Specchio o della riflessione (pensieri ad alta voce)

§ “Mala tempora currunt sed peiora parantur”. Caspita, è ancora così. Più passa il tempo, questa umana entità che dovrebbe avere soprattutto funzione d’insegnamento, e più mi rendo conto che la gente è strana assai…che tutto sia una parabola, non biblica, ne sono convinta e, di conseguenza, credo che anche il genere umano, dopo una bella parte in ascesa, si stia inevitabilmente adagiando nella parte opposta, mostrando chiarissimi segni di una decadenza improficua (magari fosse un ritorno del più alto Decadentismo letterario di cui abbiamo memoria). Quando persino i poeti e la poesia vengono ridotti a merce di scambio, a prodotto creato ad arte per le esigenze di un consumatore sempre meno critico, non so davvero a chi resti l’ingrato compito di controbattere, di ostacolare il pensiero e il fare dominante, di mettere in luce questa contemporaneità che ci sta portando a livelli davvero bassi sopratutto di onestà…e per che cosa, poi? Per un attimo di visibilità in più? E abbiamo tecnologie che ci proiettano in mondovisione, ormai, che senso ha mettere in atto comportamenti così meschini? La sera, da soli nella propria stanza, non dobbiamo come e comunque fare i conti con noi stessi? E che ci raccontiamo, a noi stessi, storie?

§ Tra le tante, non verrà mai ‘perdonato’ alla “gente di poesia” di questi anni l’aver catalogato, distinto, classificato (compito postumo dei critici), piegato alle tendenze e creato “recinti” in cui chiudere e marchiare quelli che a tutti gli effetti possono considerarsi “adepti” di scuole, gruppi, case editrici, associazioni e persino blog e l’aver escluso tutti coloro che non rientravano nei loro standard. E a tanti “poeti” non verrà ‘perdonato’ l’ essersi prestati a tale gioco, senza controbattere, in nome di un momento in più di visibilità. Signori e signore, la poesia è altro ed è soprattutto onestà e lealtà e non mi stancherò mai di dirlo.

§ Quando si scrivono poesie e si impagina un libro, cosa si consegna al lettore? Qualcosa da leggere in un’ora, un insieme di incipit non sviluppati, tre righi su una pagina per fare numero, una scrittura che ne imiti altre, un pensiero, una riflessione, un’emozione, un suono, un’assonanza, quel che l’altro si aspetta, un prodotto da mercato, un po’ di inchiostro, una ferita, un ricordo, assolutamente niente? Cosa scriviamo e poi chiamiamo “poesia”? Chi più ne ha, più ne metta, a seconda della propria scuola di pensiero e delle proprie frequentazioni, ma non inganniamo il lettore con il vuoto, con l’artificio, con gli effetti speciali, con le ridondanze da assenza di meta, con l’assenza di un punto preciso a cui tendere; non brancoliamo nel buio, arraffando mode e momenti, cari poeti e cari editori di questi poeti. Poesia è, se non altro, chiarezza con se stessi prima di tutto. [AnGre]

(foto: in apertura, “Sopravvivenza” di AnGre; in chiusura, “Red Door” di Steven Michael)

Wallace Stevens, da Adagi

Wallace Stevens (Reading, Pennsylvania, 1879 – Hartford 1955)

Da Adagi

La relazione fra la poesia dell’esperienza e la poesia della
retorica non è lo stesso che la relazione fra la poesia della
realtà e quella dell’immaginazione. L’esperienza, perlomeno
nel caso di un poeta di qualche spessore, è assai
più vasta della realtà.
 
Ci sono due opposti: la poesia della retorica e la poesia
dell’esperienza.
 
Non tutti gli oggetti sono eguali. Il vizio dell’imagismo è che
non l’ha riconosciuto.
 
Tutta la poesia è poesia sperimentale.
 
L’immagine nuda e l’immagine come simbolo sono il
contrasto: l’immagine senza significato e l’immagine come
significato. Quando l’immagine è usata per suggerire
dell’altro,è secondaria. La poesia, in quanto prodotto
dell’immaginazione, consiste di più di quanto sta in
superficie.
 
In poesia devi amare le parole, le idee e le immagini e i ritmi
con tutta la capacità del tuo amore.
 
Le cose viste sono cose come viste. Reale assoluto.
 
La poesia non è un fatto personale.
 
La poesia si legge con i propri nervi.
 
Il poeta è l’intermediario fra le persone e il mondo in cui
vivono e anche fra le persone fra di loro; ma non fra le
persone e qualche altro mondo.
 
L’immaginazione è il romantico.
 
La poesia non è la stessa cosa dell’immaginazione presa da
sola. Niente è se stesso se preso da solo. Le cose sono in virtù
di interrelazioni e interazioni.
 
La fede ultima è credere in una finzione, che si sa essere una
finzione, non essendoci nient’altro. La verità squisita è
sapere che è una finzione e che vi si crede volontariamente.
 
La poesia è l’espressione dell’esperienza della poesia.
 
Vivere nel mondo ma al di fuori delle concezioni esistenti di
esso.
 
Sono le spiegazioni delle cose che diamo a noi stessi che
svelano il nostro carattere: i temi delle proprie poesie sono i
simboli del proprio io o di uno dei propri io.
 
La poesia deve essere qualcosa di più di una concezione della
mente. Deve essere una rivelazione della natura. Le
concezioni sono artificiali. Le percezioni sono essenziali.
 
Leggere una poesia dovrebbe essere un’esperienza, come fare
esperienza di un’azione.
 
Non si scrive per nessun lettore tranne uno.
 
Il valore ultimo è la realtà.
 
Il realismo è una corruzione della realtà.
 
Tutta la storia è storia moderna.
 
La poesia è la somma dei suoi attributi.
 
Non credo si debba sostenere a tutti i costi che il poeta è
normale o, del resto, che lo sia chiunque.
.
.
da Tutte le poesie di Wallace Stevens, a cura di Massimo Bagicalupo (Meridiani Mondadori)

Marco Ercolani, L’ordine insorto – seconda parte

Tratto da Hebenon, rivista internazionale di letteratura fondata e diretta da Roberto Bertoldo -che si ringrazia – Anno X N.5 della Terza Serie – Novembre 2005

Marco Ercolani, L’ordine insorto – seconda parte 

SOFFRIRE DI MERAVIGLIA

1. Il poeta non è solo un uomo che «soffre di meraviglie», come scrive Nanni Cagnone. Non sarebbe possibile la primitiva estasi dell’atto poetico senza una vigilanza sofferta e ostinata delle ragioni del testo, senza una tensione formale contemporanea alla tensione della trance. A sorvegliare lo stupore ingenuo del poeta è un atto critico decisivo, l’osservazione delle leggi, fluide ma rigorose, create sempre dalle parole. All’interno di questo sguardo lo stupore può, in un successivo momento, invadere le parole, come se fosse un sentimento originale ed estatico, e scompaginarne l’architettura. In questo gioco di vero e di falso – vera/falsa poesia ingenua, vera/falsa tensione formale – la poesia si forma come in una terra di nessuno: «un paese drizzato all’insù, / pieno di crepe / con radici volanti…» (Celan).

Se è vero, come scrive Giuseppe Zuccarino, che ogni poesia autentica modifica la lingua in cui viene scritta e che ogni esperienza poetica è fondamentalmente un’esperienza dell’impossibile, è altrettanto vero che la poesia è una forma di allarme permanente contro i codici dell’interpretazione linguistica. Si crede che certe parole abbiano certi suoni e certi sensi, e invece, nell’alchimia di un testo poetico, tutto è cambiato, tutto è stupefacente, e approda a una leggibilità nuova, complessa e semplice insieme. Non un viaggio senza ritorno, come certe esperienze solo sperimentali che vorrebbero cancellare con la presunzione dell’originalità le energie dell’origine, ma un viaggio con ritorno, che permette di ridescrivere il mondo in modo nuovo e getta il linguaggio in uno stato di pena, di ansia, che non pacifica ma incrina e commuove.

2. Ogni poeta è sempre un nuovo Orfeo che incanta e persuade e vorrebbe rinominare il mondo con le parole, ma, contemporaneamente, è l’albàtro baudelairiano che cammina goffamente sul ponte della nave: il tentativo impossibile del volo, che non aveva bisogno di parole ma solo di intensi slanci e di grande apertura alare, si ridefinisce nell’andatura traballante sulla barca, nell’usare le logore parole, i vecchi remi. «Folle volo», come impulso, ma, nell’artificio, «concreto vacillare».

3. Vedere la poesia.

Come finestra, riflette e rinnova il paesaggio esterno.
Come specchio, riflette e deforma il paesaggio interno.
Come scudo, è sistema di difese dal mondo, rete di analogie che sospendono la verità delle cose in una trama di finzioni.
Come schermo, riflette una scena dove accade qualcosa da descrivere.
Come muro, è la fine, necessaria, nel silenzio, delle parole.
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Definire la poesia.

Poesia è salute (Wallace Stevens).
La poesia non è una fontana che zampilla; invece è una spugna, che assorbe e si lascia impregnare (Boris Pasternàk).
Il poeta è medium posseduto da voci (Marina Cvetaeva).
Prima che la parola venga trovata e sbocci, deve portare su di sé un grave peso. Questo mette il dire poetico in stato di necessità (Martin Heidegger).
La poesia è un edificio che sta per crollare (Charles Baudelaire).
Poesia non è quello che ti appaga ma quello che ti lascia sgomento nel fuoco di un passo estremo verso l’irraggiungibile (Sohravardi).
Poesia è la forma suprema dell’uso emozionale della lingua (Giorgio Seferis).
La poesia parte molto di più dalla necessità di parola che dalla parola già formata (Rainer Maria Rilke).
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4. Nella poesia si discute di una percezione non allineata e non conforme. Questo scompiglio percettivo evita che il mondo ci assalga con le percezioni note e ci richiuda in sigle, codici, gabbie. Nasce una «visione interna» delle cose. La condizione del poeta, il suo aistanomai, il suo personale «percepire», la sua estetica, è testimoniare questa invasione: non percepire ad occhi aperti ma tra sonno e veglia, in stato di sonnambulismo, quando certe figure appaiono sotto le palpebre e c’è il bisogno di trovare delle parole una loro sommaria rappresentazione, una loro imperfetta trascrizione.

Elias Canetti, ne La provincia dell’uomo, scrive: «Un capello, letteralmente, un capello, che stia dove non deve essere, può separare l’ordine dal disordine. Tutto ciò che non è al suo posto, là dove si trova, è nemico […] Nell’ordine c’è qualcosa di micidiale: nulla deve vivere che non gli sia consentito». Ma a quest’ordine se ne può contrapporre un altro, ignoto e non patologico, se ancora Canetti scrive: «Pericolosi i pensatori che non hanno respirato abbastanza». E ribadisce: «Andare per paesi in cui non si possa imparare la lingua» perché «Ogni parola pronunciata è falsa. Ogni parola scritta è falsa. Ogni parola è falsa. Ma cosa c’è senza la parola?».

5. La poesia non ha nulla di descrittivo e di acquiescente, non ha né intenti di analisi né necessità di sintesi. È uno stato di meraviglia, arriva quando si sta in una semifuga da se stessi, non ci si controlla, non si sa se dormire o svegliarsi, e da questo stato nasce un bisogno di parole, come una nuova pelle. La poesia è, può essere, solo una «tempesta in un bicchiere». Ma, conosciuta la tempesta, bisogna osservare bene il bicchiere e misurare il liquido che lo colma: occorre fare attenzione al testo e tornare normali, ma come chi è normale perché ha visto qualcosa di straordinario, perché è stato, deleuzianamente, veggente.

Se la poesia è, fin dall’inizio, un venire a patti col silenzio, il silenzio però genera ogni volta nuove parole, nuove visioni. Occorre dire tutto sempre per la prima volta, con parole diverse, preparandosi alla prossima volta.

Sinisgalli parla della poesia secondo le leggi della cristallografia e Mandel’stam la definisce una «nuova fisica delle parole». Ma si potrebbe aggiungere: la parola poetica è una prova estrema dello scrivere umano. Non conta la scaltrezza della tecnica. Il poiein è uno stato di necessità e trasforma il linguaggio di cui si serve in una parola nuova, capace di «far sollevare la testa dal foglio» (Barthes), di obbligare il lettore a sospendere il giudizio per la meraviglia. Ma l’azzardo da giocare è più sugli eventi imprevedibili della sintassi che sulla profetica potenza della parola. I primi riverberano, la seconda brilla isolata. Come scrive Thomas Stearn Eliot: «Il significato è la trappola in cui il significante ti racchiude perché tu, placato dalla quiete del senso, ne assorba con orrore tutto il suono».

6. «Volevo salvare la calda vita (il pathos) dalla gelida vicenda del giorno e così ho tolto vita alla mia poesia, imprigionandola in se stessa. Ho evitato ciò che poteva avere un effetto devastante su di essa, perché avevo paura: dovevo invece usarlo come materiale indispensabile, senza il quale il mio animo interiore non potrà mai manifestarsi integralmente. Io devo accogliere queste cose in me e usarle come ombra contro la mia luce, per riprodurle come toni subordinati in mezzo ai quali emerga tanto più vivo il tono della mia anima. Devo apprendere il rapporto vivente della poesia, l’alternanza reciproca dei toni, la tensione fra pathos e precisione…» (Friedrich Hölderlin).

«La forma viene dal contenuto come il calore dal fuoco. La forma è l’organo, e il contenuto la funzione che lo crea. La metafora è l’oggetto estetico elementare…L’uomo trascorre la vita «volendo essere altro»… L’unica maniera in cui per una cosa è possibile «esserne un’altra» è la metafora – l’essere-come o il quasi-essere. Il che ci rivela inaspettatamente che l’uomo ha un destino metaforico, che l’uomo è metafora esistenziale». (José Ortega y Gasset).

«Il navigatore in difficoltà getta nelle acque dell’oceano una bottiglia sigillata con il proprio nome e il racconto della propria sventura. Molti anni dopo, vagando per le dune, io ritrovo nella sabbia questa bottiglia, leggo la lettera, conosco la data dell’evento e le ultime volontà dell’annegato. Ho il diritto di farlo. Non ho aperto una lettera altrui. Il foglio sigillato era indirizzato a chiunque avesse trovato la bottiglia. L’ho trovata io, dunque sono io il misterioso destinatario…» (Osip Mandel’stam).

«Il ritmo è reversibile e ripetibile: in questo consiste la sua gioia. Appena il peccato e il delitto entrano nella regione dell’arte, cessano all’istante di essere peccato e delitto. In questa regione regnano l’incessante riscatto e redenzione del fatto. In essa il fatto cambia la sua figura, conquista la sua facoltà, perduta col peccato originale, di ripetersi in sé e di rinascere, consegue finalmente l’espiazione, nota a questa e a quell’ombra, condannate ogni notte a ripetere il delitto commesso una volta, che in questo modo riscatta se stesso e con il suo dolore oltrepassa il livello dell’umana punibilità. Ciò che il ritmo ha abbracciato diventa immortale e sfugge inconsapevolmente alle leggi terrene». (Boleslaw Lesmiàn)

7. Scrive Rimbaud: «Per voi che amate nello scrittore l’assenza di facoltà descrittive o istruttive, per voi distacco questi pochi, atroci fogli del mio taccuino di dannato». Le sue parole non sono diverse da quelle che pronuncia Eliot quando scrive «una nuova opera d’arte è creata è qualcosa che avviene simultaneamente a tutte le opere d’arte che l’hanno preceduta. I monumenti esistenti formano fra di loro un ordine ideale che viene modificato dall’introduzione di un’opera d’arte veramente nuova. L’ordine esistente è completo prima dell’avvento del nuovo; perché l’ordine persista dopo l’intervento della novità, tutto l’ordine precedente deve essere alterato, sia pure in misura minima». Il «taccuino di dannato» delle prose rimbaudiane e le strutture compositive della Waste Land si assomigliano.

8. Il gioco della negazione, nell’arte poetica, accentua, ritarda, confonde, sospende l’evidenza lineare della concatenazione dei significati, perché risplenda un’arte della fluttuazione del senso. Così le parole si librano in uno spazio complesso e discontinuo, che non ha un solo centro di gravità, e tracciano nel linguaggio figure e gesti che vanno al di là dei loro precisi significati. L’esitazione del senso genera un’inquietudine di metamorfosi. L’uniformità melodica limita, la varietà polifonica dilata. Ma la polifonia, pur restando ambigua e colma di risonanze, non rinuncia alla sua misteriosa esattezza, come la testa diabolica e serpentina di Medusa alla fine si risolve nello specchio preciso di Perseo.

9. I poeti restano inattuali, mai contemporanei. Non importa che la poesia si definisca narrativa, mitopoietica, orfica, minimalista, ma che sorprenda come una nuova galassia composta dalle stelle più semplici. «Ci sono poeti buoni, poeti pessimi e poeti tout court: questa è la peggiore delle razze» – scriveva Lev Lunc, giovane scrittore del gruppo dei Serapionidi, nei primi anni venti, in Russia. Ancora oggi ha ragione: una buona poesia è quella che impedisce di leggere oltre, costringendoci a prendere confidenza con quella nuova, inaspettata, terribile visione del mondo, espressa con i mattoni di un comune alfabeto.

10. Interrogarsi su prosa e poesia, oggi, non appare né legittimo né decisivo. Si può ipotizzare che l’oggetto poesia, più svincolato dalla gravità del senso e più fedele alle fascinazioni del suono, viaggi verso una sua smarrita, errante indicibilità. Si può ipotizzare che la prosa, meno attratta dalla musicalità della lingua, sia funzionale alle strategie della narrazione o della riflessione. Che la poesia sia veloce, intuitiva, e la prosa lenta, riflessiva. Ma i due linguaggi si incrociano e si confrontano sempre. La tensione della narrazione, nel racconto, e la tensione della sintassi, nella poesia, ci inducono a riflettere dentro un pensiero obliquo, sonnambulo nell’ispirazione, lucido nella determinazione. Roger Caillois aveva ragione quando, contestando i dogmi surrealisti, ci indicava che ogni immagine non deve essere improbabile o bizzarra, tanto per sorprendere o affascinare, ma semplicemente giusta, appropriata al testo a cui serve. Quel testo, in poesia come in prosa, funzionerà proprio per quella giustizia, per l’esattezza con cui un pensiero, sonnambulo, ritaglia, da un vortice di immagini, quella che persuaderà il lettore.

11. La poesia non è solo maestria tecnica, vibrazione musicale, ingegneria sintattica o lessicale, ma la «ri-creazione» di un modo di leggere il mondo, la volontà di rifondarlo a partire da parole comuni e già usate migliaia di volte, creando un universo alternativo abitato solo dalla sensibilità della propria percezione. In questo senso la poesia è sasso gettato offensivamente contro il mondo-stagno, atto di insulto contro un’armonia mortale. Piegare le parole a funzioni altre, smuovere la sintassi da regole note, imporre concatenazioni, assonanze, allitterazioni inconsuete, è un esercizio di ad-versione, sovversione, combattimento (della propria metafora) contro l’esistenza (non metaforica) che ci vorrebbe ingabbiare e definire. Chi fa il poeta vive solo con «le sue domande» – che possono non essere originali o travolgenti ma sono sue. Le scelte di verbi, nomi, pronomi, aggettivi, sono sì scelte musicali e stilistiche, ma nel senso che quella musica e quello stile è la perseveranza del proprio esserci. Secondo Durrenmatt: «Arte è […] perseveranza che non lascia la presa, slancio primordiale che vede nel mondo qualcosa da riscoprire e riconquistare ogni volta da capo. Perché solo la possibilità di guadagnare o perdere il mondo in ogni momento fa della vita una grazia o una maledizione e non un’esistenza puramente necessaria».

12. La poesia è, per ogni poeta, chiave di accesso al proprio mondo interiore, password non clonabile. Tutto è possibile, all’interno di essa: ribellismo, titanismo, ripiegamento autistico, malinconia sublime, poesia civile. Il poeta nasce in un mondo traboccante di parole già dette da altri prima di lui. Si muove in questo mare magnum, in questa giungla verbale, e per farlo usa una piccola lama, un coltellino, uno stilus. Sceglie ciò che gli piace, butta via ciò che non gli piace. Si ritaglia una strada. Tanto non è solo a parlare. La parola passa attraverso di lui per diventare il suo modo – deforme, sproporzionato, eccentrico – di essere nel mondo, rispecchiato nella parola che legge e che scrive. Traversato da questo sentimento rivoltoso, ha il mondo «in gran dispitto», vorrebbe cambiarlo e non può. L’arte gli offre qualche strumento, qualche fragile illusione, per la sua impresa chimerica: meraviglie, soprassalti, consonanze, dissonanze, aritmie. Si impegna, usa la parola. Qualcosa lo commuove e gli toglie il respiro, forse l’amore dell’infinito, forse l’orrore dell’infinito. Cerca di descrivere tutto questo ma la sua parola resta mozza, inadeguata, sospesa. Si ingegna, affina i meccanismi, cerca di leggere tutti i libri e imparare tutte le strategie, e solo alla fine si arrende al «cocente vuoto del testo» che Celan ci indica. Solo allora il poeta scrive, sapendo che presto verrà meno, lui, non le sue parole, e che non sarà possibile niente di determinato e di chiaro, come non si può pensare niente di determinato e di chiaro di fronte alla morte. Solo allora scrive con maggiore fermezza e felicità, proprio a partire da questo sicuro e fulgido fallimento.

Se Nabokov chiamava zamanstvo la capacità della lingua di persuadere e incantare grazie alle sue raffinate e ingannevoli strategie, è difficile non considerare che ogni testo, in quanto frammento, cancella ogni zamanstvo, distrugge tutte le strategie e tutti gli inganni, si disinteressa della tecnica e del risultato, oltrepassa gli strumenti, è come quella scena, nel cinema, che il regista non voleva e che è stata creata, per caso, da un movimento di gru, da un’intuizione dell’attrezzista, dalla smorfia di un’attrice, da un fondale falso. È perfetta, ma per caso. Tutto, in sostanza, è caos. Ma, se non lavoriamo ostinatamente a qualche soluzione del caos, se non fingiamo di essere buoni demiurghi, rinunceremo a priori all’efficacia di un testo, alla sua necessità poetica.

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Libri consultati:
Ingeborg Bachmann, Non conosco mondo migliore, Parma, Guanda, 2004.
René Char, Oeuvres complètes, Paris, Gallimard, 1983.
Paul Celan, Poesie, Milano, I Meridiani Mondadori, 1998,
Marina Cvetaeva, Il poeta e il tempo, Milano, Adelphi, 1984.
Emily Dickinson, Poesie, Milano, Mondadori, 1995
Jacques Dupin, Le corps clarvoyant, Paris, Gallimard, 1999.
Osip Mandel’stam, La quarta prosa, Bari, De Donato, 1967.
Henri Michaux, Oeuvres complètes, II, Paris, Bibliothèque de la Pléiade, Gallimard, 2001.
Pedro Salinas, Antologia poetica, Milano, Accademia Sansoni,1972.
Leonardo Sinisgalli, Furor Mathematicus, Silva, Milano, 1967.
Giuseppe Ungaretti, Vita d’un uomo, Milano, Mondadori, 1968.
Cesare Viviani, Poesie 1967-2002, Milano, Mondadori, 2003.
Maria Zambrano, Il sogno creatore, Milano, Bruno Mondadori, 2002.
 — immagine d’apertura: Henri Rousseau, Il sogno (1910) —

Marco Ercolani, L’ordine insorto – prima parte

Tratto da Hebenon, rivista internazionale di letteratura fondata e diretta da Roberto Bertoldo -che si ringrazia – Anno X N.5 della Terza Serie – Novembre 2005

Marco Ercolani, L’ordine insorto – prima parte

L’ORDINE INSORTO

1. Ogni poeta, portatore di una visione del mondo che passa attraverso la sua percezione e non coincide con nessun’altra, dice subito no a chi ha guardato e sentito prima di lui. La sua percezione, in quanto ne sovverte altre, esige un linguaggio che la rappresenti. Non ammette la presenza delle cose così come sono state sentite e descritte finora, rifiuta i nessi esistenti come statuto univoco del linguaggio poetico. Vuole, in modo personale e non consenziente, ri-nominare se stesso e il mondo.

Ogni poesia è un incantesimo che presuppone lo stupor del lettore e la confusione dell’autore. È sentirsi inadeguati davanti a qualcosa di eccezionale e di intenso che ci chiama e che vorremo descrivere, dentro o fuori di noi, ma non ci riusciamo, come Alberto Giacometti sentiva di non poter scolpire un volto così come lo voleva, e così, mentre non riusciamo a niente, mentre cerchiamo le parole con cui sicuramente falliremo nel dire ciò che vorremmo dire, in questo sentimento di scacco ma non di rinuncia comincia a nascere la poesia, e quando è nata, possiamo lavorarci, possiamo correggerla con orgoglio ma con disincanto, sicuri che non avremmo fatto ciò che intendevamo ma che ci siamo avvicinati, con una certa approssimazione, al nostro insensato progetto.

L’onnipotenza in cui talvolta sprofonda il poeta, per il solo fatto di scrivere versi, è l’illusione di ritenersi superiore al resto del mondo, investito da qualche favolosa aureola. Quell’aureola testimonia solo la regressione in un paradiso personale dove tutto risuona come in un armonico concentus e l’evento poetico è un consolante narcotico. Ma ogni poesia autentica vigila nella pagina, febbrile e non ammansita, mostra all’autore e al lettore come il loro reciproco destino è sempre sospeso fra estasi e silenzio. La parola poetica è l’effetto di altre parole, presenti ma ancora invisibili in un perpetuo affiorare di testi che brulicano e vorrebbero emergere, ma la penna sceglie proprio quelle parole, quella sintassi, e lì decide se stessa, si consegna all’autore/lettore come un paradosso impulsivo.

2. Una poesia che aggiunga versi al suo mistero è indecente e non dignitosa. Poeti innocui e presuntuosi hanno l’insolenza di schiamazzare nei cortili con l’ultimo libro in mano senza essere all’altezza dei loro sogni. Sono «in attesa di laurea» o già «laureati». Un poeta russo non significativo, Costantin Balmont, scriveva: «Saggezza non conosco valida per gli altri». Così alcuni poeti, incapaci di vedere oltre i testi che scrivono, conoscono perfettamente solo la loro narcisistica saggezza. Affollati su un metro quadrato di superficie, esigono istericamente attenzione. Ma non è compito della poesia accumulare versi superflui nel già ipertrofico panorama delle scritture poetiche.

La parola poetica è, fin dall’inizio, qualcosa che taglia e sottrae, trasfigurando le precedenti visioni del mondo, i precedenti modi di abitare il linguaggio, giusti o ingiusti che siano, e obbliga a leggere e pensare in modo diverso – sproporzionato, imprevedibile, distonico. Ciò che conta è la necessità di un gesto che garantisca la necessità di certe parole. Se Shakespeare poteva dire, in Re Lear, che «Maturità è tutto», noi diciamo, con Rilke, che «Resistere è tutto».

A nessun contenuto manifesto aspira la poesia. È evocazione nel buio, è quella sensazione, tra voce e silenzio, che si prova solo nelle esperienze estreme della lingua e del corpo. «Non dire niente. Non tacere niente. Scrivere questo. Cadere. Come la meteora (Dupin)». Quando ci sentiamo sopraffatti, è perché viviamo soggettivamente qualcosa di straordinario, perché proviamo «la sensazione della testa tagliata» (Dickinson). Qui abita la poesia: la parola di chi sta per ammutolire, ma non vuole consegnare il suo silenzio a nessuno. Come scrive Marina Cvetaeva, ci si libera dalle parole per trovare le sole parole – le nostre – che distinguono il nostro modo di scrivere versi, nella felice illusione di cambiare l’infelice struttura del mondo. La poesia non è mai indulgenza o compromesso ma accelerazione, precipitazione, inadeguatezza, distanza. Qualcosa scricchiola nel meccanismo oliato dei processi linguistici. Qualcosa di non annunciato, di non prevedibile, che turba l’attesa del lettore. Il potere della poesia è sempre quello di far «respirare l’incomprensibile». Quando i versi esistono non occupano i discorsi dell’eloquenza e non abitano la pienezza del senso, ma respirano nelle pieghe e nei vuoti, evocano architetture fantastiche attraverso il loro ostinato e lucido «ordine» di scrittura.

3. Ma non esiste un modo univoco di fare «ordine». L’ordine lo si trova a tastoni, è solo uno dei possibili orientamenti nelle tenebre. Il poeta insorge contro i dati esistenti. Corteggia un evento, un’epifania. Il suo «vedere il mondo» è personale e bizzarro, insolente e cristallino, come una torsione del collo, uno strabismo dello sguardo. Si coglie mentre percepisce se stesso e il mondo in stato di sonnambulismo, dentro il silenzio dell’io e delle cose. Ma, per intonare questo sonnambulismo, per restituirlo e rappresentarlo, ha bisogno di combinare, comporre, associare parole. Di trovare un suo – originale, non prevedibile – ordine. Forse proprio quell’«ordine insorto», a cui accennava l’oracolare René Char. Sopraffatto dalla sua «tempesta emotiva», immerso nella Wahnstimmung delle analogie, il poeta ammutolisce, non sa se tacere o impazzire, ma alla fine parla, perché il silenzio appartiene al mondo opprimente degli adulta, sopprime le analogie e le corrispondenze. Parla, e con logore parole, che trasfigura combinandole in modo originale, bizzarro, imprevisto: “…una parola, con tutto il suo verde / cestisce, si trapianta, // tu seguila (Celan)». Da qui l’esigenza di un’armonia provvisoria e instabile che rimuova percezioni innocue, geometrie consentite. Da qui la forza rifondante di un linguaggio poetico che non si limita a ripercorrere i canoni noti ma si determina come rinominazione magica nata da un atto di meraviglia, di creazione-distruzione del precedente e prevedibile aistanomai. La parola «crea il presente vero», suggerisce Maria Zambiano. Nonostante viva all’interno del suo sogno, «nessuna parola è sognata» ma è sempre vera, vicina al silenzio come al grido. Come per Ingeborg Bachmann: «Le grida perdo / come un altro si perde / i soldi, le monete, / il cuore, le mie grida / perdo a / Roma, ovunque a / Berlino, grida perdo / per le strade… / Io perdo tutto, / solo l’orrore / non perdo, che / si possano perdere le grida / ogni giorno e / ovunque».

Ogni poesia nasce come perdita di cui intonare il canto, come autocancellamento del linguaggio che evoca la sua morte e la sua rinascita (esemplare, in questo senso, la poesia neutra di Pedro Salinas), e non come volontà intellettuale di costruire l’architettura di una composizione, il monumento di un poema. Poesia è lasciare che certe parole possano dire di noi, liberamente e assurdamente, e poi riordinarle, ma solo un attimo dopo l’estasi e la confusione da cui siamo stati pervasi. Si potrebbe azzardare una teoria del sonno vigile. Chi dorme sogna di insorgere contro la realtà, anche contro se stesso. Poi si sveglia e si mette alla ricerca delle parole necessarie per trascrivere il suo sogno. Non c’è mai ricerca autentica se non dopo questa insurrezione, che è anomalia, sproporzione, aritmia. La poesia, eretica, non può sottostare a visioni precedenti. Ogni poeta ne cerca una, si apposta, bracca la sua preda. Vuole vedere solo con i suoi occhi. Ma come può, se non tra la veglia e il sogno, praticando la sua personale e originale distonìa? Tutto è difficile, opaco, resistente. Ma un varco c’è sempre. Rilke chiede, al giovane poeta che gli scrive, di domandarsi se sa di stare facendo qualcosa di necessario e gli intima di rispondere a questa domanda interiore.

4. La parola riduce in stato di ordine precario un paesaggio già in sussulto. Prima, c’è una percezione ondulatoria che mette il mondo e il soggetto in pericolo. Se non si avverte questo pericolo iniziale, questo necessario vacillamento, allora nessun viaggio è necessario. Le parole che troviamo hanno il potere di rendere appena visibile quello che sta per farci ammutolire: sono il residuo delle nostre visioni, un resto attivo del sonno. A volte basta girare la testa di lato e vedere il mondo obliquamente: di questa piccola deformazione siamo noi a dover rendere testimonianza, noi i responsabili. Nulla è misurato, oggettivo, previsto. Il poeta agisce all’interno di una sproporzione metafisica che muta i contorni delle cose. E la metafora, naturalmente, è lo strumento elettivo per avvicinare e allontanare le cose. Ci mette di fronte a un mondo che non esiste ma ci appare, grazie alla combinazione di certe parole, anomalo, sorgivo, sorprendente. Occorre fare i conti con questo nuovo sguardo, che accresce e riduce, moltiplica e frantuma.

Celan scrive: «La vetta / si dissolve in turbinii, / con più furia ancora / che voi» e noi ci rendiamo conto che il mondo non è più lo stesso dopo le sue parole. La sua scrittura ripulisce lo sguardo da vecchie croste di senso. Gli artisti devìano e deformano, ma aiutano a ri-vedere e ri-sentire, indicano soglie nuove dentro percorsi antichi.

«Si sta / come d’autunno / sugli alberi / le foglie». Si può, dopo questa poesia, rileggere Mimnermo e gli altri poeti della classicità, senza avere nelle orecchie la voce chiara e perentoria di Ungaretti? La voce di un poeta nuovo obbliga sempre a rileggere tutti i poeti precedenti.

Alla fine, la poesia potrebbe assomigliare al doppio libro suggerito da Elias Canetti ne La provincia dell’uomo. Lo scrittore invita a scrivere un libro di giorno e un libro di notte, senza mai confondere i testi: solo molti anni dopo sarà consentito all’autore di fare un confronto fra i due. Un libro diurno e notturno insieme, vissuto come scambio continuo tra passato e presente, sonno e veglia, vita e morte, è il libro che il poeta progetta per il suo ipotetico lettore. «Il piacere della comunicazione è inversamente proporzionale alla nostra reale conoscenza dell’interlocutore e direttamente proporzionale al desiderio di interessarlo a noi… È noioso bisbigliare ai vicini. È inutilmente tedioso scandagliare la propria anima… Ma scambiare segreti con Marte, senza fantasticare, naturalmente, è un compito degno della poesia».

«L’interlocutore», come suggerisce Osip Mandel’stam, è il lettore futuro. Il messaggio nella bottiglia arriva proprio dove è necessario che arrivi. Il lettore prescelto arriverà a leggere un testo nato proprio per lui. Nasce qui l’utopia di una «comunità senza comunità» (quella «comunità degli animi» di cui scrive un poeta contemporaneo, Cesare Viviani): un luogo dove i lettori trovano i loro poeti e i poeti i loro lettori, senza che questo trovarsi diventi reciproco attestato di effimere ambizioni ma reale e fecondo stare insieme, al di qua e al di là dello specchio, dentro illusioni diverse ma compagni di tante forme di verità e della stessa ipotesi di libertà. «La forma della verità non è l’uovo, e neppure un triangolo, neppure una foglia, Ma l’uovo, il triangolo, la foglia, sono forme della verità. La sostanza della verità è unica: forse è la nostra necessità di esistere, la necessità di esistere in ogni cosa. Noi esistiamo in tutte le cose (Sinisgalli)».

– continua: seconda parte, “Soffrire di meraviglie”, domani- 
— immagine d’apertura: Henri Rousseau, La Charmeuse de serpents (1907)

Per la rubrica di Rita Pacilio PER ME LA POESIA È…risponde Angela Greco

 per Sannio Life (posted by Maria Grazia Porceddu on 06 ott. 2017)

PER ME LA POESIA È…CI RISPONDE ANGELA GRECO a cura di Rita Pacilio

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Per me la Poesia è :

“Se nessuno me lo chiede, lo so; se dovessi spiegarlo a chi me ne chiede, non lo so.”
La celebre frase che Agostino d’Ippona riferisce al tempo, in questo momento della mia vita sento di poterla riferire alla Poesia. Specifico il momento temporale, perché in precedenza, in altre occasioni, ho avuto meno difficoltà ad esprimere una opinione o addirittura azzardare cosa fosse per me la poesia; mentre oggi, a quarantun anni e dopo qualche libro edito, non ho più la presunzione e le certezze di un tempo, quando la poesia mi appariva un meraviglioso fiore esente da brutture.
Mi rendo conto che a frequentarla, questa Poesia, è diventato più facile dire cosa per me non è o cosa non vorrei che fosse; ho imparato che quel che riguarda gli Uomini, poesia compresa, non è immune da tutto ciò che la natura umana contempla in sé. Sì, della poesia ho un concetto tutto umano, nel senso che non credo ad eventi sovrannaturali che infondano chissà cosa in persone, che ad un tratto diventano qualcosa di più di quello che sono sempre state e non credo nemmeno che i poeti appartengano ad una razza o ad una condizione dissimile da quella di qualsiasi altra persona. Tutt’altro. Forse, hanno soltanto uno svantaggio in più, perché alla lunga ci si rende conto che è tale, ovvero quello di avvertire in anticipo qualcosa che in qualche modo altri avvertiranno in tempi differenti. Come normalmente accade nel regno animale, prima dell’arrivo dei temporali o dei terremoti.
Almeno per quanto concerne la mia esperienza, la poesia è un mezzo di scoperta e di ritorno: di scoperta, perché con essa si può tentare di avvicinarsi al mistero umano, all’universo ancora in buona parte inesplorato che una Persona è, ai suoi limiti, alle sue miserie ed anche al buono che, sommerso per quanto sia, c’è, se non altro come contraltare a quanto vediamo e viviamo quotidianamente; di ritorno, ma parlo per la mia esperienza, s’intenda, perché grazie alla poesia spesso ho ripercorso un vissuto sfuggito, che in qualche modo aveva lasciato in me esiti che solo in un secondo momento sarebbero riaffiorati, meravigliandomi.
Ecco, la poesia è accadimento e decantazione; magma incandescente che incontra il mare per raffreddarsi, dunque prendere forma e solidificare, diventando nuova terra e base d’appoggio per altro. E’ quello che rimane dopo la complicazione, dopo la lotta con se stessi per andare oltre se stessi; è soprattutto onestà e, a costo di sembrare antipatica, non temo di affermare che la Poesia è tutt’altro da quello che oggi si considera poesia. Non ne faccio una questione di tecnica, scrittura, significati e significanti, forma e metrica; ne faccio una questione etica, nel senso ampio del termine.
La poesia è una questione di comportamento – e qui tendo anche alla provocazione – e senza remore mi permetto di affermare “dimmi come ti comporti in poesia e ti dirò chi sei”, mettendo così al bando tutte quelle malazioni entrate nel costume comune e che non destano più clamore, ma non per questo da ritenersi giuste o sane, inerenti il dare-avere, il clientelismo, lo scambio di favori, gli inchini al potere…ma il discorso diventerebbe troppo lungo e qui, avevo deciso di lanciare solo qualche input per una riflessione a posteriori. Ho, tuttavia, un’immagine, una metafora per i fedeli alla scuola, molto cara e che nel corso di questi primi miei dieci anni in poesia, non mi ha mai lasciata: il poeta che, in assoluta libertà, è prua e polena, che rompe le onde col suo petto, nella posizione scomoda metà in acqua e metà fuori, con il sale che acceca lo sguardo, parte attiva di una imbarcazione, che ha smarrito il suo nocchiere. (Angela Greco)

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Angela Greco è nata il primo maggio del ‘76 a Massafra (TA), dove vive con la famiglia. Ha pubblicato: in prosa, Ritratto di ragazza allo specchio (racconti, Lupo Editore, 2008); in poesia: A sensi congiunti (Ed.Smasher, 2012); Arabeschi incisi dal sole (Terra d’ulivi, 2013); Personale Eden (La Vita Felice, 2015); Attraversandomi (Limina Mentis, 2015, con ciclo fotografico realizzato con Giorgio Chiantini); Anamòrfosi (Progetto Cultura, Roma, 2017); Correnti contrarie (Ed. Ensemble, Roma, 2017); Ora nuda, antologia 2010-2017 (formato elettronico, Quaderni di RebStein LXVII, introduzione di Flavio Almerighi).

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Rubrica Verso la poesia a cura di Rita Pacilio_Rita Pacilio (Benevento 1963) è poeta, scrittrice, collaboratrice editoriale, sociologa, mediatrice familiare, si occupa di poesia, di critica letteraria, di metateatro, di letteratura per l’infanzia e di vocal jazz. Curatrice di lavori antologici, editing, lettura/valutazione testi poetici e brevi saggi, dirige per La Vita Felice la sezione ‘Opera prima’. Direttrice del marchio Editoriale RPlibri è Presidente dell’Associazione Arte e Saperi. Ha ideato e coordina il Festival della Poesia nella Cortesia di San Giorgio del Sannio. Sue recenti pubblicazioni di poesia: Gli imperfetti sono gente bizzarra (La Vita Felice 2012) traduzione in francese Les imparfaits sont des gens bizarres, (L’Harmattan, 2016 Traduction en français par Giovanni Dotoli et Françoise Lenoir) e prossima la traduzione in arabo (a cura del Prof. Othman Ben Talebmail), Quel grido raggrumato (La Vita Felice 2014), Il suono per obbedienza – poesie sul jazz (Marco Saya Edizioni 2015), Prima di andare (La Vita Felice, 2016). Per la narrativa: Non camminare scalzo (Edilet Edilazio Letteraria 2011). La principessa con i baffi (Scuderi Edizioni 2015) è la sua fiaba per bambini. È stata tradotta in greco, in romeno, in francese, in inglese, in napoletano. Di prossima uscita i racconti in prosa poetica ‘L’amore casomai’.

in apertura: opera di Piet Mondrian, Grande composizione A

Roberto “Freak” Antoni: Manifesto per l’abolizione della poesia a cura di Flavio Almerighi

“Se uno s’impegna può star male ovunque” (ignoto 1?)
“Panglosse e pancake adempiano ai rispettivi ruoli” (ignoto 2)
“Ma come? Ma sono secoli che ti amo, cinquemila anni, e tu mi dici di no? Ma vaffanculo!” (Piero Ciampi)
“L’economia italiana cresce più del previsto. Oh come faremo mai? (ignoto 3?)
“Si nasce e si muore soli. Certo in mezzo c’è un bel traffico” (Paolo Conte)

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Roberto “Freak” Antoni: Manifesto per l’abolizione della poesia

I
La Poesia è un’astrazione delirante che confonde il senso pratico delle persone, procurando pericolosi turbamenti d’animo.

II
La Poesia si piange addosso e si esalta in modo fuorviante perché esagerata: è lontana dal normale sentire quotidiano, è autoreferenziale e celebrativa.

III
Infatti: la Poesia è oligarchica e antidemocratica: usa parole ricercate, ermetiche e oscure, termini lessicali imprevisti che solo pochi umani possono comprendere. Cfr. Montale: “Una poesia che si capisce troppo facilmente è sospetta di mediocrità!”.
Di conseguenza:

IV
La Poesia ti sottopone e costringe alla tortura fisica del trasporto del vocabolario pesante, reso necessario dalla sua stessa decifrazione e/o decrittazione.

V
Nella sua ontologica autoreferenzialità discriminante, la Poesia crea premesse per una gestione esclusiva da parte di persone definite “speciali” (personaggi d’eccezione) alle quali sarebbe invisa la mediocrità.

VI
La Poesia è pura illusione e seduzione ipnotica, trucco pirotecnico-lessicale.

VII
La Poesia può sconvolgere una vita in maniera irreversibile.

VIII
La Poesia va assunta in piccole dosi, qualora non potesse essere evitata.

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Roberto “Freak” Antoni (Bologna, 16 aprile 1954 – Bentivoglio, 12 febbraio 2014) è stato un cantautore, scrittore, attore, artista performativo, poeta e disc jockey italiano. 

Sulla poesia: contributi di Claudio Borghi e Flavio Almerighi e due testi di Nanni Cagnone e Marina Pizzi

      Non crediate
l’opera d’un poeta
esaudita promessa
lieto fine – non è
che l’ultima rivalsa
d’una lingua,
la derisoria vacanza
di chi, perduto il lavoro,
con certezza del vuoto
riguarda vanamente
si torce le mani.
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Nanni Cagnone,
da Penombra della lingua, La Camera Verde – Roma, 2012.
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Controcorrente, una riflessione di Claudio Borghi

Tutto è nel moto, nel farsi senza quiete, nel moltiplicarsi necessario in cui le creature si innescano l’un l’altra e la mente, onda nel mare, non può trovare il punto da cui la pluralità nascendo si innesca.
Cosa ci resta, giunti all’estremo del frastagliarsi molteplice? Poesia, musica, frammenti, colori, il rifrangersi dell’essenza in miriadi di dettagli, senza più coglierne il centro o la legge che ne esprima la sintesi: quanto più la mente plana sul creato tanto più ne perde l’origine, il battito emozionato che il cuore innumerevole dei viventi irrora.
Il tormento si scandisce nell’arte e nella scienza, sospese tra la varietà inafferrabile agli occhi della mente, che cerca di classificarla raccogliendola in sterminati archivi, e l’unità che a quel molteplice soggiace e la mente ispira ed alimenta intera.
Se l’io è un raggio tra tanti in cui un solo cuore di luce si rifrange, e lo straniamento della scrittura nasce dal contemplare sé e il mondo come una danza che sulla scena dell’essere accade, il movimento contrario, la corrente che risale la colata a valle dell’emanazione, è l’accensione volontaria potente della coscienza, che repentina restituisce a quel danzare inquieto la possibilità del ritorno all’origine.
Le visioni poetiche, pittoriche, sinfoniche, nascono da questa necessità, la cui radice è inevitabilmente dolore, in quanto la creatura è un nulla nella dinamica della creazione, non esiste in sé, e la poesia si dona solo quando si apre la possibilità dell’altrove. Non si tratta di scoprire l’essere altro, ma di lasciar diffondere il mondo dopo aver rotto l’argine dell’io: il pensiero e l’estensione si rifondono nell’unica sostanza e la corrente si agita turbata, e nella disintegrazione della coscienza, piccola candela con un nome, si impone la visione anonima, in cui il poeta si priva dell’identità e della presunzione di essere creatore di quello che scrive o dipinge o armonizza sul pentagramma delle idee.
La frammentazione è dinamica interna ad ogni moto di pensiero rivolto al fenomeno, ad ogni sistema ideale che si costruisce intorno a un principio unificante, nasce da un movimento da sempre presente nella storia del pensiero: la riverberazione, la dissoluzione, il pullulare agitato delle forme che pulsano vibrano scodinzolano in traiettorie casuali nell’oceano dell’essere. Le epifanie del molteplice, animato in strutture polifoniche o in polittici affrescati in cui corpi e azioni e fluttuazioni timbricamente colorano il quadro, sono sempre sinfonie, per quanto volontariamente si compongano di disarmonie galleggianti nell’aria. Dicono la pluralità dal punto di vista dell’eterno, non della coscienza disintegrata, e in quanto tali contengono la possibilità dell’inversione della corrente, dell’epifania che da un momento all’altro può donarsi. Si isolano nell’assenza del dolore, privano l’arte della sua radice, diventano molteplicità disarmonica scissa dall’emozione, si liberano dal dramma dell’io e del respiro e della fuga spaventata registrando l’accadimento plurale, il movimento interno alla sfera, la domanda che risuona ellittica o insensata.
La coscienza contempla i corpi, atomi di un nucleo originario, l’io si sottrae alla lotta e al dolore e ne descrive l’accadere, si illude di poter rappresentare poeticamente la lacerazione, laddove la può solo malamente astrattamente replicare.
Quel che scatta e genera forma è, nel dramma individuale, la reazione della volontà, che prende il sopravvento sulla luce atonale della coscienza e tenta un movimento controcorrente, dal molteplice scisso impaurito cerca la strada tremenda della luce dell’Uno.
L’ascesi, come nei mistici, è tremore e tragedia, mai beatitudine. Ogni visione, incluse le madonne rinascimentali scolpite o dipinte nella pace empirea, è impregnata della fatica del ritorno, del volere Dio quando l’evidenza dice che lui sempre si nega, mai si dona al singolo, lontanamente trama e genera all’oscuro della coscienza che nel tempo, vivendo, si dispera. (24 gennaio 2017)

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Questioni di Io, una riflessione di Flavio Almerighi

L’io è talmente infatuato di sé che non si accorge nemmeno di essere parte di qualche miliardo di altri Io, molto spesso nemmeno nella parte centrale della galassia. In fin dei conti colora di bianco una parte infinitesimale di un pezzettino di galassia periferica, tanto e solo da far pensare a qualche astronomo/sciamano che da quelle parti al garzone del latte è scivolata una bottiglia di mano.
Se è vero che “tutta la vita è lasciare tracce” è altrettanto vero che più è potente l’Io e più cercherà di lasciarne, in forma d’arte, in forma di ideologia sanguinaria, in forma di qualsiasi altra cosa, a un punto tale che, dopo tempo, si ricorda la traccia e non più chi l’ha lasciata. Deve essere uno smacco terribile per quell’Io.
Dove c’è luce, succede sempre qualcosa. L’uomo è un animale terragnolo terrorizzato dal buio, anzi, dalla scoperta del fuoco in poi il suo destino tecnologico è stato scoperto e tracciato nella ricerca di una notte che sia sempre più giorno. Perché il buio fa paura, e senza luce l’Io non si può pavoneggiare, non si può manifestare.
Lascio alle psico sette la responsabilità di decidere cosa sia arte, letteratura, musica, religione o meno. Del loro giudizio e delle loro esternazioni non mi frega un cazzo, perché non hanno autorevolezza e nemmeno senso del bello. Come è giusto che sia, il mio Io è smisurato altrettanto quanto il tuo, rivendico il mio gusto alle cose e alla bellezza e il mio gusto non sarà mai un culto da chiesa costantiniana.
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      Vertigine sparutella attimo di buio
l’io convulso figlio del plurale
naturale ingorgo di caligine.
Appena sotto l’arco finimondo
i falò dei fogli dei poeti
illuminanti le vedette.
Guarderemo l’andarcene
dentro il baule dell’ultimo brevetto.
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Marina Pizzi,
da Dissesti per il tramonto, dal web
Immagini: opere di Mark Rothko

 

Il mistero da quattro soldi di Lou Reed: riflessioni su una proposta musicale tratta da amArgine

…….Prendo in prestito proprio il titolo di questa canzone, proposta da Flavio Almerighi sul suo blog amArgine (clicca qui per ascoltare) il giorno di San Lorenzo, per chiedermi (e lo sto facendo fin dall’assegnazione dell’ultimo Nobel 2017 per la Letteratura) dove un testo finisca di essere canzone e diventi poesia; se un confine esiste, in questo mondo che proclama la caduta di ogni limite e poi alza barriere invalicabili, e se una canzone può o meno essere una poesia. Così, in una torrida e straziante mattinata di una mai ricordata rovente estate simile, apro il computer e mi ritrovo a leggere la traduzione di un testo senza l’audio associato. Per me è poesia, per la cronaca è una canzone di Lou Reed, che io conosco dal blog di Almerighi. Leggo un paio di volte il testo e mi piace sempre di più. Ascolto l’audio associato e non ho proprio la stessa sensazione (scusate la franchezza)…Sicuramente, mi dico, è un limite mio, ma questa distopia mi fa riflettere su un fatto non da poco: che con buona pace delle diatribe tra le parti, un testo è poesia quando si “mantiene in piedi” da solo, retto da una musica tutta sua, interna, che giunge comunque al lettore e alla quale dopo si può anche aggiungere una colonna sonora. E qui vi invito a sperimentare quanto detto, leggendo testi di canzoni tra i più svariati e a notare che non tutti, senza audio, nel medesimo lettore sortiranno lo stesso effetto, giungendo alla conclusione che una canzone è il frutto dell’associazione sapiente di testo e musica e che la poesia è…cosa differente (e sorrido, pensando ad altri luoghi dove ci si accapiglia a riguardo). E intanto grazie a Flavio e al suo blog per le belle proposte che permettono anche belle discussioni. (AnGre)

…….Lou Reed proveniva dai Velvet Underground, una band che gravitava attorno alla Factory di Andy Wahrol che lui e John Cale, altro membro della band, chiamavano affettuosamente “drella” storpiatura di cinderella, Cenerentola. L’ambiente era ricco, quindi, di fermenti artistici, musicali, plastici, figurativi, cinematografici. Lou Reed, oltre all’insana passione per l’eroina, fu sempre molto attratto dalla parola e dalla poesia. Esiste, credo, da qualche parte, una raccolta di sue poesie su libro. Lou Reed era anche poeta tutto sommato, ma soprattutto un musicista urbano, violento a tratti e oscuro. La sua grandezza è indiscutibile, la traduzione del brano, come si può vedere, ottima. (Flavio Almerighi)

…….La differenza tra un’opera di poesia e il testo di una canzone sta in due aspetti decisivi: uno è la dimensione dello spazio in cui si trovano a muoversi, l’altro è la forma della musica a cui fanno riferimento. […] Quello che manca a troppa letteratura oggi è il senso del rischio interiore, il profumo dell’autentico, del tentativo di fare un passo oltre rischiando di perdere tutto: la poesia moderna corre, in questo senso, il rischio di spegnersi nell’auto-referenzialità, dovendosi continuamente citare per auto-giustificarsi. […] L’altro elemento distintivo tra poesia e canzone, a cui sopra si faceva riferimento, è la musica. Un testo di canzone vive solo in simbiosi con la musica, quindi non ha senso scorporarlo da un tutto organico di cui è uno dei componenti: è un po’ come togliere un organo da un organismo vivente e pretendere che abbia vita autonoma…(tratto da Poesia e canzone – una riflessione di Claudio Borghi – clicca sul link per scaricare l’intero contributo)

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Lou Reed, Il mistero da quattro soldi 

Giaceva pesto e ferito, trafitto
e sanguinante, mutilato che parlava dalla croce
con la mente che mulinava e ansimava
allucinava fuggiva, che perdita
Le cose che non aveva toccato o baciato
i sensi lentamente lo abbandonarono
non come Buddha, non come Vishnu
in lui la vita non sarebbe tornata

Trovo facile credere
che abbia potuto mettere in discussione le sue convinzioni
l’inizio dell’ultima tentazione
mistero da quattro soldi

La dualità della natura divina
della natura umana divide l’anima
completamente umano, completamente divino e diviso
la grande anima immortale

Frantumata in pezzi, pezzi vorticanti, gli opposti si attraggono
dal di fronte, dai lati, dal dietro
la mente attacca se stessa

Conosco la sensazione, l’ho già provata
da Cartesio a Hegel la fede non è mai sicura
Mistero da quattro soldi
ultima tentazione

Ero seduto che tamburellavo pensavo martellavo meditavo
sui misteri della vita
fuori la città gridava urlava sussurrava
dei misteri della vita

C’è un funerale domani a St. Patrick’s
le campane suoneranno per te
Ah, cosa devi aver pensato
quando hai capito che era giunto il tuo tempo?

Vorrei non aver buttato via il mio tempo
su cose tanto umane e su così poco di divino
la fine dell’ultima tentazione
la fine del mistero da quattro soldi

§

Dime store mystery

He was lying banged and battered, skewered
and bleeding talking crippled on the cross
Was his mind reeling and heaving
hallucinating fleeing what a loss
The things he hadn’t touched or kissed
his senses slowly stripped away
Not like Buddha, not like Vishnu
life wouldn’t rise through him again

I find it easy to believe that he might
question his beliefs
The beginning of the last temptation
dime story mystery

The duality of nature, godly nature
human nature splits the soul
Fully human, fully divine and divided
the great immortal soul

Split into pieces, whirling pieces, opposites attract
From the front, the side, the back
the mind itself attacks

I know the feeling, I know it from before
descartes through Hegel belief is never sure
Dime store mystery
last temptation

I was sitting drumming, thinking thumping, pondering
the mysteries of life
Outside the city, shrieking, screaming, whispering
the mysteries of life

There’s a funeral tomorrow
at St. Patrick’s the bells will ring for you
Ah, what must you have been thinking
when you realized the time had come for you

I wish I hadn’t thrown away my time
on so much human and so much less divine
The end of the last temptation
the end of a dime store mystery

dall’album NEW YORK, 1989

Tu non conosci il Sud: spunti di riflessione da Lorenzo Calogero alla poesia odierna

Tu non conosci il Sud, le case di calce
da cui uscivamo al sole come numeri
dalla faccia d’un dado.
(Vittorio Bodini)
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Da vivo, Calogero, implorò anche il più piccolo riconoscimento per la sua poesia, cui aveva sacrificato tutto, anche la vita, destituendola di anno in anno sempre più di ogni valore, di ogni dignità, di importanza. La poesia fu l’unica aspirazione di Calogero, i riconoscimenti che essa avrebbe potuto dargli, il massimo da chiedere alla vita. Per la poesia Calogero ha consumato tutto, il suo fisico, il suo cuore, il suo intelletto, fino alla menomazione e alla follia.

(G.Tedeschi, estratto da Lorenzo Calogero Opere poetiche Vol.I a cura di Roberto Lerici e Giuseppe Tedeschi – leggi qui tutta la Premessa)

Non lacrima più una luna, di Lorenzo Calogero

Non lacrima più una luna
o va via col vento.
Una sfinge fugge cieca
e forse non è più un caso
lontanando nei brevi aliti
dei colli, sugli alberi,
nuda una linea
in continua mesta discesa
dentro un’idea.
da Come in dittici, da Poeti italiani del secondo Novecento , Oscar Mondadori
“A Sinisgalli si deve la «scoperta» di Lorenzo Calogero, il quale, dopo vari infruttuosi tentativi di pubblicare su qualche rivista, dà alle stampe a proprie spese due libri di poesia, che consegna personalmente allo stesso Sinisgalli che allora (fine anni ’50 del secolo scorso) lavorava a Roma dove Calogero lo va a trovare per chiedergli una prefazione al successivo volume Come in dittici. […] La poesia di Lorenzo Calogero è la poesia di un isolato: fisicamente e culturalmente confinato nella lontana provincia calabra di Melicuccà. […] L’immobilità linguistica della poesia di Calogero è, in una certa misura, il riflesso estetico dell’arretratezza economica e culturale del Sud (degli anni ’60, non specificato nel testo n.d.r.) ma, paradossalmente, questo è anche il suo punto di forza e di massima originalità. L’isolamento fisico e geografico della poesia di Calogero, relegato a fare il medico condotto nella provincia di Reggio Calabria, è anche il marchio di garanzia della sua qualità letteraria. E’ l’isolamento di un poeta intimamente refrattario alle lusinghe delle poetiche apparentemente più innovative e spregiudicate che stavano a ridosso della modernità.
(G.Linguaglossa, L’area pre-sperimentale in Dalla lirica al discorso poetico, EdiLet, 2011)

da Le sonagliere dei mirti vanno verso il porto, di Gino Rago

Ettore senza scudo quasi a cibare i corvi.
Astianatte nella Pietas di braccia senza carne.
Andromaca. Né più moglie né madre.
Ecuba ora perde la parola. Non emette
un’onda la sua voce. Le rimane solo il gesto.
Il linguaggio dei segni volge sulle schiave
e a sé soltanto dice: «Nella terra di quali uomini
sono giunta? Sono selvaggi, senza giustizia,
o nella mente serbano e nei gesti
anche un esile rispetto degli dèi?».

(leggi qui tutto il testo – inedito precedente il 2017)
“La Federazione Unitaria Italiana Scrittori (FUIS), nel quadro della attivita’ di promozione oltre a quella di rappresentanza e consulenziale, ha ospitato lo scorso 16 aprile 2015 la presentazione, presso la sede romana di piazza Augusto Imperatore, della Antologia «Il rumore delle parole. Poeti del Sud» (2015), per i tipi di EdiLet, a cura di Giorgio Linguaglossa. Sono intervenuti il curatore della Antologia e la poetessa romana Letizia Leone.
Linguaglossa ha illustrato l’opera precisando che l’Antologia non può ritenersi ultimata ed esaustiva in questa prima edizione. La particolarità, secondo Linguaglossa, dei Poeti del Sud, rispetto, per esempio, alla cosiddetta Scuola lombarda o ad altri indirizzi, risiede nella varietà degli stili.
Nel delineare i lineamenti geostorici della poesia italiana e nel tracciare i vari periodi di «egemonia letteraria» fra Milano, Firenze, Roma che nel corso del Novecento si sono succeduti, il curatore dell’antologia ha notato come nel Sud operino poeti vitali che si muovono secondo modalità non concordate, libere da interessi editoriali o di uffici stampa. È una poesia che non si rende immediatamente «riconoscibile» e dove ciascun poeta ha una sua precisa «identità stilistica».
Oggi il Sud si è smarcato dal periferico, evidenza il dinamismo fra centro e periferia anche se questo movimento tellurico era stato già intravisto con chiarezza da Pasolini per il quale la periferia romana sfociava nel terzo mondo. Nello stesso tempo, ha continuato Letizia Leone, ci sono autori come Albino Pierro che non vogliono centralizzarsi, altri fanno, anche a Nord, del dialetto la propria isola nel rifondare la propria stilistica. Se siamo nella post-storia, nell’epoca dello svuotamento ideologico, forse è lecito  parlare di post-meridionalismo, per questi poeti, lontani dalle poetiche del vissuto, dal mito di una poesia che abita il mito o di quella che ricerca una impossibile innocenza perduta.
In questo contesto storico che dista anni luce dalla linea meridionale degli anni Cinquanta, sia Letizia Leone che  Linguaglossa si sono soffermati sul rapporto tra scrittura e il territorio, individuando la forza di questi Autori nell’aver digerito lo scandalo della storia, quello dell’essere poeta oggi, di non sapere più a chi si rivolga la scrittura poetica.
(a firma A.F. tratto da Per una Carta Poetica del Sud, Manifesto del Poest-Meridionalismo su L’Ombra delle Parole Rivista, aprile 2015)

Collage (Poesia fatta di stracci), di Gino Rago

Non c’è niente di più opaco
della trasparenza totale.
Il corpo è colore e odore.
I sospiri delle onde richiamano il vento:
ora sboccio. Una rosa tra le dita.
Prendila.
Mi accorgo solo ora che l’artrite deforma le mani.
Tutto cominciò con una caduta.
Spremere fuori il mistero…
Ti muovi viva nel tuo stesso corpo.
Ma nuvolaglie increspano
le visioni razionali.
(…)

Ritirarsi? Sì.
Ritirarsi
Ma dalle forme consunte del poetico.
E rifarsi un vestito.
(…)

Un abito tutto nuovo di parole
per la festa e per il quotidiano.
Confezionarsi un vestito nuovo
Nell’atelier di stracci. E’ nuova la poesia
fatta con gli stracci.

(agosto 2017)
“Vedi caro Gino Rago,
io che conosco la tua poesia fin dalle prime pubblicazioni degli anni novanta, mi meraviglia, e non poco, constatare come la tua poesia, a contatto con la «nuova ontologia estetica» sia cambiata, ne ha avuto una accelerazione verticale. La tua poesia degli anni novanta scontava il generale immobilismo e il ristagno della poesia del Sud intervenuto dopo il post-ermetismo, diciamo così, dopo Sinisgalli e Lorenzo Calogero. Dopo questi due poeti la poesia del Sud si arresta e fa le veci della poesia del Centro e del Nord, diventa una poesia di un paese coloniale e colonizzato. Fenomeno questo del tutto naturale vista l’arretratezza della economia del Sud dipendente da quella del Nord.”
(G.Linguaglossa, 10 luglio 2017, commento).
La domanda nasce spontanea: allora i poeti – non solo del Sud -“”migliorano”” soltanto appartenendo all’ennesima congrega \ caso letterario \ movimento \ casta \ gruppo di amici \ chiamatelo come ve pare, proposto in nome di qualcosa, che non sappiamo se essere il modernismo o le manie personalistiche di affermazione, da sempre agognato? (e si badi che questo mio dire non è riferito al fare gruppo per scambio-crescita di idee). E per avere un momento di visibilità nella “stagnazione spirituale” in corso è necessario tagliare le pietre della forma voluta per dimostrare che quella forma esiste in natura, come dice il mio amico Flavio Almerighi (di cui riporto sotto un inedito sull’argomento)? Occorre coercizzare tutti i contesti, piegandoli alle proprie idee, per avvalorare qualcosa che si è deciso essere importante e necessaria, gettando alle ortiche tutto quello che non rientra nel cerchio magico per qualcosa, appunto, che se è vera, – e speriamo sia ancora consentito il dubbio – solo il tempo potrà dimostrarlo? Diamine, io se credo in qualcosa non faccio opera di proselitismo, martellamento, demolizione mirata, porta a porta e mistificazione, ma, semplicemente, perseguo in silenzio la mia strada. I cambiamenti non si studiano a tavolino, non si creano “ad arte”, semplicemente accadono, avvengono. E si finisca una buona volta di usare la retorica del nascondersi sotto l’abituccio dismesso della modestia, della noncuranza, del tono basso per non destare scalpore, della finta dimenticanza dell’Ego e del disinteresse per l’argomento stesso per poi glorificarsi a vicenda. Di “scarpari” (nel mio dialetto significa “calzolai”) ne abbiamo sì bisogno, ma di quelli veri, che sappiano prima di cosa ha bisogno ogni piede e poi come si aggiusta una scarpa, tenendo i chiodini a zittirli tra le labbra e martellando solo sulla superficie interessata, non ovunque!
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E prima che qualche buon massone…ehm buontempone venga a fare storie qui, avvisiamo tutti i “noeauti”, antichi Argonauti che hanno pero il vello, ma non altro – e pure quelli che hanno aperto nuovi blog solo per avere un nickname – oggi persi per altre scialuppe bucate, che questo articolo, che tratta per la prima e ultima volta di NOE in questa sede, non ha nessun fine celebrativo, né pubblicitario per nessuno, né tanto meno è un attacco personale; qui non ci contrapponiamo a nulla e a nessuno, ma cerchiamo soltanto di esprimere il nostro dissenso verso qualcosa che secondo noi sta creando qualche danno alla Poesia, supportata da una voce che sfrutta la sua storia letteraria e che oggi abbraccia quei modi di fare da anni contrastati. Con buona pace di sciamani, sufi, sofisti, musicisti, trapezisti, analisti, qualsivoglia ‘isti e disquisizioni psico-socio-filosofico-antropo/logiche e illogiche e di tutto quello che Poesia non è.
Prendete e leggetene tutto, come un semplice confronto di fatti e persone.
Ai posteri l’ardua sentenza e ai postumi del caldo, il resto. Io, intanto, speriamo che me la cavo. Buona Poesia con la maiuscola, si spera, a tutti! (AnGre)
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balliamo un surf senza futuro, di Flavio Almerighi
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la bocca automatica
ha mangiato il dime
non vuole risputarlo,
forse non per vendetta
decisero la riduzione
a due sole scuole di pensiero
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c’era chi il metro
era novanta centimetri
chi uno e dieci, è giusto ci sia
un po’ di finta opposizione.
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I parolai sparlarono,
le comari strepitarono,
fu una corsa interminabile,
anche adesso sotto le finestre,
tutti a rincalzare coperte,
cantare ninne nanne,
ungere culi,
in cerca di prove indubbie
sul vero metro,
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valutare, svalutare:
una troia fu sollevata
in men che non si dica
dalla stalla alle stelle
venne fatta santa,
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il lontano cugino Paolo,
ohimè è un po’ sordo,
comprò in ferramenta
un metro da cento
e, come monito,
fu appeso per i piedi
finì che ci trovammo tutti
come i sindacati,
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pieni di burocrati e pensionati
balliamo un surf senza futuro
(In apertura: Michelangelo Pistoletto, Venere degli stracci: esempio italiano di Pop Art. Il termine “Pop Art” indica un movimento artistico d’avanguardia sviluppatosi intorno al 1955 parallelamente in Gran Bretagna e negli Stati Uniti d’America, come reazione alla pittura degli Espressionisti Astratti. Arte che, dietro immagini apparentemente grottesche, lasciava intuire le contraddizioni dell’Uomo moderno, vittima della società; un’arte di massa, i cui quadri spesso erano riproduzioni in serie di oggetti su tela o in scultura sempre, però, icone sociali, oggetti, appunto, e materiali  del quotidiano elevati a manifestazione artistica. La Pop Art, ebbe il ruolo di mettere in evidenza sfrontatamente la mercificazione dell’Uomo, l’ossessivo martellamento mediatico e il consumismo eletto a sistema di vita, fondando la propria comprensibilità su soggetti noti e riconoscibili.)
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FUORI DALLO SCAFFALE – antologia di testi poetici non allineati a cura di Flavio Almerighi e Angela Greco / e-book scaricabile gratuitamente

Il mondo cambia in fretta, la barbarie non è mai finita, anzi… Il futuro è ipotecato e improbabile. Il moto di appartenenza limitato a parrocchie senza accoglienza. Perduta la memoria ne conserviamo frammenti, polvere di ostie consacrate annidate in una pisside terminata la messa. Ci hanno dato il consumismo perché noi e i nostri figli non potessimo più farne a meno, poi ce lo siamo lasciati sfilare mentre eravamo al telefono, addormentati davanti al televisore. La democrazia, ci è stato detto, è un bene retorico e deperibile. Rimane il silenzio di noi abulici, tutti uguali, che non sappiamo più fare. L’uomo saggio si identifica con il “cazzaro”. (Flavio Almerighi)

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“FUORI DALLO SCAFFALE – antologia di test-I poetici NON ALLINEATI (l’ordine è casuale)” è voce di autori che non condividono l’imperante clientelismo a cui oggigiorno pare adeguarsi chiunque. Clientelismo, che nel momento in cui si tenta di controbattere semplicemente ti estromette, ti mette fuori, appunto, dallo scaffale del Mondo. Gli Autori – a cui va un grazie di cuore per la stima e la fiducia accordati a Il sasso nello stagno di AnGre – che gratuitamente e gentilmente hanno concesso i loro testi, unitamente ad altre esperienze condivise dal web, vogliono soltanto fornire uno spunto di riflessione, uno spiraglio nella cortina impenetrabile della “casta” teso al reale smantellamento, mattoncino per mattoncino, di quanto sta impoverendo l’Essere Umano. (Angela Greco AnGre)

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“F U O R I  dallo  scaffale

antologia di test-I   N O N   A L L I N E A T I”

 CLICCA QUI per leggere i testi e per scaricare il pdf \ e-book

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sono un vagabondo e semino parole da un buco della tasca…” – “Credevo che per i poeti fosse venuto il tempo della peste, il tempo della fine: la fine dei canti, delle odi, dei poemi, di tutte le vecchie, ammuffite sciocchezze. Per i poeti che, come passeri disperati, lasciavano i loro escrementi dappertutto. Ero nauseato dai cuori delicati che i poeti ostentano sul palmo delle mani, insanguinati trofei della loro guerra con la vita, ch’essi si portano dietro lungo le autostrade e le scorciatoie dell’esistenza, gridando: “Aiuto, aiuto!” con la bocca sanguinante, benché sappiano benissimo che nessuno li ascolterà.” (Emanuel Carnevali, da Il primo dio, Adelphi)

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“Il disagio degli uomini di cultura si fa sempre più crudo nel mondo. Coloro che soltanto a diporto e per i loro scopi più o meno politici frequentano le arti e le scienze non hanno motivo di soffrire di questa disdetta: e i bari della cultura, pronti a seguire ogni padrone tranne la verità, non hanno ragione di allarme. Ma per i poeti, gli artisti, i filosofi, gli scienziati di buona fede, in questa vecchia Europa, questo è tempo di desolazione.” – (Francesco Flora, in Hebenon, IV serie, n.13-14, Aprile – Novembre 2014)

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— Gli Autori dell’antologia continueranno a farci compagnia per tutta l’estate con i loro testi riproposti singolarmente o in coppia (a seconda della lunghezza) sulle pagine de Il sasso nello stagno di AnGre 

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Spunti di riflessione: Hebenon per la letteratura e la giustizia, di Roberto Bertoldo

Con piacere Il sasso nello stagno di AnGre continua ad ospitare l’esperienza della Rivista internazionale di letteratura Hebenon, attraverso un editoriale del suo direttore Roberto Bertoldo – che si ringrazia – che ancora oggi a distanza di anni può fornire validissimi spunti di riflessione su quel certo mondo letterario che, di fatto, non ha mai mutato vizi e virtù nemmeno passando dal cartaceo al telematico, sostanzialmente mancando a quella evoluzione verso la pluralità e a quell’allontanamento dall’individualismo oggi più che mai necessari. Dunque, semplicemente, trasliamo questo editoriale nei nostri giorni telematici e ci accorgeremo ancora di tutta la sua attualità e validità. Buona lettura! (Angela Greco)

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Hebenon per la letteratura e la giustizia
di Roberto Bertoldo

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«Il poeta abita nel sottoscala
davanti al quale tutti
passano senza notarlo»
 
Hugo von Hofmannsthal
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 …….Qualcuno si stupisce della mia presunta ingenuità quando mi nota rabbrividire per il comportamento opportunistico di molti scrittori, ma il brivido lo provo non tanto perché ciò che è per questi scrittori in gioco (successo, prestigio, soldi) è in realtà senza importanza ma perché penso, in seguito al mio errore giovanile di individuare gli eroi in una delle arti liberali, che i poeti siano sempre, in ogni presunta civiltà, gli ultimi bastioni in difesa dei valori civili. Se i poeti cadono, penso dunque, è perché è già crollata tutta la società, ecco perché rabbrividisco. Per fortuna non è così, in quanto esistono persone molto più valide dei poeti che si dedicano con i fatti – e non con le parole che solo raramente riescono a divenire fatti – al bene degli altri. Tuttavia pubblicare una rivista di letteratura, oggi, non significa “servire” qualcosa di frivolo, per quanto frivoli possano essere molti scrittori, significa invece guardare oltre gli scrittori, oltre la poesia, nelle parole piene, coraggiose, giuste, fattive. Hebenon ha voluto fare questo, ma si è trovata quasi circondata da sedicenti scrittori che mirano solo ad autopromuoversi invece di cercare di promuovere quelli che ritengono validi, che sono provinciali nelle pretese e nei rancori, che spettacolarizzano la letteratura e che guardano al mondo per abbellire la poesia e non alla poesia per abbellire il mondo.

Hebenon conosceva questo rischio, sapeva che ci sono anche in letteratura, come in ogni attività, due strade e che quella più vantaggiosa per la gloria momentanea coincide sempre con quella più dannosa per la coscienza. Così, per non finire imbalsamata sulla pagina prestigiosa di qualche gazzettiere, deve ricrearsi. Sí, il successo non deve essere coltivato, neppure quello di una rivista. Qualcuno, anche in buona fede, sostiene: proprio adesso che Hebenon ha raggiunto una sua visibilità? Certo, soprattutto adesso, perché restare per troppo tempo in un preciso luogo letterario significa subire e addirittura, anche inconsciamente, favorire le connivenze che, volenti o nolenti, le mafie, anche letterarie, generano. Gli scrittori possono solo dare l’esempio, dimostrarsi disponibili a difendere la giustizia; soltanto in questo modo la letteratura sorvola la sua frivolezza e può combattere contro ingiustizie ben più gravi. Perché la vita e la letteratura hanno la stessa indole pur avendo differente sostanza e perché la giustizia è una, anche se regge pesi diversi.

C’è un’Italia che pensa, c’è un’Italia che scrive e non è sempre l’Italia di cui ci parlano i giornali, non è sempre quell’Italia costruita dalle connivenze di classe che tendono a favorire, anche nell’arte – la quale, nonostante ciò che sembra vogliano farci credere, non è di sangue come non lo era la nobiltà –, chi vi appartiene per diritti di amicizia, di moneta, di massoneria, di potere vario. Ebbene, per questa Italia che scrive e che pensa liberamente, per questo mondo letterario che resiste alla standardizzazione e alla codardia, Hebenon vorrebbe continuare a svolgere un servizio il più pulito possibile. Perché se il mondo letterario che ci propina quotidianamente la pubblicistica è in gran parte mediocre e marcio, dobbiamo a maggior ragione sforzarci tutti di creare, nel nostro piccolo, un mondo, un ambiente, uno spazio a cui un domani gli studiosi seri possano attingere per conoscere qual è la vera cultura del nostro tempo. (…)

Tratto da Hebenon, n.1 della terza serie – Ottobre 2003.Anno VIII

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“L’arte è inutile allorché i suoi interpreti si prostituiscono, vale a dire cercano di piacere, si sottomettono all’opinione corrente. Essa è altrettanto nociva quando ogni teoria intesa a collettivizzare, ad uso e per la felicità di tutti, quelle sensazioni che fanno la felicità e sono l’appannaggio solo di qualcuno.”

Emile Armand (Hebenon, IV serie, Numeri 1-2, Aprile – Novembre 2008)

§

“Il disagio degli uomini di cultura si fa sempre più crudo nel mondo. Coloro che soltanto a diporto e per i loro scopi più o meno politici frequentano le arti e le scienze non hanno motivo di soffrire di questa disdetta: e i bari della cultura, pronti a seguire ogni padrone tranne la verità, non hanno ragione di allarme. Ma per i poeti, gli artisti, i filosofi, gli scienziati di buona fede, in questa vecchia Europa, questo è tempo di desolazione.”

Francesco Flora (Hebenon, IV serie, Numeri 13-14, Aprile – Novembre 2014)

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Critica, non rivalsa di Roberto Bertoldo

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Il sasso nello stagno di AnGre è lieto di condividere, da oggi, come “sasso d’inciampo”, estratti di lavori realizzati alcuni anni fa da Roberto Bertoldo, fondatore e direttore della Rivista Internazionale di Letteratura “Hebenon” e dell’inserto “Azione Letteraria”, riprendendo in questo modo un lavoro di divulgazione di tematiche ed argomenti e spunti di riflessione, ancora attualissimi, che non si vuole far cadere nel dimenticatoio. Ogni articolo qui condiviso è sempre autorizzato dallo stesso direttore delle allora riviste cartacee e da lui gentilmente adattato agli spazi del blog.

Buona lettura!

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Critica, non rivalsa

di Roberto Bertoldo

“Azione letteraria” non è un giornale per chi è spinto da spirito di rivalsa, perché la rivalsa è propria di chi avrebbe voluto il potere e sarebbe quindi pronto ad abbandonare la lotta e le idee di rivolta appena si presentasse la possibilità di ottenerlo. “Azione letteraria” vuole, almeno nelle intenzioni di chi la dirige, denunciare i mali che affliggono il mondo letterario semplicemente perché è dagli ambienti cosiddetti di nicchia, come è ormai diventato l’ambiente della letteratura, che si può ricostruire in piccolo, per poi esportarne i benefici, un mondo sano. Ma per fare questo bisogna avere il coraggio di mettere su carta ciò che gli addetti ai lavori sanno e, senza criminalizzare tutto per principio, (…) criticare i comportamenti scorretti e la superficialità. Occorre restituire alla letteratura i suoi spazi e la sua funzione. (…)

Nessuna rivalsa, perciò, ma desiderio di ridare risalto alla cultura. Per fare questo ci vuole serietà e senso del dovere; certo, bisogna fare a pugni con il recensore vile e con l’editore idiota, bisogna spazzolare le orecchie di chi non vuole sentire, ma il nostro dovere è di essere un esempio per chi ci guarda e di cercare di risollevare il mondo per chi vivrà dopo di noi. Le consorterie non ci interessano, né ci interessa ammuffire su una poltrona. È vero che il popolo ritiene inutile la letteratura e finanche la cultura, e non gli importa delle nostre battaglie che ai suoi occhi appaiono irrisorie. Ma noi sappiamo che non è così, sappiamo che la cultura odierna ha distrutto il cervello degli italiani, e diciamo ‘no, grazie’ a chi ci chiede di semplificare, a chi vuole farci credere che il dialogo con il popolo a cui apparteniamo è possibile solo scendendo di livello. Invece noi sappiamo che anche l’ignorante riconosce lo sguardo sincero e se non gli si dà come modello la prostituzione potrebbe capire e crescere. Chi ha avuto la possibilità di confrontarsi con l’oscurità delle grandi poesie sa che non è stato un limite il non saperle decifrare, si è capita la loro forza e ciò è bastato a farci comprendere quanto possa la letteratura, se dietro ad essa ci sono uomini veri e coraggiosi. La bellezza letteraria non è mai disgiunta dalla ricchezza emotiva, dal coraggio e dal senso di giustizia.

Ebbene, denunciare i potenti egoisti e venduti, denunciare il malaffare, non è un’operazione moralistica e non è una ritorsione. È l’unico modo rimasto per ripristinare la sola rivolta utile, la rivolta culturale, che condanna la superficialità e la disumanizzazione della parola e mette la vera cultura al servizio delle riforme necessarie per proteggere non i ricchi ma le vittime della società. (…) 

Novembre 2008

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“Certi scrittori tendono a riproporre quello che in passato è piaciuto ai lettori. Allora sono finiti. Lo slancio creativo di tanti autori è breve. Ascoltano le lodi sperticate e ci credono. C’è solo un giudice ultimo della scrittura ed è lo scrittore. Quando diventa preda di critici, redattori, editori e lettori è finito. E naturalmente quando diventa preda della fama e della gloria potete buttarlo a mare insieme agli stronzi.”

Charles Bukowski

(copertina  della rivista Hebenon Anno XVI Nn. 7-8 della Quarta Serie – Aprile /Novembre 2011)

§

“La profonda insensibilità per tutto ciò che è virtù stupisce e scandalizza più che il vizio stesso. E coloro che la viltà pubblica chiama “grandi signori” o “grandi”, i cosiddetti arrivati, appaiono nella maggior parte incalliti in questa odiosa insensibilità. Non deriva ciò da un vago e per essi indefinito concetto, che cioè gli uomini virtuosi non sono adatti a divenire strumento d’intrigo?”

Nicolas Chamfort

(copertina  della rivista Hebenon Anno X N.4 della Terza Serie – Maggio 2005)

§

come-caricare-di-inchiostro-le-penne_4dab173fa1c94e0cf3a503522796eb53Roberto Bertoldo ha scritto libri di poesia, di filosofia e di narrativa. Tra le sue pubblicazioni, i romanzi Il Lucifero di Wittenberg – Anschluss, Asefi, Milano 1998; Anche gli ebrei sono cattivi, Marsilio, Venezia 2002; Ladyboy, Mimesis, Milano 2009; L’infame. Storia segreta del caso Calas, La Vita Felice edizioni, Milano 2010; Satio. La vera leggenda della fine del mondo, Achille e la tartaruga edizioni, Torino 2015; i saggi Nullismo e letteratura, Interlinea, Novara 1998 (2° ed. accr. Mimesis, Milano 2011), Principi di fenomenognomica, Guerini, Milano 2003, Sui fondamenti dell’amore, Guerini, Milano 2006, Anarchismo senza anarchia, Mimesis, Milano 2009, Chimica dell’insurrezione, Mimesis, Milano 2011, Istinto e logica della mente. Una prospettiva oltre la fenomenologia, Mimesis, Milano 2013, La profondità della letteratura. Saggio di estetica sociologica, Mimesis, Milano 2013; le poesie Il calvario delle gru, Bordighera press, New York 2000, L’archivio delle bestemmie, Mimesis, Milano 2006, Pergamena dei ribelli, Joker, Novi ligure 2011; Il popolo che sono, Mimesis, Milano 2015.

Mario M.Gabriele: L’erba di Stonehenge e l’intervista senza domande a cura di Flavio Almerighi

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Intervista senza domande a Mario M.Gabriele, sul suo libro L’erba di Stonehenge (edizioni Progetto Cultura, Roma, 2016), a cura di Flavio Almerighi

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Un’intervista senza domande è certamente un fatto insolito, in quanto si decentralizza dal cliché normalmente usato, per far emergere alcuni aspetti particolari di un Autore, al fine di evidenziare i caratteri specifici di un’Opera o di un determinato pensiero, quale approccio a un discorso culturale, sociologico e filosofico. Considerata la nostra “condizione umana”, credo che l’unica traccia permanente dell’esistenza rimanga la scrittura, come sosteneva Derrida, e ciò vale anche per il patrimonio culturale trasmesso dalla scienza, dalla medicina, e dalle biotecnologie. Sui 7 punti fissati da Flavio Almerighi nell’Intervista, e in seguito riportati, relativi ad alcuni versi, prelevati dai vari testi della mia ultima opera dal titolo: L’erba di Stonehenge, che viene ad aggiungersi agli altri dodici volumi pubblicati nel corso di un quarantennio, oltre ai saggi e alle monografie di vari autori, cercherò di essere chiaro nel trasporre il significato delle figure grammaticali, (metonimie, allegorie, similitudine, ecc.) da me usate. Non so quale sia l’input che spinge un poeta a scrivere versi, rispetto a un metalmeccanico che non lo fa. Il concetto di poesia non risponde a nessun paradigma. Ogni poeta è uno “speleològo” che scende nella caverna del subconscio, per prelevare i suoi componenti, riportandoli in superficie come frammenti della realtà.  Sorprendente è l’azione del pensare da cui nascono i rapporti con le varie fenomenologie.  Scriveva Heidegger:” Può darsi che l’essenza propria del pensare si mostri a noi solo se restiamo in viaggio. Noi siamo in viaggio. Che cosa significa? Che siamo ancora tra (unter) le rotte (Wegen) inter vias, tra percorsi differenti. Ma quanto più un pensatore ci è vicino nel tempo e quasi contemporaneo, tanto più lungo è il viaggio verso il suo pensare, non per questo dobbiamo evitare il lungo viaggio”. (Heidegger M.” Che cosa significa pensare”). In codesto “lungo viaggio” ci si smarrisce nella realtà, interrogandosi su ciò che è il Bene e ciò che è il Male; quel male che non è mai surrealismo o negazionismo, ma presenza di eventi passati e presenti, attraverso il linguaggio perlustrativo, e psicoattivo.

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opera di Mario M.Gabriele

 Nel suo incontro con gli studenti all’Università di Madrid, il 24 febbraio 2006, Claudio Magris sul tema: Diritto e Letteratura, così si esprimeva: “L’avversione della poesia al Diritto, ha verosimilmente un’altra ragione profonda. La Legge instaura il suo Impero e rivela la sua necessità là dove c’è o è possibile un conflitto: il regno del diritto e la realtà dei conflitti e della necessità di mediarli. I rapporti puramente umani non hanno bisogno del Diritto, lo ignorano: l’amicizia, l’amore, la contemplazione del cielo stellato non richiedono codici, giudici, avvocati o prigioni, che diventano d’improvviso invece necessari quando amore o amicizia si tramutano in sopraffazione e violenza, quando qualcuno impedisce con la forza a un altro di contemplare il cielo stellato” o brucia i libri come nell’era nazista e in qualsiasi altra violazione della cultura e dell’intelligenza.

Prima di entrare nel merito dell’Intervista, credo sia doveroso soffermarmi brevemente sul titolo del volume: L’erba di Stonehenge, che cela l’altra faccia di una realtà, come il Velo di Maya, caduto il quale ogni aspetto celato si rivela in tutta la sua funzione e specificità. In sintesi, ci sono due elementi dicotomici fra di loro: il sito neolitico di Stonehenge, che rappresenta il passato, ossia la traccia di ciò che è stato e che sarà il nostro futuro, nella temporalità degli eventi e dei “quanti” astronomici, e l’erba, invece, che è la vita che si rinnova.

Ed ecco i punti su cui poggia l’Intervista:

(a) a salutare i fantasmi della sera.  (pag. 17)

Questo verso sta a significare la condizione degli esseri umani buttati in un tragico destino di morte, secondo Heidegger. La visione va oltre la fisicità del momento. Essa appartiene ad una percezione nella quale i “viventi” sono prefigurati già come ectoplasmi, prima di essere tali dopo la fine della loro vita.

(b) per questo la lasceremo ai lupi e ai cani. (Pag. 18).

La struttura del testo si dispiega verso spazi e contenuti avvolti dalla metafora che, nelle poesia svolge un ruolo di trasposizione della realtà. Qui si interconnettono elementi e soggetti diversi, ognuno con un proprio ruolo nella rappresentazione scenica. La donna da condannare è Yasmina da Madhia “che nella vita ha tradito e amato” e per questi suoi “peccati” merita la condanna a morte dai sostenitori del pregiudizio, e della morale, in onore di un credo o di un fanatismo religioso e comportamentale, che a volte sfociano nel femminicidio. Yasmina è il simbolo che rispecchia un po’ il disordine morale che affligge la nostra società, lacerata da precarietà e violenza. Ma quasi tutto il testo è la messa in scena di un processo virtuale nel quale appaiono figuranti di reati di fronte a un Giudice. Questa è l’aura originaria da cui è partita la frase.

(c) I Crani della Storia luccicano sotto i campi di baseball, (pag. 20).

E’ un testo di matrice civile il cui iter poetico ha latitudini geopolitiche precise. Mi riferisco, in particolare, all’Irak e a chi ne ordinò l’invasione, per far fronte alle armi di distruzione di massa possedute da Saddam, così come dichiarato da Blair; tesi che in effetti, non è stata mai dimostrata l’esistenza, lasciando questa nazione in attentati permanenti.  Da qui il saluto ironico di Good Morning President, rivolto a chi pretestuosamente, pianificò la guerra, mentre I Crani della Storia stanno a simboleggiare le morti di innocenti, caduti sotto le bombe al fosforo bianco o sottoposti alle torture nella prigione di Abù Maghrib.

(d) La sera chiudeva la giornata con un uomo in transumanza, (pag.24).

Per chiarire meglio questa frase, occorre collegarsi a quella precedente ossia a: Uno sotto l’Arco del Trionfo, senza donne e mascarpè, esile come un giunco (non più del ramo di una quercia) ecc. E’ la descrizione fisica di un soggetto che va incontro alla morte simboleggiata dalla sera, e che chiude la giornata (la vita) passata in transumanza, cioè trasferita altrove. Sul tema della Morte e della Vita, ma anche su altri di più marcata centralità, si muove la mia poesia, e che altrove, in un’altra Intervista, ne metto in risalto il controsenso, riducendone la loro effettualità in tanti frammenti, oltre ai quali c’è il non Essere in contrasto con il “cerchio del divenire” di Emanuele Severino, che con le sue teoresi filosofiche centralizza l’assentarsi della morte nel ciclo vitale dell’uomo.

(e) ma non avete un penny per i vostri peccati, (pag.29).

Per entrare nel fulcro di questa frase, bisogna rifarsi alla lettura di un passo della Bibbia dell’Antico Testamento, là dove si parla della Creazione e del potere dato dal Signore all’uomo su tutti gli animali.  Da qui la trasposizione in versi che fa riferimento a: “Saranno vostri i delfini del mare / e gli uccelli del cielo/, e quella del Decalogo, le cui Leggi non concedono alcun premio ai trasgressori; da qui il senso di “non avrete un penny (ossia, ricompensa) per i vostri peccati”/.

(f) Lungo la Deutsche-Limes Strass /, tra striduli violini e suonatori d’orchestra /, tornarono in nente le cialde dei forni di Auschwitz /, anche se il meglio con il tempo / non è mai venuto /, dopo il canto di Simeone / e le campane di Pasqua /,pag.30.

Il suono dei violini è la riconduzione della memoria agli strumenti musicali dei prigionieri dell’ultima guerra, quando erano costretti a suonare all’aperto per gli aguzzini nelle serate al chiar di luna, come in molti film neorealisti e in Schindler’s list. Su codesto ambiente s’incuneano le immagini di coloro che morirono nelle camere a gas o nei forni crematori: persone viste come “cialde”, anche se dopo codesta tragedia nulla è cambiato, nel senso che le violenze continuano ancora oggi a verificarsi ai danni dell’umanità, e nè Il canto di Simeone, e nè le campane di Pasqua, da me citati, riescono a sconfiggere il Male nel Mondo, tanto che ad Auschwitz fu decretata la morte di Dio.

(g) senza deliri e metafisiche accensioni, (pag.32).

La citazione dell’opera Un altro settembre di Thomas Kinsella, scrittore irlandese, nasce dal fatto che questo suo lavoro, sviluppa temi esistenziali, senza che egli ricorra a salvagenti metafisici e religiosi, e il verso da me adottato, chiarisce molto bene questa peculiarità, laddove sintetizzo il tutto con senza deliri e metafisiche accensioni. Perché questa scelta? Mi è sembrato percepire, dopo la lettura dell’opera, una certa sincronia psicoestetica intorno alla visione del mondo di Kinsella con la mia, completamente lineare alla sua.

∼∼∼

mario-gabrieleDecodificati così i punti di maggiore evidenza, ritengo utile (anche se ciò può violare un po’ l’organigramma dell’intervista di Flavio Almerighi), specificare meglio la struttura della mia poesia, rifacendomi ad un post di Giorgio Linguaglossa, apparso su L’Ombra delle parole (3 settembre 2015), in cui chiarisce meglio l’ambiente nel quale opero e sviluppo i testi:

“Mario Gabriele utilizza il «frammento» come una superficie riflettente, un «effetto di superficie», un «talismano magico», una immagine di caleidoscopio, un «cartellone pubblicitario»; impiega il «frammento» e la composizione in «frammenti» come principio guida della composizione poetica; ma non solo, è anche un perlustratore e un mistificatore del mistero superficiario contenuto nei «frammenti», ciascuno dei quali è portatore di un «mondo», ma solo come effetto di superficie, come specchio riflettente, surrogato di ciò che non è più presente, simulacro di un oggetto che non c’è, rivelandoci la condizione umana di vuoto permanente proprio della civiltà cibernetico-tecnologica. È una poetica del Vuoto, una poesia del Vuoto. E il Vuoto è un potentissimo detonatore che l’innesco dei «frammenti» fa esplodere. La sua poesia ha l’aspetto di un fuoco d’artificio che si compie in superficie; si ha l’impressione, leggendola, che si tratti di una diabolica macchinazione della simulazione e della dissimulazione, ci induce al sospetto che sia la nostra condizione umana attigua a quella della simulazione e della dissimulazione: non sappiamo più quando recitiamo o siamo, non riusciamo più a distinguere la maschera dalla «vera» faccia. La poesia diventa un gelido e algebrico gioco di simulacri, di simulazioni e di dissimulazioni, una scherma di sottilissime simulazioni, citazioni, reperti fossili, lacerti del contemporaneo utilizzati come se fossero del quaternario. È una poesia che ci rivela più cose circa la nostra contemporaneità, circa la nostra dis-autenticità di quante ne possa contenere la vetrina del telemarket dell’Amministrazione globale, ed è legata da analogia e da asimmetria al telemarket, danza apotropaica di scheletri semantici viventi…

Ricevo da Ubaldo de Robertis questa citazione di Mandel’stam sulla poesia. Credo che si attagli perfettamente alla poesia di Mario Gabriele e alla nostra sensibilità: “Non chiedete alla poesia troppa concretezza, oggettività, materialità. Questa pretesa è ancora e sempre la fame rivoluzionaria: il dubbio di Tommaso. Perché voler toccare col dito? E soprattutto, perché identificare la parola con la cosa, con l’erba, con l’oggetto che indica? La cosa è forse padrona della parola? La parola è psiche. La parola viva non definisce un oggetto, ma sceglie liberamente, quasi a sua dimora, questo o quel significato oggettivo, un’esteriorità, un caro corpo. E intorno alla cosa la parola vaga liberamente come l’anima intorno al corpo abbandonato ma non dimenticato. […] I versi vivono di un’immagine interiore, di quel sonoro calco della forma che precede la poesia scritta. Non c’è ancora una sola parola, eppure i versi risuonano già. È l’immagine interiore che risuona, e l’udito del poeta la palpa. (Osip Mandel’stam, in La parola e la cultura). Con questa chiusa ringrazio vivamente Flavio Almerighi per l’attenzione dimostratami e per la lettura del mio volume: L’ erba di Stonehenge.

[Mario M.Gabriele]

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Due testi tratti da L’ erba di Stonehenge (Ed.Progetto Cultura,Roma, 2016)

§

E andammo per vicoli e stradine.
In silenzio appassirono il vischio e il camedrio.

Più volte tornò il falco senza messaggi nel beccuccio.
Restarono i giorni guardati a vista, arresi,
un gran vuoto dentro il link e la scritta sopra i muri:
– Non cercate Laura Palmer -.Correva l’anno……

L’erba alta nel giardino preparava un’estate
di vespe e calabroni. La nostra già era andata via.
Giusy trattenne il fiato seguendo il triangolo delle rondini.
– Se vai pure tu – disse, io non so dove andare!
Con i ricordi ci addormentammo e non fu più mattino.
L’alba non volle metterci lo sguardo.
Il boia a destra, il giudice a sinistra.
Caddero rami e foglie.
Fuggirono l’upupa e il pipistrello.
Nel pomeriggio confessammo i nostri peccati.

La condanna era appesa a un fil di lana.
I capi del quartiere si offrirono per la pace.
Li conosciamo – dissero. – Hanno dato tutto a Izabel
e Ramacandra. – Aronne è morto.
– A chi daremo allora ogni cosa di questo mondo? –
– La darete a Lazzaro, e a chi risorge
su questa terra o in un altro luogo e firmamento,
prima del battesimo dell’acqua,
non qui dove una quercia in diagonale,
come in una tavola di Poussin,
fermerà il tempo, e sarà l’ultima a fiorire –

§

A casa di Morrison si concluse il Patto.
Furono messi all’asta il Bene e il Male.
I frati della Congrega
si sparpagliarono per il mondo
passando per le Cinque Terre,
portando via bachi da seta
e cinque haiku di Matsuo Basho.
Nella settima strada di New York
un coro cantava Happy Birthday.
Tutti i morti uscirono dal tunnel
fermandosi chi nei pub,
che nelle vecchie camere da letto.

Questa mattina siamo stati nel giardino di Klingsor
a vedere come stanno le cose.
L’ingresso era chiuso.
La chiave gettata nel pozzo.
Ida da tempo non stava più bene.
Un signore andava in giro chiedendo money
per l’Africa World..
Il profeta deve aver fatto paura.
-Lascerete qui pelle e ossa e le ritroverete domani
quando finirà la tempesta.- sentenziò senza repliche.
Francoise de Mulier non ce la fa più
a reggere l’amore di Arnold.
La vita è tutto questo?-
-Un po’ di più, un po’ di meno, ma è così.-
– E che altro?. Non so dire!-
Uno, due, tre colpi d’asta batté il direttore d’orchestra
sul concerto dei Pink Floid.
Uno dopo l’altro lasciamo ogni giorno
gli anelli di nozze sui tavolini al confine.
Scandisce di nuovo il suo tocco il Big Ben.
Sono riapparsi i fantasmi della Senna.

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mario-m-gabrieleMario M.Gabriele, è nato a Campobasso. Poeta e saggista, ha fondato nel 1980 la rivista di critica e di poetica Nuova Letteratura. Ha pubblicato le raccolte di versi Arsura (1972); La liana (1975); Il cerchio di fuoco (1976) finalista Premio Casa Hirta 1977; Astuccio da cherubino (1978); Carte della città segreta (1982); con prefazione di Domenico Rea, Premio Chiaravalle ed Enzo Assenza (1982), finalista Premio Pisa, 1982; Il giro del lazzaretto (1985); finalista premio Minturnae 1985; Moviola d’inverno (1992); la tetralogia Le finestre di Magritte, (2000); Bouquet, (2002); Premio speciale Penisola Sorrentina (2002); Conversazione Galante, (2004) segnalazione Premio Sandro Penna 2004, 2° Premio Aeclanum 2007; Un burberry azzurro (2008), Ritratto di signora (2008). Inoltre ha pubblicato monografie e antologie di autori italiani del Secondo Novecento. E’ presente in rete con il blog L’isola dei poeti.

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Ragusa, febbraio 2016: cronaca di un incontro, di Angela Greco

Ragusa, panorama della valle con Ibla sulla destra - ph.AnGre

Ragusa, giovedì 18 febbraio 2016, ore 18.30, presentazione della silloge Naufragi (ed.Sicilia Punto L.- novembre 2015) di Giuseppe Schembari presso il Centro Servizi Culturali della città iblea, in Via A.Diaz – interventi a cura di: Pippo Gurrieri (editore), Giovanni Occhipinti ed Emanule Schembari; poesie lette da: Vincent Migliorisi, Giacomo Schembari, Aldo Migliorisi e Vincenzo Cascone (clicca sulla foto della locandina per ingrandirla).

ph.AnGreIl Centro Servizi Culturali si trova quasi alla fine di una discesa, che corre parallela ad una delle vallate (foto d’apertura), che incorniciano Ragusa, perla dell’UNESCO nella Sicilia Orientale, costituita dalla antica Ibla, posta ad un livello più basso rispetto alla città nuova e dal nuovo insediamento urbano, una vivace cittadina battuta da vento e sole, che non si risparmiano, e capace di regalare un indicibile cielo azzurro, come mai visto altrove. Non è superfluo inquadrare il luogo, un ex-mattatoio mirabilmente ristrutturato e trasformato da luogo di morte in spazio di rinascita culturale, in questo nostro Sud che troppo spesso punta l’attenzione troppo distante da sé. La sala delle conferenze ha luci chiare e forti ed è da subito molto accogliente. Accogliente esattamente come il poeta, Giuseppe Schembari, conosciuto personalmente soltanto la sera prima, ma facente parte di quelle rare persone che senti di conoscere da sempre, nell’emblematica data del rogo di Giordano Bruno, in un diciassette febbraio in cui, anche quattrocento e pochi più anni dopo, si sarebbe parlato ancora di libertà e di libero pensiero, seduti alla luce della luna e all’ombra della cattedrale (foto sotto).

cattedrale di San Giovanni Battista - RG - ph AnGre

Ci si incontra in corso Italia – angolo via Roma per andare insieme alla presentazione del suo ultimo libro di poesie e Peppe ha gli occhi emozionati ed un sorriso imbarazzato. Sciogliamo subito subito la tensione per questo evento pubblico di un qualcosa di estremamente proprio, com’è la poesia, scattando un selfie che gelosamente custodisco, perché guardandolo possa avere la certezza che tutto sia accaduto davvero. Arriviamo in anticipo; Peppe mi presenta con infinita gioia a tutti i suoi amici e per tutti sono la sua amica venuta fin dalla Puglia per la sua poesia. La sala non tarda a riempirsi. Ci siamo. Mi siedo in terza fila e ascolto tutti, relatori, autore, lettori. Al momento dei ringraziamenti il poeta fa il mio nome e cognome ed un inatteso applauso giunge dalla sala, facendomi luccicare gli occhi; sono stata a molte presentazioni in altre parti d’Italia, ma la stima e l’affetto che mi hanno dedicato a Ragusa, non li ho mai davvero incontrati.

Ragusa 18 febbraio 2016 presentazione silloge Naufragi di Giuseppe Schembari

In Naufragi, “si assiste al ritorno del figlio risucchiato dal vortice di una situazione-limite, che riesce alla fine ad affermarsi nei suoi progetti affettivi, umani e sociali, rivelandosi un buon nocchiero di se stesso. […] Sentiremo parlare di questo poeta e della sua tempra di autore e di uomo – scrive Giovanni Occhipinti (in foto, da sinistra: Pippo Gurrieri, Giuseppe Schembari, Giovanni Occhipinti, Emanuele Schembari) per Ondaiblea, quotidiano del Sud Est della Sicilia (qui la recensione completa) – che può lavorare sull’ambiguità o ambivalenza di una metonimia, di una metafora, al fine di mutare il disagio della sofferenza, la crudezza, nel soffio sonoro e perdurante di una poesia destinata a crescere e a restare. Lo leggano i giovani, questo libro di Giuseppe Schembari, eccellente cantore del suo stesso dramma, che, come nella mitologia surreale di quel personaggio tedesco, che fu il barone di Münchhausen, ha potuto liberarsi dalle acque infide e limacciose della palude, tirandosi per i capelli.”

Giuseppe Schembari fotografato da AnGreVentisette anni dopo la pubblicazione del suo primo libro, Al di sotto dello zero, sempre per i tipi di Sicilia Punto L., Giuseppe Schembari (foto qui a lato) usa ancora la poesia, come arma, come riscatto, come ancora di salvezza; non ha mai smesso di combattere contro la miseria umana, vissuta sulla propria pelle, anche utilizzando oggi un linguaggio meno crudo e meno violento, il sangue che scorre nelle sue vene si sente, così come assai nitido si percepisce il battito del suo cuore in ogni verso. Raramente ho incontrato una Persona ed un Poeta così veri da farmi avvertire il timore di non essere reali, tanto è tangibile la lealtà con cui Peppe tratta la materia poetica. Torno nella mia Puglia più motivata grazie al sorriso di un amico e della sua splendida famiglia, all’azzurro impareggiabile del cielo di Ragusa e con la consapevolezza che tanto e tanti appartenenti a quell’ambiguo mondo così detto letterario, che tanto si affanna a dire, a sentenziare e ad apparire, sono solo polvere che irrita gli occhi e il sentire. Peppe, con la sua poesia e la sua intricatissima esistenza divenuta adulta per strada, mi sta insegnando quello che nei “libri ufficiali” non si leggerà mai. A lui, il mio grazie. [by Angela Greco – ph.AnGre]

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COS’E’ RIMASTO
(da Naufragi di Giuseppe Schembari, ed. Sicilia Punto L.)
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Cos’è rimasto
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un sorriso lacero
la memoria prosciugata
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scomposte geometrie
fratture inevitabili
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l’ira dei pupi
e quella dei pupari
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E’ rimasto
un vagito
a ricordare la vita
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e il fruscio della seta
che increspa
il silenzio della parola.
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per farsi poesia
.
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(pag.33)
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Giuseppe Schembari in questo blog: leggi QUI e QUI.

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“LA POESIA NON E’ MORTA”: la Poesia come arma di risveglio di massa – di Giuseppe Schembari

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“LA POESIA NON E’ MORTA”: la Poesia come arma di risveglio di massa – di Giuseppe Schembari (per la nuova pagina Sassi dalla Sicilia)

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LA POESIA
 
La poesia
non può morire
su un’asettica pagina bianca
per restare silenzio
e divenire una muta risacca
Primigenia dicotomia
non fermarsi al testo
ma spingersi oltre il contesto
non perire ai confini della parola
ma procedere fuori
dai sentieri battuti
un Urlo dissonante
a cui non è negato
passare all’essere
e perseverare
.

Oggi la Poesia sembra aver perso la sua funzione di azione sulla realtà, quel suo naturale scopo, la sua utilità, il vero motivo – che si pensava potesse essere irrinunciabile – per cui il poeta scrive poesie.

La Poesia deve ritornare ad essere un’arma costantemente puntata contro gli artefici e i responsabili dell’immane malessere in cui ci troviamo. Nel caos attuale diventa indispensabile che la Poesia risvegli la coscienza da troppo tempo narcotizzata di tutti, perseguendo una profonda ricerca non già del tempo perduto, quanto piuttosto del tempo a venire, per recuperare quelle parole e di conseguenza quell’agire che da essa possono scaturire e per aggirare quelli che si preoccupano di separare parola e azione, imponendo la materialità sterile di una scrittura strettamente legata alla forma. Forma, come ambito dove tendenzialmente il rapporto tra Poesia e Realtà viene a spezzarsi, facendo sparire la finalità sociale intrinseca alla poesia stessa, rendendola inefficace, consentendole di scivolare via senza lasciar traccia e facendo dei poeti inutili “rivoluzionari” da salotto.

In quest’ottica ci si domanda se il poeta debba continuare a persistere in questo quadro inquietante come contorno sbiadito o anonima ombra oppure, se non sia il caso di far ri-diventare il Poeta uno schianto dirompente nell’immobilità preoccupante del presente.

Il recupero della Poesia da usare come arma può essere un mezzo assai valido per mettere in crisi il sistema. Di questo il Potere è sempre stato consapevole e perciò esso ha sempre temuto la forza eversiva della Poesia, cercando con ogni mezzo di annientarla per evitare che s’insinuasse nell’anima delle masse, rendendole consapevoli dell’improrogabile esigenza di cambiamento, acutizzando l’insoddisfazione e il dramma in cui la cinica incompetenza dell’intera classe politica ci ha trascinati.

Bisogna, dunque, liberare la Poesia dal guscio pseudo-letterario che oggigiorno la imprigiona e portarla nelle strade e nelle piazze, consentendole di fiorire nelle coscienze e nelle menti, così da diventare l’uragano che travolge e abbatte il trono dei signori del potere.

La Poesia intesa come liberazione dell’uomo e, se il silenzio è quello che vogliono imporre, noi risponderemo “SPIANANDO I FUCILI DELLA PAROLA”.

[versi e articolo di Giuseppe Schembari (leggi qui sull’Autore) — immagine tratta dalla serie pittorica “Sulla rotta di Ulisse” di Lawrence Ferlinghetti ]