Alfonso Graziano, tre poesie

Alfonso Graziano (clicca qui), tre poesie

*
Leggi per me che non ho più occhi ma
rami secchi da spezzare.
Leggi ad alta voce che non ho più orecchie
tane di talpe nascoste.
Leggi comunque magari ti ascolterà il cielo.
.
.
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*
Questo è il tempo della mietitura.
Degli inizi e delle fini.
Della paglia pronta a bruciare.
E dei temporali inopportuni.
Dei graffi sulle gambe esili
sulle piramidi gialle.
Dei graffi nei cuori fragili
tra i sassi e i secchi vuoti.
È il tempo della polvere schiva
tra le zolle spaccate
e le orme di fughe
scoperte e impronunciate.
E questo è il tempo delle buone intenzioni
prima che la sera si porti via i tramonti.
.
.
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*
Suonano tristi le campane
e non è lieto l’annuncio.
È morto Dio e pure l’Uomo.
Solo qualche randagio abbaia alla luna.
Flebile la luce in fondo al viale
ed è speranza dura da morire.
È vita tra le macerie stabili.
Dei pianti dei macelli innominabili.
Dondola tra le fessure la margherita
ad indicare il bene e il suo contrario.
Nemmeno il più ostinato maestrale
saprà strappare quella strada.
Dove finisce il cielo finisce il male.
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(in apertura, foto di Mimmo Jodice, Figure del mare 10)
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Giovanna Sicari, due poesie

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Giovanna Sicari, da Poesie 1984-2003 (Empirìa, 2006)

Aspetto come ogni anno
la tua calligrafia, la primavera
la risata fresca tra noi il letto
nuovo, tra noi quella parola
di carne e di ardore
quieta liquida spontanea,
regalo potersi attendere:
prendersi, appartarsi
accettare l’appartenenza degli adulti, rovistare
cancellare ogni dolore
cadere nella piscina, nel tonfo
nel sagrato, partecipare alla vita
degnamente, chiamare,
andare fieri, con la mano
tesa, tersi, gentili,
nel vertice di quelle cose che
si fanno senso, fortuna, salute.

§

Amore del rifugio e dell’acqua,
amore di poche parole lontano dall’insidia,
amore degli uomini santi, accarezza il viso del turbamento
dammi i nomi del perdono, il canto sepolto della legge,
sento che saremo vicini anche in autunno,
ci abbracceremo nelle case vuote ricordando un antico passato
per dimenticarlo, soltanto l’oro più puro della nostra anima
sarà con noi, forse saremo donna e uomo solamente,
forse farà già freddo e ci abbracceremo fra gli alberi stanchi
ridendo di ogni cosa, il passato ci lascerà e saremo
nuovi, leggeri, redenti.
Sarà ottobre o novembre, nel bosco
saremo teneri e allegri nelle nostre braccia di terra,
fra acqua e fuoco, smarriti dalle azioni.
Quando ci lasceremo sarà sui polpastrelli la
nostra anima vera, nell’aria ci sarà cura
per la ferita.

*

giovanna_sicari2Giovanna Sicari (fotografia di Dino Ignani) è stata una poetessa e scrittrice, nata a Taranto il 15 aprile 1954. Dal 1962, con la famiglia, si trasferisce a Roma, nel quartiere Monteverde. Le sue prime poesie escono a partire dal 1982 sulla rivista «Le Porte», quindi su «Alfabeta», «Linea d’Ombra», «Nuovi Argomenti». A partire dal 1986 pubblica sette libri di versi e tre di prosa, tra questi un volume miscellaneo, La moneta di Caronte, che raccoglie contributi di scrittori contemporanei. Dal 1985 al 1989 è redattrice della rivista «Arsenale». A partire dagli anni ’80 inizia inoltre a lavorare come insegnante nel penitenziario di Rebibbia, a Roma, incarico che mantiene fino al 1997, quando si ammala gravemente. Dopo essersi sottoposta a interventi e cure prima a Roma, poi a Milano, dove nel frattempo si era trasferita col marito Milo De Angelis e il figlio Daniele, torna a Roma nell’estate del 2003, dove muore nella notte tra il 30 e il 31 dicembre. (dal web)

dall’acqua

*
Se solo fosse statua di fulgido bronzo
come quel giovinetto danzante
tutto quello che viene ripescato
in questo tratto di mare accecante.
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Lampedusa, 3 ottobre 2013, di Gianluca Asmundo
(immagine: Anne Packard, Barca a remi sul blu, 1933)
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*
A bordo di un domani dal fondo bucato, questa,
è soltanto un passaggio per chiunque
da spartire al meglio con l’indifferenza.
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Un’illusione d’Occidente
-raccontata che non eravamo più bambini-
dimentichi dell’orco, che disegna destini.
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senza titolo – 2015 come 2019, di Angela Greco
(immagine: Senza fili, dal web)
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Alfonso Brezmes, quattro poesie

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Per questi versi si ringrazia Mirta Amanda Barbonetti, che ha curato articolo originale e traduzione per Fili d’aquilone n.45 (qui)

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Alfonso Brezmes è nato nel 1966 a Madrid, dove vive. Ha pubblicato i libri di poesia: Postales desde el futuro (2010), La noche tatuada (2013) e Don de lenguas (2015).  Suoi testi sono stati pubblicati in antologie e riviste.

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STRUMENTI DI MISURA

Per misurare il tempo fu inventata l’assenza,
quella riga che divide il mondo in due,
in due i corpi, i giorni, le parole.

Per misurare l’assenza fu inventato il silenzio
quel linguaggio di spettri, quel dolore mansueto
con il gelido tocco delle cose vuote.

Per misurare il silenzio avete inventato me,
questo cane di nebbia che vaga nella notte
come un faro in cerca di un naufragio.

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AMORE E GEOMETRIA

Cercarti è un’ellisse.
Sognarti è una curva.
Decifrarti è una piramide.
Raggiungerti è un’iperbole.
Amarti è un cerchio.
Tenerti è un quadrilatero.
Perderti di nuovo
è una mera parabola
per tornare a cercarti.

.

CRIMINE IMPERFETTO

Di tutti i crimini che ho commesso
solo di uno mi pento:
di non aver sopraffatto del tutto il desiderio,
questo avvoltoio abbietto e insaziabile
che mi fa credere
di essere ancora vivo.

.

STATO SOGNANTE

Continuai a sognarla per tutta la notte.
Al risveglio era lì,
proprio come appariva nei miei sogni:
candida come un mondo
che lentamente si stiracchia prima di riprendere il suo moto.
Quando compresi che era vera
come la vita stessa, fuggii all’istante
dalla vecchia realtà e dai suoi travestimenti,
e richiusi dolcemente gli occhi
per poter tornare a sognarla.

.

.

INSTRUMENTOS DE MEDIDA

Para medir el tiempo se inventó la ausencia, 
esa raya que separa en dos el mundo, 
en dos los cuerpos, los días, las palabras. 

Para medir la ausencia se inventó el silencio, 
esa lengua de espectros, ese dolor obediente 
con el frío tacto de las cosas huecas. 

Para medir el silencio me inventaste a mí, 
este perro de niebla que vaga en la noche 
como un faro en busca de un naufragio.

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AMOR Y GEOMETRÍA

Buscarte es una elipse. 
Soñarte es una curva. 
Descifrarte es una pirámide. 
Alcanzarte es una hipérbola. 
Amarte es un círculo. 
Tenerte es un cuadrilátero. 
Perderte de nuevo 
es una mera parábola 
para volver a buscarte.

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CRIMEN IMPERFECTO

De todos los crímenes que cometí 
sólo me arrepiento de uno: 
no haber matado del todo el deseo, 
ese buitre abyecto e insaciable 
que me hace creer 
que sigo estando vivo.

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ENSOÑACIÓN

Toda la noche la anduve imaginando. 
Al despertar, allí estaba, 
tal y como se manifestaba en mis sueños: 
con la pureza intacta de un mundo 
que se despereza antes de girar. 
Cuando comprendí que era cierta 
como la vida misma, huí como pude 
de la vieja realidad y sus disfraces, 
y cerré suavemente los ojos 
para poder volver a soñarla.

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Cintio Vitier, Il volto

per questo testo si ringrazia il blog Poesia in Rete

IL VOLTO, poesia di Cintio Vitier

Ti ho cercato nella scrittura degli uomini che ti hanno
amato. Non miravo alla lettera, ma volevo sentire la
voce che a volte miracolosamente passa attraverso;
ascoltare come loro, vedere coi loro occhi.
Volevo esser loro, viverli, per vederti.

Eri lì, certo; ma sempre dopo, come le parole di una poesia;
imprendibile come il centro di una melodia; disperso,
come i petali d’un fiore che il vento ha strappato.

E più m’inoltravo nella soave, ardente frenesia del boschetto,
più ti allontanavi. Eri quel luccichìo di foglia
o d’ala? Eri quel lungo rumore, o sibilo? Quel silenzio,
quei massi d’un tratto così pallidi?

Eri tutto questo, certo; ma come ricomporti, pezzo a pezzo,
da luccichìi, rumori, pause? Stavi dietro, respirando
e brillando intero: astro che loro avevano visto di
fronte, o intravisto nella nebbia o cercato come io ti
cercavo, e allora tutto ciò che mi restava in mano era
sempre la notte del desiderio, il tremito della speranza.

Ti cercai nei paesaggi vergini d’ogni alfabeto, dove nessuno
è sceso a mettervi un sudario, e che stanno in palmo
di mano a Dio come reliquie: lo sguardo nuziale
delle cordigliere della Sierra o il puro idillio pensante
della Hanabanilla,

e quella sera, dal belvedere di San Biagio, come
nel primo vaporoso mattino del mondo,

e quella notte, sotto l’aspra e dolce stellata dell’Escambray,
sul capo di Cristo giacente che guarda il Padre
viso a viso: la conca dell’occhio della roccia, la narice
e le labbra di roccia, i capelli e le barbe di alberi enormi
e innocenti.

E certo stavi lì; ma un velo ci separava, sottile e insuperabile.
Nel respiro della natura, sempre lontana, sentivo
il tuo silenzioso richiamo e dono, ma non potevo rispondergli,
perché eri e non eri lì, il tuo esser diffuso
era un indicarmi un luogo altro che non sapevo trovare;
me ne tornavo eccitato e triste, il raggio di grazia
scivolato di mano, la gloria soave che ripiomba in petto
e si dissolve.

E anche ti cercavo sempre in me stesso. Non eri forse del
mio lignaggio, del mio sangue? Non eri in qualche
modo me stesso? Non mi bastava infatti calarmi nella
memoria per riplasmarti, nei sapori più segreti, come
l’orfano che al buio tasta i lineamenti della madre?

Ma è davvero possibile ricostruire un’alba? E poi, non
ero io stesso il maggior ostacolo? Quella continua coscienza
di una perdita, di una caduta, di un impossibile,
non era proprio quanto sempre m’impediva di
afferrare la tua realtà?

Ti ho cercata senza tregua, tutta la vita, e ogni volta più
ti travestivi, lasciando mettere al tuo posto grottesche
simulazioni, immagini di vuoto e di vergogna.

Diventavi l’enigma di una follia, un banale quiz, e più non
sapevamo chi eravamo, da dove venivamo, il sapore
dei cibi del corpo e dello spirito.

Invece oggi finalmente ti vedo, volto di patria mia! È stato
semplice come aprire gli occhi.

So che la visione presto cesserà, sta già svanendo, e che
l’abitudine minaccia di nuovo di invadere tutto con le
sue vaste mareggiate. Perciò mi affretto a dire:

Il volto vivo, mortale ed eterno della mia patria è nel volto
di questi uomini umili che son venuti a liberarci.

Io li guardo come uno che beve l’unica cosa che può saziarlo.
Li guardo per riempire l’anima di verità. Perché
essi sono la verità.

Perché in nessun libro, in nessuna poesia né paesaggio né
coscienza né ricordo, ma in questi contadini, si
verifica la sostanza della patria come nel giorno della
resurrezione.

6.1.59

*

dalla rivista “Poesia”, Anno XXV, Novembre 2012, N. 276, Crocetti Editore, trad. di Nicola Licciardello

*

Cintio Vitier – Poeta cubano (Key West, Florida, 1921 – L’Avana 2009). Esponente del gruppo Orígenes, sorto intorno a J. Lezama Lima, ha dedicato ai poeti che lo costituirono importanti studî (Diez poetas cubanos1948Cincuenta años de poesía cubana. 1902-1952, 1952) e parte di un’ampia produzione saggistica (Lo cubano en la poesía1958Temas martianos1969 e 1982). Nella sua poesia, la parola si fa veicolo di conoscenza, alla ricerca del significato ultimo dell’essere e delle cose (Vísperas. 1938-1953, 1953Testimonios. 1953-1968, 1968La fecha al pie1981Poemas de mayo y junio1990; Nupcias1993Antología poética1993Dama pobreza1995Poesía1997). Da ricordare il romanzo di memorie De Peña pobre (1980). Della sua corposa produzione saggistica sono ancora da citare i più recenti: Prosas leves(1993); Para llegar a Orígenes (1994); Lecciones cubanas (1996); Resistencia y libertad (1999). Nel 2002 gli è stato assegnato il premio Juan Rulfo. (tratto da enciclopedia Treccani)

Francesco Marotta, Nei mari del racconto (estratti)

Condiviso da La dimora del tempo sospeso che si ringrazia

Francesco Marotta, Nei mari del racconto

Da un’eternità passeggera
(1998 – 2003)

ci sono strade disegnate
dalla lingua di terra
che spira luce tra i sassi
e le conduce,
impollinate di voci,
ai mari del racconto,
sentieri fioriti su corpi
di parole
da leggere nel brivido
della sera varcata
a rovescio delle ombre: –

i passi imparano la danza
in rovesciate cadenze di radici
come orme schiarite
da campate di silenzi,
da sprechi di sillabe
che simulano bocche
a divinare la rotta,
la meraviglia oscura della scelta

(nell’alba che rosseggia
anche il grano è una
macchia di sangue
che fluttua, ondeggia
per partorire occhi
dentro il vento –
tatuare la pagina del giorno
con lettere sempre in volo
su creste d’aria
di un alfabeto nuovo)

.

*

spira aria di sogno
dal sasso sorvolato d’acque,
da silenziose guglie
di schiuma –
il vento lo nutre
di stralunati muschi
carichi di miti, di mari
intravisti nel ruggito
della nuvola, in torme d’ali
naufraghe di remote derive: –

è questa luce, improvvisa
cicatrice del lontano,
è questa passione,
acquario di divinità
emerse dal flutto
che si consuma in ombre,
il tempo andante
per incoscienti filamenti
di mattino

.

*

voci al diafano
inchiostro di un lume,
non un frangere d’aria
al capezzale delle labbra
ma pungenti balaustre
di respiro, nevi
intagliate
nel letargico assedio
del gelo o nella febbre
del mattino –
quando resistono
alle fronde della luce
e si rinserrano
in sfere umide di suono
sul limite alluvionale
di detriti vaganti, alle soglie
di una trasparente
dissoluzione, di una
indicibile
alchimia di echi

.

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Forugh Farrokhzad, tre poesie

Forugh Farrokhzad, tre poesie

Nonostante la brevità della sua esistenza, l’autrice iraniana è riuscita a cogliere i cambiamenti culturali e sociali avvenuti in Medio Oriente nel Novecento in termini di spinte liberiste e mutamenti del costume. I suoi scritti hanno rivoluzionato lo sfondo della composizione poetica in Iran. (da Nena News – qui l’articolo)

*

LA CONQUISTA DEL GIARDINO

Quel corvo che volò
Sopra di noi
E s’inabissò nel pensiero agitato di una nuvola vagabonda,
Il cui grido, come una corta lancia, percorse tutto l’orizzonte,
Porterà la notizia di noi in città.
.
Tutti sanno,
Tutti sanno
Che tu ed io da quel pertugio freddo e tetro
Intravedemmo il giardino
E da quel ramo ameno e impervio
Spiccammo la mela.
.
Tutti temono,
Tutti temono ma tu ed io
Ci unimmo con la luce, l’acqua e lo specchio
E non tememmo.
.
Io non parlo di un fragile legame tra due nomi
Né di un vincolo nelle pagine lise di un registro.
Io parlo dei miei voluttuosi capelli
E degli ardenti papaveri dei tuoi baci,
Dell’intimità clandestina dei nostri corpi
E della nostra nudità che riluce
Come le squame dei pesci nell’acqua.
Io parlo della vitalità argentina di un canto
Che una piccola fontana intona all’alba.
.
Una notte, domandammo alle lepri selvatiche
In quella foresta verde e frusciante,
Alle conchiglie copiose di perle
In quel mare agitato e freddo
E alle giovani aquile
In quel monte straniero e trionfante:
Che si deve fare?
.
Tutti sanno,
Tutti sanno.
Noi abbiamo penetrato il freddo muto sogno dei Simorgh,
Cogliemmo la verità nel piccolo giardino
nell’espressione timida di un fiore anonimo
E l’eternità in un momento senza fine
Quando due soli si fissano l’un l’altro.
.
Io non parlo di sussurri timorosi nel buio,
Io parlo di luce del giorno e di finestre aperte,
Di aria fresca,
Di un forno nel quale bruciano cose inutili,
Di terra resa fertile con un’altra coltura,
Di nascita, di evoluzione, di orgoglio.
.
Io parlo delle nostre mani innamorate,
Che hanno gettato, al di sopra delle notti,
Un ponte foriero di profumo, di luce, di brezza.
.
Vieni nel prato,
Nel prato aperto
E invocami attraverso i sospiri del fiore di seta,
Come la gazzella la sua compagna.
.
Le tende traboccano celato odio
E le candide colombe
Dall’alto della loro torre bianca
Fissano in basso la terra.
.
.
IL VENTO CI PORTERÀ VIA
.
Nella mia fuggente notte, ahimè!
Il vento dà udienza alle foglie degli alberi.
Nella mia fuggente notte incombe l’angoscia della desolazione.
.
Ascolta,
Odi il respiro delle tenebre?
A questa esultanza io mi sento aliena,
La disperazione mi è propria.
Ascolta,
Odi il respiro delle tenebre?
.
Ora, nella notte, qualcosa accade.
Infuocata e inquieta è la luna
E su questo tetto, che, ogni istante, rischia di crollare,
Le nuvole, come un corteo funebre,
Sembrano in attesa del momento di piovere.
.
Un momento
E poi, nulla.
Dietro questa finestra sta palpitando la notte
E la terra
Sta arrestando il suo moto.
Dietro questa finestra uno sconosciuto
È in trepidazione per me e per te.
.
Oh, mio tutto virente!
Rimetti le tue mani, come un cocente ricordo,
Nelle mie mani innamorate.
Sciogli le tue labbra, come una vibrante sensazione di vita,
Alle lusinghe delle mie labbra innamorate.
Il vento ci porterà via.
Il vento ci porterà via.
.
.
PECCATO
.
Peccai un peccato pieno di piacere,
In un abbraccio che era caldo e ardente.
Peccai tra braccia
Che erano roventi, assetate di vendetta e come ferro.
.
In quel luogo solitario, buio e silenzioso,
Guardai i suoi occhi pieni di segreti.
Ansimante, il mio cuore trasalì nel petto
Alla supplica del suo sguardo implorante.
.
In quel luogo solitario, buio e silenzioso,
Sedetti confusa accanto a lui.
Le sue labbra sulle mie labbra stillarono desiderio.
Dimenticai le pene del mio folle cuore.
.
Sussurrai al suo orecchio frasi d’amore:
Voglio te, o mio amato,
Voglio te, o abbraccio vivifico,
Te, o folle amato mio.
.
Desiderio divampò nei suoi occhi;
Vino rosso danzò nella coppa.
Ebbro, il mio corpo contro il suo corpo
Fremette nel soffice letto.
.
Peccai un peccato pieno di piacere,
Accanto a un corpo tremante e privo di sensi;
O Dio, io non so che feci
In quel luogo solitario, buio e silenzioso.
.
Traduzione dal persiano di Daniela Zini
.
FORUGH FARROKHZAD è stata una poetessa, attrice, produttrice e cineasta iraniana. Nacque a Teheran il 5 gennaio del 1934. Seguì gli studi di disegnatrice di moda e si dedicò alla pittura. Sposata a diciassette anni, si trasferisce col marito, ad Ahvaz, nel sud dell’Iran. Comincia a scrivere molto presto: è nel 1952 pubblicò la sua prima raccolta di poesie Assir (Prigioniera). Dopo la nascita di Kamiàr, il bimbo sempre presente nelle sue poesie, divorzia e torna a Teheran, ma non le sarà concesso di rivedere suo figlio.  Dopo la pubblicazione di Divàr (Muro), inizia una fase più serena della sua vita: viaggia in Germania e in Italia, a Roma scrive le sue poesie più forti e più audaci, come «Canto di belleza», e «Rivolta di Dio». Del 1958 è Ossiàn (Rivolta), che, come i due primi volumi, suscita polemiche ed entusiasmi. Nel 1958 conobbe il regista–scrittore Ebrahim Golestan, noto scrittore e cineasta engagé di cui diventa fedele collaboratrice. Iniziò a occuparsi anche di montaggio, sceneggiatura e regia. E’ del’incontro con Ebrahìm Golestàn inizia una tempestosa relazione che durerà fino alla morte di Forùgh. Studiò inglese e produzione in Inghilterra, ebbe esperienze come attrice e produttrice. Dopo un soggiorno di studi in Inghilterra, la poetessa diventa cineasta e realizza alcuni importanti documentari, con i suoi bellissimi testi poetici: Atèsh (Fuoco), è sull’incendio di un pozzo di petrolio; la lotta disperata dell’uomo contro le forze ribelli della natura si svolge sullo sfondo di villaggi sperduti nel deserto. Il film: Khanèh siàh ast (La casa è nera), sul lebbrosario di Tabriz, che vinse i premi in tutto il mondo, tra gli altri anche il primo premio alla regia al festival di Uberhausen. Con La casa è nera, film girato quando lei aveva solo 27 anni, parla dei lebbrosi che vivono nascosti in un istituto e lontani dal resto del mondo. Nello stesso anno pubblicò la sua opera poetica più importante, Tavallod-e-digàr (Un’altra nascita). Del ’65 è un altro suo film di successo, Il mattone e lo specchio; è la storia di un neonato abbandonato in un taxi, che fornisce all’autrice l’occasione per descrivere la Teheran degli anni ’60 nei suoi aspetti più contrastanti. Nel ’66 partecipa al festival di Pesaro. Incontra Bernardo Bertolucci e altri attori e registi italiani.  Il 14 febbraio 1967 morì prematuramente in un incidente automobilistico a Teheran, mentre si recava a vedere un film italiano. Sarà pubblicata postuma l’ultima, e forse anche la più importante, raccolta poetica, Iman biavarim be aghaz-e fasl-e sard (Crediamo soltanto all’inizio della stagione fredda).
-per questa pagina si ringrazia La farfalla di fuoco – Rivista di Letteratura e Cultura Varia
in apertura: Villa di Livia, affreschi del giardino, parete corta meridionale; affresco del Ninfeo (dettaglio) 40-20 a.C., Roma, Palazzo Massimo.

Rebecca Kinzie Bastian, quattro poesie da Charms for finding

Rebecca Kinzie Bastian, quattro poesie da Charms for finding

(Mimesis Hebenon, 2013 – traduzione, dall’inglese, di Elisa Biagini)

*

Capriccioso
.
Bocche di pioggia baciano
la finestra e tu
ti alzi barcollando per aprirla.
L’odore dei lillà
entra di corsa per tenerti il viso tra le mani.
Da qualche parte i lamponi
spingono di lato i loro fiori
di velo nuziale per il colore
più bagnato. Il tuo stesso
corpo ti ha ingoiata.
Sei un prato, da tempo
pieno di soffioni. I papaveri
allungano le loro teste, ovariche,
verso il sole. Il rosso
sbadiglia dentro.
.
.
.
Pezzi di carta o pezzetti di luce
.
Le stesse cose. Lo stesso cercare matite
nelle tue tasche. Gli stessi brandelli
in fondo alla piega. La stessa lanugine
.
morbida che sa della testa di tuo figlio.
La stessa nebbia di mattina alla finestra.
Lo stesso dito che ci imprime
.
una parola. Lo stesso verde che fiorisce
dietro a quella. La stessa parola
di ieri. le stesse vocali rotte
.
nella tua bocca. Lo stesso sapore
che sale da sotto la tua lingua.
Lo stesso miele. La stessa contentezza.
La stessa luce. La stessa carta. Lo stesso amore.
.
.
.
Natura morta in movimento
.
Macchiati di sudore e erba. Spirituali.
Tu ed io. Descrizione al di là
dell’articolazione. Parlami ed io
coloro le tue parole con le mie.
Toccami. Spennella luce dietro l’occhio.
I nostri corpi illuminano, illustrano, si sollevano
come risposte sulle labbra di stranieri:
.
fraseggia, ekfraseggia, eccita.
.
.
.

Anche le parole possono essere esauste di noi

Il gatto mi è in grembo, in fasce.
Deve essere sepolta. Dove
è il buco? Nelle mie mani
la perdita, il terreno irregolare.

C’era un’angoscia. C’era la questione
di dove. C’era un ago.
Il ragazzo ha detto “no” e “no”,
un suono che non smetteva. Come un fuso; come una campana.

Di chi era quel pianto mentre guidavamo
a casa? Non io, di sicuro, che ho detto “Adesso”.
Non il mio viso bagnato e colpevole. Non i miei palmi su questo
impianto di raffreddamento.
Ago nella mia gola; punto su uno straccio.

Talvolta ci sono delle punture
quando si prende il miele. Anche
le parole possono essere esauste di noi. Qualche volta
mi taglio le mani sugli accenti, acuti, gravi.

.

Rebecca Kinzie Bastian, nata e cresciuta in Svezia, ha ottenuto un Master dal Vermont College, è stata vincitrice di una borsa di studio Brad Loaf Margaret Bridgman e attualmente lavora come editor e copywriter in Pennsylvania (dalla quarta di copertina)

 [per questo articolo si ringrazia Roberto Bertoldo]

Elias Konstantìnou, due poesie dall’Antologia a cura e traduzione di Massimiliano Damaggio

Elias Konstantìnou (Limassol, Cipro, 1957 – 1995), due poesie dall’Antologia a cura e traduzione di Massimiliano Damaggio per La dimora del tempo sospeso – Poeti Greci Contemporanei -V- (qui) che si ringrazia.

*

Mietitori
.
Resti per ultima la realizzazione del sogno
che prima diventi lo zero il difficile compagno del nessuno
insieme a loro che si passi le menzogne invisibili
e vediamo infine di accettare l’attrazione del male che ci bastona.
.
Ti aspetto – notte giorno e respiro
strani calci di pistola per i giunchi immobili
suoni fragranti che lodano lo strutto.
.
Se futuri storici sentenzieranno che la nostra epoca
il mondo fu un immenso cesso e frantumi nei campi
saranno in errore.
In ogni caso saranno figli delle torture odierne del suolo
si puliranno il grasso dalle labbra
sui fazzoletti ricamati del nonno
e ci guadagneranno – dall’intestino grasso del passato
e si nasconderanno, cosmetici, sotto la superficie dura delle parole.
Sarà laboriosa la registrazione della storia – furba frode
perché per allora (nel futuro che viene) sapranno di certo
che gli amori che gioiscono sono ancora vivi, nonostante tutti gli aborti
e che le parole sono vive – uccelli dentro i polmoni
e portano sul vassoio la testa che parla – le loro promesse.
Aspetto che ci chiniamo, lettera in corpo chiuso e vuoto, tutti corresponsabili
per l’immune natura di un mondo che è d’accordo
nello smettere di delirare.
.
.
.
Rughe
.
Chi è vissuto senza rete e senza campo
povero cioè – figlio di puttana – bastardo – ubriacone – assassino
urli in mezzo alla strada della bontà fra gli uomini
è un balsamo – uno strano balsamo
è anche agnello di dio che toglie i peccati del mondo
o anche il miglior articolo dell’azienda: “Bravi i coglioni
che guardano molto la tv”. Complimenti, allora
che siedi, che pensi – che sfogli (suona meglio)
le perdute occasione della tua gioventù.
E te la prendi – te la prendi forte con i nostri giovani – sì, loro
che vivono senza reti – figli di puttana
e di un padre coglione. Loro sono arrabbiati e
sperperano i propri corpi calda telepatia. Se vuoi – guarda
volano
come uccelli feriti – e tu non sei medico
non hai bende – né hai mai creduto – né hai mai giurato
ad alcun divino ministro della salute.
E solo vivi – senza reti – e senza etica
e vai d’accordo – con la voce scontrosa dei vecchi
dei vecchi di vent’anni.
.
Una tiepida voce entra nel testo:
“Non ti ho detto di aspettare in cortile?
Se vuoi – è musica – insieme – con i nostri seni”
Fine della voce. Tagliati i petti – e il mare
latte acidato – e fichi sottaceto a Chlòrakas
dove tutt’uno il popolo greco di Cipro sta, sereno
con gli occhi che splendono di lacrime guarda
l’inaffondabile atto d’unione – che appare all’orizzonte.
.
(in apertura, opera Kazimir Malevich, Mietitura, 1912)

Giorgio Galli, due poesie in dono

Giorgio Galli scrive di sé: “Sono nato a Pescara nel 1980 e mi sono laureato in Scienze della Comunicazione a Siena. Vivo a Roma dove esercito la professione di libraio. Scrivo sul blog Perìgeion. Ho pubblicato La parte muta del canto (Joker, 2016), Le morti felici (Il Canneto, 2018) e L’inventore di vite (Il Seme Bianco, 2018). Sono fra gli autori del Repertorio dei matti della città di Roma a cura di Paolo Nori (Marcos y Marcos, 2015) e dell’antologia critica Perturbamento a cura di Marco Ercolani (Joker, 2016)”.

*

Cadono gli angeli
.
Io non lo so per quale legge accade,
eppure accade: e sembra che gli alberi
non abbian posto per i frutti più buoni,
che il grembo delle madri
non ce la faccia a sopportare il peso
di quanto di migliore ha custodito.
“Muore giovane colui che al cielo è caro”
si diceva una volta: ed era un amore-odio,
colui che gli Dei amavano, lo invidiavano
e lo annientavano senza pietà.
Come se fosse troppo bello per poterlo tollerare
come se la sua presenza fosse un monito
di ciò che doveva essere, e non era:
non si poteva essere più divini degli Dei.
E la gente è proprio come Giove,
vede un bel viso e lo sfregia,
trova un muro bianco e ci scrive su,
nasce un figlio troppo buono e lo ricusa.
Lui girerà per il mondo impazzito
folle di rabbia e di dolore
e diranno: “È così che si diventa
ad esser troppo simili a lui”.
La sua pazzia sarà consolazione.
Cadono gli angeli come cade la neve,
come cade la neve, e poi si scioglie.
.
.
.
Chagall
.
Una luna azzurrissima riposa.
Tutta la città tace: è notte. Quand’ecco dalle case
vedi uscire un rabbino
con i libri della Legge fra le mani,
un giocoliere, uno col violino
che volteggia suonando sopra i tetti.
Vanno fluttuando nell’aria come uccelli,
come bambini che giocano nel mare.
Le candele si accendono su Vitebsk
e la banda accompagna il funerale
– il funerale della tua compagna
che ancora giovane un giorno ti lasciò.
Vola davvero sopra i tetti rossi
insieme agli angeli ai violini e alle trombe
con la sua veste da sposa,
madre dolcissima in oro di Bisanzio…
.
Giorgio Galli è on line con il suo blog La lanterna del pescatore (clicca qui)
(in apertura, opera di Gianni Gianasso; in chiusura, opera di Marc Chagall)

Ingrid De Kok, due poesie

 Ingrid De Kok, due poesie da Other Signs (Kwela Books, 2011)

Per questo articolo si ringrazia la rivista “Atelier poesia”.
.
Vocazione
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Ci sono venuta da sola ma la via del nettare mi ha aiutato.
Ci sono stati altri segni, come sempre ci sono.
La bussola di mio padre per darmi la direzione.
I messaggi in aria di mia madre,
.
Frecce bianche agli incroci, dipinte da amici,
Il codice dell’infanzia, tutti e sette i sensi,
Segnali di pericolo lanciati da sconosciuti,
Le tombe del mio paese, i suoi recinti elettrici.
.
Uno zaino di canzoni, una mappa di parole,
Perfino un rimario.
Una Bibbia, dieci penne, carta filigranata.
Oggetti ordinari per lo più.
.
Le stelle sono state indispensabili, certo,
Anche la luna, a volte una pillola amara.
E un po’ di vento ha continuato a battere le ali venate
Piegando me e il salice al suo volere.
.
Per trovare la strada mi raccontavo storie.
Quella di Arianna mi è servita ma il suo filo di seta
Ti lega le caviglie se non fai attenzione.
E non mi sono persa, anche se tutto si è ridotto
.
A una dimora che un tempo respirava
Occupata per poco
Dove canzoni, il suono del liuto,
Perfino il graffio della penna, non si sentono più.
.
Dal tetto in rovina
Proviene un unico suono:
Il verso indifferente di un gufo.
Ruota il capo,
Inclina i ciuffi delle orecchie,
Getta lo sguardo
Nel buio
Guardando, aspettando, come deve,
.
Che io e altri cantori,
Altre prede necessarie,
Troviamo la strada nella boscaglia
Ci liberiamo dei nostri zaini preziosi
.
Miglio dopo ultimo miglio,
Mentre veniamo qui
Di nuovo all’inizio e alla fine,
Silenzio, luogo di riposo.
.
.
*
.
Vocation
.
I led myself here though the honeyguide helped.
There were other signs, as there always are.
Father’s compass to spin me around,
Mother’s messages in the air,
.
White arrows at crossoroads, painted by friends
Childhood’s morse, all seven senses,
Warning flares fired by strangers,
My country’s graves, its electric fence.
.
A backpack of songs, a map of words,
Even a rythming dictionary.
A bible, ten pens, watermarked paper.
Most things quite ordinary.
.
The stars of course were indispensable,
Also the moon, though sometimes a bitter pill.
And a little wind kept beating its veined wings
For the willow and me to bend to its will.
.
To find my way I told myself stories.
Ariadne’s helped but her silken twine
Encircles your ankles if you’re not careful.
And I am not lost, though things are winding down
.
To a once breathing house
On short-term lease
Where song, recorded lute,
Even pen’s scrape, have almost ceased.
.
From the crumbling roof
Only one sound left:
An owl’s indifferent hoot.
It swivels its head,
Tilts its tufted ear,
Casts its eyes
Into the dark
Watching, waiting, as it must,
.
For me and other singers,
Other necessary prey,
To find our way through the brush,
To shed our precision packs
.
Mile by last mile,
As we lead ourselves here
Back to the beginning and the end,
Silence, resting place.
.
.
.
Tutto considerato
.
Non si poteva fare più
Di quanto è stato fatto
.
Non è colpa di nessuno
Solo indifferenza ordinaria
.
Poteva andare peggio
Tutto distrutto
.
Famiglie intere sepolte
Lunghe file di rifugiati
.
Incendi da spegnere
Inondazioni da governare
Letti di ossa
Crateri
.
Disastro di più vasta scala
Di fronte a tutto questo
.
Una piccola morte
Quasi senza peso
.
Tutto considerato
.
.
*
.
All things considered
.
Not much more could have been done
That was done
.
Nobody culpable
Just normal indifference
.
It could have been worse
Everything ruined
.
Whole families buried
Long lines of refugees
.
Fires to extinguish
Floods to manage
.
Bone beds
Craters
.
Disasters on a bigger scale
Balanced against this
.
Small death
Almost weightless
.
All things considered
.
.
(Traduzioni dall’inglese di Paola Splendore)
.
.

Ingrid De Kok: nata nel 1951 nei pressi di Johannesburg, Ingrid De Kok emigra in Canada negli anni settanta. Nel 1983 torna in Sudafrica dove tuttora dirige un programma di educazione per adulti presso l’Università di Cape Town ed è impegnata in varie attività editoriali e culturali. Quattro le raccolte poetiche principali: Familiar Ground (1988), Transfer (1997), Terrestrial Things (2002) e Seasonal Fires (2006). La poesia di De Kok, tradotta in molte lingue europee e in giapponese, appare per la prima volta in traduzione italiana nell’antologia Mappe del corpo edita nel 2008 da Donzelli.

Paruyr Sevak, due poesie tradotte da Paolo Statuti

Paruyr Sevak, due poesie

Suppongo
.
.
Io posso supporre
Che quest’acqua non sia torbida, ma limpida.
Io posso supporre
Che questa casupola sia una splendida dimora.
Io posso supporre
Che questo fumo
Sia carbone che evapora.
E una rossa stoffa sottile
Non sia uno straccio, ma una lingua di fuoco.
.
Io posso supporre che tu sia con me,
Malgrado ci dividano valli e montagne.
Io posso supporre
Che tu sia modesta e timida.
Ma in realtà,
Tu semplicemente non ti accorgi di me…
.
Io posso supporre
Che un sogno sia realtà,
E una pesante sconfitta
Sia una straordinaria vittoria.
E una pera… una grande anfora,
E un giorno di festa…un funerale,
E una montagna…una grande fossa capovolta,
E una piccola penna stilografica
Sia il il mio dito,
Che, sembra, si chiami esattamente mignolo…
.
Io posso supporre,
Ma a che pro? (E allora?)…
.
.
§
.
.
Lo stretto delle mani
.
Le nostre mani si sono unite,
Soltanto due mani.
Ma è come se
Non fossero le nostre mani,
Ma… soltanto uno stretto:
Ci siamo mescolati,
Come due mari vicini,
A lungo divisi…
.
tradotte dal russo da Paolo Statuti
.
Paruyr Rafaelovič Kazarjan, una delle voci più rilevanti della poesia armena del XX secolo, nacque il 24 gennaio 1924 nel villaggio di Chanakhchi. Quando propose a una rivista la pubblicazione delle sue prime poesie, gli dissero che il cognome Kazarjan non sonava bene per un poeta e gli consigliarono di trovarsi uno pseudonimo. Dopo averci pensato un po’ scelse «Sevak», cioè il nome di un poeta vittima del genocidio degli Armeni. E da allora si chiamò così. Dopo gli studi di Filologia presso l’Università di Erevan (1940) e quelli di Letteratura armena all’Accademia armena delle Scienze (1945), conseguì la laurea presso l’Istituto di Letteratura  Gor’kij di Mosca (1955). Qui sposò Nina Menagarišvili, dalla quale ebbe due figli – Armen e Korjon. Dal 1957 al 1959 lavorò presso questo Istituto, traducendo in armeno tra gli altri: Puškin, Lermontov, Esenin, Blok, Brjusov e Majakovskij. Nel 1960 tornò a Erevan, dove fino alla morte occupò posti di rilievo in campo letterario e politico.
Le prime poesie di Paruyr Sevak uscirono sulla rivista Letteratura sovietica. La prima raccolta, Ordini immortali, uscì nel 1948 a Erevan in tremila copie in due volumi. Essa esprimeva l’onestà e l’integrità del suo pensiero, la prima battaglia contro la consolidata corruzione culturale da lui iniziata e vinta. Ad essa seguirono: La strada dell’amore (1954), Di nuovo con te (1957), L’uomo in palma di mano (1963), E sia la luce (1969) e I tuoi conoscenti  (1971). Una profonda impronta lasciò nella sua creazione la fuga dei genitori dall’Armenia Occidentale sotto il governo della Turchia Ottomana, e il fatto di essere scampati al genocidio degli Armeni, consumato nel 1915 dai Giovani Turchi. Le riflessioni del poeta su  questa tragedia nazionale sono espresse in particolare nel poema Il campanile non tace (1959), dove il tema principale è la vita e la morte del religioso, compositore e musicologo Komitas,  e nel poema Liturgia a tre voci  (1965), dedicato al cinquantenario del genocidio.
Morì assieme alla moglie Nina il 17 giugno 1971 in un incidente stradale avvenuto in circostanze non del tutto chiarite, e dove, considerando il suo atteggiamento critico riguardo alla corruzione della classe dirigente sovietica, molti Armeni vedono la mano del KGB. Infatti fino all’ultimo restò fedele al suo impegno: «Prometto di non essere un esattore delle imposte, ma un figlio del difficile secolo, come esso è e come io sono. Ma prometto di perdere il mio tempo o di giocare, piuttosto che diventare un agitatore di una letale ideologia».E’ sepolto nel giardino della sua abitazione a Zangakatun, attualmente un museo a lui intitolato.
(dal blog musashop.wordpress.com di Paolo Statuti, che si ringrazia — in apertura, foto Carmen Buffa, dal web)

clicca QUI per leggere altre poesie armene tradotte in italiano

Gianmario Lucini, L’altro profeta

– per gentile concessione del sito poiein.it che si ringrazia –

Gianmario Lucini (1953-2014)

L’altro profeta

[La poesia, con toni a volte sdegnati, a volte ironici e a volta lirici, addita la categoria dei “falsi profeti”, coloro che hanno verità ad uso e consumo di obiettivi esterni, di secondi fini che in realtà sono forme di umiliazione e di oppressione dell’uomo, in nome non di una giustizia che viene da una visione trascendente ma di una giustizia “del sistema”, del più forte].

.

E’ sul volto del febbraio che inizi a titubare.
.
La terra s’apre e tu ti fai di sasso
cammini indietro, t’involgi
dentro l’utero del tempo abominando
il nuovo da radici morte
e non vedi i giovani corpi e spiriti che vanno
dietro all’amore liberi uccelli trasmigranti
e l’innocenza che si lascia alle spalle
definitivamente
l’irredimibile feticcio de la parola proclamata
alta e sapiente e padrona su noi
piccole nebbie uomini e donne dell’età complessa;
non vedi ciò che vale nelle braccia
e nei baci
e il frutto dentro il ventre vivo che ci illumina
serena rinuncia all’escatologia
dell’onnipotenza;
…………………….. ti sbatti
t’arrabatti ai trivi profeta cialtrone
settario gonfio di birra
dopo secoli strasazi.
.
Che può venire mai dalle tue ubbie
che mai dalla rabbia che t’avvolge
disegni e veti e scongiuri a impastare il pane
che ci tocca sudare
per vivere ambigui – mentre altrove
suona a festa la campana del male
come ad avvallare il meccanismo che ci regola
ordigni a tempo pronti a esplodere
scagliando al cielo brandelli d’umano
sacrificati alla giustizia del sistema.
.
Oh noi che cerchiamo l’innocenza
e ci lasciamo incantare da una fede
senza carità
e veneriamo l’esatto, il razionale,
correggiamo la giustizia naturale
del vedere del sentire dell’andare
verso l’altrove e l’altrimenti
ma non ci fidiamo più del gesto d’una mano tesa
nella sua nuda evidenza
.
– il chiodo confitto è soltanto
estetica dell’apparenza.
.
(Immagine d’apertura: Picasso, Il poeta, 1912)

Michail Ajzenberg, due poesie

Michail Ajzenberg, due poesie

*

Gli sbalzi inavvertiti dei giorni
dal successo al silenzio.

Diventa ancor più difficile, più facile. Più difficile.

Ancora più assurdo e casuale.

Guardate: fa scena muta.
Guardate! Una voce tra tante priva
di possessore. Forse, già di nessuno,
serpeggia bassa. (Tutto si aggiusta).

E canta come acqua sotto pressione,
in modo fine e a un tempo improvviso,
mentre assicura: “Sono un corvo! Sono un corvo!”

.

*

Di cosa vive l’anima?

Non l’ho forse nutrita col coltello
tutto l’anno a una tavola imbandita?

A sorsi ha bevuto miseria altrui.
E lì sulle orme dei titani
inciampo io con la mia anima.

Ah, una strega!
Appena udrà il primo tocco, ci si fionderà.
Che sia periferia di Mosca o sia mattino.

E poi dice: ecco qui.

E dice ancora:
“Evita almeno la paternale,

o tu signore,
non sei padrone della tua senilità?

o tu signore,
nell’abisso segreto non sei unito?

Forse non sei unito al fondo
con ogni filo del naturale
che trema nell’insaziabile arsura.
Di questo solo vive.”

Il corpo, fanghiglia ossea.
Ma la sirena urla in testa,
raccogliendo tutto in uno

ogni sforzo, ogni capello.

l’ineluttabile si svela,
esorcizzando in fretta e furia:

– Osso temporale!
– Tempo di bianco natale!
– Buio infernale!
– Aritmia ventricolare!

 .
Traduzione di Elisa Baglioni per il sito Nuovi Argomenti che si ringrazia. In apertura: Wassilij kandinskij, primo acquerello astratto, 1910

.

Michail Ajzenberg nasce nel 1948 a Mosca. Nel 1972 termina la Facoltà di architettura. Ha lavorato fino al 1989 come architetto, negli anni Novanta collabora con riviste letterarie e case editrici tra le quali “Literaturnoe obozrenie”, “Proekt OGI” e “Novoe izdatel’stvo”. In epoca sovietica pubblica nelle riviste d’emigrazione “Vremja i my”, “Kontinent”, “Sintaksis”. Nel 2003 riceve il premio Andrej Belyj. Le opere di saggistica e di poesia sono pubblicate in patria dai primi anni Novanta. Nel 1993 esce la raccolta Ukazatel’ imen (Indice dei nomi), nel 1995 Punktuacija mestnosti(Punteggiatura del territorio), nel 2000 Za krasnymi vorotami (Oltre Krasnye Vorota), seguita da V metre ot nas (A un metro da noi), Rassejannaja massa (Massa diffusa) e nel 2011 Slučajnoe schodstvo (Affinità casuale). Nel 2008 esce il volume antologico Perechod na letnee vremja (Passaggio alla stagione estiva). I suoi saggi sulla poesia del secondo Novecento sono raccolti in Vzgljad na svobodnogo chudožnika(Sguardo su un artista libero, 1997) e Opravdannoe prisutstvie (Presenza giustificata, Novoe Izdatel’stvo, 2005). Vive a Mosca. In Italia sue poesie sono presenti nelle antologie La nuova poesia russa (a cura di P. Galvagni, Crocetti, 2003), Poeti russi oggi (a cura di A. Alleva, Scheiwiller, 2008) e in Otto poeti russi (a cura di A. Niero, “In forma di parole”, n. 2, 2005). Nel 2013 è uscito il volume Poesie scelte (1975-2013), a cura di Elisa Baglioni (Transeuropa).

Meira Delmar, due poesie ed una nota sull’autrice

Meira Delmar, due poesie ed una nota sull’autrice

Il miracolo

Ti penso.
La sera,
non è più una sera;
è il ricordo
di quell’altra, azzurra,
in cui amore
si fece in noi
come un giorno
si fece luce nelle tenebre.
Adesso
quando la invoco credo
di essere stata testimone
di un miracolo.

*

Immigranti

Una terra con cedri, con olivi,
una dolce regione di fresche vigne,
lasciarono vicino al mare, abbandonarono
per il fuoco d’America.

Conservavano tra le labbra
il sapore della resina,
e il fumo profumato del narguileh
negli occhi,
mentre la nave si perdeva tra le onde
lasciandosi dietro le pietre di Beritos,
la valle gioiosa ai piedi delle colline,
e i banchetti del vino attorno alla tavola
preparata nell’estate
sotto il cielo pieno di gemme.

Il mare cambiò nome
una volta, un’altra e un’altra ancora
fino ad arrivare alla scottante riva
dove veloci raffiche
di uccelli dipingevano
di colori e musica improvvisa
l’istante,
e il fragore dei fiumi imitava il ruggito
del giaguaro e del puma
nascosti nella selva.

Su rive e su montagne costruirono case
come in passato la tenda nelle verdi oasi
l’antico avo, e le vecchie parole
iniziarono a scambiare
con le parole nuove
per chiamare le cose,
e seppero condividere il cuore con grandezza
come prima l’otre d’acqua nella sete del deserto.
A volte quando suona il liuto della memoria
e la prima stella
brilla nella sera
ricordano il giorno
in cui il bled scomparve lentamente
dietro l’orizzonte.

(Traduzione dallo spagnolo di Giulia Spagnesi)

*

Meira Delmar – Nel 1921 a Barranquilla (Colombia) nacque Olga Isabel Chams Eljach, figlia di due libanesi, Julian E. Chams e Isabel Eljach. Col tempo, una volta definita la sua vocazione di scrittrice, avrebbe scelto per sé il nome, molto simbolico, di Meira Delmar, talvolta trascritto Del Mar. Studiò nel collegio femminile della città e alla Scuola di Belle Arti dell’Università dell’Atlantico. A nove anni, nel 1931, Olga raggiunse con i suoi genitori e i suoi fratelli il Libano. Il viaggio via mare fu un’avventura interminabile e, soprattutto, indimenticabile. Pochi anni dopo, nel 1937, apparvero nella sezione “Poetesse d’America” di una rivista de L’Avana chiamata «Vanidades», alcune poesie con la firma di Meira Delmar. I quattro componimenti poetici, Tú me crees de piedraCadenaPromesa e El regalo de la lluviaerano i primi componimenti di Olga Isabel Chams Eljach, che aveva già scelto lo pseudonimo con il quale sarebbe diventata famosa. La giovane autrice scelse il suo cognome d’arte per via del suo grande amore per il mare, che la accompagnerà sempre e comunque. Per il nome, invece, fece ricorso alle sue origini arabe e, partendo da Omaira, studiò tutta la serie di possibilità e variazioni che questo nome le poteva offrire. Infine, scelse Meira.
La giovane artista decise di pubblicare i suoi primi versi senza esporsi troppo, ovvero celando la sua vera identità, per timore delle reazioni di familiari e conoscenti. Tuttavia, la sua collaborazione con la rivista cubana proseguì e furono pubblicate altre sue poesie. Nello stesso periodo, altri giornali si manifestarono interessati.
All’età di 20 anni Olga Isabel Chams Eljach, ormai a tutti nota come Meira Delmar, pubblicò la sua prima raccolta poetica, Alba de olvido. Nel 1999 quest’opera fu giudicata dai critici colombiani come uno tra i cento migliori libri del XX secolo e collocata tra le venti migliori opere poetiche dell’intero Novecento. Due anni dopo Alba de olvido, uscì Sitio del amor, seguito nel 1946 da Verdad del sueño. Per questa raccolta Meira ricevette la prima delle tante onorificenze assegnatele nella sua lunga carriera poetica dalle più svariate autorità, associazioni culturali e università. Nel 1951 uscì la sua terza opera, Secreta Isla, nella quale la voce poetica è sempre più nitida e forte.
Nel 1958 Meira fu nominata direttrice della Biblioteca Pública Departamental del Atlántico, carica che lasciò dopo 36 anni. Per decreto governativo oggi tale Biblioteca porta il nome di Meira Delmar, come del resto, anche altri edifici, sale di lettura e centri di ricerca.
Nel 1960 la poesia Soneto a una rosa fu giudicata come uno dei trenta componimenti poetici più belli, facendole vincere un premio dell’Academia Hispanoamericana de Letras.
Undici anni dopo, le venne conferita la Laurea Honoris Causa in Lettere dall’Università dell’Atlantico. Nello stesso anno, uscì una sua prima antologia poetica, col titolo Huésped sin sombra. Appena quattro anni dopo, la poetessa fu eletta Donna dell’anno. Successivamente, si recò negli Stati Uniti, dove sarebbe tornata nel 1985 per partecipare ad un congresso sulla poesia tenuto all’Università di Washington.
Dall’inizio degli anni ’80 si moltiplicano le onorificenze conferite alla poetessa che, inoltre, venne insignita dai più nobili ed importanti titoli colombiani e internazionali.
I tanti riconoscimenti furono poi coronati, nel 1993, dalla Medaglia Simón Bolivar, assegnatale dal Ministero dell’Educazione. Si tratta infatti della massima onorificenza che il governo nazionale può concedere.
Nel 1995 uscì Laúd memorioso e Antología e in questo stesso anno si congedò dalla Biblioteca e fu eletta Membro Onorario della Società Bolivariana della Regione Atlantico.
Negli anni successivi uscirono altre due raccolte, Palabras (1997) e Alguien pasa(1998), e uno studio a lei dedicato, Dossier Meira Delmar, pubblicato dalla Universidad del Norte.
L’Istituto Caro y Cuervo di Bogotà pubblicò Pasa el viento nel 2000, proprio nello stesso periodo in cui l’Università del Atlántico creava il Premio Poesia Meira Delmar.
Dal 2001 ad adesso Meira ha continuato a ricevere riconoscimenti e a essere invitata ai più famosi convegni letterari e alle più celebri fiere librarie della nazione colombiana. Nel 2003 il Congresso della Repubblica la insignì con la Orden de la Democracia Simón Bolívar durante un omaggio reso alla scrittrice dalla Unione Colombo-Araba.
(per questo articolo si ringrazia Fili d’aquilone n.10; per leggere altre poesie ed altre notizie sull’Autrice cliccare sul seguente link: http://www.filidaquilone.it/num010delmar.html)