Tutto il paese vuole far sapere che vive ancora

Un bisbigliare fitto, di mille voci,
s’ode lontano dai vicini cortili:
tutto il paese vuole far sapere
che vive ancora

(Vittorio Bodini)

Grazie per la sensibilità. Dovere delle Arti è anche quello di salvare la Terra e l’Uomo. Informatevi e per cortesia condividete. Tanti, troppi cittadini italiani NON sanno cosa sta succedendo in quella che per altri motivi rivendicano come casa propria…Qui nel Salento lo Stato ha autorizzato una multinazionale a rubare terra e libertà. Nessuno è escluso. Salento siamo tutti quelli che credono in qualcosa di più per il proprio domani e per il domani dei propri figli. Informatevi! Girare la testa non salverà nessuno.

Portiamo subito all’attenzione il fatto più inquietante e che da solo basterebbe a fare indignare e quindi reagire chiunque abbia una memoria storica e, magari, anche quel qualcos’altro ormai del tutto assente in una umanità che è stata addomesticata al male, abituata-avvelenata a piccole dose continue e, così sedata, resa schiava, tanto da reputare ormai normale quello che normale non è: 2 KM DI MURO E FILO SPINATO, IN ITALIA, PUGLIA, SALENTO, NON ALTROVE, “in questa fetta del territorio salentino sottratta alla sovranità popolare, finanche al libero esercizio del diritto di cronaca dei giornalisti, e trasformata in territorio dell’ Azerbaigian, sotto protettorato svizzero, vigilato dalle Forze dell’ Ordine dello Stato italiano.” (http://www.leccecronaca.it/index.php/2017/11/20/il-muro-di-melendugno-una-vergogna-mondiale/)

Poi, per evitare di urlare davanti a ciò, raccolgo la razionalità e traggo solo qualche rigo dal web: tra giugno, luglio e agosto 2017 gli stabilimenti balneari hanno registrato una crescita del 16% rispetto al 2016 (fonte: CNA Balneatori), un incremento dei turisti stranieri del 5% sullo stesso periodo dell’anno scorso e un aumento generalizzato in tutte le regioni costiere, con il primato all’Emilia Romagna (+25%) seguita da Puglia (+23%) e Sicilia (+22%). Come dire che all’Italia NON conviene per nessuna ragione deturpare il proprio patrimonio ambientale. E, invece, IN PUGLIA che succede?

Angela Greco AnGre – #noTAP 

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dall’editoriale di Bill McKibben: Gli europei, giustamente, prendono in giro il Presidente Trump, perché nega il cambiamento climatico. E tuttavia si stanno attivando per costruire uno dei più grandi gasdotti nel mondo – le somme di denaro che vogliono investire in questo progetto sarebbero giustificate solo se TAP fosse operativo per interi decenni. Fondamentalmente, l’Europa e i governi nazionali che sono coinvolti stanno dicendo che “nel 2017 ci aspettiamo che l’Europa sia ancora dipendente dai combustibili fossili.”

Stanno dicendo questo proprio nel momento in cui sta diventando chiaro quanto terribili possono essere gli effetti del cambiamento climatico. Siamo alla fine dei tre anni più caldi mai registrati sul nostro pianeta, e l’Europa stessa ne ha visto gli effetti: incendi boschivi di vasta portata sono ormai un avvenimento regolare, e sono causati dagli stessi episodi di siccità che hanno trasformato alcune delle valli più fertili del pianeta in deserti temporanei. Poi, quando il clima si ribella, lo fa nel peggiore dei modi.

Nel frattempo, TAP arriva proprio nel momento in cui il costo delle energie rinnovabili sta crollando. Qualunque prospetto giustificasse la costruzione del gasdotto qualche anno fa oggi è sicuramente datato: ogni tre mesi il costo dell’energia solare ed eolica si abbassa. E tra cinquant’anni? L’Europa starà ancora pagando un gasdotto che non servirà a nulla, se non come reperto museale di una tecnologia arcaica. Questo era lo scopo preciso della Conferenza di Parigi sul clima: dovevamo smettere di costruire nuove infrastrutture per i combustibili fossili, e abbandonare progressivamente la dipendenza dal gas e dal petrolio che avevamo già estratto.

(http://www.recommon.org/ferma-gasdotto-tap-bill-mckibben/)

Il Prefetto limita la libertà di circolazione a San Foca (Lecce) e assegna le aree adiacenti il cantiere “nella disponibilità delle forze di polizia”, mentre TAP distribuisce brioches e cappuccini al centro commerciale e diffonde un filmato in cui si vede la sede melendugnese fatta oggetto di scritte e lanci di uova. Ma tutto questo sembra non bastare a convincere la popolazione a desistere e rinunciare alla battaglia contro il gasdotto. Anzi, il fronte locale del NO appare ancora più determinato e compatto e riceve sponda anche dal resto dell’Europa.

“Non ci piegheremo davanti alla repressione messa in atto dallo Stato. Continueremo la nostra lotta, sempre più determinati, forti, convinti!”, scrive il movimento No TAP sulla sua pagina facebook.

(http://www.tagpress.it/ambiente/scatta-la-disobbedienza-no-tap-proteste-anche-in-europa-20171115)

in Salento barriere antisfondamento al posto dei muretti a secco – LECCE, Campagne di Melendugno blindate attorno al cantiere del gasdotto Tap, con barriere antisfondamento, recinzioni e cancelli tirati su in poche ore nelle proprietà private. Prende forma così la zona rossa attorno al gasdotto transadriatico proveniente dall’Azerbaijan, con 24 particelle di terreno (fuori dal tracciato del gasdotto) requisite. Al loro interno accesso e transito sono inibiti a chiunque (tranne i proprietari di case e terreni muniti di appositi permessi) e i giornalisti sono stati accompagnati sul cantiere dalla polizia per pochi minuti. Nell’area cuscinetto, voluta dal prefetto di Lecce Claudio Palomba, nessuno potrà entrare, almeno per un mese, al fine di evitare manifestazioni di protesta, presidi e contestazioni […] Diversi contadini hanno dovuto rinunciare alla raccolta delle olive, poiché l’ordinanza prevede che l’ingresso in area rossa avvenga solo singolarmente e dietro riconoscimento. Esclusi a priori i No Tap, che dopo otto mesi hanno dovuto abbandonare il presidio, compreso nella parte interdetta, ma cercano nuove forme per manifestare – insieme all’amministrazione comunale di Melendugno – la contrarietà all’opera. Per il sindaco Marco Potì, l’ordinanza del prefetto è “sovradimensionata” rispetto alle necessità di tutela del cantiere e “troppo oppressiva” delle libertà dei cittadini.

(http://bari.repubblica.it/cronaca/2017/11/15/news/gasdotto_tap_in_salento_barriere_antisfondamento_al_posto_dei_muretti_a_secco_il_cantiere_e_una_trincea-181144814/)

Il maxi-progetto Tap, presentato ai cittadini italiani come una grande opera strategica per liberare l’Europa dalla dipendenza dal metano russo, rischia invece di passare alla storia come il gasdotto dei tre regimi. L’ESPRESSO documenta decine di connessioni societarie (aziende con gli stessi amministratori o azionisti) fra tre blocchi di potere politico-economico, che portano al presidente turco Erdogan, al dittatore azero Aliyev e agli oligarchi russi legati a Putin.

(http://espresso.repubblica.it/inchieste/2017/04/14/news/tap-il-gasdotto-dei-tre-regimi-erdogan-aliyev-amp-putin-spa-1.299622)

Tap, gli affari sporchi degli uomini del gasdotto – Il manager finito in mezzo a un caso di riciclaggio mafioso, l’azero con la società offshore svelata dai Panama papers, l’uomo d’affari scelto perché ha buoni agganci con la politica e il condannato per furto di libri antichi. Ritratto dei nomi più importanti legati alla maxi opera. Un intreccio di vicende pubbliche e segreti privati che rilancia quel groviglio di interrogativi che fanno da detonatore delle proteste esplose in Puglia: chi ha deciso l’attuale tracciato? È davvero necessario far passare miliardi di metri cubi di gas tra spiagge meravigliose e oliveti secolari, anziché dirottare i maxi-tubi in zone già industrializzate, che si potrebbero disinquinare con una minima parte dei fondi del Tap? Come mai i finanziamenti pubblici europei sono stati incamerati da una società-veicolo con azionisti svizzeri? Se è vero che il gasdotto è strategico per molti Stati sovrani, perché sono le aziende private a progettare dove, come e con chi costruire una grande opera tanto costosa e controversa?

*

Vittorio Bodini, versi da La luna dei Borboni e altre poesie (1945 – ’61) 

Cade a pezzi a quest’ora sulle terre del Sud
un tramonto da bestia macellata.
L’aria è piena di sangue,
e gli ulivi, e le foglie del tabacco,
e ancora non s’accende un lume.

Un bisbigliare fitto, di mille voci,
s’ode lontano dai vicini cortili:
tutto il paese vuole far sapere
che vive ancora
nell’ombra in cui rientra decapitato
un carrettiere dalle cave. Il buio,
com’è lungo nel Sud! Tardi s’accendono
le luci delle case e dei fanali.

Le bambine negli orti
ad ogni grido aggiungono una foglia
alla luna e al basilico

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Flavio Almerighi, Luoghi in ombra

luoghi in ombra, sensazioni,
il cuore esce dal petto
va a viversi in pace
un’autobiografia languida
bocche di pesca dove fuggire,
restare indolente
fino alla morte solitaria del cacciatore

il desiderio più che tiepido
ondeggia tranquillo in mare,
dov’è libertà dov’è il caso
non a caso a Sud,
dove il mondo si apre
in due come una melagrana
e la luna è dello stesso colore

.

*

I cosiddetti “social”, la nuova società dalla quale nessuno vuole sentirsi escluso, non accetta di sporcarsi le mani con notizie come queste (verificatelo ad esempio mettendo in bacheca le condivisioni #noTAP: in pochi leggeranno, ancor meno condivideranno); le piattaforme devono essere il luogo del bello, del sorriso forzato e corretto, del buonismo, così da essere accettati in una cerchia e non sentirsi esclusi. INVECE RIAPPROPRIATEVI DEL SENSO CRITICO, APRITE GLI OCCHI, INFORMATEVI, SEMPRE!!

Vogliamo terminare questo articolo con un segno, la foto d’apertura: Leuca, Faro di Punta Palascia (dal web), il punto più a est d’Italia, il punto della prima alba di ogni nostro giorno…che sia di buon auspicio per una Nuova Alba del genere umano. Abbiamo volutamente omesso giudizi politici, ipocrisie buoniste, moralismi e questioni di etica, perché i fatti parlano da soli ed abbiamo evitato anche fotografie a forte impatto emotivo, perché non vogliamo sensazionalismi, ma condivisioni, conoscenza e presa di coscienza.

(by Il sasso nello stagno di AnGre)

Napul’è Pino Daniele – a cura di Giorgio Chiantini (sassi sonori)

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Napul’e’

Napule è mille culure
Napule è mille paure
Napule è a voce de’ criature
che saglie chianu chianu
e tu sai ca’ nun si sulo
Napule è nu sole amaro
Napule è addore e’ mare
Napule è na’ carta sporca e nisciuno
se ne importa e
ognuno aspetta a’ sciorta
Napule è na’ camminata
int’ e viche miezo all’ate
Napule è tutto nu suonno e a’ sape tutto o’ munno ma
nun sanno a’ verità.
Napule è mille culure…

Napoli è mille colori / Napoli è mille paure / Napoli è la voce dei bambini / che sale piano piano / e tu sai che non sei solo / Napoli è un sole amaro / Napoli è odore di mare / Napoli è una carta sporca e nessuno / se ne importa / e ognuno aspetta la sorte / Napoli è una passeggiata / nei vicoli in mezzo agli altri / Napoli è tutto un sogno e la conosce tutto il mondo / ma non conoscono la verità / Napoli è mille colori…

Canzone di denuncia in cui amore e odio convivono in antitesi, ma che inizia e finisce con quella che si può considerare una speranza per il futuro della stessa città: Napule è mille culure...

Giuseppe Daniele, napoletano del centro storico, classe 1955, artista amato da tutti noi senza esclusione di appartenenza geografica, verrà a mancare in modo tragico il 4 gennaio 2015 lasciando un’eredità musicale ed umana immensa. Oggi che la sua carriera ricomincia da un’indipendenza discografica-artistica a cui ha da sempre aspirato, appare ancor più chiara, ricca, complessa e diversa da qualsiasi routine la parabola che l’ha portato dai vicoli – dove non entra mai il sole – alle hit parade e nei templi della grande Musica, come l’Olympia di Parigi, l’Apollo di New York, il Festival di Varadero a Cuba, il Crossroad Guitar Festival di Chicago, ma anche negli stadi di tutt’Italia, all’Umbria Jazz, all’Earth Day al Circo Massimo…

A cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta Pino Daniele inventa una nuova lingua, anzi un lingo, gioca con le melodie assimilate in piazza Santa Maria La Nova, con i racconti di munacielli e belle ’mbriane delle zie, con il rock e il jazz come sogno americano, alimentando il vento di rivoluzione che scuoterà Napoli negli anni dell’impegno e che naufragherà poi nel disimpegno detto riflusso. Come Carosone riflette sull’America che è in lui e nella sua musica, utilizzando la rabbia al posto dell’ironia, anche lui detiene un piglio da capo-polo newpolitano al posto dello sfottò, che pure permea il suo canzoniere da Masaniello ma non troppo.

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Il suo leggendario super-gruppo mostra all’Italia che nella canzone c’è un Sud competitivo, che sa parlare alla nazione intera, anche usando il dialetto, che segna l’apice del neapolitan power, ma anche la sua fine: quando il sogno collettivo dell’orgoglio vesuviano lascia il passo alle carriere soliste, Daniele prende il volo, ma ha già scritto pagine destinate a rimanere, fondendo la melodia partenopea con il rock-blues, la canzone di protesta con la saudade del Vesuvio.

Il brano che dà il titolo al suo disco d’esordio, “Terra mia”, del 1977, sta a Partenope come “This land is my land” sta all’America di Woody Guthrie con un’aggiunta di sofferenza e consapevolezza storica, che non è mai autocompatimento; ma il brano che apre il disco, “Napule è” è qualcosa di più: è il canto di una generazione, l’ultima speranza prima della disillusione, poesia e rabbia, dolore e sogno impossibili di una città/nazione salvata dai ragazzini, anzi dai “criature”, dal loro canto ingenuo, pulito. E, sia detto senza dubbio alcuno, una melodia da applausi.

Nel 1979 Pino Daniele mette insieme capolavori come “Je sto vicino a te”, “Chi tene ‘o mare”, “Je so’ pazzo”, “Chillo è nu buono guaglione”, “Ue man!”, “Il mare”, “Putesse essere allero”, “E cerca ‘e me capì” con un’ispirazione che lascia allibiti per lucidità e varietà: mentre la canzone d’autore italiana si piega al messaggio, lui la libera da ogni stilema, rischia i passaggi in radio per le parolacce, parla di diversità e di ecologia prima che questi temi diventino di moda.

Giuseppe Daniele detto Pino, napoletano del centro storico, classe 1955.

[Giorgio Chiantini – notizie tratte dal sito web dell’artista]