Ne Le stanze di carta – Annuario 2019, una poesia di Angela Greco

E’ sempre un piacere per un autore, quando un valente luogo letterario riconosce un suo lavoro e ne promuove la lettura; è il caso de Le stanze di carta, che – come si legge nella mission – risulta “tra i principali blog e siti letterari per la diffusione di poesia classica e contemporanea. Dal 2016 si adopera a scopi culturali, senza fini di lucro, per una presenza più influente della poesia nella nostra cultura, sostenendo eventi letterari e iniziative editoriali gratuite, supportando gli scrittori e le scritture con recensioni e spazi di visibilità. […] Il sito Le stanze di carta esiste grazie al sostegno dei suoi lettori, visitatori, appassionati di arte e cultura che ne condividono il progetto letterario e la filosofia partecipativa con cui lo realizza, oltre che al filantropico contributo di Ilaria Cino e Lavinia Frati, suoi fondatori.”

In questi giorni di fine anno, Le stanze di carta ha redatto un Annuario, come dono per i suoi lettori.

“L’Annuario di poesia 2019, – si legge nella pagina di presentazione – consultabile e scaricabile gratuitamente (al link in chiusura), raccoglie le pubblicazioni più interessanti proposte da Le stanze di carta nel corso del tempo, incluso una rosa di dodici autori contemporanei: Angela Greco, Davide Morelli, Francesco Innella, Loredana Borghetto, Lorenzo Mullon, Lucia Triolo, Maria P. Mischitelli, Marina Pizzi, Michele Nigro, Serenella Menichetti, Simona Giorgi, Vittorio Orlando. 
Oltre ai numerosi contributi tra scritture critiche, interviste e recensioni che lo rendono un libro prezioso, l’eBook promuove una serie di libri di poesia contemporanea, assieme ai liberi eBook realizzati da Le stanze di carta. Per prenotazioni della copia cartacea scrivere un’email a lestanzedicarta@libero.it”

Ringrazio di cuore gli amici di queste Stanze, per aver incluso nell’Annuario un mio inedito scritto in questo 2019, ma soprattutto per la professionalità e la passione con cui lavorano, augurando loro, con stima, di raggiungere e realizzare tutti i loro traguardi e, soprattutto, i loro sogni. [AnGre]

clicca qui per scaricare Annuario 2019 pdf 

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Si torna a casa di Angela Greco

Si torna a casa con una nuvola aggiunta,
righi d’alba alla finestra, assenze dilatate;
forse arriverà la pioggia alla fine dello sterrato e
magari, tu, in questo incipit d’autunno tanto atteso.
Desiderato. Un giro di flamenco e uno di chiave
per ritrovarsi al culmine di uno non-ce-la-faccio-più.
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Mon ami, di questo tempo non ho notizia certa;
soltanto una sensazione di eco; contrasti tra
il buonsenso e l’egocentricità. Ma tu, tu, invece,
ci sei, stella fissa a indicare il momento preciso,
l’incanto, la meraviglia di riscoprirsi nudi, nell’atto
di uno specchio. Del resto, degli altri, nessuna parola.
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Incalzano le dita in questa rincorsa; s’invola l’azzurro
nel verso del cielo e curva lo sguardo tra strada e imposte
non curanti di vetri rotti e ricordi di bambini. I giardini
si illuminano di ninfee e magnolie e il primo incontro
si perpetra ad ogni passo, in questo silenzio. Un rumore
d’acque lontane riedifica madre e qualcosa di precedente.
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[…] i circoli chiusi, gli altari addobbati da erosi drappi rossi,
un ballo a corte col vestito buono; parole che reiterano 
i tempi sempre stati, gli stessi modi di fare, la conservazione
della specie peggiore. Tu, invece, mon ami, appartieni 
ad altro, sei fuori da queste umane insolvenze; in debito 
soltanto con quel cielo, che non riconosce più quel che ricopre.
.
L’umidità di questo inizio di settembre ha del difficile.
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Giovanni L. Asmundo, Poesia della città diffusa

dal blog PERIPLI, 292 // POESIA DELLA CITTÀ DIFFUSA, UNA DOMENICA DI FINE 2019 

Articolo e fotografia di G. Asmundo

Un piano sequenza incantato; nel lasciarsi attraversare dalla bellezza di un unico linguaggio, nell’assorbire la realtà che nonostante tutto, positiva e poetica, ci circonda.
Questa la piccola fiaba tangibile che oggi vi propongo.
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La città diffusa del Nordest, 3.11.2019
Ho visto una famiglia prepararsi a una piovosa e serena domenica di nonne, calore, funghi, crostate.
Un papà chiacchierare di semplicità quotidiane, con parole per me solo verbalmente incomprensibili, con una bimba che si dondolava dalla panca, le strette di mano fra amici di ogni lingua nell’andirivieni di una fermata d’autobus.La sera prima, invece, mentre ci appendevamo a un tram, schiacciati come sardine, corpo collettivo di parole, mentre il vetro attraversava la notte, mentre parlavo con una mamma dell’Africa centrale, ho visto un papà dell’Asia centrale, gli occhi lustri di pioggia, illuminarsi mostrando a un amico le foto su whatsapp del figlioletto lontano. Più tardi alcuni cari amici, seduti intorno a un tavolo accogliente, con la gran gioia di rivedersi in occasione di un compleanno. Un po’ di treno più in là, un papà entusiasta dire a un bimbo ricciolibiondi «videochiamiamo il nonno, così lo saluto e gli dici che siamo su un tram». Una signora del vicino oriente cucinare con un cappello da cuoca punteggiato da brillanti, lucenti come stelle.Un ragazzo impacciato complimentarsi con un altro, sconosciuto, per la sua felpa, chiedendogli timidamente se potesse fotografarla. Anziani del nordest chiedere un’ombra e un cicchetto, la mattina presto, a una ragazza dai tratti dell’estremo oriente. Donne del sudest della penisola offrire un cappuccino a un operaio infreddolito, proveniente dal sudest di un’altra penisola. Un signore dire al proprio cagnolino che abbaiava ad un altro, «ah no-no; a mi, ti me fa ‘ste robe?».Due amici fraterni del sudovest riuscire a ritrovarsi, approfittando di un cambio di treno, a mezza via fra il nord-est e il nordovest. Una donna del centro Europa domandare a chiunque informazioni nella propria lingua, tra sorrisi, alzate di spalle e indicazioni restituite a gesti. Genitori portare dei fiori fino all’altro capo di un’isola azzurra.
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Un’anziana signora mediorientale vestita di nero con un cappuccio di volpino sintetico per l’inverno. Un’altra signora, con le guance scavate dalle montagne più elevate dell’Asia, comprare soltanto zucchine spinose e peperoncini da un giovane d’altre montagne steppose. Un gruppo di amici di molte latitudini scaldarsi intorno a un affettuoso cous cous di pesce.
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Un ragazzo africano continuare a sbadigliare allo stesso ritmo di una coppia spagnola. Una famiglia del sudest asiatico parlare nel proprio idioma lontano, poi il papà fermarsi all’improvviso per chiamare i figli piccoli: “andiamo di qua, ha ragione mamma”. Una giovane coppia, seduta in un bar, ascoltare un canto alla durata.
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Tutti parlavano un unico linguaggio.
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Esa Mäkijärvi, una poesia da AA.VV. Il limite della neve

da Il limite della neve – La nuova poesia finlandese (antologia a cura e traduzione di Antonio Parente, con prefazione di Siru Kainulainen – Edizioni Mimesis, 2011)

“La nuova poesia – e con ciò intendiamo le opere dei poeti nati negli anni 1970 e 1980 – presenta una molteplicità senza precedenti nel panorama della poesia finnica. Questo intenso pullulare è generato da poetiche opposte, come da una parte la tematizzazione e dall’altra sia la sperimentazione linguistica sia i diversi stili, dal quotidiano al metalinguaggio. La nuova poesia che presentiamo, pubblicata tra gli anni 1990 e la prima decade del 2000, rappresenta una scissione dalla categoricità e dalla ristrettezza del modernismo finlandese, dall’idea di un’unica poetica e di un unico pubblico di lettori” (dalla Prefazione di Siru Kainulainen)

*

Una poesia di Esa Mäkijärvi

La pagina gira lentamente
la terra gira lentamente verso il sole
la luce gira per il cortile verso le finestre
verso gli occhi
gli occhi del libro s’accecano
la visione si cancella
i candidi occhi del libro osservano
la luce di un attimo e la pagina si guardano dritti negli occhi
in un istante la luce si rigira e scompare.
.
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***
.
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Si concede il voto del silenzio
finito quel tempo il corpo si risveglia dal letargo
le dita scivolano sui tasti
e la musica riecheggia nelle stanze maestose.
.
.
***
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Il sole sorge dietro gli edifici
sorge e gira per il cortile ad indicare le finestre
ad indicare la luce infinita e il calore che si riflette
da finestre, specchi facendo ritorno nello spazio
per sorgere di nuovo.
.
.
***
.
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Le gocce di pioggia toccano il lago
fondendosi nello stesso corpo
suonano il lago
il lago suona
migliaia di contatti simultanei
un solo corpo.
.
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***
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.
Momenti di pace ritmano i giorni
dividono i giorni in ore vocianti e silenziose
in minuti fugaci e secondi impercettibili
momenti di tranquillità come le dita sui tasti
prima di posarvisi.
.
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***
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Domani il sole si mostrerà di nuovo
oggi fa freddo e c’è silenzio
le finestre celano ogni suono ogni visione
ci salvano ci impediscono di vedere
sole incandescente
di essere noi stessi incandescenti.
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(immagine d’apertura: Vasilij Kandinskij , Fiume d’autunno)

Michail Ajzenberg, due poesie

Michail Ajzenberg, due poesie

*

Gli sbalzi inavvertiti dei giorni
dal successo al silenzio.

Diventa ancor più difficile, più facile. Più difficile.

Ancora più assurdo e casuale.

Guardate: fa scena muta.
Guardate! Una voce tra tante priva
di possessore. Forse, già di nessuno,
serpeggia bassa. (Tutto si aggiusta).

E canta come acqua sotto pressione,
in modo fine e a un tempo improvviso,
mentre assicura: “Sono un corvo! Sono un corvo!”

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*

Di cosa vive l’anima?

Non l’ho forse nutrita col coltello
tutto l’anno a una tavola imbandita?

A sorsi ha bevuto miseria altrui.
E lì sulle orme dei titani
inciampo io con la mia anima.

Ah, una strega!
Appena udrà il primo tocco, ci si fionderà.
Che sia periferia di Mosca o sia mattino.

E poi dice: ecco qui.

E dice ancora:
“Evita almeno la paternale,

o tu signore,
non sei padrone della tua senilità?

o tu signore,
nell’abisso segreto non sei unito?

Forse non sei unito al fondo
con ogni filo del naturale
che trema nell’insaziabile arsura.
Di questo solo vive.”

Il corpo, fanghiglia ossea.
Ma la sirena urla in testa,
raccogliendo tutto in uno

ogni sforzo, ogni capello.

l’ineluttabile si svela,
esorcizzando in fretta e furia:

– Osso temporale!
– Tempo di bianco natale!
– Buio infernale!
– Aritmia ventricolare!

 .
Traduzione di Elisa Baglioni per il sito Nuovi Argomenti che si ringrazia. In apertura: Wassilij kandinskij, primo acquerello astratto, 1910

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Michail Ajzenberg nasce nel 1948 a Mosca. Nel 1972 termina la Facoltà di architettura. Ha lavorato fino al 1989 come architetto, negli anni Novanta collabora con riviste letterarie e case editrici tra le quali “Literaturnoe obozrenie”, “Proekt OGI” e “Novoe izdatel’stvo”. In epoca sovietica pubblica nelle riviste d’emigrazione “Vremja i my”, “Kontinent”, “Sintaksis”. Nel 2003 riceve il premio Andrej Belyj. Le opere di saggistica e di poesia sono pubblicate in patria dai primi anni Novanta. Nel 1993 esce la raccolta Ukazatel’ imen (Indice dei nomi), nel 1995 Punktuacija mestnosti(Punteggiatura del territorio), nel 2000 Za krasnymi vorotami (Oltre Krasnye Vorota), seguita da V metre ot nas (A un metro da noi), Rassejannaja massa (Massa diffusa) e nel 2011 Slučajnoe schodstvo (Affinità casuale). Nel 2008 esce il volume antologico Perechod na letnee vremja (Passaggio alla stagione estiva). I suoi saggi sulla poesia del secondo Novecento sono raccolti in Vzgljad na svobodnogo chudožnika(Sguardo su un artista libero, 1997) e Opravdannoe prisutstvie (Presenza giustificata, Novoe Izdatel’stvo, 2005). Vive a Mosca. In Italia sue poesie sono presenti nelle antologie La nuova poesia russa (a cura di P. Galvagni, Crocetti, 2003), Poeti russi oggi (a cura di A. Alleva, Scheiwiller, 2008) e in Otto poeti russi (a cura di A. Niero, “In forma di parole”, n. 2, 2005). Nel 2013 è uscito il volume Poesie scelte (1975-2013), a cura di Elisa Baglioni (Transeuropa).

Nazik al Mala’ika, due poesie

Nazik al-Mala’ika, (Baghdad, agosto 1922 – Il Cairo, giugno 2007), è stata una poetessa irachena. È considerata una delle prime poetesse che introdussero l’uso del verso libero nella rigida struttura poetica araba.

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CANTO D’AMORE PER LE PAROLE
Perché abbiamo paura delle parole
quando sono state mani dal palmo rosa
delicate quando ci accarezzano gentilmente le gote
e calici di vino rincuorante
sorseggiato, un’estate, da labbra assetate?
Perché abbiamo paura delle parole
quando tra di loro vi sono parole simili a campane invisibili,
la cui eco preannuncia nelle nostre vite agitate
la venuta di un’epoca di alba incantata,
intrisa d’amore e vita?
Allora perché abbiamo paura delle parole’
Ci siamo assuefatti al silenzio.
Ci siamo paralizzati, temendo che il segreto possa dividere
le nostre labbra.
Abbiamo pensato che nelle parole giaceva un folletto
invisibile,
rannicchiato, nascosto dalle lettere dalle orecchie del tempo.
Abbiamo incatenato le lettere assetate,
vietando loro di diffondere la notte per noi
come un cuscino, gocciolante di musica, sogni,
e caldi calici.
Perché abbiamo paura delle parole?
Tra di loro ne esistono di incredibile dolcezza
le cui lettere
hanno estratto il tepore
della speranza da due labbra,
e altre che, esultando di gioia
si sono fatte strada
tra la felicità momentanea di due occhi inebriati.
Parole, poesia, teneramente
hanno accarezzato le nostre gote,
suoni che, assopiti nella loro eco, colorano, una frusciante,
segreta passione, un desiderio segreto.
Perché abbiamo paura delle parole?
Se una volta le loro spine ci hanno ferito,
hanno anche avvolto le loro braccia attorno al nostro collo
e  diffuso il loro dolce profumo sui nostri desideri.
Se le loro lettere ci hanno trafitto
e il loro viso si è voltato stizzito
ci hanno anche lasciato un liuto in mano
e domani ci inonderanno di vita.
Su, versaci due calici di parole!
Domani ci costruiremo un nido di sogni di parole
in alto, con l’edera che discende dalle sue lettere.
Nutriremo i suoi germogli con la poesia
e innaffieremo i suoi fiori con le parole.
Costruiremo un terrazzo con la timida rosa
con colonne fatte di parole,
e una stanza fresca inondata di ombra,
protetta da parole.
Abbiamo dedicato la nostra vita come una preghiera
Chi pregheremo… se non le parole
(Traduzione di Manuela Rasori)

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INVITO ALLA VITA
Arrabbiati, ti amo arrabbiato e ribelle,
rivoluzione cocente, esplosione.
Ho odiato il fuoco che dorme in te, sii di brace
diventa una vena appassionata, che grida e s’infuria.
Arrabbiati, il tuo spirito non vuole morire
non essere silenzio innanzi al quale scateno la mia tempesta.
La cenere degli altri mi è sufficiente, tu, invece, sii di brace.
Diventa fuoco ispiratore delle mie poesie.
Arrabbiati, abbandona la dolcezza, non amo ciò che è dolce
il fuoco è il mio patto, non l’inerzia o la tregua con il tempo
non riesco più ad accettare la serietà e i suoi toni gravi e tranquilli.
Ribellati al silenzio umiliante
non amo la dolcezza
ti amo pulsante e vivo come un bambino
come una tempesta, come il destino
assetato di gloria suprema, nessun profumo
può alterare le tue visioni, nessuna rosa…
La pazienza? È la virtù dei morti.
Nel gelo dei cimiteri, sotto l’egida dei versi
si sono addormentati e abbiamo dato calore alla vita
un calore esaltato, passione degli occhi e delle gote.
Non ti amo oratore, ma poeta
il cui inno esprime ansia
tu canti, sebbene alterato, anche se la tua gola sanguina
e se la tua vena brucia.
Ti amo boato dell’uragano nel vasto orizzonte
bocca tentata dalla fiamma, disprezzando la grandine
dove giacciono desiderio e nostalgia.
Odio le persone immobili
aggrotta le sopracciglia, mi annoi quando ridi
le colline sono fredde o calde,
la primavera non è eterna
il genio, mio caro amico, è cupo
e i ridenti sono escrescenze della vita
amo in te la sete eruttiva del vulcano
l’aspirazione della notte profonda a incontrare il giorno
il desiderio della sorgente generosa di stringere le otri
ti voglio fiume di fuoco, la cui onda non conosce fondo.
Arrabbiati contro la morte maledetta
non sopporto più i morti.
(Traduzione di Valentina Colombo)

*

Clicca QUI per leggere un approfondimento: Nazik al Mala’ika la poetessa che ha voluto scrivere la storia della letteratura araba di Fatima Sai

Elias Konstantìnou, due poesie dall’Antologia a cura e traduzione di Massimiliano Damaggio

Elias Konstantìnou (Limassol, Cipro, 1957 – 1995), due poesie dall’Antologia a cura e traduzione di Massimiliano Damaggio per La dimora del tempo sospeso – Poeti Greci Contemporanei -V- (qui) che si ringrazia.

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Mietitori
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Resti per ultima la realizzazione del sogno
che prima diventi lo zero il difficile compagno del nessuno
insieme a loro che si passi le menzogne invisibili
e vediamo infine di accettare l’attrazione del male che ci bastona.
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Ti aspetto – notte giorno e respiro
strani calci di pistola per i giunchi immobili
suoni fragranti che lodano lo strutto.
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Se futuri storici sentenzieranno che la nostra epoca
il mondo fu un immenso cesso e frantumi nei campi
saranno in errore.
In ogni caso saranno figli delle torture odierne del suolo
si puliranno il grasso dalle labbra
sui fazzoletti ricamati del nonno
e ci guadagneranno – dall’intestino grasso del passato
e si nasconderanno, cosmetici, sotto la superficie dura delle parole.
Sarà laboriosa la registrazione della storia – furba frode
perché per allora (nel futuro che viene) sapranno di certo
che gli amori che gioiscono sono ancora vivi, nonostante tutti gli aborti
e che le parole sono vive – uccelli dentro i polmoni
e portano sul vassoio la testa che parla – le loro promesse.
Aspetto che ci chiniamo, lettera in corpo chiuso e vuoto, tutti corresponsabili
per l’immune natura di un mondo che è d’accordo
nello smettere di delirare.
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Rughe
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Chi è vissuto senza rete e senza campo
povero cioè – figlio di puttana – bastardo – ubriacone – assassino
urli in mezzo alla strada della bontà fra gli uomini
è un balsamo – uno strano balsamo
è anche agnello di dio che toglie i peccati del mondo
o anche il miglior articolo dell’azienda: “Bravi i coglioni
che guardano molto la tv”. Complimenti, allora
che siedi, che pensi – che sfogli (suona meglio)
le perdute occasione della tua gioventù.
E te la prendi – te la prendi forte con i nostri giovani – sì, loro
che vivono senza reti – figli di puttana
e di un padre coglione. Loro sono arrabbiati e
sperperano i propri corpi calda telepatia. Se vuoi – guarda
volano
come uccelli feriti – e tu non sei medico
non hai bende – né hai mai creduto – né hai mai giurato
ad alcun divino ministro della salute.
E solo vivi – senza reti – e senza etica
e vai d’accordo – con la voce scontrosa dei vecchi
dei vecchi di vent’anni.
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Una tiepida voce entra nel testo:
“Non ti ho detto di aspettare in cortile?
Se vuoi – è musica – insieme – con i nostri seni”
Fine della voce. Tagliati i petti – e il mare
latte acidato – e fichi sottaceto a Chlòrakas
dove tutt’uno il popolo greco di Cipro sta, sereno
con gli occhi che splendono di lacrime guarda
l’inaffondabile atto d’unione – che appare all’orizzonte.
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(in apertura, opera Kazimir Malevich, Mietitura, 1912)

Alfonso Graziano, tre poesie

Alfonso Graziano (clicca qui), tre poesie

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Leggi per me che non ho più occhi ma
rami secchi da spezzare.
Leggi ad alta voce che non ho più orecchie
tane di talpe nascoste.
Leggi comunque magari ti ascolterà il cielo.
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*
Questo è il tempo della mietitura.
Degli inizi e delle fini.
Della paglia pronta a bruciare.
E dei temporali inopportuni.
Dei graffi sulle gambe esili
sulle piramidi gialle.
Dei graffi nei cuori fragili
tra i sassi e i secchi vuoti.
È il tempo della polvere schiva
tra le zolle spaccate
e le orme di fughe
scoperte e impronunciate.
E questo è il tempo delle buone intenzioni
prima che la sera si porti via i tramonti.
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Suonano tristi le campane
e non è lieto l’annuncio.
È morto Dio e pure l’Uomo.
Solo qualche randagio abbaia alla luna.
Flebile la luce in fondo al viale
ed è speranza dura da morire.
È vita tra le macerie stabili.
Dei pianti dei macelli innominabili.
Dondola tra le fessure la margherita
ad indicare il bene e il suo contrario.
Nemmeno il più ostinato maestrale
saprà strappare quella strada.
Dove finisce il cielo finisce il male.
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(in apertura, foto di Mimmo Jodice, Figure del mare 10)

Giovanna Sicari, due poesie

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Giovanna Sicari, da Poesie 1984-2003 (Empirìa, 2006)

Aspetto come ogni anno
la tua calligrafia, la primavera
la risata fresca tra noi il letto
nuovo, tra noi quella parola
di carne e di ardore
quieta liquida spontanea,
regalo potersi attendere:
prendersi, appartarsi
accettare l’appartenenza degli adulti, rovistare
cancellare ogni dolore
cadere nella piscina, nel tonfo
nel sagrato, partecipare alla vita
degnamente, chiamare,
andare fieri, con la mano
tesa, tersi, gentili,
nel vertice di quelle cose che
si fanno senso, fortuna, salute.

§

Amore del rifugio e dell’acqua,
amore di poche parole lontano dall’insidia,
amore degli uomini santi, accarezza il viso del turbamento
dammi i nomi del perdono, il canto sepolto della legge,
sento che saremo vicini anche in autunno,
ci abbracceremo nelle case vuote ricordando un antico passato
per dimenticarlo, soltanto l’oro più puro della nostra anima
sarà con noi, forse saremo donna e uomo solamente,
forse farà già freddo e ci abbracceremo fra gli alberi stanchi
ridendo di ogni cosa, il passato ci lascerà e saremo
nuovi, leggeri, redenti.
Sarà ottobre o novembre, nel bosco
saremo teneri e allegri nelle nostre braccia di terra,
fra acqua e fuoco, smarriti dalle azioni.
Quando ci lasceremo sarà sui polpastrelli la
nostra anima vera, nell’aria ci sarà cura
per la ferita.

*

giovanna_sicari2Giovanna Sicari (fotografia di Dino Ignani) è stata una poetessa e scrittrice, nata a Taranto il 15 aprile 1954. Dal 1962, con la famiglia, si trasferisce a Roma, nel quartiere Monteverde. Le sue prime poesie escono a partire dal 1982 sulla rivista «Le Porte», quindi su «Alfabeta», «Linea d’Ombra», «Nuovi Argomenti». A partire dal 1986 pubblica sette libri di versi e tre di prosa, tra questi un volume miscellaneo, La moneta di Caronte, che raccoglie contributi di scrittori contemporanei. Dal 1985 al 1989 è redattrice della rivista «Arsenale». A partire dagli anni ’80 inizia inoltre a lavorare come insegnante nel penitenziario di Rebibbia, a Roma, incarico che mantiene fino al 1997, quando si ammala gravemente. Dopo essersi sottoposta a interventi e cure prima a Roma, poi a Milano, dove nel frattempo si era trasferita col marito Milo De Angelis e il figlio Daniele, torna a Roma nell’estate del 2003, dove muore nella notte tra il 30 e il 31 dicembre. (dal web)

dall’acqua

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Se solo fosse statua di fulgido bronzo
come quel giovinetto danzante
tutto quello che viene ripescato
in questo tratto di mare accecante.
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Lampedusa, 3 ottobre 2013, di Gianluca Asmundo
(immagine: Anne Packard, Barca a remi sul blu, 1933)
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*
A bordo di un domani dal fondo bucato, questa,
è soltanto un passaggio per chiunque
da spartire al meglio con l’indifferenza.
.
Un’illusione d’Occidente
-raccontata che non eravamo più bambini-
dimentichi dell’orco, che disegna destini.
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senza titolo – 2015 come 2019, di Angela Greco
(immagine: Senza fili, dal web)
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Alfonso Brezmes, quattro poesie

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Per questi versi si ringrazia Mirta Amanda Barbonetti, che ha curato articolo originale e traduzione per Fili d’aquilone n.45 (qui)

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Alfonso Brezmes è nato nel 1966 a Madrid, dove vive. Ha pubblicato i libri di poesia: Postales desde el futuro (2010), La noche tatuada (2013) e Don de lenguas (2015).  Suoi testi sono stati pubblicati in antologie e riviste.

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STRUMENTI DI MISURA

Per misurare il tempo fu inventata l’assenza,
quella riga che divide il mondo in due,
in due i corpi, i giorni, le parole.

Per misurare l’assenza fu inventato il silenzio
quel linguaggio di spettri, quel dolore mansueto
con il gelido tocco delle cose vuote.

Per misurare il silenzio avete inventato me,
questo cane di nebbia che vaga nella notte
come un faro in cerca di un naufragio.

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AMORE E GEOMETRIA

Cercarti è un’ellisse.
Sognarti è una curva.
Decifrarti è una piramide.
Raggiungerti è un’iperbole.
Amarti è un cerchio.
Tenerti è un quadrilatero.
Perderti di nuovo
è una mera parabola
per tornare a cercarti.

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CRIMINE IMPERFETTO

Di tutti i crimini che ho commesso
solo di uno mi pento:
di non aver sopraffatto del tutto il desiderio,
questo avvoltoio abbietto e insaziabile
che mi fa credere
di essere ancora vivo.

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STATO SOGNANTE

Continuai a sognarla per tutta la notte.
Al risveglio era lì,
proprio come appariva nei miei sogni:
candida come un mondo
che lentamente si stiracchia prima di riprendere il suo moto.
Quando compresi che era vera
come la vita stessa, fuggii all’istante
dalla vecchia realtà e dai suoi travestimenti,
e richiusi dolcemente gli occhi
per poter tornare a sognarla.

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INSTRUMENTOS DE MEDIDA

Para medir el tiempo se inventó la ausencia, 
esa raya que separa en dos el mundo, 
en dos los cuerpos, los días, las palabras. 

Para medir la ausencia se inventó el silencio, 
esa lengua de espectros, ese dolor obediente 
con el frío tacto de las cosas huecas. 

Para medir el silencio me inventaste a mí, 
este perro de niebla que vaga en la noche 
como un faro en busca de un naufragio.

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AMOR Y GEOMETRÍA

Buscarte es una elipse. 
Soñarte es una curva. 
Descifrarte es una pirámide. 
Alcanzarte es una hipérbola. 
Amarte es un círculo. 
Tenerte es un cuadrilátero. 
Perderte de nuevo 
es una mera parábola 
para volver a buscarte.

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CRIMEN IMPERFECTO

De todos los crímenes que cometí 
sólo me arrepiento de uno: 
no haber matado del todo el deseo, 
ese buitre abyecto e insaciable 
que me hace creer 
que sigo estando vivo.

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ENSOÑACIÓN

Toda la noche la anduve imaginando. 
Al despertar, allí estaba, 
tal y como se manifestaba en mis sueños: 
con la pureza intacta de un mundo 
que se despereza antes de girar. 
Cuando comprendí que era cierta 
como la vida misma, huí como pude 
de la vieja realidad y sus disfraces, 
y cerré suavemente los ojos 
para poder volver a soñarla.

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Cintio Vitier, Il volto

per questo testo si ringrazia il blog Poesia in Rete

IL VOLTO, poesia di Cintio Vitier

Ti ho cercato nella scrittura degli uomini che ti hanno
amato. Non miravo alla lettera, ma volevo sentire la
voce che a volte miracolosamente passa attraverso;
ascoltare come loro, vedere coi loro occhi.
Volevo esser loro, viverli, per vederti.

Eri lì, certo; ma sempre dopo, come le parole di una poesia;
imprendibile come il centro di una melodia; disperso,
come i petali d’un fiore che il vento ha strappato.

E più m’inoltravo nella soave, ardente frenesia del boschetto,
più ti allontanavi. Eri quel luccichìo di foglia
o d’ala? Eri quel lungo rumore, o sibilo? Quel silenzio,
quei massi d’un tratto così pallidi?

Eri tutto questo, certo; ma come ricomporti, pezzo a pezzo,
da luccichìi, rumori, pause? Stavi dietro, respirando
e brillando intero: astro che loro avevano visto di
fronte, o intravisto nella nebbia o cercato come io ti
cercavo, e allora tutto ciò che mi restava in mano era
sempre la notte del desiderio, il tremito della speranza.

Ti cercai nei paesaggi vergini d’ogni alfabeto, dove nessuno
è sceso a mettervi un sudario, e che stanno in palmo
di mano a Dio come reliquie: lo sguardo nuziale
delle cordigliere della Sierra o il puro idillio pensante
della Hanabanilla,

e quella sera, dal belvedere di San Biagio, come
nel primo vaporoso mattino del mondo,

e quella notte, sotto l’aspra e dolce stellata dell’Escambray,
sul capo di Cristo giacente che guarda il Padre
viso a viso: la conca dell’occhio della roccia, la narice
e le labbra di roccia, i capelli e le barbe di alberi enormi
e innocenti.

E certo stavi lì; ma un velo ci separava, sottile e insuperabile.
Nel respiro della natura, sempre lontana, sentivo
il tuo silenzioso richiamo e dono, ma non potevo rispondergli,
perché eri e non eri lì, il tuo esser diffuso
era un indicarmi un luogo altro che non sapevo trovare;
me ne tornavo eccitato e triste, il raggio di grazia
scivolato di mano, la gloria soave che ripiomba in petto
e si dissolve.

E anche ti cercavo sempre in me stesso. Non eri forse del
mio lignaggio, del mio sangue? Non eri in qualche
modo me stesso? Non mi bastava infatti calarmi nella
memoria per riplasmarti, nei sapori più segreti, come
l’orfano che al buio tasta i lineamenti della madre?

Ma è davvero possibile ricostruire un’alba? E poi, non
ero io stesso il maggior ostacolo? Quella continua coscienza
di una perdita, di una caduta, di un impossibile,
non era proprio quanto sempre m’impediva di
afferrare la tua realtà?

Ti ho cercata senza tregua, tutta la vita, e ogni volta più
ti travestivi, lasciando mettere al tuo posto grottesche
simulazioni, immagini di vuoto e di vergogna.

Diventavi l’enigma di una follia, un banale quiz, e più non
sapevamo chi eravamo, da dove venivamo, il sapore
dei cibi del corpo e dello spirito.

Invece oggi finalmente ti vedo, volto di patria mia! È stato
semplice come aprire gli occhi.

So che la visione presto cesserà, sta già svanendo, e che
l’abitudine minaccia di nuovo di invadere tutto con le
sue vaste mareggiate. Perciò mi affretto a dire:

Il volto vivo, mortale ed eterno della mia patria è nel volto
di questi uomini umili che son venuti a liberarci.

Io li guardo come uno che beve l’unica cosa che può saziarlo.
Li guardo per riempire l’anima di verità. Perché
essi sono la verità.

Perché in nessun libro, in nessuna poesia né paesaggio né
coscienza né ricordo, ma in questi contadini, si
verifica la sostanza della patria come nel giorno della
resurrezione.

6.1.59

*

dalla rivista “Poesia”, Anno XXV, Novembre 2012, N. 276, Crocetti Editore, trad. di Nicola Licciardello

*

Cintio Vitier – Poeta cubano (Key West, Florida, 1921 – L’Avana 2009). Esponente del gruppo Orígenes, sorto intorno a J. Lezama Lima, ha dedicato ai poeti che lo costituirono importanti studî (Diez poetas cubanos1948Cincuenta años de poesía cubana. 1902-1952, 1952) e parte di un’ampia produzione saggistica (Lo cubano en la poesía1958Temas martianos1969 e 1982). Nella sua poesia, la parola si fa veicolo di conoscenza, alla ricerca del significato ultimo dell’essere e delle cose (Vísperas. 1938-1953, 1953Testimonios. 1953-1968, 1968La fecha al pie1981Poemas de mayo y junio1990; Nupcias1993Antología poética1993Dama pobreza1995Poesía1997). Da ricordare il romanzo di memorie De Peña pobre (1980). Della sua corposa produzione saggistica sono ancora da citare i più recenti: Prosas leves(1993); Para llegar a Orígenes (1994); Lecciones cubanas (1996); Resistencia y libertad (1999). Nel 2002 gli è stato assegnato il premio Juan Rulfo. (tratto da enciclopedia Treccani)

Francesco Marotta, Nei mari del racconto (estratti)

Condiviso da La dimora del tempo sospeso che si ringrazia

Francesco Marotta, Nei mari del racconto

Da un’eternità passeggera
(1998 – 2003)

ci sono strade disegnate
dalla lingua di terra
che spira luce tra i sassi
e le conduce,
impollinate di voci,
ai mari del racconto,
sentieri fioriti su corpi
di parole
da leggere nel brivido
della sera varcata
a rovescio delle ombre: –

i passi imparano la danza
in rovesciate cadenze di radici
come orme schiarite
da campate di silenzi,
da sprechi di sillabe
che simulano bocche
a divinare la rotta,
la meraviglia oscura della scelta

(nell’alba che rosseggia
anche il grano è una
macchia di sangue
che fluttua, ondeggia
per partorire occhi
dentro il vento –
tatuare la pagina del giorno
con lettere sempre in volo
su creste d’aria
di un alfabeto nuovo)

.

*

spira aria di sogno
dal sasso sorvolato d’acque,
da silenziose guglie
di schiuma –
il vento lo nutre
di stralunati muschi
carichi di miti, di mari
intravisti nel ruggito
della nuvola, in torme d’ali
naufraghe di remote derive: –

è questa luce, improvvisa
cicatrice del lontano,
è questa passione,
acquario di divinità
emerse dal flutto
che si consuma in ombre,
il tempo andante
per incoscienti filamenti
di mattino

.

*

voci al diafano
inchiostro di un lume,
non un frangere d’aria
al capezzale delle labbra
ma pungenti balaustre
di respiro, nevi
intagliate
nel letargico assedio
del gelo o nella febbre
del mattino –
quando resistono
alle fronde della luce
e si rinserrano
in sfere umide di suono
sul limite alluvionale
di detriti vaganti, alle soglie
di una trasparente
dissoluzione, di una
indicibile
alchimia di echi

.

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Forugh Farrokhzad, tre poesie

Forugh Farrokhzad, tre poesie

Nonostante la brevità della sua esistenza, l’autrice iraniana è riuscita a cogliere i cambiamenti culturali e sociali avvenuti in Medio Oriente nel Novecento in termini di spinte liberiste e mutamenti del costume. I suoi scritti hanno rivoluzionato lo sfondo della composizione poetica in Iran. (da Nena News – qui l’articolo)

*

LA CONQUISTA DEL GIARDINO

Quel corvo che volò
Sopra di noi
E s’inabissò nel pensiero agitato di una nuvola vagabonda,
Il cui grido, come una corta lancia, percorse tutto l’orizzonte,
Porterà la notizia di noi in città.
.
Tutti sanno,
Tutti sanno
Che tu ed io da quel pertugio freddo e tetro
Intravedemmo il giardino
E da quel ramo ameno e impervio
Spiccammo la mela.
.
Tutti temono,
Tutti temono ma tu ed io
Ci unimmo con la luce, l’acqua e lo specchio
E non tememmo.
.
Io non parlo di un fragile legame tra due nomi
Né di un vincolo nelle pagine lise di un registro.
Io parlo dei miei voluttuosi capelli
E degli ardenti papaveri dei tuoi baci,
Dell’intimità clandestina dei nostri corpi
E della nostra nudità che riluce
Come le squame dei pesci nell’acqua.
Io parlo della vitalità argentina di un canto
Che una piccola fontana intona all’alba.
.
Una notte, domandammo alle lepri selvatiche
In quella foresta verde e frusciante,
Alle conchiglie copiose di perle
In quel mare agitato e freddo
E alle giovani aquile
In quel monte straniero e trionfante:
Che si deve fare?
.
Tutti sanno,
Tutti sanno.
Noi abbiamo penetrato il freddo muto sogno dei Simorgh,
Cogliemmo la verità nel piccolo giardino
nell’espressione timida di un fiore anonimo
E l’eternità in un momento senza fine
Quando due soli si fissano l’un l’altro.
.
Io non parlo di sussurri timorosi nel buio,
Io parlo di luce del giorno e di finestre aperte,
Di aria fresca,
Di un forno nel quale bruciano cose inutili,
Di terra resa fertile con un’altra coltura,
Di nascita, di evoluzione, di orgoglio.
.
Io parlo delle nostre mani innamorate,
Che hanno gettato, al di sopra delle notti,
Un ponte foriero di profumo, di luce, di brezza.
.
Vieni nel prato,
Nel prato aperto
E invocami attraverso i sospiri del fiore di seta,
Come la gazzella la sua compagna.
.
Le tende traboccano celato odio
E le candide colombe
Dall’alto della loro torre bianca
Fissano in basso la terra.
.
.
IL VENTO CI PORTERÀ VIA
.
Nella mia fuggente notte, ahimè!
Il vento dà udienza alle foglie degli alberi.
Nella mia fuggente notte incombe l’angoscia della desolazione.
.
Ascolta,
Odi il respiro delle tenebre?
A questa esultanza io mi sento aliena,
La disperazione mi è propria.
Ascolta,
Odi il respiro delle tenebre?
.
Ora, nella notte, qualcosa accade.
Infuocata e inquieta è la luna
E su questo tetto, che, ogni istante, rischia di crollare,
Le nuvole, come un corteo funebre,
Sembrano in attesa del momento di piovere.
.
Un momento
E poi, nulla.
Dietro questa finestra sta palpitando la notte
E la terra
Sta arrestando il suo moto.
Dietro questa finestra uno sconosciuto
È in trepidazione per me e per te.
.
Oh, mio tutto virente!
Rimetti le tue mani, come un cocente ricordo,
Nelle mie mani innamorate.
Sciogli le tue labbra, come una vibrante sensazione di vita,
Alle lusinghe delle mie labbra innamorate.
Il vento ci porterà via.
Il vento ci porterà via.
.
.
PECCATO
.
Peccai un peccato pieno di piacere,
In un abbraccio che era caldo e ardente.
Peccai tra braccia
Che erano roventi, assetate di vendetta e come ferro.
.
In quel luogo solitario, buio e silenzioso,
Guardai i suoi occhi pieni di segreti.
Ansimante, il mio cuore trasalì nel petto
Alla supplica del suo sguardo implorante.
.
In quel luogo solitario, buio e silenzioso,
Sedetti confusa accanto a lui.
Le sue labbra sulle mie labbra stillarono desiderio.
Dimenticai le pene del mio folle cuore.
.
Sussurrai al suo orecchio frasi d’amore:
Voglio te, o mio amato,
Voglio te, o abbraccio vivifico,
Te, o folle amato mio.
.
Desiderio divampò nei suoi occhi;
Vino rosso danzò nella coppa.
Ebbro, il mio corpo contro il suo corpo
Fremette nel soffice letto.
.
Peccai un peccato pieno di piacere,
Accanto a un corpo tremante e privo di sensi;
O Dio, io non so che feci
In quel luogo solitario, buio e silenzioso.
.
Traduzione dal persiano di Daniela Zini
.
FORUGH FARROKHZAD è stata una poetessa, attrice, produttrice e cineasta iraniana. Nacque a Teheran il 5 gennaio del 1934. Seguì gli studi di disegnatrice di moda e si dedicò alla pittura. Sposata a diciassette anni, si trasferisce col marito, ad Ahvaz, nel sud dell’Iran. Comincia a scrivere molto presto: è nel 1952 pubblicò la sua prima raccolta di poesie Assir (Prigioniera). Dopo la nascita di Kamiàr, il bimbo sempre presente nelle sue poesie, divorzia e torna a Teheran, ma non le sarà concesso di rivedere suo figlio.  Dopo la pubblicazione di Divàr (Muro), inizia una fase più serena della sua vita: viaggia in Germania e in Italia, a Roma scrive le sue poesie più forti e più audaci, come «Canto di belleza», e «Rivolta di Dio». Del 1958 è Ossiàn (Rivolta), che, come i due primi volumi, suscita polemiche ed entusiasmi. Nel 1958 conobbe il regista–scrittore Ebrahim Golestan, noto scrittore e cineasta engagé di cui diventa fedele collaboratrice. Iniziò a occuparsi anche di montaggio, sceneggiatura e regia. E’ del’incontro con Ebrahìm Golestàn inizia una tempestosa relazione che durerà fino alla morte di Forùgh. Studiò inglese e produzione in Inghilterra, ebbe esperienze come attrice e produttrice. Dopo un soggiorno di studi in Inghilterra, la poetessa diventa cineasta e realizza alcuni importanti documentari, con i suoi bellissimi testi poetici: Atèsh (Fuoco), è sull’incendio di un pozzo di petrolio; la lotta disperata dell’uomo contro le forze ribelli della natura si svolge sullo sfondo di villaggi sperduti nel deserto. Il film: Khanèh siàh ast (La casa è nera), sul lebbrosario di Tabriz, che vinse i premi in tutto il mondo, tra gli altri anche il primo premio alla regia al festival di Uberhausen. Con La casa è nera, film girato quando lei aveva solo 27 anni, parla dei lebbrosi che vivono nascosti in un istituto e lontani dal resto del mondo. Nello stesso anno pubblicò la sua opera poetica più importante, Tavallod-e-digàr (Un’altra nascita). Del ’65 è un altro suo film di successo, Il mattone e lo specchio; è la storia di un neonato abbandonato in un taxi, che fornisce all’autrice l’occasione per descrivere la Teheran degli anni ’60 nei suoi aspetti più contrastanti. Nel ’66 partecipa al festival di Pesaro. Incontra Bernardo Bertolucci e altri attori e registi italiani.  Il 14 febbraio 1967 morì prematuramente in un incidente automobilistico a Teheran, mentre si recava a vedere un film italiano. Sarà pubblicata postuma l’ultima, e forse anche la più importante, raccolta poetica, Iman biavarim be aghaz-e fasl-e sard (Crediamo soltanto all’inizio della stagione fredda).
-per questa pagina si ringrazia La farfalla di fuoco – Rivista di Letteratura e Cultura Varia
in apertura: Villa di Livia, affreschi del giardino, parete corta meridionale; affresco del Ninfeo (dettaglio) 40-20 a.C., Roma, Palazzo Massimo.

Rebecca Kinzie Bastian, quattro poesie da Charms for finding

Rebecca Kinzie Bastian, quattro poesie da Charms for finding

(Mimesis Hebenon, 2013 – traduzione, dall’inglese, di Elisa Biagini)

*

Capriccioso
.
Bocche di pioggia baciano
la finestra e tu
ti alzi barcollando per aprirla.
L’odore dei lillà
entra di corsa per tenerti il viso tra le mani.
Da qualche parte i lamponi
spingono di lato i loro fiori
di velo nuziale per il colore
più bagnato. Il tuo stesso
corpo ti ha ingoiata.
Sei un prato, da tempo
pieno di soffioni. I papaveri
allungano le loro teste, ovariche,
verso il sole. Il rosso
sbadiglia dentro.
.
.
.
Pezzi di carta o pezzetti di luce
.
Le stesse cose. Lo stesso cercare matite
nelle tue tasche. Gli stessi brandelli
in fondo alla piega. La stessa lanugine
.
morbida che sa della testa di tuo figlio.
La stessa nebbia di mattina alla finestra.
Lo stesso dito che ci imprime
.
una parola. Lo stesso verde che fiorisce
dietro a quella. La stessa parola
di ieri. le stesse vocali rotte
.
nella tua bocca. Lo stesso sapore
che sale da sotto la tua lingua.
Lo stesso miele. La stessa contentezza.
La stessa luce. La stessa carta. Lo stesso amore.
.
.
.
Natura morta in movimento
.
Macchiati di sudore e erba. Spirituali.
Tu ed io. Descrizione al di là
dell’articolazione. Parlami ed io
coloro le tue parole con le mie.
Toccami. Spennella luce dietro l’occhio.
I nostri corpi illuminano, illustrano, si sollevano
come risposte sulle labbra di stranieri:
.
fraseggia, ekfraseggia, eccita.
.
.
.

Anche le parole possono essere esauste di noi

Il gatto mi è in grembo, in fasce.
Deve essere sepolta. Dove
è il buco? Nelle mie mani
la perdita, il terreno irregolare.

C’era un’angoscia. C’era la questione
di dove. C’era un ago.
Il ragazzo ha detto “no” e “no”,
un suono che non smetteva. Come un fuso; come una campana.

Di chi era quel pianto mentre guidavamo
a casa? Non io, di sicuro, che ho detto “Adesso”.
Non il mio viso bagnato e colpevole. Non i miei palmi su questo
impianto di raffreddamento.
Ago nella mia gola; punto su uno straccio.

Talvolta ci sono delle punture
quando si prende il miele. Anche
le parole possono essere esauste di noi. Qualche volta
mi taglio le mani sugli accenti, acuti, gravi.

.

Rebecca Kinzie Bastian, nata e cresciuta in Svezia, ha ottenuto un Master dal Vermont College, è stata vincitrice di una borsa di studio Brad Loaf Margaret Bridgman e attualmente lavora come editor e copywriter in Pennsylvania (dalla quarta di copertina)

 [per questo articolo si ringrazia Roberto Bertoldo]

Giorgio Galli, due poesie in dono

Giorgio Galli scrive di sé: “Sono nato a Pescara nel 1980 e mi sono laureato in Scienze della Comunicazione a Siena. Vivo a Roma dove esercito la professione di libraio. Scrivo sul blog Perìgeion. Ho pubblicato La parte muta del canto (Joker, 2016), Le morti felici (Il Canneto, 2018) e L’inventore di vite (Il Seme Bianco, 2018). Sono fra gli autori del Repertorio dei matti della città di Roma a cura di Paolo Nori (Marcos y Marcos, 2015) e dell’antologia critica Perturbamento a cura di Marco Ercolani (Joker, 2016)”.

*

Cadono gli angeli
.
Io non lo so per quale legge accade,
eppure accade: e sembra che gli alberi
non abbian posto per i frutti più buoni,
che il grembo delle madri
non ce la faccia a sopportare il peso
di quanto di migliore ha custodito.
“Muore giovane colui che al cielo è caro”
si diceva una volta: ed era un amore-odio,
colui che gli Dei amavano, lo invidiavano
e lo annientavano senza pietà.
Come se fosse troppo bello per poterlo tollerare
come se la sua presenza fosse un monito
di ciò che doveva essere, e non era:
non si poteva essere più divini degli Dei.
E la gente è proprio come Giove,
vede un bel viso e lo sfregia,
trova un muro bianco e ci scrive su,
nasce un figlio troppo buono e lo ricusa.
Lui girerà per il mondo impazzito
folle di rabbia e di dolore
e diranno: “È così che si diventa
ad esser troppo simili a lui”.
La sua pazzia sarà consolazione.
Cadono gli angeli come cade la neve,
come cade la neve, e poi si scioglie.
.
.
.
Chagall
.
Una luna azzurrissima riposa.
Tutta la città tace: è notte. Quand’ecco dalle case
vedi uscire un rabbino
con i libri della Legge fra le mani,
un giocoliere, uno col violino
che volteggia suonando sopra i tetti.
Vanno fluttuando nell’aria come uccelli,
come bambini che giocano nel mare.
Le candele si accendono su Vitebsk
e la banda accompagna il funerale
– il funerale della tua compagna
che ancora giovane un giorno ti lasciò.
Vola davvero sopra i tetti rossi
insieme agli angeli ai violini e alle trombe
con la sua veste da sposa,
madre dolcissima in oro di Bisanzio…
.
Giorgio Galli è on line con il suo blog La lanterna del pescatore (clicca qui)
(in apertura, opera di Gianni Gianasso; in chiusura, opera di Marc Chagall)