L’ultimo spettacolo di Roberto Vecchioni – sassi sonori a cura di Giorgio Chiantini

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Particolare del Sarcofago di Sidone, II sec.a.C. Museo Archeologico di Beirut.
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Dopo la pausa estiva, riprendiamo i Sassi sonori, parlando di uno dei più grandi e amati cantautori italiani, Roberto Vecchioni, ed analizzando insieme una delle sue più belle e liriche canzoni, che potremmo anche definire poesia, L’ultimo spettacolo.

Canzone di Roberto Vecchioni, contenuta nell’album Samarcanda (1977) nasce in seguito ad un distacco, un addio, alla fine di un amore; un concentrato di vita dove troviamo l’amore, il dolore tragico dell’addio, la grandezza del pensiero e della cultura, l’antico e il moderno, la quotidianità, le grandi domande sulla libertà e il destino.

L’ultimo spettacolo inizia sul mare della Grecia antica, mondo e cultura dove cercare i sensi e le risposte, luogo da cui tutto ha avuto inizio ed è un’immagine a rappresentare il contrasto interno all’uomo tra ciò che è presente, e forse anche futuro (l’occhio azzurro), che lotta con l’insieme di tutti i ricordi e i rimpianti del passato (l’occhio blu). Si approda, dunque, a Troia, luogo mitico in cui si combatte una guerra eterna che è la battaglia stessa dell’uomo contro il destino ed eccoli, allora, gli uomini, che tentano disperatamente di trovare il modo, la via per fuggire o sconfiggere l’ombra nera che intanto passa dietro silenziosamente sbeffeggiandoli e ricordando loro che non hanno scampo, che in realtà non sono mai loro a scegliere. Questi uomini, che nell’immaginazione del protagonista all’inizio del viaggio erano “grandi/ dietro grandi scudi”, si rivelano essere, nell’atto della guerra (ma metaforicamente nella battaglia della vita), “piccoli, goffi, disperati e nudi”.

Nel ritornello, si ascoltano le parole di distacco, di un disperato amore finito ma non morto, con la consapevolezza che si può possedere tutto, ma se non si condivide questo con chi si ama, tutto non è altro che inutilità. Così il protagonista, dopo aver vissuto altre epiche situazioni, è costretto a tornare alla realtà, poiché il sogno non può più esistere senza colei che lo accolga, lo comprenda e lo ami tanto quanto lui. E la realtà è una realtà amara, poiché lei parte, decretando la fine della loro storia. Qui, con lo stacco musicale, inizia la parte che, con un ritmo più veloce e incalzante, si configura come un grido di rabbia e di dolore, per giungere all’ultima significativa strofa: E non si è soli quando un altro ti ha lasciato, / Si è soli se qualcuno non è mai venuto.

I due versi finali racchiudono il senso della canzone, un messaggio rivolto direttamente a lei, come a dire: “nonostante tutto, nonostante l’incompatibilità, l’incomprensione, la piattezza del nostro rapporto, se fosse per me, rimarresti, perché ti amo ancora. E se potessi scegliere, “se questa storia fosse una canzone” e non la realtà, ti terrei qui stretta a me. Ma proprio come i Greci che ho visto nel mio viaggio io non posso scegliere, e il sogno deve arrendersi al vero: tu te ne vai. Ma, ricordalo ancora, se tutto questo fosse solo una delle tante canzoni che sto scrivendo, “con una fine mia”, tu saresti qui accanto a me.” [Giorgio Chiantini, testo adattato dal web]

L’ultimo spettacolo

Ascolta, ti ricordi quando venne
la nave del fenicio a portar via
me, con tutta la voglia di cantare
gli uomini, il mondo, e farne poesia…
con l’occhio azzurro io ti salutavo,
con quello blu io già ti rimpiangevo,
e l’albero tremava e vidi terra,
i Greci, i fuochi e l’infinita guerra
li vidi ad uno ad uno
mentre aprivano la mano
e mi mostravano la sorte
come a dire “Noi scegliamo,
non c’è un Dio che sia più forte”
e l’ombra nera che passò,
ridendo ripeteva no…
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Ascolta, ero partito per cantare
uomini grandi dietro grandi scudi,
e ho visto uomini piccoli ammazzare,
piccoli, goffi, disperati e nudi…
laggiù conobbi pure un vecchio aedo
che si accecò per rimaner nel sogno,
con l’occhio azzurro invece ho visto e vedo,
con l’occhio blu mi volto e ti ricordo…
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Ma tu non mi parlavi
e le mie idee come ramarri
ritiravano la testa
dentro il muro, quando è tardi
perché è freddo, perché è scuro:
e mille solitudini
e i buchi per nascondersi…
.
E ho visto fra le lampade un amore:
e lui che fece stendere sul letto
l’amico con due spade dentro il cuore,
e gli baciò piangendo il viso e il petto…
e son tornato per vederti andare,
e mentre parti e mi saluti in fretta,
fra tutte le parole che puoi dire
mi chiedi “Me la dai una sigaretta?”
.
Io di Muratti, mi dispiace, non ne ho
il marciapiede per Torino, sì lo so;
ma un conto è stare a farti un po’ di compagnia,
altro aspettare che il treno vada via,
Perché t’aiuto io ad andare non lo sai,
sì, questo a chi si lascia non succede mai,
ma non ti ho mai considerata roba mia,
io ho le mie favole, e tu una storia tua
.
Ma tu non mi parlavi
e le mie idee come ramarri
ritiravano la testa
dentro il muro, quando è tardi
perché è freddo, perché è scuro…
E ancora solitudini
e buchi per nascondersi…
.
E non si è soli quando un altro ti ha lasciato,
si è soli se qualcuno non è mai venuto
però scendendo perdo i pezzi per le scale,
e chi ci passa su, non sa di farmi male.
Ma non venite a dirmi adesso lascia stare
o che la lotta deve continuare,
perché se questa storia fosse una canzone
con una fine mia, tu non andresti via.

 

Legami di terra: A Bonura di Cataldo Antonio Amoruso

agro di Cirò Marina -fotografia di Cataldo Antonio Amoruso
agro di Cirò Marina con lo Jonio sullo sfondo (ph.Cataldo Antonio Amoruso)

 

A Bonura 

mi chiama ancora
il freddo variegato delle argille
come fine a se stesso si sente nell’aria
il richiamo dei caprai, echeggia
nel vuoto di fiumara, gli oleandri
solitari si offrono alle anse
ché grama la vita non scuote più i fondali
e le sabbie non dànno sul limitare
più che rifugi miseri agli armenti

risalgo negli sguardi perduti sui crinali
li infestano ai pendìi assidue le festuche
le stoppie crepitanti, le pagliuche
color dell’oro prima che a sera brucino

anche le strade si sono fermate
per tempo han rinunciato a questa quota di Bonura

che tu solo, padre, con rabbia carezzavi

ne rimane l’incanto
di quello sprazzo a mare
un labbro gonfio tra due seni verdi
di desiderio d’infanzia e afrori

mi alberga sempre un greto di ricordi e di pensieri
dove inseguo per labirinti le mie formiche a vela.

Nel medio evo, anni ’50 del ‘900- so di parlare di un’altra era- ai latifondisti vennero confiscati, nel Sud d’Italia, molti terreni, che vennero distribuiti, quotizzati, ai contadini… (vedere legge Gullo e Opera Valorizzazione Sila, o Ente Sila, per quel che riguarda la Calabria); ovviamente i rapporti di potere nella società non cambiarono, credo di poter dire, ma ormai questi sono argomenti che non fanno testo, in un paese dove la storia si può scrivere quasi sempre con la ‘esse’ minuscola. A mio padre toccò in sorte (nel vero senso della parola: fu sorteggiata) una ‘quota’ di terreno che sarebbe risultata difficile da raggiungere anche alle capre… e certamente non avrebbe mai dato di che sfamare una famiglia. Non a caso quel sito si chiama ‘Bonura’, la buon’ora… almeno un po’ di ironia!

[Cataldo Antonio Amoruso]

Tattoo Motel di Davide Cortese letto da Angela Greco

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“Farsi tatuare sull’inguine per aver amato lo sguardo di un tatuatore, per aver desiderato che le sue mani toccassero la tua pelle segreta.”

Tattoo Motel, il nuovo lavoro di Davide Cortese, questa volta in prosa, dopo aver pubblicato varie esperienze poetiche, esordisce con un lodevole incipit, che proietta immediatamente e senza mezzi termini, accorciando il fiato fin dal primo rigo, lo spettatore-lettore nel complesso e articolato sistema scena-libro, rendendo noti subito tutti gli elementi che lo coinvolgeranno ed esternando in una conoscenza cinematografica-musicale-letteraria anche una sapiente consapevolezza del genere romanzo, che tratta per la prima volta per i tipi di Lepisma Edizioni (2014).

Un territorio inesplorato – la pelle, involucro esterno edificato a difesa, ma anche superficie che ricopre l’intimo – che darà vita ad un susseguirsi di capitoli che procedono proprio per superficie di pelle aggiunta a quello che sarà il disegno finale: “Ci vorranno un po’ di sedute per realizzarlo” […] “dipende dalla tua resistenza al dolore”. […] “Voglio che tu veda il tuo tatuaggio solo quando sarà finito”. Pagina dopo pagina è una sensazione tangibile lo scorrere sottopelle dell’inchiostro e degli avvenimenti densi di sensuale dolore e amore al contempo, il definirsi cauto e a costo del dolore più acuto, del progetto che va definendosi per i protagonisti, Eva e Dan (ma anche il piccolo Nico), sia esso un disegno visibile o invisibile, che inevitabilmente andrà a contrassegnare l’esterno di sé, ma ancor più il segreto e l’intimo di destini incrociatisi per caso.

Marchiare indelebilmente la pelle è una sacralità – che tra le appassionanti pagine emerse dalla penna di Davide, viene sconvolta, mutata, assurgendo a metafora contornata da sentimenti forti d’amore e fedeltà pagati a caro prezzo – che coinvolge entrambe le parti interessate, chi realizza il tatuaggio e chi lo porterà addosso, stabilendo ruoli precisi ed interscambiabili di dominio e sottomissione, di dipendenza e libertà tra i due. La strada che porterà ago e inchiostro a realizzare l’opera – in questa mia lettura, che forse meraviglierà lo stesso autore –  è il cammino stesso che ogni artista intraprende, per sentieri il più delle volte ostili e dunque dolorosi, pur di giungere a quella libertà estrema che lo faccia sentire realizzato.

Tra le varie altre letture a cui si presta Tattoo Motel, quella della metafora dell’arte, forse la meno lampante per il lettore, credo sia da non sottovalutare, anche perché tutto il testo è colmo di richiami e rimandi poetici, musicali, visivi, sensoriali, in una sorta di rappresentazione cinematografica, come si legge anche nella prefazione, volta alla celebrazione della volontà e della libertà di poter essere finalmente se stessi.

Dan ed Eva, i protagonisti dai nomi brevissimi come la puntura di un ago ed evocativi del suono che mette al tappeto e della nascita della vita, si infiggono nel lettore nello scorrere della lettura, sorprendendo ed emozionando, in una scrittura che spiazza nella brevità dei capitoli e nella chiarezza delle posizioni pur intessendo tortuosità nei rimandi e nei flash-back, adottati ornamenti per una scena allestita non a caso. Interessante è anche il ruolo affidato ad un altro protagonista, Nico, il figlio bambino del tatuatore e trait d’union tra le due parti maschile e femminile (che nell’evolversi del romanzo si comportano e pensano e agiscono classicamente secondo il loro genere); Nico ha il ruolo di riscatto e resurrezione da un passato che grava ed impedisce il costituirsi del futuro e grazie al quale si realizzerà il destino finale forse di tutti coloro che hanno partecipato a queste pagine. Destino finale, che poi altro non è che l’amore accettato in tutto e per tutto, finanche nei e con i demoni che obbiettivamente ogni amore porta sempre con sé, come si legge nei versi di Davide Cortese stesso posti a chiusura e forse disvelamento si potrebbe dire di tutto il testo, tatuati da Eva su Dan, in un rovesciamento dei ruoli in cui si può intravedere tra le righe anche la concezione che l’autore ha della figura femminile. [Angela Greco]

“Vorrei poter accarezzare i tuoi demoni,”[…]
“due dita, a scivolargli sul volto.
Vorrei scendere nel tuo inferno
e bruciarmi nel tuo fuoco di dolore.
Vorrei guardarti dentro agli occhi
e cercare nell’iride una pace.
Mutino i segni sul volto dei demoni:
accarezzàti sapranno sorridere,
e il fuoco impuro che ti divora
potrà salvarti tornando a scaldare.
L’alto è la volontà della fiamma,
passione la sua danza di luce.
L’inferno ti illumina il volto
perché mai possa conoscere il buio
il tuo ineffabile sorriso di dio.”

copertina davide cortese

Storia di fate (tango) di Mario Benedetti

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STORIA DI FATE (TANGO)

La primavera fragile / la pazza primavera
pazientemente ascolta e attende il mio magari
con il suo miglior verde mi guarda e mi richiama
e decide orgogliosa che ora non se ne va

così / col mio stupore / resto senza rancori
e consegno dolcezze alla buona di dio
mi ritrovo illuminato ogni angolo di strada
e lentamente imparo a cantare io stesso

così vedo che il mondo piano piano migliora
che il piacere non lascia in me le cicatrici
che il caso è il mio rifugio e che è arrivata l’ora
di essere / fra l’altro / nuovamente felice

e l’amore davvero mi riscopre e mi tocca
e capisco d’un tratto che sono infine audace
l’amore mi sorprende ma non si sbaglia mai
quando sente che manchi / quando ti chiede ancora

se parli dalla riva / il mare ti risponde
con la stessa innocenza della tua antica infanzia
se le navi ti portano / ma non dicono dove
non ti dicono dove ma tu lo sai di già

infine quando un tempo / di lune congelate
spazza la primavera / che è matta da legare
quella vigliacca fugge / con la storia di fate
togliendoti i tuoi sogni e l’amore e il mare

così tornano il tedio la routine e la rabbia
e cresce lo spavento nel suo cupo recinto
e la memoria vizza e la tristezza saggia
mi coprono d’un cielo non più angelico e grigio

*

da Mario Benedetti, Inventario – Poesie 1948-2000
a cura di Martha L. Canfield, Casa Editrice Le Lettere, Firenze, 2009.

altre poesie di questo Autore qui:
http://caponnetto-poesiaperta.blogspot.it/search/label/Benedetti%20Mario