dal blog amArgine: Bologna, 2 agosto 1980 MAI dimenticare

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Agosto è fatto per le zanzare
e per le liti sul bagnasciuga,
piccole proiezioni di egoismo
supportate dalle temperature.
Non dovrebbero esserci variazioni,
ma le previsioni in estate sbagliano.

Puntuali ricordi ferrei
distolgono ferie. Esplode
la grazia d’esserci ancora
a carezzare quella breccia
di mancata dimenticanza.

Che somigli ad un treno
questo percorso di giorni
non solleva nessun dubbio.
Comparse malpagate in scena
smontano democrazie e libertà.
«Non dimenticare» ora, loro, l’atto.

Chiodi arrugginiscono senza vergogna
ad ogni obliterazione e nuovo viaggio.
Il mese sul tabellone delle partenze
è un ventaglio dal suono d’avvoltoio.
La legge non è ancora uguale per tutti. | AnGre

– grazie a Flavio Almerighi (nella condivisione sottostante, due suoi testi) per avermi raccontato “il suo” 2 agosto 1980, da cui è nato questo mio inedito –

almerighi

Angela Fresu anni Tre

ci mancammo di un giorno

faccio progetti, ricognizioni
cerco un posto a buon mercato
per mangiare, brutto anno
per sorrisi, fragoline e gambe magre
in posa davanti al rosso parete
di ruggine e materiali rotabili
l’odore, campassi mille anni

dov’è la stanza delle coccole

sull’estate rimangono stelle cadute,
frutta a chilometri zero
la bomba in stazione
di non si sa chi
l’inizio è onda, una fase

di noi butteranno via tutto
sta serena, unico vizio è ricordare
gli uomini preferiscono le bionde
*

il tempo non esiste

Petroliere puniche al largo della Sirte
trascinano natanti sfondi che
solo un miraggio terrebbe sull’acqua,
all’altro capo del disinganno
bambini giocano sulla spiaggia
persi in tripudi di altoparlanti,
poche le bionde utilizzabili
dall’agenzia delle sembianze.
Eri bambina nell’epoca
della mia felicità più vera.

Pronti i menu, pronti i commensali
al gran banchetto del delitto,
pronto un altro Due Agosto

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letture amArgine: Il nero bagnato è arte, inediti di Angela Greco dal blog di Flavio Almerighi

Tratto da “amArgine”17 luglio 2017
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dalle braccia ormai implicite nell’altro/sopravvissute ad ogni nave che s’inabissò
immersi in un tripudio mistoseta
in una negligenza oblio di sciarpe… (Pasquale Panella)
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10 cent di acqua fresca, un cardo mariano secco
ed un cambioluce alla Hopper. Svolta a destra
la strada del pane; la trebbia sbuffa nella polvere.
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Scrivere per il puro piacere di quello che si sta facendo, per nessuna nuova scoperta stilistica o concettuale, nessun obbligo e nessun inchino alla critica e alla società letteraria…una scelta demodé, un anacronismo o una sopravvivenza? Un ritrovare le origini della specie, la potenza dell’eros anestetizzato dalla razionalità, un riappropriarsi della fisicità del desiderio sbiadito dalla prevalenza cerebrale giustificata dalla precarietà temporale che ci sminuisce anche come esseri umani. Siamo in crisi, nessuno lo nega; quindi come concepire la poesia oggi? Una domanda che spesso mi pongo è se sia esatto adattare asetticamente la poesia all’esterno, come accade in casi definiti di “poesia moderna”, o chiedere alla poesia di portare fuori l’interno che ha partecipato a quell’esterno…Versi diretti, consapevoli di un Io poetante e che Poesia non può essere fondata su teorizzazioni intellettuali, ma che la stessa sia alla fine un ancora-da-comprendere che genera meraviglia, domande, dubbi; versi primordiali, da alcuni punti di vista, ma che svelano il più antico abitante che è in noi, rendendo il fuoco rubato agli dei… (AnGre)
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“Il nero bagnato è arte” (cit.)
Inediti da Lume a marzo, riti di poesia per propiziare la buona stagione di Angela Greco 
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Abito senza pieghe questa presenza;
non bastano spilli e nemmeno respiri.
Voce per poche lettere scucite coi denti.
Mi vesto allora del tuo tempo
spiegata alla carezza che imperla l’orlo
calda del gesto e del tormento.
Ferita irrimarginata tra sera e risveglio,
approdo e tempesta, calice e cielo. Il groviglio
di sangue in grembo dice domani. E, tu, perpetuo
moto a creare ogni momento quello che manca.
 .
Nudi, ai primordi dell’umanità ancora una volta
possiamo afferrare l’ofide da qualsiasi parte.
Ne abbiamo facoltà – dici. Ti credo.
 .
Per la verità dei tuoi occhi, per le mura del tuo borgo,
per la foto in bianco e nero, che fanciullo t’avvicina
alla calce della mia terra che disinfetta dai parassiti.
Nessun demone più
scinderà quello che siamo.
 .
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 .
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La tua voce ha bagnato le mie segrete.
Nessuna gloria e soprattutto nessun altare.
Ho posato la mano e ho visto che sei un uomo
sono stato Tommaso al pari di quanto dici.
Questa umanità dà parole alla mia carta.
Per questa natura vera come una ferita aperta
schiudo cinque petali e ti guardo. Non arrossire.
 .
Tre giorni a primavera.
Filari fioriti bianchi e rosa dicono buona stagione;
i rami si sfiorano in un minuetto, che sospende
le attese e l’inverno. Sei a tre passi, appena
dopo il giro di boa, ad angolo retto
con il desiderio di fiorire.
 .
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Ci siamo ritrovati nella bottiglia dal veliero rotto
affidata alla fortuna e alla distrazione del Caso.
La perla per la quale si sono perse notti
l’ho vista relegata in un comò d’antan
che smagliava le calze dell’ultimo spettacolo.
Abbiamo nuvole a sufficienza per la pioggia.
Torna il respiro nel silenzio di bacio inatteso.
 .
Cosa sei, tu, del mare? Itaca sconosciuta
e abisso, la riva ed il bisso, sabbia e scoglio.
E cosa sai, del sale che emerge ventoso?
Attraverso mostri tra fasciame e stretti
alla gola fauci e squame opache.
Posidonia a guardia di Atlantide, la rete.
 .
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La curva purissima delle tue natiche marmoree
declina il risveglio in salita. Ti guardo, Plutone,
in questo rapimento presagio di primavera. Dilati
la pupilla vorace ed è seta la pietra dell’attesa,
davanti all’eros della tua retta nella mia direzione.
La benevolenza delle tue forme scalpella femminilità
sottraendo incertezze ed è un incipit forsennato
la scapigliatura mattutina, che tradisce la notte al caffè.
 .
Perde terreno il respiro al tuo nitore e alla stretta
delle mani mi rassegno. Ti guardo, abisso Calypso,
senza ossigeno fino alla sfumatura più scura e lontana.
Hanno traslocato maschere mendiche, omini e miserie.
Sei la mia aurora su smagliature e imperfezioni:
il paradiso accade all’oscuro dei voyeur.
 .
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Angela Greco è nata il primo maggio del ‘76 a Massafra (TA), dove vive. Ha pubblicato: in prosa, Ritratto di ragazza allo specchio (racconti, Lupo Editore, 2008); in poesia: A sensi congiunti (Edizioni Smasher, 2012); Arabeschi incisi dal sole (Terra d’ulivi, 2013); Personale Eden (La Vita Felice, 2015); Attraversandomi (Limina Mentis, 2015, con ciclo fotografico realizzato con Giorgio Chiantini); Anamòrfosi (Progetto Cultura, Roma, 2017).
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Immagine d’apertura: Inventing Reality © Josephine Sacabo — grazie di cuore a Flavio Almerighi per la graditissima condivisione :))

Flavio Almerighi, Cerentari (eBook free), antologia – nota di lettura di Angela Greco

Flavio Almerighi, Cerentari (eBook free), antologia – nota di lettura di Angela Greco.

“[…] in fondo siamo nati
credo, per smarrire
e ritrovare la rotta”
(Flavio Almerighi, Beirut Snack, luglio 2017 – inedito)

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Nello scorso giugno è uscito per i Quaderni di RebStein, con il numero LXII, un’antologia del lavoro poetico di Flavio Almerighi. Un eBook (clicca qui per scaricare), che raccoglie, a cura dell’autore, un numero di poesie – tratte dalle undici pubblicazioni edite – e scritte dal 1998 al 2015 insieme con un interessante gruppo finale di inediti scritti tra il 2016 ed il 2017 tale da poter farsi una chiara idea sull’autore e sul suo lavoro poetico.

Quando “trattiamo” la poesia a mezzo condivisione, disquisizioni, intrattenimento, ma anche soltanto leggendola, non dovremmo mai esulare dal fatto che dietro ogni verso, finanche dietro ogni singolo sintagma, vi è sempre l’autore, l’artigiano che ha creato con le sue e soltanto sue specifiche capacità, quello che poi è arrivato a noi, ai nostri sensi e al nostro intelletto, alle nostre, di mani, e si spera sempre al cuore, al centro in cui pulsiamo vitali. Chi ha scritto e consegnato al lettore, anche nel più impersonale ed intellettualistico dei versi, vi ha comunque e sempre deposto una parte di sé e del suo vissuto contingente all’atto creativo. Dietro ogni poesia vi è il poeta; anche colui che, come nel caso di Almerighi, non voglia identificarsi come tale e che non ama, per motivi personali, che lo si chiami poeta. Questa introduzione, che per molti potrebbe scadere in una certa retorica, risulta quanto mai appropriata, se riferita al lavoro antologico appena inserito nel web dal sito La dimora del tempo sospeso: Almerighi è un acuto osservatore, una sentinella come una volta ha detto lui stesso, di quanto accade dentro e fuori la sua persona e rende al lettore in ogni composizione il suo sentire, la sua esperienza, il suo sguardo, il suo punto di vista.

Dalle opere più vecchie a quelle più recenti si nota quell’auspicabile e fisiologico mutamento, che vorremmo in tutti gli autori con la maiuscola: ad esempio dal discorso poetico molto lineare e romantico degli inizi, si procede man mano verso una versificazione più tagliente, meno usata nell’espressione, ma mai meno partecipata. E non si creda, senza confonderlo con lo stile, che questo sia qualcosa che accade a tutti gli autori, tra cui spesso ci si imbatte in alcuni che, individuato un certo modo di scrivere e finanche alcuni argomenti precisi, quasi fossero formule magiche, incentrano tutta la successiva produzione su quanto ha destato maggior interesse nel lettore. Ecco, in Almerighi accade che la poesia risponda esclusivamente all’autore, senza ricerca di benevolenza o ipocrisia; la poesia con Flavio Almerighi accade in piena luce, senza secondi fini o compromessi con l’esterno da sé. In Cerentari, lente d’ingrandimento sull’intera produzione almerighiana fino ad oggi, si notano fin dal neologismo del titolo esperienze di scritture differenti, incluse l’attuale e suffragata frammentazione del verso, quale espressione di una poesia considerata moderna, e la prosa poetica; si va, come nei riusciti percorsi autoriali, dalle prime poesie più liriche e partecipate, come ad esempio “Che silenzio! \ Alla ricerca affannante della felicità \ nell’impresa disperata \ di creare una sublime opera d’arte”, da Tarda estate, primo pomeriggio tratta da “Allegro Improvviso”, 1999, di due decenni fa, fino agli inediti recentissimi, dove pure il lirismo non viene meno, ma si sperimenta quasi un nuovo e personalissimo simbolismo, una separazione dall’accaduto resa in versi meno immediati da alcuni punti di vista, ma pur sempre estremamente capaci di coinvolgimento ed emozione e che continuano ad usare la brevità e l’incisività come nota di forza, come si legge nei versi della poesia di chiusura antologia: “Ti so bagnata d’una estate sporca, \ braci rosse, \ […] Dove un cane orfano piangendo \ sente mancanze credute dolore \ per il fastidio di un vicinato sordo”, da fermarsi in un cortile, inedito 2017.

La poesia di questo autore non teme l’influenza esterna delle mode e del tempo, tanto che in alcuni casi è possibile imbattersi in arcaismi giustificati dal puro piacere personale di chi lo ha usato, lungi dalla critica e dallo stupore del lettore, che pur sempre si ritrova ad avere a che fare con qualcosa di attuale, di contemporaneo, di vicino. Almerighi scrive per il Piacere di rendere in versi quello che attraversa, rimanendo sostanzialmente un poeta d’amore, anche nelle letture civili che in molti gli attribuiscono. E’ poeta civile nella misura in cui quello che scrive riguarda la civiltà, la civitas, ovvero l’uomo e l’ambiente strettamente a lui circostante, ma molti dei suoi componimenti hanno rimandi e radici storiche, oltre a tutto un ventaglio di appartenenze familiari, lavorative e ambientali, come ricordi di viaggio ad esempio, ma tutto assolutamente provato addosso, finanche le esperienze ferali di guerre vissute per interposta visione mi verrebbe da dire, nella visita ai luoghi degli accadimenti in questione, dove Almerighi non concede spazio a molto altro che non sia empatia e gratitudine verso le persone che hanno materialmente partecipato a quella Storia di liberazione di cui tutti oggi siamo figli. Tra i temi che emergono dalla lettura dell’opera di Flavio Almerighi, un posto particolare va al tema del distacco e della morte, spesso presente come versi dedicati agli estinti, sempre colmi di trepidante rispetto e incomprensione, mi si passi il termine, verso il mistero della dipartita, nell’emersione di una umanità che davvero coinvolge anche il lettore.

Infine, in quella chiusura del discorso che comunque deve esserci anche a questa nota, mi piace sottolineare una figura che spesso ho incontrato nelle poesie di Flavio, il treno, mezzo di avvicinamento e di allontanamento al contempo, immagine che al meglio veste la mia visione della poesia di questo autore, fatta di slanci e cuore, ma anche di saluti dalla banchina, di biglietti obliterati sempre per nuove mete con la consapevolezza che in fondo siamo nati \ credo, per smarrire \ e ritrovare la rotta, come leggo in un suo inedito scritto in questo caldissimo luglio 2017 e che ho voluto riportare anche in esergo di questa semplice annotazione di stima. [Angela Greco]

*

Flavio Almerighi è nato a Faenza il 21 gennaio 1959. Sue le raccolte di poesia Allegro Improvviso (Ibiskos 1999), Vie di Fuga (Aletti, 2002), Amori al tempo del Nasdaq (Aletti 2003), Coscienze di mulini a vento (Gabrieli 2007), durante il dopocristo (Tempo al Libro 2008), qui è Lontano (Tempo al Libro, 2010), Voce dei miei occhi (Fermenti, 2011) Procellaria (Fermenti, 2013), Caleranno i Vandali (Samuele, 2016), Storm Petrel (edizione bilingue di Procellaria, Xenos Books Los Angeles 2017 traduzione di Steven Grieco).  E’ presente in rete con il blog amArgine (https://almerighi.wordpress.com/).
Due poesie tratte dall’antologia Cerentari
Otto Giugno 2007,
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tra una versione definitiva
e l’altra della vita
corrono strazi paralleli
riempiti di terriccio e formicai
a tirar rosari, somme e pareggi
che non rendono pari dignità
a un tramonto di classe.
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[Guardava cani sui tetti,
anche allora sapeva di non vivere.
Già dall’Ottanta la sua anima
desiderava esequie vichinghe,
ma si sentì grande quel giorno,
quando, sulle rovine di Ninive,
trovò un cancello.]
.
L’arte sepolcrale
rasenta a volte l’imperfezione
non sono ritocchi, ma rintocchi
quelli d’ala al messaggero,
ad avere cura di,
orgogliosi per avere scalato
una ziqqurat caduta.
.
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(da durante il dopocristo, Tempo al Libro, 2007)
.
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.
A volte mi perdo in stazione
.
treni in ritardo consentono deflagranti letture
.
A volte mi perdo in stazione
negli occhi di un cane
illuminanti sullo stato
di salute e precarietà,
avessi trascorso tutta la vita
ad aggiustare parole
non mi sarei reso conto
della storia andata in replica,
del saluto nel bacio
della gratitudine al tempo reso
prima dell’arrivo
e alla prossima partenza.
.
.
(da Sono le tre, LietoColle, 2013
.
.

Don McLean, Vincent

Vincent (Starry, Starry Night) di Don McLean 

Stellata notte di stelle,
il pennello intingi nel grigio e nel blu,
affacciati a un giorno d’estate
con occhi che conoscono l’oscurità della mia anima.
Ombre sulle colline
abbozzano alberi e narcisi,
rapiscono la brezza e il freddo dell’inverno
nei colori sul biancore della neve d’attorno.

Solo ora capisco cosa cercavi di dirmi
e quanto soffrivi sapendo d’aver ragione
e come cercavi di liberarli.
Ma loro non ascoltavano, non sapevano proprio come.
Forse ascolteranno ora.

Stellata notte di stelle,
fiammeggianti fiori, luccichio che sfavilla
e nubi impazzite d’una foschia violetta
si riflettono negl’occhi di cielo-china di Vincent.
Colori cangianti,
aurore nei campi di grano a maturare,
facce consunte e dal dolore segnate
si riscattano sotto l’amorosa mano del pittore.

No, non sapevano amarti loro,
nonostante il tuo amore così vero,
e quando non ci fu più ombra di speranza
in quella notte di stelle…
in quella notte di stelle
ti sei tolto la vita come spesso fanno gli amanti.
Ma avrei voluto dirti, Vincent,
che questo mondo non era adatto
a un uomo così tanto bello, come te.

Stellata notte di stelle,
ritratti appesi in stanze deserte,
volti senza cornice su anonime pareti,
coi loro occhi scrutano il mondo e non dimenticano.
Uguale agli sconosciuti che hai incontrato,
poveri vagabondi vestiti di stracci,
una spina d’argento d’una rosa insanguinata
in frantumi giace sulla vergine neve.

Solo ora credo di capire cosa cercavi di dirmi
e quanto soffrivi sapendo d’aver ragione
e come cercavi di liberarli.
Ma loro non ascoltavano, non ascoltano ancora,
e forse mai lo faranno…

 

 

Starry, starry night
Paint your palette blue and gray
Look out on a summer’s day
With eyes that know the darkness in my soul
Shadows on the hills
Sketch the trees and the daffodils
Catch the breeze and the winter chills
In colors on the snowy linen land

Now I understand what you tried to say to me
And how you suffered for your sanity
How you tried to set them free
They would not listen, they did not know how
Perhaps they’ll listen now

Starry, starry night
Flaming flowers that brightly blaze
Swirling clouds in violet haze
Reflect in Vincent’s eyes of china blue
Colors changing hue
Morning fields of amber grain
Weathered faces lined in pain
Are soothed beneath the artist’s loving hand

Now I understand what you tried to say to me
And how you suffered for your sanity
And how you tried to set them free
They would not listen, they did not know how
Perhaps they’ll listen now

For they could not love you
But still your love was true
And when no hope was left in sight
On that starry, starry night
You took your life as lovers often do
But I could have told you, Vincent
This world was never meant
For one as beautiful as you

Starry, starry night
Portraits hung in empty halls
Frameless heads on nameless walls
With eyes that watch the world and can’t forget
Like the strangers that you’ve met
The ragged men in ragged clothes
A silver thorn, a bloody rose
Lie crushed and broken on the virgin snow

Now I think I know what you tried to say to me
And how you suffered for your sanity
And how you tried to set them free
They would not listen, they’re not listening still
Perhaps they never will

dal sito canzoni contro la guerra; trad.italiana di Giuseppe Iannozzi; un grazie a Flavio Almerighi per questa canzone :)) — immagini: opere di Vincent Van Gogh

Un giorno a Venezia

—–Approfittando della presenza del nostro stimatissimo amico Flavio Almerighi a Venezia, ospite con i suoi versi dell’ultimo incontro del ciclo “Callisto – Incontri di Poesia a Palazzo Grimani” sul tema delle metamorfosi, Il sasso nello stagno di AnGre è lieto di condividere una pagina sulla città lagunare, così da partecipare – seppur virtualmente – sia all’evento, che della bellezza di una città senza eguali. Buona lettura.

(in apertura foto di Gianni Berengo Gardin, Venezia, 1959)

due inediti di Flavio Almerighi

muoriti stella!
.
Muoriti stella sfondata,
diceva spingendola oltre un muro,
oltre il balcone
oltre il nulla:
quello che è una nebbia
in cui si smette di sentire
di pensare, molto molto buia
più nessun tormento.
.
Il nero è troppo erotico
per essere nulla senza accatti,
muoriti stella! Il mio stellicidio
verrà dopo il tuo, crepa tu
che io son Dio!
.
La spinse oltre i gerani,
oltre la pioggia che non cadeva
dentro un pomeriggio oppresso
di sole fondente e aria ferma.
Lei sparì in fretta, oltre gerani
sole fuso e aria ferma,
oltre la pioggia che non veniva,
ma lei non cadde, volò.
.
.
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un disco per l’estate
.
Betta, caotica serie di chiazze
sull’abbronzatura perfetta,
ridacchia al telefono,
ha un’agenzia di traslochi
un marito, ma il treno è in ritardo
poi è piccola, ha un bel corpo
ma la pelle screziata
autorizza a pensar male.
.
Domani è sabato
a Riccione parte un disco per l’estate,
le acque asfaltabili,
sudamericane e spagnole mimetiche,
portaerei al largo.
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Roversi le riteneva dune,
rifugi antiaerei
l’Adriatico è bello.
Poco più giù gli arabi, uno sull’altro
pronti a conquistare l’Impero,
noi al solito impegnatissimi
a invecchiare.
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L’estinzione dei cavallucci marini
è stata in nome di dio e del progresso,
penso ai pantaloni corti, ma no
non penso che a te.
(immagine in alto: Fortunato Depero, Coleottero Veneziano, 1938)

—–[42] In questa città si può versare una lacrima in diverse occasioni. Posto che la bellezza sia una particolare distribuzione della luce, quella più congeniale alla retina, una lacrima è il modo con cui la retina – come la lacrima stessa – ammette la propria incapacità di trattenere la bellezza. In generale, l’amore arriva con la velocità della luce; la separazione, con quella del suono. Ciò che inumidisce l’occhio è questo deterioramento, questo passaggio da una velocità superiore ad una inferiore. Poiché siamo esseri finiti, una partenza da questa città sembra ogni volta definitiva; lasciarla è un lasciarla per sempre. Perché con la partenza l’occhio viene esiliato nelle province degli altri sensi: nel migliore dei casi nelle crepe e nei crepacci del cervello. Perché l’occhio non si identifica col corpo, ma con l’oggetto della propria attenzione. E per l’occhio la partenza è un processo speciale, legato a ragioni puramente ottiche: non è il corpo a lasciare la città, è la città ad abbandonare la pupilla. Allo stesso modo il commiato dalla persona amata provoca dolore,e soprattutto un commiato graduale, chiunque sia a partire e per qualsiasi motivo. Nel mondo in cui viviamo, questa città è il grande amore dell’occhio. Dopo, tutto è delusione. Una lacrima anticipa quello che sarà il futuro dell’occhio.

da Fondamenta degli Incurabili (Adelphi, 2012) di Iosif Brodskij

—–Sfumata in un residuo di nebbia che non ce la faceva né a dissiparsi né a diventare pioggia, un po’ disfatta da un torpido scirocco più atmosfera che vento, assopita in un passato di grandezza e splendore e sicuramente d’immodestia confinante col peccato, la città era piena di attutiti rumori, di odori stagnanti nel culmine d’una marea pigra. Sole e luna le segnavano un ritmo diverso, e come sospinta da un doppio scorrere di tempo essa incessantemente moriva nei marmi e nei mattoni, nei pavimenti avvallati, in travi e architravi ed archi sconnessi, in voli di troppi colombi, nell’inquietudine di miriadi di ratti che si annidavano moltiplicando in attesa. Della gente ognuno portava in sé un particella di quella finalità irrimediabile. Facevano le cose d’ogni altra gente, comprare il pane o il giornale, andare al tribunale o ad aprire bottega o a scuola e perfino in chiesa, e lo facevano con più spensieratezza che altrove, con un ridere arguto e gentile, in una parvenza di commedia che peraltro era, appunto, un invito affinché la morte facesse più in fretta.

Poi, un campanile dietro l’altro, il cielo opaco fu raggiunto dal mezzogiorno, ma non bastò a fare allegria nell’umido mezzogiorno di novembre. Al di là della commedia, chi aveva sentimenti e presentimenti poco lieti doveva per forza tenerseli. I mori dell’orologio batterono a turno, anch’essi due volte, le dodici ore sui tetti e sopra la vasta piazza del santo evangelista.

da Anonimo veneziano (Ed.BUR) di Giuseppe Berto

La città risuona ad ogni onda che si infrange sulle sue fondamenta.
Il vetro soffiato appena qualche isola da qui è trasparente
e racchiude tutti: il mare, lui, lei, l’abitazione, la tigre e la poesia.
La stagione è tra le migliori nonostante sia inverno;
il sibilo del vento attraverso i ricami di pietra ammalia.
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Ancora una finestra aperta.
Dalla via d’acqua sembra non ci sia la luce all’interno.
La tenda bianchissima ondeggia.
Il secondo piano è la cima innevata dove respirare aria purissima.
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I due sono nudi prima della notte.
Bussano ad una porta di legno antico.
Si apre una inaudita intimità. Entrano.
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da Anamòrfosi (Ed.Progetto Cultura, Roma, 2017) di Angela Greco.
(immagine in alto: Claude Monet, Tramonto a Venezia)

Flavio Almerighi, fermarsi in un cortile – Inedito da Portatori sani su La dimora del tempo sospeso

fermarsi in un cortile – di Flavio Almerighi (inedito)

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Ti so bagnata d’una estate sporca,
braci rosse, interminabili distese
terrazzi e tempi che non passano.

Mai piacere è parola neutra, soffrire
fermarsi in un cortile
dove tutto spiove dall’alto,
la biancheria asciuga sempre uguale.

Dove un cane orfano piangendo
sente mancanze credute dolore
per il fastidio di un vicinato sordo.

Molti non ci sono più,
ascoltare con amore è confuso
al rimanere distaccati, ma tu parli,

parli, mentre cominciano baci
ovunque siano le tue labbra.

(2017)

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qui il link dell’eBook di Flavio Almerighi pubblicato tra i Quaderni di RebStein di cui fa parte anche l’inedito sopra proposto:  https://rebstein.wordpress.com/2017/07/03/quaderni-di-rebstein-lxii/

La dimora del tempo sospeso

[Questi inediti di Flavio Almerighi fanno parte di un più ampio lavoro antologico che sarà pubblicato prossimamente nei “Quaderni di RebStein“. Siamo lieti di ospitare un autore che ha saputo costruire negli anni un suo autonomo e riconoscibile percorso di scrittura, viaggiando sempre “in direzione ostinata e contraria” rispetto alle mode estetiche, alle etichette critiche, agli steccati asfittici delle conventicole piccole o grandi, alle ipocrisie e agli apparentamenti di comodo. Un poeta costantemente “a(m) Margine“, che ci piace anche per questo. R.S.]

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FUORI DALLO SCAFFALE – antologia di testi poetici non allineati a cura di Flavio Almerighi e Angela Greco / e-book scaricabile gratuitamente

Il mondo cambia in fretta, la barbarie non è mai finita, anzi… Il futuro è ipotecato e improbabile. Il moto di appartenenza limitato a parrocchie senza accoglienza. Perduta la memoria ne conserviamo frammenti, polvere di ostie consacrate annidate in una pisside terminata la messa. Ci hanno dato il consumismo perché noi e i nostri figli non potessimo più farne a meno, poi ce lo siamo lasciati sfilare mentre eravamo al telefono, addormentati davanti al televisore. La democrazia, ci è stato detto, è un bene retorico e deperibile. Rimane il silenzio di noi abulici, tutti uguali, che non sappiamo più fare. L’uomo saggio si identifica con il “cazzaro”. (Flavio Almerighi)

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“FUORI DALLO SCAFFALE – antologia di test-I poetici NON ALLINEATI (l’ordine è casuale)” è voce di autori che non condividono l’imperante clientelismo a cui oggigiorno pare adeguarsi chiunque. Clientelismo, che nel momento in cui si tenta di controbattere semplicemente ti estromette, ti mette fuori, appunto, dallo scaffale del Mondo. Gli Autori – a cui va un grazie di cuore per la stima e la fiducia accordati a Il sasso nello stagno di AnGre – che gratuitamente e gentilmente hanno concesso i loro testi, unitamente ad altre esperienze condivise dal web, vogliono soltanto fornire uno spunto di riflessione, uno spiraglio nella cortina impenetrabile della “casta” teso al reale smantellamento, mattoncino per mattoncino, di quanto sta impoverendo l’Essere Umano. (Angela Greco AnGre)

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“F U O R I  dallo  scaffale

antologia di test-I   N O N   A L L I N E A T I”

 CLICCA QUI per leggere i testi e per scaricare il pdf \ e-book

.

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sono un vagabondo e semino parole da un buco della tasca…” – “Credevo che per i poeti fosse venuto il tempo della peste, il tempo della fine: la fine dei canti, delle odi, dei poemi, di tutte le vecchie, ammuffite sciocchezze. Per i poeti che, come passeri disperati, lasciavano i loro escrementi dappertutto. Ero nauseato dai cuori delicati che i poeti ostentano sul palmo delle mani, insanguinati trofei della loro guerra con la vita, ch’essi si portano dietro lungo le autostrade e le scorciatoie dell’esistenza, gridando: “Aiuto, aiuto!” con la bocca sanguinante, benché sappiano benissimo che nessuno li ascolterà.” (Emanuel Carnevali, da Il primo dio, Adelphi)

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“Il disagio degli uomini di cultura si fa sempre più crudo nel mondo. Coloro che soltanto a diporto e per i loro scopi più o meno politici frequentano le arti e le scienze non hanno motivo di soffrire di questa disdetta: e i bari della cultura, pronti a seguire ogni padrone tranne la verità, non hanno ragione di allarme. Ma per i poeti, gli artisti, i filosofi, gli scienziati di buona fede, in questa vecchia Europa, questo è tempo di desolazione.” – (Francesco Flora, in Hebenon, IV serie, n.13-14, Aprile – Novembre 2014)

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— Gli Autori dell’antologia continueranno a farci compagnia per tutta l’estate con i loro testi riproposti singolarmente o in coppia (a seconda della lunghezza) sulle pagine de Il sasso nello stagno di AnGre 

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Rosaria Di Donato, Preghiera in Gennaio: disamina di Flavio Almerighi della poesia “Prima che sia notte” e nota di lettura di Angela Greco

      prima che sia notte
ancora vorrei qualcosa
qualcosa di mio
qualcosa che irrompa
nel tempo mostrando
un seme nuovo
un germoglio
e non disamore
.
 .

……Otto versi di una semplicità disarmante, perché nuda. L’autrice riesce, senza tedio per il lettore e/o inutili perifrasi, a delineare bene quello che può essere l’animo di ognuno di noi al momento del calar della sera (prima che sia notte). Il timore ancestrale del buio fa parte dell’uomo, fa parte di una condizione esistente fino all’invenzione della corrente elettrica, che ha cambiato non di poco abitudini e stile di vita. L’uomo è rimasto comunque la stessa creatura arboricola e indifesa, piena di istinto di conservazione e che doveva difendersi anche nel buio, che non la proteggeva dai predatori notturni specie felini. Il senso dell’inquieto e dell’incompiuto irrompe e per certi versi spaventa (ancora vorrei qualcosa/qualcosa di mio) un incompiuto e una paura ancestrale che sentono fortemente il bisogno di qualcosa/qualcuno che le giustifichi e le annetta a un versante non propriamente materiale (qualcosa che irrompa/nel tempo mostrando/un seme nuovo) ma più spirituale, e per questo nuovo, perché la vita non è soltanto mancare di rispetto ad altre vite per salvare la propria e darle qualche nuova ora di luce in più. E qui sopraggiunge il valore di una redenzione che può essere individuale, ma anche un valore comune (un seme nuovo/un germoglio). Fino all’esplosione forte, sincera, del verso finale (e non disamore), dove si evoca l’esatto contrario, l’amore che può coprire, salvare da quel buio che tanto velocemente calerà. Amore che non sia soltanto istinto di conservazione del sé e dei propri cuccioli. Insomma, alla sera della vita, se non c’è qualcosa che non sia soltanto contingenza, la vita stessa non ha significato e non ne può assumere, qualsiasi o qualunque sia il valore per dare significato a una vita che non sia solo sopravvivere, ma vivere e possa diventare anche valore comune. Il resto è la guerra per tornare a essere terra. [Flavio Almerighi]

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[Angela Greco] – Preghiera in Gennaio, la breve e pregnante raccolta di versi di Rosaria Di Donato – scaricabile dal sito neobar.net cliccando Neobar eBooks marzo 2017 – si apre con la lirica Prima che sia notte, di cui la lettura precisa e densa di Flavio Almerighi fornisce anche una chiave d’accesso all’intera opera. La notte, di cui parla la poetessa e che Almerighi mette ben in chiaro, evidenziandola come buio, quindi come assenza di luce, assume immediatamente la valenza di notte dell’anima, quel momento preciso spesso sperimentato da ciascuno di noi, in cui sembra di essere giunti al punto di non ritorno e dinnanzi al quale nessuna cosa umana regge più e dove, per istinto di sopravvivenza, si tende ad affidarsi al metafisico, al trascendentale. E prima che l’uomo giunga a questo abisso, prima che sia notte appunto, Rosaria Di Donato tenta, affidandolo alla parola poetica, un cammino-percorso intimo, spirituale, che possa in qualche modo fungere da bussola al lettore smarrito in questo mondo non più avvezzo alla religione quale componente del vivere. Nelle undici poesie più una dodicesima composizione assimilabile ad una breve prosa poetica, si incontrano personaggi biblici dell’antico e del nuovo testamento, partecipando di una varia umanità sempre con gli occhi rivolti ad una meta finale, che sappia dare compimento finanche alla stessa poesia.

Rosaria Di Donato ha assimilato le storie bibliche e la storia del Cristianesimo, forgiando poesie in cui i protagonisti accompagnano i passi degli uomini e delle donne moderne, raccontano ancora il proprio vissuto, ma con una voce che carezza, che conforta, che ha quasi pietà delle vicende umane. Si fa notare, oltre all’assenza della punteggiatura, l’uso delle minuscole anche per i nomi propri ad indicare non una gerarchia, ma una parità che esalta l’umanità anche dello stesso poeta.

Oltre la veste, riportata in chiusura, è, a parer mio, forse la lirica più coinvolgente per la valenza metaforica espressa fin dal titolo e per la reiterazione del verso “beato chi ha in sorte la tunica”: un invito esplicito ad oltrepassare le apparenze ed un augurio di concreta presenza di Cristo nel quotidiano decretato dalla sorte, appunto (la tunica indossata da Gesù al processo che lo vide poi crocifisso, essendo un tessuto pregiato e di un certo valore, fu assegnata con un tiro di dadi ad uno dei soldati che presenziavano la sede del giudizio).

Rosaria Di Donato con questo piccolo libro elettronico basato su elementi incontrovertibilmente religiosi non compie un tentativo di convincimento sulla sua religione sentita e vissuta, quanto piuttosto offre una possibilità di venire in contatto con un genere poetico antichissimo, la preghiera, che da sempre ha accompagnato quelle notti dell’anima di cui in apertura, lasciando scorgere in filigrana la sua fiducia nell’uomo e nella stessa poesia, come si legge in chiusura:

Torno all’amore dei poeti perché imperituro, eterno, simile a quello divino. Solo che l’amore di Dio, è misericordioso, mentre quello dei poeti è « impietoso »: vero e nudo come il primo uomo nel giardino dell’Eden, l’io lirico si muove tra scabrosità e armonia trovando un ritmo nel  caos. E’ dono la parola annunciata, è legame che forgia il Mondo, che va oltre le cose sconnesse.

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oltre la veste
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beato chi ha in sorte la tunica
.
con tenere mani la tessé maria
tutta d’un pezzo intrecciando
in silenzio la trama con l’ordito
sopra il telaio curva per giorni
interi e notti a inumidire il filo
con sospiri e lacrime-carezze
che bianca la fecero e splendente
non abito ma anima del figlio
redentore
.
beato chi ha in sorte la tunica
.
senza macchia vestì il cristo
fino all’albero ove spoglio
germogliò nel buio delle pupille
astanti ignare del bene ricevuto
di vita come un fiume nel fluire
di Spirito sgorgato dal costato
aperto a rinnovare il mondo
dal peccato ferito dall’odio
consumato
.
beato chi ha in sorte la tunica
.
che al gioco dei dadi fu affidata
da chi sprezzante non riuscì
a smembrarla né lacerarla
ma intera la vinse senza cuciture
né rammendi come la fedeltà
del cristo che totalmente amò
l’intera umanità per sempre
gesù promessa di liberazione
sangue-effuso per gli ultimi
.
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Rosaria Di Donato è nata a Roma, dove vive. Laureata in filosofia (quadriennale e specialistica), insegna in un liceo classico statale. Ha pubblicato quattro raccolte di poesia: Immagini, Ed. Le Petit Moineau, Roma 1991; Sensazioni Cosmiche, Ed. Le Petit Moineau, Roma, 1993; Frequenze D’Arcobaleno, Ed. Pomezia-Notizie, Roma 1999; Lustrante D’ Acqua, Ed. Genesi, Torino 2008. Ha partecipato all’antologia Nuovi Salmi a c. di Giacomo Ribaudo e Giovanni Dino, Ed. I Quaderni di CNTN, Palermo 2012. Alcuni suoi testi sono presenti in Voci dai Murazzi 2013, antologia poetica a c. di Sandro Gros Pietro, Ed Genesi, Torino 2013. Ha partecipato con il gruppo Poeti per Don Tonino Bello alla realizzazione di Un sandalo per Rut Oratorio per l’oggi, Ed. Accademia di Terra D’Otranto – Collana Neobar, 2014. E’ presente nell’antologia I poeti e la crisi a c. di Giovanni Dino, Fondazione Thule Cultura, Bagheria 2015. Collabora a riviste di varia cultura e i suoi volumi si sono affermati sia in Italia che all’estero, con giudizi critici di Giorgio Bàrberi Squarotti, per esempio, e traduzioni di Paul Courget e Claude Le Roy (riviste Annales e Noreal). Partecipa al blog Neobar di Abele Longo e a vari siti letterari sul web. Vincitrice di alcuni premi di poesia, si interessa di arte, cinema, letteratura. Dal 2016 cura un laboratorio di scrittura creativa nel Liceo in cui insegna.
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Immagini: Mimmo Jodice, Figure del mare (in apertura), 10; Mare e Monti, foto di F.sco Magnano (al centro); Rosaria Di Donato, dal web (in chiusura).

Emanuel Carnevali, Certe cose ci puntano contro il dito e ridono

Certe cose ci puntano contro il dito e ridono

Certe cose
si nascondono agli occhi della gente
e si odono
piangere sommessamente.
Certe cose cadono dal cielo:
cose nere informi, mostri
della notte e terrore
dei giorni.
Certe cose sembrano essere state predisposte
da Dio e dal Diavolo.
Certe cose sembrano nate in un abisso
e cresciute nelle tenebre.
Certe cose portano l’immagine della bontà
come se il fuoco
ve l’avesse scolpita in bassorilievo.
Certe cose ridono fino a divenire teschi
e poi continuano a ridere.
Certe cose sono come alberi di pesco,
portano a lungo frutti verdi.
Certe cose sono come il vino che uno beve
soltanto per ubriacarsi.
Certe cose colpiscono
il cuore come un colpo di gong,
così che poi risuona a lungo.
Certe cose schiacciano il cuore come se fosse
uno scarafaggio.
Ed è orribile, come spiaccicare
uno scarafaggio.
Certe cose sono come il fulmine:
possono essere guidate
anche se pericolose.
Certe cose sono come pensieri dal piede pesante,
hanno il piede pesante anche se abitano il cielo.
Certe cose sono come le aquile.
Vivono in alto –
possono benissimo dimenticare la valle.
Certe cose sono come il terremoto:
utilizzano tutte le nostre paure.
Certe cose sono come la Bellezza che è morta da tempo:
solo l’acqua profonda del pozzo può lavarle e destarle.

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Emanuel Carnevali (Firenze, 4 dicembre 1897 – Bazzano, BO, 11 gennaio 1942)

da Il primo dio – Poesie scelte, Racconti e scritti critici Adelphi, 1978 — immagine d’apertura: Mirò, Costellazione amorosa

– per questo articolo si ringrazia Flavio Almerighi –

Ubaldo de Robertis, due poesie ed un ricordo di Flavio Almerighi

Ubaldo De Robertis amava la Poesia, ne ha fatta tanta e di alto livello, rispettava le persone, uno dei pochi in ambiente poetico che possedeva il rispetto umano, oltre al talento. Non mi voglio dilungare troppo, anche perché mi frapporrei inutilmente tra la lettura dei suoi pezzi e ogni singolo lettore. Aspettavamo “il libro americano” per promuoverlo e diffonderlo, il destino ha disposto altro. La persona e l’arte di Ubaldo De Robertis meritano anzitutto rispetto e silenzio. Se “tutta la vita è lasciare tracce” quest’Uomo e questo Artista ne hanno lasciate, eccome. (Flavio Almerighi)

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Ubaldo de Robertis, da DIOMEDEE (Ed.Joker, Maggio 2008)

IO CHE…

Io che ho spiegato le vele tutte finché la riva scompare,
esplorato ogni terra invisibile,
ogni visibile mondo, sfidato correnti, mostri marini,
e gli uccelli indomabili della tempesta,
per tornare, di nuovo, come il vento, ogni volta,
a mio piacimento, dove posso scovare strumenti
di analisi per sondare il mondo che è in me,
e che non conosco, trovare un’unità,
un ordine nel pensiero, una linea di neutralità,
idee che siano chiare e concrete come le pietre
delle strade, non come le impervie, intricate vie
che portano a me.
Come posso trovare un’identità, energie
connettive se ciò che d’incoerente si agita dentro,
vive le mie stesse, indistinte, emozioni.
Come posso comporre le dissonanze interne,
le diffidenze, le contrapposizioni, le opposte
sensazioni, i dissidi, i molteplici istinti.
In certe anime che s’agitano dentro sta il segno
che naufragare è il mio destino,
diffido del loro modo d’agire, paure dentro
paure più fonde, tentazioni continue, di tradire.
Fuori di me una realtà esiste, assoluta,
illuminata da un calore unico, una corrispondenza
compiuta tra forme e sensazioni,
una mobilità tanto varia regolata da immutabili
leggi cosmiche.
Dinanzi ad un più vasto divenire, fuori di me,
fuori dagli affanni inconsci, tento di sopravvivere
ai tormenti, agli indicibili e improvvisi morsi
della crisi.

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CONFRONTO

Perderci o raccontarci raccontarci le cose vere
questo è il dilemma
Cosa muove il pulsare di una chat
la risoluzione di una webcam
come contemplarsi nel minuscolo schermo
d’un cellulare confidarsi in un blog
Io che non mi uniformo alle cose fugaci
alla precarietà che temo in altri la frenesia
di crescere la ricerca affrettata dell’identità
No! Non cercarla in me!
Ancora inseguo la mia e ciò che dilegua
è percettibile la notte quando il vuoto incombe
nelle bottiglie (non ci dicono che hanno un’anima
anche gli oggetti?)
E’ vero… in questo mondo è arduo procedere da soli
convivere con la realtà   contenere le illusioni
No! Non cercarla in me!
Quella sensibilità che agita il tuo tempo
Io non so riconoscere i frammenti dei sogni
e non saprei come ricomporli
Finché non troverò un senso alla mia vita
cosa potrò darti… mio giovane amico?
Non ti accorgi che spesso hai ragione tu?

*

ti abbraccio forte
(Flavio Almerighi a Ubaldo De Robertis, novembre 2016)
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Itaca è peraltro una bevuta di Achab
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nessun greco, Andromaca trentenne
per sempre prigioniera degli Achei
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sterrate bianche dentro l’orizzonte
smettila Bogey, questo quadro è tuo.
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Quando sparisci c’è sapore di ferro,
rimaniamo in macchina sotto il sole
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(noi volevamo un posto appartato
un po’ di vita con le nostre donne)
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non perdere altro tempo,
il suono è tutto il dentro
che l’aperto copre
una Cadillac distrutta nel fosso.
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Ti lascio e non abbandonarmi
chiudo qui non dimenticatemi
adesso non siamo mai esistiti.
Ho terrore, ti abbraccio forte
.
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Ubaldo de Robertis ci ha lasciato l’11 maggio 2017 dopo una strenua lotta con un male che fa pochi sconti. Aveva appena pubblicato un’ampia Antologia bilingue, inglese italiano, con Chelsea Editions (NY), The Rings of the Universe, e ricevuto il riconoscimento ufficiale del premio Astrolabio di Pisa. Era nato a Falerone (FM) nel 1942 e viveva a Pisa. Ricercatore chimico nucleare, membro dell’Accademia Nazionale dell’Ussero di Arti, Lettere e Scienze, nel 2008 pubblica la sua prima raccolta poetica, Diomedee (Joker Editore) e nel 2009 la Silloge vincitrice del Premio Orfici, Sovra (il) senso del vuoto (Nuovastampa). Nel 2012 edita l’opera Se Luna fosse… un Aquilone, (Limina Mentis Editore); nel 2013 I quaderni dell’Ussero, (Puntoacapo Editore). In corso di pubblicazione: Parte del discorso (poetico), del Bucchia Editore, 2014. Suoi anche i romanzi Il tempo dorme con noi, Primo Premio Saggistica G. Gronchi, (Voltaire Edizioni), e L’Epigono di Magellano, (Edizioni Akkuaria).
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“Atmosphere” (testo della canzone)

Cammina in silenzio, \ Non andartene, in silenzio \ Bada al pericolo, \ Pericoli sempre, \ Conversazione senza fine, \ Ricostruzione esistenziale, \ Non andartene. \ \ Cammina in silenzio, \ Non allontanarti, in silenzio. \ La tua confusione, \ Le mie illusioni, \ Indossate come una maschera d’odio di sé, \ Sfida e poi muore, \ Non andartene. \ \ Per la gente come te è facile, \ Messo a nudo, \ Al settimo cielo, \ A caccia vicino al fiume, \ Per le strade, \ Via da ogni angolo troppo in fretta, \ Pensaci con la dovuta attenzione. \ Non andartene, in silenzio \ Non andartene …

 .
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Michel Houellebecq, tre poesie tratte dalla raccolta La ricerca della felicità

Michel Houellebecq, La ricerca della felicità – “Cos’è la felicità? È possibile in questo mondo? Come la si raggiunge? A queste domande risponde questa raccolta di riflessioni e poesie in cui Houellebecq delinea un metodo per restare vivi, sopravvivere, colpire là dove si può (e si deve). Col suo solito sguardo feroce, Houellebecq ci racconta la quotidianità e la letteratura, l’incanto del cinema (specie del cinema muto) e la stupidità di certi poeti, senza censurarsi mai. Ne esce un paesaggio in controtendenza con i venti e le maree delle mode, lo spaccato di una quotidianità molto contemporanea e molto urbana, in cui la solitudine trionfa ma in cui comunque non si può rinunciare: non alla ricerca della felicità.” (Bompiani, 2008 – Traduttore: F. Ascari)

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L’indifferenza delle scogliere
al nostro destino di formiche
cresce nella brutta serata;
siamo piccoli, piccoli, piccoli.
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Davanti a queste concrezioni solide
pur erose dal mare
cresce in noi un desiderio di vuoto,
la voglia di un perenne inverno.
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Ricostruire una società
che meriti il nome di umana,
che conduca all’eternità
come l’anello va verso la catena.
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Siamo qui, la luna cade
su una disperazione animale
e tu gridi, sorella, soccombi
sotto la saggezza del minerale.
.
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§
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Il treno che si fermava in mezzo alle nuvole
avrebbe potuto condurci verso un destino migliore
abbiamo avuto il torto di credere troppo alla felicità
non voglio morire, la morte è un miraggio.
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Il freddo scende sulle nostre arterie
come una mano sulla speranza
non è più il tempo dell’innocenza,
sento agonizzare mio fratello.
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Gli esseri umani lottavano per pezzi di tempo,
udivo crepitare le armi automatiche,
potevo confrontare le origini etniche
dei cadaveri ammucchiati nello scompartimento.
.
La crudeltà sale dai corpi
come un’ebbrezza inappagata;
la storia porterà l’oblio,
vivremo la seconda morte.
.
.
§
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.
Trasposizione, controllo
.
La società è ciò che stabilisce delle differenze
e delle procedure di controllo
nel supermercato faccio atti di presenza,
interpreto benissimo il mio ruolo.
.
Rivelo le mie differenze,
delimito le mie esigenze
e apro la mascella,
i miei denti sono un po’ neri.
.
Il valore delle cose e degli esseri di definisce per consenso trasparente
in cui intervengono i denti,
la pelle e gli organi,
la bellezza che sfiorisce.
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Alcuni prodotti a base di glicerina
possono costituire un fattore di sopravvalutazione parziale;
si dice: “Lei è bella”;
il terreno è minato.
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– per questi testi si ringrazia Flavio Almerighi –

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Michel Houellebecq, pseudonimo di Michel Thomas (Réunion, 26 febbraio 1956), scrittore, saggista, poeta, regista e sceneggiatore francese, è considerato uno dei più rilevanti scrittori della letteratura francese contemporanea. Nato nel dipartimento d’Oltremare francese della Réunion, Michel Thomas è cresciuto fino a sei anni in Algeria; suo padre, guida d’alta montagna, e sua madre, medico anestesista, si disinteressano molto presto di lui, dopo la nascita della sorellastra, affidandolo alla nonna paterna, Henriette Houellebecq, una comunista, della quale adotta il cognome.
Dopo aver frequentato a Parigi il liceo Chaptal, nelle classi di preparazione per la Grande Ecole, si iscrive alla facoltà di agraria nel 1975, dove fonda la poco fortunata rivista letteraria Karamazov, per la quale scrive qualche poesia e lavora alle riprese di un film dal titolo Cristal de souffrance. Consegue la laurea in agraria nel 1978 con una specializzazione in «Ecologia e miglioramento dell’ambiente naturale». Subito dopo si iscrive all’École nationale supérieure Louis-Lumière, nella sezione di cinema, scegliendo l’indirizzo di riprese cinematografiche, che abbandona nel 1981. Lo stesso anno nasce suo figlio Étienne. Affronta in seguito un periodo di disoccupazione, e un divorzio che gli provoca una forte depressione. Inizia a lavorare come informatico nel 1983 presso la Unilog, dove resterà tre anni, periodo che diventerà poi fonte di ispirazione per Estensione del dominio della lotta, il suo primo romanzo pubblicato nel 1994. In seguito passa a lavorare all’Assemblée nationale. Verso la metà degli anni ottanta inizia a frequentare ambienti letterari parigini, pubblica le prime poesie e collabora con varie riviste. Le sue due prime raccolte di poesie, edite nel 1991, passano inosservate. In esse sono già percepibili i temi che verranno trattati in seguito, ossia la solitudine esistenziale e la denuncia del liberalismo e del capitalismo, all’opera fin nell’intimità degli individui. Nel 1991, pubblica un saggio su Lovecraft, ma è il romanzo Le particelle elementari, pubblicato nel 1999 che lo fa conoscere in Francia e nel mondo. Estensione del dominio della lotta, invece, il suo primo romanzo, viene pubblicato da Maurice Nadeau nel 1994 dopo essere stato rifiutato da parecchi editori e colloca Houellebecq a capo di quella generazione di scrittori concentrati sulla miseria affettiva dell’uomo contemporaneo; senza promozione né pubblicità, il romanzo si diffuse tramite il passaparola. Ne è stato tratto un film per il cinema francese da Philippe Harel nel 1999, e uno per la televisione danese da Jens Albinus nel 2002. Michel Houellebecq, che si è risposato, dopo aver vissuto in Irlanda per parecchi anni, vive attualmente in Spagna, all’interno del Parco naturale Cabo de Gata-Nijar. Nel 2008 per Bompiani esce in Italia La ricerca della felicità, una raccolta di poesie e riflessioni, che forniscono un’ampia visuale del pensiero di questo autore; nel 2010 esce il romanzo La carta e il territorio, edito anche questo da Bompiani, che gli varrà il massimo premio letterario francese, il Goncourt. Michel Houellebecq oggi continua brillantemente a produrre opere di successo, ponendosi tra le voci più lette ed apprezzate del panorama contemporaneo.
– notizie ed immagini tratte dal web; in apertura: Charlie Chaplin tempi moderni –

Giovanna Sicari, due poesie da Epoca Immobile

Gennaio riscalda già l’aprile 

Ogni brindisi commuove, ogni anima tradisce
ogni viaggiatore rompe l’argine per sempre
e i fuochi alle finestre attendono
ciechi l’aprile.
Fosse rabbia fosse caldo questo continuo
sentirsi rapinati: ladro alle spalle
magazzino superfluo
e noi così superbo aspettando
l’ora di una comparsa
avremmo da dire
da fare, nelle mani
fretta, desiderio
fosse questo giorno chiaro di gennaio
il perno degli anni che non danno pace.

§

Il parolaio tace

Il parolaio tace, i fatti
sono fermi impietosi, non posso chiamare
il dire é pietoso,
da una finestra scorgo una specchiera,
forse sarà lì la mia casa,
sempre in quel minuto sereno
dove piangono altri, dove premono
altre certezze e gridano le voci di dentro.
Io, caos umano, vivo nella gioventù
di altri: fanciulli senza colpe si scambiano la lingua
la lingua brucia in un soffio il loro giorno compiuto.
Io lavoro lavoro in tre spazi divisa.

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Giovanna Sicari, da Epoca Immobile,  Jaka Book 2004  — per questo articolo si ringrazia il blog amArgine  — della stessa Autrice, in questo blog, leggi qui.

immagine: Gustav Deutsch, opere ispirate ai dipinti di Edward Hopper

Giovanna Sicari (fotografia di Dino Ignani) è stata una poetessa e scrittrice, nata a Taranto il 15 aprile 1954. Dal 1962, con la famiglia, si trasferisce a Roma, nel quartiere Monteverde. Le sue prime poesie escono a partire dal 1982 sulla rivista «Le Porte», quindi su «Alfabeta», «Linea d’Ombra», «Nuovi Argomenti». A partire dal 1986 pubblica sette libri di versi e tre di prosa, tra questi un volume miscellaneo, La moneta di Caronte, che raccoglie contributi di scrittori contemporanei. Dal 1985 al 1989 è redattrice della rivista «Arsenale». A partire dagli anni ’80 inizia inoltre a lavorare come insegnante nel penitenziario di Rebibbia, a Roma, incarico che mantiene fino al 1997, quando si ammala gravemente. Dopo essersi sottoposta a interventi e cure prima a Roma, poi a Milano, dove nel frattempo si era trasferita col marito Milo De Angelis e il figlio Daniele, torna a Roma nell’estate del 2003, dove muore nella notte tra il 30 e il 31 dicembre. (dal web)

 

Intervista Senza Domande ad Angela Greco a cura di Flavio Almerighi

Intervista senza domande ad Angela Greco a cura di Flavio Almerighi per Neobar   http://neobar.net/2017/03/28/intervista-senza-domande-ad-angela-greco/  

Viviamo sommersi, tutti, un’epoca di restaurazione in cui trasgredire è il canone, saperne star fuori un atto innovativo. Viviamo sommersi e difficilmente saremo salvati. La poesia rappresenta un sollievo, un occhio più alto di noi. Personale Eden di Angela Greco è un sollievo nel sollievo, un atto rivoluzionario nel suo genere. Un libro che passo dopo passo, verso dopo verso, ricostruisce con ottima scrittura un eros non inficiato dalla mercificazione occidentale, cui nel nostro mondo è stato, e viene relegato. Non è nemmeno la banale pruderia cui spesso siamo stati abituati, non è distrazione, non è dannazione, non è la pagina patinata di una rivista soft core, non è un romanzo di Anais Nin. Scoraggio perciò il lettore in cerca di sensazioni forti, non troverà spade, grotte, roba liquida, posizioni al limite delle leggi fisiche e altre amenità di genere. Troverà poesie che riescono a toccare vertici di liricità ragguardevole, quella stessa forma di serenità che è eros, non erotismo. Eros è tutto quanto è amore, niente più e niente meno. Il libro dipana un dialogo a tutto tondo tra l’autrice e il soggetto del suo amore. Fondamentale che sia soggetto e non oggetto, badate bene. L’operazione ha successo, perché queste poesie senza titolo riescono a ripulire, a ridare fiato e rispetto a quel senso che è parte di noi, ma non sappiamo spiegare e spesso riusciamo solamente a negare. Un libro che difficilmente invecchierà, perché rappresenta un nuovo ancora tutto da valutare. (Flavio Almerighi )

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1)     trapiantati in tessuti sanguinanti affinché fioriscano aurore (pg.11)

Pomeriggio di un giorno ordinario, quando mi giunge in mail una sorpresa: nove versi tratti da Personale Eden (La Vita Felice – qui), che in questo 2017 compie esattamente due anni, posti come domande, ai quali dovrebbero seguire mie risposte. Non mi sembra qualcosa di semplice, nonostante l’apparenza, e la prima domanda mette subito in luce l’opposto che mi abita: concretezza affiancata ad una estrema voglia di leggerezza, con questo ultimo verso tratto dalla poesia che apre il libro; un verso che nella sua doppia figura esprime la duplice natura di cui è costituito l’essere umano: quella carnale e quella non carnale, determinanti sensazioni antitetiche.

2)      lo sguardo fa nuovo il qualunque su cui si posa (pg 13)

Questa intervista capta i punti cruciali dell’opera, accordandole una valenza ed una profondità spesso negate dal ritenere la poesia d’amore qualcosa di facile. Personale Eden è sostanzialmente un percorso, una strada da sé all’altro, verso la persona amata. Lo sguardo qui si sovrappone senza sbavature all’atto stesso dell’amare, sentimento che, quando ci possiede, fa sembrare differente anche quello a cui siamo abituati. La vista (molto presente in tutto il libro, come inizio dell’amore, panoramica sulla scena o, come godimento dell’oggetto amato) è il senso, insieme all’udito (di cui anche si parla spesso con riferimento alla voce dell’amato) forse più etereo che possediamo, ma al contempo, è quello che metaforicamente indica con maggior immediatezza il cambiamento in toto.

3)      sono tempi differenti o difficili quelli ai quali t’invito (pg 18) 

Questo verso riprende la mia idea di donna, forse oggi demodé: in carne, formosa, inequivocabilmente femminile e femmina, compagna e amante, capace di prendersi cura dell’altro, affiancandolo, senza trascurare le peculiarità di ciascuno. Nel libro il riferimento non è soltanto a uomo e donna, ma, più precisamente, al maschile e al femminile, alla complementarità dell’essere e a due esseri complementari, che si presentano con le loro conclamate singolarità e che solo insieme possono costituire originalità – nel significato di quello che è primordiale, che è all’origine – ed equilibrio, grandi assenti dei tempi moderni.

4)      nel presente che muore quest’ora solonostra ci tocca (pg 19)

Duplice accezione di toccare, inteso come gesto concreto e di capitare, accadere come per caso, venire in sorte. L’ora che, personificata, sfiora i protagonisti, ricordando la caducità del presente ed esortando a cogliere l’attimo e l’ora che tocca vivere, perché non può appartenere a nessun altro, se non ai due amanti. Il mancato spazio tra avverbio e aggettivo possessivo, come le contrazioni che molte volte si incontrano nel libro, vuole rendere l’immediatezza, il tempo da non perdere, la voglia assoluta di appartenersi, congiungersi e riunirsi, che azzera anche lo spazio sul foglio.

5)      lascia che mi perda tra le tue strade segrete (pg 29)

Un amore concreto, che alla fine del libro diventa il mezzo stesso atto a far riscoprire anche la propria irrinunciabile umanità. L’amore, come mezzo che sublima l’uomo e lo avvia verso un paradiso, intravisto in lontananza, a cui si giunge attraverso il vivere quotidiano, fatto di carne e non carne. Le strade segrete sono il corpo dell’amante, di colui che ama e di colui che è amato; quei luoghi pudicamente nascosti per difesa dell’apparenza. Personale Eden, volutamente privo di qualsiasi lemma volgare o anche solo allusivo ad un substrato di mancata eleganza, toglie il velo ai desideri umani tenuti a catena corta, a causa dell’atteggiamento sociale a cui noi occidentali di matrice cattolica siamo stati addestrati nel corso dei secoli…

6)      mi venivi incontro e mi seguivi da far scoppiare il cuore (pg 30)

Personale Eden, è “un libro ancora giovane” (Almerighi), nonostante sia stato pubblicato da due anni e nonostante il prosieguo del mio percorso poetico anche con l’uscita di un nuovo libro. Concordo con questa definizione, perché è la materia di cui narra ad essere sempre giovane e nuova e a rendere a-temporali i suoi protagonisti. L’incontro, espressione di quel desiderato ricongiungimento con l’altra metà che aleggia per tutto il libro, e la gioia. Forse un’espressione troppo adolescenziale, quell’immagine di traboccante felicità, ma quando si ama inevitabilmente si diventa incongrui con l’età anagrafica.

7)      dalla pelle alla penna nessun avanzo (pg 33)

La pelle è per me una seconda memoria e quello che vivo lo trasporto nella mia poesia, senza circonlocuzioni o inganni, condividendo con i lettori le mie esperienze, in un atto di estrema fiducia. Sull’iterazione autore-lettore ci tengo a sottolineare una peculiarità di questo lavoro in versi, ossia che tutto il libro è privo di punteggiatura (salvo forse qualche minimo segno), come omaggio alla libertà proprio del lettore, il quale ha facoltà di scegliere le proprie pause ed i propri tempi di lettura, così da divenire praticamente parte integrante dell’opera stessa.

8)      così sei abisso (pg 35)

Vivendo l’amore carnalmente e spiritualmente, in anima e corpo, l’amato diventa la misura infinita, quella incommensurabile, che svela e conduce a profondità singole e di coppia, di cui prima si ignorava anche l’esistenza. Su questo punto, che svela, anche nel significato proprio del termine abisso, la soprasseduta profondità di questa poesia, ringrazio sentitamente Flavio Almerighi, che, fin dall’uscita di Personale Eden, ha creduto in questo libro, apprezzandolo immediatamente e augurandomi il meglio per questo tipo di poesia, quella erotica, troppo spesso trascinata nella volgarità, nell’eccesso e nello sciocco voyeurismo.

9)      un cappello di sorrisi volato per inattese strade grigie (pg 41)

Il copricapo, simbolo retrò dell’uomo sicuro di sé, capovolto per contenere sorrisi, indica le sovvertite regole del bon ton e dell’immagine sociale della persona innamorata; mentre il colore indica, invece, il presentarsi dell’amore a qualsiasi età (strade grigie) e a sorpresa (inattese), sempre con gli stessi effetti sconvolgenti e sorprendenti non solo per chi li vive, ma anche per chi quell’amore lo guarda dall’esterno.

— su Personale Eden (tutti gli articoli) 
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Angela Greco è nata il primo maggio del ‘76 a Massafra (TA), dove vive con la famiglia. Ha pubblicato: in prosa, Ritratto di ragazza allo specchio (racconti, Lupo Editore, 2008); in poesia: A sensi congiunti (Edizioni Smasher, 2012; in uscita la seconda edizione con prefazione di Flavio Almerighi); Arabeschi incisi dal sole (Terra d’ulivi, 2013); Personale Eden (La Vita Felice, 2015); Attraversandomi (Limina Mentis, 2015, con ciclo fotografico realizzato con Giorgio Chiantini); Anamòrfosi (Progetto Cultura, Roma, 2017) .

 

Flavio Almerighi è nato a Faenza il 21 gennaio 1959. Sue le raccolte di poesia: Allegro Improvviso (Ibiskos, 1999); Vie di Fuga (Aletti, 2002); Amori al tempo del Nasdaq (Aletti, 2003); Coscienze di mulini a vento (Gabrieli, 2007); Durante il dopocristo (Tempo al libro, 2008); Qui è Lontano (Tempo al libro, 2010); Voce dei miei occhi (Fermenti Editrice, 2011); Procellaria (Fermenti Editrice, 2013); Sono le Tre (Lietocolle, 2013); Caleranno i Vandali (Samuele Editore, 2016); Storm Petrel, edizione americana di Procellaria, traduzione di Steven Grieco (Chelsea Edt. New York). Alcuni suoi lavori sono stati pubblicati da prestigiose riviste quali Tratti, Prospektiva, Il Foglio Clandestino.

Flavio Almerighi, Madre santa

In questa poesia di Flavio Almerighi la sacralità del titolo si sgrana fino all’intimità dell’uomo carnale, per poi ricondurre il componimento al punto di partenza, all’Eternità, resa nel primordio della vita stessa. “carnale” leggi umano, fatto di sangue, vivo, in contrapposizione alla figura femminile-materna di cui “epigrafe disperata” dice appartenere al regno opposto a quello dei vivi. Il poeta in pochi e densissimi versi narra l’intero ciclo da cui deriviamo e a cui siamo destinati, come caduchi esseri nati da donna. La madre, come figura generatrice ed eternatrice, presenza-assenza a cui rivolgersi nella presa di coscienza della realtà. Lo scarto temporale dei verbi iniziali è il superamento della contingenza che rende alla perfezione uno dei ruoli della Poesia; un testo dove non ci si può sottrarre alla partecipazione emotiva e alla consapevolezza finale. (Angela Greco)

– immagine: scultura di Antonio Allegretti – 

almerighi

viene un tempo
in cui sarà difficile
rinvenire ogni traccia
in questo lungomare

mestiere da matti è scriverne
senza scriverti mai
nel diario dei giorni
successivi alla partenza

l’epigrafe disperata,
si apra e ti accolga a nuova vita
la vagina dell’Eternità,
è sempre qua dentro

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