Wisława Szymborska, due poesie

Wisława Szymborska (Kórnik, 1923 – Cracovia, 2012) , due poesie

Amore a prima vista

Sono entrambi convinti
che un sentimento improvviso li unì.
E’ bella una tale certezza
ma l’incertezza è più bella.

Non conoscendosi prima, credono
che non sia mai successo nulla fra loro.
Ma che ne pensano le strade, le scale, i corridoi
dove da tempo potevano incrociarsi?

Vorrei chiedere loro
se non ricordano –
una volta un faccia a faccia
forse in una porta girevole?
uno “scusi” nella ressa?
un “ha sbagliato numero” nella cornetta?
– ma conosco la risposta.
No, non ricordano.

Li stupirebbe molto sapere
che già da parecchio
il caso stava giocando con loro.

Non ancora del tutto pronto
a mutarsi per loro in destino,
li avvicinava, li allontanava,
gli tagliava la strada
e soffocando un risolino
si scansava con un salto.

Vi furono segni, segnali,
che importa se indecifrabili.
Forse tre anni fa
o il martedì scorso
una fogliolina volò via
da una spalla all’altra?
Qualcosa fu perduto e qualcosa raccolto.
Chissà, era forse la palla
tra i cespugli dell’infanzia?

Vi furono maniglie e campanelli
in cui anzitempo
un tocco si posava sopra un tocco.
Valigie accostate nel deposito bagagli.
Una notte, forse, lo stesso sogno,
subito confuso al risveglio.

Ogni inizio infatti
è solo un seguito
e il libro degli eventi
è sempre aperto a metà.

.da “Amore a Prima vista”, Adelphi, trad. di Pietro Marchesani.

*

Ogni caso 

Poteva accadere.
Doveva accadere.
È accaduto prima. Dopo.
Più vicino. Più lontano.
È accaduto non a te.

Ti sei salvato perché eri il primo.
Ti sei salvato perché eri l’ultimo.
Perché da solo. Perché la gente.
Perché a sinistra. Perché a destra.
Perché la pioggia. Perché un’ombra.
Perché splendeva il sole.

Per fortuna là c’era un bosco.
Per fortuna non c’erano alberi.
Per fortuna una rotaia, un gancio, una trave, un freno,
un telaio, una curva, un millimetro, un secondo.
Per fortuna sull’acqua galleggiava un rasoio.

In seguito a, poiché, eppure, malgrado.
Che sarebbe accaduto se una mano, una gamba,
a un passo, a un pelo
da una coincidenza.

Dunque ci sei? Dritto dall’attimo ancora socchiuso?
La rete aveva solo un buco, e tu proprio da lì?
Non c’è fine al mio stupore, al mio tacerlo.
Ascolta
come mi batte forte il tuo cuore.

da “Ogni caso”, Libri Scheiwiller, trad. di Pietro Marchesani

Wisława Szymborska, L’acrobata

Marc Chagall acrobat 1930

L’acrobata di Wisława Szymborska

Da trapezio a
a trapezio, nel silenzio dopo
dopo un rullo di tamburo di colpo muto, attraverso
attraverso l’aria stupefatta più veloce del
del peso del suo corpo che di nuovo
di nuovo non ha fatto in tempo a cadere.
Solo. O anche meno che solo,
meno, perché imperfetto, perché manca di
manca di ali, gli mancano molto,
una mancanza che lo costringe
a voli imbarazzati su una attenzione
senza piume ormai soltanto nuda.
Con faticosa leggerezza,
con paziente agilità,
con calcolata ispirazione. Vedi
come si acquatta per il volo? Sai
come congiura dalla testa ai piedi
contro quello che è? Lo sai, lo vedi
con quanta astuzia passa attraverso la sua vecchia forma e
per agguantare il mondo dondolante
protende le braccia di nuovo generate?
Belle più di ogni cosa proprio in questo
proprio in questo momento, del resto già passato.

*

da Wisława Szymborska, Vista con granello di sabbia, Adelphi 2009 — in apertura, Marc Chagall, L’acrobata (1930), olio su tela, 65x 32 cm. – Parigi, Centro Georges Pompidou

Wisława Szymborska, Sorrisi

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Sorrisi

Il mondo vuol vedere la speranza sul viso.
Per gli statisti diventa l’obbligo il sorriso.
Sorridere vuol dire non darsi allo sconforto.
Anche se il gioco è complesso, l’esito incerto,
gli interessi contrastanti – è sempre consolante
che la dentatura sia bianca e ben smagliante.

Devono mostrare una fronte rasserenata
sulla pista e nella sala delle conferenze.
Un’andatura svelta, un’espressione distesa.
Quello dà il benvenuto, quest’altro si accomiata.
È quanto mai opportuno un volto sorridente
per gli obiettivi e tutta la gente lì in attesa.

La stomatologia in forza alla diplomazia
garantisce sempre un risultato impressionante.
Canini di buona volontà e incisivi lieti
non possono mancare quando l’aria è pesante.
I nostri tempi non sono ancora così allegri
perché sui visi traspaia la malinconia.

Un’umanità fraterna, dicono i sognatori,
trasformerà la terra nel paese del sorriso.
Ho qualche dubbio. Gli statisti, se fosse vero,
non dovrebbero sorridere il giorno intero.
Solo a volte: perché è primavera, tanti i fiori,
non c’è fretta alcuna, né tensione in viso.
Gli esseri umani sono tristi per natura.
È quanto mi aspetto, e non è poi così dura.

*

Wisława Szymborska, da Grande numero (1976)

in Vista con granello di sabbia, Biblioteca Adelphi, 2009

Wisława Szymborska, Nulla è in regalo

un soffione

Nulla è in regalo

Nulla è in regalo, tutto è in prestito.
Sono indebitata fino al collo.
Sarò costretta a pagare per me
con me stessa,
a rendere la vita in cambio della vita.
.
È così che è stabilito,
il cuore va reso
e il fegato va reso
e ogni singolo dito.
.
È troppo tardi per impugnare il contratto.
Quanto devo
mi sarà tolto con la pelle.
.
Me ne vado per il mondo
tra una folla di altri debitori.
Su alcuni grava l’obbligo
di pagare le ali.
Altri dovranno, per amore o per forza,
rendere conto delle foglie.
.
Nella colonna Dare
ogni tessuto che è in noi.
Non un ciglio, non un peduncolo
da conservare per sempre.
.
L’inventario è preciso,
e a quanto pare
ci toccherà restare con niente.
.
Non riesco a ricordare
dove, quando e perché
ho permesso che aprissero
questo conto a mio nome.

La protesta contro di esso
la chiamiamo anima.
E questa è l’unica voce
che manca nell’inventario.

*

da “La fine e l’inizio” (1993)

Wisława Szymborska (Kórnik, 1923 – Cracovia, 2012), daVista con granello di sabbia, Adelphi 2009

Wisława Szymborska, Il cielo

Wisława Szymborska, Il cielo (da Vista con granello di sabbia, Adelphi)

Da qui si doveva cominciare: il cielo.
Finestra senza davanzale, telaio, vetri.
Un’apertura e nulla più,
ma spalancata.

Non devo attendere una notte serena,
né alzare la testa,
per osservare il cielo.
L’ho dietro a me, sottomano e sulle palpebre.
Il cielo mi avvolge ermeticamente
e mi solleva dal basso.

Perfino le montagne più alte
non sono più vicine al cielo
delle valli più profonde.
In nessun luogo ce n’è più
che in un altro.
La nuvola è schiacciata dal cielo
inesorabilmente come la tomba.
La talpa è al settimo cielo
come il gufo che scuote le ali.
La cosa che cade in un abisso
cade da cielo a cielo.

Friabili, fluenti, rocciosi,
infuocati e aerei,
distese di cielo, briciole di cielo,
folate e cumuli di cielo.
Il cielo è onnipresente
perfino nel buio sotto la pelle.

Mangio cielo, evacuo cielo.
Sono una trappola in trappola,
un abitante abitato,
un abbraccio abbracciato,
una domanda in risposta a una domanda.

La divisione in cielo e terra
non è il modo appropriato
di pensare a questa totalità.
Permette solo di sopravvivere
a un indirizzo più esatto,
più facile da trovare,
se dovessero cercarmi.
Miei segni particolari:
incanto e disperazione.

Wisława Szymborska, Impressioni teatrali

Teatro-Massimo-10

Wisława Szymborska, Impressioni teatrali

Per me l’atto più importante della tragedia è il sesto:
il risorgere dalle battaglie della scena,
l’aggiustare le parrucche, le vesti,
l’estrarre il coltello dal petto,
il togliere il cappio dal collo,
l’allinearsi tra i vivi
con la faccia al pubblico.
.
Inchini individuali e collettivi:
la mano bianca sulla ferita al cuore,
la riverenza della suicida,
il piegarsi della testa mozzata.
.
Inchini in coppia:
la rabbia porge il braccio alla mitezza,
la vittima guarda beata gli occhi del carnefice,
il ribelle cammina senza rancore a fianco del tiranno.
.
Il calpestare l’eternità con la punta della scarpina dorata.
Lo scacciare le morali con le falde del cappello.
L’incorreggibile intento di ricominciare domani da capo.
.
L’entrare in fila indiana di morti già da un pezzo,
e cioè negli atti terzo, quarto, e tra gli atti.
Il miracoloso ritorno di quelli spariti senza tracce.
.
Il pensiero che abbiano atteso pazienti dietro le quinte,
senza togliersi il costume,
senza levarsi il trucco,
mi commuove più delle tirate della tragedia.
.
Ma davvero sublime è il calare del sipario
e quello che si vede ancora nella bassa fessura:
ecco, qui una mano si affretta a prendere un fiore,
là un’altra afferra la spada abbandonata.
Solo allora una terza, invisibile,
fa il suo dovere
e mi stringe alla gola.
.
*
da “Ogni caso” (1972)
tratto da: Wisława Szymborska, Vista con granello di sabbia  poesie 1957 – 1993 (a cura di Pietro Marchesani, Adelphi Edizioni, 2009)
immagine: Teatro Massimo, Palermo, dal web

Wisława Szymborska, la poesia & i miei versi in radio

orizzonte[1]

E’ una gran fortuna

È una gran fortuna
non sapere esattamente
in che mondo si vive.

Bisognerebbe
esistere molto a lungo,
decisamente più a lungo
del mondo stesso.

Conoscere altri mondi,
non fosse che per un confronto.

Elevarsi al di sopra del corpo
che non sa fare nulla così bene
come limitare
e creare difficoltà.

Nell’interesse della ricerca,
chiarezza della visione
e di conclusioni definitive
bisognerebbe trascendere il tempo
dove ogni cosa corre e turbina.

Da questa prospettiva,
addio per sempre
particolari ed episodi!

Contare i giorni della settimana
dovrebbe sembrare
un’attività priva di senso,

imbucare una lettera
una stupida ragazzata,

la scritta «Non calpestare le aiuole»
una scritta folle.

*

Wisława Szymborska, Vista con granello di sabbia (Biblioteca Adelphi)

§

Il titolo e la scelta dei versi di questa grande poetessa oggi non sono un caso. Sono il pretesto per invitarvi ad un’esperienza che, nella civiltà dell’immagine qual è questa in cui viviamo da qualche decennio ormai, non è errato definire particolare: ascoltare la radio…immaginando i volti, le atmosfere, gli ambienti descritti da quelle voci che azzerano la distanza con i loro toni sempre incredibilmente affascinanti!

LA PORTA SUL MARE è un appuntamento settimanale di Poesia trasmesso ogni mercoledì dalle 12 alle 13 su Radio Hinterland (www.radiohinterland.com), programma condotto da Antonio Voltolini con interviste a cura di Diana Battaggia e Riccardo Lanfranchi.

La puntata di oggi, 21 gennaio 2015 (http://www.radiohinterland.com/?q=node/13478) sarà dedicata a “La poesia delle donne”con una Monografia su Wislawa Szymborska e letture di testi di alcune Autrici tra cui ci sarò anche io, Angela Greco. (puntata in collaborazione con Salvatore Sblando, curatore della Rassegna APERIPO-ETICA a Torino.)

Qui si può riascoltare la puntata:

§

buon ascolto, allora, & grazie a tutti!

noir-radio

Wisława Szymborska, Ritratto di donna

Antonio+Mancini-Resting

Ritratto di donna

Deve essere a scelta.
Cambiare, purché niente cambi.
È facile, impossibile, difficile, ne vale la pena.
Ha gli occhi, se occorre, ora azzurri, ora grigi,
neri, allegri, senza motivo pieni di lacrime.
Dorme con lui come la prima venuta, l’unica al mondo.
.
Gli darà quattro figli, nessuno, uno.
Ingenua, ma è un’ottima consigliera.
Debole, ma sosterrà.
Non ha la testa sulle spalle, però l’avrà.
Legge Jaspers e le riviste femminili.
Non sa a che serva questa vite, e costruirà un ponte.
Giovane, come al solito giovane, sempre ancora giovane.
.
Tiene nelle mani un passero con l’ala spezzata,
soldi suoi per un viaggio lungo e lontano,
una mezzaluna, un impacco e un bicchierino di vodka.
.
Dove è che corre, non sarà stanca?
Ma no, solo un poco, molto, non importa.
O lo ama, o si è intestardita.
Nel bene, nel male, e per l’amor di Dio.

 

*

da Ogni caso (1972), Wisława Szymborska, Vista con granello di sabbia – Biblioteca Adelphi

immagine: Antonio Mancini (1852- 1930), Riposo

Wisława Szymborska, Gente sul ponte

d_ponte_tibetano

 

Strano pianeta e strana la gente che lo abita.

Sottostanno al tempo, ma non vogliono accettarlo.

Hanno modi per esprimere la loro protesta.

Fanno quadretti, ad esempio questo:

 

A un primo sguardo nulla di particolare.

Si vede uno specchio d’acqua.

Si vede una delle sue sponde.

Si vede una barchetta che s’affatica.

Si vede un ponte sull’acqua e gente sul ponte.

La gente affretta visibilmente il passo

perché da una nuvola scura la pioggia

ha appena cominciato a scrosciare.

 

Il fatto è che poi non accade nulla.

La nuvola non muta colore né forma.

La pioggia né aumenta né smette.

La barchetta naviga immobile.

La gente sul ponte corre proprio

là dov’era un attimo prima.

 

È difficile esimersi qui da un commento.

Il quadretto non è affatto innocente.

Qui il tempo è stato fermato.

Non si è più tenuto conto delle sue leggi.

Lo si è privato dell’influsso sul corso degli eventi.

Lo si è ignorato e offeso.

 

A causa d’un ribelle,

un tale Hiroshige Utagawa

(un essere che del resto

da un pezzo, e come è giusto, è scomparso),

il tempo è inciampato e caduto.

 

Forse non è che una burla innocua,

uno scherzo della portata di appena qualche galassia,

tuttavia a ogni buon conto

aggiungiamo quanto segue:

 

Qui è bon ton

apprezzare molto questo quadretto,

ammirarlo e commuoversene da generazioni.

 

Per alcuni non basta neanche questo.

Sentono perfino il fruscio della pioggia,

sentono il freddo delle gocce sul collo e sul dorso,

guardano il ponte e la gente

come se là vedessero se stessi,

in quella stessa corsa che non finisce mai

per una strada senza fine, sempre da percorrere,

e credono nella loro arroganza

che sia davvero cosi.

*

da “Gente sul ponte” (1986)

Wisława Szymborska,Vista con granello di sabbia – Adelphi, 2009

Wisława Szymborska, Scorcio di secolo

Antoni Tàpies
opera di Antoni Tàpies (1923 – 2012)

.

Doveva essere migliore degli altri il nostro ventesimo secolo.

Non farà più in tempo a dimostrarlo,

ha gli anni contati,

il passo malfermo,

il fiato corto.

 

Sono ormai successe troppe cose

che non dovevano succedere,

e quel che doveva arrivare

non è arrivato.

 

Ci si doveva avviare verso la primavera

e la felicità, tra l’altro.

 

La paura doveva abbandonare i monti e le valli.

La verità doveva raggiungere la meta

prima della menzogna.

 

Alcune sciagure

non dovevano più accadere,

ad esempio la guerra

e la fame, e così via.

 

Doveva essere rispettata

l’inermità degli inermi,

la fiducia e via dicendo.

 

Chi voleva gioire del mondo

si trova di fronte a un’impresa

impossibile.

 

La stupidità non è ridicola.

La saggezza non è allegra.

 

La speranza

non è più quella giovane ragazza

et cetera, purtroppo.

 

Dio doveva finalmente credere nell’uomo

buono e forte,

ma il buono e il forte

restano due esseri distinti.

 

Come vivere? – mi ha scritto qualcuno

a cui io intendevo fare

la stessa domanda.

 

Da capo, e allo stesso modo di sempre,

come si è visto sopra,

non ci sono domande più pressanti

delle domande ingenue.

 

*

da GENTE SUL PONTE (1986) – Wisława Szymborska, Vista con granello di sabbia, poesie 1957-1993, a cura di Pietro Marchesani – Adelphi Edizioni, 2009

Wisława Szymborska, da Il poeta e il mondo (discorso tenuto in occasione del conferimento del Premio Nobel)

“[…] Il poeta odierno è scettico e diffidente anche – e forse soprattutto – nei confronti di se stesso. Malvolentieri dichiara in pubblico di essere poeta – quasi se ne vergognasse un po’. Ma nella nostra epoca chiassosa è molto più facile ammettere i propri difetti, se si presentano bene, e molto più difficile le proprie qualità, perché sono più nascoste, e noi stessi non ne siamo convinti fino in fondo…In questionari o conversazioni, quando il poeta deve necessariamente definire la propria occupazione, egli indica un generico “letterato” o cita l’altro lavoro da lui svolto. La notizia di avere a che fare con un poeta viene accolta dagli impiegati o dai passeggeri che sono con lui sull’autobus con una leggera incredulità e inquietudine. Suppongo che anche un filosofo susciti eguale imbarazzo. Egli si trova tuttavia in una situazione migliore, perché di solito ha la possibilità di abbellire il proprio mestiere con qualche titolo scientifico. Professore di filosofia – suona molto più serio.

Ma non ci sono professori di poesia. Se così fosse, vorrebbe dire che si tratta d’una occupazione che richiede studi specialistici, esami sostenuti con regolarità, elaborati teorici arricchiti di bibliografia e rimandi, e infine diplomi ricevuti con solennità. E questo a sua volta significherebbe che per diventare poeta non bastano fogli di carta, sia pure riempiti dei versi più eccelsi – ma che è necessario, e in primo luogo, un qualche certificato con relativo timbro. Ricordiamoci che proprio su questa base venne condannato al confino il poeta russo, poi Premio Nobel, Iosif Brodskij. Fu ritenuto un “parassita” perché non aveva un certificato ufficiale che lo autorizzasse a essere poeta…

[…]E’ significativo che si girino di continuo molti film sulla biografia di grandi scienziati e grandi artisti. Registi di una qualche ambizione intendono rappresentare in modo verosimile il processo creativo che ha condotto a importanti scoperte scientifiche o alla nascita di famosissime opere d’arte […].

Le cose vanno assai peggio per i poeti. Il loro lavoro non è per nulla fotogenico. Una persona seduta al tavolo o sdraiata sul divano fissa con lo sguardo immobile la parete o il soffitto, di tanto in tanto scrive sette versi, dopo un quarto d’ora ne cancella uno, e passa un’altra ora in cui non accade nulla…Quale spettatore riuscirebbe a reggere un simile spettacolo? […]

(da Wisława Szymborska – Vista con granello di sabbia, Biblioteca Adelphi)

*

un profilo della Poetessa su http://www.railibro.rai.it/articoli.asp?id=202

mentre si può leggere il testo completo del discorso  nei commenti a cura di AnGre

*