Versi contro la guerra: Umberto Saba, due poesie

ph.AnGre

Umberto Saba (1883-1957), pseudonimo di Umberto Poli, è stato un poeta, scrittore e aforista italiano.

🕊

Meditazione

Sfuma il turchino in un azzurro tutto
stelle. Io siedo alla finestra, e guardo.
Guardo e ascolto; però che in questo è tutta
la mia forza: guardare ed ascoltare.

La luna non è nata, nascerà
sul tardi. Sono aperte oggi le molte
finestre delle grandi case folte
d’umile gente. E in me una verità
nasce, dolce a ridirsi, che darà
gioia a chi ascolta, gioia da ogni cosa.
Poco invero tu stimi, uomo, le cose.
Il tuo lume, il tuo letto, la tua casa
sembrano poco a te, sembrano cose
da nulla, poi che tu nascevi e già
era il fuoco, la coltre era e la cuna
per dormire, per addormirti il canto.
Ma che strazio sofferto fu, e per quanto
tempo dagli avi tuoi, prima che una
sorgesse, tra le belve, una capanna;
che il suono divenisse ninna-nanna
per il bimbo, parola pel compagno.
Che millenni di strazi, uomo, per una
delle piccole cose che tu prendi,
usi e non guardi; e il cuore non ti trema,
non ti trema la mano;
ti sembrerebbe vano
ripensare ch’è poco
quanto all’immondezzaio oggi tu scagli;
ma che gemma non c’è che per te valga
quanto valso sarebbe un dí quel poco.

La luna è nata che le stelle in cielo
declinano. Là un giallo
lume s è spento, fumido. Suonò
il tocco. Un gallo
cantò; altri risposero qua e là.

*

Dopo il silenzio

Mentre il compagno lamentosamente
dorme; e il sonno, affannoso anche, gli giova,
l’insonnia una stanchezza in me rinnova,
che l’orgoglio mi fa quasi piacente.

Meraviglia non è se la mia mente
veglia, ed il sonno non sempre ritrova.
Questa che giace e ronfia è gente nuova.
Io sono vecchio, paurosamente.

Esistere da tanti anni mi sembra,
che forse con Abramo ho trasmigrato.
Forse fui Faust, e Margherita ho amato.

Qui coi coscritti oggi stancai le membra.
Ma non vissi con altri uomini e dèi?
Non videro ogni tempo gli occhi miei?

Versi di buon augurio

da librarianish.tumblr.com

Non sai bene se la vita è viaggio,
se è sogno, se è attesa, se è un piano che si svolge giorno
dopo giorno e non te ne accorgi
se non guardando all’indietro. Non sai se ha senso.
In certi momenti il senso non conta.
Contano i legami.

(Jorge Luis Borges)

*

Per quanto sta in te

E se non puoi la vita che desideri
cerca almeno questo
per quanto sta in te: non sciuparla
nel troppo commercio con la gente
con troppe parole in un viavai frenetico.
Non sciuparla portandola in giro
in balìa del quotidiano
gioco balordo degli incontri
e degli inviti,
fino a farne una stucchevole estranea.

(Konstantinos Kavafis)

*

Eternità

Vedere un Mondo in un granello di sabbia,
e un Cielo in un fiore selvatico,
tenere l’Infinito nel cavo della mano
e l’Eternità in un’ora.

(William Blake)

*

Caro luogo

Vagammo tutto il pomeriggio in cerca
d’un luogo a fare di due vite una.

Rumorosa la vita, adulta, ostile,
minacciava la nostra giovinezza.

Ma qui giunti ove ancor cantano i grilli,
quanto silenzio sotto questa luna.

(Umberto Saba)

*

Epitaffio di me, vivo

Morii nel sogno.
Risuscitai nella vita.

(Juan Ramón Jiménez)

fiori-viola_1331497514

Sulla neve…

Gauguin Neve a Vaugirard

Il cielo è basso di Emily Dickinson

Il cielo è basso, le nuvole a mezz’aria,
un fiocco di neve vagabondo
fra scavalcare una tettoia o una viottola
non sa decidersi.
Un vento meschino tutto il giorno si lagna
di come qualcuno l’ha trattato;
la natura, come noi, si lascia talvolta sorprendere
senza il suo diadema.

~

Fior di neve di Umberto Saba

Dal cielo tutti gli Angeli
videro i campi brulli
senza fronde né fiori
e lessero nel cuore dei fanciulli
che amano le cose bianche.
Scossero le ali stanche di volare
e allora discese lieve lieve
la fiorita neve.

~

Sotto la neve di Rainer Maria Rilke

Sotto la neve
lo penso: e vedo (o sogno)
un piccolo villaggio, una gran pace:
dentro, un cantar di galli.
E il piccolo villaggio si smarrisce
in un fioccar di neve.
Entro il villaggio in abito da festa
una casetta bianca.

~

Era lei la neve di Evgenij Evtušenko

E un mattino
appena alzati, pieni di sonno,
ignari ancora,
d’improvviso aperta la porta,
meravigliati la calpestammo:
Posava, alta e pulita
in tutta la sua tenera semplicità.
Era
timidamente festosa
era
fittissimamente di sé sicura.
Giacque
in terra
sui tetti
e stupì tutti
con la sua bianchezza.

~

Notti bianche di Blaga Dimitrova

Fonte ignota di luce
imbeve graniti e giardini.
La Neva ha riversato in cielo rossori,
il cielo nel fiume fremiti d’azzurro.

E spalla a spalla due giovani
vanno con passo cauto e lento –
per non disperdere questa luce
che da cuore a cuore trabocca.

*

In apertura: Paul Gauguin, Neve a Vaugirard

AA.VV. paesaggio, paesaggi

Federico Garcia Lorca, Paesaggio (Paisaje).

Il campo
di ulivi
si apre e si chiude
come un ventaglio.
Sopra l’uliveto
c’è un cielo inabissato
e una pioggia scura
di stelle fredde.
Tremano giunco e penombra
sulla riva del fiume.
Si arriccia il vento grigio.
Gli ulivi
sono carichi
di grida.
Uno stormo
di uccelli prigionieri,
che muovono le loro lunghissime
code nell’ombra.

*

Umberto Saba, Città vecchia

Spesso, per ritornare alla mia casa
prendo un’oscura via di città vecchia.
Giallo in qualche pozzanghera si specchia
qualche fanale, e affollata è la strada.
.
Qui tra la gente che viene che va
dall’osteria alla casa o al lupanare,
dove son merci ed uomini il detrito
di un gran porto di mare,
io ritrovo, passando, l’infinito
nell’umiltà.
.
Qui prostituta e marinaio, il vecchio
che bestemmia, la femmina che bega,
il dragone che siede alla bottega
del friggitore,
la tumultuante giovane impazzita
d’amore,
sono tutte creature della vita
e del dolore;
s’agita in esse, come in me, il Signore.
.
Qui degli umili sento in compagnia
il mio pensiero farsi
più puro dove più turpe è la via.

*

Giuseppe Ungaretti, Porto sepolto

Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro

Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto

Ma nel cuore
nessuna croce manca

È il mio cuore
il paese più straziato

*

Vittorio Sereni, La spiaggia

Sono andati via tutti –
blaterava la voce dentro il ricevitore.
E poi, saputa: – Non torneranno più -.

Ma oggi
su questo tratto di spiaggia mai prima visitato
quelle toppe solari… Segnali
di loro che partiti non erano affatto?
E zitti quelli al tuo voltarti, come niente fosse.

I morti non è quel che di giorno
in giorno va sprecato, ma quelle
toppe di inesistenza, calce o cenere
pronte a farsi movimento e luce.
Non
dubitare, – m’investe della sua forza il mare-
parleranno.

*

Vittorio Bodini, [Viviamo in un incantesimo]

Viviamo in un incantesimo,
tra palazzi di tufo,
in una grande pianura.
Sulle rive del nulla
mostriamo le caverne di noi stessi
– qualche palmizio, un santo
lordo di sangue nei tramonti, un libro
lento, di pochi fatti, che rileggiamo
più volte, nell’attesa che ci dia
tutte assieme la vita
le cose che crediamo di meritare.

(testi tratti dal web – immagine d’apertura: affresco della romana Villa di Livia)

E tu, dove vivi?

Buenos Aires di Jorge Luis Borges

E adesso la città quasi è una mappa
di tanti fallimenti e umiliazioni;
da questa porta ho ammirato i tramonti,
davanti a questo marmo ho atteso invano.
Qui l’indistinto ieri e l’oggi nitido
mi hanno elargito gli ordinari casi
d’ogni destino; qui i miei passi intessono
il loro labirinto incalcolabile.
Qui l’imbrunire di cenere aspetta
il frutto che gli deve la mattina;
qui l’ombra mia si perderà, leggera,
nella non meno vana ombra finale.
Ci unisce la paura, non l’amore;
sarà per questo che io l’amo così tanto.

*

Paese di Leonardo Sinisgalli

Noi percorremmo tutto il paese nell’ora
che tornano gli asini col carico di legna
dalla cime profumate della Serra.
Raspavano le orecchie pelose contro le grezze
muraglie delle case, e tinniva, attaccata al collo,
la campanella della capretta che il vecchio
trascina al buio come un cane. Qualcuno
ci disse buona notte seduto davanti alla porta.
Le strade sono così strette e gli arredi
stanno così addossati alle soglie che noi
sentimmo friggere, al nascere della luna,
i peperoni calati nell’olio.

Tu eri molto colpita dal colore delle montagne.
“Foreste sono state sotto il mare per millenni”.
“Quaggiù anche i sassi sembrano vizzi,
anche le foglie hanno qualcosa di frusto”.
Uscivano dagli usci le donne coi tizzi accesi.
“Nei nostri paesi il sole cade a precipizio,
la notte è nei rintocchi della campana di mezzogiorno”.

I cavalli tossivano di ritorno dall’abbeverata,
i cani s’infilavano tra le porte:
noi eravamo soli a pestare la cenere dell’aria.
“Pare che tutta la gente a quest’ora
torni a dormire sottoterra e poi risusciti
ogni giorno alla vita”. La strada era senza
rumori, come di cenci, scolorita.
Da una casa serrata il caprone della tribù
starnutiva dentro il letto di Margherita.

“Entriamo in casa dei nonni dove mia zia
e mio zio hanno sempre una buona cosa
conservata per me”. Ci sediamo in cucina e guardiamo
l’incantevole famiglia delle chiavi appese al muro:

la piccola chiave dell’orto, la chiave gigantesca
della cantina che ha più di cent’anni. “Mio nonno
sapeva col fischio delle chiavi quietare
il pianto dei nipoti”. Ecco la chiave argentea
della conigliera, e le lucerne, i lumi, i lucignoli,
ingranditi sui muri guardo i profili
dei miei parenti e le immense ombre
delle mosche che strisciano come topi sulle pareti
“Cosima Diesbach, mia nonna, aveva girato il mondo”
“I miei avi hanno forse conosciuto l’Atlantide”.

Domenico passa di sera a chiudere le chiese,
a sprangare il cancello dei morti.
“Raccontavano a noi ragazzi
ch’egli parlava con la civetta, sui tetti, lassù.
Ha le orecchie mangiate, il campanaro,
ha il sonno duro. Per vestire i defunti
(non c’è nessuno più abile di lui)
bisognava chiamarlo lunghe ore
nel cuore della notte e fischiare forte
nelle chiavi”. Domenico è lì che strofina
uno zolfanello ai pantaloni, fuma la pipa
assorto sulla ripa del valico
dove una lontana sera vidi poggiare
la bara del Cristo morto, alla ringhiera.

Giù nella valle Crescenzio aizza la mula
zoppa. “Io ho buttato le redini sulla groppa”.

*

Città vecchia di Umberto Saba

Spesso, per ritornare alla mia casa
prendo un’oscura via di città vecchia.
Giallo in qualche pozzanghera si specchia
qualche fanale, e affollata è la strada.

Qui tra la gente che viene che va
dall’osteria alla casa o al lupanare,
dove son merci ed uomini il detrito
di un gran porto di mare,
io ritrovo, passando, l’infinito
nell’umiltà.

Qui prostituta e marinaio, il vecchio
che bestemmia, la femmina che bega,
il dragone che siede alla bottega
del friggitore,
la tumultuante giovane impazzita
d’amore,
sono tutte creature della vita
e del dolore;
s’agita in esse, come in me, il Signore.

Qui degli umili sento in compagnia
il mio pensiero farsi
più puro dove più turpe è la via.

*

da Foglie di tabacco di Vittorio Bodini

Viviamo in un incantesimo,
tra palazzi di tufo,
in una grande pianura.
Sulle rive del nulla
mostriamo le caverne di noi stessi
– qualche palmizio, un santo
lordo di sangue nei tramonti, un libro
lento, di pochi fatti che rileggiamo
più volte, nell’attesa che ci dia
tutte assieme la vita
le cose che crediamo di meritare.
.

*

La città di Pablo Neruda

E quando in Palazzo Vecchio, bello
come un’agave di pietra, salii i
gradini consunti, attraversai le antiche
stanze, e uscì a ricevermi un operaio,
capo della città, del vecchio fiume,
delle case tagliate come in pietra di
luna, io non me ne sorpresi: la maestà
del popolo governava.
E guardai dietro la sua bocca i fili
abbaglianti della tappezzeria, la
pittura che da queste strade contorte
venne a mostrare il fior della bellezza
a tutte le strade del mondo.
La cascata infinita che il magro
poeta di Firenze lasciò in perpetua
caduta senza che possa morire,
perché di rosso fuoco e acqua verde
son fatte le sue sillabe.
Tutto dietro la sua testa operaia io
indovinai.
Però non era, dietro di lui, l’aureola
del passato il suo splendore: era la
semplicità del presente.
Come un uomo, dal telaio all’aratro,
dalla fabbrica oscura, salì i gradini col
suo popolo e nel Vecchio Palazzo,
senza seta e senza spada, il popolo,
lo stesso che attraversò con me il
freddo delle cordigliere andine era lì.
D’un tratto, dietro la sua testa, vidi la
neve, i grandi alberi che sull’altura si
unirono e qui, di nuovo sulla terra, mi
riceveva con un sorriso e mi dava la
mano, la stessa che mi mostro il
cammino laggiù lontano nelle
ferruginose cordigliere ostili che io
vinsi.
E qui non era la pietra convertita in
miracolo, convertita alla luce
generatrice, né il benefico azzurro
della pittura, né tutte le voci del fiume
quelli che mi diedero la cittadinanza
della vecchia città di pietra e
argento, ma un operaio, un uomo,
come tutti gli uomini.
Per questo credo ogni notte del
giorno, e quando ho sete credo
nell’acqua, perché credo nell’uomo.
Credo che stiamo salendo l’ultimo
gradino.
Da lì vedremo la verità ripartita, la
semplicità instaurata sulla terra, il
pane e il vino per tutti.
.
(dal web – in apertura, opera di P.Gonzales; in chiusura, U.Boccioni, Visioni simultanee)

Umberto Saba, tre poesie

Tre poesie di Umberto Saba (Trieste, 1883 – Gorizia,1957)

Inverno

È notte, inverno rovinoso.
Un poco sollevi le tendine, e guardi.
Vibrano i tuoi capelli, selvaggi,
la gioia ti dilata improvvisa l’occhio nero;
che quello che hai veduto
– era un’immagine della fine del mondo –
ti conforta l’intimo cuore, lo fa caldo e pago.
Un uomo si avventura per un lago
di ghiaccio, sotto una lampada storta.

.

Un ricordo

Non dormo. Vedo una strada, un boschetto,
che sul mio cuore come un’ansia preme;
dove si andava, per star soli e insieme,
io e un altro ragazzetto.

Era la Pasqua; i riti lunghi e strani
dei vecchi. E se non mi volesse bene
pensavo e non venisse più domani?
E domani non venne. Fu un dolore,
uno spasimo verso la sera;
che un’amicizia (seppi poi) non era,
era quello un amore;

il primo; e quale e che felicità
n’ebbi, tra i colli e il mare di Trieste.
Ma perché non dormire, oggi, con queste
storie di, credo, quindici anni fa?

.

L’ora nostra

Sai un’ora del giorno che più bella
sia della sera? tanto
più bella e meno amata? È quella
che di poco i suoi sacri ozi precede;
l’ora che intensa è l’opera, e si vede
la gente mareggiare nelle strade;
sulle mole quadrate delle case
una luna sfumata, una che appena
discerni nell’aria serena.

È l’ora che lasciavi la campagna
per goderti la tua cara città,
dal golfo luminoso alla montagna
varia d’aspetti in sua bella unità;
l’ora che la mia vita in piena va
come un fiume al suo mare;
e il mio pensiero, il lesto camminare
della folla, gli artieri in cima all’alta
scala, il fanciullo che correndo salta
sul carro fragoroso, tutto appare
fermo nell’atto, tutto questo andare
ha una parvenza d’immobilità.

È l’ora grande, l’ora che accompagna
meglio la nostra vendemmiante età.

immagine d’apertura: R.Magritte, Paese dei miracoli, 1964

Umberto Saba, Il Borgo

IL BORGO di Umberto Saba

Fu nelle vie di questo
Borgo che nuova cosa
m’avvenne.
.
Fu come un vano
sospiro
il desiderio improvviso d’uscire
di me stesso, di vivere la vita
di tutti,
d’essere come tutti
gli uomini di tutti
i giorni.
.
Non ebbi io mai sì grande
gioia, né averla dalla vita spero.
Vent’anni avevo quella volta, ed ero
malato. Per le nuove
strade del Borgo il desiderio vano
come un sospiro
mi fece suo.
.
Dove nel dolce tempo
d’infanzia
poche vedevo sperse
arrampicate casette sul nudo
della collina,
sorgeva un Borgo fervente d’umano
lavoro. In lui la prima
volta soffersi il desiderio dolce
e vano
d’immettere la mia dentro la calda
vita di tutti,
d’essere come tutti
gli uomini di tutti
i giorni.
.
La fede avere
di tutti, dire
parole, fare
cose che poi ciascuno intende, e sono,
come il vino ed il pane,
come i bimbi e le donne,
valori
di tutti. Ma un cantuccio,
ahimé, lasciavo al desiderio, azzurro
spiraglio,
per contemplarmi da quello, godere
l’alta gioia ottenuta
di non esser più io,
d’essere questo soltanto: fra gli uomini
un uomo.
.
Nato d’oscure
vicende,
poco fu il desiderio, appena un breve
sospiro. Lo ritrovo
– eco perduta
di giovinezza – per le vie del Borgo
mutate
più che mutato non sia io. Sui muri
dell’alte case,
sugli uomini e i lavori, su ogni cosa,
è sceso il velo che avvolge le cose
finite.
.
La chiesa è ancora
gialla, se il prato
che la circonda è meno verde. Il mare,
che scorgo al basso, ha un solo bastimento,
enorme,
che, fermo, piega da un parte. Forme,
colori,
vita onde nacque il mio sospiro dolce
e vile, un mondo
finito. Forme,
colori,
altri ho creati, rimanendo io stesso,
solo con il mio duro
patire. E morte
m’aspetta.
.
Ritorneranno,
o a questo
Borgo, o sia a un altro come questo, i giorni
del fiore. Un altro
rivivrà la mia vita,
che in un travaglio estremo
di giovinezza, avrà per egli chiesto,
sperato,
d’immettere la sua dentro la vita
di tutti,
d’essere come tutti
gli appariranno gli uomini di un giorno
d’allora.
(Dal Canzoniere, Garzanti, 1961, dal web — in apertura: Giorgione, La tempesta, dettaglio)

 

Auguri in poesia! Breve antologia a tema / e-book scaricabile gratuitamente

fotografia-di-giorgio-chiantini

Il sasso nello stagno di AnGre,

insieme con i suoi Collaboratori ed i suoi Amici di lunga data,

augura a tutti sereni giorni di festa…in poesia!

Al link sotto riportato è possibile scaricare gratuitamente, cliccandovi sopra, una breve Antologia di Autori Vari sul tema della “casa”, intesa non solo, come le mura entro cui molti hanno la fortuna di vivere. La raccolta di poesie, che coralmente doniamo ai nostri lettori, abbraccia il Novecento e giunge fino a questo nuovo secolo ed ha per titolo una significativa massima di Plinio il Vecchio, “La casa è dove si trova il cuore”. Un titolo, a cui non abbiamo attribuito nessun significato retorico, ma che ha riunito in sé l’idea di Poesia, quale casa per tutti, e l’augurio che tutti possano avere un luogo che li accolga, sempre, ogni giorno, Natale compreso. Buona lettura!

*

— AA.VV. LA CASA E’ DOVE SI TROVA IL CUORE (clicca qui) —  

*

AA.VV. “La casa è dove si trova il cuore” – Autori & titoli

FLAVIO ALMERIGHI, Le chiavi di casa 

LEOPOLDO ATTOLICO,  Pied sot terre 

EMILIA BARBATO, Autunno

DORIS EMILIA BRAGAGNINI, L’albero e la mela

MARIELLA COLONNA, Da bambina non mi piacevano le bambole 

MIRELLA CRAPANZANO, La casa sul mare

MARIO M.GABRIELE, La casa risaliva agli anni 40 

ANGELA GRECO, IV stanza

MONICA GUERRA, due poesie brevi tratte da due libri dell’autrice

GIORGIO LINGUAGLOSSA, La grande casa immersa tra gli aranci

RITA PACILIO, Senza titolo – inedito

.

All’interno dell’allegato, inoltre, sono inclusi anche alcuni autori storicizzati.

La fotografia di copertina, riportata anche in apertura, è di Giorgio Chiantini.

.

— Un ringraziamento speciale gli Amici, che hanno aderito con entusiasmo a questa proposta, per la disponibilità, l’amicizia e soprattutto per la stima — 

(AnGre)

il-sasso-nello-stagno-di-angre-buon-natale

*

Umberto Saba, Foglia

16771068

Foglia

Io sono come quella foglia – guarda –

sul nudo ramo, che un prodigio ancora

tiene attaccata.

 

Negami dunque. Non ne sia rattristata

la bella età che a un’ansia ti colora,

e per me a slanci infantili s’attarda.

 

Dimmi tu addio, se a me dirlo non riesce.

Morire è nulla; perderti è difficile.

*

Umberto Saba

(da Tre vecchie poesie, in Tutte le poesie, Milano, Mondadori 1988)