Oltrescrittura di Angela Greco

ph.Angela Greco

Oltrescrittura

di Angela Greco

Piena estate, cielo azzurro con nuvole grigie e fulmini sempre sullo sfondo, temperatura proibitiva; passeggio per sentieri di Murgia, qui nella mia terra, e sul limite di pietra di due appezzamenti attigui un cespuglio di rovi richiama la mia attenzione. Azzero la distanza. Non esito e vado a raccogliere la mora più scura e più in alto di quel groviglio acuminato. Mi graffio mani, braccia, caviglie. Il segno più evidente, però, lo vedo dopo e solo allo specchio, a casa, di ritorno da quell’esperienza di dolore e dolcezza al contempo: una spina più crudele delle altre mi ha lasciato il suo ricordo dallo zigomo – appena sotto l’occhio destro, quello che vede meglio dell’altro – fino alle labbra. Rosso, quell’incontro con quel frutto preciso alla sommità di un cespuglio cresciuto spontaneamente su una strada poco praticata, brucia dentro fin dove nemmeno mi conoscevo.

Ecco, in metafora, che cos’è la scrittura per me.

Scrivo versi dalla mia terra, nella quale ho scelto di vivere e alla quale ho permesso di forgiarmi, fino alla poesia che pratico oggi. La scrittura seminata sulle proprie e uniche forze, senza interventi amicali o di servilismi di cui siamo esasperati, è immensa soddisfazione e al contempo sprone inaudito a perseverare in questo campo, che semplice non è. Rifuggo con orgoglio l’appartenenza ad ambiti determinati e a caste, che fanno bella mostra di sé in questo ambito, per poter dire con cognizione di causa che la scrittura – specifico poetica, poiché a me più vicina – a parer mio, deve essere appartenenza, coraggio, studio ed onestà con se stessi, per poter dire qualcosa ad un altro, fosse anche ad un solo lettore. Amo poco la retorica e i luoghi comuni e mi avvilisco quando leggo, grazie agli attuali mezzi di comunicazione elettronica, che si possa essere osannati soltanto per le condivisioni in web derivate da amici e conoscenze, che ben poco praticano critica e giudizio concreto su quanto pubblicizzano a gran voce. Ogni libro o lavoro realizzato dovrebbe nascere dalla sedimentazione del vissuto, essere scevro dal bisogno contingente (penso alle urgenze del dire derivanti da emozioni forti e difficilmente gestibili con lucidità) ed essere considerato il gradino di una scala ferocemente in salita, che non si deve avere paura di percorrere e non ogni volta l’opera perfetta a cui affidarsi per la corona d’alloro. Per questo motivo m’appello allo specchio, l’unico mezzo in grado di rimandare nella solitudine della propria visione, anche metaforicamente, quello che si è realmente. La scrittura è un mezzo potente di cambiamento in primis per chi la attua e poi, per quanto e quanti si ha intorno e dovrebbe maggiormente tener conto di questa sua forza, che tanto allerta da sempre il potere. Ma, soprattutto, la scrittura deve imparare ad essere libera dagli egoismi di chi la concretizza e dalle aspettative di chi legge e di chi scrive anche, per essere in grado di aprire il solco dove seminare un futuro in cui potersi dire Persone.

tratto da AA.VV. Scrivere un punto interrogativo,

a cura di Ambra Simeone (deComporre Edizioni 2014) – fotografie di Angela Greco

Angela Greco sulla poesia

intervista ad Angela Greco su Plauso di Raffaella Amoruso

a.

Raffaella Amoruso intervista Angela Greco:

 § Che cosa fai?

La mamma, la scrittrice di versi (che molti chiamano poeta), la moglie, la curatrice di un collettivo di poesia ed arte e il perito agrario.

§ Come ti definisci?

Libera, idealista, sorridente, collaborativa, testarda, istintiva, sognatrice e favorevole al futuro.

§ Qual è il tuo messaggio?

Impariamo a pensare con il cuore e con il proprio cervello prima che il mancato uso faccia scomparire questi organi nel corso dell’evoluzione.

§ Come nasce un’idea?

Dopo una buona dormita.

§ Che cos’è per te l’ispirazione?

Chi è, non cos’è: la persona che amo, per me capace di mettere in luce tutto quel che mi circonda.

§ Che cos’è l’arte?

Il proporre il proprio punto di vista della realtà e il dire qualcosa di sé oltre quello che si vede.

§ In che circostanze ti vengono le migliori idee?

Nel futuro oserei dire! Spero, infatti, che le migliori idee mi vengano sempre dopo l’ultima realizzata!

§ Come si deve valutare un’opera artistica?

Con cognizione di causa, senza improvvisarsi quel che non si è e assecondando anche sensi ed emozione.

§ L’artista deve reinventarsi ogni giorno?

L’artista deve essere coerente con se stesso, avere uno stile che consenta di riconoscerlo e il coraggio di non desistere dal percorso che ha scelto di seguire.

§ Che artisti ammiri e in che modo hanno influenzato le tue opere?

Amo Paul Gauguin per le scelte di vita, l’Espressionismo per la forza e l’Arte astratta per la libertà di visione; amo la Poesia russa e italiana del Novecento; in particolare continuo a studiare il secondo Novecento italiano per le sperimentazioni sulla lunghezza del verso e penso che queste esperienze poetiche abbiano fornito la giusta collocazione della mia poesia nel mio tempo…

 L’intervista completa al seguente link:

http://plausodiraffaellaamoruso.blogspot.it/search/label/ANGELA%20GRECO

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Nota:

Angela Greco è nata nel 1976 a Massafra, dove vive; occupata in poesia, con la famiglia e con il suo collettivo di poesia, arte e dintorni Il sasso nello stagno di AnGre. In prosa ha pubblicato: Ritratto di ragazza allo specchio (racconti, per la Lupo Editore, 2008). In poesia: A sensi congiunti (Edizioni Smasher, 2012), un breve poemetto con una nota di Roberto Ranieri; Arabeschi incisi dal sole (Terra d’ulivi, 2013); sono in uscita: Elaborazione parentale (Edizioni Smasher, 2014) ed un nuovo poemetto per LietoColle con prefazione di Gianpaolo G.Mastropasqua. E’ ideatrice e curatrice di INSIDE THE STONE – dentro il sasso, antologia di autori vari per le Edizioni Smasher (2014) e della raccolta telematica AA.VV. Voci di cambiamento per “100 Thousand Poets of Change Global action 2014” scaricabile gratuitamente dal 27 settembre ’14 da questo blog. Tra le varie pubblicazioni collettive rientra anche in: SalentoSilente (2012) e Silenziosi Inganni (2013), antologia ed evento per L’Officina delle Parole di Lecce; nelle antologie Metrici moti e Scenari ignoti (a cura di I.Pozzoni per deComporre Edizioni, 2014) e Kronos (in collaborazione con l’artista Kostia, Costantino Piazza, per Onirica Edizioni, 2014). Ha aderito al progetto di C.Mastropaolo per la città di Rovere (AQ) con Uscita di emergenza, prima esperienza di libro d’artista.

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Il sasso nello stagno di AnGre -mille articoli pubblicati

Gianni Rodari, Il calamaio

pennaecalamaio

 

Che belle parole

se si potesse scrivere

con un raggio di sole.

 

Che parole d’argento

se si potesse scrivere

con un filo di vento.

 

Ma in fondo al calamaio

c’è un tesoro nascosto

e chi lo pesca scriverà parole

d’oro

col più nero inchiostro.

*

da Filastrocche in cielo e in terra

Gianni Rodari, I libri della fantasia – Einaudi Ragazzi

dedicata alla mia Josephine ^_^

Italo Calvino: perché leggere i classici (estratto da Poesia e scrittura di Giuseppe Barreca)

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La raccolta Perché leggere i classici, Mondadori, Milano 2013 (senza punto interrogativo finale, forse perché si tratta di un’affermazione legata all’idea, ritenuta acquisita, secondo cui i classici devono essere letti) di Italo Calvino (1922-1985), è oramai ritenuta, credo, a sua volta un “classico”. Il volume, pubblicato nel 1991, non contiene meditati saggi di critica letteraria, bensì una serie di interventi apparsi su quotidiani, riviste, oltre a scritti introduttivi a opere celebri, che Calvino ha redatto nel corso della sua esistenza […].

Calvino scrive: “La sola ragione che si può addurre è che leggere i classici è meglio che non leggere i classici” (Perché leggere i classici, p. 13).

Ma lascio la parola all’autore:

1)            I classici sono quei libri di cui si sente dire di solito: “Sto rileggendo…” e mai “Sto leggendo…”.

2)           Si dicono classici quei libri che costituiscono una ricchezza per chi li ha letti e amati; ma costituiscono una ricchezza non minore per chi si riserba la fortuna di leggerli per la prima volta nelle condizioni migliori per gustarli.

 3)           I classici sono libri che esercitano un’influenza particolare sia quando s’impongono come indimenticabili, sia quando si nascondono nelle pieghe della memoria, mimetizzandosi da inconscio collettivo o individuale.

 4)            D’un classico ogni rilettura è una lettura di scoperta come la prima.

 5)           D’un classico ogni prima lettura è in realtà una rilettura.

 6)           Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire.

 7)           I classici sono quei libri che ci arrivano portando su di sé la traccia delle letture che hanno preceduto la nostra e dietro di sé la traccia che hanno lasciato nella cultura o nelle culture che hanno attraversato (o più semplicemente nel linguaggio o nel costume).

 8)           Un classico è un’opera che provoca incessantemente un pulviscolo di discorsi critici su di sé, ma continuamente se li scrolla di dosso.

 9)           I classici sono libri che quanto più si crede di conoscerli per sentito dire, tanto più quando si leggono davvero si trovano nuovi, inaspettati e inediti.

 10)        Chiamasi classico un libro che si configura come equivalente dell’universo, al pari degli antichi talismani.

 11)        Il “tuo” classico è quello che non può esserti indifferente e che ti serve per definire te stesso in rapporto e magari in contrasto con lui.

 12)        Un classico è un libro che viene prima di altri classici; ma chi ha letto prima gli altri e poi legge quello, riconosce subito il suo posto nella genealogia.

13)         È un classico ciò che tende a relegare l’attualità al rango di rumore di fondo, ma nello stesso tempo di questo rumore di fondo non può fare a meno.

 14)        È classico ciò che persiste come rumore di fondo anche là dove l’attualità più incompatibile fa da padrona.

 

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Il testo completo a cura di Giuseppe Barreca, che ringrazio di cuore, al seguente link: http://poesiaescrittura.blogspot.it/2014/01/italo-calvino-perche-leggere-i-classici.html

In anteprima su Il sasso nello stagno Interpretazione di Arabeschi incisi dal sole, opera di Kostia per i versi di A.Greco

opera di Kostia - Interpretazione di Arabeschi incisi dal sole (2013)
Kostia – Interpretazione di Arabeschi incisi dal sole (2013)

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“Su Il sasso nello stagno presentiamo in anteprima l’opera che l’artista Kostia ha realizzato per Arabeschi incisi dal sole, la silloge di Angela Greco per Terra d’ulivi di Elio Scarciglia, che includerà i versi che ho affidato a questo luogo. Un’interpretazione che abbraccia fin dal primo sguardo la voce poetica con la quale ho raccontato il mio Sud, fatto di contrasti e colori netti, subito percepibili e che con altrettanto impatto s’imprimono nello sguardo e nella memoria.

In primo piano sulla scena un sole fisico e metaforico, simbolo e pensiero dominante del Mediterraneo di cui siamo parte vitale, dinamica, in continuo movimento tra acqua e terra, simboleggiate da silenziose agavi e da onde generatrici di gocce capaci di ‘vedere’ con i loro stessi occhi, la realtà da fecondare e far rinascere, così, sotto nuova luce.

Un bianco e nero voluto, cercato e ricercato anche in una forma editoriale raffinata ed essenziale, che non è sottrazione di colore, tutt’altro: è espressione netta della presenza totale o della totale assenza di quanto la stessa poesia esprime nella sua verità mediata dall’esperienza e dalla visione del poeta e che l’artista riporta sulla carta con il suo stilema specifico, segno del suo stesso percorso nel tempo.

All’interno di un perimetro netto Kostia elabora, interpretando, i miei versi fatti di cieli dall’azzurro inconfondibile e orizzonti precisi come confini da varcare per accedere ad un giorno nuovo e che, eliminando il colore, riveste di significato più nitido, lasciando tutta la forza alla tonalità della parola stessa e mettendo in evidenza al meglio il segno-percorso.

Una piccola opera d’arte incastonata in un tascabile da portare sempre insieme, che farà compagnia al lettore, all’osservatore e, perché no, anche al viaggiatore che abbia voglia di stupirsi di questo meraviglioso Sud, generatore di molteplici infiniti.”

(Angela Greco)

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punta fine (Romeo Raja)

[dal web]

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Ricordati una penna e dei fogli

per il tempo che non passerà mai

per la solitudine che letta ad alta voce

sembra di meno

e perchè tanto, quel posto in valigia

non pesa.

Non importa, anche se fosse un dolore

ti servirà ricordare

che la vita non è solo questa.

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via San Gregorio Armeno – un racconto di Angela Greco

Mi sono recato a lavoro, come ogni mattina. Ho bevuto il mio primo caffé della giornata e sono andato di sotto ad alzare la saracinesca con la consueta pesantezza di testa, che non mi lascia mai. Sarà perché lavoro troppo. Ho aperto la vetrata e, prima di uscire la merce, ho fatto il rituale passaggio propiziatorio sotto l’edicola votiva; perché, per me, ancora oggi  Maradona è un santo. Dopo, ho portato fuori il banchetto da esposizione e vi ho messo sopra le mie creazioni, delle quali vado molto orgoglioso. Nessuno ne ha di più belle. Ho una piccola bottega proprio sotto casa. Mi alzo presto la mattina per iniziare ad intagliare i diversi pezzi, che risulteranno utili, almeno per chi ci crede.

Ultimamente ho avuto un aumento della clientela che davvero non mi aspettavo. Per fortuna  nel mio lavoro mi aiuta mia moglie; lei da casa ed io, da qui. Mi piace quello che faccio, se non fosse che mi tiene molte ore lontano…lontano proprio da quel fiore di moglie che ho, che non riesce a lavorare se ci sono io. Quanto sono fortunato ad avere il suo prezioso aiuto! E quanta fortuna ho avuto nel trovare una moglie così! E’ davvero una bella donna: ha i capelli lunghi colore della notte e un petto…ah, un petto sul quale poserebbe la testa pure il Padre Eterno!

Signò, non te la prendere, in fondo l’ha criata tu acussì.

Ebbene, ogni mattina mi duole proprio l’anima  lasciarla sola in casa a lavorare, così triste, perché io vado via. Quanto mi ama! Allora, per non ingegnarmi in cattivi pensieri mi metto anche io a lavorare. Ci vuole molta attenzione e precisione in quello che faccio. Seguendo un disegno devo ricavare dal legno pezzi di diverse grandezze e poi colorarli bianchi e rossi e quindi appenderli ad un anellino di metallo argentato. Sono proprio bravo e, soprattutto grazie all’aiuto di mia moglie, ultimamente il lavoro è aumentato.

Ringraziamo il Cielo per tutto!

A metà mattinata faccio una pausa: o cafè è cafè da queste parti. Ed eccola che scende, come una regina, mia moglie. Non utilizza la scala interna, dice che è troppo stretta e ripida, ma fa tutto il giro dall’ingresso principale – che si trova alle spalle – vota l’angolo e fa lo struscio del vicinato. Io non è che sono geloso, sia chiaro, ma è che essa è solo mia. E’ proprio bella, ma non capisco, perché per portarmi il caffé si veste come per il San Carlo: scarpe rosse col tacco, vestito nero e ‘na rosa pure rossa tra i capelli. Pare che deve ballare il tango, la signora! E chillo profumo di limone ca lascia quanno passa, poi….come trovarti a Capri in piena estate. Cammina che pare contare i passi – piano, per colpa delle scarpe – voltando chiill’occhi neri neri mò a destra, mò a sinistra. Certamente è per salutare le comare che s’affacciano a cicalare ogni volta che lei passa, perché è bella assai. E poi tene le labbra come ‘na cerasa, ca pare veramente ti vulisse vasà….ma quella santa donna di mia moglie non lo farebbe mai, lo so, se non a me. Porta quella tazzina dintra alle mani, come un’offerta alla Madonna, con quelle braccia strette al corpo sì che pare che insieme al caffé offra pure quel petto accussì chieno, come nu frutto maturo.

Quant’è bella mia moglie, fa tutto questo solo per me.

Ringraziamo il Cielo!

Dopo, così come è venuta, torna indietro e ripiglia il lavoro in casa – sola, poveretta! – fino a quando torno io. Durante tutto il giorno si stanca; infatti, appena ci accomodiamo nel nostro letto, lei piglia subito sonno ed io mi voto ai santi. Mi ha spiegato, che quando l’ammore è grande, non ci sta più bisogno di farlo, perché isso è intra ‘a capa oramà. E lei deve amarmi proprio assai, allora! Poi, in questo periodo stiamo lavorando tutti e due davvero molto e non posso chiederle anche quello. Almeno io devo capirla.

 E’ vero che le nostre creazioni sono tipiche e molto ricercate, ma possibile che tutta ‘sta gente abbia bisogno dei miei cornetti? Che è, la jella sta facendo lo straordinario? Va bhè, ringraziamo il Cielo per ogni cosa. Eppure mi pare strano che perfino bei giovanotti ben vestiti, che hanno pure studiato e sanno parlare bene, vengono a comprare ‘o gobbo con la punta rossa sotto ‘o culo!Sarà perché sono artigianali, fatti a mano e con amore, con il legno e non di plastica cinese, ad uno ad uno con pazienza e precisione e in più racchiudono anche tutta l’arte di mia moglie. Si, perché fortunatamente lei fa il disegno e sceglie la tonalità; ha gusti raffinati e senso delle proporzioni e a me resta solo intagliare e dipingere. Alla fine, soddisfatto, lucido con cura le mie creazioni e le appendo fuori dalla bottega bene in vista: nessuno ne ha di più belle!

Addirittura i clienti vengono ad ordinarli prima e il più delle volte tornano anche, per acquistarne altri. Le prenotazioni, naturalmente, le pende mia moglie – santa donna! – che di corna se ne intende.

Ringraziamo il cielo anche per questo.

[ nota dell’autrice: questo è uno dei 17 racconti brevi tratto da “Ritratto di ragazza allo specchio” di Angela Greco & Lilla Rogèc – Lupo Editore 2008 – un’opera prima, una bella esercitazione di prosa che mi sono soprattutto divertita a scrivere quando ne avevo la necessità :-). grazie di cuore a quei pochi temerari che hanno letto l’intera opera e nonostante tutto mi sono rimasti amici 😀 – smile please! – ]

omaggio a Palermo – punti di vista

i colori  della Vucciria a Palermo

il benvenuto con i colori della Vucciria e della sua gente

due affiancati per Palermo,oggi...

due affiancati e uniti per Palermo, e per il Paese tutto, ancora oggi, in un cielo incredibilmente azzurro…(passeggiando tra le viuzze del suo cuore, ancora nella Vucciria)

Palermo, chiesa dei funerali di G.Falcone

S.Domenico, la chiesa dove vent’anni fa si celebrarono i funerali di Giovanni Falcone (alla fine di una delle strade che percorrono la Vucciria)

la Vucciria, Palermo

 di ritorno , ripercorrendo il cuore di Palermo…hanno cercato di togliere il colore a questa terra e per fortuna non ci sono ancora riusciti!

un grazie lungo venti anni…

*

[Angela Greco]

fotografie di AnGre

senza titolo e “usciti di recente di tastiera” i versi di Roberto Ranieri

Assolto perché il fatto non sussiste;
fatto o baratto, gelicidio sfatto
di lecitine ed ore terminali
sortita di quel gelo che rimette
debiti ai debitori
di sfaceli ulteriori, non è dato
conoscere dal vivo il broglio intero
del dispositivo, c’è chi pensa
un tanto al chilo, e sforna la sentenza.

Cara, quale mai strappo
di cellule mi assolve al tuo baratto?
Amo e lenza come
capoversi in levare di sentenza:
c’è un riciclo come di adunata
come di speme riusa
e disattesa nella carne fusa.

C’è il riciclaggio livido, sciacallo
di tutte le sfumature
del blu sulle giunture; giallo ocra
d’ematomi perché poi il verde fresco
di un “come se” ad innesco
rilegittimi l’opra. Cerchio e botte
di una sola vertigine, la vita
s’incarica dei subappalti, fa il tifo sui tuoi salti
da eternità a neurone.
Sei la trottola avara
che spiazza la stagione, gran sudario
tra il bosco e lo svarione
secco del calendario.

nate dal mare..(versi di Elina Miticocchio e Angela Greco)

voce che ri-nasce festosa

conchiglia con viso di donna

 infinito il corso del vento nel corpo

suo ventre che apre alla vita e parola si scioglie…

.

 nascere e rinascere donna e ancora bambina

dal mare dell’esistenza \ nel mare degli affanni

e col sorriso di un bimbo semplicemente procedere…

.

 ‎…sotto una luna benevola che sceglie i suoi giorni

la vela del tempo ramifica memorie

di giochi e frastuoni, ronzii di sole a chiudere gli occhi

.

e schiudere mani d’attesa e sorpresa

nel volo del giorno che s’apre al richiamo

di attente conchiglie pronte a svelarsi

ritrovate perle

.

allungo la mia ombra fino a toccare un fiato di corrente

polvere finissima ogni attesa che spegne la corsa del mare

ondeggia piano un mare cristallo nel polso bagnato che ha perso le favole

indugio di stella e creato

.

è già parola il fiato delle stelle

porta e con se dilata il mare l’infinito fragile e trasparente

come trama di favola vissuta e riposta tra i fogli

ancora da (ri)leggere

.

(Elina Miticocchio e Angela Greco)

“Desolazione del povero poeta sentimentale” di Sergio Corazzini

Perché tu mi dici: poeta?
Io non sono un poeta.
Io non sono che un piccolo fanciullo che piange.
Vedi: non ho che le lagrime da offrire al Silenzio.
Perché tu mi dici: poeta?

Le mie tristezze sono povere tristezze comuni.
Le mie gioie furono semplici,
semplici così, che se io dovessi confessarle a te arrossirei.

Oggi io penso a morire.

Io voglio morire, solamente, perché sono stanco;
solamente perché i grandi angioli
su le vetrate delle cattedrali
mi fanno tremare d’amore e di angoscia;
solamente perché, io sono, oramai,
rassegnato come uno specchio,
come un povero specchio melanconico.
Vedi che io non sono un poeta:

sono un fanciullo triste che ha voglia di morire.

Oh, non maravigliarti della mia tristezza!
E non domandarmi;
io non saprei dirti che parole così vane,
Dio mio, così vane,
che mi verrebbe di piangere come se fossi per morire.
Le mie lagrime avrebbero l’aria
di sgranare un rosario di tristezza
davanti alla mia anima sette volte dolente,
ma io non sarei un poeta;
sarei, semplicemente, un dolce e pensoso fanciullo
cui avvenisse di pregare, così, come canta e come dorme.

Io mi comunico del silenzio, cotidianamente, come di Gesù.
E i sacerdoti del silenzio sono i romori,
poi che senza di essi io non avrei cercato e trovato il Dio.

Questa notte ho dormito con le mani in croce.

Mi sembrò di essere un piccolo e dolce fanciullo
dimenticato da tutti gli umani,
povera tenera preda del primo venuto;
e desiderai di essere venduto,
di essere battuto
di essere costretto a digiunare
per potermi mettere a piangere tutto solo,
disperatamente triste,
in un angolo oscuro.

Io amo la vita semplice delle cose.
Quante passioni vidi sfogliarsi, a poco a poco,
per ogni cosa che se ne andava!
Ma tu non mi comprendi e sorridi.
E pensi che io sia malato.

Oh, io sono, veramente malato!
E muoio, un poco, ogni giorno.
Vedi: come le cose.
Non sono, dunque, un poeta:
io so che per esser detto: poeta, conviene
viver ben altra vita!
Io non so, Dio mio, che morire.

http://krimisa.blogspot.it/2012/04/corazzini-dallargentina.html

da IMMA(R)GINE le voci di Elina Miticocchio & Sebastiano A.Patanè

di poca carta

(foto di Romina Dughero)

sono gli interminabili, muti controcanti dedicati alla bellezza

racchiusa in un orto, rovesciata dalla neve,

bianca come geranio al davanzale di aprile anni fa

e ancora echeggia la voce e dice casa

La gemma che rilascia piano l’antico riverbero

quello delle stelle notturne e viceversa

delle strane linee degli occhi, dei rosmarini…

– i prati filati di voci, ricordi la gioia degli azzurri?

ricordo la gloria degli ulivi quando l’argento ti sfiorava il viso

e la presenza, tutte le parole…

Notturna l’ora che adombra le cose e le riposa

come le giostre che coprono le doglie

o le ginestre tra sassi e grida

silenzio e porta tra veglia e sonno

piccolo salto in luce è

l’angolo di strada che sta alla sinistra

l’occhio sostiene le schegge del vetro

la mano a segnare l’impronta.

*

improvvisando con Sebastiano A. Patanè

http://elina11.wordpress.com/2012/04/20/di-poca-carta/