creò scandalo tra i pittori della Laguna, che faticarono ad accogliere il decisivo passo in avanti rispetto alla quieta e pacata tradizione precedente. Nel risultato finale Tiziano riuscì a fondere molteplici livelli di lettura: la celebrazione del patriziato veneziano, finanziatore della pala, la manifestazione degli indirizzi teologici dei Francescani, legati al tema dell’Immacolata Concezione, e risvolti politici, con il trionfo mariano leggibile come la vittoria di Venezia contro la lega di Cambrai, conclusasi con il trattato di Noyon del 1516 e il ri-ottenimento di tutti i territori sulla terraferma. In seguito alle soppressioni napoleoniche, fu tenuta in deposito alle Gallerie dell’Accademia per un secolo, dal 1818 al 1919. Fuori dalla sua sede naturale, fece tra l’altro da sfondo alle celebrazioni funebri di Canova.

Il soggetto dell’assunzione della Vergine, cioè della salita in cielo di Maria al cospetto degli Apostoli, accolta in paradiso, venne risolto in maniera innovativa: scomparso il tradizionale sarcofago di Maria, e quindi i riferimenti alla morte, tutto si concentra sul moto ascensionale di Maria, sulla sfolgorante apparizione divina e sullo sconcerto creato da tale visione. I momenti dell’assunzione e dell’incoronazione sono accostati con originalità. I tre registri sovrapposti (gli Apostoli in basso, Maria trasportata su una nube spinta da angeli al centro e Dio Padre tra angeli in alto) sono collegati da un continuo rimando di sguardi, gesti e linee di forza, evitando però qualsiasi schematismo geometrico.

§ L’ultima opera, in basso al centro, è Lizzana, di Fortunato Depero (Casa Depero a Rovereto), del 1923; tarsia in panno, misura 170×170 cm. Trasformata quasi in un giocattolo, protagonista dell’immagine è la chiesetta di Lizzana, piccolo borgo nei pressi di Rovereto. Guidato sempre dallo spirito di “ricostruzione futurista dell’universo”, qui Depero sembra voler dimostrare come anche l’architettura e il paesaggio alpestri possano prestarsi a una visione assolutamente ludica e scenografica. Scale, parapetti, piani inclinati, campanili, così come boschi, piante e animali domestici, tutto il panorama è pervaso da una festa incessante di colori. Per mezzo di nette e coloratissime campiture geometrizzate, anche la vita del paesino montano appare qui ridente e serena, quasi come in un’assolata località mediterranea. Considerando l’altra grande anticipazione di Depero, ovvero l’arte pubblicitaria, forse questa immagine potrebbe essere ancora oggi una delle più efficaci nella promozione turistica del territorio trentino.

notizie edimmagini dal web; fonti: Wikipedia e museali36 pdf su Depero

Angela Greco per il decennale di RebStein

I migliori auguri da Il sasso nello stagno di AnGre a La dimora del tempo sospeso

LA DIMORA DEL TEMPO SOSPESO

Angela Greco

per il decennale de
La dimora del tempo sospeso – RebStein

Dieci anni sono tanti, ma gli affanni non si sentono, ben celati dietro la home page, lì, tra tastiera e tempo sospeso nell’accezione più ampia possibile. Da blogger a blogger conosco bene quelle sottrazioni ad altro ed altri per l’ostinazione – e trascorso un certo numero di anni e consumati i primi entusiasmi, davvero si può parlare di testardaggine all’ennesima potenza – di divulgare quanto crediamo possa aggiungere valore ad un presente malato terminale d’egoismi e protagonismi, attaccato alla flebo della celebrazione dell’individualismo. Un presente, che bracca senza sosta la gratuità e la generosità, mordendo alla gola, mettendo all’angolo tutto un meccanismo virtuoso che potrebbe davvero farci riscoprire Persone.

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FUORI DALLO SCAFFALE – antologia di testi poetici non allineati a cura di Flavio Almerighi e Angela Greco / e-book scaricabile gratuitamente

Il mondo cambia in fretta, la barbarie non è mai finita, anzi… Il futuro è ipotecato e improbabile. Il moto di appartenenza limitato a parrocchie senza accoglienza. Perduta la memoria ne conserviamo frammenti, polvere di ostie consacrate annidate in una pisside terminata la messa. Ci hanno dato il consumismo perché noi e i nostri figli non potessimo più farne a meno, poi ce lo siamo lasciati sfilare mentre eravamo al telefono, addormentati davanti al televisore. La democrazia, ci è stato detto, è un bene retorico e deperibile. Rimane il silenzio di noi abulici, tutti uguali, che non sappiamo più fare. L’uomo saggio si identifica con il “cazzaro”. (Flavio Almerighi)

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“FUORI DALLO SCAFFALE – antologia di test-I poetici NON ALLINEATI (l’ordine è casuale)” è voce di autori che non condividono l’imperante clientelismo a cui oggigiorno pare adeguarsi chiunque. Clientelismo, che nel momento in cui si tenta di controbattere semplicemente ti estromette, ti mette fuori, appunto, dallo scaffale del Mondo. Gli Autori – a cui va un grazie di cuore per la stima e la fiducia accordati a Il sasso nello stagno di AnGre – che gratuitamente e gentilmente hanno concesso i loro testi, unitamente ad altre esperienze condivise dal web, vogliono soltanto fornire uno spunto di riflessione, uno spiraglio nella cortina impenetrabile della “casta” teso al reale smantellamento, mattoncino per mattoncino, di quanto sta impoverendo l’Essere Umano. (Angela Greco AnGre)

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“F U O R I  dallo  scaffale

antologia di test-I   N O N   A L L I N E A T I”

 CLICCA QUI per leggere i testi e per scaricare il pdf \ e-book

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sono un vagabondo e semino parole da un buco della tasca…” – “Credevo che per i poeti fosse venuto il tempo della peste, il tempo della fine: la fine dei canti, delle odi, dei poemi, di tutte le vecchie, ammuffite sciocchezze. Per i poeti che, come passeri disperati, lasciavano i loro escrementi dappertutto. Ero nauseato dai cuori delicati che i poeti ostentano sul palmo delle mani, insanguinati trofei della loro guerra con la vita, ch’essi si portano dietro lungo le autostrade e le scorciatoie dell’esistenza, gridando: “Aiuto, aiuto!” con la bocca sanguinante, benché sappiano benissimo che nessuno li ascolterà.” (Emanuel Carnevali, da Il primo dio, Adelphi)

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“Il disagio degli uomini di cultura si fa sempre più crudo nel mondo. Coloro che soltanto a diporto e per i loro scopi più o meno politici frequentano le arti e le scienze non hanno motivo di soffrire di questa disdetta: e i bari della cultura, pronti a seguire ogni padrone tranne la verità, non hanno ragione di allarme. Ma per i poeti, gli artisti, i filosofi, gli scienziati di buona fede, in questa vecchia Europa, questo è tempo di desolazione.” – (Francesco Flora, in Hebenon, IV serie, n.13-14, Aprile – Novembre 2014)

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— Gli Autori dell’antologia continueranno a farci compagnia per tutta l’estate con i loro testi riproposti singolarmente o in coppia (a seconda della lunghezza) sulle pagine de Il sasso nello stagno di AnGre 

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Il sasso nello stagno di AnGre ospite della social-page Pablo Paolo Peretti Copenhagen

Ieri il Sasso & io siamo stati ospiti di una interessantissima pagina-giornale (che vi invito a visitare) pubblicata sul social FB e curata dallo scrittore e poeta Pablo Paolo Peretti da Copenhagen (Pablo paolo peretti Copenhagen) con una breve presentazione di quanto realizziamo ormai da cinque anni in rete e qualche mia poesia. Ringraziando ancora Pablo per lo spazio accordatoci, vi auguro buona lettura (AnGre)

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Lettera di presentazione con  poesie, di Angela Greco AnGre

Ciao Amici di Pablo Paolo Peretti Copenhagen (e non solo),
lietissima di incontrarvi in questo luogo multi-color e di scambiare con Voi qualche parola sugli argomenti che frequento anche io in rete ovvero la divulgazione poetico-artistica-letteraria e la poesia stessa. Sono Angela Greco, sul web addizionata con la sigla AnGre a causa di omonimie varie ed eventuali. Sono pugliese della provincia ionica, tra un mesetto compirò quarantun’anni, sono mamma, moglie e alcuni dicono anche un poeta (a questo punto siete invitati a sorridere, mi raccomando).
In rete da cinque anni accudisco, come uno di famiglia, un piccolo blog intitolato “Il sasso nello stagno di AnGre – insistenze poetico-artistiche per (ri)connettere Cultura & Persona a cura di Angela Greco & Co”, che mi ha dato soprattutto la possibilità di incontrare tanta bella gente. Mi piace presentare questa consolidata realtà, dove ogni tanto compaiono pure i miei scritti, che, anche tramite la fan-page su Facebook ed il profilo Google+, incontra in media quattrocento visitatori al giorno, riportando quanto si legge nelle info del blog stesso: “Il sasso nello stagno di AnGre fonda la sua azione sul credere che ci siano utilità maggiori — definite non a caso inutilità dal contesto sociale – e maggiormente necessarie di quella meramente economica e per questo ogni giorno propone con perseveranza “briciole”, presenze minime, per la parte più vera, meno curata e più dimenticata dell’Uomo; perché Poesia, Arte, Letteratura sono ancora assolutamente necessarie per la costruzione di quel plurale che può ancora designarci Persone. Gratuità, spirito di collaborazione e amore per la divulgazione poetico-artistico-letteraria caratterizzano fin dalla sua creazione questo luogo-blog, che vuole concretamente porsi, come risposta e alternativa alla situazione sociale vigente di appiattimento culturale e omologazione delle Persone” sperando di aver risposto in tal modo alle fatidiche e un po’ scontate domande che ancora oggi mi sento rivolgere da molti: “Ma chi te lo fa fare?”; “Ma perché non ti fai pagare?”; “Perché non condividi solo scritti tuoi?” alle quali io continuo a rispondere con nuove proposte di lettura, seguendo la saggezza della goccia, che nella sua insistenza spacca la roccia, identificata nello specifico nel contesto sociale ormai disabituato del tutto alla cultura del dono e della condivisione con il prossimo senza aspettarsi nulla in cambio.
Di contro, perché sicuramente non vivo in un idillio, poiché per natura ho sempre i piedi ancorati al suolo e la testa qualche chilometro più in là (sorridete ancora, mi raccomando), la frequentazione anche spesso solo virtuale dell’ambiente letterario, mi ha portato a conoscenza anche del lato meno nobile di questo mondo, fatto di continui scambi di favori, di approfittatori e canaglie che, però, nonostante l’impegno continuo, non sono ancora del tutto riusciti a sabotare il comparto sano, quello fatto di oneste Persone con l’iniziale maiuscola, grazie alle quali – perché ci sono, non dubitatene mai – continuo anche a scrivere poesie. Beh, sì, faccio anche questo, scrivo poesie e fino ad oggi, in un decennio, ho anche pubblicato alcuni titoli.
Per adesso mi ritengo semplicemente una persona sorridente, in pace con se stessa e grata all’Esistenza per tutto quello che mi ha dato e mi ha tolto, in un continuo ricambio vitale utile a scorgere sempre il sole in ogni mattino, anche nel più nebbioso.
Non ho capito bene, se la richiesta del gentilissimo Pablo, che ringrazio di cuore per questo spazio, ha trovato compimento in questo mio scritto, ma se avete domande per me, non esitate a porgerle. In chiusura, quattro miei brevi e recenti testi poetici per voi. Ciao!!

Angela Greco AnGre

*

IV stanza

Nel muro del paese vecchio ci sono una crepa ed un nido,
dov’è nato un fiore giallo in poco spazio, in nessuna terra.

La ristrutturazione ha un suo costo attento a tutto quanto impiegato.
Non mi meraviglio del dispendio d’anni e d’energia per questo
essere arrivata fin qui, a piedi scalzi e pietre attente ad ogni passo:
possedere le chiavi di casa. Un portafogli per ricordarmi,
nome cognome e indirizzo insieme alla fotografia.
Un rettangolo di carta avoriata incapace di contenere tutto il resto,
dove non si dirà mai che la cucina è la stessa di quando eravamo casa

(2015-2016)

§

Vanitas

Secco il fiore alla tramontana degli anni
ha perso colore. Intatto il numero dei petali.
Una corolla di domande alterne
e la medesima risposta.

Il ragno nel silenzio dell’angolo
intesse un lavorìo delicato
tra lo sguardo e il marmo.

§

Complicazioni in diagonale

Ho letto del frutto, del caso e della luna.
Il cielo ha le sue dimenticanze.
Trenta giorni, quattro stagioni e il mensile
da obliterare per salire a bordo.

Dicembre ha il lutto appeso al filo.
Rimandi luminosi e intermittenti.
Alternanza di rossi e neri. Numeri.
“Complicazioni in diagonale” le chiami.

«Di notte manca il sole – dici –
e potrebbe sembrare retorica.
Il silenzio non è lo stesso del giorno».
Ogni rumore è in vista dell’alba.

La fotografia delle prime luci,
la sveglia ed il secondo caffè sul tavolo.
I titoli annunciano un cambiamento.
Speriamo basti l’inchiostro fino a sera.

§

Canzone per Mimì

Mimì ha gli occhi colmi di bianco
la gonna scucita e la schiena nuda.
Non si mostra oltre il rito di una poesia.
Ha barattato la grande città con scarpe grosse
oggi abita la vita d’argilla e sud a cui appartiene.

Mimì gioca
con i grandi che non comprendono;
combatte il mondo brutto
ha la porta di casa aperta
e puoi entrare a leggere i suoi libri.

Mimì nasconde le unghie curate
tra le mani sporche di terra
dietro il vestito della festa
ché nessuno veda la gioia e il suo viso.

Minuscoli fiori ricamano il velo dei giorni.
Non importa quando tornerà il sole.
Mimì sa aspettare.

* * *
A.G.

7 marzo 2012 – 2017: cinque anni con Il sasso nello stagno di AnGre. Grazie a tutti!!

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Il sasso nello stagno di AnGre: insistenze poetico-artistiche per (ri)connettere Cultura & Persona a cura di Angela Greco & Co.

Gratuità, spirito di collaborazione e amore per la divulgazione poetico-artistico-letteraria caratterizzano fin dalla sua creazione questo luogo-blog, che vuole concretamente porsi, come risposta e alternativa alla situazione sociale vigente di appiattimento culturale e omologazione delle Persone. Questo piccolo blog fonda la sua azione sul credere che ci siano utilità maggiori — definite non a caso inutilità dal contesto sociale – e maggiormente necessarie di quella meramente economica e per questo ogni giorno propone con perseveranza “briciole”, presenze minime, per la parte più vera, meno curata e più dimenticata dell’Uomo; perché Poesia, Arte, Letteratura sono ancora assolutamente necessarie per la costruzione di quel plurale che può ancora designarci Persone.

Grazie di cuore a chi ci segue con stima e amicizia e a chi ha collaborato, collabora e collaborerà con questa piccola realtà dalle grandi soddisfazioni!

Oggi ri-condividiamo la poesia – articolo che in assoluto ha realizzato, in questi 5 anni, il maggior numero di visualizzazioni. Buona lettura!

*

Ode al cane, di Pablo Neruda

Il cane mi domanda
ed io non rispondo.
Salta, corre per i campi e mi domanda
senza parlare
ed i suoi occhi
son due domande umide, due fiamme
liquide interroganti
ed io non rispondo,
non rispondo perché
non so e nulla posso dire.

In mezzo ai campi andiamo
uomo e cane.

Luccicano le foglie come
se qualcuno
le avesse baciate
ad una ad una,
salgono dal suolo
tutte le arance
a collocare
piccoli planetari
in alberi rotondi
come la notte e verdi,
ed uomo e cane andiamo
fiutando il mondo, scuotendo il trifoglio,
per i campi del Cile,
fra le limpide dita di settembre.
Il cane si arresta,
corre dietro api,
salta l’acqua inquieta,
ascolta lontanissimi
latrati,
orina su una pietra
e porta la punta del suo muso
a me, come un regalo.
Tenera impertinenza
per palesare affetto!
E fu a quel punto che mi chiese,
con gli occhi,
perché ora è giorno,
perché verrà la notte,
perché la primavera
non portò nel suo cesto
nulla
per cani vagabondi,
ma inutili fiori,
fiori ed ancora fiori.
Questo mi chiede
il cane
ed io non rispondo.

Andiamo avanti,
uomo e cane, appaiati
dal mattino verde,
dall’eccitante vuota solitudine
in cui solo noi
esistiamo,
questa coppia di un cane rugiadoso
ed io poeta del bosco,
perché non esistono
uccelli o fiori nascosti,
ma profumi e gorgheggi
per due compagni,
per due cacciatori compagni:
un mondo inumidito
dalle distillazioni della notte,
un tunnel verde e poi
una prateria,
una raffica di vento aranciato,
il sussurro delle radici,
la vita che cammina,
respira, cresce,
e l’antica amicizia,
la gioia
d’esser cane e d’esser uomo
tramutata
in un solo animale
che cammina movendo
sei zampe
ed una coda
con rugiada.”

(dal web)

*

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Il sasso nello stagno di AnGre

S’Amor non è, che dunque è quel ch’io sento ? Anticonvenzionali per San Valentino / e-book scaricabile gratuitamente

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“S’Amor non è, che dunque è quel ch’io sento ?” *

a cura di Angela Greco (I parte) & Flavio Almerighi (II parte)

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[Addormentarsi adesso]

“Addormentarsi adesso
svegliarsi tra cento anni, amor mio…”

“No,
non sono un disertore.
Del resto, il mio secolo non mi fa paura
il mio secolo pieno di miserie e di scandali
il mio secolo coraggioso grande ed eroico.
Non ho mai rimpianto d’esser venuto al mondo troppo presto
sono del ventesimo secolo e ne son fiero.
Mi basta esser là dove sono, tra i nostri,
e battermi per un mondo nuovo…”
“Tra cento anni, amor mio…”
“No,
prima e malgrado tutto.
Il mio secolo che muore e rinasce
il mio secolo
i cui ultimi giorni saranno belli
la mia terribile notte lacerata dai gridi dell’alba
il mio secolo splenderà di sole, amor mio
come i tuoi occhi…”

Nazim Hikmet

.

§

Contro la mia morte
 .
Le mie ossa
inchiodate a croce sul tuo corpo
si quietano perché il mio risorga
intatto nel suo spirito.
 .
Non mi sprecare nel tragitto:
ti sto accanto per ricostruirmi
struggendo con la testa graffiata di spine
che si allevia insanguinandoti
sul ventre docilmente fertile e liquido quanto
una fuga di Bach.
(19 giugno 2001)

Alfredo de Palchi

.

§

[Noi adesso ce ne andiamo a poco a poco]

Noi adesso ce ne andiamo a poco a poco
verso il paese dov’è gioia e quiete.
Forse, ben presto anch’io dovrò raccogliere
le mie spoglie mortali per il viaggio.
.
Care foreste di betulle!
Tu, terra! E voi, sabbie delle pianure!
Dinanzi a questa folla di partenti
non ho forza di nascondere la mia malinconia.
.
Ho amato troppo in questo mondo
tutto ciò che veste l’anima di carne.
Pace alle trèmule che, allargando i rami,
si sono specchiate nell’acqua rosea.
.
Molti pensieri in silenzio ho meditato,
molte canzoni entro di me ho composto.
Felice io sono sulla cupa terra
di ciò che ho respirato e che ho vissuto.
.
Felice di aver baciato le donne,
pestato i fiori, ruzzolato nell’erba,
di non aver mai battuto sul capo
le bestie, nostri fratelli minori.
.
So che là non fioriscono boscaglie,
non stormisce la ségala dal collo di cigno.
Perciò dinanzi a una folla di partenti
provo sempre un brivido.
.
So che in quel paese non saranno
queste campagne biondeggianti nella nebbia.
Anche perciò mi sono cari gli uomini
che vivono con me su questa terra.
(1924)
Sergej Aleksandrovič Esenin

.

“Anticonvenzionali per San Valentino” **

.

Selva d’amore
.
Gaudio l’amarti,
illimitato gaudio
credere al riso dei tuoi occhi,’
è vertigine ancora
la certezza d’esser da te cantata,
oh più tardi, negli anni non più miei,
or che tremare la vita sento
sul ciglio estremo…
.
Sibilla Aleramo

.

§

Love story
.
Lunedì sera.
Cinque persone in un vagone della metropolitana.
Uno comincia a parlare,
gli altri giocano con il cellulare.
Siediti accanto a me.
Mi chiede il mio nome,
gli dico un nome e aggiungo: stanca.
Anche lui dice un nome.
Sei fermate ancora.
E’ andato a teatro, ma si è annoiato a morte.
Mi chiede se faccio la contabile e
si scusa subito.
Dice che nessuno è contento della propria vita.
Io si invece.
Lui: non ci credo.
Chiudo gli occhi, la vie, la vie, quelle connerie la guerre…
Riapro gli occhi.
Chiede se qualche volta possiamo bere un caffè insieme.
Dico che non ho mai tempo perché devo volare.
Dice che mi farà un paio di ali.
Rispondo, grazie.
Mi alzo.
Capolinea.
.
Stefanie Golisch

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§

Lei
.
Lei non ha colpa se è bella,
se la luce accorre al suo volto,
se il suo passo è disciolto
come una riva estiva,
se ride come si sgrana una collana.
Lo so. Lei non ha colpa
del suo miele pungente di fanciulla,
della sua grazia assorta
che in sé non chiude nulla.
Se tu l’ami, lei non ha colpa.
Ma io – la vorrei morta.
.
Fernanda Romagnoli
.

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(*) Francesco Petrarca, primo verso del sonetto CXXXII dal Canzoniere
(**) Titolo originale di Flavio Almerighi

al seguente link Anticonvenzionali per San Valentino – poesie (clicca qui) è possibile scaricare questa breve antologia in formato pdf \ e-book

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Riflessi, versi di Angela Greco tratti da Poesie e prose per la Shoah a cura di Flavio Almerighi

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Poesie e prose per la Memoria, a cura di Flavio Almerighi

Traggo spunto da un articolo di Federico Pontiggia apparso sul Fatto Quotidiano del 25 gennaio 2017 “La banalità del selfie: il turismo della Shoah tra sorrisi e sandwich” “Dopo Auschwitz, nessuna poesia, nessuna forma d’arte, nessuna affermazione creatrice è più possibile”. Lo sostenne il filosofo tedesco Theodor W. Adorno, e palesemente si sbagliava: l’arte è ancora possibile, e pure l’arte sulla Shoah. Non c’è però da rallegrarsene, perché le cose stanno peggio di quanto preconizzato da Adorno: il problema non è la “affermazione creatrice”, bensì la ricezione esperienziale; il problema non è l’arte, ma la vita. Oggi è ancora possibile fare Memoria? Il punto è questo: la mediazione artistica ha spazi di manovra che l’esperienza fisica si vede precludere” Insomma la domanda è una sola, e mi sorge spontanea dopo la mia drammatica visita al campo di Dachau dello scorso 16 agosto. Mentre camminavo silenzioso tra tanto dolore, che per altro è ancora ben avviluppato nelle strutture superstiti, costantemente disturbato da schiamazzi di gitanti della domenica, molti italiani, con un nodo nello stomaco che non ho saputo sciogliere nemmeno al Carmelo di Dachau. Ho provato invidia per Gabriella, che fotografava le vestigia del dolore e piangeva in silenzio. Ora mi chiedo, possiamo noi redattori dell’Ombra delle Parole, attraverso la nostra creatività e le nostre risposte personali, rendere più vero, meno formale, più giusto il 27 gennaio 2017?

Come Ebrei sopravvissuti e discendenti di sopravvissuti al genocidio nazista, condanniamo inequivocabilmente il massacro di Palestinesi a Gaza e l’occupazione e la colonizzazione in atto della Palestina storica. Condanniamo inoltre gli Stati Uniti che sostengono Israele finanziandone gli attacchi, e più in generale gli stati occidentali che utilizzano i loro apparati diplomatici per proteggere Israele dalla condanna. Il genocidio inizia con il silenzio del mondo.

Siamo allarmati per l’estrema, razzista disumanizzazione dei Palestinesi nella società israeliana, che ha raggiunto livelli di massima intensità. In Israele, politici e opinionisti del Times of Israel e del Jerusalem Post hanno apertamente incitato al genocidio dei Palestinesi e la destra radicale israeliana sta adottando emblemi neonazisti. Siamo inoltre disgustati e indignati per l’abuso della nostra storia ad opera di Elie Wiesel in pagine che promuovono palesemente delle falsità per giustificare l’ingiustificabile: il gigantesco impegno di Israele per distruggere Gaza e l’uccisione di circa duemila Palestinesi, tra cui centinaia di bambini. Niente può giustificare il bombardamento di rifugi ONU, di case, di ospedali e università. Niente può giustificare privare di elettricità e acqua le persone.

Dobbiamo far sentire forte la nostra voce collettiva e usare quanto è in nostro potere per porre fine a ogni forma di razzismo, compreso l’attuale genocidio del popolo palestinese. Chiediamo la fine immediata dell’assedio e dell’embargo contro Gaza. Chiediamo il boicottaggio totale, economico, culturale ed accademico, di Israele. “Mai più” deve significare “MAI PIU’ PER TUTTI”. (New York Times, 23 agosto, 2014)

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Riflessi
di Angela Greco
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Sasso intagliato in distorto viso anonimo.
Umanità spettinata nel capannone di servizio.
Offresi allo sguardo accessori sparsi.
Gelo pertinente anche in piena estate.
Il Carmelo è il monte del Purgatorio.
Qui, invece, hanno realizzato l’altra cantica,
lirica della tragedia ad una sola voce.

Ho solo immagini riflesse della Shoah e 40 anni.
Altre generazioni perpetrano la Memoria
e nei giorni freddi prima della merla chiamano.

La beffa è nitida sul cancello dalle sbarre di ferro,
che la ruggine equa e magnanima ha invecchiato
incurante di delirio di potenza, assenze e presenze.
Scattano fotografie i figli del presente. Altri piangono,
i più vicini al reale, nel silenzio che non permette lacrime.

Un popolo è tutti i popoli che hanno vissuto parimenti.
Un secolo non può bastare né ai vinti né a chi verrà.

Proprio oggi, prima di sera, intrattengo un dialogo
a tutto foglio con muti interlocutori.
Polvere sottratta alle polveri si sommano.
Lascio anche il mio sasso sul bordo inclinato.

— immagini: cimitero ebraico di Berlino (in apertura, foto di Dario J. Laganà) e sasso su tomba ebraica —

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LEGGI GLI ALTRI CONTRIBUTI, cliccando sul seguente link: Poesie e prose per la Shoah a cura di Flavio Almerighi (I parte) pubblicati su L’Ombra delle Parole , 26 gennaio 2017

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