Fernand Khnopff, enigmatico simbolista – sassi d’arte

Chiudo la porta su me stessa (1891), Neue Pinakothek, Monaco di Baviera

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Fernand Edmond Jean Marie Khnopff (Grembergen-lez-Termonde, 12 settembre 1858 – Bruxelles, 12 novembre 1921) è stato un pittore belga, appartenente al movimento del Simbolismo. Nonostante l’assenza di precedenti in famiglia, fu colto da un’amabile passione per le Belle Arti e, stancatosi degli studi di diritto, Khnopff ben prestò lasciò la facoltà per assecondare le sue velleità pittoriche. Il suo itinerario artistico si inaugurò nell’atelier di Xavier Mellery, pittore di modesta levatura, che però esortò Khnopff a scandagliare il significato più autentico e, per questo, nascosto delle cose; fu tuttavia il contatto con il preraffaellismo inglese, e in special modo con la produzione di Edward Burne-Jones, a persuaderlo a partecipare pienamente alla temperie decadente e simbolista del tempo.

Il debutto pittorico di Khnopff avvenne nel 1881 con l’esposizione di varie sue opere al Salon de l’Essor di Bruxelles: le reazioni della critica furono immediatamente forti e unanimemente asprissime, fatta eccezione per Emile Verhaeren, poeta belga che supportò per tutta la vita l’arte di Khnopff, del quale avrebbe poi scritto anche la prima biografia. Sebbene non fosse un uomo molto aperto e avesse una personalità piuttosto riservata, Khnopff ebbe successo ed onori tanto da ricevere l’Ordine di Leopoldo ed egli stesso arrivò a conquistare un posto tutto particolare nella storia dell’arte, licenziando opere celeberrime come Le carezze (qui, in questo blog) e Chiudo la porta su me stessa (foto d’apertura). Morto il 12 novembre 1921 è seppellito nel cimitero di Laeken.

La tiara d’argento (1911); olio su carta, 54×54.5 cm, Museum of Modern Art, New York

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Fernand Khnopff è accreditato tra gli interpreti più sensibili e visionari del Simbolismo europeo. La sua esperienza pittorica, innanzitutto, si configura come un netto rifiuto al Positivismo, indirizzo di pensiero animato da innumerevoli filosofi, letterati e scienziati che, intrigati dagli impetuosi sviluppi della società industriale, nutrivano un’appassionata fiducia nei risultati e nel metodo della scienza sperimentale. Khnopff, ripudiando la mentalità positivista, si fa invece cantore di una nuova sensibilità, non più oppressa da una cieca e ingenua fede nella scienza: il filo conduttore dell’estetismo di Khnopff, infatti, si basa sull’esaltazione delle componenti soggettive dell’animo umano e della realtà, per niente priva di proiezioni spirituali o metafisiche (come invece sostenevano i Positivisti). Khnopff oltrepassa infatti le schematizzazioni positiviste e rivendica quelle dimensioni che sfuggivano all’indagine delle scienze sperimentali: mondi sovrannaturali, arcani, che si celano dietro la trapunta arabescata delle apparenze e che sono penetrabili solo dall’artista, il quale grazie a intuizioni misteriose e folgoranti riesce a cogliere le corrispondenze sotterranee tra i vari fenomeni sensibili, non percepibili attraverso quella razionalità tanto celebrata dai Positivisti. Fernand Khnopff, infatti, è uno dei cantori più riusciti del Simbolismo: «né religiosa, né cristiana, né mitologica, la pittura di Khnopff è piuttosto simbolica» disse in tal senso Edmond-Louis De Taeye nel 1898.

Fernand Khnopff With Georges Rodenbach. A Ghost Town, 1889, Pastel, crayons and ink on paper, 26 x 16 cm, Hearn Family Trust

Sotto il profilo più strettamente figurativo, Khnopff combina questi intenti simbolisti e decadenti con i compiacimenti estetizzanti della pittura inglese e con le sfumature misticheggianti del gruppo rosacrociano. Ne consegue una pittura alimentata da atmosfere misteriose ed inquietanti, rarefatte da silenzi profondissimi e da algide apparizioni e densissima di simboli arcani ed enigmatici dai complessi rimandi letterari ed allusivi. Sono proprio questi i poli pulsionali dell’arte di Khnopff, che in questo modo allude all’esistenza di una realtà «altra» rispetto a quella immediatamente percepibile con i sensi, più profonda e misteriosa, ma proprio per questo enigmatica, ambigua, la cui interpretazione non solo è plurivoca, ma è addirittura difficilissima, se non impossibile (si osservi, in tal senso, il dipinto Chiudo la porta su me stessa).

A Blue Curtain, 1909

Nelle opere khnopffiane quest’enigmaticità viene raggiunta anche attraverso una «figurazione estenuata ed androgina» (Cristian Camanzi) e mediante l’adozione di una tavolozza giocata su toni aranciati e blu. Significativo, in tal senso, anche l’utilizzo di tagli rettangolari e strettissimi, chiaramente ispirati alla fotografia (tanto che, più di composizioni, sarebbe più lecito parlare di inquadrature, stante l’analogia con le riprese fotografiche). Nonostante la consistenza di queste peculiarità Khnopff è un artista dalle sicure competenze tecniche: egli, infatti, non esitava a spaziare nei vari generi di rappresentazione (fu infatti paesaggista e ritrattista, ma anche scrittore e conferenziere) e a confrontarsi con le tecniche artistiche più disparate, maneggiando con disinvoltura pastelli, acquerelli, disegni ed olio (Sophie A. Deschamps, ad esempio, ne decanta «la perfezione del disegno»).

Nell’universo figurativo di Fernand Khnopff, poi, un caratteristico posto di rilievo spetta alla figura della donna: «Pura come una vergine o tendenzialmente criminale, virtuosa fino alla morte o insensibile meretrice bramosa di seme, fertile madre o sadica divoratrice di menti maschili: diverse e contraddittorie sono [nelle opere di Khnopff] le immagini della donna, di una donna che, all’alba del nuovo secolo, andava rivendicando un suo proprio ruolo sociale emancipato dalla schiavitù del maschio padrone.» (Barbara Meletto) Come emerge dalla precedente citazione, Khnopff vive con grande trasporto figurativo il suo rapporto con le donne: donne che, tuttavia, vengono indagate non secondo il giudizio estetico, bensì con il ricorso a una superiore spiritualità. Khnopff, infatti, non si lascia allettare dalla bellezza intrigante dei soggetti e ne scandaglia piuttosto la psiche con grande sensibilità, lasciandone emergere i sentimenti più reconditi e nascosti.

Ecco, allora, che le donne khnoppfiane incarnano due tipologie femminili conflagranti. Da una parte, infatti, abbiamo femme fatales voluttuose, sensuali e aggressive, in grado di assoggettare ingannevolmente gli uomini al loro volere, e dall’altra donne-angelo bellissime, pure, spirituali, eppure pallidissime, algide, le quali rivolgono allo spettatore uno sguardo vuoto e minaccioso, senza tuttavia parlare: il silenzio che grava sulle opere di Khnopff, infatti, è palpabile e rumorosissimo. Spesso, poi, Khnopff dimostra come questi due mondi apparentemente antitetici siano in realtà due facce della stessa medaglia. (tratto e adattato da Wikipedia)

Posthumous Portrait of Marguerite Landuyt, 1896, Oil on canvas, 72,5 x 74,5 cm, Musée Royaux des Beaux-Arts, Bruxelles

Jorge Luis Borges, Invocazione a Joyce

Invocazione a Joyce di Jorge Luis Borges

Disseminati in disperse città,
folla di solitari,
fingevamo che ognuno fosse Adamo
che diede nome alle cose.
Per i vasti declivi della notte
costeggianti l’aurora,
cercammo, lo ricordo, le parole
di luna, morte, mattino
e delle altre usanze umane.
E fummo, sì, l’imagismo, il cubismo,
le conventicole e le sette
che le università credule venerano.
Inventammo l’assenza di maiuscole,
l’omissione della punteggiatura,
le strofe in forma di colomba
care ai bibliotecari d’Alessandria.
Cenere, quanto andavamo facendo,
fuoco ardente la nostra fede.
Tu intanto forgiavi
nelle città dell’esilio,
che per te fu l’odiato
ed eletto strumento,
l’arma della tua arte,
innalzavi i tuoi ardui labirinti
infinitesimali ed infiniti,
mirabilmente meschini,
più popolosi della storia.
Morremo senza aver potuto scorgere
la fiera biforme o la rosa
che sono il centro del tuo dedalo,
ma la memoria ha i suoi talismani,
ha echi virgiliani,
perciò nelle strade notturne non cessano
i tuoi splendenti inferni,
tante cadenze e metafore tue,
gli ori della tua ombra.
Che importa la viltà se sulla terra
c’è un solo coraggioso
e la tristezza se ci fu nel tempo
chi si disse felice,
che importa la generazione persa
che fu mia, vago specchio,
se è giustificata dai tuoi libri.
Io sono gli altri. Sono tutti quelli
che il tuo ostinato rigore riscatta.
Son quelli che non conosci, che salvi.

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da Elogio dell’ombra, trad. di Francesco Tentori Montalto (Einaudi)

Sergej Esenin, Imitazione di un canto

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Imitazione di un canto

Dal cavo delle mani tu abbeveravi il cavallo imbrigliato,
si spezzava nello stagno il riflesso delle betulle,

dalla finestra io guardavo il fazzoletto turchino,
come serpi il vento agitava i tuoi riccioli neri.

Nel bagliore delle correnti schiumose doloroso
desideravo strappare un bacio alle tue labbra vermiglie.

Ma con sorriso sottile mi spruzzasti di schiuma.
Ti allontanasti al galoppo e tintinnò il freno.

Nella trama dei giorni assolati il tempo ha tessuto un filo…
passando dinanzi al davanzale ti portarono a sepoltura.

E nel lamento del requiem e nell’incenso del rito.
mi sembrò risuonare quieto il tuo libero suono.

(1910)

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Sergej Esenin (1895 – 1925)

da Stanco di vivere e altre poesie – Via del Vento edizioni — immagine: Amintore Fanfani, Cavallo di razza, 1977

Goliarda Sapienza, tre poesie da Ancestrale

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Separare congiungere
spargere all’aria
racchiudere nel pugno
trattenere
fra le labbra il sapore
dividere
i secondi dai minuti
discernere nel cadere
della sera
questa sera da ieri
da domani

§

Vedi non ho parole eppure resto
a te accanto. Non ho voce eppure
muovo le labbra. Non ho fiato eppure
vivo e ti guardo. E forse è questo
che volevo da te, muta restare
al tuo fianco ascoltando la tua voce
il tuo passo scandire le mie ore.

§

Il monte il mare
i fiumi
del tuo ventre
le albe
della tua fronte
questo vorrei ritrovare

*

Goliarda Sapienza (Catania, 10 maggio 1924 – Gaeta, 30 agosto 1996)

poesie tratte da Ancestrale (La Vita Felice, 2013); prefazione e cura di Angelo Pellegrino, postfazione di Anna Toscano

Salterio di Ingeborg – sassi d’arte

Il salterio (dal lat. psalterium, gr. ψαλτριον, der. di ψάλλω «cantare accompagnandosi sulla cetra») è il libro in cui sono raccolti i centocinquanta salmi dell’Antico Testamento, recitati nella liturgia cristiana nel corso della settimana secondo le varie ore canoniche.Tradizionalmente attribuiti al re Davide e ai musici della sua corte, i salmi sono inni in lode della divinità, con i quali si chiedono l’aiuto e il perdono del Signore. Con l’avvento del cristianesimo e per tutto il Medioevo essi vennero interpretati in termini cristiani. In generale il Signore dell’Antico Testamento veniva concepito come il Messia e, in particolare, molti passi dei singoli salmi erano letti come metafore e prefigurazioni cristiane; lo stesso Davide era considerato tipo di Cristo. Il testo ebraico dei salmi raggiunse l’Occidente latino attraverso le traduzioni svolte da san Girolamo nel sec. 4°, delle quali due erano basate su versioni greche e la terza si fondava direttamente sul testo ebraico. Le tre versioni, note rispettivamente come romana, gallicana ed ebraica, differiscono nella numerazione dei salmi e presentano anche molte importanti varianti testuali. Il testo normalmente adottato finì per essere la traduzione gallicana, detta Vulgata; però numerosi salterii, importanti per le loro illustrazioni, contengono la versione romana, oppure testi paralleli di due o persino di tutte e tre le versioni di s. Girolamo. Il salterio fu il principale libro di preghiera per la devozione religiosa individuale fino al 1300 ca., quando cominciò a perdere popolarità in favore del libro delle ore.

Il Salterio di Ingeborg – immagine in apertura: unzione del corpo di Cristo e tre Marie presso il sepolcro (cm.30,4 x 20,4), a sinistra, e scene della vita di Maria, a destra – è uno dei più significativi esempi sopravvissuti di prima scrittura gotica. Oggi il manoscritto è conservato presso il Musée Condé di Chantilly. L’opera, un libro di preghiere privato della regina, è formata da 200 fogli di pergamena e da una cinquantina di miniature e riproduce un calendario, 150 salmi e altri brani liturgici scritti in gotico minuscolo.

Il nome di questo salterio (a destra, immagine di una pagina inerente i Re Magi) si deve alla regina Ingeborg di Francia, seconda moglie del re Filippo Augusto. Originaria della Danimarca, venne ripudiata dal marito; la successiva riconciliazione, avvenuta nel 1213, fu probabilmente suggellata dalla donazione di questo libro, appositamente realizzato. Nella bottega (attiva intorno al 1213 ca.) in cui il manoscritto fu decorato erano attivi due pittori principali e alcuni aiutanti; la qualità dei due pittori, di cui si conservano anche altre opere realizzate in parte insieme e in parte separatamente, può considerarsi equivalente. Essi dovevano conoscere a fondo l’arte bizantina ed essere in stretto contatto con la miniatura della Francia del nord e dell’Inghilterra; ma le loro opere testimoniano anche la conoscenza dell’arte orafa sviluppatasi nella regione del Mosa. Le miniature a ciclo continuo precedono l’inizio del salterio vero e proprio senza alcun riferimento al testo, occupando due pagine affiancate e lasciando vuote le successive due.

Il sontuoso salterio costituisce il più significativo tra i manoscritti miniati di provenienza francese risalenti ai primi anni del XIII secolo. In quell’epoca, i cicli di scultura della Cattedrale di Chartres sono vicini al completamento,mentre quelli di Reims sono già stati avviati. E’ iniziato anche il lavoro per la realizzazione dei portali occidentali di Notre Dame a Parigi. Tuttavia, la struttura compositiva e molti dei soggetti seguono ancora la tradizione bizantina, rappresentata ad esempio dai grandi cicli di mosaici siciliani, mentre il fondo d’oro e l’inserimento di una cornice preannunciano le scelte che saranno tipiche del XIII secolo.

Il pittore parigino continua a usare i colori per lo più morbidi dell’arte orientale ma, ispirandosi ai modelli dell’antichità, modera la rigidità delle forme nella morbidezza delle pieghe, pur senza ricadere negli stili ornamentali più antichi. La figure sono rappresentate in atteggiamento tranquillo, anche nei momenti più drammatici . L’immagine è bidimensionale ed è circoscritta da una sottile cornice. Le figure umane costituiscono l’elemento cardine della rappresentazione e non vi è spazio per elementi non essenziali. La dignità e il rigore delle immagini fanno pensare ai coevi tentativi di ottenere, nel campo della scultura, un effetto di maggiore monumentalità; tuttavia è possibile che la bottega si sia attenuta alle aspettative della corte francese.

(fonti nell’ordine: Enciclopedia Treccani; Cathopedia; “Gotico” Ed.Taschen)

Ospite ed ospiti della rubrica “Gioielli rubati” di Flavio Almerighi

Inizio col dire grazie di cuore a Flavio per aver inserito i miei versi in questa sua pregevole rubrica di ricerca di poesia contemporanea attraverso i mezzi telematici, social e blog. Quindi, saluto i poeti che conosco e di cui conosco la bravura e sono contenta di ospitare a mia volta nomi che leggo per la prima volta. Una scelta, quella di questi “gioielli rubati” n.108, che ha il sapore del viaggio fatto fino a questo atipico settembre e che, al contempo, ha il gusto di un bagaglio utile per i mesi a venire, ricco di spunti e inviti e ricordi e riflessioni…mi piace risuonare tra queste voci, in questa agorà poetica, qual è il blog di Flavio. [AnGre]

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Gioielli Rubati 108: Anna Maria Curci – Gisella Canzian – Sebastiano A. Patanè-Ferro – Elena Milani – Marco G. Maggi – Maria Natalia Iiriti – Barbara Auzou – Angela Greco.
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dal blog amArgine di Flavio Almerighi, 6 settembre 2020 (QUI)
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Asphaleia
a Otello Guidi, viandante e amico
Un passo dopo l’altro hai insegnato
di una via che tu sai aspra e succosa.
Che foggia hanno i tuoi sandali-scarponi?
Non paventano sdrucciole o altri suoni
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pregressi, già scanditi o risuolati,
magari in lingue irte di sentieri.
Fitta la mappa ne disegni ancora
della solidità, tu che precedi.
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Anna Maria Curci
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Non sono un granello di sabbia
se non per il tempo in cui le mosche ci si appoggiano –
convinte di albergare su feccia
cospargerla di saliva
e succhiarla.
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E’ nella decomposizione
la gestazione di nuove larve – l’ecosistema resiste
e gli uccelli non perderanno il loro trono.
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Gisella Canzian
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[i poeti muoiono prima della quiete
senza il conforto di quella parola
che hanno cercato da sempre
quel suono mai definito che voleva dire amore
ma era un’altra cosa]
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Sebastiano A. Patanè Ferro
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Ho fatto tutto nuovo
ogni giorno.
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Dai nostri anni
è nato l’oggi
Una torta di trentanove piani
senza ascensore
ci porta al belvedere.
Sembra ieri il giorno dei confetti,
la sua vigilia già abitata da noi.
Gli amici in casa da giorni,
la cucina profumata di maionese
e il bimbo che gattonava da un giorno.
Mia madre faceva avanti e indietro dal negozio
ora partecipando,
ora ostacolando.
Mio padre con il Grand Marnier in mano
e un viva la vita in tasca.
Beppe aveva il divieto di farsi un goccetto
ed io ero carica di bigodini.
Tu eri indifferente, ma sorridevi,
mi avevi già sposata anni prima,
dal primo momento,
le nozze erano una festa più grossa
per il tuo compleanno .
Assi e cavalletti ,tovaglie prese in prestito.
Don Abbondio chiuso in canonica
stava per sciogliere la scomunica.
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Due ragazzi nel sole
e un bimbo in volo da un braccio all’altro.
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30 agosto 81
mi sposavi.
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Elena Milani
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Anna e Mario
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Sembrava quasi ritornato il silenzio
forse non tutto viene per nuocere:
almeno c’è più tempo per pensare
e nel cielo ho rivisto un’azzurrità
come non incontravo da ragazzo
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Con Mario nell’orto mettevamo canne
per far crescere fagioli e tümàtic**
adesso anche Anna lo ha raggiunto
e poi dicono che c’è una sola madre
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Siamo cresciuti soli nella tempesta
senza riuscire a trattenere il vento.
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**di probabile provenienza austroungarica, nel mio dialetto sta per pomodori.
Marco G. Maggi
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Non so cosa fare di questa notte di luna piena, lucida come un metallo prezioso.
Non esiste morale in notti come questa, ma un finale scontato.
Agosto è finito e nemmeno io mi sento in forma smagliante.
Non so cosa farmene di questa ultima notte di agosto.
E tu, ottavo mese dell’anno, feroce e crudele, sei arrivato fino in fondo ai tuoi giorni.
Testardo e tenace come una tartaruga che riesce a diventare adulta,sopravvivendo agli ami e alla plastica tossica, viene a deporre il suo bottino sulla stessa spiaggia che ha conosciuto nascendo.
Magari la notte era la stessa, di fine agosto, di luna piena.Di poca gente e una lunga fila di ombrelloni spenti.
Il finale della storia è a sentimento. Gli ingredienti li lascio sulla sabbia: perplessità, fragilità, nostalgia, sale e peperoncino a occhio e croce. Prego, servitevi, pure.
Non esiste morale in notti come questa, ma un finale banale.
Stanotte non dormirò: veglierò sull’inizio di una nuova storia.
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Maria Natalia Iiriti
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Di nuovo
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Sono tornati nello stomaco e negli occhi
tutti i sogni dal più furtivo al più profondo
Non conosco altri modi per esistere e alimentare la mia guerra
tutto ciò che è aperto fiorisce in tutto ciò che è chiuso
racconto ancora i sorrisi incespicati della margherita
cento volte respinti dalla sua vita ieri, dimmelo di nuovo
mentre balla fino all’ultimo passo nonostante
la lancia del vento che l’attraversa
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Barbara Auzou (trad.di Flavio Almerighi)
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S’insinua un pensiero
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Un caprifico veglia
sulla soglia di casa,
sulla ferocia e sulla rovina
dell’ultimo ruggito di agosto.
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Col trascorrere dei chilometri
s’insinua un pensiero.
Sassi e ossa conoscono
il tempo e il suo procedere.
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Angela Greco
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Si ringrazia di cuore l’autore dell’articolo originale, sul cui blog, al link in apertura, è possibile riscontrare le fonti da cui sono tratti i versi.
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Cristina Campo, Elegia di Portland Road

xx

Elegia di Portland Road di Cristina Campo

Cosa proibita, scura la primavera.

Per anni camminai lungo primavere
più scure del mio sangue. Ora tornano sul Tamigi
sul Tevere i bambini trafitti dai lunghi gigli
le piccole madri nei loro covi d’acacia
l’ora eterna sulle eterne metropoli
che già si staccano, tremano come navi
pronte all’addio…

…………………………..Cosa proibita
scura la primavera.

Io vado sotto le nubi, tra ciliegi
così leggeri che già sono quasi assenti.
Che cosa non è quasi assente tranne me,
da così poco morta, fiamma libera?

(E al centro del roveto riavvampano i vivi
nel riso, nello splendore, come tu li ricordi
come tu ancora li implori).

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da Cristina Campo, La tigre assenza (Adelphi)

Emily Dickinson, due poesie con traduzione

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448
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Ecco chi fu un Poeta –
Chi distilla la sorpresa di un senso
Da Significati ordinari –
Ed estrae Essenza infinita
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Da specie familiari
Che si estinsero alla nostra Porta –
Ci chiediamo se si sia stati Noi –
Proprio noi a fermarle – per primi –
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Le Immagini, le rivela
Il Poeta – è Lui –
Per Contrasto – a investirci –
Di una Povertà imperitura –
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Di quanto è suo – inconsapevole –
Al punto che – gli fosse rubato –
Non ne patirebbe – la sua –
Una Ricchezza – al di fuori del Tempo.
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448
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This was a Poet – It is That
Distills amazing sense
From ordinary Meanings –
And Attar so immense
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From the familiar species
That perished by the Door –
We wonder it was not Ourselves
Arrested it – before –
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Of Pictures, the Discloser –
The Poet – it is He –
Entitles Us – by Contrast –
To ceaseless Poverty –
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Of Portion – so unconscious –
The Robbing – could not harm –
Himself – to Him – a Fortune –
Exterior – to Time –
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(c. 1862)
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450
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I Sogni – vanno bene – il Risveglio meglio,
Se ci si sveglia al Mattino –
Se ci si sveglia a Mezzanotte – meglio –
Sognare – l’Alba –
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Più tenera -l’incredulità di Pettirossi
Che non hanno mai deliziato Alberi –
Più del confronto – con un’Alba ferma –
Che non porterà nessun Giorno –
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450
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Dreams – are well – but Waking’s better,
If One wake at Morn –
If One wake at Midnight – better-
Dreaming – of the Dawn –
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Sweeter – the Surmising Robins –
Never gladdened Tree –
Than a Solid Dawn – confronting –
Leading to no Day –
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(c. 1862)
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Emily Dickinson, da Sillabe di seta, (trad.e cura di Barbara Lanati, Feltrinelli) – immagine d’apertura: Vincent Van Gogh, Ramo di mandorlo fiorito, 1890

Settembre a Venezia di Vincenzo Cardarelli

Claude Monet - Tramonto a Venezia

Settembre a Venezia

Già di settembre imbrunano
a Venezia i crepuscoli precoci
e di gramaglie vestono le pietre.
Dardeggia il sole l’ultimo suo raggio
sugli ori dei mosaici ed accende
fuochi di paglia, effimera bellezza.
E cheta, dietro le Procuratìe,
sorge intanto la luna.
Luci festive ed argentate ridono,
van discorrendo trepide e lontane
nell’aria fredda e bruna.
Io le guardo ammaliato.
Forse più tardi mi ricorderò
di queste grandi sere
che son leste a venire,
e più belle, più vive le lor luci,
che ora un po’ mi disperano
(sempre da me così fuori e distanti!)
torneranno a brillare
nella mia fantasia.
E sarà vera e calma
felicità la mia.

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Vincenzo Cardarelli

(dal web – in apertura: Claude Monet, Tramonto su Venezia, 1908)

 

Tiziano, Venere allo specchio – sassi d’arte

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Tiziano, Venere allo specchio (1555 circa)

olio su tela, cm 124, 5 x 104,1 – National Gallery of Art, Washington

La tela raffigura Venere seminuda seduta sul letto nell’atto di ammirare la propria immagine riflessa in uno specchio tenuto da un Amorino, mentre un altro Amorino regge una ghirlanda di fiori. È questa l’unica versione di indiscutibile autografia tra le numerose tele in cui Tiziano rappresentò, introducendo alcune varianti, questo soggetto. La tela si trovava nello studio del pittore ancora nel 1576, al momento della sua morte; probabilmente l’artista la volle tenere per sé, perché ne era particolarmente soddisfatto e per utilizzarla come modello per successive repliche.

Venere è ritratta con una mano poggiata sul seno e l’altra sul grembo, in un atteggiamento pudico che ricorda quello della famosa statua romana della dea (Venus pudica) appartenuta ai Medici e oggi conservata agli Uffizi. Tiziano potrebbe aver visto la scultura o una sua copia durante il soggiorno romano del 1545-1546 ma, pur ispirandosi a un modello antico, realizzò un’immagine di calda sensualità attraverso un uso sapiente della luce e lo sfruttamento delle potenzialità offerte dal colore a olio (David Alan Brown). Recenti indagini radiografiche condotte sul dipinto hanno rivelato come inizialmente Tiziano avesse pensato di ritrarre Venere decorosamente abbigliata con una camicia bianca e hanno inoltre mostrato, come per quest’ opera il pittore si sia servito, capovolgendola, di una tela su cui aveva dipinto due figure di tre quarti, un uomo e una donna. Nel ri-dipingere la tela con la Venere allo specchio, il pittore lasciò visibile il manto della figura maschile precedentemente realizzata, trasformandolo con sorprendente abilità nello splendido brano del drappo di velluto scarlatto che avvolge la parte inferiore del corpo della dea.

Venduta nel 1581 dal figlio del pittore a Cristoforo Barbarigo, fu ceduta dagli eredi di quest’ultimo allo zar Nicola I nel 1850; nel 1931, infine, il collezionista Adrew Mallon acquistò il dipinto dall’Ermitage e sei anni dopo lo donò alia National Gallery di Washington.

[Testo tratto e adattato da I grandi maestri dell’arte, Tiziano – Skira]

Thomas Stearns Eliot, due poesie con traduzione

quarta versione

Il palazzo di Circe
.
Intorno alla sua fontana che scorre
con la voce di uomini in pena,
sono fiori che nessuno conosce.
I loro petali sono aguzzi e rossi
con orribili strisce e macchie;
sbocciarono dalle membra dei morti.
Qui non torneremo mai più.
.
Pantere escono dalle tane
nella foresta che sotto infittisce,
lungo le scale del giardino
il lento pitone impigrisce;
i pavoni vanno, lenti e impettiti,
e ci osservano con lo sguardo
di uomini che conoscemmo in passato.
.
.
.
Circe’s Palace
 .
Around her fountain which flows
With the voice of men in pain,
Are flowers that no man knows.
Their petals are fanged and red
With hideous streak and stain;
They sprang from the limbs of the dead. –
We shall not come here again.
Panthers rise from their lairs
In the forest which thickens below,
Along the garden stairs
The sluggish python lies;
The peacocks walk, stately and slow,
And they look at us with the eyes
Of men whom we knew long ago.
.
.
*
.
.
Spleen
.
Domenica: questa processione soddisfatta
di sicure facce domenicali;
cappellini, cilindri, consapevoli grazie
in una ripetizione che spiazza
il tuo autocontrollo mentale
con questa digressione ingiustificata.
.
La sera, le luci il tè!
Bambini e gatti nel vicolo;
depressione incapace di affrontare
questa tetra conventicola.
.
E la vita, un poco calva e grigia,
languida, schizzinosa e distaccata,
aspetta, cappello e guanti in mano,
ricercata nell’abito e nella cravatta
(un poco impaziente per l’indugio)
….sulla soglia dell’Assoluto.
.
.
.
Spleen
.
Sunday: this satisfied procession
Of definite Sunday faces;
Bonnets, silk hats, and conscious graces
In repetition that displaces
Your mental self-possession
By this unwarranted digression.
 .
Evening, lights, and tea!
Children and cats in the alley;
Dejection unable to rally
Against this dull conspiracy.
And Life, a little bald and gray,
Languid, fastidious, and bland,
Waits, hat and gloves in hand,
Punctilious of tie and suit
(Somewhat impatient of delay)
On the doorstep of the Absolute.
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da T.S.Eliot, Poesie 1905/1920 – Appendice, poesie giovanili e disperse, cura e traduzione di Massimo Bacigalupo, Newton Compton Editori 2012

immagine d’apertura: Arnold Böcklin, “L’Isola dei Morti”, foto in B/N della quarta versione, andata perduta

28 agosto, Sant’Agostino

Agostin d'Ippona

Una volta per tutte dunque ti viene imposto un breve precetto: ama e fa’ ciò che vuoi; sia che tu taccia, taci per amore; sia che tu parli, parla per amore; sia che tu corregga, correggi per amore; sia che tu perdoni, perdona per amore; sia in te la radice dell’amore, poiché da questa radice non può procedere se non il bene.” (In Io. Ep. tr. 7, 8)

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Agostino (Aurelio Agostino d’Ippona, filosofo, vescovo e teologo latino e padre, dottore e santo della Chiesa cattolica), pronuncia queste parole in aggiunta ad “Ama e fa’ ciò che vuoi (Dilige et quod vis fac)” durante la settima Omelia del 20 aprile del 407 mentre sta commentando i versetti 4-12 del capitolo 4 dell’epistola giovannea, dove viene affermato che Dio è Amore, avendolo concretamente provato nel corso del travaglio della sua stessa esistenza.

Nato a Tagaste il 13 novembre 354  e morto ad Ippona il 28 agosto 430 Agostino, osservatore acuto delle cose di Dio e degli uomini, assomma in sè la più fervida umanità e una delle più straordinarie conversioni dei primi periodi del Cristianesimo.

In apertura, la più antica immagine di Agostino, risalente al VI secolo, in un affresco nella basilica del Laterano in Roma.

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Ai link che seguono è possibile immergersi nella storia di questo grande uomo e scaricare una versione in formato pdf della sua opera maggiore, Le confessioni:

http://www.augustinus.it/vita/uomo/index.htm

Confessioni

Franco Fortini, due poesie da Paesaggio con serpente (versi 1973 – 1983)

Alberto Burri - Sacco (1953)

PRIMAVERA OCCIDENTALE – da Versi per la fine dell’anno

E’ un’ora incerta e lunga, tempo
di acquate e fumi, il sole indica gli orti
d’Irlanda, aprile senza gloria, o il platino
dei cantieri a Stoccolma o il rivo blu
della rue de Bourgogne.
Mai così è stata in noi definitiva
la certezza che scelta non c’è più
se non tra minimi eventi, variabile lume
su tetti e insegne colorate. Il senso esiste
e lo conosceranno. Così speriamo. Vedi, anzi:
questa certezza è l’ombra del paesaggio.
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(1958)
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§

UN’ORA ESISTE … – da Otto recitativi

Un’ora esiste conosciuta a molti
nera e rada. Che nella campagna
le bestiole abbandonano la cerca,
lenta è ogni persona, gli edifici sono chiusi.
Dico della notte di luglio se è tutta muta.
Hanno ripreso a tremare nella loro tana sparuta
le famiglie dei ricci, vittime sotto le stelle
di raggi ultraterreni o feroci veleni,
cieche alle alte cose che a noi paiono belle.
O rive smorte, incanti grigi, ire disseccate.
Capovolto il capo nei sonni ostinati
la generazione dei dormienti precipitando
sente che mai potrà destarsi.
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(1975-’77)
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Franco Fortini, da Paesaggio con serpente (versi 1973 – 1983)Tutte le poesie, Oscar Mondadori, 2015 — immagine: Alberto Burri, Sacco (1953)

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le_poesie_di_franco_fortini_composita_solvantur_2Franco Fortini (Firenze 1917-1995) è lo pseudonimo di Franco Lattes. Confinato per motivi politici e razziali, partecipa dal 1944 alla Resistenza in Valdossola. Dopo la guerra si trasferisce a Milano dove collabora a riviste e quotidiani con grande impegno ideologico e polemico verso la società letteraria, con saggi sui rapporti tra letteratura e politica, poesia e potere. Tra le raccolte di poesie ricordiamo Foglio di via e altri versi (1946), Poesia ed errore (1959), Una volta per sempre (1963), Paesaggio con serpente (1984). Tra i libri di narrativa Agonia di Natale (1948), Sere in Valdassola (1963).

Nella sua opera Fortini riflette sulla condizione e sulle contraddizioni degli intellettuali nella società capitalista e sulle possibilità di usare il marxismo come strumento di interpretazione generale della realtà. Domina la sua poesia una limpida lucidità che si rispecchia in una forma prosastica riscattata dalla presenza di metafore e allegorie. Per scrivere i suoi versi il poeta dice di aver bisogno di una forma molto semplice, di ritmi larghi, di pause assai profonde. (dal web)

Rocco Scotellaro, Sempre nuova è l’alba

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Sempre nuova è l’alba di Rocco Scotellaro

Non gridatemi più dentro,
non soffiatemi in cuore
i vostri fiati caldi, contadini.

Beviamoci insieme una tazza colma di vino!
Che all’ilare tempo della sera
s’acquieti il nostro vento disperato.

Spuntano ai pali ancora
le teste dei briganti, e la caverna –
l’oasi verde della triste speranza –
lindo conserva un guanciale di pietra….

Ma nei sentieri non si torna indietro.
Altre ali fuggiranno
dalle paglie della cova,
perchè lungo il perire dei tempi
l’alba è nuova, è nuova.
[1948]

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Centro di documentazione “Rocco Scotellaro e la Basilicata del secondo dopoguerra”

immagine: opera pittorica di Carlo Levi