Michele Paoletti, Breve inventario di un’assenza letto da Angela Greco

Breve inventario di un’assenza (Samuele Editore, maggio 2017, prefazione di Gabriela Fantato) di Michele Paoletti è la presa di coscienza di un distacco, di un’assenza assunta nelle piccole e ripetute dosi dei brevi componimenti poetici di cui è costituita. Michele Paoletti elabora per tutta la lunghezza di questo breve itinerario poetico, una separazione da qualcuno che è stato parte di lui, di cui lui era parte a sua volta e con la capacità di chi possiede il dono dell’analisi, un pezzo per volta guarda, elabora e archivia in una memoria poetica da offrire al lettore diluita dall’urgenza e dall’ustione della perdita. Passi piccoli che consentono al poeta di avvicinarsi alla materia pregnante di cui è composta la silloge, ma che al contempo gli consentono di addomesticare e man mano distaccarsene fino al punto in cui si è capaci o è possibile, la perdita, l’assenza, il vuoto lasciato da questa figura che si sente, ma che mai si vede, che si avverte, ma di cui mai viene detto in maniera esplicita. Momenti di abbandono all’accaduto si susseguono a distaccati attimi poetici che vanno ad incorniciare un sentire partecipe, mai sopra i toni, mai eccessivo, quasi si avesse timore delle proprie stesse reazioni. Un pudore, che a tratti soffia sulla pelle del lettore un alito apparentemente freddo, ma che verso la fine del libro allenta un pochino le redini per cedere il passo ad un atteggiamento più caldo ed emozionato, come a dire di aver appreso la lezione del distacco e, alla fine, averne ricavato un tornaconto non in passivo, per quanto possibile nelle capacità umane.

Ha il tono del bilancio, questo libro, dell’economia nel senso più nobile del termine, della valutazione di quanto vi è dopo l’evento scatenante la poesia e di cosa sia più favorevole trattenere e cosa, invece, leggera, lasciar andare ai cieli di un altrove immutabile, di sola accettazione. Liriche brevi, dosate in un ritmo che, al contrario di quanto si possa credere per la loro brevità che suggerirebbe una certa fretta, rallenta il lettore, lo frena, gli consente la sosta; ritmo in cui la pausa non già grafica, quanto piuttosto intima, spesso è inevitabile, per non perdere la scena che vi è alle spalle del verso e da cui lo stesso è nato. Breve inventario di un’assenza si può considerare una sorta di retrospettiva dell’autore e punto di partenza per un qualcosa ancora da dire, esattamente come il titolo suggerisce nel termine economico che possiamo assumere nella accezione di chiusura, un inventario finale insomma, che ha ben espresso il bilancio di una fase sicuramente orfana di qualcuno, ma che già in questa assenza sa trovare tutti gli elementi per riaprire l’attività successiva.

[Angela Greco]

*

versi da Breve inventario di un’assenza di Michele Paoletti

La luce inonda il corridoio
e scopre le piaghe che la casa
nasconde agli occhi
persi nello specchio
a indovinare quante pieghe
del mio viso ti appartengono.
 .


Marciva il tavolo in giardino
la plastica dei vasi si spaccava
in minuscole foglie triangolari.
Ottobre era un viale illuminato,
una canzone sepolta nella terra.
.


Fissavo una briciola di terra
in bilico sull’orlo del lenzuolo.
Un piccolo rotondo promemoria
che mi rammenta come va a finire.

.

Tienimi le mani contro il muro
mentre la notte chiude un cerchio
attorno al corpo
che mi hai gettato addosso
come un abito mai messo.

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Michele Paoletti è nato nel 1982 a Piombino (LI) dove vive e lavora. Si è laureato in Statistica per l’economia e si occupa di teatro per passione, da sempre. Ha pubblicato Come fosse giovedì (Puntoacapo editrice, 2015), la sua raccolta d’esordio, e la plaquette La luce dell’inganno (Puntoacapo Editrice). Una selezione di suoi testi è inserita nell’antologia iPoet di Lietocolle, 2016. Numerosi i premi vinti e i riconoscimenti in concorsi letterari a livello nazionale.

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Marc Chagall, Apparizione – sassi d’arte

Apparizione Chagall

Marc Chagall, Apparizione (1917-1918)

collezione privata, in deposito presso il Museo di Stato russo, San Pietroburgo

*

Opera poco nota di Marc Chagall, Apparizione è stata realizzata agli inizi del Novecento ed attrae per la scelta minima di colori rispetto alla tavolozza di questo artista e per la sistemazione sulla tela degli elementi rappresentati, racchiusi in un quadrato suddiviso in elementi triangolari convergenti in un ipotetico centro, che esula dal riferimento classico di convergenza prospettica.

Chagall condivide l’idea della trasformazione dell’immagine in testo così come è stato per la generazione prebellica, che storicamente si distingueva dal simbolismo “fin de siècle”: l’immagine dipinta, si sostiene, è interamente frutto d’invenzione e non discende in alcun modo dall’imitazione del mondo reale, così come era stato per i Simbolisti. In altre parole, l’immagine è “idea” e non “impressione”: le diverse parti del quadro si possono rimandare a questa o quella forma sensibile – fiori, corpi, montagne, frutta, case, volti, ecc. – ma acquistano senso definito e specifico esclusivamente nel contesto della composizione, quasi fossero nominate per la prima volta o disegnate ex novo.

Ed è proprio l’attesa l’esperienza artistica al centro della composizione: l’artista siede al cavalletto e si chiede cosa dipingere o raccontare e l’invenzione del tema è il suo primo problema. L’ispirazione è intermittente e a volte manca del tutto. Che fare? Un angelo annunziante si incarica di rispondere all’angosciosa domanda: entra in scena dall’angolo in alto a destra della composizione e apostrofa l’artista quasi a intimargli di non rinunciare, mentre nubi ultraterrene sorreggono il messaggero e si estendono all’intero atelier, rimandando a dimensioni di sogno a occhi aperti, di rapimento. Il tutto accade, perché agli occhi di Chagall l’artista è comunque un eletto, come un profeta o un santo, e l’angelo si rivolge a lui direttamente, poiché lo ha scelto, ha scelto il predestinato della pittura. Accompagnati da frammenti superstiti di iconografie tradizionali, questo processo creativo è descritto come un’Annunciazione e si distingue da altre opere dell’artista, per l’elegante riduzione della tavolozza ricorrendo esclusivamente a grigi e azzurri.

Annunciazione El Greco
El Greco, Annunciazione, conservata a Budapest (1595-1600 circa)

Tale riduzione è strettamente legata all’immagine considerata modello di Apparizione, ossia l’Annunciazione di El Greco, conservata a Budapest (1595-1600 circa): Chagall assimila il complesso gioco di grigi e azzurri che caratterizza il dipinto di El Greco e conferisce al proprio artista la posa di Maria. Riproduce infine fedelmente la figura dell’angelo nel gesto, il profilo, la collocazione compresi ali e panneggi, che esibiscono la citazione del modello manierista dell’artista ispiratore e c’è un solo dettaglio che Chagall non riprende della figura angelica dell’Annunciazione di Budapest: il volto dell’angelo. Di quest’ultimo elemento se ne può individuare facilmente la fonte in un’altra opera di El Greco, la Trinità del Prado (1577-1579) i cui l’angelo il cui profilo Chagall cita (rovesciato) occupa il primo piano a sinistra e sorregge la figura esamine del Cristo.

[a cura di Giorgio Chiantini & Angela Greco, liberamente tratto da “Chagall”, Dossier Art n.313 (settembre 2014), commentato da Michele Dantin, Giunti editore.]

– Clicca sulle immagini per ingrandirle –

Ingrid De Kok, due poesie

 Ingrid De Kok, due poesie da Other Signs (Kwela Books, 2011)

Per questo articolo si ringrazia la rivista “Atelier poesia”.
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Vocazione
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Ci sono venuta da sola ma la via del nettare mi ha aiutato.
Ci sono stati altri segni, come sempre ci sono.
La bussola di mio padre per darmi la direzione.
I messaggi in aria di mia madre,
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Frecce bianche agli incroci, dipinte da amici,
Il codice dell’infanzia, tutti e sette i sensi,
Segnali di pericolo lanciati da sconosciuti,
Le tombe del mio paese, i suoi recinti elettrici.
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Uno zaino di canzoni, una mappa di parole,
Perfino un rimario.
Una Bibbia, dieci penne, carta filigranata.
Oggetti ordinari per lo più.
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Le stelle sono state indispensabili, certo,
Anche la luna, a volte una pillola amara.
E un po’ di vento ha continuato a battere le ali venate
Piegando me e il salice al suo volere.
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Per trovare la strada mi raccontavo storie.
Quella di Arianna mi è servita ma il suo filo di seta
Ti lega le caviglie se non fai attenzione.
E non mi sono persa, anche se tutto si è ridotto
.
A una dimora che un tempo respirava
Occupata per poco
Dove canzoni, il suono del liuto,
Perfino il graffio della penna, non si sentono più.
.
Dal tetto in rovina
Proviene un unico suono:
Il verso indifferente di un gufo.
Ruota il capo,
Inclina i ciuffi delle orecchie,
Getta lo sguardo
Nel buio
Guardando, aspettando, come deve,
.
Che io e altri cantori,
Altre prede necessarie,
Troviamo la strada nella boscaglia
Ci liberiamo dei nostri zaini preziosi
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Miglio dopo ultimo miglio,
Mentre veniamo qui
Di nuovo all’inizio e alla fine,
Silenzio, luogo di riposo.
.
.
*
.
Vocation
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I led myself here though the honeyguide helped.
There were other signs, as there always are.
Father’s compass to spin me around,
Mother’s messages in the air,
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White arrows at crossoroads, painted by friends
Childhood’s morse, all seven senses,
Warning flares fired by strangers,
My country’s graves, its electric fence.
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A backpack of songs, a map of words,
Even a rythming dictionary.
A bible, ten pens, watermarked paper.
Most things quite ordinary.
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The stars of course were indispensable,
Also the moon, though sometimes a bitter pill.
And a little wind kept beating its veined wings
For the willow and me to bend to its will.
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To find my way I told myself stories.
Ariadne’s helped but her silken twine
Encircles your ankles if you’re not careful.
And I am not lost, though things are winding down
.
To a once breathing house
On short-term lease
Where song, recorded lute,
Even pen’s scrape, have almost ceased.
.
From the crumbling roof
Only one sound left:
An owl’s indifferent hoot.
It swivels its head,
Tilts its tufted ear,
Casts its eyes
Into the dark
Watching, waiting, as it must,
.
For me and other singers,
Other necessary prey,
To find our way through the brush,
To shed our precision packs
.
Mile by last mile,
As we lead ourselves here
Back to the beginning and the end,
Silence, resting place.
.
.
.
Tutto considerato
.
Non si poteva fare più
Di quanto è stato fatto
.
Non è colpa di nessuno
Solo indifferenza ordinaria
.
Poteva andare peggio
Tutto distrutto
.
Famiglie intere sepolte
Lunghe file di rifugiati
.
Incendi da spegnere
Inondazioni da governare
Letti di ossa
Crateri
.
Disastro di più vasta scala
Di fronte a tutto questo
.
Una piccola morte
Quasi senza peso
.
Tutto considerato
.
.
*
.
All things considered
.
Not much more could have been done
That was done
.
Nobody culpable
Just normal indifference
.
It could have been worse
Everything ruined
.
Whole families buried
Long lines of refugees
.
Fires to extinguish
Floods to manage
.
Bone beds
Craters
.
Disasters on a bigger scale
Balanced against this
.
Small death
Almost weightless
.
All things considered
.
.
(Traduzioni dall’inglese di Paola Splendore)
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Ingrid De Kok: nata nel 1951 nei pressi di Johannesburg, Ingrid De Kok emigra in Canada negli anni settanta. Nel 1983 torna in Sudafrica dove tuttora dirige un programma di educazione per adulti presso l’Università di Cape Town ed è impegnata in varie attività editoriali e culturali. Quattro le raccolte poetiche principali: Familiar Ground (1988), Transfer (1997), Terrestrial Things (2002) e Seasonal Fires (2006). La poesia di De Kok, tradotta in molte lingue europee e in giapponese, appare per la prima volta in traduzione italiana nell’antologia Mappe del corpo edita nel 2008 da Donzelli.

Yang Lian, Omaggio alla poesia

– per questa poesia si ringrazia il blog Poesia in Rete –

OMAGGIO ALLA POESIA

Il vecchio secolo scopre la fronte
e scuote le spalle ferite
la neve copre le rovine — bianca e inquieta
come schiuma d’onde, si muove in una selva oscura
una voce sperduta ci giunge da quegli anni
non ci sono strade
attraverso questa terra che la morte ha reso misteriosa

Il vecchio secolo ingannando i suoi figli
lascia ovunque scritte irriconoscibili
la neve sulla pietra corregge la sporcizia decorata
io stringo nelle mani la mia poesia
chiamami! Nell’istante anonimo
la barca del vento portando la storia è passata in fretta
dietro di me — come un’ombra
mi segue una fine

Dunque ho capito:
un gemito non è un rifiuto, le dita della fanciulla e
il modesto mirto sono immersi nei cespugli viola
sguardi come meteoriti si tuffano nell’oceano immenso
ho capito che ogni anima infine sorgerà di nuovo
portando il profumo fresco e umido del mare
portando l’eterno sorriso e la voce che non si piega
salendo verso il puro mondo azzurro
e io declamerò il mio poema

Crederò che ogni ghiacciolo è il sole
queste rovine, essendoci io, diffondono una strana luce
tra questi campi pietrosi ho ascoltato un canto
mi nutre un seno pieno di gemme
avrò nuova dignità e sacro amore
sui campi candidi denuderò
un cuore
sul cielo candido denuderò
un cuore
e sfiderò il vecchio secolo
perché sono poeta

Sono poeta
se voglio che la rosa sbocci, la rosa sboccerà
la libertà tornerà, portando la sua piccola conchiglia
in cui risuona l’eco di una tempesta
l’aurora tornerà, la chiave dell’alba
ruoterà nella giungla, i frutti
maturi lanceranno fiamme
anch’io tornerò, a scavare di nuovo
il destino doloroso
a coltivare questa terra nascosta dalla neve

Yang Lian (Maggio 1980 – gennaio 1981.), da Nuovi Poeti Cinesi, Einaudi, Torino, 1996 (Traduzione di Alessandro Russo)

In apertura: Hokusai, Fiori di susino e luna – Album Mont Fuji au printemps (Haru no Fuji) . Museum of Fine Arts, Boston – clicca sull’immagine per ingrandirla –

Francis Ponge, due poesie da Il partito preso delle cose

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Francis Ponge, due poesie da Il partito preso delle cose

LE MORE

Sui cespugli tipografici costituiti dal poema, su una strada che non porta né fuori dalle cose né verso la mente, certi frutti sono formati da una agglomerazione di sfere che una goccia di inchiostro riempie.
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Neri, rosa, e kaki insieme sul grappolo, offrono lo spettacolo di una famiglia burbera in età diverse piuttosto che una viva tentazione a coglierle.
Vista la disproporzione tra i semi e la polpa, gli uccelli li gustano poco, tanta poca cosa resta in fondo quando dal becco all’ano ne sono attraversati.
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Il poeta invece nel corso della sua passeggiata professionale ne fa giustamente il proprio modello: «Così dunque, si dice, riescono in gran numero gli sforzi pazienti di un fiore molto fragile benché da un arcigno intricarsi di rovi difeso. Senza molte altre qualità – more, perfettamente more sono, e mature – come anche questa poesia è fatta».
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LA CANDELA

La notte a volte ravviva una pianta singolare il cui bagliore scompone le camere ammobiliate in cespugli d’ombra.
La sua foglia d’oro si regge impassibile nel cavo di una colonnetta di alabastro, attraverso un peduncolo nerissimo.
Le farfalle povere la assalgono preferendola alla luna troppo alta, che vaporizza i boschi. Ma subito bruciate o sfinite nella battaglia, tutte fremono sull’orlo di una frenesia vicina allo stupore.
Intanto la candela, con il vacillare dei chiarori sul libro nel brusco sprigionarsi dei fumi originari, incoraggia il lettore – poi si inclina sul suo piatto, e affoga nel suo alimento.

*

Francis Ponge, Il partito preso delle cose (a cura di Jacqueline Risset, Einaudi, 1979)

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francis-pongeFrancis Ponge – Poeta e saggista francese (Montpellier 1899 – Bar-sur-Loup, Alpes-Maritimes, 1988). P. riconosce agli oggetti una priorità ontologica che l’eccessivo soggettivismo e l’irrealismo cui sono improntati cultura e linguaggio contemporanei hanno loro negato. Strumento primario di questa riforma dev’essere un linguaggio che, rinnegando codici interpretativi, antropocentrismo e astrazioni della poetica tradizionale, sia del tutto rapportato all’oggetto, del quale scopre ed evidenzia aspetti inediti e valenze insospettate «giocando» con affinità semantiche, con assonanze foniche, con indagini etimologiche. Ne deriva la consapevolezza «della sostanziale profondità, della varietà e della rigorosa armonia del mondo», e fors’anche una nuova definizione dell’uomo e del suo rapporto con le cose: scoprire un aspetto sconosciuto delle cose equivale infatti a illuminare un angolo oscuro dell’animo umano, in quanto descrivere l’oggetto esterno porta di necessità a una definizione contestuale dell’emozione che esso suscita.
Trascorsa l’infanzia ad Avignone e a Caen, completò gli studi a Parigi dove, dove entrò in contatto con J. Paulhan e laNouvelle revue française e trovò saltuario lavoro presso la casa editrice Gallimard (1921-23). Nel 1930 aderì al surrealismo, impegnandosi politicamente, ma senza che l’orientamento marxista o gli estremismi del surrealismo esercitassero influenze di rilievo sulla sua opera. Per vivere, accettò un impiego presso le Messageries Hachette (1931-37), da cui venne licenziato per aver partecipato attivamente alle lotte sindacali. Iscrittosi nel 1937 al Partito comunista francese,con cui ruppe nel 1947, prese parte alla Resistenza. Tuttavia, a guerra terminata il suo impegno politico si ridusse considerevolmente, soprattutto perché diverse e intense suggestioni gli venivano dalla frequentazione di esponenti dell’avanguardia artistica come Braque, Picasso e Dubuffet, cui nel corso degli anni dedicherà alcuni saggi. Le difficoltà materiali lo costrinsero ad accettare impieghi anche modesti, finché una cattedra d’insegnante all’Alliance Française non gli permise una relativa sicurezza economica. P. conquistò una certa notorietà, consacrata nel 1959 dal premio internazionale di poesia Capri e dal conferimento della Légion d’honneur. Nel 1961 lasciò Parigi e si stabilì definitivamente in Provenza.
 Opere. Rivelò fin dalla prima raccolta, Douze petits écrits (1926), una netta opposizione a qualsiasi forma di lirismo personale e alla scrittura automatica dei surrealisti, ai quali tuttavia si unì nel 1929. S’impose nel 1942 con Le parti pris des choses (trad. it. 1979), cui seguirono tra l’altro: Proêmes (1948); La rage de l’expression (1952); Le grand recueil (3voll., 1961), che riunisce anche parte delle poesie precedenti; Nouveau recueil (1967); La fabrique du pré (1971);Pratiques d’écriture ou l’inachèvement perpétuel (1984). Espose la sua poetica in Dix courts sur la méthode (1946) ePour un Malherbe (1965). Riconoscendo come modelli da un lato Rimbaud, Mallarmé, Lautréamont, dall’altro Malherbe, il grande purificatore della lingua francese, P. teorizzò una rifondazione del linguaggio basata sul primato dell’oggetto, che il poeta può solo osservare e descrivere nell’intento di giungere a formule chiare e impersonali; strumenti privilegiati di questa operazione divengono l’etimologia, l’anagramma, il neologismo. Salutato da Sartre come il poeta dell’esistenzialismo, P. ebbe un ruolo importante nella nascita del nouveau roman e un notevole influsso su Tel quel, cui inizialmente aderì. Si occupò anche di arti figurative (Le peintre à l’étude, 1948; De la nature morte à Chardin, 1964;L’atelier contemporain, 1977). Da ricordare la sua Correspondance: 1923-1968 (2 voll., 1986) con Paulhan. (Enciclopedia Treccani)

letture amArgine: Giorni iblei, inedito di Angela Greco dal blog di Flavio Almerighi

Tratto da “amArgine”, 13 settembre 2017

Poemetto, micro poema poco importa incasellare. La scrittura di Angela Greco qui è ricca, esaustiva, evita però un’eccessiva ricchezza/lunghezza nel verso, assume fascino e musica. Giorni Iblei è resoconto di un viaggio estivo in Sicilia, una breve vacanza. Il caldo, i fuochi, le bellezze asperrime della zona iblea della Sicilia, filtrati dallo sguardo dell’autrice, sempre attento e minuzioso nel registrare e renderli poesia. D’altronde se la creatività non passasse per lo sguardo, per la persona che c’è dietro quello sguardo, avremmo prodotti e non opere d’arte. Invito alla lettura di questo pezzo, alle sue assonanze ai suoi versi forti, bello da leggere perché privo di rami secchi e binari morti. Angela Greco ha scelto versi molto forti e suggestivi a ogni apertura di strofa, sì che la lettura ne sia affascinata ma anche consapevole. Penso che la poesia tragga ristoro, perché a suo modo questo è contribuire al rinnovamento della scrittura. (Flavio Almerighi)

Giorni iblei – inedito di Angela Greco (agosto 2017)

Una civetta sorvola il risveglio. Poche auto
dietro il vetro; un’altra epoca spunta con il sole
dalla pietra. Voci dalla finestrella appena aperta
insinuano all’orecchio assenze e dissonanze.
Travi a vista sulla distanza e cali fisiologici a picco
sull’involontaria meridiana; l’ombra azzerata ride
del silenzio dietro deflettori verdi appena inclinati.
La balaustra riga strada e buste della spesa; sali,
abbiamo tempo per disinfettare l’abitudine. Rimane
poco altro che attendere, l’ibisco e i suoi petali bianchi.

Ogni casa ha morti affissi al muro esterno.
Il ponte taglia l’occhio in diagonale; si procede
paralleli al fiume in secca. Sul fianco destro il livido
dell’ultimo ricovero apre occhi sulla collina
arsa d’agosto. Abitiamo pendii di erbe lasciati al caso
di un impietoso solleone. Raglia un’apertura sulla strada;
un ulivo àncora la terra alla resa ed anche una cicala
attende la sorte alle tre del pomeriggio.
Il primo piano è in vendita sorretto da bocche che beffano
l’occhio muto della nobiltà rimasta a guardia delle cadute.

Il sole barocca l’afa; al giro intagliato sulla porta
fa eco una lontananza di treno verso nord-est.
L’anziano dirimpettaio ha bastone e cappello bianco
per la spesa mattutina. Sulla tegola in bilico tubano
un nido ed un carrubo. La luce acceca. Entriamo,
abbiamo angoli di buio ancora da dirci. La notte s’appella
al grillo e all’ultima stella di un agosto insopportabile.
La crepa sta al muro e l’occhio alla lontananza; nell’assenza
di pioggia si scongiurano sterilità peggiori. Muretti a secco
giacciono su seni mietuti. Non c’è ombra qui e la strada
è segnata solo da un numero. L’indicazione malmessa
evoca denti che mordono il passo perso in questo posto.

La notte iblea ha occhi di pianura lontana dal mare.
Fuori accade anche che si possa sopravvivere. L’angolo
di luce investe un ponte dai molti salti; un fiume
che sale a sud e ingoia la terra, ci accomuna e
restituisce trasparenze che la tua bocca sa. Il mattino,
poi, è nuovo amplesso. Assottiglia occhi e respiro
il vento; scompagina pomeriggi, squaderna l’ora del tè.
Assenze ruminano. Non si fuma qui; il respiro è
impegnato nella tua direzione. Sciolti i nodi
siamo tempeste in formazione in attesa della pioggia.
La via è punteggiata da piccoli cimiteri; brevi soste
tra roghi di mandorlo e agosto. Il tempo di un fiore.
Appassiremo alla prossima stazione pronta di Veronica
a tergere sudore e strada. Ci affianca il mare
fino al ritorno.

*

L’indole del cantastorie mi deriva dal sangue provenzale di mia mamma e dalla sempreviva voglia di essere qui e altrove al contempo… Giorni iblei è nato attraversando con 44 gradi secchi, alle tre del pomeriggio, la bellezza selvaggia delle valli della provincia di Ragusa, nell’agosto appena trascorso: un luogo di pietre e spazi senza limiti per lo sguardo e ricchissimo di dettagli precisi, netti, come nette e chiare erano persino le ombre, nel sole assurdo e magnetico del Mezzogiorno che mi appartiene, a cui appartengo senza riserve. (AnGre)

In apertura: Ragusa, panorama della valle con Ibla sulla destra – ph.AnGre

Adeodato Piazza Nicolai traduce Giorni Iblei, inedito di Angela Greco con commento di Flavio Almerighi

Tratto da “amArgine”, 14 settembre 2017

© 2017 American translation by Adeodato Piazza Nicolai of GIORNI IBLEI written by Angela Greco. All Rights Reserved both for the original and its translation.

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A long poem or micro “poema” it doesn’t need categorizing. The writing of Angela Greco is rich, exaustive, but avoids excessive richness/length in its lines, attaining fascination and musica-lity. “The Iblei Days” is the telli of a summer vacation in Sicily, a short vacation. The heat, the fires, the rugged beauties of the Iblea area of Sicily. It is filtered through the eyes of the woman poet, alsays a sharp and accurate trasmutating into poetry. On the other, hand if her creativity did not pass through the eyesight, for the person behind that look we would have a product and not an art work. I invite you to reead this poem, listen to the assonance,to the powerful verses, so lovely to read beause devoid of dried-up branches and dead-end rail tracks. Angela Greco ha chosen very strong and suggestive verses for each stanza openingso so that the reading is not only fascinating but also self-aware. I think that poetry draws new lymph, because in its way this is a renewed style of writing. (Flavio Almerighi)

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Iblei Days – inedited by Angela Greco (August 2017)

An owl flies over the awakening. Few cars
behind the glass; another age rises with the sun
from the stone. Voices from the tiny window barely open
instill in the ears absences and dissonance.
Beams seen far away and deep physiological drops
on the involuntary meridian; the zeroed shadow laughs
of the silence behind green reflectors barely slanted.
The parapet aligns the road and shopping bags; get on,
we have time to disinfect our own habits. Little else
rests waiting for us, the hibiscus and his white petals.

Each house has dead fixtures on the outside wall.
The bridge cuts the eyeview in diagonal, we proceed
parallel to the driedup river. On the right side, the wound
of the last recovery opens her eyes on the hillside
burn by August. We live with grasses left to the choice
of a huge, pityless sun. A crack moans un the road;
an olive tree anchors the earth and a agrasshopper
also awaits the sort at three o’clock in the afternoon.
The first floor is on sale held up by mouths that bluff
the muted eye of the nobles left to guard the collapse.

The sun “barocca” [1] the heat; on the circle carved on the door
echoes a distant train towards nord-east.
The old man next door has cane and white hat
to use for morning shopping. On the tilted tile a nest
and a carrub tree sing. The light is blinding. We enter,
there are still dark corners talking to us. Night clings
with the cricket and the last star of an unberable August.
The crack on the wall and the eye far away; in the absence
of rain, a dryness unwanted. Walls without mortar
lie upon cut-down breasts. There is no shade and the road
is marked by one number only. An indication uprooted
like teeth biting lost feet along this place.

The ibean night has eyes of the plains far from the sea.
Outside it seems we can still survive. The corner
of light invests a bridge with many stumps; a river
rises to the south and swallows the earth, making us equal
and gives back transparencies known to your mouth. The morning
then, is a new climax. The wind narrows both eyes and breath;
shakes up the noons, ruffles the tea hour.
Absences ruminate. Here one doesn’t smoke. The breath
is laboring in your direction. The knots undone,
we are trempests beginning to form, waiting for rain.
The way is marked by small cemeteries; brief pauses
among almond fires and August. Time of one flower.
We’ll dry up at the next station ready for Veronica
to wipe away sweat and the road. The sea at our side
until the return.

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nota: [1] In Italian the verse begins: “Il sole barocca l’afa”—it is an image that offers no translatable alternatives, hence the translator used “barocca” as in the original. The word is a neologism in Italian, from the adjective “barocco”, meaning baroque. (NdT).

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ANGELA GRECO was born on May 1, 1976, in Massafra (Province of Taranto). She lives there with her family. In prose she has published Portraint of a Girl at the Mirror (Stories, Lupo Editor, 2008); Arabesques Carved by the Sun (Terra d’Ulivi 2013); Personal Eden (La Vita Felice, 2015, Introduction by Rita Pacilio); Crossing me (Limina Mentis, 2015, with a photography cycle realized with Giorgio Chiantini and an introductive note by Nunzio Tria); Anamorphosis (Culture Project, Rome, 2017, Introduction by Giorgio Linguaglossa). Ready for September 2017, Contrary Currents (Ensemble Ed., Rome).

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Roma, Centrale Montemartini: Marsia, a cura di Giorgio Chiantini per sassi d’arte

Marsia- ph Giorgio Chiantini - Roma

Marsia, la statua della Centrale Montemartini di Roma
di Giorgio Chiantini (testo e fotografie) per Sassi d’arte
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Narrano gli autori antichi che un giorno Atena fabbricò con ossa di cervo un doppio flauto, con il cui suono deliziava gli dei riuniti a banchetto. Mentre suonava le sue gote si gonfiavano, deformandole il volto e, quando si accorse di essere derisa per questo motivo da Hera e da Afrodite, gettò via il flauto, maledicendo chiunque lo avesse raccolto. Accadde che a raccogliere lo strumento, ignaro di tutto, fu il satiro Marsia che, divenne così oggetto della maledizione della dea. Al seguito di Cibele, Marsia percorse i boschi della Frigia (Turchia) divenendo sempre più esperto nel suonare il flauto, tanto da pensare di sfidare Apollo e la sua corte. La competizione ebbe luogo e, affidato il giudizio alle Muse, fu stabilito che il vincitore avrebbe disposto a suo piacimento dello sconfitto. La gara si chiuse in parità, allora Apollo rilanciò la sfida suonando e cantando con la sua cetra capovolta, invitando Marsia a fare lo stesso con il suo strumento; la prova risultò impraticabile per il satiro, il quale, sconfitto, rimase vittima della feroce vendetta di Apollo, offeso dalla tracotanza di chi aveva osato sfidarlo. Marsia fu appeso a un albero e scuoiato vivo. Il sangue sgorgò a fiotti dal suo corpo che mostrava scoperti i muscoli, le vene e le viscere palpitanti; a lungo satiri e ninfe piansero il compagno perduto e le lacrime copiose alimentarono un fiume della Frigia che dal nome dello sfortunato satiro fu chiamato Marsia.

Marsia - Ph.Giorgio Chiantini Roma
L’origine dell’iconografia del “Marsia appeso”, secondo l’opinione più condivisa, nasce a Pergamo, in Asia Minore (Turchia), dove venne creato e rielaborato in età ellenistica, tra la fine III e la metà del II secolo a.C., un gruppo scultoreo in bronzo che comprendeva Marsia appeso all’albero, Apollo e la schiava scita ed il cosiddetto “arrotino”, che eseguì il supplizio.

Adagiata sul pavimento a mosaico di un piccolo ambiente e ricoperta da uno strato di terra sabbiosa mista a detriti con numerosi frammenti di marmo: così è stata ritrovata la statua di Marsia, ultima tra le pregevoli sculture rinvenute nel Parco degli Acquedotti, presso la cosiddetta Villa delle Vignacce, nel corso di indagini archeologiche intraprese nel 2009 dalla Sovrintendenza Capitolina in convenzione con l’American Institute for Roman Culture. La villa, nella fase del suo massimo splendore, appartenne a Quinto Servilio Pudente, personaggio legato alla famiglia imperiale e ricchissimo produttore di mattoni, la cui attività era già operativa nel 123 d.C. e proseguì per tutta la seconda metà del regno di Adriano (117-138 d.C.).

Marsia ph Giorgio Chiantini Roma

La statua è realizzata in un unico blocco di marmo dalle venature rosso-violacee originario dell’Asia Minore. Al momento del ritrovamento mancavano la mano sinistra e i piedi. Per la parte intorno agli occhi sono stati utilizzati pietra calcarea bianca per il bulbo e pasta vitrea per l’iride; il contorno dell’occhio e le ciglia sono stati, invece, realizzati in bronzo. Tracce di colore rosso (ocra) sono state trovate sul tronco e di vermiglio agli angoli della bocca e degli occhi. La scoperta si presenta particolarmente importante, perché questa statua di “Marsia appeso”, oltre ad ampliare con le sue peculiarità il panorama di questa iconografia, offre un contributo alla conoscenza della produzione artistica di un gruppo di scultori originari di Afrodisia di Caria, in Asia Minore, che in età adrianea crearono statue di grande pregio, tra le quali si propone di annoverare l’esemplare in questione.

La statua, rinnovata dal restauro operato dal Consorzio Conart, sotto la direzione tecnico-scientifica della Sovrintendenza Capitolina, presso il laboratorio della Centrale Montemartini, oggi si può appunto ammirare presso la stessa Centrale Montemartini Musei Capitolini di Roma dove è stata collocata definitivamente. [Giorgio Chiantini, fonti varie]

Sulla poesia: contributi di Claudio Borghi e Flavio Almerighi e due testi di Nanni Cagnone e Marina Pizzi

      Non crediate
l’opera d’un poeta
esaudita promessa
lieto fine – non è
che l’ultima rivalsa
d’una lingua,
la derisoria vacanza
di chi, perduto il lavoro,
con certezza del vuoto
riguarda vanamente
si torce le mani.
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Nanni Cagnone,
da Penombra della lingua, La Camera Verde – Roma, 2012.
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Controcorrente, una riflessione di Claudio Borghi

Tutto è nel moto, nel farsi senza quiete, nel moltiplicarsi necessario in cui le creature si innescano l’un l’altra e la mente, onda nel mare, non può trovare il punto da cui la pluralità nascendo si innesca.
Cosa ci resta, giunti all’estremo del frastagliarsi molteplice? Poesia, musica, frammenti, colori, il rifrangersi dell’essenza in miriadi di dettagli, senza più coglierne il centro o la legge che ne esprima la sintesi: quanto più la mente plana sul creato tanto più ne perde l’origine, il battito emozionato che il cuore innumerevole dei viventi irrora.
Il tormento si scandisce nell’arte e nella scienza, sospese tra la varietà inafferrabile agli occhi della mente, che cerca di classificarla raccogliendola in sterminati archivi, e l’unità che a quel molteplice soggiace e la mente ispira ed alimenta intera.
Se l’io è un raggio tra tanti in cui un solo cuore di luce si rifrange, e lo straniamento della scrittura nasce dal contemplare sé e il mondo come una danza che sulla scena dell’essere accade, il movimento contrario, la corrente che risale la colata a valle dell’emanazione, è l’accensione volontaria potente della coscienza, che repentina restituisce a quel danzare inquieto la possibilità del ritorno all’origine.
Le visioni poetiche, pittoriche, sinfoniche, nascono da questa necessità, la cui radice è inevitabilmente dolore, in quanto la creatura è un nulla nella dinamica della creazione, non esiste in sé, e la poesia si dona solo quando si apre la possibilità dell’altrove. Non si tratta di scoprire l’essere altro, ma di lasciar diffondere il mondo dopo aver rotto l’argine dell’io: il pensiero e l’estensione si rifondono nell’unica sostanza e la corrente si agita turbata, e nella disintegrazione della coscienza, piccola candela con un nome, si impone la visione anonima, in cui il poeta si priva dell’identità e della presunzione di essere creatore di quello che scrive o dipinge o armonizza sul pentagramma delle idee.
La frammentazione è dinamica interna ad ogni moto di pensiero rivolto al fenomeno, ad ogni sistema ideale che si costruisce intorno a un principio unificante, nasce da un movimento da sempre presente nella storia del pensiero: la riverberazione, la dissoluzione, il pullulare agitato delle forme che pulsano vibrano scodinzolano in traiettorie casuali nell’oceano dell’essere. Le epifanie del molteplice, animato in strutture polifoniche o in polittici affrescati in cui corpi e azioni e fluttuazioni timbricamente colorano il quadro, sono sempre sinfonie, per quanto volontariamente si compongano di disarmonie galleggianti nell’aria. Dicono la pluralità dal punto di vista dell’eterno, non della coscienza disintegrata, e in quanto tali contengono la possibilità dell’inversione della corrente, dell’epifania che da un momento all’altro può donarsi. Si isolano nell’assenza del dolore, privano l’arte della sua radice, diventano molteplicità disarmonica scissa dall’emozione, si liberano dal dramma dell’io e del respiro e della fuga spaventata registrando l’accadimento plurale, il movimento interno alla sfera, la domanda che risuona ellittica o insensata.
La coscienza contempla i corpi, atomi di un nucleo originario, l’io si sottrae alla lotta e al dolore e ne descrive l’accadere, si illude di poter rappresentare poeticamente la lacerazione, laddove la può solo malamente astrattamente replicare.
Quel che scatta e genera forma è, nel dramma individuale, la reazione della volontà, che prende il sopravvento sulla luce atonale della coscienza e tenta un movimento controcorrente, dal molteplice scisso impaurito cerca la strada tremenda della luce dell’Uno.
L’ascesi, come nei mistici, è tremore e tragedia, mai beatitudine. Ogni visione, incluse le madonne rinascimentali scolpite o dipinte nella pace empirea, è impregnata della fatica del ritorno, del volere Dio quando l’evidenza dice che lui sempre si nega, mai si dona al singolo, lontanamente trama e genera all’oscuro della coscienza che nel tempo, vivendo, si dispera. (24 gennaio 2017)

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Questioni di Io, una riflessione di Flavio Almerighi

L’io è talmente infatuato di sé che non si accorge nemmeno di essere parte di qualche miliardo di altri Io, molto spesso nemmeno nella parte centrale della galassia. In fin dei conti colora di bianco una parte infinitesimale di un pezzettino di galassia periferica, tanto e solo da far pensare a qualche astronomo/sciamano che da quelle parti al garzone del latte è scivolata una bottiglia di mano.
Se è vero che “tutta la vita è lasciare tracce” è altrettanto vero che più è potente l’Io e più cercherà di lasciarne, in forma d’arte, in forma di ideologia sanguinaria, in forma di qualsiasi altra cosa, a un punto tale che, dopo tempo, si ricorda la traccia e non più chi l’ha lasciata. Deve essere uno smacco terribile per quell’Io.
Dove c’è luce, succede sempre qualcosa. L’uomo è un animale terragnolo terrorizzato dal buio, anzi, dalla scoperta del fuoco in poi il suo destino tecnologico è stato scoperto e tracciato nella ricerca di una notte che sia sempre più giorno. Perché il buio fa paura, e senza luce l’Io non si può pavoneggiare, non si può manifestare.
Lascio alle psico sette la responsabilità di decidere cosa sia arte, letteratura, musica, religione o meno. Del loro giudizio e delle loro esternazioni non mi frega un cazzo, perché non hanno autorevolezza e nemmeno senso del bello. Come è giusto che sia, il mio Io è smisurato altrettanto quanto il tuo, rivendico il mio gusto alle cose e alla bellezza e il mio gusto non sarà mai un culto da chiesa costantiniana.
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      Vertigine sparutella attimo di buio
l’io convulso figlio del plurale
naturale ingorgo di caligine.
Appena sotto l’arco finimondo
i falò dei fogli dei poeti
illuminanti le vedette.
Guarderemo l’andarcene
dentro il baule dell’ultimo brevetto.
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Marina Pizzi,
da Dissesti per il tramonto, dal web
Immagini: opere di Mark Rothko

 

due poesie di Alejandra Pizarnik

Riproponiamo altre due poesie di Alejandra Pizarnik.
Buona lettura e buona domenica a tutti!

Il sasso nello stagno di AnGre

Hop_8 Edward Hopper, Morning Sun (Sole di mattina), olio su tela, 1952

Chi illumina

Quando mi guardi
i miei occhi sono chiavi,
il muro ha segreti,
il mio timore parole, poesie.
Solo tu fai della mia memoria
una viaggiatrice affascinata,
un fuoco incessante.

§

Presenza

La tua voce
in questo non potersene uscire le cose
dal mio sguardo
mi spossessano
fanno di me un vascello in un fiume di pietre
se non è la tua voce
pioggia sola nel mio silenzio di febbri
tu mi liberi gli occhi
e per favore
parlami
sempre

Alejandra Pizarnik

da Nuove poesie d’amore, Crocetti Editore – trad. di Claudio Cinti

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Alejandra Pizarnik, due poesie

Le poesie che seguono sono tratte dall’eBook creato da La dimora del tempo sospeso scaricabile cliccando  QUI, quindi sul titolo “I sentieri dello specchio (e altri testi)”

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La notte
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So poco della notte
ma la notte sembra sapere di me,
e in più, mi cura come se mi amasse,
mi copre la coscienza con le sue stelle.
Forse la notte è la vita e il sole la morte.
Forse la notte è niente
e le congetture sopra di lei niente
e gli esseri che la vivono niente.
Forse le parole sono l’unica cosa che esiste
nell’enorme vuoto dei secoli
che ci graffiano l’anima con i loro ricordi.
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Ma la notte deve conoscere la miseria
che beve dal nostro sangue e dalle nostre idee.
Deve scaraventare odio sui nostri sguardi
sapendoli pieni di interessi, di non incontri.
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Ma accade che ascolto la notte piangere nelle mie ossa.
La sua lacrima immensa delira
e grida che qualcosa se n’è andato per sempre.
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Un giorno torneremo ad essere.
..
.
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La danza immobile
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Messaggeri nella notte annunciarono quello che non ascoltammo.
Cercammo sotto l’ululato della luce.
Arrestammo l’avanzamento di mani inguantate
che strangolavano l’innocenza.
Ma se si nascosero nella dimora del mio sangue,
perché non mi trascino fino all’amato
che muore dietro la mia tenerezza?
.
Perché non fuggo
e mi inseguo con coltelli
e deliro?
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Di morte si è tessuto ogni istante.
Io divoro la furia come un angelo idiota
invaso di erbacce
che impediscono di ricordare il colore del cielo.
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Ma loro ed io sappiamo
che il cielo ha il colore dell’infanzia morta.
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Traduzione di Florinda Fusco – Testi e traduzioni sono tratti da Trame di letteratura comparata, IV, 2004, numero 8/9, pag. 113-139.

Olga Orozco, due poesie da Hebenon a cura e traduzione di Leonardo D’Amico

 Olga Orozco, due poesie tratte dalla rivista Hebenon

[Anno IV, N.4 della Seconda Serie, Ottobre 1999; cura e traduzione di Leonardo D’Amico – per questo articolo si ringrazia Roberto Bertoldo]

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Alla fine era il verbo
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Come fossero ombre di ombre che s’allontanano le parole,
fumate erranti esalate dalla bocca del vento,
così mi si disperdono, mi si perdono di vista contro le porte del silenzio.
Sono meno che gli ultimi rimasugli di un colore, che un sospiro nell’erba;
fantasmi che neanche assomigliano al riflesso che furono.
Allora non ci sarà nulla che resti al suo posto,
nulla che si confonda col suo nome dalla pelle fino alle ossa?
Ed io che mi rifugiavo nelle parole come nelle pieghe della rivelazione
o che creavo mondi di visione senza fondo per sostituire i giardini dell’eden
sulle pietre del vocabolo.
E non ho forse tentato di pronunciare all’inverso tutti gli alfabeti della morte?
Non era codesto il tuo trionfo nelle tenebre, poesia?
Ogni parola ad immagine di un’altra luce, a somiglianza di un altro abisso,
ognuna col suo corteo di costellazioni, col suo nido di vipere,
però disposta a tessere ed a stessere dal suo stesso bordo l’universo
ed a prescindere da me fino all’ultimo nodo.
Estensioni senza limiti piegate sotto il segno di un’ala,
trame come stracci per lasciar passare il soffio allucinante degli dèi,
risvolti dove il mistero si denuda,
dove getta ad uno ad uno i successivi veli, i successivi nomi,
senza mai raggiungere il cuore chiuso della rosa.
Io velavo incastonata nell’ardente ghiaccio, nel rogo brinoso,
traducendo lampi, sfilando dinastie di voci,
sotto un codice tanto indecifrabile come quello delle stelle o delle formiche.
Scrutavo le parole in controluce.
Vedevo sfilare le loro oscure stirpi fino alla fine del verbo.
Volevo scoprire Dio per trasparenza.
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Ripetizione del sogno
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Come una creatura allucinata
che solo l’incessante rotazione della luna tra le dune guiderebbe,
o come un fascio di farfalle gialle sommerse dal lume delle tormente
nella vertigine della paura e dell’oscurità,
o forse ancor più come l’annegata che discende fino al fondo dello stagno
roteando con un lento vortice d’addio,
così vado convocata, senza rimedio,
fino a raggiungere la mia ombra di straniera nella nebbia,
fino ad oltrepassare i muri che portano passo dopo passo alla condanna,
fino ad entrare nella notte in cui il malfattore assume le apparenze del sogno
per meglio ferire senza alcuna sfida.
Questo è il mio oltre l’unica porta che si apre ogni giorno verso la stessa gabbia
dove l’abitudine gracchia sui suoi alimenti di naufragio.
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Lui mi aspetta vestito di velluto nero,
avvolto dal dolce rammarico del dolore che non giunge mai,
e il suo volto assente, fondendosi nella neve dorata di un altro tempo,
esala una luce morta,
un fulgore come di vecchie lacrime conservate per l’accusa.
Io mi avvicino attraverso quei miraggi luccicanti di ieri che mi annunciano
una volta ancora il mio stesso sacrificio,
ma devo arrivare
come un personaggio promesso dalle maree del passato per un giorno qualunque,
nell’ora celeste pallido delle immolazioni,
fino ad un luogo che adesso è quello del sogno che si perde con me e nessuno conosce.
Perché adesso egli separa con quest’unica coltellata l’involucro del mondo
e spalanca gli alti cieli delle trasformazioni.
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Tuttavia, questa ferita del cuore dalla quale esco,
queste scale senza fine per le quali volteggio con la velocità della distanza,
queste acque che girano e si acquietano bruscamente per cristallizzare in un’ombra uguale
al mio destino,
mi conducono di nuovo al carcere di specchi che scaglia ogni notte nella notte in cui muoio.
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Sebbene nulla al risveglio mi dica ch’io sia me stessa.
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clicca QUI per leggere altri versi della stessa Autrice in questo blog

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   Olga Orozco nasce a Toay, nella provincia argentina di La Pampa, il 17 marzo del 1920 (morirà a Buenos Airesm il 15 agosto 1999) . La sua poesia mi è stata proposta da María Amarillo de Cantagalli a San Francisco di Córdoba, durante uno dei miei ultimi viaggi in America Latina, nell’agosto del 1998. Il pieno riconoscimento intellettuale dell’opera di Olga Orozco inizia a partire dagli anni ’60 e cresce nei due decenni successivi con il conferimento di numerosi premi letterari di importanza nazionale (Gran premio de Honor de la Fundación Argentina para la Poesía nel 1971, Premio Esteban Echeverría nel 1981, Primer Premio Nacional de Poesía nel 1988, tra gli altri). Oggi questa poetessa è considerata una delle voci più eminenti nel panorama della poesia argentina.

Le sue liriche, con le quali riesce a creare dal nulla scenari mitici e scontri tra forze antagoniste – il fuoco e l’acqua, la tenebra e i limpidi scenari paradisiaci, il vento e le intemperie, la musica ed il vuoto incolore, il sogno e la cruda realtà –, attingono vigore ed incertezza dalla tematica del viaggio che costantemente aleggia dentro e fuori i risvolti spesso criptici ed evocativi della sua opera. Viaggio, questo, che è intrapreso tra mondi incostanti e dissimili, tra passato e futuro e che nasconde, velandolo di nebbie e brumose praterie, il rischio di incontrare come meta definitiva ed indesiderata ciò che un tempo fu l’agognato punto di partenza.

immagine d’apertura: opera di  Mario Schifano, La chimera

Fuori programma di Angela Greco

(fuori programma)

L’imprevedibilità dei risvegli, i mattini diversi
per condizioni atmosferiche e conseguente umore,
le calze smagliate e il caffè, amaro nella sua abitudine,
a ristabilire l’ordine del giorno. Improvvisa fotografia:
distratto dal libro che hai tra le mani sembri altrove,
sul limite di un silenzio ancora da scrivere.
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Un bottone dopo l’altro avvicino quel pensiero
che ruga la fronte per quello che accade e si tace.
La poesia è insubordinazione, stazione viaria, azione,
passaggio in auto-stop verso una nuova galassia.
Seduti scomodi sul secolo breve finito per te nel 1989
intoniamo canti da raccolta di cotone per farne bende.
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Sembra che a vedere la ginestra siano in pochi;
il giallo non confondibile nella macchia verde dell’orbo.
Un collage di inerti catramati al verbo sbagliato:
“sono stato” è una questione multifattoriale.
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Raccolgo aghi dal fondo del bosco per forare palloncini.
L’aria sarà sempre un futuro semplice eppure irraggiungibile
quasi quanto l’aver osato libertà in regime mono teocratico.
Avremo nuovamente voce per raccontare al fuoco della notte,
quella in cui al posto del sonno si contarono acini luminosi.
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Angela Greco, inedito.

Kazimir Malevich, Cavalleria rossa – sassi d’arte

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Red Cavalry (Красная конница) , Cavalleria rossa, è un dipinto ad olio sul tela realizzato tra il 1928 ed il 1932 da Kazimir Malevich, aderente allo stile del Neo-Suprematismo; l’opera misura 91 x 140 cm ed è custodita presso il Museo Statale Russo (State Russian Museum)  di San Pietroburgo.

Kazimir Severinovich Malevich nasce il 26 febbraio 1878 presso Kiev, in Ucraina. Studia all’Istituto di Pittura Scultura e Architettura di Mosca nel 1903 e all’inizio della carriera sperimenta vari stili, dipingendo opere a carattere naturalistico e tuttavia prendendo parte alle principali mostre dell’avanguardia in Russia. Già a partire dal 1913 si manifesta nel pittore un grande interesse per il cubismo, interesse che lo porterà sulla via di quello che è considerato il suo contributo più originale per ciò che riguarda la storia delle forme artistiche, ossia il Suprematismo, una pittura caratterizzata da forme astratte e geometriche; la vera grande novità di Malevich si coglierà, appunto, in quella semplificazione formale, che farà di lui un artista unico del panorama sovietico intenzionato. Intenzionato a percorrere una via autonoma e del tutto staccata da correnti altrui, coglie l’occasione dell’Ultima Mostra Futurista, tenutasi nel 1915 a Pietrogrado, per lanciare il Suprematismo, di cui studia, a partire dal 1919 anche applicazioni tridimensionali attraverso modellini architettonici, che, nello stesso anno, Malevich teorizzerà, scrivendo insieme al poeta Majakovskij il “Manifesto del Suprematismo”. Kazimir Malevich morirà a Leningrado il 15 maggio 1935. (tratto ed adattato da biografieonline.it)

Negli anni conclusivi della sua vita, dal 1927 al 1935, Kasimir Malevich, il profeta dell’astrattismo russo, tentò disperatamente di rivoluzionare la propria arte, riportando la figura umana al centro dell’universo, dopo il suo annientamento nel “Quadrato nero”, la più famosa, forse, delle sue opere “suprematiste”.

Ma il tentativo urtò contro il conformismo dei sacerdoti della rivoluzione, i quali, dopo aver reso estremamente difficili quegli ultimi anni di vita al grande pittore ucraino, gli inflissero una condanna post mortem che comportò il seppellimento delle sue opere, per sessantacinque anni, nei sotterranei del Museo Russo di San Pietroburgo. Oggi, quelle opere, vale a dire sessantotto dipinti e otto disegni, in pratica tutto ciò che si trovava in casa di Malevich al momento della sua morte sono esposte in una grande mostra organizzata dallo stesso Museo russo di San Pietroburgo che le ha raccolte e conservate sfidando la messa al bando ufficiale imposto sull’ inventore del «suprematismo» fino alla metà degli anni Ottanta.

Kazimir Malevic- Quadrato nero, 1913--

Quelli dal 1927 al 1935 sono, per Malevich, anni di vertiginosa produzione. E’ come se il suo genio avesse improvvisamente avvertito l’ansia del tempo. Non per la malattia, che si manifesterà per la prima volta soltanto nel ’32, ma perché il mondo intorno a lui è cambiato inesorabilmente. Se ne n’ è accorto già nel ’26 quando un articolo sulla Leningradskaja Pravda, dal titolo “Un monastero a spese dello Stato”, scritto da un critico sconosciuto di nome Serjy (grigio) addita l’Istituto di Stato per la Cultura artistica di cui Malevich dirige la sezione dedicata alla pittura moderna, come un covo di parassiti e sovversivi, per giunta finanziati dal pubblico denaro. Un colpo durissimo per Malevich, rivoluzionario ante litteram, avendo partecipato ai moti del 1905, la rivolta di Krasnaja Presnja, preludio all’ Ottobre ’17 e maggior teorico dell’avanguardia russa, una sorta di artista-filosofo di stampo rinascimentale capace di spaziare dalla pittura all’ architettura e di attrarre schiere di seguaci. Ma non c’ è niente da fare. Alle guardie rosse della cultura il «suprematismo» non piace. Questo primato dell’idea artistica sulla forma teorizzato da Malevich viene visto come una pericolosa manifestazione di individualismo. Altro che nuova via verso l’arte fine a se stessa. L’ Istituto per la Cultura artistica viene chiuso.

La svolta nella vita artistica, e non solo artistica, di Malevich avviene l’anno dopo, nel giugno del 27. Malevich è partito con le sue opere e i suoi scritti filosofici alla volta di Varsavia e Berlino dove parteciperà alla grande mostra annuale di pittura contemporanea. Decine di quadri descrivono il percorso compiuto da Malevich nel solco dell’avanguardia russa fino al suo tragico ed enigmatico «suprematismo»: postimpressionismo, neoprimitivismo, cubofuturismo, astrattismo. Ma ecco che il 5 giugno del ‘27 un telegramma da San Pietroburgo ingiunge a Malevich di tornare immediatamente in patria. Lui ubbidisce ma lascia a Berlino le sue opere e i suoi scritti. In Russia sarebbero in pericolo. Così, fino al 1988, quando si celebra la sua prima completa retrospettiva, il Malevich conosciuto è solo quello delle opere lasciate in Germania e dal curatore tedesco, l’architetto Hugo Hoering, cedute al museo di Amsterdam. Tornato a San Pietroburgo, Malevich viene arrestato con l’accusa di voler espatriare illegalmente. Ma viene rilasciato poco dopo. E si tuffa nella sua personale ricerca del tempo perduto. Forse scopre che l’astrattismo lo ha portato in un vicolo cieco.

Lui che ha combattuto Dio ammette che «Dio non è stato battuto». I contadini, i suoi amati contadini, occupano lo spazio che nelle icone è riservato ai santi Pietro e Paolo, agli apostoli, alle madonne con bambino. Ma non sono figure, sono corpi senza volto, muti o forse imbavagliati. Le date del secondo ciclo contadino, che la Mostra di San Pietroburgo espone in tutta la sua inedita sequenza, dicono «1908, 1910» oppure «tema 1908, tema 1910». Ma l’analisi critica e storica scopre che i quadri sono stati dipinti a cavallo del 1930. Gioca col tempo, Malevich: non si tratta di inventare nuovi soggetti, scrive, ma di manipolarli alla luce delle nuove comprensioni. Quelle figure coniche o esili, in tutto spente, tranne che nei colori dell’anima sono una condanna del collettivismo.

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La Cavalleria rossa è uno sberleffo alla storia ufficiale. Nel retro della tela Malevich spiega che la scena raffigura uno squadrone che corre al galoppo «per difendere i confini della patria sovietica». Ma è un’immagine sinistra, apocalittica, inquietante. Anche questo quadro è datato 1918, l’anno della guerra civile, ma è stato dipinto nel ’32. Come la lunga sequela di paesaggi postimpressionisti, dai colori filtrati, illustrazione della sua memoria artistica ormai consegnata all’ occidente. Così Malevich si difende dagli eredi della rivoluzione che pure lo ebbe tra i protagonisti.

Ma ormai tutti i fili sono stati tagliati. Il maestro dell’arte astratta tenta un ingresso nel realismo, dipingendo alcuni ritratti di familiari e un «ritratto di operaio stacanovista» che esegue in tre versioni, una più tormentata dell’altra. E’ un prezzo da pagare. Nell’ autunno del ’30 Malevich è arrestato per la seconda volta, con la falsa accusa di spionaggio a favore della Germania. Dopo tre mesi viene rilasciato, ma confessa a Pavel Filonov, il grande primitivista, inventore dell’arte analitica: «Il giudice mi interrogava di continuo chiedendomi: “Ma di quale impressionismo sta parlando? Ma di quale cubismo va predicando”». Poi, sconsolato, concludeva: «Vogliono annientarmi. Pensano che distruggendo Malevich, distruggeranno il formalismo. Ma io non mi lascerò distruggere».

Quando muore di cancro, a 57 anni, vuole che sul feretro venga posto il suo famoso “Quadrato nero”. Un discreto pubblico di allievi e seguaci accompagna la bara alla stazione Mosca di San Pietroburgo. Qualche mese dopo, con un veemente articolo dal titolo “Sul formalismo nella pittura” la Pravda lo mette all’ indice.

(adattamento dell’articolo di Alberto Stabile per Repubblica.it, 2001)