Lettura e ascolto: Pink Floyd, The Gunner’s Dream – sassi sonori

The Scarlet Sunset circa 1830-40 Joseph Mallord William Turner 1775-1851 Accepted by the nation as part of the Turner Bequest 1856 http://www.tate.org.uk/art/work/D24666

 “The final cut”, l’album da cui è tratto il brano The Gunner’s Dream, è il frutto di un travagliato percorso di auto-esplorazione e dei traumi lasciati nell’animo dell’autore, Roger Waters, bassista e all’epoca leader dei Pink Floyd,  dalla perdita del padre. E’ un disco fortemente pacifista, scritto durante la cosiddetta Guerra delle Falkland, ma la cui atmosfera riporta evidentemente alla Seconda Guerra Mondiale. E’ un disco talmente intimo e personale – ostico all’ascolto, poco “in linea” con le atmosfere e le sonorità tipiche dei Pink Floyd – da aver causato lo scioglimento temporaneo del gruppo per l’accusa di atteggiamenti dittatoriali mossa dagli altri componenti a Waters, che riducevano i Pink Floyd ad un complesso di supporto, soggiogato alle esigenze espressive del leader. Nato nel settembre 1943, Roger Waters non conobbe mai il padre, Eric Fletcher Waters che, partecipando nelle fila dell’esercito britannico allo sbarco di Anzio del gennaio 1944, trovò la morte durante lo sbarco delle forze alleate insieme a migliaia di altri soldati. Evento, quest’ultimo, che ha inevitabilmente segnato tutto il resto della sua vita e che trova riflesso concreto in gran parte dei testi di Waters.

“The Gunner’s dream”, tradotto come “Il sogno dell’artigliere”, parla di un soldato che, dal fronte dove si trova, fra le bombe che gli cadono intorno facendolo sobbalzare, sogna. Sogna una vecchiaia accanto alla donna amata i cui capelli si tingono d’argento; sogna una casetta con il giardino sul retro, un posto tranquillo dove vivere appagato in amore e in pace. “His dream is driving me insane” recita ad un certo punto la canzone, ovvero “Il suo sogno mi sta facendo impazzire”, indicando il progetto di Waters, in questo album, di elaborare un concept legato al “tradimento del sogno postbellico”; concept pacifista, che rappresenta il filo conduttore ideale tra gli eventi di attualità del 1982 e la seconda guerra mondiale.[Giorgio Chiantini]

“Il sogno dell’artigliere” si apre immergendo subito l’ascoltatore in un’atmosfera da battaglia appena conclusa, di attacco nemico appena trascorso e dal quale, forse, si ha avuto la fortuna di salvarsi fisicamente, ma non mentalmente. La voce del cantante ha tono dolce, quasi di benevolenza verso l’ineluttabile destino che suo malgrado ha dovuto subire e lascia intendere la speranza che tutto quanto accaduto possa essere finito magari per sempre. Ma così non sarà e, di fatto, il testo procede su toni utopici, ma con la consapevolezza che la guerra inevitabilmente fa parte della natura umana. A metà brano, l’assolo di sax segna il punto di massima tensione a cui corrisponde la frase chiave dell’intero brano “And hold on to the dream” alla lettera “tenere, mantenere il sogno” quindi aggrapparsi ad esso (“E ti aggrappi ostinatamente al tuo sogno” nella traduzione qui proposta), che segna uno spartiacque tra l’ideale e il reale, conferendo corpo, concretezza alle parole nella resa dinnanzi al fatto che nei confronti di un sogno si può solo avere l’ostinazione di continuare a credere e a sperare in esso. [Angela Greco]

Il testo della canzone è il monologo di un aviatore (in inglese air gunner) che, dopo essere stato colpito durante uno scontro aereo, mentre sta precipitando inesorabilmente verso la sua morte, ripensa alla sua vita passata e al futuro senza di lui; lo si può quindi definire un testamento. Subito dopo essere stato colpito, infatti, ripensa alla propria vita (Floating down through the clouds/Memories come rushing up to meet me now), rielaborando con una calma inquietante il suo passato. In particolare, il soldato morente parla di un sogno che aveva (I had a dream) e che è stato infranto dalla guerra e dalla sua morte. Il suo sogno consisteva in quello che può essere chiamato “un mondo migliore”: “dove si possa mangiare, dove si possa parlare ad alta voce dei propri dubbi e delle proprie paure, dove nessuno scompare senza motivo, dove tutti sono uguali davanti alla legge e dove nessuno uccide più i bambini” (A place to stay/Enough to eat/Somewhere old heroes shuffle safely down the street/Where you can speak out loud/About your doubts and fears/And what’s more/no-one ever disappears/[…]And everyone has recourse to the law/And no-one kills the children anymore/And no-one kills the children anymore). L’ultima frase, pronunciata due volte, rimane come sospesa appena prima della variante musicale, in modo da lasciare il tempo all’ascoltatore per riflettere su uno dei crimini più gravi di cui un uomo possa macchiarsi.

Subito dopo, il brano si tuffa in una fase più aggressiva e maestosa, e sembra che il monologo si sposti su una terza persona (Night after night/Going round and round my brain/His dream is driving me insane, Notte dopo notte vagando nella mia mente il suo sogno mi sta facendo impazzire), forse il padre. Dopo la variante, la musica torna più calma, creando un’atmosfera surreale. Il testo prosegue proclamando che “l’aviatore questa notte dormirà in qualche angolo di un campo straniero. Non si può però scrivere la parola fine: prendetevi cura del suo sogno” (In the corner of some foreign field/The gunner sleeps tonight/What’s done is done/We cannot just write off his final scene/Take heed of the dream): il soldato cioè continua a vivere attraverso i suoi ideali di una vita giusta. La frase And maniacs don’t blow holes in bandsmen by remote control (“e maniaci non fanno esplodere (lett.: non fanno buchi) a distanza i musicisti”) è una chiara allusione all’attentato del 1982, quando durante un concerto ad Hyde Park, l’IRA piazzò una bomba sotto il palco. Facendo esplodere l’ordigno, uccisero i musicisti e i civili più vicini”. [Wikipedia via Canzoni contro la guerra]

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Il sogno dell’artigliere (Pink Floyd)
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Scendono lentamente attraverso le nuvole
I ricordi che ora mi assalgono.
Nello spazio fra i cieli
E nell’angolo di qualche campo straniero,
Ho fatto un sogno,
Ho fatto un sogno.
Addio Max,
Addio mamma.
Dopo la funzione mentre torni lentamente all’auto,
E l’argento dei suoi capelli
Splende nell’aria fredda di novembre,
Senti la campana che suona a morto,
Tocchi la seta del risvolto.
E mentre le lacrime cadono
Per essere confortate dal suono della banda,
Le prendi la mano delicata,
E ti aggrappi ostinatamente al tuo sogno.
Un posto per vivere,
Cibo a sufficienza,
Un luogo dove i vecchi eroi passeggiano tranquillamente,
Dove si possono esprimere ad alta voce
Dubbi e paure,
E soprattutto dove nessuno muore
Dove non ti gettano sulla soglia il solito giornale di frasi fatte,
Dove te ne stai tranquillo e beato,
E non ci sono maniaci che sparano
Con il telecomando ai suonatori della banda
E tutti possono fare ricorso alla legge
E nessuno uccide più i bambini
E nessuno uccide più i bambini
Notte dopo notte,
Mi gira nella mente,
Questo suo sogno mi fa impazzire.
Nell’angolo di qualche campo straniero,
L’artigliere stanotte dorme.
Quel che è fatto è fatto.
Non possiamo cancellare le sue ultime parole.
Pensate bene al suo sogno.
Pensateci bene.
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*
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The Gunner’s Dream (Pink Floyd)
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Floating down through the clouds
Memories come rushing up to meet me now
In the space between the heavens
And in the corner of some foreign field
I had a dream
I had a dream
Goodbye Max
Goodbye Ma
After the service when you’re walking slowly to the car
And the silver in her hair
Shines in the cold november air
You hear the tolling bell
And touch the silk in your lapel
And as the tear drops rise
To meet the comfort of the band
You take her frail hand
And hold on to the dream
A place to stay
Enough to eat
Somewhere old heroes shuffle safely down the street
Where you can speak out loud
About your doubts and fears
And what’s more no-one ever disappears
You never hear their standard issue kicking in your door
You can relax on both sides of the tracks
And maniacs don’t blow holes
In bandsmen by remote control
And everyone has recourse to the law
And no-one kills the children anymore
And no-one kills the children anymore
Night after night
Going round and round my brain
His dream is driving me insane
In the corner of some foreign field
The gunner sleeps tonight
What’s done is done
We cannot just write off his final scene
Take heed of the dream
Take heed
 (immagine d’apertura:  dipinto di Joseph Mallord William Turner The Scarlet Sunset (1830–40); immagine di chiusura: copertina dell’album The final cut (1983); testo del brano da testitradotti.it)
finalcut

I giardini di Marzo di Lucio Battisti visitati da Giorgio Chiantini per Sassi sonori

Pubblicata il 24 aprile 1972 all’interno dell’album “Umanamente uomo. Il sogno” e come 15º singolo di Lucio Battisti, per la casa discografica Numero Uno, in coppia I giardini di marzo/Comunque bella. Il testo, scritto da Mogol, parla degli anni dell’infanzia nel dopoguerra, tra povertà e difficoltà familiari ed esistenziali. La canzone, tra le più emozionanti del panorama musicale italiano, coniuga melodia struggente e malinconia ad un testo intriso di nostalgia per il passato e ansia di non riuscire a vivere al meglio il presente, rispecchiando in maniera molto nitida, anche la generazione degli anni in cui venne offerta al grande pubblico e trovando ancora oggi ampio consenso proprio per il tema esistenzialista molto bene espresso.

Il componimento prende avvio da alcuni ricordi d’infanzia di Mogol, risalenti al secondo dopoguerra, tra povertà e presenza dalla dignitosa figura materna, e, attraverso la narrazione delle esperienze scolastiche, tratteggia quel senso di frustrazione e mancata integrazione provato nell’osservare i coetanei, che ha condotto il protagonista a rifugiarsi in se stesso, in un isolamento interiore non percepibile dal mondo esterno, in un silenzio di protezione, al riparo dalla vergogna e da ciò che considerava umiliazione per l’impossibilità di realizzazione.

Nel ritornello esplode, inattesa, una dolcezza sognante, elusa da qualsiasi limitazione temporale, fatta di amore e solidità emotiva, in piena armonia con la natura, dove il cuore accoglie in sé tutte le bellezze dell’universo, anche se la frase finale del ritornello ci riporta, però, alla dimensione reale dell’esistenza del protagonista, che continua a percepire una distanza incolmabile tra l’esterno da sé e il suo mondo interiore. Nell’ultima strofa, ecco che torna prepotente il passato, la malinconia si trasforma da dolcissima a struggente, a causa di una delusione, un tradimento, una richiesta d’aiuto impregnata di falsità, che rende ancora più labile la fiducia nei rapporti umani, rivelando inutile ogni sforzo di adeguamento alle vite circostanti dei coetanei. (fonti varie dal web tra cui zon.it – adattamento di Giorgio Chiantini)

Il carretto passava e quell’uomo gridava gelati
al 21 del mese i nostri soldi erano già finiti
io pensavo a mia madre e rivedevo i suoi vestiti
il più bello era nero coi fiori non ancora appassiti
All’uscita di scuola i ragazzi vendevano i libri
io restavo a guardarli cercando il coraggio per imitarli
poi sconfitto tornavo a giocar con la mente i suoi tarli
e alla sera al telefono tu mi chiedevi perché non parli
Che anno è che giorno è
questo è il tempo di vivere con te
le mie mani come vedi non tremano più
e ho nell’anima
in fondo all’anima cieli immensi
e immenso amore
e poi ancora ancora amore amor per te
fiumi azzurri e colline e praterie
dove corrono dolcissime le mie malinconie
l’universo trova spazio dentro me
ma il coraggio di vivere quello ancora non c’è
I giardini di marzo si vestono di nuovi colori
e le giovani donne in quei mesi vivono nuovi amori
camminavi al mio fianco e ad un tratto dicesti “tu muori
se mi aiuti son certa che io ne verrò fuori”
ma non una parola chiarì i miei pensieri
continuai a camminare lasciandoti attrice di ieri
Che anno è che giorno è
questo è il tempo di vivere con te
le mie mani come vedi non tremano più
e ho nell’anima
in fondo all’anima cieli immensi
e immenso amore
e poi ancora ancora amore amor per te
fiumi azzurri e colline e praterie
dove corrono dolcissime le mie malinconie
l’universo trova spazio dentro me
ma il coraggio di vivere quello ancora non c’è…
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– immagine d’apertura: Mira Nedyalkova photography –

Luigi Tenco e la bellezza triste di un’epoca, a cura di Giorgio Chiantini – sassi sonori

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Omaggio a Luigi Tenco nel 50° anniversario dalla scomparsa, a cura di Giorgio Chiantini

Sulla fine tragica di Luigi Tenco, ormai in questi 50 anni che ci separano dal quel tragico 27 gennaio del 1967, è stata prodotta una vasta letteratura. Molte le interpretazioni e le ipotesi che hanno messo in dubbio la versione ufficiale, ipotizzando chissà quali retroscena e complotti e mettendo in dubbio “…la profondità dell’emozione umana presumibilmente innescata dalla situazione” (cit. Marco Santoro in Effetto Tenco).

Nato a Cassine il 21 marzo 1938, trascorse la prima infanzia tra Cassine e Ricaldone (paese originario della madre) fino a che, nel 1948, la famiglia si trasferì in Liguria, dapprima a Nervi (nella casa del nonno materno) e poi a Genova, dove la madre aprì un negozio di vini. Nel 1953 fondò un gruppo musicale, la Jelly Roll Boys Jazz band; nel 1956 entrò a far parte, anche se saltuariamente, come sassofonista del Modern Jazz Group del pianista Mario De Sanctis, che vedeva fra i componenti anche Fabrizio De André alla chitarra elettrica. Nel 1957 venne chiamato nel Trio Garibaldi e proprio per il trio, Tenco scrive la sua prima canzone, la sigla di apertura dell’orchestra. Seguì, nel 1958, la costituzione del gruppo I Diavoli del Rock con Graziano Grassi, soprannominato Roy, alla batteria e Gino Paoli alla chitarra. Nel 1959 si trasferì a Milano, ospite, con l’amico Piero Ciampi, di Gianfranco Reverberi che, lavorando come arrangiatore alla Dischi Ricordi, lo fece partecipare come session man alle registrazioni di La tua mano di Gino Paoli e Se qualcuno ti dirà di Ornella Vanoni; si trasferì poi con Ciampi alla Pensione del Corso, in Galleria del Corso 1, dove alloggiavano anche Paoli, Sergio Endrigo, Franco Franchi, Bruno Lauzi ed altri artisti. Ottenne, quindi, un contratto discografico con la Dischi Ricordi come cantante; il suo esordio con il gruppo I Cavalieri risale al 1959. Il gruppo – che gravitava intorno alla casa discografica Tavola Rotonda, sotto-etichetta della Ricordi, da cui il nome – incise un EP (Extended Play) con quattro brani, Mai/Giurami tu/Mi chiedi solo amore/Senza parole (che vennero anche pubblicati suddivisi in due 45 giri), pubblicato a nome «Tenco». Dopo questa incisione, Tenco adottò gli pseudonimi di Gigi Mai, Dick Ventuno e Gordon Cliff, chiedendo a Nanni Ricordi di non apparire con il suo vero nome, per non subire danni d’immagine essendo studente di scienze politiche ed iscritto al Partito Socialista Italiano.

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Nel 1961 uscì il suo primo 45 giri inciso come solista e con il suo vero nome, intitolato I miei giorni perduti. Il primo 33 giri, invece, uscì nel 1962 e conteneva successi quali Mi sono innamorato di te e Angela, ma anche Cara maestra, che non fu ammessa all’ascolto dalla Commissione per la censura (per quest’ultimo brano fu allontanato dalle trasmissioni RAI per due anni). Nel settembre del 1963 le sue canzoni Io sì e Una brava ragazza furono nuovamente bloccate dalla censura. Poco prima aveva abbandonato la Dischi Ricordi per la Jolly; nel 1966 stipula un contratto con la RCA Italiana ed incide Un giorno dopo l’altro, che diventa sigla dello sceneggiato televisivo Il commissario Maigret. Altri successi dell’epoca sono Lontano lontano (in gara a Un disco per l’estate 1966), Uno di questi giorni ti sposerò, E se ci diranno, Ognuno è libero.

A Roma, conobbe la cantante italo-francese Dalida, con la quale ebbe una relazione, e nello stesso periodo collaborò con il gruppo beat The Primitives, guidato da Mal, per i quali scrisse, in collaborazione con Sergio Bardotti, il testo italiano di due canzoni: I ain’t gonna eat my heart out anymore, che diventa il grande successo Yeeeeeeh!, e Thunder ‘n’ Lightnin, tradotta in Johnny no! e contenuta nell’album del gruppo Blow Up. Nel 1967 si presentò al Festival di Sanremo (Fabrizio De André sostenne che non ne era affatto entusiasta e vi andò controvoglia) con la canzone Ciao amore ciao, cantata, come si usava a quel tempo, da due artisti separatamente, ovvero lo stesso Tenco e Dalida. Prima di quel tragico 27 gennaio si ha la sensazione, che Tenco cercasse di dialogare con il pubblico, proponendo contenuti di tipo sociale e politico a ritmi e arrangiamenti più popolari, tipo di origine folkloristica oppure rock, genere, che in quel momento stava dilagando, come diffusione di massa. Penso a canzoni come “Ballata della moda”, “Giornali femminili”, “Vita sociale” oppure come “Cara maestra” e “Ragazzo mio”. Tenco, però, a fronte dei suoi testi di carattere sociale, rimaneva un grandissimo cantante d’amore, tanto da emergere con canzoni, scritte e interpretate da lui, a dir poco meravigliose, come: “Mi sono innamorato di te”, “Vedrai vedrai”, “Quando”, “Lontano lontano”, “Un giorno dopo l’altro”, “Se stasera sono qui”, “Se potessi amore mio”, “Angela”, “Guarda se io”, “Se sapessi come fai” e tante altre.

397-tenco-e-dalidaSi tratta di uno dei più bei canzonieri d’amore scritto ed interpretato da un musicista contemporaneo. Non che non ci siano canzoni d’amore altrettanto belle, ma nessuno ne ha “indovinate” tante; canzoni d’amore dove semplicità e linearità si esprimono sempre con le parole giuste, perché elementari e perché preservano una sorta di originaria innocenza: “Mi sono innamorato di te/ perché non avevo niente da fare” o “se stasera sono qui/ è perché ti voglio bene”, sono di una semplicità inaudita, che le fa arrivare diritte al cuore. Il più introverso cantante italiano trova una essenzialità luminosa e la trasforma in passione amorosa. Contribuiscono in modo determinante due fattori: la bellezza straordinaria di Tenco e la sua voce, quest’ultima capace di tonalità intense e a volte molto forti. Meglio di tutti ha saputo raccontare questa voce Enrico de Angelis: “Il suo canto così simile al fraseggio del suo sassofono: il Tenco interprete che sa spiegare le frasi melodiche con intonazione perfetta, spezzandole poi con pause e sospensioni sapienti; che si impone per quella sua nitidezza timbrica, sillabica, per quelle struggenti strozzature che finiscono rauche, quei teneri accenni lievissimi di falsetto, o nelle note basse quella definitiva profondità che non ammette repliche”.

Si può solo aggiungere che quella voce era perfettamente corrispondente ad un volto altrettanto perfetto, di cui sembra riprodurre i tratti, le ombre e le oscurità, che non riescono ad incupire la luminosità dello sguardo. Infatti Tenco non è triste, nell’eccezione del termine, ma lascia che si intuisca un elemento di gioco, un esercizio di travestimento dove l’infelicità e la malinconia, sembrano diventare una sorta di stile… “l’aria triste che tu amavi tanto”. Di conseguenza, forse, non è così pretestuoso ribaltare lo stereotipo costruito su di lui, ad esempio pensando ad una delle sue canzoni considerate più tristi, quel “Vedrai vedrai” si scoprirà facilmente che la parola chiave di quel testo è “cambierà”, ripetuta per ben sei volte! “Vedrai vedrai/ vedrai che cambierà/ forse non sarà domani/ ma un bel giorno cambierà”.

Erano tempi, quelli di Luigi Tenco, dove, innanzitutto, l’idea di una condivisione – generazionale, ma anche sociale e addirittura politica – emergeva e si manifestava nei termini e con i suoni più seducenti e dove la tristezza era innanzitutto un elemento letterario, che si sceglieva di adottare più di quanto avessero fatto e avrebbero fatto altre generazioni. La tristezza, insomma, come cifra stilistica, che doveva rendere interessanti e riflessivi, aggrottati in volto e nei pensieri, non mesti, ma consapevoli del tragico. Tenco, autore di almeno tre canzoni tanto struggentemente tristi quanto prodigiosamente non tristi, ma ariose, libere, tenerissime, come “Lontano lontano”, “Un giorno dopo l’altro” e “Vedrai vedrai”, ha una tristezza diversa da altri cantautori dell’epoca, tutti esponenti della cosiddetta “scuola genovese”, un nucleo di artisti, che rinnovò profondamente la musica leggera italiana. Al di là delle apparenze, nella tristezza di Tenco forse sembra resistere una traccia di speranza: la speranza, sua essenziale eredità, insieme alle sue belle canzoni, è quella che ci piace ricordare di lui. (Notizie varie dal web e dal libro La musica è leggera di Luigi Manconi)

“Io sono uno che sorride di rado, questo è vero, ma in giro ce ne sono già tanti che ridono e sorridono sempre, però poi non ti dicono mai cosa pensano dentro “
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(Luigi Tenco, Io sono uno, 1966)
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Freddie Mercury, una voce indimenticabile – sassi sonori

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Freddie Mercury, il leggendario cantante dei Queen (vero nome Frederick Bulsara), nasce il 5 settembre 1946 nell’esotica isola di Zanzibar, attualmente di proprietà della Tanzania. Figlio di un politico inglese sempre in viaggio per lavoro, Freddie si ritrova a svolgere gli studi elementari a Bombay, in India, per poi completarli in Inghilterra, terra di origine della famiglia – inizialmente il destino di Mercury non sembrava affatto la musica, dato che si era iscritto all’Istituto d’Arte Ealing, laureandosi in arte e design – e la formazione altamente internazionale permetterà al sensibile futuro cantante di costruirsi un bagaglio di esperienze non indifferente.

Ben presto mette in mostra le sue straordinarie doti di pianista e grande vocalist in gruppi come “Sour Milk Sea” e “Wreckage”; con questi comincerà a sviluppare le sue capacità artistiche e sceniche, ma è l’incontro con Brian May e Roger Taylor che gli cambierà la vita. I tre fonderanno quel gruppo ormai universalmente conosciuto col nome molto glamour di “Queen”, suggerito dallo stesso Mercury, che deciderà anche di cambiare il suo nome – Bulsara suona decisamente male – scegliendo, sempre con attenzione alla sua vena teatrale, quello di “Mercury” in omaggio al mitologico messaggero degli dei. L’esigenza di un bassista, quindi, porterà poi John Deacon a completare la formazione.

Sul palco, come nella vita dopotutto, Mercury si dimostra uno straordinario interprete pieno di drammatiche gestualità, un vero animale da palcoscenico, divenendo uno dei pochi performer in grado realmente di illuminare uno stadio con la sua sola presenza e catturare l’attenzione di migliaia di spettatori con un solo gesto. Tutti i concerti dei Queen (in tutto il ventennale della loro carriera se ne conteranno 707) furono infatti assolutamente spettacolari ed indimenticabili, proprio grazie alle doti sceniche di Mercury, cantante, che si dimostrerà sempre molto coraggioso anche nel vivere la sua identità, dichiarando più volte senza imbarazzi la sua omosessualità, fino alla malattia, l’Aids (contratta forse nel 1986), che lo porterà ad una scomparsa prematura il 24 novembre 1991 per polmonite. (da fonti varie dal web – a cura di Giorgio Chiantini & Angela Greco)

Di seguito proponiamo il video ed il testo con traduzione di “How Can I Go On”, una superba interpretazione di Freddie Mercury in coppia con la cantante lirica spagnola Monserrat Caballè, tratta dall’album “Barcelona” del 1988, di cui riportiamo anche un articolo a cura della Community QuennItalia, in pdf scaricabile al seguente link (clicca qui).

How Can I Go On
How can I go on
When all the salt is taken from the sea
I stand dethroned
I’m naked and I bleed
But when your finger points so savegely
Is anybody there to believe in me
To hear my plea and take care of me?
 
How can I go on
From day to day
Who can make me strong in every way
Where can I be safe
Where can I belong
In this great big world of sadness
How can I forget
Those beautiful dreams that we shared
They’re lost and they’re nowhere to be found
How can I go on?
 
Sometimes I start to tremble in the dark
I cannot see
When people frighten me
I try to hide myself so far from the crowd
Is anybody there to comfort me
Precious Lord hear my plea – yeah
Lord … take care of me
 
How can I go on (how can I go on)
From day to day (from day to day)
Who can make me strong (who can make me strong)
In every way (in every way)
Where can I be safe (where can I be safe)
Where can I belong (where can I beelong)
In this great big world (in this great big world of sadness)
How can I forget (how can I forget)
Those beautiful dreams that we shared (those beautiful dreams that we shared)
They’re lost and nowhere to be found
How can I go on?
 
How can I go on
How can I go on go on go on go on…

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Come posso andare avanti
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Come posso andare avanti
Quando tutto il sale è tolto al mare
Sono detronizzato
Sono indifeso e sanguino
Ma quando il tuo dito mi punta così selvaggiamente
C’è qui qualcuno che mi creda?
Che ascolti la mia supplica e si prenda cura di me?
Come posso andare avanti
Giorno dopo giorno
Chi può rendermi forte in ogni modo
Dove posso sentirmi al sicuro
A cosa appartengo
In questo grande mondo di tristezza
Come posso dimenticare
Quei magnifici sogni che dividevamo
Sono perduti e impossibili da ritrovare
Come posso andare avanti?
A volte inizio a tremare nel buio
Non riesco a vedere
Quando le persone mi spaventano
Provo a nascondermi così lontano dalla folla
C’è qualcuno che mi conforti?
Dio ascolta la mia supplica… – yeah
Dio… prenditi cura di me
Come posso andare avanti(come posso andare avanti)
Giorno dopo giorno(giorno dopo giorno)
Chi può rendermi forte in ogni modo(chi può rendermi forte in ogni modo)
Dove posso sentirmi al sicuro(dove posso sentirmi al sicuro)
A cosa appartengo(a cosa appartengo)
In questo grande mondo di tristezza(in questo grande mondo di tristezza)
Come posso dimenticare(come posso dimenticare)
Quei magnifici sogni che dividevamo(quei magnifici sogni che dividevamo)
Sono perduti e impossibili da ritrovare(sono perduti e impossibili da ritrovare)
Come posso andare avanti?(come posso andare avanti…)
Come posso andare avanti
Come posso andare avanti avanti avanti avanti…
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La Piccola Orchestra Italiana Avion Travel e Il giudizio di Paride – sassi sonori a cura di Giorgio Chiantini

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Quella della Piccola Orchestra Italiana Avion Travel è l’ideale storia di una piccola band che, dopo aver trascorso anni a suonare in piccoli club e teatri, improvvisamente compie il salto di qualità. Nati a Caserta, all’alba degli Ottanta, all’inizio di una delle tante rivoluzioni rock, gli Avion Travel, come allora si chiamavano, sembravano destinati a scomparire dopo una manciata di dischi poco fortunati; invece, nel 1998, si affermano presso il grande pubblico grazie al Festival di Sanremo, dove la loro canzone “Dormi e sogna” viene premiata con il Premio della Critica e della Giuria di Qualità, come migliore musica e migliore arrangiamento. Nel 2000 gli Avion Travel si presenteranno nuovamente alla cinquantesima edizione dello stesso festival e vinceranno a sorpresa con “Sentimento”, brano denso di arrangiamenti raffinati e melodie struggenti, aggiudicandosi ancora il Premio Speciale della Critica e della Giuria di Qualità per le categorie “Migliore Musica” e “Migliore Arrangiamento”. Un successo inaspettato per una band che aveva fatto del suo essere “alternativa” un vanto, ma a volte anche un limite.

Peppe Servillo, più che un leader, è la “faccia” di questo gruppo di musicisti, che veste le canzoni con la particolare mimica del suo volto, raccontandole con poeticità. La Piccola Orchestra corona il suo percorso di ricerca curiosa e indipendente con Bellosguardo, pubblicato nel 1992; un disco che, per la sua specificità e per la sua concentrata bellezza, rappresenta di fatto il manifesto musicale della band. Nel 1993, a seguito dell’incontro con Caterina Caselli e del contratto con la Sugar, esce l’album Opplà, un tassello decisivo nel raffinato mosaico musicale degli Avion Travel, che ottiene buoni riscontri da parte della critica e comincia a schiudere al gruppo le porte del successo. Nell’ottobre del 1995 è la volta di Finalmente Fiori, che si rivela la naturale conclusione del trittico iniziato un anno prima con Bellosguardo.

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a Lecce, Anfiteatro

Nell’estate ’97, gli Avion Travel sono in tour in Italia e all’estero e da questa fitta attività concertistica (più di 200 concerti in due anni) avrà origine il primo album live, Vivo di canzoni. Nel gennaio del 1999 esce l’album Cirano, firmato dal produttore Arto Lindsay, uno dei padri della “no wave” newyorkese di Sonic Youth e Lydia Lunch, musicista eterodosso, militante negli anni Ottanta in tante formazioni rock-jazz e con all’attivo già storiche collaborazioni con David Byrne, Ryuichi Sakamoto, Caetano Veloso e Marisa Monte. Un personaggio intellettualmente conflittuale, che ha coinvolto gli Avion Travel in un gioco nuovo: quello di coniugare l’armonia e il bel canto di Peppe Servillo con le chitarre elettriche e le tastiere trattate alla sua maniera. E’ grazie a questo lavoro che, dopo la tournée nei principali teatri e piazze italiane, La Piccola Orchestra Avion Travel sbarca in Europa, esibendosi con numerosi concerti nei teatri in Germania, Austria, Svizzera, Belgio, Olanda e Spagna. Cresce, nel frattempo, l’interesse per la musica degli Avion Travel anche fuori dal Vecchio Continente, al punto da indurli a realizzare un Best of per il mercato internazionale.

Il bisogno di esplorare nuovi orizzonti musicali spinge il gruppo verso progetti molto diversi fra loro. Le esperienze e le influenze assorbite in questi anni di progetti “paralleli” spingono il gruppo a tornare in studio dopo tre anni, con una nuova importante sfida: un album di canzoni di Paolo Conte, interpretate da loro stessi e registrate sotto la direzione artistica dello stesso Paolo Conte, che ha anche scritto un brano appositamente per questo album (“Il Giudizio di Paride”) e interpretato una strofa di “Elisir”, insieme a Gianna Nannini. L’album Danson Metropoli – Canzoni di Paolo Conte include undici fra i maggiori successi del cantautore astigiano e segna il debutto della nuova formazione degli Avion Travel divenuta un quartetto composto da Peppe Servillo (voce), Fausto Mesolella (chitarra), Mimì Ciaramella (batteria) e Vittorio Remino (basso) – (fonti varie, dal web) -.

A proposito ricordo una loro esibizione presso l’Auditorium Parco della Musica di Roma, mi sembra nel 2008, nella quale dettero ampia dimostrazione delle loro qualità musicali regalando al pubblico un concerto indimenticabile, una vera e propria epifania musicale.

Il giudizio di Paride, il pezzo proposto in questa sede, scritto e pensato da Conte esclusivamente per il gruppo, è un brano sospeso tra cabaret e canzone napoletana, dove si riconosce subito l’ironia del suo autore. La canzone descrive in maniera burlesca l’episodio che vede Paride impegnato nell’arduo compito di assegnare il pomo di oro alla più bella tra tre dee, Hera, Atena e Afrodite, di cui Peppe Servillo dà una gustosissima interpretazione

by Giorgio Chiantini

Il giudizio di Paride

Delle tre la prima è dolce e paffuta
La seconda ha una classe infinita
E la terza un bell’andar
Leonino e muscolar, cosa devo far?

Me dicettene e’ purta’ un pomo d’oro
E di consegnarlo ad una di loro
Già’ che c’ero n’ accattai
Quattro chili e li guardai
Belli, belli assai

Me, tu devi scegliere me
Il premio lo dai a me

Io m’addimanne e cche’, neh!
Vanno cercanno ste tre

Ho le natiche più tonde del mondo
Ho negli occhi un bel mistero profondo
E io tengo un bell’andar
Leonino e muscolar, tu chi vuo’ premiar?

Statte zitte che pe’ ffa’ a’ pummorola
Comme Zeus commanna int’a casseruola
Ci va il tempo che ci va
Trallallero trallalla’
Oue’ chi vo’ pruva’
Me, dammene nu poco a mme’
‘na cucchiarata, ecche’, neh
Chella lussuria che te,’ oue’
Un ultimo assaggio pe’ mme’

Poi la storia racconto’ tutt’e cose
Di tre dee tutt’e tre vanitose
Che vulettene, vois-la’!
Miss italia organizza’,
Hue’, chi vuo’ mbruglia’?

*

Vasco Rossi, Sally – sassi sonori a cura di Giorgio Chiantini

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Vasco Rossi, Sally per sassi sonori a cura di Giorgio Chiantini

“Una canzone come Sally viene una volta ogni venti anni”, così Vasco Rossi commenta lo straordinario successo di uno dei suoi pezzi migliori. La canzone, apparve per la prima volta nell’album “Nessun pericolo per te” nel 1996. “Inizialmente – racconta Vasco in un’intervista – pensavo a una donna di circa 30 anni, poi mi sono accorto che mi ci sentivo dentro anch’io…”

Sally cammina per la strada senza nemmeno
guardare per terra
Sally è una donna che non ha più voglia
di fare la guerra
Sally ha patito troppo
Sally ha già visto che cosa
ti può crollare addosso
.
.
La canzone prende le mosse da un momento ordinario, una donna che cammina per strada senza nulla aggiungere su se stessa, sulla sua condizione o sulla sua meta; ma immediatamente l’autore del brano ci immerge in una atmosfera particolare, dicendo che la protagonista non vuole più combattere, perché ha già vissuto il dolore, il male, la fine, forse, di qualcosa di importante.
.
.
Sally è già stata punita
per ogni sua distrazione o debolezza
per ogni candida carezza
data per non sentire l’amarezza
.
Senti che fuori piove
senti che bel rumore
.
.
La canzone lascia intuire il passato della protagonista, con una delicatezza che perdona qualsiasi accadimento, immergendo Sally e lo stesso ascoltatore nel gesto purificatore della pioggia, all’esterno dal luogo dove si trovano entrambi, fuori: fuori da tutto quanto non viene svelato, ma che grava tra le note della canzone e addosso a ciascuno; fuori piove ed il rumore dell’acqua che cade indistintamente sopra tutto e tutti è “bello”, semplicemente bello, come lo indicherebbe un bambino, nella sua innocenza.
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Sally cammina per la strada sicura
senza pensare a niente
ormai guarda la gente
con aria indifferente
sono lontani quei momenti
quando uno sguardo provocava turbamenti
quando la vita era più facile
e si potevano mangiare anche le fragole
.
.
Nel prosieguo del brano, di Sally ci viene detto che è cresciuta ed è ormai diventata adulta, che ha relegato nel ricordo la sua vita passata distante da questo oggi di affanni e complicazioni; Vasco aggiunge ancora una nota inerente la natura, il riferimento alle fragole nello specifico, delineando magistralmente con una sola congiunzione, anche, un tempo passato implicitamente migliore di quello odierno, se addirittura si potevano mangiare anche le fragole, appunto, e non solo, aggiungeremmo spontaneamente, partecipando del testo e ritrovandoci in esso, come abbiamo letto in apertura essere accaduto all’autore stesso.
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perché la vita è un brivido che vola via
è tutto un equilibrio sopra la follia
sopra la follia
.
Senti che fuori piove
senti che bel rumore
.
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Giunge a questo punto il battito cardiaco della canzone, il punto focale, la frase che colpisce e rimane dentro, il punto di vista dell’artista e dell’uomo Vasco Rossi, che diventa frase cult, esperienza concreta, invito a cogliere quel famoso attimo-brivido, pronto a sfuggire per sempre, se non si è disposti ad accettare la vita come equilibrio con la follia, con il fuori dall’ordinario, con quel qualcosa che gli altri non comprenderanno mai, ma che ci fa sentire veri, vivi, in armonia con la pioggia e con il suono di questa.
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Ma forse Sally è proprio questo il senso, il senso
del tuo vagare
forse davvero ci si deve sentire
alla fine un po’ male
Forse alla fine di questa triste storia
qualcuno troverà il coraggio
per affrontare i sensi di colpa
e cancellarli da questo viaggio
per vivere davvero ogni momento
con ogni suo turbamento
e come se fosse l’ultimo
.
.
Sally sta imparando a vivere, a riconoscersi, a ritrovarsi; ha preso consapevolezza che tutto il bene e il male occorsi sono serviti perché lei oggi potesse dire di aver realmente vissuto; ogni momento è servito per acquisire il coraggio necessario a superare le note dolenti del suo passato ed ecco che ancora una volta siamo tutti Sally e in lei riviviamo il difficile percorso della crescita, dello scontro con il reale e con il dolore e, finalmente, del perdono che con tanta difficoltà concediamo ai noi stessi. E, alla fine, il rumore, la perturbazione sonora che emerge dal silenzio fin qui associato alla pioggia, diventa semplicemente un “bel rumore”, quello della Vita stessa. [Angela Greco]
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Sally cammina per la strada leggera
ormai è sera
si accendono le luci dei lampioni
tutta la gente corre a casa davanti alle televisioni
ed un pensiero le passa per la testa
forse la vita non è stata tutta persa
forse qualcosa s’è salvato
forse davvero non è stato poi tutto sbagliato
forse era giusto così
eheheheh
forse ma forse ma si
cosa vuoi che ti dica io
senti che bel rumore
.
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Segnaliamo anche la bellissima interpretazione realizzata nel 1999 da Fiorella Mannoia, una cover, contenuta nell’album Certe piccole voci dov’è inserita anche la versione in duetto con Vasco Rossi. [Giorgio Chiantini]

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Rino Gaetano e l’Italia di Aida – sassi sonori

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Aida è l’Italia, difficile e splendida, tracciata da Rino Gaetano (Crotone, 1950 – Roma, 2 giugno 1981, incidente automobilistico), con il suo stile inimitabile, in un affresco che riporta alla luce tutta l’Italia contemporanea, dal fascismo alla guerra, dal dopoguerra agli scandali e alle difficoltà enormi degli anni ’70.

Nel titolo, la scelta di un nome simbolico: Aida, che richiama l’opera di Giuseppe Verdi scritta per celebrare l’apertura del canale di Suez (e il pensiero va alle strategie, agli scambi economici, all’ingegnere italiano che progettò l’opera) o, forse, il personaggio stesso dell’opera, la principessa etiope Aida, combattuto tra l’amore per la sua patria e l’amore per uno straniero, metafora dell’Italia del dopoguerra divisa tra le sue origini e il modello americano; ma, anche, un nome portato da centinaia di vecchiette, sulla scia dell’opera di Verdi e di una presupposta glorificazione del genio italico.

I brevi versi della canzone, sciorinati uno dietro l’altro, raucamente urlati, inframezzati da alcune frasi musicali cantano Aida, cioè l’Italia, che sfoglia il suo album di fotografie, i suoi ricordi poco dolci, ricordi di tabù, che vanno di pari passo con le “madonne” e i “rosari” di una tradizione cattolica, che rappresenta una parte decisiva della sua storia ed anche una parte decisiva della sua tragedia.

I simboli della canzone procedono in una concatenazione storica perfetta e non risparmiano il costume i “vestiti di lino e seta”, (una citazione da un cinegiornale dell’Istituto Luce sul matrimonio di Edda Mussolini e Galeazzo Ciano: “vestiti di lino e seta, dopo la cerimonia si avviano al radioso futuro di novelli sposi”.) C’è Marlene (Marlene Dietrich o Lilì Marlene, poco importa); ci sono i Tempi Moderni di Charlot e con loro il periodo tra le due guerre; i “mille mari” del mare nostrum e delle Repubbliche Marinare, della retorica del paese dei santi e dei navigatori.

E “dopo giugno”, cioè dopo il 10 giugno 1940, data in cui Benito Mussolini annunciò l’entrata in guerra dell’Italia, ecco l’ “Egitto” di altre retoriche guerresche; le “marce e svastiche”, i “federali” fascisti, l’oscurità sotto i fanali e l’oscuramento delle notti di guerra; il buio di un futuro che non appare possibile; il “ritorno in un paese diviso”, in un dopoguerra “più nero nel viso” in cui l’amore però ha un colore ben preciso: il rosso. Il primo ritornello: “Aida, come sei bella” è il primo grido, al tempo stesso ironico e terribilmente sincero, di amore a questo paese.

Nella seconda parte, si ritrova il primo dopoguerra: battaglie e compromessi, un paese in preda alla povertà più nera, lavoratori che fanno la fame, lo spettro del “terrore russo” agitato a partire dal 1947; il piano Marshall, l’esclusione dei comunisti dal governo, il 18 aprile. Con un solo brevissimo verso viene innestata la storia nei suoi mille rivoli.

“Cristo e Stalìn”, con Stalìn pronunciato popolarescamente, come chiamasse un contadino veneto per l’accento; la scomunica dei comunisti da parte di Pio XII nel 1949 ed i carri armati russi in piazza San Pietro nel famoso manifesto elettorale della DC; quindi l’assemblea Costituente e la democrazia, seguita da quel disperato “e chi ce l’ha”, quasi a dire che la democrazia in Italia nient’altro è stata che un’illusione, una facciata dietro alla quale si nascondeva l’eterno fascismo che sempre riaffiora. Ed è storia di questi giorni, è storia che non finisce, che sembra non finire mai…“Trent’anni di safari”, di caccia grossa; la depredazione e non si può fare a meno di pensare a Pasolini; gli scandali, dalle “antilopi” della Lockheed ai “lapin” di certe dame impellicciate, che facevano da pendant ai detentori del potere e che a volte ne rimanevano vittime. Aida, come sei bella… (by Giorgio Chiantini & AnGre – Tratto da Aida e l’Italia di Riccardo Venturi)

AIDA, di Rino Gaetano (testo)

Lei sfogliava
i suoi ricordi
le sue istantanee
i suoi tabù
le sue madonne
i suoi rosari
e mille mari
e alalà
i suoi vestiti
di lino e seta
le calze a rete
Marlene e Charlot
e dopo giugno
il gran conflitto
e poi l’Egitto
e un’altra età
marce e svastiche
e federali
sotto i fanali
l’oscurità
e poi il ritorno
in un paese diviso
più nero nel viso
più rosso d’amor

Aida
come sei bella

Aida
le tue battaglie
i compromessi
la povertà
i salari bassi
la fame bussa
il terrore russo
Cristo e Stalìn

Aida
la Costituente
la democrazia
e chi ce l’ha
e poi trent’anni
di safari
tra antilopi e giaguari
sciacalli e lapin

Aida
come sei bella

Zucchero, da Oro Incenso & Birra: Diamante – sassi sonori a cura di Giorgio Chiantini

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Respirerò,
l’odore dei granai
e pace per chi ci sarà
e per i fornai
pioggia sarò
e pioggia tu sarai
i miei occhi si chiariranno
e fioriranno i nevai.
Impareremo a camminare
x mano insieme a camminare
domenica.

Aspetterò che aprano i vinai
più grande ti sembrerò
e tu più grande sarai
nuove distanze
ci riavvicineranno
dall’alto di un cielo, Diamante,
i nostri occhi vedranno.

Passare insieme soldati e spose
ballare piano in controluce
moltiplicare la nostra voce
x mano insieme soldati e spose.
Domenica, Domenica

Fai piano i bimbi grandi non piangono
fai piano i bimbi grandi non piangono
fai piano i bimbi grandi non piangono

Passare insieme soldati e spose
ballare piano in controluce
moltiplicare la nostra voce
passare in pace soldati e spose.

“Delmo, Delmo vin a’ cà…”

(Dedicata a Diamante Arduini Fornaciari)

Adelmo Fornaciari, in arte Zucchero, nasce il 25 settembre 1955 a Roncocesi, paese agricolo della provincia di Reggio Emilia; figlio di contadini rimarrà sempre legato alla sua terra. A Reggio Emilia inizia a suonare la chitarra, grazie all’ausilio di uno studente americano di colore che frequenta la Facoltà di Veterinaria a Bologna, strimpellando canzoni dei Beatles, Bob Dylan e dei Rolling Stones.

Nel 1968 la famiglia si trasferisce per lavoro a Forte dei Marmi, in Versilia e la musica ormai scorre nelle vene del piccolo Zucchero, tanto che si può già parlare di amore per il rhythm’n’blues. E’ il 1981 quando Gianni Ravera, colpito dal timbro della sua voce, spinge Zucchero ad affrontare il Festival di Castrocaro in qualità di interprete. Zucchero vince, ottiene un contratto con la Polygram e l’anno successivo partecipa al Festival di Sanremo. Il risultato non è entusiasmante e anche le partecipazioni successive non gli varranno grandi risultati in quel concorso. Tuttavia la sua canzone “Donne” (partecipazione al Festival di Sanremo del 1985) verrà spesso presa come esempio di brano ignorato all’interno della manifestazione, ma capace, comunque, di trovare un meritato posto tra le più belle canzoni italiane di sempre.

Il successo di Zucchero arriva nel 1989 con l’album “ORO INCENSO & BIRRA”, che diviene l’album più venduto della storia italiana (prima di uscire aveva già quasi un milione di prenotazioni). Tra i brani inclusi vi sono “Diavolo in me” e la dolcissima “Diamante” (testo di Francesco De Gregori), dedicata alla nonna del cantante, che si chiamava, appunto, Diamante. A partire da questo periodo saranno numerosissime le collaborazioni con artisti internazionali, tra i quali Paul Young, Joe Cocker, Luciano Pavarotti (con il maestro interpreterà il brano “Miserere”, incluso nell’omonimo album del 1992), Fernando Fher Olvera, Eric Clapton,Stevie Ray Vaughan.

Nell’album “Zu & Co.” (2004) duetta con alcuni grandi della musica: negli Stati Uniti raggiungerà le 200.000 copie vendute grazie, anche, alla distribuzione nei locali della catena Starbucks e del successo di Zucchero negli USA ne parleranno anche il “Wall Street Journal Europe” e il “Los Angeles Times”. Nel 2006 esce l’album “Fly”, che rappresenta un cambiamento rispetto ai dischi precedenti, con uno stile più pop, molte ballate, e collaborazioni d’autore con artisti quali Ivano Fossati e Jovanotti.

Nel 2007 esce “All the Best” che include il singolo “Wonderful Life”, cover di un brano di successo del 1987 dell’inglese Black, lanciato a livello mondiale. Del 2010 è, invece,  “Chocabeck”, uscito in contemporanea mondiale all’inizio del mese di novembre, titolo che indica il termine usato da Zucchero durante l’infanzia, quando era solito chiedere al padre, se ci fosse il dolce della domenica. [a cura di Giorgio Chiantini]

 

The Sound Of Silence – sassi sonori a cura di Giorgio Chiantini

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“The Sound Of Silence” di Simon & Garfunkel compie “ufficialmente” 50 anni.
 .
La canzone ha avuto una gestazione decisamente travagliata a cui sono legate leggende e miti di ogni tipo; una su tutte, quella che essa sia stata ispirata dall’assassinio di John Fitzgerald Kennedy nel novembre del 1963, poiché la musica fu composta in quello stesso mese. Il testo, invece, arrivò solo nell’anno successivo e fu scritto con particolare attenzione da Paul Simon, spiegando che il buio lo aiutava a concentrarsi meglio.
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La prima incisione di The Sound Of Silence è stata proprio nel 1964, solo voci e chitarre, e dopo le litigate del duo fu riassemblata con altre parti elettriche e batteria, dandole la veste che oggi tutti conosciamo, in un disco in cui Simon affrontava temi come la solitudine, l’incomunicabilità, l’alienazione giovanile. Pubblicata nel 1965, soltanto nei primissimi giorni del 1966 la canzone esplose direttamente in classifica, diventando la prima numero uno del duo americano.
Poi arrivò il cinema: Mike Nichols utilizzò la canzone nella scena finale de “Il laureato”, quella della fuga sull’autobus di Dustin Hoffman e Katharine Ross, trasformandola nella colonna sonora di uno strappo generazionale. La amarono tutti, caricandola anche di significati politici e sociali che, però, Simon e Garfunkel hanno sempre negato.
Nel corso degli anni The Sound Of Silence è stata interpretata da moltissimi artisti e lo stesso Paul Simon, tra una voce di reunion e l’altra, l’ha cantata durante il decimo memorial per le vittime dell’11 settembre americano, a Ground Zero nel 2011. (Giorgio Chiantini – fonti varie)
Qui di seguito proponiamo il testo ed una sua traduzione, oltre al video. Buon ascolto!
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.
Hello darkness, my old friend
I’ve come to talk with you again
Because a vision softly creeping
Left its seeds while I was sleeping
And the vision that was planted in my brain
Still remains
Within the sound of silence
.
In restless dreams I walked alone
Narrow streets of cobblestone
‘Neath the halo of a street lamp
I turn my collar to the cold and damp
When my eyes were stabbed by the flash of a neon light
That split the night
And touched the sound of silence
.
And in the naked light I saw
Ten thousand people maybe more
People talking without speaking
People hearing without listening
People writing songs that voices never shared
No one dared
Disturb the sound of silence
.
“Fools,” said I, “you do not know
Silence like a cancer grows
Hear my words that I might teach you
Take my arms that I might reach you”
But my words like silent raindrops fell
And echoed in the wells of silence
.
And the people bowed and prayed
To the neon god they made
And the sign flashed out its warning
In the words that it was forming
And the sign said “The words of the prophets are written on the subway walls
And tenement halls
And whispered in the sound of silence”
.
§
.
Il suono del silenzio
Ciao, oscurità, mia vecchia amica
Sono tornato per parlarti ancora
Perché una visione mentre si arrampicava dolcemente
Ha lasciato i suoi semi mentre stavo dormendo
E la visione
Che si è piantata nella mia mente
Rimane ancora
Dentro il suono del silenzio
.
Nei miei sonni inquieti camminavo da solo per strette strade
Acciottolate e sotto l’alone di un lampione alzai il colletto per
Proteggermi dal freddo e dall’umidità
Quando i miei occhi furono abbagliati
Dal lampo di una luce al neon
Che spezzò la notte
E intaccò il suono del silenzio.
.
E nella luce fredda io vidi
Diecimila persone, forse più.
Persone che parlavano senza dire
Persone che sentivano, ma non ascoltavano
Persone che scrivevano canzoni che le voci non potevano cantare assieme
E nessuno osa
Disturbare il suono del silenzio
.
“Pazzi” dissi i”voi non sapete
Che il silenzio cresce come un cancro”
“Ascoltate le parole che io posso insegnarvi.
Prendete le mie braccia così che possa toccarvi
Ma le mie parole caddero come gocce di pioggia silenziose, ed echeggiarono
Dentro i
Pozzi del silenzio.
.
E la gente si inginocchiava in adorazione di fronte
Al dio neon che aveva creato.
E l’insegna lampeggiava il suo messaggio
Con le lettere e parole che lo formavano.
E il messaggio era: “Le parole dei profeti
Sono scritte sui muri della metropolitana
E negli androni dei palazzi,
E diventano sussurro nel suono del silenzio
 .

Frank Sinatra, The Voice ad un secolo dalla sua nascita – sassi sonori a cura di Giorgio Chiantini

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“THE VOICE”

Affascinante, carismatico, inimitabile, questo e molto altro è stato Frank Sinatra, leggenda indiscussa della storia della musica. Nato esattamente 100 anni fa, il 12 dicembre del 1915 ad Hoboken, nel New Jersey, da padre siciliano e madre ligure, mostrò fin da adolescente la sua passione per il canto, tanto che decise di farne il suo mestiere, spinto anche dall’ammirazione per il cantante Bing Crosby.

Mosse i primi passi tra concorsi canori ed esibizioni nei locali; poi, la svolta arrivò nel 1940, quando entrò nella swing band del trombonista Tommy Dorsey, diventando presto un idolo per i teenager. Due anni dopo lasciò il gruppo per proseguire la carriera come solista, che gli valse la consacrazione nel panorama musicale, facendo di lui il più celebre dei crooner, i cosiddetti cantanti ‘confidenziali’ tra pop e jazz. Artista poliedrico dal talento ineguagliabile, Sinatra venne soprannominato con diversi appellativi: “The voice” per la sua voce calda, impeccabile e inconfondibile; ma anche “Old blue eyes”, per quegli occhi azzurri, che stregarono innumerevoli donne e “Swoonatra” a causa degli svenimenti che procurava nelle sue ammiratrici.

Dal 1944 iniziò la sua ascesa anche nel mondo del cinema, che gli valse un Oscar, come miglior attore non protagonista, per la sua interpretazione di Angelo Maggio nel film “Da qui all’eternità” del 1953.

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Come ogni divo che si rispetti, la sua vita sentimentale fu particolarmente turbolenta: quattro matrimoni (tra cui quelli con le attrici Ava Gardner e Mia Farrow) e una lunga lista di relazioni, vere o presunte. Sinatra fece molto parlare di sé anche per le sue amicizie politiche, tra le quali quella con il democratico John Fitzgerald Kennedy e quella con il repubblicano Ronald Reagan, e per i presunti rapporti con la mafia; ma il successo prevalse sempre sulle ombre gettate su di lui.

Nella sua lunghissima carriera, durata 60 anni, non sono mancati momenti di crisi, eccessi e sregolatezze, come quelle con i Rat Pack (la “Banda di topi”), il gruppo formato da Sinatra e altri famosi uomini dello spettacolo, quali Dean Martin, Sammy Davis Jr, Peter Lawford e Joey Bishop, che insieme interpretarono diversi flm tra il 1960 e il 1965 dei quali il più famoso è “Colpo grosso” (Ocean’s 11, di cui è stato girato un remake nel 2001). E, sempre durante la sua ineguagliabile carriera, Sinatra annunciò più volte di voler abbandonare le scene, ma tornò sempre sui suoi passi. Il vero addio ai concerti avvenne nel 1994, mentre pochi anni più tardi, il 14 maggio 1998, il cuore di Sinatra, già provato, fu stroncato da un infarto, il quarto: aveva 82 anni. L’America e il mondo intero persero “la voce” del Novecento.

Il suo nome resta legato a canzoni immortali, come “Strangers in the night”, “Come fly with me”, “New York, New York”, “I’ve got you under my skin”, “Fly me to the moon” e “My way” delle quali qui presentiamo un omaggio. (a cura di Giorgio Chiantini – fonti varie)

Diana Krall: la voce e la musica di una jazz woman – sassi sonori

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Diana Jean Krall (Nanaimo, 16 novembre 1964), cantante e pianista jazz canadese, ha studiato al Berklee College of Music di Boston e venduto oltre 6 milioni di dischi negli USA e oltre 15mln in tutto il mondo; durante gli anni ’90 e 2000 è stata l’artista jazz donna più venduta e ascoltata. Come cantante è l’unica nel jazz ad aver vinto finora tre Grammy Awards e otto Juno Awards; ad aver conseguito nove dischi d’oro, tre di platino e sette multi-platinum e ad aver debuttato, con nove dei suoi album, in cima alla Billboard Jazz Album. Diana Krall ricorda che durante la sua prima conversazione con Johnny Mandel, il grande compositore/arrangiatore, lei gli disse che era pianista e cantante e che lo stesso Mandel le rispose: “Ah, allora sei un (…beep…)! Sei una cantante-pianista, oppure una pianista-cantante?”

In pratica Diana, la cantante, ha bisogno di una pianista che l’accompagni, ma Diana, la pianista, vuole suonare e così lei è le due Diana insieme; ovvero un’artista straordinaria, sia con la voce, sia con il pianoforte. Inizia a suonare il piano all’età di 4 anni e a 15 anni suona già standard jazz nei weekend per gli avventori di una birreria; in seguito vince una borsa di studio alla Berklee School of Music, che frequenta per due anni, per poi trasferirsi a Los Angeles, dove inizia a lavorare, gettando le basi della sua carriera.

Il suo debutto avviene per l’etichetta GRP con l’album ONLY TRUST YOUR HEART, con il quale inaugura la sua collaborazione con il leggendario produttore Tommy LiPuma.
Seguiranno ALL FOR YOU, tributo al Nat King Cole Trio, che le vale la sua prima nomination al Grammy e LOVE SCENES, che la vedrà alle prese con una serie di ballad. Nel 1999 vince un Grammy con l’album WHEN I LOOK INTO YOUR EYES, mentre le sue interpretazioni rientrano in produzioni cinematografiche quali “Sex & the city”, “Autumn in New York” e in “The Score”. Nel 2001 esce THE LOOK OF LOVE, seguito nel 2002 da LIVE IN PARIS, che conterrà reinterpretazioni di Joni Mitchell e Billy Joel.
Nel 2003 la Krall compare nelle cronache rosa musicali per la sua love story con Elvis Costello e l’eclettico musicista inglese e marito co-firmerà sei canzoni del nuovo disco della pianista, THE GIRL IN THE OTHER ROOM, pubblicato ad aprile 2004. Un anno e mezzo dopo uscirà CHRISTMAS SONGS, seguito da FROM THIS MOMENT ON.
Dopo un BEST OF nel 2007, nel 2009 arriva un nuovo album di studio, QUIET NIGHTS sul tema bossanova e musica brasiliana. Tutt’altre atmosfere, invece, si avranno in GLAD RAG DOLL del 2012, prodotto con T Bone Burnett: un viaggio nelle radici della musica jazz, per lo più pezzi anni ’20 e ’30 contenuti nella raccolta di 78 giri del padre della musicista. Nel 2014 Krall si dedicherà, invece, al repertorio leggero più recente, quello degli Eagles, Bob Dylan, Elton John, Harry Nilsson, Mamas & Papas incluso in WALLFLOWER, contenente anche un inedito di Paul McCartney col quale la jazzista ha collaborato ai tempi di KISSES ON THE BOTTOM.

 “Tutte le mie cantanti preferite – dice Diana – hanno suonato il piano: Dinah Washington, Roberta Flack, Shirley Horn, Andy Bey, Aretha Franklin, Sarah Vaughan e specialmente Carmen McRae. Lei è stata molto importante per me e ha avuto una grande influenza sul mio stile. E Nat Cole è stato fondamentale. Nat ha avuto una grandissima influenza su di me, sia come pianista, sia come cantante. Sapeva cantare canzoni incredibili al suo pubblico e, insieme, suonava il piano in modo eccellente! Era come se fosse due persone contemporaneamente. Un giorno spero di scoprire il segreto per farlo con tanta naturalezza.” E, guardandola, sembra proprio che abbia già raggiunto l’obiettivo!

Per lei il jazz è un’attitudine, un modo di essere e di interpretare l’arte e la musica, un modo per arrivare al cuore delle melodie e cercare il segreto della grande musica, dovunque sia nata. La voce accattivante e le superbe interpretazioni del jazz le  hanno regalato schiere di ammiratori in tutto il mondo; molto rispettata dai suoi colleghi per la sua musicalità – un repertorio che spazia dalle norme di Tin Pan Alley del 1920 al materiale più contemporaneo – la sua continua crescita come artista si riflette nel materiale che sceglie di interpretare e nella complessità delle sue composizioni originali. Un’artista che sa toccare le corde più sensibili del jazz contemporaneo con voce sensuale e sonorità eleganti. (by Giorgio Chiantini)

Edith Piaf, “Non, je ne regrette rien” – sassi sonori a cura di Giorgio Chiantini

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Non, je ne regrette rien (in italiano “No, non rimpiango niente”) è una canzone del 1956 composta da Charles Dumont con parole di Michel Vaucaire. Divenne celebre nell’interpretazione di Édith Piaf – pseudonimo di Édith Giovanna Gassion  (Parigi, 19 dicembre 1915 – Grasse, 10 ottobre 1963) – che la registrò la prima volta nel 1960, medesimo anno in cui fu presentata all’Olympia, come la canzone di congedo dalla musica della cantante in attesa di guarigione. La canzone si può considerare il simbolo della vita tragica di quest’artista, che, dopo i problemi di salute legati anche all’uso di droghe, aveva promesso al mondo intero di ripartire da zero senza guardare al passato. Tale promessa fu bruscamente troncata dalla sua scomparsa avvenuta tre anni dopo, nel 1963. Il singolo raggiunge la prima posizione in Francia nel 1961 dove rimase per 18 settimane e nei Paesi Bassi, dove invece sostò ai vertici per cinque settimane.

Edith Piaf con le sue canzoni anticipò il senso di ribellione tipico dell’inquietudine che contraddistinse diversi intellettuali della rive gauche del tempo, quali Juliette Greco, Roger Vadim, Boris Vian, Albert Camus, per citarne alcuni. Grande interprete del filone realista (chanteuse réaliste), la Piaf fu nota anche come “Passerotto” – così soprannominata per la sua minuta statura (passerotto infatti nell’argotparigino si dice piaf) – e svolse la propria attività musicale tra gli anni trenta e sessanta, anche se di fatto mosse i primi passi nel mondo della canzone già ad otto anni, cantando per conto di suo padre in strada in cambio di qualche spicciolo e dove tuttavia incontrava  già anche il grande favore della folla. Definita come “l’ugola insanguinata”, la sua voce, caratterizzata da mille sfumature, era in grado di passare improvvisamente da toni aspri e aggressivi a toni dolcissimi,  lasciando che si percepisse in modo unico la gioia con il suono stesso della sua voce. In molti casi era lei stessa l’autrice dei testi delle canzoni che tanto magistralmente interpretava.

Artista dalla vita sfortunata e costellata da una miriade di fatti negativi (incidenti stradali, coma epatici, interventi chirurgici, delirium tremens e anche un tentativo di suicidio) in una delle sue ultime apparizioni pubbliche (qui, nel video proposto) la si ricorda piccola e ricurva, con le mani deformate dall’artrite reumatoide, con radi capelli e solo con la voce inalterata e splendida come sempre. (fonti varie dal web – anche per il testo che segue e la sua traduzione – immagine: Edith Piaf by Yumnu)

 – articolo a cura di Giorgio Chiantini –

Non, je ne regrette rien

Non, rien de rien

Non, je ne regrette rien

Ni le bien qu’on m’a fait

Ni le mal; tout ça m’est bien égal !

 

Non, rien de rien

Non, je ne regrette rien

C’est payé, balayé, oublié

Je me fous du passé !

 

Avec mes souvenirs

J’ai allumé le feu

Mes chagrins, mes plaisirs

Je n’ai plus besoin d’eux !

 

Balayées les amours

Et tous leurs trémolos

Balayés pour toujours

Je repars à zéro

 

Non rien de rien

Non, je ne regrette rien

Ni le bien qu’on m’a fait

Ni le mal; tout ça m’est bien égal !

 

Non rien de rien

Non, je ne regrette rien

Car ma vie, car mes joies

Aujourd’hui, ça commence avec toi

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No, non rimpiango nulla

No, niente di niente! \ No, non rimpiango niente! \ Né il bene che mi hai fatto \ né il male, tutto questo mi è indifferente. \\ No, niente di niente! \ No, non rimpiango niente! \ È stato tutto pagato, cancellato, dimenticato. \ Me ne infischio del passato! \\ Coi miei ricordi, \ ci accendo il fuoco, \ i miei dispiaceri e i miei piaceri, \ non ho più bisogno di loro! \\ Cancellati gli amori \ e tutti i loro tremolii, \ cancellati per sempre.\ Riparto da zero. \\ No, niente di niente! \ No, non rimpiango niente! \ Né il bene che mi hai fatto \ né il male, tutto questo mi è indifferente. \\ No, niente di niente! \ Poiché oggi, la mia vita, le mie gioie \ tutto riparte con te. \\ No, niente di niente! \ No, non rimpiango niente! \ perché la mia vita, perché le mie gioie, \ oggi, le comincio con te

The Pink Floyd, Wish You Were Here “40th Anniversary” – sassi sonori a cura di Giorgio Chiantini

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Pink Floyd, Wish You Were Here (1975) – copertina del disco

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Wish You Were Here (in italiano: “Vorrei che tu fossi qui”) è il nono album dei Pink Floyd ed il secondo ad usare una tematica concettuale scritta interamente da Roger Waters, il quale evoca il suo sentimento nell’attimo in cui l’unione tra i membri della band, un tempo molto forte, era venuta a mancare, creando uno stato di vuoto e di assenza pressoché totale di comunicazione.

L’album è racchiuso tra le due lunghe sezioni della suite Shine On You Crazy Diamond, tributo all’ex membro della band Syd Barrett – il cui crollo psico-emotivo lo costrinse a lasciare la band alcuni anni prima – ricordato con affetto in frasi come: «Remember when you were young, you shone like the sun» (“Ricorda quando eri giovane, splendevi come il sole”) e «You reached for the secret too soon, you cried for the moon» (“Hai raggiunto il segreto troppo presto, hai chiesto l’impossibile”). La genesi della suite avviene in uno studio a King’s Cross a Londra, dove David Gilmour durante una prova suonò la famosa sequenza di quattro note di Shine On, una sequenza così malinconica ed evocativa che ispirò immediatamente Waters nella stesura di temi e liriche.

Oltre a parlare di relazioni umane, l’album contiene una ferocissima critica all’industria musicale: Shine On dissolve in Welcome to the Machine, ballata al confine tra psichedelia ed elettronica, che descrive con immagini vivide i meccanismi perversi e spietati dell’industria dello spettacolo. Welcome to the Machine è introdotta dall’apertura di una porta automatica (“simbolo di scoperta musicale e di progresso tradito dal mondo dello show-business, avido ed esclusivamente interessato al successo”, spiega Waters) e termina con i rumori di una festa per rappresentare la mancanza di contatti e sentimenti reali tra le persone. Have a Cigar (cantanta dall’ospite Roy Harper) mostra, invece, il disprezzo verso i leader dell’industria musicale; il testo è pieno di stereotipi legati alla superficialità e all’attaccamento al denaro senza prestare alcuna attenzione all’arte e ai valori umani. Una curiosità nel testo: «Oh, by the way, which one’s Pink?» (“Ah, a proposito, chi di voi è Pink?”) è una domanda realmente posta alla band in più di un’occasione agli inizi di carriera. Infine, Wish you were here, il brano che dà il titolo all’album, amplia lo spettro concettuale, con versi che non fanno riferimento solo alla condizione di Barrett, ma anche alla bipartizione del carattere di Waters, come idealista, così come personalità dominante.

Le ultime note che si ascoltano nell’album sono quelle del sintetizzatore di Richard Wright che accennano “See Emily Play”, uno dei singoli dei primi Floyd. Proprio quelli di Syd Barrett.

[Giorgio Chiantini]