Thierry Metz, versi e prosa

Versi e prosa di Thierry Metz

***

Dov’è il fratello alchemico
uomo della prima
dell’ultima cena
dalla voce scarlatta, lieto
nell’avvampare delle mani
sulla tavola inventata
il volto in fiamme
come un’alba
come acqua
che si ritira meravigliata
come una notte
che si consuma
in oscura creta
il volto
come un uccello semplificato

 da Sulla tavola inventata (trad. di R. Corsi, Edizioni degli Animali, 2018)

~

16 giugno. L’agenzia di lavoro temporaneo mi ha trovato un impiego in una cooperativa operaia. Otto ore al giorno. Salario minimo.

Dopo i macelli, la fabbrica, torno all’edilizia.

Il cantiere si trova in una piccola via a senso unico. Si trasforma una fabbrica di scarpe in residenza di lusso. Sono rimasti solo i muri. L’interno è vuoto, né pavimento, né tramezzo. È vecchio. Tutto da rifare: consolidare le fondazioni esistenti, aprire le entrate dei garage, posare i pavimenti, costruire il vano per l’ascensore, armare la scala. Tutto. C’è da lavorare.

Un badile, un piccone. Il manovale deve cercare con questo, fare il giro, perdersi…

Un principiante: ecco cos’è. La sua memoria è solamente una rete d’acqua, una sorgente dimentica del fiume.

I suoi movimenti sono semplici: quelli di un uccello. Sale, scende, raccoglie ramoscelli, paglia, cortecce. Quello che capita.

Per delimitare il campo che si stende intorno al suo nome, gli occorre tracciare un cerchio con quello che ha: terra, rovine, pietre, istruzioni, pezzi di gesso, attese, stanchezze…

Qualcosa su cui meditare un giorno. Nient’altro.

da Diario di un manovale (traduzione di A. Ponso, Edizioni degli animali, 2020).

~

Vagavo tra losanghe
Con tutti gli alfabeti della terra
Nelle tasche
E scrivevo sui muri
Sui portoni
Incollavo grandi lettere alitanti
Come rospi
Cifre color spiga
Che suonavano la pietra con i tacchi
Immane la fatica di dire tutto alle case
Lo sforzo di estrarle dall’argilla.

da Dire tutto alle case (traduzione e cura di Mia Lecomte, Interno poesia, 2021)

***

Nato a Parigi nel 1956, autodidatta, Thierry Metz, dopo il servizio militare, a ventun anni si sposa e si trasferisce nei dintorni di Agen, nel dipartimento di Lot-et-Garonne. Qui lavora come manovale e operaio a giornata e comincia a scrivere, incoraggiato dalla moglie e dai tre figli.

Nel 1988 esce la sua prima raccolta; lo stesso anno Vincent, il secondo figlio di otto anni, muore davanti ai suoi occhi travolto da un’auto. Metz crolla da allora in una deriva psichiatrica di depressione e alcolismo che dopo il trasferimento a Bordeaux, nel 1996, e due ricoveri ospedalieri, il 16 aprile 1997 lo porterà al suicidio.

In vita ha pubblicato nove raccolte poetiche, di cui due con l’editore Gallimard, a cui sono finora seguite otto pubblicazioni postume.

Kate Clanchy, tre poesie

cuore

Tre poesie di Kate Clanchy (1965), scrittrice e poetessa scozzese.

🕊

Scoppia il ritardo

Immaginavo che ti sarei mancata, pensavo
ti saresti aggirato sul parquet con delle strane
calze logore, guardato l’orologio starsene fermo,
fatto tardi al lavoro, scritto il mio nome tutto maiuscolo
tenuti premuti Maiusc/Interr, perso autobus e pasti
o seduto con la forchetta a mezza via, perso, per interi minuti,
ore, dormito male, tardi, sognato inseguimenti, tremato
mandato le dita a sprimacciare il cuscino, trovato
il vuoto, svegliato di colpo, girato, abbracciato un’assenza,
un dolore, passeggiato, alba umida naturalmente,
avvolto in un impermeabile con il collo su, sbirciato
una fetta di faccia, fermato un estraneo, avuto amnesie;
come me. Ogni volta, corro a schiacciare la tua faccia
sulla mia, la mia, che splende di pioggia immaginaria.

*

Contenti

Era come camminare nella nebbia, nella nebbia e nel fango,
ti ricordi, amore? Seguimmo,
per una volta, il sentiero turistico, serrati nella foschia,
consapevoli solo dei piedi e del respiro,
e sulla cima, ci sedemmo mano nella mano, e lasciammo
che le vette scalate e le vette da scalare
si rivelassero e si velassero di nuovo
silenziose, secondo il vento dominante.

*

Incantesimo

Se, al tuo scrittoio, metti da parte il lavoro,
prendi giù un libro, cerchi questi versi
e leggi che io sto lì in ginocchio, l’orecchio
contro il tuo petto dove i muscoli
si inarcano come grossi tomi che si aprono, in curve
di gabbiani, attraverso le onde sonore del tuo cuore,
e che mi passi le dita fra i capelli,
sfilando dalla massa ribelle ciocche
sottili come segnalibri di seta scarlatta,
e mi accarezzi le guance come se lisciassi
veline tra rigide illustrazioni,
e mi tiri verso di te
per leggermi solo negli occhi, vedrai,
in monocromo argento, te stesso,
seduto al tuo scrittoio, prendere giù un libro,
cercare questi versi, e allora, amore,
non saprai chi di noi due legge
ora, chi scrive, e chi è scritto.

(per i versi si ringrazia il sito The Poeti.it)

La poesia unisce: versi di Sergej Esenin e di Viktor Neborak

angel

🕊

Due poesie di Sergej Esenin (1895 – 1925; poeta russo)

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Sul piatto azzurro del cielo
C’è un fumo melato di nuvole gialle,
La notte sogna. Dormono gli uomini,
L’angoscia solo me tormenta.

Intersecato di nubi,
Il bosco respira un dolce fumo.
Dentro l’anello dei crepacci celesti
Il declivio tende le dita.

Dalla palude giunge il grido dell’airone,
Il chiaro gorgoglio dell’acqua,
E dalle nuvole occhieggia,
Come una goccia, una stella solitaria.

Potere con essa, in quel torbido fumo,
Appiccare un incendio nel bosco,
E insieme perirvi come un lampo nel cielo.

**

Non invano hanno soffiato i venti,
non invano c’è stata la tempesta.
Un misterioso qualcuno ha colmato
i miei occhi di placida luce.

Qualcuno con primaverile dolcezza
ha placato nella nebbia azzurrina
la mia nostalgia per una bellissima,
ma straniera, arcana terra.

Non mi opprime il latteo silenzio,
non mi angoscia la paura delle stelle.
Mi sono affezionato al mondo e all’eterno
come al focolare natio.

Tutto in esso è buono e santo,
e ciò che turba è luminoso.
Schiocca sul vetro del lago
il papavero rosso del tramonto.

E senza volerlo nel mare di grano
un’immagine si strappa dalla lingua:
il cielo che ha figliato
lecca il suo rosso vitello.

.

🕊

Due poesie di Viktor Neborak (1961; poeta, prosatore, critico letterario e traduttore ucraino)

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La gabbia con il leone

Il leone è colui che emana fiori di sangue,
baffuto Maupassant, la morte con la criniera,
inspira col respiro le belle donne oltre le sbarre
e lecca la soave durezza dei loro ventri.
I loro capelli fluttuano attraverso il ferro,
i loro fianchi si muovono, tremanti,
le loro dita nella criniera, come in un bosco,
sono camosci pavidi, goccioline amare,
le gole di cristallo, gli occhietti
fumosi, le lingue vivaci…
S’intreccia un dolce sospiro nella criniera,
urlano le leonesse, impallidiscono i giovani.

**

Monologo canino

Il corpo del defunto è stato rinvenuto
nel fosso in mezzo al cortile, appeso
alla catena, ed è stato seppellito
dietro l’orto

Giulbars s’è impiccato – un cane suicida!
L’anima di Giulbars la cacceranno dal cielo.
Là gli diranno: non sei crepato come si conviene!
Là lo tireranno su per la coda e per …

Giulbars si è impiccato alla catena, di notte,
Proprio un kino nocne 1: spettatori-ratti,
e sospiri, e ululati,
e corteggiamenti, e copulazioni!

Giulbars s’è impiccato! Ehi, voi, mi sentite?!
Voi leggete “Foglie d’erba”2?
Marquez? Borges? Hesse? “I-ching”?
Giulbars s’è impiccato! Ecco la novità.

Tu ti chiami poeta, e lui – cane.
Te ti tormenta la poesia,
Lui invece – la catena.
Tu un giorno un’imbrattacarte di professione
diventerai,
Invece Giulbars ha scelto non la carne, ma lo spirito!

Per quanto si può abbaiare alla luna!
Per quanto si può aspettare lo stipendio?
Per quanto si può azzannare i vostri sederi? –
Per l’eternità? –
Fino alla morte!

(Che mestiere schizofrenico –
tutta la vita badare ai polli e alle capre
e mandarle al macello… )

La terra e il cielo illumina
La costellazione del Cane!

(Dal web)

Riproponiamo: Andrej Rodionov, due poesie ed una nota sull’autore.

La letteratura non fa la guerra. Essa non può essere elemento di discriminazione, né manipolata per i propri fini; attenzione a non cadere in certi errori del passato, che tanto passato non sembra essere…

🕊

Andrej Rodionov, due poesie ed una nota sull’autore

(per questo articolo si ringrazia Roberto Bertoldo)

tratte da “La massa critica del cuore…”, antologia di poesia russa contemporanea (cura, scelta e traduzione di Massimo Maurizio – Ed.Mimesis-Hebenon, 2013)

***
In verità lui già era ubriaco
Quando i ravioli portarono nei piatti
Alla stazione Savëlovskij, in mezzo ai macachi,
Disse con dolore: “Voi siete dei cerbiatti.
Se al posto di ‘sta merda ci fosse qui la neve,
Al posto del giubbotto di pelle un bel cappotto,
Sulle teste pelate un berretto come si deve
Non ci faremmo di certo vedere qua sotto.
E i ravioli, ostriche per noi beoni,
Non ci rimarrebbero dentro i gargarozzi.
Alla stazione Savëlovskij, alla stazione,
Non andremmo con auto rotte e zozze
I caffè e i bar qui san davvero tanti,
Persin più dei ravioli che ci siamo fatti.
Ed i ravioli non son merce soltanto:
Sono le ostriche per i cerbiatti”.
Lui scomparve alla sesta bottiglia,
Mi risvegliai a Medvedkovo, all’una e poi
Andai a casa, sorridevo con cipiglio,
Pensavo a come il fato si fa beffe di noi.
.
.
.
***
A smettere di vivere c’avran pensato in tanti,
Una volta almeno ognuno quest’idea concepì,
Ma non tutti san del cocktail dei suicidi aspiranti
La ricetta, che è liquore di banana con kefir.
.
Anche a me questa ricetta era ignota,
Ma nel novantaquattro ne venni a conoscenza:
Un mio amico che decise di farla finita,
Prima di morire mi dischiuse la sua essenza.
.
Eravam sulla Tverskaja in un negozio con un bar,
E mi chiese aiuto all’improvviso:
Un gommone da qualche parte avrei dovuto a lui trovar,
A lui che d’annegarsi si decise.
.
Con sé aveva preso una certa donnetta
Anche lei con la vita voleva saldare il conto,
Lui voleva che io fossi capitan della barchetta,
Avrei dovuto aiutarli ad annegarsi, a andare a fondo.
.
Il suo piano era il seguente: in un lago
Io li porto proprio al centro e gli lego
Mani e piedi con nodi belli stretti,
Per farli andare a fondo, andar giù dritti.
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Dopo che io nell’acqua I i avrei lasciati andare,
Lasciati, come si dice, sul correre dell’onda,
E se la natura si fosse voluta ribellare,
Se qualcuno c ‘avesse ripensato a andare a fondo,
.
Aiutandomi coi remi avrei dovuto con violenza
In quell’idrico bacino mandarli verso il fondo.
Così desiderava lui finire I ‘esistenza
Insieme a quella donna, per togliersi dal mondo!
.
lo non trovai la forza per opporgli un rifiuto,
Mi limitai a non andare da lui il giorno fissato.
La sera speravo di vederlo seduto
AI bar, io decisi ch’era solo uno svitato.
.
Quella sera però non Io vidi affatto,
Né il giorno seguente, né la settimana che venne.
Un mese passò, pensai che in qualche anfratto
D’un lago aveva trovato il giaciglio suo perenne.
.
II millenovecentonovantotto fu quando,
Un quattro anni dopo la storia narrata,
Sulla Neglinnaja andavo, una sigaretta fumando,
E Io vidi a un tratto sotto un’arcata.
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Vendeva porno a un tavolino e se ne stava lì sotto,
Lui non mi riconobbe, non so per che ragione.
Gli comprai un calendario con una qualche mignotta
E passai oltre assorto nelle mie meditazioni.
.
Quindi c’aveva ripensato ad annegarsi, alla fine,
Affogata l’amica probabilmente,
Sulla barca vide dal fondo salir le bollicine
Non volle figurar nel protocollo degli eventi.
.
E ora se ne sta lì e fa il suo commercio in santa pace,
E soltanto la sera, a casa sua, nella sua tana,
Come una volta in cucina mischiare gli piace
Di nuovo kefir e liquor di banana.
.
.
.

Andrej Rodionov, oggi riconosciuto come una delle voci più autorevoli del panorama poetico russo contemporaneo, ha debuttato all’inizio del nuovo secolo, facendo da subito parlare di sé, tanto per la novità della recitazione dal vivo, ispirata al sound­-poetry e al rap, quanto anche per le tematiche trattate. La sua lirica è volutamente grossolana, il verso accentuativo strizza l’occhio alla lettura tribunizia di Majakovskij, ma il lessico rimanda alla scena musicale del post-punk degli anni Novanta e del folclore criminale di stampo urbano.

La posizione di “osservatore partecipante”, riprendendo una definizione utilizzata da I. Kukulin e tratta dal lessico antropologico, porta Rodionov a utilizzare la stessa lingua dei personaggi che ritrae ed esamina, gli abitanti delle periferie operaie, sognatori delusi, le cui dipendenze appaiono come l’unica via d’uscita da un grigiore onnipresente. II poeta si identifica in maniera totale tanto con i suoi eroi, giovani con tendenze semicriminali, alcolisti, prostitute, quanto con un mondo alla rovescia, intimamente sbagliato, ma che si sa essere l’unico possibile, un mondo retto da leggi particolari, comprensibili soltanto ai suoi abitanti e paradossalmente basate su un codice etico ben più saldo di quello della Mosca del centro e delle periferie prospere.

La lirica di Rodionov è implicitamente romantica, essa descrive un mondo frammentato e violento, sogni e speranze vane, alle quali è impossibile rinunciare. Nei confronti dei suoi protagonisti e di se stesso Rodionov ha un atteggiamento disincantato, ironico, che spesso sconfina in un atteggiamento cinico, ma che mitiga il tragismo di questi versi. Essi sono lo specchio dello stato di crisi della società dopo il fallimento delle utopie, delle ideologie e dei valori che per un secolo l’hanno caratterizzata nel bene e nel male. L'(anti)estetica rude e volgare di Rodionov è, a ben guardare, l’estetica della Mosca di oggi, di una metropoli priva di un’identità definita, nella quale vagano figure costantemente alla ricerca di un’appartenenza e di punti fermi, che si sanno essere ormai irrimediabilmente scomparsi.

Ingrid De Kok, due poesie

 Ingrid De Kok, due poesie da Other Signs (Kwela Books, 2011)

Per questo articolo si ringrazia la rivista “Atelier poesia”.
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Vocazione
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Ci sono venuta da sola ma la via del nettare mi ha aiutato.
Ci sono stati altri segni, come sempre ci sono.
La bussola di mio padre per darmi la direzione.
I messaggi in aria di mia madre,
.
Frecce bianche agli incroci, dipinte da amici,
Il codice dell’infanzia, tutti e sette i sensi,
Segnali di pericolo lanciati da sconosciuti,
Le tombe del mio paese, i suoi recinti elettrici.
.
Uno zaino di canzoni, una mappa di parole,
Perfino un rimario.
Una Bibbia, dieci penne, carta filigranata.
Oggetti ordinari per lo più.
.
Le stelle sono state indispensabili, certo,
Anche la luna, a volte una pillola amara.
E un po’ di vento ha continuato a battere le ali venate
Piegando me e il salice al suo volere.
.
Per trovare la strada mi raccontavo storie.
Quella di Arianna mi è servita ma il suo filo di seta
Ti lega le caviglie se non fai attenzione.
E non mi sono persa, anche se tutto si è ridotto
.
A una dimora che un tempo respirava
Occupata per poco
Dove canzoni, il suono del liuto,
Perfino il graffio della penna, non si sentono più.
.
Dal tetto in rovina
Proviene un unico suono:
Il verso indifferente di un gufo.
Ruota il capo,
Inclina i ciuffi delle orecchie,
Getta lo sguardo
Nel buio
Guardando, aspettando, come deve,
.
Che io e altri cantori,
Altre prede necessarie,
Troviamo la strada nella boscaglia
Ci liberiamo dei nostri zaini preziosi
.
Miglio dopo ultimo miglio,
Mentre veniamo qui
Di nuovo all’inizio e alla fine,
Silenzio, luogo di riposo.
.
.
*
.
Vocation
.
I led myself here though the honeyguide helped.
There were other signs, as there always are.
Father’s compass to spin me around,
Mother’s messages in the air,
.
White arrows at crossoroads, painted by friends
Childhood’s morse, all seven senses,
Warning flares fired by strangers,
My country’s graves, its electric fence.
.
A backpack of songs, a map of words,
Even a rythming dictionary.
A bible, ten pens, watermarked paper.
Most things quite ordinary.
.
The stars of course were indispensable,
Also the moon, though sometimes a bitter pill.
And a little wind kept beating its veined wings
For the willow and me to bend to its will.
.
To find my way I told myself stories.
Ariadne’s helped but her silken twine
Encircles your ankles if you’re not careful.
And I am not lost, though things are winding down
.
To a once breathing house
On short-term lease
Where song, recorded lute,
Even pen’s scrape, have almost ceased.
.
From the crumbling roof
Only one sound left:
An owl’s indifferent hoot.
It swivels its head,
Tilts its tufted ear,
Casts its eyes
Into the dark
Watching, waiting, as it must,
.
For me and other singers,
Other necessary prey,
To find our way through the brush,
To shed our precision packs
.
Mile by last mile,
As we lead ourselves here
Back to the beginning and the end,
Silence, resting place.
.
.
.
Tutto considerato
.
Non si poteva fare più
Di quanto è stato fatto
.
Non è colpa di nessuno
Solo indifferenza ordinaria
.
Poteva andare peggio
Tutto distrutto
.
Famiglie intere sepolte
Lunghe file di rifugiati
.
Incendi da spegnere
Inondazioni da governare
Letti di ossa
Crateri
.
Disastro di più vasta scala
Di fronte a tutto questo
.
Una piccola morte
Quasi senza peso
.
Tutto considerato
.
.
*
.
All things considered
.
Not much more could have been done
That was done
.
Nobody culpable
Just normal indifference
.
It could have been worse
Everything ruined
.
Whole families buried
Long lines of refugees
.
Fires to extinguish
Floods to manage
.
Bone beds
Craters
.
Disasters on a bigger scale
Balanced against this
.
Small death
Almost weightless
.
All things considered
.
.
(Traduzioni dall’inglese di Paola Splendore)
.
.

Ingrid De Kok: nata nel 1951 nei pressi di Johannesburg, Ingrid De Kok emigra in Canada negli anni settanta. Nel 1983 torna in Sudafrica dove tuttora dirige un programma di educazione per adulti presso l’Università di Cape Town ed è impegnata in varie attività editoriali e culturali. Quattro le raccolte poetiche principali: Familiar Ground (1988), Transfer (1997), Terrestrial Things (2002) e Seasonal Fires (2006). La poesia di De Kok, tradotta in molte lingue europee e in giapponese, appare per la prima volta in traduzione italiana nell’antologia Mappe del corpo edita nel 2008 da Donzelli.

Per non dimenticare…

Pietre d'inciampo a Roma -ph.Giorgio Chiantini

Pavel Friedman (7 Gennaio 1921 – 29 Settembre 1944) ebreo cecoslovacco, nato a Praga e deportato al campo di concentramento di Tezerin 26 Aprile 1942, situato nella Repubblica Ceca. Scrisse la poesia “La farfalla” su un pezzo di carta ritrovato dopo la liberazione e donato al Museo Ebraico.

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La farfalla

L’ultima, proprio l’ultima,
di un giallo così intenso, così
assolutamente giallo,
come una lacrima di sole quando cade
sopra una roccia bianca
così gialla, così gialla!

L’ultima
volava in alto leggera,
aleggiava sicura
per baciare il suo ultimo mondo.
Tra qualche giorno
sarà già la mia settima settimana
di ghetto: i miei mi hanno ritrovato qui
e qui mi chiamano i fiori di ruta
e il bianco candeliere del castagno
nel cortile.
Ma qui non ho visto nessuna farfalla.
Quella dell’altra volta fu l’ultima:
le farfalle non vivono nel ghetto.

*

Selma Meerbaum-Eisinger (Czernowitz, 5 febbraio 1924 – Michajlovka, 16 dicembre 1942) è stata una poetessa tedesca di origine ebrea.
Nell’ottobre del 1942, dopo un periodo di soggiorno obbligato nel Ghetto di Czernowitz, Selma Meerbaum viene deportata insieme ai genitori nel campo di lavoro di Michajlovka, dove muore di tifo dopo pochi mesi di detenzione.

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Mattino

Il vento canta la sua ninna nanna
con un fruscìo di sogno,
teneramente adula le foglie.
Mi lascio sedurre e spio quel canto
e mi sento come i prati.

Scrosci nell’aria
rinfrescano il mio viso
cocente, racchiuso nell’attesa.
Nuvole in viaggio riversano la bianca
luce che hanno rubato al sole.

La vecchia acacia
spande il suo silenzio
nel tremulo intrico di foglie.
Gli aromi della terra si alzano, salgono
e scendono poi su di me.

*

Itzhak Katznenelson, nato in Polonia nel 1886, viene ucciso nel campo di concentramento di Auschwitz nel 1944. Vive la deportazione e l’internamento lasciando in eredità un canto: “Il canto del popolo yiddish messo a morte”. Katzenelson  racconta l’orrore con una lingua materna, un canto di culla, “affettivo”, lo yiddish, la lingua parlata da 11 milioni di ebrei d’Europa prima della Shoah e dopo la Shoah quasi totalmente cancellata.

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Canta

Canta, prendi l’arpa nella tua mano vuota, svuotata e lieve,
sulle sue corde magre getta le tue dita dure,
come cuori in pena, l’ultimo dei canti,
canto degli ultimi yidn sul suolo d’Europa.

Come faccio a cantare? Come aprire la bocca
se sono rimasto io solo solamente?
Mi moglie, i miei due cuccioli, orrendo
un orrore mi scuote, piangere, da lontano sento piangere.

Canta, canta, solleva in alto la tua voce di pena e di rovina.
Cerca, cercalo lassù da qualche parte, se ancora ci sta.
E cantagli, canta per lui l’ultimo canto dell’ultimo degli yidin,
vissuto, morto, non sepolto e nient’altro.

Come faccio a cantare? Come posso levare la testa?
Mia moglie portata via, il mio Bentzi e Yomele,
piccolino,
non li ho più e non mi lasciano mai.
Ombre scure dei miei luminosi, ombre gelate e cieche.

Canta, canta un’ultima volta ancora sulla terra, getta
la testa indietro, rovescia gli occhi pesanti su di lui
e canta per l’ultima volta, suona per lui sull’arpa.
Non ce n’è più di yidn. Messi a morte
non ce ne sono più.

***

– testi dal web; fotografia di Giorgio Chiantini –

Marij Čuk, tre poesie

Marij Čuk, tre poesie a cura di di Jolka Milič per Fili d’aquilone n.51 che si ringrazia.

*

IL TÈ DEL SABATO POMERIGGIO

Quando ti inviterò a prendere un tè
non temere le erbe selvatiche
e le tigri e le iene e i serpenti
nel mio giardino, amico.
Entra tranquillo e in silenzio,
bussa leggermente,
ti aprirà un irsuto domestico.
Entrando non aver paura del buio
e delle orrende urla
e delle lingue bavose, amico.
La mia casa è accogliente e pulita,
una zanna d’elefante al sole,
resiste alla pioggia e alla neve,
alla tempesta e alla bora.
La mia casa è un tetto sicuro.
Non spaventarti del cane selvaggio
ai miei piedi –
sbrana la gente solo di domenica.

Su, bevi una tazzina di tè
per sentirti meglio.

.

LA CASSAPANCA

In questa strana cassapanca di cose antiche
vaga I’ombra di alberi e di pietre scabre.
Cassapanca di calli e fuliggine,
di sole e di brutte notti fradice,
questa cassapanca cela al suo interno i ricordi
che sono come un fiore secco,
che sono come un volto avvilito e tormentato.
La cassapanca sa come si chiama l’erba.
La cassapanca sa che cosa vuol dire spargere il sangue.
Siedo su questa cassapanca,
su questo pezzo di legno inservibile,
che senza dubbio mi sarà utile d’inverno.

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VASTITÀ

Una donna pensierosa.
II sembiante di una morte facile.
Un corpo bagnato.
Nei giorni dei ricordi
non ci resta altro.
Mani larghe.
Una faccia scomposta.
Un’acerba primavera.
Nell’ampio deserto
si perde la mia orma.

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Marij Čuk, giornalista, poeta, scrittore, drammaturgo, commediografo, critico teatrale e letterario. Editorialista ricercato di varie riviste slovene e coordinatore di progetti interculturali alla RAI fino al pensionamento. Membro della Comunità slovena in Italia, nella regione Friuli-Venezia Giulia.
Nato nel 1952 a Trieste, dove vive e dove ha frequentato le magistrali, diplomandosi. Laureato in slavistica e romanistica all’Università di Ljubljana.
Raccolte di poesia: Pesniški list št. 13 (Foglio di poesia 13), 1973; Šumenje modrega mahu (Fruscio del muschio azzurro), 1974; Zakleta dežela (II paese incantato), 1975; Suho cvetje (Fiori secchi), 1982; Igra v matu (Scacco matto – in tandem con Ace Mermolja), 1984; Sledovi v pesku (Tracce nella sabbia), 1993; Ugrizi / Morsi (raccolta con testi a fronte), 2003; Zibelka neba in dna (Culla del cielo e del fondo), 2007 e Ko na jeziku kopni sneg (Quando sulla lingua si scioglie la neve), 2014.

Nazik al Mala’ika, due poesie

Nazik al-Mala’ika, (Baghdad, agosto 1922 – Il Cairo, giugno 2007), è stata una poetessa irachena. È considerata una delle prime poetesse che introdussero l’uso del verso libero nella rigida struttura poetica araba.

*

CANTO D’AMORE PER LE PAROLE
Perché abbiamo paura delle parole
quando sono state mani dal palmo rosa
delicate quando ci accarezzano gentilmente le gote
e calici di vino rincuorante
sorseggiato, un’estate, da labbra assetate?
Perché abbiamo paura delle parole
quando tra di loro vi sono parole simili a campane invisibili,
la cui eco preannuncia nelle nostre vite agitate
la venuta di un’epoca di alba incantata,
intrisa d’amore e vita?
Allora perché abbiamo paura delle parole’
Ci siamo assuefatti al silenzio.
Ci siamo paralizzati, temendo che il segreto possa dividere
le nostre labbra.
Abbiamo pensato che nelle parole giaceva un folletto
invisibile,
rannicchiato, nascosto dalle lettere dalle orecchie del tempo.
Abbiamo incatenato le lettere assetate,
vietando loro di diffondere la notte per noi
come un cuscino, gocciolante di musica, sogni,
e caldi calici.
Perché abbiamo paura delle parole?
Tra di loro ne esistono di incredibile dolcezza
le cui lettere
hanno estratto il tepore
della speranza da due labbra,
e altre che, esultando di gioia
si sono fatte strada
tra la felicità momentanea di due occhi inebriati.
Parole, poesia, teneramente
hanno accarezzato le nostre gote,
suoni che, assopiti nella loro eco, colorano, una frusciante,
segreta passione, un desiderio segreto.
Perché abbiamo paura delle parole?
Se una volta le loro spine ci hanno ferito,
hanno anche avvolto le loro braccia attorno al nostro collo
e  diffuso il loro dolce profumo sui nostri desideri.
Se le loro lettere ci hanno trafitto
e il loro viso si è voltato stizzito
ci hanno anche lasciato un liuto in mano
e domani ci inonderanno di vita.
Su, versaci due calici di parole!
Domani ci costruiremo un nido di sogni di parole
in alto, con l’edera che discende dalle sue lettere.
Nutriremo i suoi germogli con la poesia
e innaffieremo i suoi fiori con le parole.
Costruiremo un terrazzo con la timida rosa
con colonne fatte di parole,
e una stanza fresca inondata di ombra,
protetta da parole.
Abbiamo dedicato la nostra vita come una preghiera
Chi pregheremo… se non le parole
(Traduzione di Manuela Rasori)

*

INVITO ALLA VITA
Arrabbiati, ti amo arrabbiato e ribelle,
rivoluzione cocente, esplosione.
Ho odiato il fuoco che dorme in te, sii di brace
diventa una vena appassionata, che grida e s’infuria.
Arrabbiati, il tuo spirito non vuole morire
non essere silenzio innanzi al quale scateno la mia tempesta.
La cenere degli altri mi è sufficiente, tu, invece, sii di brace.
Diventa fuoco ispiratore delle mie poesie.
Arrabbiati, abbandona la dolcezza, non amo ciò che è dolce
il fuoco è il mio patto, non l’inerzia o la tregua con il tempo
non riesco più ad accettare la serietà e i suoi toni gravi e tranquilli.
Ribellati al silenzio umiliante
non amo la dolcezza
ti amo pulsante e vivo come un bambino
come una tempesta, come il destino
assetato di gloria suprema, nessun profumo
può alterare le tue visioni, nessuna rosa…
La pazienza? È la virtù dei morti.
Nel gelo dei cimiteri, sotto l’egida dei versi
si sono addormentati e abbiamo dato calore alla vita
un calore esaltato, passione degli occhi e delle gote.
Non ti amo oratore, ma poeta
il cui inno esprime ansia
tu canti, sebbene alterato, anche se la tua gola sanguina
e se la tua vena brucia.
Ti amo boato dell’uragano nel vasto orizzonte
bocca tentata dalla fiamma, disprezzando la grandine
dove giacciono desiderio e nostalgia.
Odio le persone immobili
aggrotta le sopracciglia, mi annoi quando ridi
le colline sono fredde o calde,
la primavera non è eterna
il genio, mio caro amico, è cupo
e i ridenti sono escrescenze della vita
amo in te la sete eruttiva del vulcano
l’aspirazione della notte profonda a incontrare il giorno
il desiderio della sorgente generosa di stringere le otri
ti voglio fiume di fuoco, la cui onda non conosce fondo.
Arrabbiati contro la morte maledetta
non sopporto più i morti.
(Traduzione di Valentina Colombo)

*

Clicca QUI per leggere un approfondimento: Nazik al Mala’ika la poetessa che ha voluto scrivere la storia della letteratura araba di Fatima Sai

Due poeti di Leningrado

Gennadij  Ivanovic Alekseev  (San Pietroburgo, 18 giugno 1932 – 9 marzo 1987), poeta, architetto e pittore russo fu il profeta del verso libero in quella che allora era chiamata Leningrado. Pubblicò la sua prima poesia nel 1962 ma i suoi versi considerati diversi per stile non trovarono spazio. Fu Iosip Brodskij a lanciare la sua prima raccolta, Sul ponte, pronta nel 1969 ma edita solamente nel 1976.

*

L’uomo di bronzo

Chinandosi dal piedistallo
ha chiesto un piacere:
per favore
un pacchetto di “Belomor”
e una scatola di fiammiferi!
li ho comprati
li ho infilati sulla mano di bronzo
di notte sono venuto nella piazza
vedo –
volteggia il fumo
non denunciatemi! –
ha detto lui –
me ne sto buono a fumare
è dura per gli uomini di bronzo
ho avuto compassione di lui
ma quanti uomini di bronzo
ciondolano nelle piazze!

29.9.82

(da Poesia, 277, Dicembre 2012 – Traduzione di Paolo Galvagni)

~

Aleksandr Semjonovič Kušner, che Josif Brodskij considerava uno dei migliori poeti lirici russi del XX secolo, è nato il 14 settembre 1936 a Leningrado. Nel 1959 ha terminato la facoltà di filologia presso l’Istituto Pedagogico Statale “Herzen” e per dieci anni ha insegnato lingua e letteratura russa. Membro dell’Unione degli Scrittori dal 1965 e del Pen Club dal 1987.

*

E’ una canzone di Schubert…

E’ una canzone di Schubert, hai detto.
Io la cantavo sempre, non sapendo di chi fosse.
Con essa, sembra, si può iniziare da capo
La vita, già molto simile a un prodigio!

Qualcosa come un usignolo e un triste suono
In un boschetto tedesco – e un suono triste.
La canzone ci è più cara se ha parole semplici,
E senza parole anche meglio, – con forza terrena!

Io la cantavo sempre, così senza motivo
E confondendo le parole malamente.
La notturna tenebra tedesca vi incombe,
E la tristezza in essa è così celestiale.

E poi per anni la dimenticavo.
E poi di nuovo a un tratto ritornava,
Come coprendomi con l’ombra di una quercia,
Tentandomi a ricominciare da capo.

(dal blog Un’anima e tre ali, traduzione di Paolo Statuti, che si ringrazia)

Gérard Blua, selezione di poesie

Versi tratti da Gérard Blua, In corso d’opera. Memoria poetica (Libroitaliano World, Ragusa 2006, trad. di Bruno Rombi)

*

Il poeta maledetto
si recò
presso il Mercante di Notorietà
che gli offrì
una pistola
e due pallottole
una per abituarsi al rumore
l’altra
alla sua notte.

*

Smembrare la propria solitudine
a colpi di disperazione
Dissodare i propri abbandoni
nei roghi suicidi
Amputare l’isolamento
Evirare il silenzio
E nell’intimo del vivere
nel colore meravigliato
carezzare i tratti puri
d’un morto fragile
ancora da nascere

    *

Da quale cova gettata
nel vuoto galattico
polvere nel flusso
di polvere smarrita
azzardo premeditato
che nega tutti gli azzardi
morente infinitamente
ai cicli della vita
ci venne un giorno l’idea
dell’omicidio?

    *

Tuttavia
conservare una traccia del grido
della morsicatura
un passaggio della morsa

Ma d’un volto
non resta per sempre
che la sua invocazione
contro l’oblio.

    *

Ma cogliere le aurore
e fondere i loro baci
ai loro colori sprizzati
e poi racimolarli
con le unghie e i denti
non è affatto
infamia sublime
chiamata dai vostri petti
il diritto possibile?

    *

E il seme dimenticato
dai flutti gorgoglianti
tutto tiepido di schiuma
ancora
si gonfia a loro insaputa
della pioggia nutritiva
d’un sole diffuso
che germoglierà senza fine
nel ventre di un cadavere.

    *

E pertanto l’Uomo
atrofizzato da appetiti e carestie
di viscere contraddittorie
estende i suoi desideri
e bacia
le stelle
con una bocca mobile
ignorante
dei piedi
che scavano nella roccia
un passato più profondo
ancora
che il profondo passato.

.

Gérard Blua è nato a Marsiglia nel 1945. Formazione: filosofia, lettere antiche e psicologia. La sua carriera letteraria comincia negli anni 70. Come editore, nel 1982 ha fondato Le Temps parallèle; nel 1990 Le colletif d’auteurs francophones e il gruppo editoriale Autres Temps, di cui è tutt’ora direttore generale (nel suo catalogo: Guillevic, Tahar Ben Jelloun, Michel Butor, Tristan Cabral, Jacques Gaucheron, Norge); nel 1998 la rivista poetica e letteraria Autre Sud; nel 2002, il trimestrale di cultura e tempo libero Pourtours magazine. È stato presidente dal 1993 al 1999 dell’Associazione degli Editori del Sud-Est della Francia. Ha prodotto e continua a produrre un’opera poetica varia che consta di circa quaranta libri, tra romanzi, commedie, racconti, saggistica, editoriali. Tradotto in molte lingue, ha rappresentato e rappresenta la Francia all’estero nei più importanti festival internazionali. Blua è anche polemista: memorabile il suo Pamphlet contro la riforma dell’ortografia. Le sue ultime pubblicazioni: Ivre Québec 2002, Ed. Ecrits des Forges-Canada; Mot à mot, Antologia poetica di tutta l’opera pubblicata dal 1974 al 2000, ACM éditions, 2001, collection Les Poètes du 21ème siècle. Da circa trent’anni organizza e presenta eventi che sono un punto di riferimento importante nella cultura francese e internazionale. Nel 1985 ha ricevuto il Prix de l’Académie de Marseille per l’insieme della sua opera.

[a cura di Viviane Ciampi per Fili d’aquilone n.4 del 2006, che si ringrazia]

Henrik Nordbrandt, due poesie

carta e penna

Henrik Nordbrandt (Copenaghen, 1945), due poesie

*

Cominciai presto, a grande distanza,
quando le mie parole erano ancora solo parole.
A ora di pranzo erano diventate pietre,
quando le pietre sembravano troppo leggere
e i miei passi continuavano la memoria
che non riusciva più a tenergli dietro.

La strada era ancora al suo inizio
più incerta a ogni istante
che superava le stesse grigie rocce.
Venni scoperto dalla mia ombra,
quando l’ombra scomparve sotto di me
ma non abbastanza a lungo da fermare il mio discorso.

Ciò che dicevo non riusciva più
a sopportare il peso del tempo che passava.
Perciò avanzavo camminando all’indietro.
Lancio dopo lancio le pietre mi raccoglievano
dal paesaggio sul quale cadevano.
Il senso di tutto divenne il suono

della mia mezza impresa. Non andava.
Non era più possibile camminare
laddove l’incedere era ascoltare la propria fine.
Laddove le pietre pronunciavano forte il proprio peso
e ogni parola soppesava la sua particolare pietra
man mano che le raccoglievo.

Così abbiamo costruito la Casa di Dio.

~

da La casa di Dio (Kolibris, 2014)

*

pioviggina un po’
ma non abbastanza perché si possa proprio
chiamarla pioggia
e noi lentamente ci bagniamo
ma non abbastanza perché valga proprio
la pena di parlarne
e un po’ ci innamoriamo
ma non abbastanza perché si possa proprio
chiamarlo amore.

~

da Il nostro amore è come Bisanzio (Donzelli, 2000)

Karthika Naïr, tre poesie

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Abitudini: Resti

Ascolta, parliamo ora chiaramente: non sei tu a mancarmi,
non tu, davvero, tu non c’entri niente.
Pioggia tiepida — sono il suo odore ed il vapore della sua armonia a mancarmi,
non tu, davvero, tu non c’entri niente.

E neppure tutto quel jazz mi manca – la luna, le stelle, il vino, quella fiamma –
eri tu a chiamarli in causa
prima che fossero i nostri versi ad invecchiare. Era una promessa quella,
non tu, davvero, tu non c’entri niente.

Un cielo, una terra, quest’aria, la tenda per il sole, la tua bocca,
la mia lingua, la traccia
pelle contro pelle — sono queste le cose che trattengo come un domicilio dell’amore,
non tu, davvero, tu non c’entri niente.

La scorsa settimana, alla lavanderia a gettoni, sono inciampata; una trapunta a quadri
mi ha afferrato il cuore
era una voce nuova a togliermi davvero il piede dall’abisso,
non tu, davvero, tu non c’entri niente.

Sì, ho imparato ad apprezzare i semi di pino ed anche il caramello con il sale,
ad adorare Steve Reich.
Ma di sicuro questo è quello che qualcuno chiama osmosi,
non tu, davvero, tu non c’entri niente.

Ti giuro: è con le pulizie di primavera che poi ti avrei voluto fuori dalla mente. Se trovo
qualche scheggia di risata, insomma,
o un bacio color cannella, faccio finta, è solo quello,
non tu, davvero, tu non c’entri niente.

Il passato invade il nostro adesso, ancora così imperfetto:
ininterrotto;
è ormai un mutante che canta da ogni intercapedine,
non-tu-davvero-tu-non-c’entri-niente.

Dalle Pleiadi, da questa luna d’argento vivo, io rinuncio
alle finte
del cuore, berrò da questo frutto del raccolto—
—e, in fondo, sei soltanto tu, dopotutto.

Abitudini: un ritorno

Doloroso da perdere, e lontano
eppure troppo facile da riportare indietro. Si guarda intorno,
ed anche questa volta, aspetta,
ad occhi fissi. Inevitabile, immanente,
quella cosa con cui vorresti andartene, ma è lì rimasta ferma
ed è per sempre, o quasi.
Quasi.
Quasi un pelo, meno di un labbro leporino?
Ci sono abitudini e abitudini.
Respirare è un’abitudine, son qui a cercare di farla mia.
Quello che cerco di perdere sei tu.

Abitudini: liberazione

È solo adesso che posso piangere davvero
il nostro noi come farebbe qualcuno,
qualcuno conosciuto, e amato un’era fa,
è solo ora che posso realizzare
sì, che è per davvero: se n’è andato.
È la stagione a farci piangere. Come
possiamo amare qualcuno oltre
il pensiero, la parola, la ragione; andare
avanti, poi, e tornare indietro mai;
ancora piangi? È solo in questo istante
che posso amare qualcuno, ed è forse
uno che farà presto ad invecchiare,
lo so, ma saprà darmi amore.

.

Karthika Naïr poetessa franco-indiana contemporanea, è autrice di numerosi libri. L’ultimo è Until the LionsEchoes from the Mahabharata (Archipelago Books, 2019).  La scelta e la traduzione dall’inglese dei testi inediti è di Francesco Guazzo per il sito di poesia di Rai News, che si ringrazia per questa condivisione. 

Magda Zavala, tre poesie

Tre poesie di Magda Zapata (poeta e narratrice della Costa Rica, nata nel 1951, vive a Heredia, a pochi chilometri dalla capitale San José.)

*

Trattato di baci

Mi baciavi con tutta la bocca.
Tanto da pensare che nulla avresti lasciato per te.

Con la robusta freschezza della frutta turgida, le tue labbra.
La tua lingua, un mollusco abile
e sorridente.

Il tuo alito mi baciava nelle orecchie
e il rumore sibilante, oscuro,
dei tuoi inviti.

Talvolta mi baciasti nella distanza del corpo.

Sono stata nella tua bocca, nelle tue labbra, nella tua saliva,
nella breve pressione dei tuoi denti,
nel saggio percorso del tuo olfatto.

Mille volte sono stata nei tuoi sorsi di idromele,
fino a quando restò soltanto
un tocco di addio
sulle guance.

~

A vela sciolta

So che contravvengo quando ti percorro,
il mio tatto sincero,
la bocca inondata,
tutto il mio essere nei sensi.
Nave di vela ardente su di te,
tu, mio porto assetato,
vorrei io,
di chiarezza.

Rassegnati,
non sarò mai donna convenzionale nel nostro letto.

Non mi temere per questo.
Sciogliti.

~

Noi, le donne

Un mondo per uomini e donne,
a mani unite, senza profeti.
E tra di noi, benvenuti
gli uomini disposti a un comune abbraccio,
capace di avvolgere con autentica tenerezza
la Terra.

(dal sito “thepoeti.it” che si ringrazia – in apertura, opera di R.Magritte)

Al seguente link, un approfondimento e altri testi di questa autrice costaricana: http://www.filidaquilone.it/num019brandolini3.html

Thich Nhat Hanh, due poesie

Thích Nhất Hạnh (1926), nato Nguyễn Xuân Bảo, è un monaco buddhista, poeta e attivista vietnamita per la pace; ordinato monaco a 16 anni in Vietnam ha presto concepito una forma di buddhismo impegnato che potesse rispondere concretamente alle esigenze della società. È stato un insegnante e un attivista sociale di spicco nel suo Paese d’origine, prima di ritrovarsi esiliato dal suo paese per aver auspicato la pace. in Occidente ha avuto un ruolo chiave nell’introdurre la consapevolezza e nel creare comunità di pratica (sangha) in tutto il mondo.

*

Preghiera per una terra

Perdute nelle tempeste
dell’oceano aperto,
le nostre piccole barche vanno alla deriva.
Cerchiamo una terra
durante interminabili giorni e interminabili notti.
Siamo la schiuma
che galleggia sull’immenso oceano.
Siamo la polvere
che vola nello spazio infinito.
Le nostre grida sono sopraffatte
dall’urlo del vento.
Senz’acqua né cibo
i nostri bambini giacciono stremati
e non hanno più la forza di piangere.
Siamo assetati di terra,
ma veniamo ricacciati da ogni spiaggia.
I nostri segnali di soccorso sono Alzati, Alzati,
ma le navi che ci incrociano non si fermano.
Quante barche sono affondate?
Quante famiglie giacciono sotto le onde?
Signore Gesù, ascolti la preghiera della nostra carne?
Bodhisattva Kwan Yin, dio della pietà, ascolti la nostra voce?
Uomini nostri simili, sentite la nostra voce
dall’abisso della morte?
O terra ferma,
quanto ti desideriamo!
Preghiamo che oggi l’umanità sia presente.
Preghiamo che la terra ci stenda le sue braccia.
Preghiamo perché oggi ci venga data speranza
da questo paese.

~

Torno ad aprire le antiche pagine 

Improvvisamente mi ritrovo nel mio passato.
Il punto di riferimento non è visibile più a lungo
e il sogno dell’altra notte è pieno di immagini illusorie.
I muri che servono a fermare i venti e la pioggia
hanno formato un angolo di spazio accogliente.
Le candele tremolanti
evocano il profumo di incenso della vigilia dell’Anno nuovo.
Piove.
In casa, la cena è servita.
Una manciata di foglie di coriandolo
mi riporta alle forme della madre patria.
Improvvisamente tutte le barriere sono rimosse
grazie alla tempesta di mezzogiorno
ed ogni cosa è rivelata.
Il sole di oggi non è lo stesso di ieri?
Uccelli intravisti contro il colore purpureo della sera.
I due estremi del tempo si uniscono
e mi spingono con tenerezza
verso una nuova apertura.
Il sipario della sera, destinato a catturare spazio,
improvvisamente si trasforma in salici piangenti.
Le nuvole si chiamano l’un l’altra
per un incontro sulla cima dei monti.
Sono tornato. Mi ritrovo ad aprire vecchie pagine.
Un tramonto sfolgorante ha bruciato tutti gli attestati… verbosi mantra si sono dimostrati non avere più forza…
Soffia forte ora il vento. Laggù dove finisce il cielo, sento sbattere le ali di qualche strano uccello.
Io dove sono?
Il punto focale della concentrazione è il ricordo.
La casa più vera è quella d’infanzia, tra le colline erbose.
Le foglie violette del tià-tò
contengono tutto un autunno pienamente maturo.
I tuoi piccoli piedi percorrono il sentiero,
come gocce di rugiada sulle giovani foglie.
Le lettere che ti inviai
risuonano come campane della chiesa.
Un cielo dorato di fiori è contenuto in un solo seme di mostarda.
Ecco, unisco le palme delle mani
e – meravigliosamente – lascio fiorire un fiore nel mio cuore.

(Tratte dal sito “thepoeti.it” che si ringrazia)

Marcos Ana, quattro poesie

Marcos Ana pseudonimo di Fernando Macarro Castillo (1920-2016) è stato un poeta spagnolo. Fu imprigionato nel 1938 e trascorse in prigione 23 anni per motivi politici durante il franchismo. Nel 1961 fu scarcerato ed esiliato a Parigi. Ha raccontato la sua storia con il libro “Ditemi com’è un albero”.

[Per questo articolo si ringrazia di cuore Giorgio Chiantini]

*

La mia casa e il mio cuore
(sogno di libertà)

Se un giorno uscirò alla vita
la mia casa non avrà chiavi:
sempre aperta, come il mare,
il sole e l’aria.

Che entrino la notte e il giorno,
la pioggia azzurra, la sera,
il pane rosso dell’aurora;
la luna, mia dolce amante.

Che l’amicizia non trattenga
il passo sulla soglia,
né la rondine il volo,
né l’amore le labbra. Nessuno.

La mia casa e il mio cuore
mai chiusi: che passino
gli uccelli, gli amici,
e il sole e l’aria.

Breve lettera al mondo

I denti di una balestra
m’inchiodano il volo.

Ho un’anima stracciata
a forza di tirare ma non posso
strapparmi questi catenacci
che mi trapassano il petto.

Settemiladuecento volte
la luna intersecò il mio cielo
e altrettante la dorata
libertà intersecò il mio sogno.
Il sole mi fa fiorire,
a che pro se sterilmente vedo
tra i muri questo sangue
mio sfogliarsi nel silenzio?

Non sapevo cosa fosse un uomo
sanguinante e a pezzi, in ceppi.
A saperlo sarei venuto
nelle onde e nel vento,
da tutti i confini,
con il cuore disfatto,
inalberando i pugni
per salvare ciò che è vostro.
Se un giorno già tardi arriverete
e troverete freddo il mio corpo;
di neve, ai miei compagni
morti tra le catene…
raccogliete le nostre bandiere,
il nostro dolore, il nostro sogno,
i nomi che sulle pareti
con amore dolce avremo inciso.

E se ci chiuderete gli occhi
lasciateci i muri dentro!
Che si secchino con la polvere
della nostra carne e non possano
essere nuove tombe di carcerati.
Non sapevo cosa fosse un uomo
sanguinante e a pezzi, in ceppi.
A saperlo sarei venuto,
nelle onde e nel vento,
da tutti i confini,
per salvare ciò che è vostro.
Se già tardi un giorno arriverete
e troverete freddo il mio corpo
cercate nelle solitudini
del muro il mio testamento:
al mondo lascio tutto,
ciò che possiedo, e sento
che tra i miei io sono stato,
sono, e che sostengo:
una bandiera senza pianto,
un amore, qualche verso…
e nelle pietre laceranti
di questo cortile grigio,
come una statua
rossa e terribile, nel centro.

[Condivise da https://irisnews.net/marcos-ana-datemi-il-nome-dellamore/ dove è possibile leggere altri testi, anche nella lingua originale, oltre a un interessante articolo sull’autore a cura di Chiara De Luca che si ringrazia]

Autobiografia

Il mio peccato è terribile
volli colmare di stelle
il cuore dell’uomo.
Per questo, qui tra le sbarre,
in diciannove inverni
persi le mie primavere.
Prigioniero dall’infanzia
a morte la mia condanna,
i miei occhi si stanno prosciugando
la luce contro le pietre.
Ma non c’è ombra d’arcangelo
vendicatore nelle mie vene:
Spagna è il solo grido
del mio dolore che sogna.

Ditemi com’è un albero 

Ditemi com’è un albero.
Ditemi il canto del fiume
quando si copre di uccelli.

Parlatemi del mare. Parlatemi
del vasto odore della campagna.
Delle stelle. Dell’aria.

Recitatemi un orizzonte
senza serratura né chiavi
come la capanna di un povero.

Ditemi com’è il bacio
di una donna. Datemi il nome
dell’amore: non lo ricordo.

Le notti si profumano ancora
di innamorati con fremiti
di passione sotto la luna?
 
O resta solo questa fossa,
la luce di una serratura
e la canzone delle mie lapidi?
 
Ventidue anni… Già dimentico
la dimensione delle cose,
il loro colore, il loro profumo…. Scrivo
 
a tentoni: “il mare”, “la campagna”…
Dico “bosco” e ho perduto
la geometria dell’albero.
 
Parlo, per parlare, di argomenti
che gli anni mi hanno cancellato.
 
(non posso continuare, sento
i passi della guardia)
– immagine d’apertura: Piet Mondrian, L’albero grigio, 1911 –