buon auspicio, versi dedicati

by Gianni Gianasso - crayons on board 50 × 35 cm - 2013   private collection - dal ciclo A 360 gradi
by Gianni Gianasso – crayons on board 50 × 35 cm – 2013 private collection – dal ciclo A 360 gradi

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[…] Gli angeli non sono mai indifferenti.
E volano alti, in punta di piedi,
sulla miseria impaziente della gente.
Agli angeli non importa
cosa si pensi del loro sesso.
Soprattutto le ali, questo credo a loro interessi.
Lì risiede, strumento di speranza
Come ineffabile mistero
L’animo degli angeli, informe di mestiere.

– Cataldo Antonio Amoruso – 

.

concedimi ancora d’essere Orfeo e non negarmi questa primavera

che di radice in foglia travalica l’eterno nemico con cui si confronta

ascolta benigno questo mio canto d’ossa e dammi carne per affrontare

la strada di sangue e assoluta salita che dinnanzi s’apre voragine inattesa

insufflami fiato e suono per riportare tra i miei fili d’erba le sue mani

che poi strappino non solo margherite ma continue pagine colme di anni:

 

 mi raccolgo sulla sconosciuta via e senza voltarmi ti chiedo altri domani

ascoltando ancora una volta l’unico canto fino al giorno di cui sono capace

 

 poi un altro mattino di vento e questa fine di giugno che non ha fine

qui al tuo fianco nel biancosperanza lontano dal fulmine che ha ferito

il mio cielo colmo di stelle e strada dallo scoglio di Jonio a questa pianura

che mi ha donato il colore più vivo oltre il grigio d’acque oltre la testa

e la tua appartenenza che oggi mi chiama in tutti i nomi possibili

– Angela Greco AnGre –

*

– dedicata a M. –

I passi del giorno di Cataldo Antonio Amoruso

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I passi del giorno

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i passi del giorno
-guardavo alla finestra
la pioggia non ha corolle
però disegna
fiori lenti a cancellare i muri
rimangono astanti
porte asciutte di stridore
e grani di brividi
tra connessure e carni

la pioggia ha tutte le parole

rimango a parlarle, socchiuso
prima che mi riprendano
i passisti del giorno
inseguitori come da canea

però l’attimo è ora, un effluvio che posa
il tempo esatto di sfiorire

poi vengano
i passi chiodati, i giorni.

*

Cataldo Antonio Amoruso

nota: questi versi risalgono al 12 – 12 -’12 e sono tratti da un vecchio e caro blog, che oggi esiste soltanto nella memoria del mio pc…spero l’autore convenga sulla mia scelta di condividerli, credendo ancora nella loro bellezza (AnGre)

poeti e poesia e tanto da dire e non dire, di Cataldo Antonio Amoruso

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Bergerac, Cyrano de

Il poeta vero dice quello che gli passa per la testa, e non sbaglia, al massimo deborda leggermente; anche quando si trova per qualsiasi motivo sprovvisto dei ferri del mestiere, egli è artefice, hacedor, risolve con parole, visioni, illuminazioni… Chi poeta vorrebbe esserlo si arrabatta, si arrampica, sfiora la poesia, lascia qualche graffio in superficie, non oltre, se non per caso o accidente o buona sorte; il poeta dice e non ha bisogno di spiegare, il dilettante vorrebbe spiegare e non dice, solo a volte si avvicina alla meta; fortunatamente non mi tocca nessuna delle due condizioni… se fossi stato un poeta e mi avessero chiesto di spiegare? Non avrei saputo farlo, ne sono convinto, non sarebbe stato facile governare ”il mezzo”, da dilettante invece posso muovermi, essere ”compatito” e libero di non spiegare, poi che va da sé che si fa quel che si può… ma allora ci faccio o ci sono? La domanda è talmente sciocca che non ho avuto neanche il tempo di cercarla, si è presentata da sé… sottolineo che parlo di me e che chiunque può partecipare a quanto dico, purché non si senta additato od offeso…

Allora scrivo qualche parola per liberare ciò che ho dentro, ammesso che ciò che ho dentro sia ancora disponibile, se quel quid interiore non ha trovato altre bocche per esprimersi, o palati più consapevoli e fini… chissà!

Ho presente Cyrano, figura che amo, al di là degli eccessi e degli scatti d’ira, Cyrano mi ispira, sì, in questa cosetta effimera che è questo blog avevo aggiunto due parole che ho infine rimosso trovandole patetiche, in uno di quei giorni in cui vorrei cancellare tutto o tanto, e non parlo solo di parole… le due parole erano ”mon panache”, in italiano ”il mio pennacchio”, sono le ultime parole che Cyrano, il signore di Bergerac, forse dice all’amata che infine lo ha riconosciuto, nel momento in cui egli muore in un’aura di ricomposizione, quando lei finalmente ha capito… ma è tardi, Cyrano non può che morire, sparire, assentarsi; Cyrano è assenza, al massimo compresenza, deuteragonista.

Dimenticavo che in effetti Cyrano non pronuncia quelle due parole, sono solo intuite in una traduzione italiana che è poi quella che possiedo e che nel complesso ho dimenticato; è Rossana che chiede, solo lei che chiede, e la risposta non arriva, è forse contenuta in un gesto, in una mano che vorrebbe ricevere il pennacchio… Cyrano, ferito, deve essere impresentabile, quel ”cappello” serve a ricomporlo, è rotto in quella sua testa, colpito da una trave, a tradimento, proprio in quella testa che ha sognato l’amore e la luna; già, perchè del vero Cyrano, Savinien eccetera di Bergerac, ci rimane una piccola opera che parla degli stati della luna… e chi altri poteva cingersi di ampolle piene di rugiada per sollevarsi dalla terra fino alla luna, per cercare i dirimpettai dei terrestri impegnati a farsi beffe degli abitanti di questa piccola parte della galassia?

Giudiziosamente, ho cancellato, ma non dimenticato, quelle due parole: ”mon panache”, ed ora vado a stendermi qui fuori, a guardare il cielo, senza sapere… per la prima volta ho individuato qualcosa che dovrebbe ricordarmi un grande carro, ma siccome non sono un poeta… ecco, direi che quel carro mi sembra più una grossa carriola, con due belle erre, e spero che fino al mattino si riempia di rugiada; qualche ampolla la trovo, è appena mezzanotte… (VI / 2013)

Cataldo Antonio Amoruso 

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Sono i fili, versi di Cataldo Antonio Amoruso

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sono i fili
accurati nel punto
esatto in cui frattura
il tempo scarno che rientra
e riparte, con le sue lancette lente
pronte a ghermire, artiglieria precisa
di fondale dove insistono le ore, le offese
si reiterano a scelta, vaghi disegni od
altrimenti, insistiti intenti, pretese
o i fili sanno la consistenza
i punti, dove la pelle
si schiude e sotto
è il sangue

*

Cataldo Antonio Amoruso (2012)

Appunti per letture di Cataldo Antonio Amoruso

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Mi ricordo di questa idea che risaliva a non so quale piacere sensuale e insieme spirituale: come il cervo inseguito cerca l’acqua in cui precipitarsi, così bramavo di vivere in questi corpi nudi, lucidi, in queste figure di Narciso e Proteo, di Perseo e Atteone: desideravo scomparire in essi ed esprimermi con le loro parole. – Hugo von Hofmannsthal (1874-1929)

Ho fortunatamente incontrato questa frase posta a premessa de ”Gli dèi e gli eroi della Grecia”, di K. Kerényi, opera fondamentale per chiunque voglia conoscere, e dico solo conoscere, in senso assoluto. Questa frase ristava in uno dei tanti, forse troppi, libri che attendo di leggere, prima o poi, o mai più: sono libri che ho sempre amato, ancorché li frequenti di rado: so dove sono situati, dove mi aspettano, sono parte di me: foglie…

Non ho avuto la fortuna né il piacere di conoscere il greco, e a volte confondo i tanti Automedonte, Antinoo, Aiace, Ares, Ermes… non è questo che importa: è il numero di vite che mi sono negato ad interessarmi. Ecco, questa, tutta contenuta nel mito, è un’altra vita, un segreto celeste e interiore, ineffabile, inspiegabile, senza appello. Vivo quella frase di apertura come un compendio: l’iscrizione di una vita che tutte le altre comprende, la scoperta di non essere – con le dovute proporzioni – ”solo”.

Non è facile concordare col gommista un appuntamento e nello stesso tempo pensare a quella ”Aurora dalle dita di rosa”, ad esempio, o a Priamo che bacia le mani di chi gli ha da poco portato via l’amato figlio… Domandarsi cos’è l’eroe, cos’è il mito, cos’è la poesia, se bisogna ”vivere per raccontarla” o ”raccontare per viverla”, e se ne valga la pena… vai a sapere!

Mi sono anche risposto, in verità, e il risultato è stato pessimo: ho lasciato perdere troppe cose e ne ho vissuto altre di cui sarebbe, oggi, troppo scontato pentirsi: bisogna credere subito, o mai più, come fanno forse gli eroi, come fa Achille, ben conoscendo, peraltro, il suo destino.

Torniamo, o passiamo, alla poesia… Pascoli, Borges, Laforgue: scelgo questi tre.

Giovanni Pascoli tanto copiato quanto denigrato, spinto sotto lo zerbino dopo averne approfittato a piene mani: pochi sono stati poeti quanto Giovanni Pascoli, lobotomizzato da critici ottusamente di parte, affannati a ridurre il tutto a complesso di Edipo, impotenza, ”fanciullaggini” varie: una pena! ”Giovannino” conosceva i classici come pochi, li insegnava nelle università, scriveva in latino ed era semplicemente un grande poeta, puntuale anche, e documentato, anche nel ricorso alle onomatopee o alla botanica: non gli mancavano le certificazioni scientifiche nei suoi ricorsi ad animali o piante, che si tratti di chiù o tamerici…

Borges, l’Omero del 900, il cieco che riesce a dire ”la cecità mi protegge”, parlando di fotografia: chi più poeta di lui? Forse mi sto avvicinando a dire cosa penso del mito, chissà…la vita sognata, il sogno della vita, vita che è altro, l’adesione ai miti, che è presenza del poeta in quei fervori di Baires o nelle imprese di Evaristo Carriego che oserei definire adesione totale e staccata, poi che la mente, e il sogno, tutto possono vivere e provare, e descrivere.

Laforgue: la poesia e l’amore, una delicatezza, fisica e intellettuale, rara…il matrimonio con Leah e la morte, l’anno seguente. Come diceva? Più o meno che ”i treni migliori sono quelli che ho perso”.

Ma perché ho scritto queste cose, ammesso che siano esatte, veritiere, incontestabili? A pensarci bene non importa, sono solo cose che mi passavano per la testa nell’attesa che il gommista mi restituisse le chiavi della macchina.

[Cataldo Antonio Amoruso]

libreria

Ab ovo, tempo di poeti & poesia…e ricordi, di Cataldo Antonio Amoruso

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Vincenzo Foppa, Cicerone bambino che legge, 1462–1464 circa, Londra, The Wallace Collection

Ab ovo

di Cataldo Antonio Amoruso

Ab ovo, dall’inizio e tanto per darmi un tono, cosa che ho sempre rifuggito. I poeti non fanno la poesia, tantomeno la poesia fa i poeti. E’ un rapporto che trovo inevaso, inconcluso, questo dare ed avere tra la forma e il sentire. Certo è possibile saper scrivere poesia, farne critica ed esegesi, anche senza troppo spendersi e con qualche guadagno in termini di visibilità e apprezzabilità; interpretare poesia è altro, e questo non paga, quasi mai. Se la poesia ti cerca, prima o poi ti trova. Se la cerchi, allora cercala nelle parole di altri che ci sono passati, forse ti sarà più facile incontrarla, certo sarà stato un altro a saperla proporre – magari un letterato, un mestierante, nella peggiore delle ipotesi – ma cosa importa… a questa fiera non si vince nulla, al massimo un altro giro di giostra. Come mai se vi aggirate per blog ed editoria varia non trovate mai qualcuno che vi spieghi cosa volesse dire con quelle parole spezzate prima che finisca il rigo? Nella peggiore delle ipotesi si tratta del guadagno che chi scrive può ricavare dall’essere sopravvalutato dal lettore… che poi questi ruoli, ovvero chi è colui che scrive, chi è colui che legge, sono assolutamente arbitrari, casuali, dipendenti da scelte personali… Bisogna avere quell’onestà di dichiarare cosa si voleva dire con i cosiddetti versi e meravigliarsi di cosa il lettore abbia capito, che, spesso ma non sempre, va oltre le intenzioni del ‘poeta’, e magari rendergliene merito… a chi legge, dirgli ‘ah, non l’avevo capito!’ e ringraziarlo.

Qui sotto, sono scritte cose molto personali (!!!) che parlano di timori e paure dell’infanzia, di ammonimenti e insegnamenti popolareschi, rudimenti accolti senza filtri di alcun genere… e poi spero che ci sia quello che l’eventuale lettore potrà capire meglio del sottoscritto: a lui sono riconoscente e dico: Ah, l’ho scritto ma non l’avevo capito!… Grazie.

Le mani pronte
a ripetere
chirieleisò, chirieleisò
– dillo con me, non so cosa sia –
lo dico, non aver paura
forse è il treno delle notti tutte
o il tuono, lo hai sentito? Hai visto il lampo?
Poteva risucchiarti, se solo sull’uscio…
entrare e con te in braccio vederlo volare

no, nessuno è tornato
ci hanno lasciato solo le mani, sudate
dammi un bacio, piccolissimo
tra le cortine
ora,
sembrano quasi barricate, sì
ridiamo… tienimi la storia:
ti ripeto le cinque giornate
già…

ma capire quel tempo
abitarne l’intercapedine
saggiarne lo stacco
c’era uno così, sai? Nell’altra stanza
tra il carapace e la materia
molle

il piccolo vuol sapere tutto

ma non so come finisce, l’ho scordato
forse
sognavamo
e ripetevo
con te christeleisò, christeleisò
tutta la notte ho baciato il santino
ma non t’ho svegliata, non io
forse era la paura chi veniva a toccarti
a sfiorarti sugli òmeri sommandosi
a quanti eravamo, a capo e a piedi nello stesso letto
a una distanza che non muta
quale non so…
forse questa cesura dal giorno
o dalle paure
o dai ricordi dai precetti dagli insegnamenti
dalle piccole note spacciate per comandamenti
dai non guardate le mani di chi ha, dai non chiedete nulla
o dai meglio una febbre che vi porti
per quanto vi ami
piuttosto che ladri
o infami

chirieleisò, christeleisò
guarda le mani, guarda le mani
e i cocci del rosario
il primo morto della nostra vista
e quasi con gli occhi
si muovono ancora e le dita e le nari.

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Lorenzo Loli (?) (1612-1691), incisore – Monza (MB), Civica Raccolta di Incisioni Serrone Villa Reale

Cataldo Antonio Amoruso, ah… si rumpìssa

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ah… si rumpìssa
di Cataldo Antonio Amoruso

ah… si rumpìssa u fil ‘e ferru d’i lenzòli
e l’àriu l’àriu sinni jìssa s’ordùr ‘e fiòri
si rapìssin l’ombrèlli e ni scinnìssa l’acqua
lìbera ‘e nti garròli e l’occhj si linchjìssinu
‘e maravìgghja com fa u cièlu
quannu cittu cittu d’i cimi ‘e l’olìvi
l’azzòddinu sagghjènn i stiddi da sira prima…

oh, si spezzasse il fil di ferro delle lenzuola
e si riempisse l’aria di questo odore di fiori
si aprissero gli ombrelli e ne scendesse l’acqua
libera da rigagnoli e gli occhi si riempissero
di meraviglia come fa il cielo
quando zitte zitte dai rami degli ulivi
l’affollano, salendovi, le stelle della sera prima…

Legami di terra: A Bonura di Cataldo Antonio Amoruso

agro di Cirò Marina -fotografia di Cataldo Antonio Amoruso
agro di Cirò Marina con lo Jonio sullo sfondo (ph.Cataldo Antonio Amoruso)

 

A Bonura 

mi chiama ancora
il freddo variegato delle argille
come fine a se stesso si sente nell’aria
il richiamo dei caprai, echeggia
nel vuoto di fiumara, gli oleandri
solitari si offrono alle anse
ché grama la vita non scuote più i fondali
e le sabbie non dànno sul limitare
più che rifugi miseri agli armenti

risalgo negli sguardi perduti sui crinali
li infestano ai pendìi assidue le festuche
le stoppie crepitanti, le pagliuche
color dell’oro prima che a sera brucino

anche le strade si sono fermate
per tempo han rinunciato a questa quota di Bonura

che tu solo, padre, con rabbia carezzavi

ne rimane l’incanto
di quello sprazzo a mare
un labbro gonfio tra due seni verdi
di desiderio d’infanzia e afrori

mi alberga sempre un greto di ricordi e di pensieri
dove inseguo per labirinti le mie formiche a vela.

Nel medio evo, anni ’50 del ‘900- so di parlare di un’altra era- ai latifondisti vennero confiscati, nel Sud d’Italia, molti terreni, che vennero distribuiti, quotizzati, ai contadini… (vedere legge Gullo e Opera Valorizzazione Sila, o Ente Sila, per quel che riguarda la Calabria); ovviamente i rapporti di potere nella società non cambiarono, credo di poter dire, ma ormai questi sono argomenti che non fanno testo, in un paese dove la storia si può scrivere quasi sempre con la ‘esse’ minuscola. A mio padre toccò in sorte (nel vero senso della parola: fu sorteggiata) una ‘quota’ di terreno che sarebbe risultata difficile da raggiungere anche alle capre… e certamente non avrebbe mai dato di che sfamare una famiglia. Non a caso quel sito si chiama ‘Bonura’, la buon’ora… almeno un po’ di ironia!

[Cataldo Antonio Amoruso]

Casa sparsa, di Cataldo Antonio Amoruso

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Casello 98, Cirò Marina (KR)

 

Casa sparsa*

Sì, io sono la più anziana del gruppo.
Sono la casa verso la collina, quella a mezza costa, che si raggiunge per ultima, forse a fatica; forse dico, perché io non conosco la fatica del cammino: posso solo offrire rifugio a chi giunge dal fondovalle.
Sono la più anziana, dicevo.
Quella sorta quasi per scommessa e quella che per prima si è svuotata, quella forse che negli ultimi tempi ha udito le voci e i nomi più strani.
Ogni giorno che passa divento sempre più una casa isolata.
Da sparsa che ero.
Questo è anche meno.

Leggo negli occhi di chi si ferma a guardarmi una controversa voglia di possesso, un dimesso far di conto, l’eterno raffronto, i costi, i ricavi, i benefici…
Una casa è sempre una casa, una casa si può sempre riattare, qualcosa si può sempre recuperare, e poi agevolazioni, detrazioni, e i sempre che cedono il posto ad altri sempre che non finiscono mai…
E intanto quegli occhi poi tirano avanti, passano oltre, giù verso le case che lungo la strada digradano verso il mare, servite dai mezzi, ogni anno rivalutate, con cartelli fioriti, ore pasti e inviti.
E mai una parola gentile, un pensiero un po’ fuori dalle righe, mai un’idea che sfiori i pensieri di quelli che mi inchiodano il fardello “vendesi” e di quelli che si fermano a leggerlo.
Gente sempre diversa, affittuari di ventura, passeggeri…

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Ulivi a Cirò Marina (ph.AnGre)

E’ molto cambiata la gente del posto, in questi quarant’anni.
Anche se, in fondo, a pensarci bene, questo posto non ha più una sua gente.
Sui nostri tetti sono rimaste le antenne.
E anche le antenne, là in basso, da tempo hanno cambiato forma.
Quarant’anni fa non era così.
Quell’apparecchio, quello scatolone era veramente qualcosa di sacro.
Ed io ho faticato e fatico ad abituarmi a tutte quelle voci che si alzavano e abbassavano a piacere, senza un motivo che fosse nell’ordine delle cose…e quel variare continuo di immagini, e questa antenna, questa croce da sostenere sul mio tetto, come un simulacro o una visione che indica la via verso l’etere…

Me li ricordo, il primo giorno che lo scatolone si accese, sarà stato il ’64, lì nella stanza dove per tanti anni avevo assistito alla lentezza delle serate passate intorno ad un braciere, a raccontare, immaginare, sognare, trattenere paure…e l’eccitazione del figlio più piccolo, la tensione palpabile sul volto del padre, il figlio più grande, serissimo, col dito pronto sulla levetta dello stabilizzatore, e le bambine e la moglie, incredule di fronte a tanta spesa, a tante cambiali.
E poi la prima immagine, un film di Ivanhoe, qui, nella mia stanza da pranzo, cavalli imbizzarriti, spade, accozzaglie di fanti e briganti, proprio lì dove ora si affaccia un rampicante.
E il braciere allontanato, “compriamo anche una stufa elettrica…, ci sarà più posto!”
Già, perché allora non avevo ancora i riscaldamenti appiccicati ai fianchi come un cilicio e quella grande ruota di legno con il braciere al centro era troppo ingombrante, anche se nei loro ricordi – sciocco a dirsi, o patetico -, la cinigia fa ancora faville.

Lo so, i miei sono i ricordi di una vecchia casa in quiescenza, una casa che non chiede più nulla, che non ha più voglia di rifacimenti e di riparazioni al risparmio.
Mi basterebbe forse solo un po’ di cielo, ecco, un po’ di cielo e qualche ricordo.
Forse me li lasceranno, ricordi e cielo, attraverso queste tegole che il vento ha discosto, i volti di rapina di questi miei abitanti venuti da di là dal mare, per i quali sono pur sempre una casa, seppur di fortuna, abusiva, ma viva, almeno fino a quando un reticolo di mattoni non verrà a chiudermi gli occhi e la bocca.

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Casello FS Km 203+108,della linea Taranto-Reggio di Calabria (ph.Cataldo Antonio Amoruso)

Rumori, non è il solito treno che fa vibrare i miei vetri sottili, che interseca le radici dei pini allungate fin sotto i binari, e non è ora di fantasmi o acquirenti, chi mi abitava è sgattaiolato fuori, nella sua ombra clandestina, dovrei avvertire solo deserto, sconnessioni di maioliche e mattonelle, ragni, lavorio di formiche, invece qualcosa ho sentito, non possono essere passi, non può essere che passi…

Passi che hanno scelto il buio incipiente, occhi che mi guardano quasi con timore, che sembrano sfiorarmi, di là dal muretto riquadrato con al centro la effe e la esse, avvitate, lo stemma delle ferrovie, oltre la cisterna, dove i ragazzi si contendevano fragole e sguardi di volpe, nel posto dove venivano a ricamare le ragazze del quartiere, ‘da ruva’*, rilasciando, a volte, sorrisi, quasi sempre incanti.
Oggi i miei occhi sono stanchi, e forse solo credo di vedere, ma qualcosa mi parla di un’ora che è giunta, di un ragazzo che è tornato, un cercatore di braci.

Vorrei staccare il mio cartello più bello, il “vendesi” più allettante, cui ho saputo resistere, dirgli sono io, la tua unica, ultima casa, da sempre, ricordargli il solletico bambino di quando coi gessetti sottolineava le mie crepe, già allora avevo crepe lunghissime, un mio vezzo, come ciglia, come gambe, e le sue mani le coloravano, indolenti, poi scappava via inseguito da strilli o pensieri.
Forse mi sto illudendo per l’ultima volta, è un lusso un po’ eccessivo che voglio concedermi, prima che arrivino le ruspe, prima che sia la mia ora.

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Torre Vecchia, Madonna di Mare (Cirò Marina)

Eccolo, non posso più sbagliarmi, il cancello stride come sempre, come quando i ragazzi lo sentivano cigolare e correvano incontro al padre, per richiudere e aggiungere la sicurezza di una palizzata a questa specie di fortino per famiglia sola.
Si avvicina, scosta erbacce, si guarda intorno, cerca di ricordare, sì, ricorda, come non potrebbe, sul muro del magazzino dei ferrovieri c’è ancora il disegno col carboncino del soldato con cui giocava alla guerra, forse un tedesco, con in mano una granata…l’ha visto, son sicura, e mi ha vista, è qui per me, non può essere diversamente.
Ho resistito con tutte le mie forze, ho cercato di conservare quanto più ho potuto, poi l’abbandono, gli anni, i vandalismi, queste persone che hanno violato le mie stanze più segrete, con bottiglie rotte, con aghi, materassi disfatti, mi hanno ridotta così, quasi un ammasso di pareti, e crepe, null’altro.

Lui invece se n’è andato anzitempo, non ha voluto esserci per il trasloco, e non è più tornato, prima d’ora, e chissà poi cosa è venuto a cercare, se quello che sta facendo può avere ancora un senso.
Altre case mi han parlato di lui, come parliamo noi case, coi nostri messaggeri invisibili di gioie e di paure, quei portatori di ansie e rumori che lui chiamava ‘spirdi’*, quando serrava tra le dita l’immaginetta dell’angelo custode sotto il cuscino, per prendere sonno, ché aveva sempre paura dei miei muri, allora, e non bastava la madre sempre presente, voleva sempre e solo luce, come di giorno fatto.

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Tramonto da Madonna di Mare, Cirò Marina (ph.AnGre)

Quante avrei da dirtene, ragazzo, se solo potessi, ma dovrai essere tu a ricordare, a capire…io lo so che sei passato più volte qui davanti e non ti sei mai fermato, e ai tuoi figli hai ripetuto sempre la stessa solfa…guardate, quello è il casello delle ferrovie dove ho sempre vissuto, e poi, per farli ridere, ma sono nato in un’altra casa che prima di essere abbattuta -ci passiamo spesso quando andiamo al mare- era diventata una stalla, e per poco non ho avuto anch’io un bue e un asinello…che sciocchezze!, ma questo almeno sai dirtelo da solo… e scusami, se a volte anch’io recrimino.

Ma ora sei qui, e non mi importa, vorrei solo staccarmi di dosso qualche ragnatela più perniciosa, come fanno le madri che si asciugano le mani col grembiule prima di gettarle al collo del figlio che torna, ma questo a noi case non è dato, noi per queste cose dobbiamo aspettare il vento: ti parlerà, per me, come un silenzio grande, di voci spente, di suoni riposti e imposte preda della tormenta, di versi paurosi d’animali, di racconti incredibili di morti spaventose, di catene agitate nella notte, di bocche nere, e braccia levate dal sottosuolo… credevi a tutto, piccola volpe paurosa, piccolo chisciotte senza sosta, credevi agli amori, e forse questo ti ha perso, chissà cosa immaginavi… proprio qui nel mio grembo, dove ti ho sentito crescere, diventare un giovane uomo, poi ti sei fatto sempre più serio, più cupo, hai preso a tacere, e mi mancavano i tuoi gomiti sul davanzale, la corsa, quando sentivi un treno arrivare, per salutare viaggiatori senza un sorriso, solo una mano alzata al finestrino, ogni tanto, di rimando, per educazione.

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Cirò Marina, ferrovia

Si è fermato, lo sapevo, indugia, io so cosa cerca, ha nascosto tesori, scava nella memoria di piccoli forzieri lontani, non sa, li hanno portati via in silenzio, coi materiali di risulta degli ultimi scavi, lontano dalle viscere di questo orto che si ostinavano a chiamare giardino, si rassegnerà, penserà di essersi sbagliato, meglio così, meglio che si accontenti di soli ricordi, del dito che spinge sulla scorza del pino superstite, ripassando a mente i disegni scavati che il tempo ha cancellato quasi interamente, con altre scorze più dure e colate di resine.

Il pino è enorme, una chioma che è un mare verde scheggiato di piccole isole scure, i nidi di passeri e rondini, piccole case che il freddo straziava con rovinose cadute di implumi al suolo e la sua lotta col tempo e coi gatti lesti ad afferrarli e portarli via, li rincorreva anche a piedi nudi, se era il caso, sul tappeto pungente degli aghi caduti.
Era così la tua casa, con l’altro pino, anche lui gigantesco, quello che se n’è andato da tempo, un giorno di novembre che decisero che le sue radici avrebbero potuto sollevare i binari…come dicevano?…ah, che poteva essere un pericolo, che era troppo vicino alla sede ferroviaria, sì, così mi pare.
E ora sei qui e forse non sai bene cosa cerchi, o non riesci a dirlo chiaramente: si chiama capire, ed io, da vecchia casa, io che da te mi sono lasciata abitare, posso dirtelo, ragazzo, questo che vorresti fare tu, si chiama capire.

Ora, se vorrai, potrai anche parlare.

[Cataldo Antonio Amoruso, testo ridotto per Il sasso nello stagno – foto dal web laddove non specificati gli autori]

§

* “Casa sparsa” credo sia un termine specifico, anche nella toponomastica delle abitazioni rurali, almeno così l’ho inteso leggendo un saggio della professoressa Maria Luisa Gentileschi sullo sviluppo delle marine sul litorale ionico della Calabria;

* I “spirdi” sono gli spiriti, i fantasmi, la pronuncia prevede una specie di s come in sc: scpird.

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Cirò Marina (KR)

Arbitrii, di Cataldo Antonio Amoruso

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Di questa pagina ritrovata non ricordavo nulla, tranne il titolo. A fatica mi rendo conto di averla non dico scritta, ma graffiata io da qualche parte… 

attarda
ché giandarono
le nuvole
come un raspare di migaglia
un cielo d’arature
a specchio di solchi
e falcetto ripiegato
in cintola
nostra signora insiste
tra pollice e indice cadenti
scelte tra dire o essere

ma il luogo
una lontanaglia di vissenze

era un distico, staccato
od occorrenze, uno statistico tra assenze.

Una delle caratteristiche salienti delle lingue è l’uso arbitrario delle stesse, da contemperarsi con la loro funzione sociale, sempre che non si voglia passare per pazzi. Davanti alle parole si può essere magnificamente soli o accompagnati.

Improvvisamente capì che i significati si erano ribellati alle sue intenzioni: non corrispondendogli più, sentiva che lo stavano trascinando altrove, benché l’aspetto esteriore del suo dire permanesse immutato. Dentro di sé intese che la parola ‘gatto’ non indicava ‘mammifero a quattro zampe, di differenti taglie e colori del pelo, felino…’, ma qualcos’altro: al più presto avrebbe dovuto trovare il modo di ottenere nuove corrispondenze, funzionali e finalizzabili… al più presto. Intanto l’unica via d’uscita poteva essere una pausa di riflessione, certamente raggiungibile. Oppure godersi quel deragliamento dei significati, chiamare semaforo un cane o sole un piatto, cancello un’automobile, signora una chiesa… E se poi si trova un nuovo accordo, o un altro, semplicissimo folle, in grado di riordinare, recependo e demodulando quella che stava per diventare una accozzaglia di suoni assolutamente arbitrari?

Impazzire non è il male assoluto, forse è un contrattempo inaccettabile, o insormontabile, chissà… Ma una pazzia deludente a tal punto, questo no!

Tornò sui suoi passi. Decise di spiegarsi, prima di spararsi in camera da letto. (Vorrei fargli notare che forse è più logico -ma parlare di logica sarebbe come parlare di corda in casa dell’impiccato – prima spararsi* e poi spiegarsi; ma visto che i significati sono così arbitrari, me ne guarderò bene dal farlo, n.d.r.)

Ricorrendo ad uno dei significati di “spiegarsi”, disse: attarda… intransitivo, ma indica qualcosa di piovigginoso sul far della sera; ché giandarono… si suppone una voce del verbo giandare, passato remoto, crasi avverbio-verbale, ellittica del soggetto; il verbo, secondo le grammatiche in via di sistemazione, è usato in senso assoluto, e non regge neanche uno straccio di complemento; un raspare di migaglia… dove il nostro fonde una inguardabile visione di briciole (compresenze lombardo-ispaniche con un retrogusto francofoneggiante) disperse in cielo, raspate, come la raspadura, maniera di comedere il queso dalle parti di Laudes e dintorni; un cielo d’arature… è il risultato delle strie lasciate sulla tavola celeste dalla raccolta delle briciole che segue al pasto; verrebbe da tirar via la tovaglia e non parlarne più; a specchio di solchi… passaggio controverso, sul quale molti critici hanno a lungo discettatto: si potrebbe dire, con il profèssor **** della **** University, che qui il nostro offre come contraltare delle arature di cielo – seu cielo d’arature – i solchi terreni che in quelli celesti si specchiano, quindi: e falcetto ripiegato in cintola… potrebbe essere la visione di una delle signore mietitrici di umani destini, una Lachesi, Atropo, Tisifone, Aletto (a scelta), in breve e pensosa sosta… cadenti scelte… enjambement che dovrebbe riferirsi alle vittime strette tra indice e pollice della suddetta signora; tra dire o essere… condizione peggiore che tradire e fare, o tradire ed essere, o forse no, e ma anche; ma il luogo… dove piazzare questi pensieri che nascondono una lontanaglia di vissenze… una squalificata lontananza fatta di visioni ed essenze, o assenze: dipende; ma quelli sopra erano solo due righi a se stanti, quindi simili a un distico staccato oppure erano solo occorrenze, un computo (statistico) di presenze per esclusione tra assenze di segni grafici (parole è un po’ troppo) che parlano di se stesse… metaversi.

Metaversi? Ma no…

 §

*Un esempio di sparamento: il fatto che il prete si è sparato nella sagrestia non è punto cruento, in quanto significa semplicemente che il prete si è sgravato dei paramenti, senza allontanarsi dalla grazia del Divino

[Cataldo Antonio Amoruso]

Notte in stazione, una pagina di diario di Cataldo Antonio Amoruso

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ore 02.18

 ecco, ora sono solo, o quasi… anzi no, il numero dei presenti non è mutato, diversamente dal mio stato d’animo: quello sì, è cambiato, è meno rabbioso, accoglie la notte più alta, o più profonda, o più nera, a scelta, oppure tutte queste condizioni messe insieme, basta che nessuno senta i miei pensieri… non chiedo molto, in fondo, in cambio di questo impegno notturno, che non scade, non scema, benché mi senta fortemente attratto, in questo punto della notte, da una insopprimibile necessità di solitudine: per nessun motivo vorrei qualcuno accanto, ma gentilmente, gentilmente declinando, fosse anche a capo chino, perché nessuno se ne abbia a male, se ne adonti…

 è l’ora in cui le locomotive in sosta sul piazzale sembrano quasi perdere le loro certezze, la prepotenza allo spunto rinfoderata, i finestrini delle vetture come solo abbozzati, i grandi orologi delle pensiline avvolti in un che di liquido, come un alone di incertezza, di inquietudine, sì, a questa altezza della notte l’ora è meno esatta, meno importante, si può trattare e, volendo, anche ingannarsi: conta la luce dell’alba, se e quando sarà, queste di colore nero sono ore a perdere, quelle che nessuno si sognerebbe di comprare, e nemmeno di prendere in affitto: non sono un buon investimento, sono, appunto, una perdita di tempo…

 da tanti anni vivo in queste ore che nessuno raccoglie, che molti, i più, non conoscono…ormai ci sappiamo, sappiamo i nostri limiti, la limitazione dell’essere, dell’esistere, dello stare, in questo punto del giorno capovolto…ma poi vai a sapere, se non è il giorno ad essere una notte capovolta… existere, esistere al di fuori…mah!

 le locomotive luccicano sottovoce, ma sono solo riflessi, le lisciano luci di paline svogliatamente dispettose: qualsiasi corazza, di animale, di mezzo meccanico o cosa, rilucerebbe di questa luce impropria…

 gli addetti alle pulizie lavorano in silenzio, ovviamente sono quasi tutti immigrati, eppure sono loro che conoscono ogni anfratto di carrozza, di marciapiede, di angolo della stazione, ogni tanto qualcuno sbuca da dietro un materiale in sosta, con una agilità che colpisce… e qualcosa vorrà pur dire in questa Italia in affanno, vabbè…

 le luci sono basse, lo stomaco è stanco di vedere e pensare, e anche di compresse; io sono stanco di me, e di queste notti non so cosa dire, certamente che mi hanno dato da pensare, che mi hanno scavato, come io le ho scavate, forse senza capire -ancora!- se qualcosa ho trovato e cosa; ad ogni buon conto, raramente riesco a trovare il tempo di scrivere al mio diario, che di sicuro non mi legge… tanto più che sappiamo benissimo entrambi, io e il mio diario, che sarà sempre lui a precedermi, come il destino sempre in agguato sulla strada che faccio per evitarlo… almeno fino a quando sarà lui, fatalmente, giornalmente, a inscrivermi…

 intanto posso guardare, e godermi, la fila di rotaie, oscenamente, -spietatamente- asintotica, che va a sparire verso un punto che non è buona cosa conoscere… che importa, del resto… prima o poi, una svolta si impone, proprio in quel punto, esatto più di quanto si possa immaginare, in cui le rotaie sembrano confondersi… invece no, è solo l’ottica a illudere: sono serpi, semplicissime serpi in amore, svestite a maggio…

 e va bene, il giorno è pronto a ricomporci… sento le serpi tossire, ma ancora per poco, poi tutto ricomincia daccapo, il primo pantografo si alza dal tetto della locomotiva, tocca il filo della ”tremila” con uno schiocco, li conto, due, tre schiocchi in successione, un tremolio nell’aria, e poi la locomotiva comincia a fare i suoi versi, le altre la seguono, quasi ridestate ad un segnale, e così numeri e formichine riprendiamo la marcia… la notte esita ancora un po’, la luna spegne i suoi buchi, e come tanti piccoli vermi rientriamo nel trionfo del giorno… un’altra notte buttata al vento, e il solito merlo che comincerà a cantare mentre metto in moto la macchina per andar via… credo che sia sempre lo stesso merlo, da trentadue anni, ogni mattino, che piova, nevichi, o ci sia il sole… ”credo che sia”? forse dovrei dire ”credo si tratti”, ma mi trattengo, giusto per un po’ di ambiguità, o di contegno.

ore 03.31

 Cataldo Antonio Amoruso – diario, pagina 02.05.XXXX_20110727_1246394278

Juana de Ibarbourou e Delmira Agustini tradotte da Cataldo Antonio Amoruso

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Juana de Ibarbourou (Melo, Uruguay, 8 marzo 1892 –  Montevideo, Uruguay, 15 luglio 1979) e Delmira Agustini (Montevideo, Uruguay, 24 ottobre 1886 – ivi, 6 luglio 1914): donne e poetesse sudamericane in due traduzioni ‘rigide’, che si attengono – per quanto possibile – al testo originale, cosa che le rende un po’ diverse, credo, dall’essere ‘letterali’.

§

La sed.

Tu beso fue en mis labios
de un dulzor refrescante.
Sensación de agua viva y moras negras
me dio tu boca amante.

Cansada me acosté sobre los pastos
con tu brazo tendido, por apoyo.
Y me calló tu beso entre mis labios,
como un fruto maduro de la selva
o un lavado guijarro del arroyo.

Tengo sed, otra vez, amado mío.
Dame tu beso fresco tal como una
piedrezuela del río.

La sete.

Il tuo bacio penetrò le mie labbra
con una dolcezza rinfrescante.
Una sensazione di acqua viva e nere more
mi diede la tua bocca amante.

Sfinita mi distesi sul prato
col tuo braccio disteso, per appoggio.
E mi tacque il tuo bacio tra le labbra mie
come un frutto di bosco maturo
o un ciottolo lavato dl torrente.

Ho sete, ancora, amor mio.
Dammi il tuo bacio fresco
come una pietruzza del fiume.

– Juana de Ibarbourou –

_______________________________

El intruso.

Amor, la noche estaba trágica y sollozante
Cuando tu llave de oro cantó en mi cerradura;
Luego, la puerta abierta sobre la sombra helante,
Tu forma fue una mancha de luz y de blancura.

Todo aquí lo alumbraron tus ojos de diamante;
Bebieron en mi copa tus labios de frescura,
Y descansó en mi almohada tu cabeza fragante;
Me encantó tu descaro y adoré tu locura.

Y hoy río si tú ríes, y canto si tú cantas;
Y si tú duermes, duermo como un perro a tus plantas,
Hoy llevo hasta en mi sombra tu olor de primavera;

Y tiemblo si tu mano toca la cerradura;
¡Y bendigo la noche sollozante y oscura
Que floreció en mi vida tu boca tempranera!

L’intruso.

Amore, la notte era tragica e singhiozzante
quando la tua chiave d’oro cantò nella mia serratura;
poi, la porta aperta sull’ombra agghiacciante,
la tua forma fu una macchia di luce e di candore.

Tutto illuminarono i tuoi occhi di diamante;
bevvero dal mio calice le tue labbra di frescura,
e riposò sul mio cuscino il tuo capo fragrante;
mi incantò la tua insolenza e adorai la tua follia.

E oggi rido se tu ridi, e canto se tu canti;
e se dormi, dormo come un cane ai tuoi piedi,
oggi che anche nella mia ombra porto il tuo odore di primavera;

E tremo al tocco della tua mano sulla serratura;
E benedico la notte singhiozzante e oscura
che lasciò fiorire nlla mia vita la tua bocca mattiniera.

– Delmira Agustini –

§

[Traduzione di Cataldo Antonio Amoruso – http://krimisa.blogspot.it/]

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Delmira Agustini
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Juana de Ibarbourou

Omaggio alla Donna e alla Poesia: Isabella di Morra, a cura di Cataldo Antonio Amoruso

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Leonardo da Vinci, Testa di fanciulla (1508)

 

III.
D’un alto monte onde si scorge il mare
miro sovente io, tua figlia Isabella,
s’alcun legno spalmato in quello appare,
che di te, padre, a me doni novella.

Ma la mia adversa e dispietata stella
non vuol ch’alcun conforto possa entrare
nel tristo cor, ma, di pietà rubella,
la calda speme in pianto fa mutare.

Ch’io non veggo nel mar remo né vela
(così deserto è lo infelice lito)
che l’onde fenda o che la gonfi il vento.

Contra Fortuna alor spargo querela
ed ho in odio il denigrato sito,
come sola cagion del mio tormento.

§

VIII
Torbido Siri, del mio mal superbo,
or ch’io sento da presso il fin amaro,
fa’ tu noto il mio duolo al Padre caro,
se mai qui ’l torna il suo destino acerbo.

Dilli come, morendo, disacerbo
l’aspra Fortuna e lo mio fato avaro
e, con esempio miserando e raro,
nome infelice a le tue onde serbo.

Tosto ch’ei giunga a la sassosa riva
(a che pensar m’adduci, o fiera stella,
come d’ogni mio ben son cassa e priva!),

inqueta l’onde con crudel procella
e di’: – Me accreber sì, mentre fu viva,
non gli occhi no, ma i fiumi d’Isabella.

*

Isabella di Morra, dalle Rime

 Di Isabella di Morra (Favale San Cataldo, odierna Valsinni, 1520? – 1546) rimangono tredici componimenti – dieci sonetti e tre canzoni – rinvenuti peraltro durante una perquisizione nelle sale del castello avito dalle guardie che stavano indagando sulla atroce morte della giovane, perpetrata da tre dei suoi numerosi fratelli. Il ricordo di questa poetessa è stato preservato e rinvigorito, nel ‘900, dall’opera di Benedetto Croce. Di Isabella, assassinata per lavare l’onta del suo amore, inaccettabile dalla famiglia di provenienza, per il nobile spagnolo Diego Sandoval de Castro, residente nella vicina Bollita, odierna Nova Siri, si è anche parlato, nei secoli, a volte e a singhiozzi, per così dire. Qualche dramma, qualche saggio, qualche pellicola, qualche invenzione intellettualistica…Qualcuno, anche oltre Oceano, ha voluto leggere nella breve esistenza di Isabella un femminismo ante litteram… punti di vista, magari da non trascurare o dettati dalla passione per la materia romantica. E’ così da sempre, per tantissimi personaggi, anche molto meno degni di interesse.

 Isabella visse la sua esperienza soprattutto nell’isolamento del natio loco selvaggio, con un dirimpettaio d’amore, Diego, altrettanto isolato e lontano da quella Spagna della quale era originario. Sembrerebbe quasi un cliché, un copione da melodramma di periferia… e invece no, non è stato così, essendo stati Isabella e Diego uccisi entrambi per amore, un amore probabilmente impossibile e inammissibile per i loro tempi. Un terzo estinto fu il precettore di Isabella, che si era prestato a far da tramite per la corrispondenza amorosa dei due giovani; corrispondenza che Diego inviava all’amata, spacciando come mittente delle lettere stesse la signora Caracciolo, cioè la sua stessa moglie…cosa non si fa per amore! Ma niente da fare, i fratelli di Isabella non vollero sentire ragioni e lo uccisero nel bosco di Noepoli, nonostante Diego si fosse, nel frattempo, munito di una scorta. Fin qui, per grandi linee, la storia di quello che si sa della vita di Isabella, non tralasciando quel motivo che sembra essere alla base di tutte le disgrazie abbattutesi sulla famiglia Morra, cioè l’esilio in Francia del capofamiglia.

 Di Isabella di Morra dà prova di buona memoria Luigi Baldacci nel volume ‘Lirici del Cinquecento’, Longanesi 1975, trovando accoglienza per ben sei dei tredici componimenti della poetessa lucana.

 La poetica di Isabella, pur inscrivendosi, come quella di tutti o quasi i lirici del XVI secolo, nell’ambito della poetica petrarchesca, non manca di accenni di liricità autentica, intimistica e in qualche modo preludiante ad intensità leopardiane. Senza esagerare, sia chiaro, ma sembra di vedere, in qualche momento più alto dei suoi versi, una Isabella nobile, ma sfortunata anche per il suo stesso censo, isolata, perdutamente innamorata e impossibilitata a vivere quel suo amore per il quale le lacrime avrebbero gonfiato l’impetuoso Sinni, da quel luogo selvaggio dal quale ella spazia verso un infinito ostacolato da siepi irremovibili.

 Tredici poesie di esilio, d’amore, di disperazione, un po’ Petrarca, nella forma, molto Leopardi, nella sostanza. E soprattutto tanta Isabella, giovane donna d’amore e morte.

[Cataldo Antonio Amoruso per Il sasso nello stagno di AnGre]

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Castello Morra, Valsinni (MT) – foto dal web

Dalla “Lettera di Isabella” di Cataldo Antonio Amoruso

    Sono confusa, Diego, nascondo i segni che le catene hanno lasciato nei miei pensieri, nella mia voglia di ridere, questi segni si ostinano contro le mie forze, insistono con richiami che avverto fallaci, con subdoli avvisi, con prefigurazioni di paure che vorrebbero fare di me una donna infine sola… infinitamente sola.

Non cerco e non chiedo Diego, rivedo solo il tuo volto in questa sera di pienezza e di luna, oggi che il mio petto è quello di tutte le madri, e tu sai cosa voglio dirti con queste parole, mio uomo bambino, di quando posavi il capo e non cercavi altro che silenzio… aspettavi, e forse già mi dicevi qualcosa come io da qui non mi muovo, sapendo di perdermi.

Solo tu potrai capire, se ancora in te abita quello spirito puro, quell’amore di cui nessuna ragione è più forte… sei tu, Diego? Sei tu nel mio sogno? Sei tu quel vuoto che ho taciuto, piccolo o grande che fosse, ogni giorno? Era quello il momento in cui mi hai sentita lontana da te come non mai?

Dimmelo, se puoi, amore mio, e abbandona il tuo delirio, non lasciare che la solitudine vinca.

Sono tornata in quella casa e non so più dove finisce il sogno, né se e dove ricomincia la realtà… lì ho trovato un libro, e una tua lettera, posta come a segnare una pagina o un tempo, lì, nel punto esatto dove tu, tu eri, e sì, mi proteggevi…

eri da me
senza sosta
e ho sognato
parole che non immaginavo
le ho chiamate in tanto
poesia
e senza tema
ché mi sillabava il sonno

mi desto punta
di aguzze virgole
ritorte nella memoria
cacciavano con ami ed esche
immani, e i ricordi e il sogno

nel mio riposto
sono angolo
ed erba
di calcinata festa
dove, tu, eri.
                                                                                                                                                Isabella.

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[Castello Morra, Valsinni (MT) – Parco letterario, Sonetti – ph.AnGre 2015]

Cataldo Antonio Amoruso, Quale incredibile vuoto

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Quale incredibile vuoto
il silenzio nell’anima
e i gusci delle foglie
rivoltate bocche al cielo
nel luogo dei nostri segreti
accoglie un umo di pensieri
tu sola lo intendi
in ogni particolare
e non è luogo a parole
il nostro volgere di stelle
di un azzurro più in là
come un cielo più profondo
e laterale a queste tue mani
così tepide e precise
nel loro moto avvolgente di dita

hai labbra di corallo, tenue
e quell’accenno
come di un rosso trattenuto
e pure, strenuo
ti dona
su questo fondale di sogno
dove gioca ogni tuo ricordo
un ruolo di te, precipuo

affronteremo un’altra primavera
battaglieremo contro vento
pollini e stoloni si sfioreranno ancora
nella loro sopravvivenza d’amori
eterna, e noi
d’inverno vuoto nel suo perdersi
di certezze
scagliate via
con riverberi di fondo
tra i massacri delle strade
sfondate dagli assali

ora che un tempo volge
orrifico d’insistite primavere.

*

Cataldo Antonio Amoruso