da Ninnananna di Cape Cod – di Iosif Brodskij

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da Ninnananna di Cape Cod

di Iosif Brodskij

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Metti in serbo per le stagioni fredde

queste parole, per le stagioni dell’ansia!

Come il pesce sulla sabbia, l’uomo sopravvive:

se si trascina agli arbusti e s’alza

su gambe incerte e storte va, come un rigo dalla penna,

nelle viscere stesse della terra.

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(VIII, prima strofa – tratta da La forma del tempo,

raccolta Un secolo di poesia, a cura di N.Crocetti per Corriere della Sera

immagine: opera di Maggie Taylor)

Legami di terra: A Bonura di Cataldo Antonio Amoruso

agro di Cirò Marina -fotografia di Cataldo Antonio Amoruso
agro di Cirò Marina con lo Jonio sullo sfondo (ph.Cataldo Antonio Amoruso)

 

A Bonura 

mi chiama ancora
il freddo variegato delle argille
come fine a se stesso si sente nell’aria
il richiamo dei caprai, echeggia
nel vuoto di fiumara, gli oleandri
solitari si offrono alle anse
ché grama la vita non scuote più i fondali
e le sabbie non dànno sul limitare
più che rifugi miseri agli armenti

risalgo negli sguardi perduti sui crinali
li infestano ai pendìi assidue le festuche
le stoppie crepitanti, le pagliuche
color dell’oro prima che a sera brucino

anche le strade si sono fermate
per tempo han rinunciato a questa quota di Bonura

che tu solo, padre, con rabbia carezzavi

ne rimane l’incanto
di quello sprazzo a mare
un labbro gonfio tra due seni verdi
di desiderio d’infanzia e afrori

mi alberga sempre un greto di ricordi e di pensieri
dove inseguo per labirinti le mie formiche a vela.

Nel medio evo, anni ’50 del ‘900- so di parlare di un’altra era- ai latifondisti vennero confiscati, nel Sud d’Italia, molti terreni, che vennero distribuiti, quotizzati, ai contadini… (vedere legge Gullo e Opera Valorizzazione Sila, o Ente Sila, per quel che riguarda la Calabria); ovviamente i rapporti di potere nella società non cambiarono, credo di poter dire, ma ormai questi sono argomenti che non fanno testo, in un paese dove la storia si può scrivere quasi sempre con la ‘esse’ minuscola. A mio padre toccò in sorte (nel vero senso della parola: fu sorteggiata) una ‘quota’ di terreno che sarebbe risultata difficile da raggiungere anche alle capre… e certamente non avrebbe mai dato di che sfamare una famiglia. Non a caso quel sito si chiama ‘Bonura’, la buon’ora… almeno un po’ di ironia!

[Cataldo Antonio Amoruso]

Antonio Machado, da Campi di Castiglia

a.

 

Dice la speranza: un giorno

la vedrai, se sai aspettare.

E lo scoramento: lei

non è che la tua amarezza.

Ma tu batti, cuore…Tutto

non l’ha inghiottito la terra.

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Dice la esperanza: un día

la verás, si bien esperas.

Dice la desesperanza:

sólo tu amargura es ella.

Late, corazón…No todo

se lo ha tragado la tierra.

*

Antonio Machado, da Campi di Castiglia

tratto da Antnio Machado, Il canto dell’uomo – Un secolo di poesia, Corriere della Sera

L’amoroso abbraccio di Frida

Frida Kahlo - L'amoroso abbraccio dell'universo

Frida Kahlo, L’amoroso abbraccio dell’universo, la terra (Messico), io, Diego e il signor Xólot (1949) – olio su tavola, cm 70 x 60,5

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Questo quadro di Frida Kahlo ha una straordinaria ricchezza di simboli, legati soprattutto alla mitologia e alla cultura messicana. L’opera fu realizzata da nel 1949 ed il tema principale della pittura riguarda la maternità presentata in un contesto pieno di elementi e riferimenti riguardanti la mitologia azteca e del Messico: vita e morte, notte e giorno, sole e luna, uomo e donna, insieme con le dee creatrici della Terra e della Vita.

Frida, a causa dell’incidente che la coinvolse quand’era ancora adolescente, non poté mai avere figli; così, nel dipinto il suo ruolo di madre viene espresso tenendo in braccio Diego Rivera, pittore fra i più importanti del ‘900 messicano, e compagno di Frida Kahlo per tutta la vita.

 Simbolicamente Frida vuole esprimere la complessità del rapporto amoroso in cui la donna svolge anche il ruolo della madre nei confronti del suo compagno, alimentando la vita, mentre all’uomo è conferito il compito di portare sulla sua fronte il terzo occhio, quello della saggezza, come in questo caso si vede sulla fronte di Diego stesso. L’occhio permette l’unione e la continuità del rapporto fra i due. Dietro queste figure, che potremmo identificare come sposi, si staglia la dea Madre della terra azteca, Cihuacoatl, scolpita nella pietra e, ancora, dietro alla statua e ai due protagonisti, Frida ha dipinto la Madre Universale, che a sua volta li abbraccia tutti e li contiene.

 In primo piano, sulla sinistra, è ritratto il cane di Frida, Itzcuintli Señor Xolotl, che rappresenta Xólotl, il guardiano del mondo dei morti, che ha preso forma di cane per poter osservare il mondo terrestre e sul cui dorso i morti vengono trasportati di notte nel mondo degli inferi. Nel dipinto Xolotl ha anche il compito di vegliare sul rapporto amoroso di Frida e Diego.

 (testo adattato da cultura.biografieonline.it per Sassi d’arte scelti da AnGre))

Frida Kahlo - part. da L'amoroso abbraccio dell'universo
particolari dell’opera

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(per gentile concessione di: The Jacques and Natasha Gelman Collection of 20th Century Mexican Art and The Vergel Foundation, Cuernavaca © Banco de México Diego Rivera & Frida Kahlo Museums Trust, Mexico)

Cesare Pavese, due poesie da La terra e la morte

Giorgio Morandi – La strada bianca – 1939 – Collezione privata
Giorgio Morandi, La strada bianca (1939) – collezione privata

 

Tu sei come una terra

che nessuno ha mai detto.

Tu non attendi nulla

se non la parola

che sgorgherà dal fondo

come un frutto tra i rami.

C’è un vento che ti giunge.

Cose secche e rimorte

t’ingombrano e vanno nel vento.

Membra e parole antiche.

Tu tremi nell’estate.

[29 ottobre 1945]

 

*

 

Tu non sai le colline

dove si è sparso il sangue.

Tutti quanti fuggimmo

tutti quanti gettammo

l’arma e il nome. Una donna

ci guardava fuggire.

Uno solo di noi

si fermò a pugno chiuso,

vide il cielo vuoto,

chinò il capo e morì

sotto il muro, tacendo.

Ora è un cencio di sangue

e il suo nome. Una donna

ci aspetta alle colline.

[9 novembre 1945]

 

*

da Cesare Pavese, Le poesie – Einaudi

Grecale (Antonino Caponnetto)

Vladimir Pajevic

Rasoi, coltelli, sì?

                                                               Per soli amici!

                                                               E argenti, lapis, labili vernici

                                                               o minimi tesori? Superfici

                                                               dove specchiarsi! Per

                                                               soli nemici.

 

Domani? È l’orizzonte. Avrà un sapore

dolce di rosse labbra mordicchiate

all’ombra luminosa dei giardini

muscosi, sul pietrame, sui gradini

verdognoli nel verde meridiano.

 

Allora avrà grandiose vele il vento,

soffiando di grecale. Avrà un mantello

Icaro al suo ritorno nella quiete

notturna dei fondali.

 

E dove in altro tempo

case c’erano e bilichi, la neve

cadrà di nuovo e l’Agorà stupita

vedrà di nuovo accesi i suoi fanali.

 

Tutta luce sarà la bianca rena

sulle prode sommerse dalla luna,

al vento scoprirà le spoglie ossute

delle genti cadute.

 

Domani? È dove ancora il gelso antico

fa cadere il suo frutto color viola

sulla morbida terra

a lenir fame che, brutale, afferra

 

ma non è più se passa inverno e viene,

vertiginosa madre, l’Utopia

mordendosi le labbra lungo il volo,

se gli olimpici Dei, possenti ancora,

per nuovi azzardi vanno, e gelsomini.

 

 

[Antonino Caponneto, La colpa del Re – Campanotto Editore, 2002]

da La terra e la morte di Cesare Pavese

anticipation-of-nights-shelter
Vladimir Kush – Anticipation of nights shelter

 

Terra rossa terra nera,

tu vieni dal mare,

dal verde riarso,

dove sono parole

antiche e fatica sanguigna

e gerani tra i sassi –

non sai quanto porti

di mare parole e fatica,

tu ricca come un ricordo,

come la brulla campagna,

tu dura e dolcissima

parola, antica per sangue

raccolto negli occhi;

giovane, come un frutto

che è ricordo e stagione –

il tuo fiato riposa

sotto il cielo d’agosto,

le olive del tuo sguardo

addolciscono il mare,

e tu vivi rivivi

senza stupire, certa

come la terra, buia

come la terra, frantoio

di stagioni e di sogni

che alla luna si scopre

antichissimo, come

le mani di tua madre,

la conca del braciere.

[27 ottobre 1945]

*

(Cesare Pavese, Poesie – Einaudi)

Un biglietto per parlare con Dio (Nunzio Tria)

Genova

Darei tutte le cose

cui tengo di più

e rinuncerei a tutte le altre

cui anelo ancora

 

per sapere come fai

a creare dei colori così

nei tramonti e nelle acque?

 

Come fai

a perpetuare l’ubertà dei fiori e delle terre?

 

Come fai a fare stelle

e occhi così

che mi commuovono?

 

Come hai fatto a fare tutto

e UNA così,

 

che mi perdo?

*

(riportata come nella pagina tratta dalla raccolta di poesie “Enucleo”(2004) pubblicata con la casa Editrice Campanotto (Udine) e con la  prefazione del noto e compianto critico d’arte Carlo Federico Teodoro)

http://disfonie.blogspot.com/2010/02/unucleo-nunzio-tria.html 

Anche tu sei l’amore ed altri versi: omaggio a Cesare Pavese

Anche tu sei l’amore.

Sei di sangue e di terra

come gli altri. Cammini

come chi non si stacca

dalla porta di casa.

Guardi come chi attende

e non vede. Sei terra

che dolora e che tace.

Hai sussulti e stanchezze,

hai parole – cammini

in attesa. L’amore

è il tuo sangue – non altro.

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[da Due poesie a T.  –  Le poesie, Einaudi editore]

*

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[versi tratti da La Terra e la Morte di Cesare Pavese – videopoesia prodotta da Poetika.it   voce Daniela Cattani Rusich e montaggio Adriano Gabellone]

l’infinita – Pablo Neruda

Vedi queste mani? Han misurato
la terra, han separato
i minerali e i cereali,
han fatto la pace e la guerra,
hanno abbattuto le distanze
di tutti i mari, di tutti i fiumi,
e tuttavia
quando percorrono
te, piccola,
grano di frumento, allodola,
non riescono a comprenderti,
si stancano raggiungendo
le colombe gemelle
che riposano o volano sul tuo petto,
percorrono le distanze delle tue gambe,
si avvolgono alla luce della tua cintura.
Per me sei un tesoro più colmo
d’immensità che non il mare e i grappoli,
e sei bianca e azzurra e vasta come
la terra nella vendemmia.
In questo territorio,
dai tuoi piedi alla tua fonte,
camminando, camminando, camminando,
passerò la mia vita.

*

(da I versi del Capitano)

a piedi nudi – un racconto di Angela Greco

Era la fine di un agosto eppure nevicava e si sentiva quel lieve dondolio capace di riportarti alla culla…

Dalla finestra riuscivo a vedere le grandi macchine che pettinavano per la prossima stagione i campi mietuti; era un piacere sentire il profumo che emanava la terra smossa anche dal tempo. Abitavo da sempre in quel luogo circoscritto; anzi, quella era la terra appartenuta ai miei genitori e ai miei nonni e che un giorno sarebbe stata dei miei figli. Forse.

Non perché io non avessi un amore con cui concepirli, anzi, ma piuttosto perché di quella terra, di quel lembo di sud, loro non condividevano nulla, se non il luogo di nascita. Erano al nord a studiare e a vivere, come spesso ripetevano nelle loro puntuali telefonate, lamentandosi che qui non accadeva mai nulla, che ogni cosa sembrava ferma al suo immobile posto. In fondo, mi faceva piacere ascoltare quelle ribellioni che un tempo erano state anche le mie. Poi, non so il motivo che mi aveva affascinata, ero rimasta qui – anche io – a vivere o a morire, come nelle giornate d’agosto nelle quali manca l’aria e si invoca il cielo perché smetta di lasciar presagire, neanche con troppa fantasia, l’inferno.

Spesso vado in quella cantina; non è quella di casa, ma della casa di mio padre, affianco alla mia. Quando andavo a trovarlo per aiutarlo con le faccende domestiche – era un uomo ancora in gamba anche in assenza della mamma – spesso mi chiedeva di portare vecchie cose giù, al piano inferiore. Lo chiedeva a me, perché lui non poteva fare le scale a causa di fastidiosi capogiri che spesso lo assalivano senza preavviso.

Ogni volta era come far parte di un altro mondo e mi piaceva starmene lì ad aprire vecchie scatole e ad immaginare giorni passati; lo stomaco, proprio come le vecchie caldaie che usavamo per la salsa, brontolava a quel repentino cambio d’aria, ma ogni volta ero contenta che si ripetesse sempre la stessa scena, che mi faceva sentire al riparo e protetta.. Lì, tra polverose assenze, loro mi aspettano ancora, silenziose e serene nei loro sorrisi vitrei, i loro abiti e i loro pizzi; da bambina ogni volta mi invitavano ai loro giochi, ma io preferivo restare a guardare il cielo, sempre così distante e che indossava il suo abito scuro, dalla piccola finestra che dava luce alla cantina fino a quando non venivano a chiamarmi.

Oggi, a casa spesso mi soffermo e ripenso a quello spazio che da piccola mi sembrava non avere confini eppure un solo fiammifero bastava ad illuminarlo: rido di quella piccola selvatica donna acerba che si rifugiava allora in cantina e oggi tra le parole e ancora ricordo il vento di tramontana che si insinuava in spifferi che non ho mai capito da dove provenissero e mi faceva sussultare con le sue gelide sferzate da far sbattere finestre ed occhi.

Camminavo a piedi nudi per sentire la terra di mio padre e poi i mattoni della nostra casa e ancora gli assi scricchiolanti del piano inferiore e, forse, il freddo contatto con la stessa vita, chissà.. Adesso, quando vedo camminare i miei figli senza scarpe ricordo loro quelle che sarebbero state le parole dei nonni: “Attento che potresti farti male!” e stavolta sono loro a ridere di come il tempo mi abbia cambiata e mi ricordano che proprio a me piaceva fuggire anche da quei rimproveri e senza ubbidire. Quando scendo, mi fermo ancora a guardare un vecchio ombrello, che non ho mai rimosso, rivolto verso il soffitto, al di sotto di una specie di sopraelevata – dove un tempo si riponevano le derrate alimentari –:da lì io mi divertivo a lasciar cadere i petali dei fiori di campo che raccoglievo con mia madre non solo per la processione ed immaginavo fossero le parole di un racconto – del mio racconto – che si raccoglievano per poi farsi leggere nei libri, ma mi incuriosiva sempre il colore pallido pallido di quei fiori.

Era bello immaginare che tutto si potesse contenere in uno spazio ben definito e sperare che anche io potessi vivere al di fuori di certi confini, ma se alzo lo sguardo vedo il sorriso del bimbo della casa accanto che agita la sfera con la neve….

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[dal blog di Elina Miticocchio IMMA(R)GINE nel settembre 2010, l’imput:

http://elina11.wordpress.com/2011/02/21/respiro-il-tempo-della-barca/ 

e a lei il mio particolare ringraziamento per aver ri-aperto questa ‘profetica’ -oserei dire- pagina che avevo dimenticato in ombra….]

a volte vorrei una collana di e (Fernanda Ferraresso)

come un attrezzo da ricamo per farci occhielli e
dentro metterci il bello del mondo che sta sempre insieme con il brutto e
guardarci come da un ciondolo le lune che mi guardano e
poi vorrei aprirlo per un tratto un poco soltanto quell’archetto arrotondato e
farci un impianto di mappe e abbondare vorrei  con lunghe file di gelsi e
poi aspettare che il miracolo si mostri. E’ una specie di favola scritta con la bocca  e
un poco per volta si fila e si forma. L’avete visto mai un baco? E’ un piccolo e
brutto mobile banco da lavoro ma si arrangia nel suo bozzolo e
mastica  e mastica con le minuscole mandibole una seta e
lieve sottile quasi impalpabile quella lingua intesse e
sputandola  in silenzio si veste  e
si addormenta sazio e
in una specie di letargo quasi una trance si sogna e
s’inventa di rinascere e
leggera una farfalla senza curarsi del tempo per cui vive spezza il suo bozzolo e
al sole si distende. Una sola cosa mi domando e
spesso ci penso: come mai noi così grandi e
anche più belli forse e
più forti e
più intelligenti di tutti quelli che chiamiamo inferiori ci serviamo di loro e
il loro oro utilizziamo e poi li svalutiamo pensando solo al peso di un denaro e
stampato a troppo caro prezzo lo innalziamo sull’altare di un valore che non ha e non è  e
tutto questo per il fallace gusto che dura un’epoca di storia che scade  e
da un’era all’altra è un filo di terra soltanto.

 

http://fernirosso.wordpress.com/2012/07/10/a-volte-vorrei-una-collana-di-e/

…nel paese delle meraviglie…

[immagine by Maggie Taylor]

questo è il tema sul quale scrivere tutto ciò che si pensa (che non sia lesivo nei confronti di terzi, poiché il Sasso non risponderà di ciò e provvederà in tal senso a non pubblicare o ad eliminare il contributo n.d.r.), in versi, prosa, critica costruttiva, citazione o altro aspetto letterario e \ o artistico per dare vita ai “Sassi parlanti”, il nuovo spazio collettivo del blog :-D!

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potete lasciare il contributo – preferibilmente con il vostro nome – (quelli anonimi non saranno considerati), in messaggio sul mio profilo Fb o in un commento qui. Grazie!