Carmelo Bene, due poesie giovanili

carmelo

“Le poesie giovanili di Carmelo Bene (Campi Salentina, 1 settembre 1937 Roma, 16 marzo 2002) rappresentano la forma più embrionale e pura del genio che in seguito si rivelerà. I manoscritti originali, rimasti inediti fino ad ora, costituiscono la parte più consistente di quest’opera e vennero donati da mio zio Carmelo a mia nonna Amelia poco dopo la loro creazione affinché li serbasse nel cuore, e li custodisse.” – Stefano De Mattia, il nipote di Carmelo Bene, nella prefazione a Ho sognato di vivere! Poesie giovanili (Bompiani, 2021), versi scritti tra il 1950 e il 1958, di cui si condividono due componimenti.

*

A te, malinconia,
piuma sospinta da ricordi dolci
nega quiete
la memoria beffarda.
Una mano febbrile,
in cerca d’abbandoni,
sfiora la carta
per consumar carezze
e pensieri scontati
invitano parole
a tingersi di nero!

~

Son salito lassù. Dove il selciato
corre il suo squilibrio di pietra,
s’addolcia asfalto, rompe
nelle pozze che sibilano, nei cesti
di soffitta pesanti di borea.
Nelle pesche sull’asse i pensieri
dai denti di tarlo. Nel tempo
che divora il davanzale,
ai fanali pazzi di vento,
ai fili che corrono di sotto
verso l’isola che non c’è mai stata.

Nei cappelli rossi fasciati di cotone,
dorme il carnevale tutti
i suoi colori. L’orologio
fermo sull’ora in cui non sei venuta.

Dalla volta ricurva che s’inarca,
cupa, dove s’acceca il firmamento,
ai vetri sporchi, telaio di luce,
alle quattro.

*

Notizie:

https://www.sapere.it/sapere/pillole-di-sapere/cultura-e-spettacolo/carmelo-bene-biografia-teatro-carriera.html

Lorenzo Calogero, tre poesie

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Tre poesie di Lorenzo Calogero ( (Melicuccà, Reggio di Calabria, 1910 – ivi 1961)

*

I baci, le persiane verdi,
verdi alberi modesti, verdi mobili intorno
sulle piagge dell’orto.
Trepido è un disegno sui tetti.
Una corolla scivola su persone morte.
Sapevi quanto intatto, leggiadro un desiderio,
era colpo di un sogno dischiuso,
sogno chiuso leggero di una morte.

~

Gelide parvenze, la vita acre dei segni
conosco. Non è finito lo spazio.
Io mi corrompo. Non so l’aurora quale il ladro
del tempo rapido senza scampo. È murmure
il suo sonno a una risposta a sommo
di una tomba nascosta che ti trasporta,
e, di trasporto in trasporto, è il suono
dell’essere felice, gioia non tersa
calma nel suo fondo. E se nel suo velo
un corpo dietro un passo senza peso
vede, triste io ti domando. I cieli
sono sciupati, emersi dentro un raggio.
Nell’isola che li contiene
è una rondine felice.

~

Panorami grandissimi
a perdita d’occhio si stendono,
s’aprono nuovi orizzonti,
si squarciano gole.
Noi non sappiamo parlare.
Dove siamo andati a cadere?
Nel centro alluvionale della terra?
L’occhio vacua da orizzonte a orizzonte
e si spaura.
Per questo siamo nati:
per vedere nuovo profondissimo orizzonte,
perché la nostra generazione
non vada dispersa
fra acini, fondi nebulosi,
mostri furiosi, i cavalloni
del mare.
Lottiamo sottoterra
e percepiamo.

Versi di Rocco Scotellaro

Quattro poesie di Rocco Scotellaro

*

La terra mi tiene

Lunga strada seppur deserta

dove puoi menarmi non vedo

punto d’arrivo.

.

Scordarmi i vivi per ritrovarli

con tutto il peso che mi porto

della vita che m’è nata

i fiori son cresciuti la luce li accende.

.

Sradicarmi? la terra mi tiene

e la tempesta se viene

mi trova pronto.

.

Indietro

ch’è tardi

ritorno a quelle strade rotte in trivi oscuri.

.

(Tivoli, 1942)

.

.

Campagna

.

Passeggiano i cieli sulla terra

e le nostre curve ombre

una nube lontano ci trascina.

Allora la morte è vicina

il vento tuona giù per le vallate

il pastore sente le annate

precipitare nel tramonto

e il belato rotondo nelle frasche.

.

(1948)

.

.

Primavera

.

Stanotte il cielo è un mandorlo fiorito

e nella valle il cuculo già freme.

.

(1941)

.

.

Sempre nuova è l’alba

.

Non gridatemi più dentro,

non soffiatemi in cuore

i vostri fiati caldi, contadini.

.

Beviamoci insieme una tazza colma di vino!

che all’ilare tempo della sera

s’acquieti il nostro vento disperato.

.

Spuntano ai pali ancora

le teste dei briganti, e la caverna –

l’oasi verde della triste speranza –

lindo conserva un guanciale di pietra…

.

Ma nei sentieri non si torna indietro.

Altre ali fuggiranno

dalle paglie della cova,

perché lungo il perire dei tempi

l’alba è nuova, è nuova.

.

(1948)

.

Bartolo Cattafi, due poesie

Versi da Tutte le poesie (Ed.Le Lettere) di Bartolo Cattafi (Barcellona Pozzo di Gotto, 1922 – Milano, 1979)

*

SCIROCCO IN SICILIA

Alle porte del Sud róse dal mare
agavi e capre bivaccano covando
il sangue fatto polvere nei secoli
vecchio odore immobile del mondo.

Mezzogiorno su razze dolorose
favola sbarcata come un padre
lamento della sete dei cammelli
ogni ulivo è per te una bandiera
ogni cuore l’arancia ritrovata
ogni donna la cavalla cavalcata.

Colmate le chiese d’incenso e di gridi
come battelli di spezie e di limoni
fanciulle atroci sull’antica schiena
affogano cantando il grosso sesso
uccello starnazzante rosso e nero
in un bagno mordace d’acquasanta.

Caldo corpo di favola e fuga
tinnante del frumento dalle pietre
Scirocco spada di Dio in processione
rosa in mano alle grige famiglie
nuvola e sonno maturo sopra i tetti.

Un’ombra di geranio macchia il muro
una salma appassisce nel deserto
come un sacco di miele abbandonato
Scirocco curvo lutto luminoso
alitante l’aroma del Corano
sul folle gesto del sangue crocifisso.

Per noi urlano gli occhi solitari
per noi la carne è uno sperso animale
per noi il pianto è una bianca corona
di farfalle impazzite nelle stoppie.

Germoglia il tuo latte tagliente
dentro gole oscure uteri muti
Sicilia sposa di capri e di califfi
Sicilia offerta all’immenso assalto
del vento che trascina tristi quaglie
oltre il mare cedendole agli ulivi.

~

LINEA DI COSTA

Una linea segnata
in nessuna mappa
perché passa per la mia anima
divide il mare dalla terra
a volte filo teso
s’accende e vibra a certi venti
a volte s’allasca e sbatacchia
arco flaccido che sbatte a destra
che sbatte a manca
trasforma mezzelune di mare in terra
spicchi di terra in mare
in modo alterno sbalestra
l’assetto delle cose
l’alga sull’aia
sott’acqua l’erba medica
a volte scompare
sotto un banco di nebbia
e non sai se l’ansante rimorchiatore
senza controllo
a lumi spenti s’inerpica sulle colline.
Vorresti allora una mappa più netta
passarci sopra il palmo della mano
inchiodarla sull’asse
soffiare sulla nebbia
buttarci di notte
la luce della lampadina.

*

Biografia

Salvatore Toma, due poesie

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Salvatore Toma (Maglie – LE, 1951–1987), tre poesie

*

Ci sono rocce desolate
sulla Badisco alta
giostrellate da un vento
profumato di rosmarino
e di erbe selvagge.
Un lontanissimo giorno
mi stesi a prendere il sole
a precipizio sul mare
illuso di possedere
il cielo e la terra.
Quasi quasi m’assopivo
se non c’era
il garrire alto del rondone
a volte urtante
a volte lento come d’estate
il miracolo dei papaveri.
Mi girai di lato
ammaliato da un maggiolino
a guardarlo con occhi di lente
da vicino. Mi pareva
una terrena stella vivente
amori impenetrabili segreti…
che ne sapevo
che tu eri già nata
dov’eri
e che le tue labbra di vela
i tuoi occhi
la tua smania di vivere
brillavano più dei suoi colori?

~

Arriverà la vita
arriverà
arriveranno le grandi cime
mosse dal vento
l’azzurro dei fiumi
e la neve
e i giorni senza peccato.
Arriverà
la squaw dei tuoi pensieri
l’anima ideale
i figli ideali
e la vita.
Arriverà la primavera
coi suoi fiocchi rosa
come se avesse partorito
la femminilità.
Arriverà la gioia di vivere
a costo di morire.
Ritorneranno le mandrie di bisonti
a ricordarci i polveroni americani.
All’orizzonte
li avvisteremo come
una enorme traumatica onda gialla.
Ritorneranno gli indiani
i bambini chiassosi
con gli archi finti fantasiosi.
Ritorneranno
le squaw a lavare i panni
sulle rive dei fiumi celestiali
e il cane randagio fra le tende
che nessuno si sogna di cacciare.
Ritornerà
la vista dei castori
innocenti roditori di tronchi
e le loro tane
le loro gallerie
l’aria delle praterie
e l’odore leggendario
dello sterco dei cavalli.
Ritornerà
il pioniere costruito d’avventure
di partenze di speranze
di terre promesse.
Arriverà la vita,
arriverà,
palazzi città auto ferrovie
saranno dilaniati come antilopi.
Il leone che è in noi
ruggirà in maniera mai sentita
sbranando uomini e donne
bambini invecchiati
e vecchi arroganti
malati di dominio.
Arriverà la pace
il silenzio mosso
da un canto divino.
Ci sentiremo lo stomaco
svuotato di carni
non avremo bisogno di mangiare
respireremo vento
aria neve gelsi
il selvatico che è in noi
prevarrà.
La verità
arriverà.

Vittorio Bodini, due poesie

9~Leuca - Faro di Punta Palascia

Vittorio Bodini nasce il 6 gennaio del 1914 a Bari da genitori leccesi, che prestissimo si trasferiscono a Lecce con lui. A diciotto anni fonda un gruppo futurista e nel 1937 si iscrive alla Facoltà di Filosofia di Firenze, dove si laurea nel 1940; tornato a Lecce, con Oreste Macrì cura le pagine di alcune riviste e pubblica le prime poesie. Nel 1946 si trasferisce in Spagna come lettore d’italiano e poi antiquario e nel 1950 rientra a Lecce, dove dopo due anni riceve la cattedra di Letteratura Spagnola presso l’Università di Bari. Continua ad avere rapporti stabili con il Salento, anche se negli ultimi dieci anni si è trasferito a Roma, dove muore il 19 dicembre 1970. È autore di pochi, ma preziosi libri di poesia: La luna dei Borboni (1952), Dopo la luna (1956), Metamor (1967) e Poesie (1972, postuma).

*

Cade a pezzi a quest’ora sulle terre del Sud
un tramonto da bestia macellata.
L’aria è piena di sangue,
e gli ulivi, e le foglie del tabacco,
e ancora non s’accende un lume.

Un bisbigliare fitto, di mille voci,
s’ode lontano dai vicini cortili:
tutto il paese vuole far sapere
che vive ancora
nell’ombra in cui rientra decapitato
un carrettiere dalle cave. Il buio,
com’è lungo nel Sud! Tardi s’accendono
le luci delle case e dei fanali.

Le bambine negli orti
ad ogni grido aggiungono una foglia
alla luna e al basilico.

da La luna dei Borboni e altre poesie (1945 – 61)

~

Tutto un paese sorge contro un uomo
condannato al coraggio:
le torri aragonesi a rombo sulla scogliera
e le case alte un palmo
(e doverti pregare di sorridere!),
come il cucito su cui cade a picco
il profilo severo delle cucitrici
in una poca luce d’oleandri.
Mi sarebbe costato meno uccidere,
in quest’inefficace lume di luna
schiacciata ai poli e preda di vapori
d’un rissoso occidente,
che dover dire: «un uomo come me »,
e sentire lo spazio per tutti e quattro i costati
torcersi come rame bianco, e le stoppie bruciare
in fumo senza vampe.
Le cose si feriscono anche senza di noi.
Che cos’ha questo viso? Io non avrei dovuto
uscire così illeso dai miei naufragi e segnare
nuovi fatti insensati sul bilancio del vivere,
eppure il tempo non si vendica, serba una traccia
dell’antica fierezza che morì
nelle disabitate tombe sparse
fra questi scogli che corrode il mare
e lo zolfo di sommersi vulcani.
È lì che vaga la notte la tua anima
di uomo come me, di me che credo
in quegli avi sepolti per tanti secoli
con un profilo come il mio
con cui guidavano
il corso delle navi e dei cavalli
e amavano pazienti donne dagli occhi d’uva.
Come si dibatte l’omuncolo nell’intrico del sangue
di quell’offesa somiglianza – e intanto perde terreno!
Vedilo dunque saltare, saltare infinitamente
fra queste tombe greche
accecate di terra, in riva al mare,
sparire nelle grotte, ricomparire
col viso tumefatto dal dolciastro egoismo
d’essere ancora vivo senza pietà.

da “Dopo la luna” 1952-1955

*

in apertura: Faro di Punta Palascìa, Otranto (LE)

Tutto il paese vuole far sapere che vive ancora

Un bisbigliare fitto, di mille voci,
s’ode lontano dai vicini cortili:
tutto il paese vuole far sapere
che vive ancora

(Vittorio Bodini)

Grazie per la sensibilità. Dovere delle Arti è anche quello di salvare la Terra e l’Uomo. Informatevi e per cortesia condividete. Tanti, troppi cittadini italiani NON sanno cosa sta succedendo in quella che per altri motivi rivendicano come casa propria…Qui nel Salento lo Stato ha autorizzato una multinazionale a rubare terra e libertà. Nessuno è escluso. Salento siamo tutti quelli che credono in qualcosa di più per il proprio domani e per il domani dei propri figli. Informatevi! Girare la testa non salverà nessuno.

Portiamo subito all’attenzione il fatto più inquietante e che da solo basterebbe a fare indignare e quindi reagire chiunque abbia una memoria storica e, magari, anche quel qualcos’altro ormai del tutto assente in una umanità che è stata addomesticata al male, abituata-avvelenata a piccole dose continue e, così sedata, resa schiava, tanto da reputare ormai normale quello che normale non è: 2 KM DI MURO E FILO SPINATO, IN ITALIA, PUGLIA, SALENTO, NON ALTROVE, “in questa fetta del territorio salentino sottratta alla sovranità popolare, finanche al libero esercizio del diritto di cronaca dei giornalisti, e trasformata in territorio dell’ Azerbaigian, sotto protettorato svizzero, vigilato dalle Forze dell’ Ordine dello Stato italiano.” (http://www.leccecronaca.it/index.php/2017/11/20/il-muro-di-melendugno-una-vergogna-mondiale/)

Poi, per evitare di urlare davanti a ciò, raccolgo la razionalità e traggo solo qualche rigo dal web: tra giugno, luglio e agosto 2017 gli stabilimenti balneari hanno registrato una crescita del 16% rispetto al 2016 (fonte: CNA Balneatori), un incremento dei turisti stranieri del 5% sullo stesso periodo dell’anno scorso e un aumento generalizzato in tutte le regioni costiere, con il primato all’Emilia Romagna (+25%) seguita da Puglia (+23%) e Sicilia (+22%). Come dire che all’Italia NON conviene per nessuna ragione deturpare il proprio patrimonio ambientale. E, invece, IN PUGLIA che succede?

Angela Greco AnGre – #noTAP 

*

dall’editoriale di Bill McKibben: Gli europei, giustamente, prendono in giro il Presidente Trump, perché nega il cambiamento climatico. E tuttavia si stanno attivando per costruire uno dei più grandi gasdotti nel mondo – le somme di denaro che vogliono investire in questo progetto sarebbero giustificate solo se TAP fosse operativo per interi decenni. Fondamentalmente, l’Europa e i governi nazionali che sono coinvolti stanno dicendo che “nel 2017 ci aspettiamo che l’Europa sia ancora dipendente dai combustibili fossili.”

Stanno dicendo questo proprio nel momento in cui sta diventando chiaro quanto terribili possono essere gli effetti del cambiamento climatico. Siamo alla fine dei tre anni più caldi mai registrati sul nostro pianeta, e l’Europa stessa ne ha visto gli effetti: incendi boschivi di vasta portata sono ormai un avvenimento regolare, e sono causati dagli stessi episodi di siccità che hanno trasformato alcune delle valli più fertili del pianeta in deserti temporanei. Poi, quando il clima si ribella, lo fa nel peggiore dei modi.

Nel frattempo, TAP arriva proprio nel momento in cui il costo delle energie rinnovabili sta crollando. Qualunque prospetto giustificasse la costruzione del gasdotto qualche anno fa oggi è sicuramente datato: ogni tre mesi il costo dell’energia solare ed eolica si abbassa. E tra cinquant’anni? L’Europa starà ancora pagando un gasdotto che non servirà a nulla, se non come reperto museale di una tecnologia arcaica. Questo era lo scopo preciso della Conferenza di Parigi sul clima: dovevamo smettere di costruire nuove infrastrutture per i combustibili fossili, e abbandonare progressivamente la dipendenza dal gas e dal petrolio che avevamo già estratto.

(http://www.recommon.org/ferma-gasdotto-tap-bill-mckibben/)

Il Prefetto limita la libertà di circolazione a San Foca (Lecce) e assegna le aree adiacenti il cantiere “nella disponibilità delle forze di polizia”, mentre TAP distribuisce brioches e cappuccini al centro commerciale e diffonde un filmato in cui si vede la sede melendugnese fatta oggetto di scritte e lanci di uova. Ma tutto questo sembra non bastare a convincere la popolazione a desistere e rinunciare alla battaglia contro il gasdotto. Anzi, il fronte locale del NO appare ancora più determinato e compatto e riceve sponda anche dal resto dell’Europa.

“Non ci piegheremo davanti alla repressione messa in atto dallo Stato. Continueremo la nostra lotta, sempre più determinati, forti, convinti!”, scrive il movimento No TAP sulla sua pagina facebook.

(http://www.tagpress.it/ambiente/scatta-la-disobbedienza-no-tap-proteste-anche-in-europa-20171115)

in Salento barriere antisfondamento al posto dei muretti a secco – LECCE, Campagne di Melendugno blindate attorno al cantiere del gasdotto Tap, con barriere antisfondamento, recinzioni e cancelli tirati su in poche ore nelle proprietà private. Prende forma così la zona rossa attorno al gasdotto transadriatico proveniente dall’Azerbaijan, con 24 particelle di terreno (fuori dal tracciato del gasdotto) requisite. Al loro interno accesso e transito sono inibiti a chiunque (tranne i proprietari di case e terreni muniti di appositi permessi) e i giornalisti sono stati accompagnati sul cantiere dalla polizia per pochi minuti. Nell’area cuscinetto, voluta dal prefetto di Lecce Claudio Palomba, nessuno potrà entrare, almeno per un mese, al fine di evitare manifestazioni di protesta, presidi e contestazioni […] Diversi contadini hanno dovuto rinunciare alla raccolta delle olive, poiché l’ordinanza prevede che l’ingresso in area rossa avvenga solo singolarmente e dietro riconoscimento. Esclusi a priori i No Tap, che dopo otto mesi hanno dovuto abbandonare il presidio, compreso nella parte interdetta, ma cercano nuove forme per manifestare – insieme all’amministrazione comunale di Melendugno – la contrarietà all’opera. Per il sindaco Marco Potì, l’ordinanza del prefetto è “sovradimensionata” rispetto alle necessità di tutela del cantiere e “troppo oppressiva” delle libertà dei cittadini.

(http://bari.repubblica.it/cronaca/2017/11/15/news/gasdotto_tap_in_salento_barriere_antisfondamento_al_posto_dei_muretti_a_secco_il_cantiere_e_una_trincea-181144814/)

Il maxi-progetto Tap, presentato ai cittadini italiani come una grande opera strategica per liberare l’Europa dalla dipendenza dal metano russo, rischia invece di passare alla storia come il gasdotto dei tre regimi. L’ESPRESSO documenta decine di connessioni societarie (aziende con gli stessi amministratori o azionisti) fra tre blocchi di potere politico-economico, che portano al presidente turco Erdogan, al dittatore azero Aliyev e agli oligarchi russi legati a Putin.

(http://espresso.repubblica.it/inchieste/2017/04/14/news/tap-il-gasdotto-dei-tre-regimi-erdogan-aliyev-amp-putin-spa-1.299622)

Tap, gli affari sporchi degli uomini del gasdotto – Il manager finito in mezzo a un caso di riciclaggio mafioso, l’azero con la società offshore svelata dai Panama papers, l’uomo d’affari scelto perché ha buoni agganci con la politica e il condannato per furto di libri antichi. Ritratto dei nomi più importanti legati alla maxi opera. Un intreccio di vicende pubbliche e segreti privati che rilancia quel groviglio di interrogativi che fanno da detonatore delle proteste esplose in Puglia: chi ha deciso l’attuale tracciato? È davvero necessario far passare miliardi di metri cubi di gas tra spiagge meravigliose e oliveti secolari, anziché dirottare i maxi-tubi in zone già industrializzate, che si potrebbero disinquinare con una minima parte dei fondi del Tap? Come mai i finanziamenti pubblici europei sono stati incamerati da una società-veicolo con azionisti svizzeri? Se è vero che il gasdotto è strategico per molti Stati sovrani, perché sono le aziende private a progettare dove, come e con chi costruire una grande opera tanto costosa e controversa?

*

Vittorio Bodini, versi da La luna dei Borboni e altre poesie (1945 – ’61) 

Cade a pezzi a quest’ora sulle terre del Sud
un tramonto da bestia macellata.
L’aria è piena di sangue,
e gli ulivi, e le foglie del tabacco,
e ancora non s’accende un lume.

Un bisbigliare fitto, di mille voci,
s’ode lontano dai vicini cortili:
tutto il paese vuole far sapere
che vive ancora
nell’ombra in cui rientra decapitato
un carrettiere dalle cave. Il buio,
com’è lungo nel Sud! Tardi s’accendono
le luci delle case e dei fanali.

Le bambine negli orti
ad ogni grido aggiungono una foglia
alla luna e al basilico

.

Flavio Almerighi, Luoghi in ombra

luoghi in ombra, sensazioni,
il cuore esce dal petto
va a viversi in pace
un’autobiografia languida
bocche di pesca dove fuggire,
restare indolente
fino alla morte solitaria del cacciatore

il desiderio più che tiepido
ondeggia tranquillo in mare,
dov’è libertà dov’è il caso
non a caso a Sud,
dove il mondo si apre
in due come una melagrana
e la luna è dello stesso colore

.

*

I cosiddetti “social”, la nuova società dalla quale nessuno vuole sentirsi escluso, non accetta di sporcarsi le mani con notizie come queste (verificatelo ad esempio mettendo in bacheca le condivisioni #noTAP: in pochi leggeranno, ancor meno condivideranno); le piattaforme devono essere il luogo del bello, del sorriso forzato e corretto, del buonismo, così da essere accettati in una cerchia e non sentirsi esclusi. INVECE RIAPPROPRIATEVI DEL SENSO CRITICO, APRITE GLI OCCHI, INFORMATEVI, SEMPRE!!

Vogliamo terminare questo articolo con un segno, la foto d’apertura: Leuca, Faro di Punta Palascia (dal web), il punto più a est d’Italia, il punto della prima alba di ogni nostro giorno…che sia di buon auspicio per una Nuova Alba del genere umano. Abbiamo volutamente omesso giudizi politici, ipocrisie buoniste, moralismi e questioni di etica, perché i fatti parlano da soli ed abbiamo evitato anche fotografie a forte impatto emotivo, perché non vogliamo sensazionalismi, ma condivisioni, conoscenza e presa di coscienza.

(by Il sasso nello stagno di AnGre)

Napul’è Pino Daniele – a cura di Giorgio Chiantini (sassi sonori)

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Napul’e’

Napule è mille culure
Napule è mille paure
Napule è a voce de’ criature
che saglie chianu chianu
e tu sai ca’ nun si sulo
Napule è nu sole amaro
Napule è addore e’ mare
Napule è na’ carta sporca e nisciuno
se ne importa e
ognuno aspetta a’ sciorta
Napule è na’ camminata
int’ e viche miezo all’ate
Napule è tutto nu suonno e a’ sape tutto o’ munno ma
nun sanno a’ verità.
Napule è mille culure…

Napoli è mille colori / Napoli è mille paure / Napoli è la voce dei bambini / che sale piano piano / e tu sai che non sei solo / Napoli è un sole amaro / Napoli è odore di mare / Napoli è una carta sporca e nessuno / se ne importa / e ognuno aspetta la sorte / Napoli è una passeggiata / nei vicoli in mezzo agli altri / Napoli è tutto un sogno e la conosce tutto il mondo / ma non conoscono la verità / Napoli è mille colori…

Canzone di denuncia in cui amore e odio convivono in antitesi, ma che inizia e finisce con quella che si può considerare una speranza per il futuro della stessa città: Napule è mille culure...

Giuseppe Daniele, napoletano del centro storico, classe 1955, artista amato da tutti noi senza esclusione di appartenenza geografica, verrà a mancare in modo tragico il 4 gennaio 2015 lasciando un’eredità musicale ed umana immensa. Oggi che la sua carriera ricomincia da un’indipendenza discografica-artistica a cui ha da sempre aspirato, appare ancor più chiara, ricca, complessa e diversa da qualsiasi routine la parabola che l’ha portato dai vicoli – dove non entra mai il sole – alle hit parade e nei templi della grande Musica, come l’Olympia di Parigi, l’Apollo di New York, il Festival di Varadero a Cuba, il Crossroad Guitar Festival di Chicago, ma anche negli stadi di tutt’Italia, all’Umbria Jazz, all’Earth Day al Circo Massimo…

A cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta Pino Daniele inventa una nuova lingua, anzi un lingo, gioca con le melodie assimilate in piazza Santa Maria La Nova, con i racconti di munacielli e belle ’mbriane delle zie, con il rock e il jazz come sogno americano, alimentando il vento di rivoluzione che scuoterà Napoli negli anni dell’impegno e che naufragherà poi nel disimpegno detto riflusso. Come Carosone riflette sull’America che è in lui e nella sua musica, utilizzando la rabbia al posto dell’ironia, anche lui detiene un piglio da capo-polo newpolitano al posto dello sfottò, che pure permea il suo canzoniere da Masaniello ma non troppo.

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Il suo leggendario super-gruppo mostra all’Italia che nella canzone c’è un Sud competitivo, che sa parlare alla nazione intera, anche usando il dialetto, che segna l’apice del neapolitan power, ma anche la sua fine: quando il sogno collettivo dell’orgoglio vesuviano lascia il passo alle carriere soliste, Daniele prende il volo, ma ha già scritto pagine destinate a rimanere, fondendo la melodia partenopea con il rock-blues, la canzone di protesta con la saudade del Vesuvio.

Il brano che dà il titolo al suo disco d’esordio, “Terra mia”, del 1977, sta a Partenope come “This land is my land” sta all’America di Woody Guthrie con un’aggiunta di sofferenza e consapevolezza storica, che non è mai autocompatimento; ma il brano che apre il disco, “Napule è” è qualcosa di più: è il canto di una generazione, l’ultima speranza prima della disillusione, poesia e rabbia, dolore e sogno impossibili di una città/nazione salvata dai ragazzini, anzi dai “criature”, dal loro canto ingenuo, pulito. E, sia detto senza dubbio alcuno, una melodia da applausi.

Nel 1979 Pino Daniele mette insieme capolavori come “Je sto vicino a te”, “Chi tene ‘o mare”, “Je so’ pazzo”, “Chillo è nu buono guaglione”, “Ue man!”, “Il mare”, “Putesse essere allero”, “E cerca ‘e me capì” con un’ispirazione che lascia allibiti per lucidità e varietà: mentre la canzone d’autore italiana si piega al messaggio, lui la libera da ogni stilema, rischia i passaggi in radio per le parolacce, parla di diversità e di ecologia prima che questi temi diventino di moda.

Giuseppe Daniele detto Pino, napoletano del centro storico, classe 1955.

[Giorgio Chiantini – notizie tratte dal sito web dell’artista]