Quattro sassi con…autori contemporanei in 4 poesie: Giuseppe Schembari, poesie da Naufragi, un inedito ed una nota di lettura di A.Greco

Quattro sassi con - Il sasso nello stagno di AnGre

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da NAUFRAGI di Giuseppe Schembari  

(Sicilia Punto L Edizioni, Ragusa, novembre 2015)

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LA STAZIONE

Il buio che pioveva dalla notte, fagocitava la luna inossidabile
di quell’incendiaria estate primitiva.
Nell’affanno di un respiro abissale saliva dritto alle narici
l’odore inconfondibile dei treni che arrivavano e partivano
con un lamento stanco e arrugginito, lungo la simmetria articolata
della vecchia stazione ferroviaria.
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…dove tutto ebbe inizio.
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Camminavamo rasenti ai binari infuocati
sui ciottoli sbilenchi della massicciata
coi pugni stretti nelle tasche
incontro ad una stagione incredibile – avvelenata
con l’ottimismo ingenuo di chi non sospetta.
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Abbiamo infranto il patto indissolubile
piegati dalla complessa meccanica dell’assenza
con la sconfitta iscritta nel codice genetico.

 (pag.19)

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ORFANI

Cammino e raschio ruggine dal petto,
niente può scalfire quest’afa greve,
i calci restano lì dove li abbiamo presi
nella costanza di un presente inamovibile.
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Per sempre orfani, senza più attese
un dimenarsi assurdo nella frenesia,
la timida avvisaglia in un capogiro
noi che attraverso il silenzio ci parliamo.
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Si gioca sui timbri lessicali di un copione,
la didascalia indecifrabile delle parole
che scorre dentro la bocca come una preghiera.
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S’è complici e mandanti di feroci rappresaglie,
stanare dalle viscere lo sdegno trasversale
nel fuoco senza attrito di un cuore depredato;
le verità nascoste di tutte le mancanze.

 

(pag.42)

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SI DIMENTICA

Le caviglie bruciate
da sabbie roventi
nessun accenno di ristoro
né balsami
né carezze di gelide acque
Si tacciono
gli estenuanti progetti di rabbia
rimane la volontà estrema
di chi sa che indietro
non può più tornare
Si dimentica sempre qualcosa
la vita è una continua sottrazione
un libro già letto non so quante volte
e mai ricordato
L’ultimo cenno di salvezza
è stato tradito
abbassando lo sguardo
il nemico si sfida
guardandolo dritto negli occhi
Non si dovevano accordare tregue
neppure compromessi
ma continuare a dissentire ad oltranza
Arrivò poi quell’afa greve
che s’addensava nella gola
ed anche la parola diventò
una stanca metafora
che nessuno capì
Si dimentica sempre qualcosa
la vita è una continua sottrazione
è il futuro che manca
Ma qualcuno tesse ancora
imperterrito ragnatele
e i soliti culi grassi e fistolosi
occupano le poltrone di sempre

(pag.59)

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NAUFRAGI

Bussa
La nebbia
bussa alla porta
Piove acqua sporca
da una nuvola storta

(inedito)

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Nota di lettura di Angela Greco – La nuova silloge di Giuseppe Schembari ha insito nel titolo un destino che non lascia indifferente, Naufragi, che indurrebbe con una certa semplicità, essendo lui siciliano – di Ragusa per la precisione – verso una specifica cronaca di cui siamo tutti partecipi negli ultimi tempi. Il naufragio a cui queste poesie conducono il lettore, invece, è la deriva dei tempi e del quotidiano, un mare aperto sulla mancata comprensione della perdita di punti di riferimento e ideali. La lettura prende avvio dalla riva di qualcosa che alberga nel ricordo – reale o fittizio non è indicativo, né dovrebbe interessare al lettore – per solcare, man mano che si prende il largo, l’analisi dolorosa del tempo – che l’autore vive e sente sulla propria pelle – via via allargando lo spazio d’acqua dove annegare.

Contrasta il gusto amaro dei temi trattati la dolcezza (che è indubbiamente amore per la poesia, per la terra, per l’essere umano, finanche per se stesso, nonostante il tono di rimprovero che spesso si avverte) con cui il poeta li esterna, con versi brevi, incisivi e privi di punti che, oltre ad indicare una non chiusura del discorso poetico, potrebbero anche sottolineare ulteriormente un aspetto della condizione odierna dell’Uomo, ossia l’incapacità oramai di avere riferimenti fermi, precisi, nell’immenso mare in cui annaspa per sopravvivere.

La poesia per Giuseppe Schembari è una via di riscatto, di uscita, di salvezza che non maschera le cicatrici degli accadimenti precedenti per sublimarli in canto sottolineato da una ferma volontà di non cedere al negativo, pur avendo di quest’ultimo una precisa e cosciente certezza. Ogni poesia offerta al lettore è un naufragio ed il plurale del titolo ben si accorda anche con i diversi livelli di lettura a cui si offre la silloge, partendo dal luogo più vicino all’autore (il territorio d’appartenenza è uno degli incontri di cui è capace il libro) e da una sorta di personale naufragio, per giungere, nello svolgersi della lettura, alla condizione comune in cui – come si legge negli ultimi versi – chi non azzanna in anticipo / finisce azzannato. Una poesia non edulcorata, dura in alcuni momenti, senza orpelli e capace di arrivare dritta al bersaglio, che pone interrogativi e non teme il mare aperto.

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Giuseppe Schembari - Naufragi - Sicilia Punto L EdizioniGiuseppe Schembari, nato a Ragusa nel 1963, ha pubblicato nel 1989 il volume di versi “Al di sotto dello zero” (edito da Sicilia punto L di Ragusa); vincitore e finalista in vari concorsi nazionali e regionali, tra cui – in più edizioni – Concorso di Poesia “Mario Gori”; Concorso nazionale di poesia civile “B. Brècht” città di Comiso; Premio Nazionale di Poesia “Ignazio Russo” città di Sciacca. Sue poesie sono inserite in varie Antologie di cui ricordiamo una tra tutte: “Bisogna armare d’acciaio i canti del nostro tempo” Antologia di poesie a cura dei Gian Luigi Nespoli e Pino Angione. Collabora con giornali e riviste.

Poeta del “Dissenso” propenso verso formule d’avanguardia linguistica e sperimentale, per il quale la poesia è testimonianza e risposta al quesito della storia e della cronaca quotidiana, relativamente alle realtà dell’oppressione e dello sfruttamento. E’ stato uno degli ultimi esponenti dell’ “Antigruppo Siciliciano”, movimento letterario nato quasi parallelamente alla Beat Generation americana, con la quale ci furono diversi contatti e collaborazioni tramite due dei maggiori esponenti di entrambi i gruppi, Lawrence Ferlinghetti per la Beat Generation e Nat Scammacca per l’Antigruppo. 

Il verso per Schembari diventa denuncia ed egli partecipa non come spettatore, ma come protagonista della storia, testimone scomodo ed accusatore e, denunciando un’esistenza divenuta impossibile, la poesia per lui diventa un mezzo ed un’arma contro ogni condizione di penalizzazione, contro l’emarginazione, le guerre, il consumismo, l’ambizione, la corsa al potere, la mancanza di valori in cui l’ironia, l’invettiva, la rabbia sono sassi scagliati contro la palude dell’uniformità. Giuseppe Schembari è stato da sempre dalla parte di chi subisce la violenza dell’uomo sull’uomo, ma anche della violenza di Stato, cioè la violenza operata dalla legge e da chi dovrebbe tutelarla.

Nel 2015 ha pubblicato – sempre con l’editore Sicilia Punto L di Ragusa – il volume di poesie “Naufragi”.

Giuseppe Schembari

Grecale (Antonino Caponnetto)

Vladimir Pajevic

Rasoi, coltelli, sì?

                                                               Per soli amici!

                                                               E argenti, lapis, labili vernici

                                                               o minimi tesori? Superfici

                                                               dove specchiarsi! Per

                                                               soli nemici.

 

Domani? È l’orizzonte. Avrà un sapore

dolce di rosse labbra mordicchiate

all’ombra luminosa dei giardini

muscosi, sul pietrame, sui gradini

verdognoli nel verde meridiano.

 

Allora avrà grandiose vele il vento,

soffiando di grecale. Avrà un mantello

Icaro al suo ritorno nella quiete

notturna dei fondali.

 

E dove in altro tempo

case c’erano e bilichi, la neve

cadrà di nuovo e l’Agorà stupita

vedrà di nuovo accesi i suoi fanali.

 

Tutta luce sarà la bianca rena

sulle prode sommerse dalla luna,

al vento scoprirà le spoglie ossute

delle genti cadute.

 

Domani? È dove ancora il gelso antico

fa cadere il suo frutto color viola

sulla morbida terra

a lenir fame che, brutale, afferra

 

ma non è più se passa inverno e viene,

vertiginosa madre, l’Utopia

mordendosi le labbra lungo il volo,

se gli olimpici Dei, possenti ancora,

per nuovi azzardi vanno, e gelsomini.

 

 

[Antonino Caponneto, La colpa del Re – Campanotto Editore, 2002]

su Era il tempo della poesia…(era il nostro tempo) di Cettina Lascia Cirinnà

copertina silloge Cettina Lascia Cirinnà

L’ultima silloge di Cettina Lascia Cirinnà, Era il tempo della poesia…(era il nostro tempo) edita per la Libreria Editrice Urso Avola in questo marzo 2013, si apre sin dal titolo – che coincide con quello della prima lirica – con la sovrapposizione di due piani temporali ben distinti: uno concreto ed uno oltre reale che, pur essendo indistinguibili all’atto pratico della lettura, conferiscono la certezza di una simbiosi mutualistica, dove la poesia supporta e nutre il vissuto e quest’ultimo è materia e materiale che sostenta e sostiene il ricordo \ verso fino alla percezione di una sorta di a-temporalità affidata al viso e allo sguardo meravigliato e puro di una fanciulla (ripresa in copertina) e all’imperfetto di quel verbo che domina il titolo.

Il Tempo è una costante che scorre con i versi, sia esso vissuto fino all’ultimo respiro, sia esso immaginato o evocato e pagina dopo pagina si entra in contatto con corpi, paesaggi, sentimenti, profumi e sensazioni che concorrono alla materializzazione del sogno di un amore con la A maiuscola, che sconfina oltre il tempo stesso, oltre i pensieri concessi, oltre i desideri consentiti e fin’anche oltre i confini geografici – tratto costante della poetica dell’autrice – in cui è ambientato e soprattutto vissuto il sentimento. Sentimento, che non ci è concesso di sapere se sia reale o meno, ma che trasmette la forte consapevolezza che già la sua esistenza basta alla sopravvivenza.

Scorre per tutta la lettura una felicità desiderata e temuta, vissuta e rimpianta, trattata dalla mano della poetessa con il fare riservato a qualcosa di estremamente prezioso del quale si ha la coscienza che sarà per sempre solo e soltanto su un piano personale di difficile comprensione altrui e dal quale non con dolore si ha la consapevolezza che ci si deve distaccare per evitare quella disfatta propria di un vissuto totalizzante ed inconciliabile con la realtà obiettiva. Il lettore si ritrova così, a gioire e soffrire con l’autrice, immerso in un eden coincidente con la terra che detta lo scenario, che si impone nel ricordo e negli occhi e così meravigliosamente offerta in versi.

Si è grati, dunque a Cettina, per la delicatezza e al contempo la forza di questo suo nuovo lavoro poetico, del coraggio e della dolcezza profusi senza limite, del suo sorriso cauto e sincero, il sorriso di chi conosce bene il quotidiano, ma non rinuncia alla vera natura del suo cuore. [Angela Greco]

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(mano nella mano)

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e si ritorna mano nella mano

da quel luogo dove tutto tace

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non servono parole

a tracciare puntini

per seguire percorsi alternativi

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negli occhi muti

lampi di gioia inattesa

fanno fatica a spegnersi

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nel giorno che passa

lentamente

sottomesso alle tue voglie

il calore di mani intrecciate

ai ricordi lontani

non si spegne

si propaga all’infinito

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non sono io

non sei tu

a decidere

del destino

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si accende il desiderio

nell’istante dell’addio

*

[disposizione sulla pagina come in originale nel testo]

(la macchina del tempo) di Cettina Lascia Cirinnà

carrie vielle

sono tornata figlia

di un tempo infinito

che mi nasconde le parole

in nascondigli impensabili,

in nicchie di pensiero

le idee riposano stanche.

Il pomeriggio muore

nel caldo siciliano

ed io trascorro le ore

in contemplazione

di assenze gioiose,

il divenire si fa mistero

e avvolge stanze vuote di vita.

La memoria di corpi astratti

riempie la mente,

svilita aspetta il domani

…diverso dall’oggi.

*

(da Vibrazioni sconosciute – Libreria Editrice Urso,2012)

il calore ed il colore nelle opere pittoriche di Lorenzo Lo Vermi

Ciliegie e riflessi, olio, cm 100×80

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Colori della Sicilia, olio, cm 60×80

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Striptease, olio su tela cm 150×90

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…il primo dei dipinti mi ha attratto all’istante con quella luce particolare nel riflesso della coppa e la golosità di quei frutti rossi così ‘reali’tanto da volerli toccare…ho incontrato questo Artista attraverso la Pagina della Sicilia su un social network e subito ho voluto chiedergli di essere qui con noi sul Sasso..una gentilezza pari alla bellezza delle sue opere e tanta ‘sicilianità’ hanno portato qui soltanto tre esempi della sua bravura (mentre per altre notizie e per la visione di altri quadri sono andata a cercarlo al link che riporto in calce) fatta di soggetti quotidiani e ricercati al contempo, di dettagli che sorprendono, di titoli accattivanti e di un realismo sapientemente capace di confondersi con quello fotografico, dal quale si distingue grandemente per il calore che emana..(A.G.)

http://www.solfano.it/lovermi/index.html

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[un abbraccio di colore e calore per gli Amici del blog ed un ringraziamento particolare a Lorenzo per la sua disponibilità]

“Sicilia, terra mia” di Cettina Lascia Cirinnà

“Quannu ti piensu
na lacrima
mi scinni
sula, sula
m’agniuttu…
Avi u sapuri amuru
ra luntanza.
Sicilia, terra mia
amuri e odiu
pruovu ppi tia
matrigna, fusti
ppi mia.
Aiu desideriu
ri l’aria frisca ra matina
Aiu desideriu ro mari
Aiu desideriu ro suli
Vulissi sentiri nautra vota
comu quannu eru picciridda
u ciauru ra zagara e ra citrunella
ca nun sentu ciù
ri tantu tempu.
Ora ca sugnu ranni
e canusciu a vita
vulissi turnari ni tia….
piddunami… Matri mia.”

versi di Cettina Lascia Cirinnà