Miniaturisti anonimi, De balena – sassi d’arte

1210 ca. – Tempera su pergamena, oro in foglie, cm 27,6 x 18,3

Oxford, Bodleian Library, ms.Ashmole 1511, foglio 86v 

*

A causa delle violenze iconoclaste delle epoche successive, l’arte romanica inglese ha subito perdite incommensurabili. Ma la pittura ha trovato un rifugio, che ne ha garantito la sopravvivenza: le copertine e le pagine dei preziosi codici miniati.

Verso la fine del XII secolo, negli ambienti colti ecclesiastici, ma anche laici d’Inghilterra, riscosse grande successo un nuovo genere librario: il bestiario, caratterizzato da ricche illustrazioni sugli animali e basato su fonti bibliche e altri documenti tardoantichi. Nei bestiari, poesia e verità, fantasia e scienze naturali, esotico e familiare si univano a formare un caleidoscopio colorato di creature. In quanto enciclopedie con la vocazione per il sensazionale, venivano incontro ai desideri di un pubblico avido di sapere che voleva anche divertirsi. Tra i manoscritti conservati l’esemplare entrato a far parte delle collezioni dell’università di Oxford nel tardo XVII secolo possiede il ciclo di illustrazioni più antico e senz’altro più bello. Non conosciamo con esattezza né l’autore, né il panorama artistico in cui fu realizzato. Ma una cosa sembra certa: era a disposizione dei lettori appassionati in un monastero cistercense. Sfogliando il codice sorpresi di fronte al prodigio di 19 miniature, i monaci e i loro allievi della scuola conventuale imparavano le meraviglie della natura.

Il codice riccamente decorato con oro in foglie e qualche tratto in argento contiene grandiose raffigurazioni di animali, piante ed esseri umani che si caratterizzano per il loro colore luminoso e una composizione chiara, distesa, simmetrica. Motivi ornamentali di raffinata eleganza completano in alcuni punti questo gioiello della miniatura di codici, che affascina per l’abbondanza di esempi sui singoli animali e piante. 

Sul verso del foglio 86 troviamo l’illustrazione della balena, sotto la quale inizia il testo descrittivo. La balena, spiega il testo latino, è un mostro marino, una creatura orribile dal corpo gigantesco; non per nulla è stata proprio una creatura simile ad inghiottire il profeta Giona, che paragonava il ventre dell’animale, come si legge nell’Antico Testamento, al regno degli inferi.

Il miniatore cerca di rendere giustizia alle dimensioni gigantesche dell’animale, collocandolo di fronte a un veliero dipinto con i colori dell’arcobaleno. Chiunque osservi oggi il foglio resta colpito più dallo splendore dei colori e dei riflessi dorati che brillano sullo sfondo, che dalla pretesa di mostruosità della balena ritratta nell’atto di inghiottire un paio di pesci. L’occhio allenato a riconoscere il bello ammira soprattutto il magistrale talento pittorico con cui pesce e nave danno vita a una figura composita, apprezza il modo con cui il corpo dell’animale dalle numerose pinne comincia a incurvarsi e come le onde del mare, un’increspatura di colore verde, rappresentino uno sfondo ornamentale per tutto l’insieme. Anche se l’immagine raffigurata su questo foglio è una delle più belle del bestiario, nel suo insieme questo capolavoro unico dell’arte romanica rivela pagina dopo pagina l’abilità compositiva, cromatica e ornamentale dei miniatori.

(tratto dal volume “Romanico” edito dalla Taschen, 2007, che si ringrazia)

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John Keats, Ode a Psiche

Ode a Psiche di John Keats

Ascolta, o Dea, questi versi dissonanti
Strappati dalla dolce violenza e dal ricordo caro;
E che sin entro la morbida conchiglia del tuo orecchio
Sian cantati i tuoi segreti, perdona.
Certo ho sognato, oggi – o davvero l’alata Psiche
Ho visto con i miei occhi aperti?
Giravo spensierato per un bosco
Quando di colpo estasiato per la sorpresa
Due belle creature vidi, coricate fianco a fianco,
Nell’erba folta, sotto un sussurrante tetto
Di foglie e tremuli fiori, ove un ruscello
Appena visibile scorreva:
Tra i taciti fiori dalle fresche radici, azzurri lunari,
Dolcemente profumati nei purpurei boccioli,
Giacevano con quieto respiro sopra un letto d’erba,
Le braccia intrecciate e le ali,
Solo le labbra non si toccavano, ché ancora non s’eran dette addio.
Come se sperate dalle mani dolci del sonno
Fosser pronte a superare il numero dei baci passati
Quando l’alba l’occhio tenero aprisse dell’amore nascente.
Conoscevo bene il fanciullo alato;
Ma tu, o felice colomba felice, chi eri?
La sua Psiche fedele!

Oh tu, ultima nata visione, più dolce
Sei di tutta la svanita gerarchia Dell’Olimpo,
Più bella di Diana nelle sue regioni di zaffiro,
Più bella di Venere, la lucciola amorosa del cielo,
Tu, la più bella sei, pur se tempio non hai,
Né altare colmo di fiori,
O coro di vergini che dolcemente piangano
La tua mezzanotte,
E non voce, o liuto, o flauto, o incenso squisito
Che fumi dal turibolo scosso,
O santuario, bosco, oracolo o ardore
Di profeta sognante della pallida bocca.

Tu, più splendida sei, pur troppo tardi nata
Per gli antichi voti o per l’ingenua lira appassionata,
Quando sacri erano i rami della foresta
Incantata, sacra era l’aria, l’acqua, il fuoco:
Pure, anche un questi giorni tanto lontani
Dalle fedi felici, le tue ali lucenti
Che volteggiano tra gli olimpi in rovina io vedo,
E canto, ai miei soli occhi credendo.
Si, lascia sia io il tuo coro e il pianto
Alzato per la tua mezzanotte,
Lascia si io la tua voce, il tuo liuto, il tuo flauto,
Il tuo incenso squisito che fuma dal turibolo scosso,
Il tuo santuario, il tuo bosco, il tuo oracolo e l’ardore
Di un profeta sognante dalla pallida bocca.

Voglio essere io il tuo sacerdote, e costruirti un tempio
Nelle inesplorate regioni della mia mente,
Dove ramosi pensieri, appena nati con piacevole dolore,
Mormoreranno al vento sostituendo i pini:
E lontano lontano, di vetta in vetta macchie oscure d’alberi
Vestiranno tutt’intorno i gioghi selvaggi dei monti
E zefiri, fiumi, uccelli e api culleranno
Nel sonno le driadi coricate sul muschio:
Tra questa ampia quiete
Adornerò un roseo santuario
Con la trama in intrecciata d’una mente al lavoro,
Con boccioli, campanule e stelle senza nome,
Con tutto ciò che l’alma fantasia sa inventare,
Lei, che creando fiori, sempre diversi li crea:
Per te sarà li ogni dolce piacere
Che l’ombroso pensiero può conquistare,
Una torcia splendente, un finestra aperta alla notte
Perché caldo l’amore vi possa entrare.

tratta dal sito keats-shelley-house.org/it — immagine d’apertura: scultura di Amilcare Santini

Felice Serino, Lo sguardo velato – 2016-2017 letto da Angela Greco

Felice Serino, Lo sguardo velato – 2016-2017 letto da Angela Greco

La poesia di Felice Serino è un incontro atteso, un momento di conforto, una superficie solida a cui poggiarsi nella inevitabile stanchezza del giorno dopo giorno. Serino tratta la poesia con la quotidianità di chi è a lui familiare e i suoi versi mettono in luce l’affetto per la poesia stessa, la costanza che lo ha condotto fino ad oggi e l’estraneità a quei fenomeni sempre più diffusi di personaggi in cerca di facile notorietà, che manipolano poesia in favore del proprio ego o dell’ego del proprio editore. Felice Serino, scrive come dono di sé all’altro, i suoi versi non chiedono nulla in cambio, ma, semmai, sono gratificati dal fatto che le sue esperienze possano essere in qualche modo utili ad altri.

Realizzato nel giugno 2018 per il sito poesieinversi.it, Lo sguardo velato raccoglie questo ultimo anno di versi e si apre con un esergo – in seno a cieli di cui non è memoria / dove nessun grido resta / inascoltato / lì è la vita nascosta – che è fin da subito un’immersione nei temi cardini della silloge e della poetica stessa di Serino: il cielo, quindi l’aspetto oltre il visibile degli accadimenti; la ricerca-conoscenza di Sé attraverso la frequentazione-studio del sacro e l’analisi del rapporto tra umano e divino.

C’è in questi versi la calma di chi osserva tutto quanto ha intorno e di chi ha attraversato tanto delle cose del mondo; una quiete, che giunge al lettore con dolcezza e fermezza nelle convinzioni, come nella costante e decisiva presenza di Dio, una presenza che nello scorrere di queste pagine e delle varie opere dello stesso autore, si fa man mano più viva e vicina e alla quale non è rivolta nessun rimprovero, nessuna parola negativa, quanto piuttosto un sommesso ringraziamento per com’è andata (perché non è andata peggio).  La poesia e l’anima-spirito divino fanno parte per Felice Serino dello stesso comparto, a tratti della stessa dimensione, e la prima sembra l’abito che veste i secondi, la forma grazie alla quale si manifestano e Serino ci presenta così la poesia: dici poesia intendi finestra / affaccio dell’anima bagnata da alfabeti di lune / è finestra su un mare aperto / poesia  /per l’orecchio del cuore-conchiglia (“Poesia-finestra”), come un tramite tra l’esterno e l’interno che in questo caso è anima e anima è, per questo poeta, il divino che ci abita, come nei toccanti versi di “Il tuo volare alto” dove la traccia del tempo che trascorre è di una bellezza particolare.

La pluralità di temi e livelli (fisico e metafisico, onirico e reale) emerge in testi come “Stanze” e “Epifanie”, che al meglio rendono il percorso di Felice Serino, sempre in equilibrio tra umanità e visone alta, attento ai dettagli di quanto lo circonda e consapevole del fattore tempo, utilizzato al meglio nel donare al lettore un vademecum per meglio procedere nei suoi giorni; quasi un consiglio da parte di chi non si è perso in sciocchezze, ma ha perseguito con fiducia e tenacia il dono della Poesia. [Angela Greco]

Poesie tratte da Lo sguardo velato – 2016-2017

Nel paese interiore
.
nel paese interiore
eiaculo i miei sogni –
vivo una stagione
rubata al tempo -mimesi
icariana sul vetro del cielo-
.
nel paese interiore
brucia il mio daimon
di febbre e di luce
.
.
§
.
.
Dell’ indicibile essenza
.
dell’ indicibile essenza
noi sostanza e pienezza
.
solleva l’angelo un lembo
di cielo:
.
in questa vastità soli
non siamo: miriadi
di mondi-entità ognuno
in una goccia
di luce
.
.
§
.
.
Stanze
.
le notti inzuppate di sogni
quando
nonsense veleggiano
sulle ondivaghe acque dell’inconscio
.
o ti vedi seguire
una successione di stanze
e ti perdi e ti ritrovi
in un’altra realtà-sogno o dimensione
.
.
§
.
.
Epifanie
.
vita che si guarda
vivere e ci guarda
vita che si pensa ed è
.
-riflessa vita che
apre la fronte del mattino
.
ed è esistere
nel suo ricrearsi
.
epifanie
.
§
.
.
Il tuo volare alto
.
l’anima spando sulla terra
a ricambiarmi una solitudine
ampia come il cielo
.
mi appresto a gran passi agli ottanta
e ancor più poesia ti canto
-del mio sangue azzurra ala
.
ai confini della sera in quel
farneticare che richiama la morte
.
il tuo volare alto
come preghiera
.
.

Felice Serino è nato a Pozzuoli nel 1941. Autodidatta. Vive a Torino.  Copiosa la sua produzione letteraria (raccolte di poesia: da “Il dio-boomerang” del 1978 a “Dove palpita il mio sogno” del 2018); ha ottenuto importanti riconoscimenti e di lui si sono interessati autorevoli critici. E’ stato tradotto in otto lingue.  Intensa anche la sua attività redazionale.  Gestisce vari blog e siti.

“Lo sguardo velato” è disponibile cliccando sul seguente indirizzo: https://sestosensopoesia.files.wordpress.com/2018/06/felice-serino-lo-sguardo-velato-2016-17.pdf

William Turner: Pioggia, vapore e velocità-La grande ferrovia occidentale – sassi d’arte

William Turner (1775-1851), Pioggia, vapore e velocità-La grande ferrovia occidentale 

1844, olio su tela, cm 91 x 122 – Londra, The National Gallery

*

Turner presentò l’opera nel 1844 alla Royal Academy. La critica, pur non mancando di riservargli qualche giudizio sfavorevole, rimase molto impressionata dall’audacia della composizione. In Pioggia, vapore e velocità, infatti, Turner riesce a liberarsi dalla tirannia del disegno, lasciando erompere il colore, con una tavolozza arpeggiata sui toni gialli e neri. L’artista in questo modo abbandona lo zelo indagatorio tipico del vedutismo tradizionale, e approda a una visione del dato naturalistico tipicamente romantica, dove «l’immagine è suggestione, associazione, ricordo, la materia pittorica è l’opera stessa, è spazio, forma e prospettiva che si dilata nel colore». Ciò è evidente soprattutto nella trattazione della parte sinistra del dipinto, completamente dissolta dal furore della luce, dove si distinguono appena diversi bagnanti baluginare nelle acque del Tamigi, un ponte a tre arcate e alcune imbarcazioni.

Altrettanto innovativa è la tessitura luministica di Pioggia, vapore e velocità. In questo dipinto Turner riesce finalmente a trovare quella scintilla necessaria per far deflagrare la luce, già presente in potenza in molte sue opere precedenti. Le forme, infatti, sono incerte e indefinite, e si smaterializzano nella luce grigia e lattiginosa e nell’atmosfera satura di pulviscolo: lo stesso titolo, d’altronde, sottolinea che l’aria è pregna di «pioggia» e «vapore».

Sempre il titolo evoca un terzo elemento che rappresenta di fatto il perno tematico del dipinto: si tratta della «velocità», simbolicamente rappresentata da un elemento decisamente nuovo, il treno. La locomotiva era un mezzo di trasporto che era stato sostanzialmente introdotto nel 1803, quarantuno anni prima dell’esecuzione del dipinto, con l’apertura della Surrey Iron Railway, la prima linea ferroviaria pubblica mai esistita: per questo motivo, era vista come simbolo della modernità. Mentre la maggior parte degli artisti, scettici verso l’era del vapore, riscoprivano la pittura del passato, Turner non si lasciò intimorire dalle locomotive, anzi, ne subì irrimediabilmente il fascino. Fu per questo motivo che egli decise di omaggiare la nuova epoca scegliendo proprio di raffigurare un treno: era la prima volta che un convoglio ferroviario era oggetto di rappresentazione pittorica.

Nel dipinto il treno della Great Western Railway si avventa sul ponte ferroviario di Maidenhead, precipitandosi verso lo spettatore con una velocità tale che pare voglia uscire dalla tela: a creare questa sensazione di dinamismo concorrono il taglio obliquo del ponte, la sua prospettiva e l’angolazione non frontale di ripresa. Sotto il profilo simbolico, invece, l’inarrestabile forza della locomotiva è ribadita dalla presenza della lepre, il più veloce degli animali, che corre sulle rotaie, forse per sfuggire al treno, forse per gareggiare in velocità con esso. Intuendo il potenziale artistico della modernità, inoltre, Turner riconduce il treno nella categoria estetica del sublime. Anche gli elementi artificiali, oltre a quelli naturali, possono dunque confrontarsi con il sublime, in quanto anche essi «tendono a colmare l’animo di un orrore dilettevole» (Edmund Burke), anche se i binari del treno non hanno un andamento curvilineo (tipico delle burrasche di mare, o degli incendi …) bensì procede per linee rette, così come qualsiasi altro prodotto dell’uomo. In questo modo, Turner riesce a «trasferire i temi del sublime nel campo della tecnica, dipingendo la fusione del valore industriale con i fenomeni atmosferici della pioggia e della nebbia e associandoli a un nuovo parametro: la velocità» (J. Clay)

fonte: Wikipedia

Correnti contrarie di A.Greco su Transiti Poetici

Estratto da Diario estivo e … la poesia (qui l’articolo completo) di Rita Pacilio

[…] Correnti contrarie, Ensemble, 2017, di Angela Greco, poetessa pugliese, ripropone testi editi e inediti sugli equinozi, giorni dell’anno che delineano le ore del giorno e della notte in eguale misura temporale. L’autrice pone sulla bilancia del tempo la giusta presenza della bellezza e della difficoltà umana della riconoscenza. Poesie e prosa poetica per far esplodere, dalla stessa prospettiva, la consapevolezza della perdita e della conquista. Per questo motivo il gesto del vivere non scolora gli attimi vitali, anzi, li cattura in un linguaggio corposo e metaforico per restituirci il senso delle realtà più semplici del mondo, i sogni, la comunione, i limiti e la poesia (Il mio pensiero, il tuo/l’inimmaginabile piacere/giunto alle stesse conclusioni.)

http://transitipoetici.blogspot.com/

https://www.edizioniensemble.it/prodotto/correnti-contrarie/

Un grazie di cuore a Rita, sempre attenta e gentilissima. Buona lettura! (AnGre).

*

Abito senza pieghe questa presenza;
non bastano spilli e nemmeno respiri.
Voce per poche lettere scucite coi denti.
Mi vesto allora del tuo tempo
spiegata alla carezza che imperla l’orlo
calda del gesto e del tormento.
Ferita irrimarginata tra sera e risveglio,
approdo e tempesta, calice e cielo. Il groviglio
di sangue in grembo dice domani. E, tu, perpetuo
moto a creare ogni momento quello che manca.
Nudi, ai primordi dell’umanità ancora una volta
possiamo afferrare l’ofide da qualsiasi parte.
Ne abbiamo facoltà – dici. Ti credo.
.
Per la verità dei tuoi occhi, per le mura del tuo borgo,
per la foto in bianco e nero, che fanciullo t’avvicina
alla calce della mia terra che disinfetta dai parassiti.
.
Nessun demone più
scinderà quello che siamo.

Federico García Lorca, Pioggia

Pioggia, di Federico García Lorca

La pioggia ha un vago segreto di tenerezza,
una vaga sonnolenza rassegnata e amabile,
si desta con lei un’umile musica
che rende vibrante lo spirito addormentato del paesaggio.

È un bacio azzurro che la Terra accoglie,
il mito primitivo che torna a realizzarsi.
Il contatto ormai freddo dei vecchi cielo e terra
con un clima mite di sere interminabili.

È l’aurora del frutto. Quella che ci dà i fiori
e ci unge del santo spirito dei mari.
Quella che diffonde vita sulle sementi
e nell’anima tristezza di qualcosa di vago.

La nostalgia terribile di una vita perduta,
il fatale sentimento di esser nati tardi,
o l’inquieta illusione di un impossibile domani
con l’inquietudine prossima del colore della carne.

L’amore si ridesta nel suo grigio ritmo,
il nostro cielo interiore ha un trionfo di sangue,
ma il nostro ottimismo si muta in tristezza
vedendo le gocce morte sopra i vetri.

Sono le gocce: occhi di infinito che guardano
il bianco infinito che fu per loro madre.

Ogni goccia di pioggia tremula sul vetro sporco
lascia divine ferite di diamante.
Sono poeti dell’acqua che hanno visto e meditano
ciò che la massa dei fiumi non sa.

Oh pioggia silenziosa, senza tormente né venti,
pioggia calma e serena di squilla e dolce luce,
pioggia buona e pacifica, tu sei quella vera
che scende amorosa e mesta sulle cose!

Oh pioggia francescana che porti con le gocce
anime di chiare fonti e umili sorgenti!
Quando scendi sui campi lentamente
apri coi tuoi suoni le rose del mio petto.

Il canto primitivo che sussurri al silenzio
e la storia sonora che racconti alle fronde
li commenta piangendo il mio cuore deserto
su un nero e profondo pentagramma senza chiave.

La mia anima è triste di pioggia serena,
rassegnata di tristezza di cose irrealizzabili,
e il mio cuore mi impedisce di ammirare
una stella che s’accende all’orizzonte.

Oh pioggia silenziosa che gli alberi amano
e sei per la pianura dolcezza di emozioni;
concedi all’anima le stesse nebbie e risonanze
che poni nello spirito del paesaggio addormentato!

*

da Poesie (Libro de poemas), Newton Compton, trad. di Claudio Rendina

Elio Pagliarani, da Lezione di fisica

(a Elena)

Cominciò studiando il corpo nero
Max Planck all’inizio del secolo (dispute se era il principio o la fine
del secolo), le radiazioni del corpo nero nella memoria
del 14 dicembre 1900
bisognava supporre che quanti d’azione fossero alla base

dell’energia moltiplicata per il tempo
Elena oh le sudate carte la luce
è  una gragnuola di quanti, provo a dirti che esiste opposizione
fra macrofisica e microfisica che il mondo atomico delle particelle elementari
è studiato dalla meccanica quantistica – scuola di Copenaghen –

e da quella ondulatoria del principio di Broglie che ben presto i fisici
si accorsero come le due nuove meccaniche benché basate su algoritmi differenti
siano in sostanza equivalenti: entrambe negano
negano che possano esistere precisi rapporti di causa e effetto
affermando che non si può aver studio di un oggetto
senza modificarlo
la luce che piomba sull’elettrone per illuminarlo

E io qui sto
e io qui sto Elena in gabbia e aspetto
il suono di un oggetto la comunicazione dell’effetto
su te, delle modifiche
Non sono io
che ti tradisco, chi ti prende alla gola è la tua amica
la vita
Io cosa vuoi se tiene duro il muscolo cardiaco
è ormai provato che sono una pellaccia, mi tingerò i capelli Einstein  piuttosto
e la sua chioma, te lo immagini quando dovette prendere la penna
scrivendo a  Roosevelt ” Caro presidente, facciamola
l’atomica sennò i nazi” l’azione dell’energia
dell’energia moltiplicata per il tempo l’epistassi
anzi il sangue dal naso, diceva Pasquina alla tua età, il sangue dal naso che ti libera

Se si vuol sapere se A è causa dell’effetto di B
se il microggetto in sé  è in conoscibile
se l’onda di Broglie per i fisici di Copenaghen
non è altro che l’espressione fisica della probabilità posseduta
dalla particella di trovarsi in un luogo piuttosto che in un altro onda cioè generata
dalla mancanza di un rigoroso nesso causale in microfisica
Perciò l’atomica
per la legge dei grandi numeri la probabilità tende alla
certezza
Perciò l’atomica

Poi la teoria dell’onda pilota e quella, così cara al nostro tempo
della doppia soluzione, e se esiste il microggetto in sé, se la materia
può risponderci con un comportamento statistico
Dio gioca ai dadi

con l’universo? E se la terra
ne dimostrasse il terrore?
Non gridare non gridare che ti sentono non è niente mentre graffio una poltrona
Herman Kahn ha già fatto la tabella
delle possibili condizioni postbelliche, sicché i 160 milioni di decessi  in casa sua
non sarebbero la fine della civiltà, il periodo necessario per la ripresa economica
sarebbero 100 anni; va da sé che esiste, egli scrive, un ulteriore problema
quello cioè se i sopravissuti avranno buone ragioni
per invidiare i morti

Quanta gioia mi dai quando ti stufi
di me, quando mi dici se scriverai di me dirai di gioia
e che sia gioia attiva, trionfante, che sia una barzelletta
spinta, magari
L’odore delle erbe di campagna nel piatto da Cesaretto ruchetta
pimpinella un’insalata d’erbe della terra  tenere espansive degli umori
il cielo di qui che interviene sulla gente compresente orizontale
e tu e tu ognuno cui ti inviti a ballare ti accende
gli occhi e si fa bello e cresce
vino rosso
capriole con lancio di cuscini
nella mia stanza

Ma cosa credi che non sia stufo anch’io di coabitare
con me la mia faccia la mia pancia
anche in noi c’è dentro la voglia
di riassuefarci alla gioia, affermare la vita col canto
e invece non ci basta nemmeno dire no che salva solo l’anima
ci tocca vivere il no misurarlo coinvolgerlo in azione e tentazione
perché l’opposizione agisca da opposizione e abbia i suoi testimoni.

*

Elio Pagliarani (Riserba di Rimini, 25 maggio 1927 – Roma, 8 marzo 2012), da Lezione di fisica, Sheiwiller, 1964 (tramite il sito viadellebelledonne)

immagine d’apertura: Piet Mondrian, Composition in black and white with double lines

Lionello Balestrieri, La morte di Tristano, con un approfondimento sull’autore- sassi d’arte

Lionello Balestrieri, La morte di Tristano (XX sec., inizi)

acquatinta, cm 44×64,5 – Lucca, courtesy Galleria d’Arte Bacci di Capaci

*

Questa acquatinta rievoca l’antico mito bretone di Tristano e Isotta, che specie dopo l’interpretazione musicale di R.Wagner aveva goduto di una larga diffusione iconografica. L’opera, dall’atmosfera densa di magia e mistero, evidenzia l’inclinazione del maestro per gli struggimenti lirici; la storia di Tristano e Isotta è l’epica d’amore più famosa di tutto il Medioevo, favola celtica del XII secolo.

Tristano, nipote del re Mark, riceve dallo zio l’ordine di scortare la bella Isotta d’Irlanda in Cornovaglia dove diventerà regina. Per sbaglio Tristano e Isotta bevono il filtro d’amore donato dalla madre di Isotta, perché ne facesse uso la prima notte di nozze, e si innamorano perdutamente. Bandito in Britannia dallo zio, Tristano sposa una omonima e, malato, viene raggiunto dal suo vero amore, ma muore appena le loro labbra si separano: gli amanti si scambiano il bacio “fino alla fine”, gesto che rende eternol’amore sollevandolo contro gli ostacoli e le convenzioni del vivere comune. (Lorenza Tonani) — (tratto da Baci rubati e amorose passioni, SilvanaEditoriale)

*

Lionello Balestrieri, nativo di Cetona, trascorse gli anni dell’adolescenza a Roma, dove la famiglia si era trasferita e poi a Napoli, dove condusse gli studi artistici alla scuola di pittura di Domenico Morelli. Irrequieto e sentimentale, colse nell’insegnamento autorevole del maestro non solo quella tecnica esuberante, corposa e di forte impatto chiaroscurale che fece di lui un morelliano convinto per diversi anni a venire, ma soprattutto lo stimolo a non fare della pittura epidermica, priva di contenuti e di sentimenti poetici, così che per il giovane allievo fu consequenziale accogliere con entusiasmo il compito di “studiar nella vita le passioni, la poesia dell’amore! Penetrare gli ambienti misteriosi, l’ombra della notte! Fare illuminare appena le sue visioni da un raggio discreto di luna, di sole, di una luce dorata di lucerna! Far intravedere nell’ombra figure che paion fantasmi! Far sentire l’estasi di un bacio, la malinconia del crepuscolo, la tristezza e il dolore degli infelici!”, come ricaviamo dalle pagine della sua intensa autobiografia.

Nel 1894, a ventidue anni, Balestrieri iniziava col cuore in mano la sua avventura alla volta di Parigi, romanzescamente trasportato dalle correnti della passione amorosa, pare per raggiungervi una fanciulla di buona famiglia, rinchiusa dai suoi nel collegio del Sacre Cuore per sottrarla al pericolo di una liason con il giovane pittore spiantato. A Parigi Balestrieri condivise la mansarda soffitta-atelier con Giuseppe “Beppino” Vannicola, un amico già conosciuto a Napoli, violinista e aspirante scrittore, di vocazione dandy.tumblr_lwm4ub92wv1r5j0j9o1_1280
La figura ricurva del giovane Vannicola in preda all’inspirazione musicale mischiata ai fiumi del rhum, mentre brandiva l’archetto e il violino, compariva per la prima volta nel dipinto Attendendo la gloria, presentato con buon riscontro al Salon del 1897, dove fu apprezzato per l’intensa atmosfera scapigliata e bohemien che riusciva a trasmettere. Ancora Vannicola violinista, stavolta di spalle e vicino a un pianoforte, come “uscito dalle pagine di Hoffmann”, era raffigurato nella vasta tela del Beethoven , una potente e ben costruita scena d’interno pariginamente romantica, offerta ai visitatori dell’Esposizione Universale del 1900. Un quadro che sapeva di vita vera – tra i vari personaggi anche lo stesso Balestrieri, rannicchiato su una branda accanto a una pallida e infreddolita fanciulla dallo sguardo di reveuse – autobiograficamente realistico e sofferto, ma al contempo grondante di un sentimentalismo struggente e idealizzato.

Già fin dall’esposizione del 1900, un editore tedesco ne aveva acquistato  i diritti di riproduzione ed il soggetto – replicato dall’artista stesso, ossessionato dalle richieste continue di studi, bozzetti e versioni in formato ridotto. Come di solito avviene con tutte le opere sovraesposte, una tale popolarità ha forse nociuto col tempo sia al dipinto che all’artista stesso, che rimase come inchiodato negli anni al successo di quell’opera fortunata e ritenuto come incapace di evolversi nel tempo, nonostante la tardiva e transitoria adesione, per necessità “commovente” alle fila futuriste degli anni Venti.
Senza volerne fare una pietra miliare né un faro illuminante per le evoluzioni moderniste della pittura d’inizio secolo, nessuna opera più del Beethoven esprime comunque al meglio il clima di un’epoca, il canto del cigno del ciclone romantico che dal 1840 si era snodato e saturato fino a lambire le sponde del Novecento: quello stesso clima, misto di realismo e insieme di impeto lirico incarnato a pieno da La Bohème di Giacomo Puccini,

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l’opera fin-de-siècle del compositore toscano a cui la pittura di Balestrieri rese esplicito omaggio col dipinto Mimì, Mimì, nel quale la poveretta giaceva nel letto della gelida soffitta del pittore Rodolfo, raffigurato seduto al capezzale dell’amata morente con accanto gli amici affranti. Un quadro sentimentale e partecipe fino all’immedesimazione personale (nelle sembianze di Rodolfo l’artista raffigurò se stesso, intingendo il pennello nella letterarietà più smaccata e fedelmente descrittiva.
In seguito, pare per l’insoddisfazione provata di fronte alle repliche a stampa del Beethoven, Balestrieri volle apprendere in prima persona la tecnica incisoria e la decisione cadde in un momento particolarmente fecondo per la storia della grafica, in concomitanza con il revival dell’incisione calcografica policroma, ovvero il procedimento tecnico più indicato, nella commistione di acqueforte, acquatinta e inchiostri colorati, a restituire le sfumature, i valori cromatici e i contrasti ombrosi della pittura. (tratto da Lionello Balestrieri incisore)

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Lionello Balestrieri, Mimì, Mimì (La morte di Mimì), 1898, collezione privata Cavallini-Sgarbi —Osimo (AN), Mostra Le stanze segrete di Vittorio Sgarbi, ph.AnGre, luglio 2016

Albino Pierro, I ‘nnammurète (Gli innamorati)

I ‘nnammurète di Albino Pierro (Tursi, provincia di Matera, 1916 – Roma, 1995)

Si guardaàine citte
e senza fiète 
i ‘nnammurète.
Avìne ll’occhie ferme
e brillante,
ma u tempe ca passàite vacante
ci ammunzillàite u scure
e i trimuìzze d’u chiante.

E tècchete, na vota, come ll’erva
ca tròvese ‘ncastrète nda nu mure,
nascìvite ‘a paròua,
po n’ata, po cchiù assèi:
schitte ca tutt’i vote
assimigghiàite ‘a voce
a na cosa sunnèta
ca le sìntise ‘a notte e ca po tòrnete
chiù dèbbua nd’ ‘a iurnèta.

Sempe ca si lassàine
parìne come ll’ombre
ca ièssene allunghète nd’i mascìe;
si sintìne nu frusce, appizutàine
‘a ‘ricchia e si virìne;
e si ‘ampiàite ‘a ‘ùcia si truvàine
faccia a faccia nd’u russe d’i matine.

Nu iurne
– nun vi sapéra dice si nd’u munne
facì’ fridde o chiuvìte –
‘ssìvite nda na botta
‘a ‘ùcia di menziurne.

Senza ca le sapìne
i ‘nnammurète se tinìne ‘a mèna
e aunìte ci natàine nd’ ‘a rise
ca spànnene i campène d’u paìse.
Nun c’èrene cchiù i scannìje;
si sintìne cchiù llègge di nu sante,
facìne i sonne d’i vacantìje
cucchète supre ll’erva e ca le vìrene
u cée e na paùmma
casi pàssete ‘nnante.

Avìne arrivète a lu punte iuste:
mo si putìna stinge
si putìna vasè
si putìna ‘ntriccè come nd’u foche
i vampe e com’i pacce
putìna chiange rire e suspirè;
ma nun fècere nente:
stavìne appapagghiète com’a ‘a niva
rusète d’i muntagne
quanne càlete u sòue e a tutt’i cose
ni scìppite nu lagne.

Chi le sàpete.
Certe si ‘mpauràine
di si scriè tuccànnese cc’u fiète;
i’èrene une cchi ll’ate
‘a mbulla di sapone culurète;
e mbàreche le sapìne
ca dopp’u foche ièssene i lavìne
d’ ‘a cìnnere e ca i pacce
si grìrene tropp assèi
lle ‘nghiùrene cchi ssèmpe addù nisciune
ci trasèrete mèi.

Mo nun le sacce addù su’,
si su’ vive o su’ morte,
i ‘nnammurète;
nun sacce si camìnene aunìte
o si u diàue ll’è voste separète.
Nun mbogghia Ddie
ca si fècere zang ‘nmenz’ ‘a via.

*

Gli innamorati

Si guardavano zitti
e senza fiato
gli innamorati.
Avevan gli occhi fermi
e brillanti,
ma il tempo che passava vuoto
vi ammucchiava il buio
e i tremiti del pianto.

Ed ecco, una volta, come l’erba
che si trova incastrata dentro un muro,
nacqua una parola,
poi un’altra, poi più assai:
solo che tutte le volte
la voce somigliava
a una cosa sognata
che la senti di notte e che poi torna
più debole durante la giornata.

Sempre che si lasciassero
sembravano come le ombre
che si allungano nelle magie;
se sentivano un rumore, aguzzavano
le orecchie e si vedevano;
e se lampeggiava la luce si trovavano
faccia a faccia nel rosso dei mattini.

Un giorno
– non saprei dirvi se nel mondo
facesse freddo o piovesse –
uscì tutt’a un tratto
la luce di mezzogiorno.

Senza che lo sapessero
gli innamorati si tenevano per mano
e nuotavano insieme nel sorriso
che le campane del paese spandono.
Non c’erano più angosce;
si sentivano più lievi di un santo,
facevano i sogni delle giovinette
coricate sull’erba e che vedono
il cielo e una colomba
che gli passa davanti.

Erano giunti proprio al punto giusto:
ora si potevano stringere
si potevan baciare
si potevano unir come nel fuoco
le vampe e come i pazzi
piangere ridere e sospirare;
ma non fecero niente:
se ne stavano assorti come la neve
rosata delle montagne
quando il sole tramonta e ad ogni cosa
strappa un lamento.

Chi lo sa!
Senza dubbio temevano
di sparire toccandosi col fiato:
eran l’uno per l’altro
la bolla di sapone colorata;
e forse lo sapevano
che dopo il fuoco scorrono torrenti
di cenere e che i pazzi
se gridano troppo
li chiudono per sempre dove nessuno
oserebbe entrar mai.

Ora non so dove sono,
se son vivi o son morti,
gli innamorati;
non so se camminano insieme
o se il demonio li abbia separati.
Non voglia Iddio
sian divenuti fango nella via.

(dal web — immagine d’apertura: opera di Duy Huynh)

Sotìris Pastàkas, tre poesie

da: Sotìris Pastàkas, Preghiera per gli amici, Antologia poetica 1990-2012 cura e traduzione di Massimiliano Damaggio – RebStein, Quaderni di Traduzioni, XIV

*

Dono di addio

Questa piccola caraffa l’ha portata qui Kòstas
dall’altra parte della città. Giorno
di pioggia, se la teneva stretta addosso,
dentro alla giacca, e così ha preso un taxi,
che non lo urtassero e magari si rompesse.
La fine più comune di un’incomparabile
amicizia, avrebbe ricordato più tardi,
anche se nessuno lo poteva immaginare,
e nemmeno lui stesso, credo,
quando si fermò sul pianerottolo e salutò,
con un pezzetto di scotch del pacchetto
frettoloso, fra il medio e l’anulare
della mano sinistra.
.
.
.
Ritratto del poeta intorno ai quaranta
.
.
Intorno ai quaranta gli sono capitati insieme
un primo matrimonio e un secondo libro.
Semplice atto di risparmio, la maturità –
chi l’ha detto? Ha strasperperato quel che aveva
e adesso, nel suo nuovo attico,
in piedi al centro della compagnia, col vestito
di lino bianco, l’antiquato borsalino bianco
con il nastrino nero, alza il bicchiere
verso gli invitati. Ascoltiamo di nascosto:
.
“La poesia, in verità vi dico, non ci salverà
dagli errori del presente. Ci concede
consolazione e consenso per
ripeterli, miei giovani fratelli in arte,
sempre migliorati: in un terzo libro,
un secondo matrimonio.”
.
.
.
Salto triplo
.
.
Se puoi aiutarci, Signore,
aiutaci adesso. Adesso, che cerchiamo
il veicolo e non lo troviamo: adesso,
che la parziale perdita di memoria
ha il suo prezzo esatto: un volgare
tassì a tariffa doppia. Mezz’ora
che giriamo per le solite strade,
fuori dal locale coi buzùki
e non lo ritroviamo. La musica
assordante, le ragazze autoctone,
tradizionaliste, disponibili e sorridenti,
che si estasiano per le nostre massime
metafisiche: non benedire il Black Label,
perché la notte è corta e la vita
insopportabilmente lunga. Basta che il bicchiere
sia pieno, che la bottiglia si duplichi
sul nostro tavolo, i bevitori non devono
essere atleti, essere toreri? Ami Làrissa
quando piove, quando esci dal bar
e nessuno può condannarti
perché ti sei pisciato sulle scarpe,
aldilà che non ti ricordi dove hai parcheggiato.
.
Se puoi aiutarci, Signore,
non lo fare. Né urla, né lamenti,
né lacrime, già essiccate,
solo un vento che soffia nelle ultime due
ventiquattrore e noi soffiamo sulla
zuppa di carne mattutina:
il matrimonio si deve almeno
ripetere, e non li devi compatire
gli scapoli. I bevitori sono ogni sera
saltatori di triplo, amici imparentati per affinità,
i due o tre che si vanno a genio
e che continuano da soli,
senza il resto della compagnia, perché insistono
solo quelli che hanno perso la memoria,
quelli che una volta persero la ragione
e a volte anche l’anima, gente
beata e felice cui è capitato
di avere qualcosa da perdere.
Quando muore un uomo nasce
un maiale, e tutti noi, le vittime eccellenti
ringhiamo dal tavolo di fronte,
Circe degli abbracci multipli
delle confessioni inutili
e delle sfide nobili,
a fatica ti ricordiamo, e ti commemoriamo
nelle tue menzogne. Hai donato
a ognuno di noi l’illusione
che chiedevamo, la carezza che cercavamo,
la parola che aspettava, come maggiorana,
di addolcire le nostre agonie metafisiche,
la nostra favola relativa.
Tu da sola ti godi la trippa.
.
Se non puoi aiutarci, Signore,
non importa: ce l’abbiamo fatta
pure stanotte a vedere l’alba, dritti,
prontissimi per il nostro ultimo salto:
c’infileremo dentro la nebbia
a Capo Verde, a Recife,
nella più vicina Lisbona, per mischiarci
alle musiche sublimi, di Titina,
di Cesária Evora o di Agostinho
De Pina, perché la traduzione esatta
della parola saudade, in greco
è l’uomo che si perde
dalla stazione di Làrissa
dentro la Piana,
dentro la nebbia del mattino.
.
.

Sotìris Pastàkas è nato nel ’54 di Larissa e ha studiato medicina a Roma. È poeta apprezzato internazionalmente. Dal 1994 è membro della Società degli Scrittori Greci. Nel giugno del 2001 ha rappresentato la Grecia a Verona in occasione della fondazione dell’Accademia Mondiale della Poesia. Collabora con la Casa della poesia di Baronissi. È fondatore e condirettore della rivista elettronica Poiein (www.poiein.gr), la più importante del panorama greco. È traduttore di poeti italiani quali Vittorio Sereni, Umberto Saba, Sandro Penna, Alfonso Gatto.

Tre inediti di Angela Greco su La dimora del tempo sospeso

Tratto da: https://rebstein.wordpress.com/2018/06/24/vocazioni-2/

VOCAZIONI

Assecondo la vocazione del cantastorie.
Dietro le quinte è pieno di aghi spuntati dal Nulla.
Una scenografia a punto inglese in attesa della sera
ritaglia posta elettronica con forbici a cigno.
La stellina sul legno segna con precisone astronomica
il passo da leggere e anche quello da compiere.

Il gesto della mano distrae da tutto il resto. Zip pericolosa
scende verso chiarezze inattese. Così ti baratto con la quiete
della zuccheriera, che bianca adesso allaga il pavimento.
Ti percorro senza ricordo di brava ragazza; sold out
per le prossime stagioni fermi in questa replica d’eden.
Due commedianti guardano dal balcone difronte; salutano.
L’ultima rappresentazione è un sudario bianco sul limite
del palcoscenico ed il cappello rosso sulle ventitré
sulla testa tornando a finibus terræ una volta spente le luci.

*

Summer evening. La luce penetra la notte intorno.
Siamo notte e luce.
Animali ringhianti a guardia dell’umanità.
Il chiarore sulla veranda rivela un desiderio insoluto;
nell’attesa liquidi ci interessiamo delle prossime stelle,
impegnate ad illudere romantici. Un fruscio dall’interno
scioglie incertezze. Ululiamo posati alla ringhiera. Accade.

Lo stiletto conficcato ossida il mattino. Al terzo intercostale
si risolve il dubbio e possiamo continuare. Lo strappo
rivela un volto sorridente sotto il primo velo di carta.
Si sovrappongono rappresentazioni e tempi e Mimmo lo sa.
Fuggiamo a Casablanca, a piedi, finché siamo in tempo.
Prenderò il porto d’armi soltanto per puntarti addosso
le canne del mio sovrapposto, oggi, che non sei più lo stesso.

*

Ho distratto l’indice puntandolo sul tuo nome. Al risveglio
la decostruzione è meno complicata; le ore a seguire
non hanno ancora oltrepassato la ceramica del caffè.
Sulla soglia Claire attende con il foulard annodato al collo
e sarà difficile oggi per il vento sollevare la distanza
dietro i grandi occhiali scuri. Si procede alla luce
degli accadimenti dell’episodio precedente; l’auto
si allunga nel fucsia on the road, lontano dal parcheggio
dove Ken ha lasciato la bionda per diventare officiante.
Potrebbe sembrare strano, ma in alcune ore del giorno
i personaggi diventano credibili. Sfogliando quel che
rimane non meraviglia l’espressione allucinata di Roy.
Bastano due monete per fare l’intero giro della luna.

Sulle scale l’estate aspetta poggiata ad una colonna;
l’ingresso è aperto ed il pavimento a scacchi appena visibile.
Sotto il cappello sfuggono l’ansia dell’attesa e la finestra;
la folata muove la tenda, lasciando soltanto uno spazio
per fuggire verso l’interno, dove l’ombra aspetta il suo turno.
L’abito trasparente si addice a Claire. Il seno punta
nella tua direzione e dove non si vede, si sente.
Le diagonali tirate dalla luce affettano il sabato.

***

Angela Greco (inediti)

immagine d’apertura: Roy Lichtenstein (1923-1997), Kiss V

Madonna di Glatz – sassi d’arte

Maestro della Madonna di Glatz (attivo a Praga intorno al 1345), Madonna di Glatz (1343-44 c.a.) tecnica mista su tavola, cm 186 x 95 – Berlino, Staatliche Museen zu Berline

*

 Il maestro anonimo che deve il suo nome alla Madonna conservata a Berlino, potrebbe avere avuto origini tedesche, francesi o boeme. Fu a capo di una elle botteghe di pittori che fiorirono a Praga verso la metà del XIV secolo. Accanto alla forte influenza della pittura italiana del 1300, in questa tavola si riconoscono anche spunti provenienti dalla regione del Reno. Dal punto di vista storico, iconografico e tecnico, la Madonna di Glatz rappresenta un’opera chiave della pittura boema. Proviene dalla città slesiana di Glat, all’epoca inclusa nella diocesi di Praga, dove il committente, Ernst von Pardubitz, che in seguito sarà il primo arcivescovo della stessa Praga, aveva trascorso parte dell’infanzia, e nella cui chiesa parrocchiale avrebbe poi anche trovato sepoltura. Se si fa riferimento ad una descrizione risalente al 1664, allora la tavola si trovava originariamente nella chiesa voluta dal vescovo, circondata da dipinti più piccoli in stile italiano o bizantino, la datazione si può collocare con ampio margine di sicurezza tra il 1343, anno in cui Ernst venne nominato vescovo, e il 1344, quando Praga divenne sede arcivescovile.

Il tradizionale sfondo dorato è sostituito da un velo sorretto da due angeli. La struttura del trono è di natura architettonica: vi sono finestrelle chiudibili attraverso le quali compaiono angeli che osservano la Madonna. I curatissimi dettagli racchiudono per lo più simboli mariani: i leoni rimandano al trono di Salomone; le preti scure nella parte inferiore, al ‘giardino recintato’, simbolo della purezza di Maria; i legni dello schienale, ai ‘cedri del Libano’ e la stella sul margine superiore, al titolo di Stella Maris. In occasione della festa dell’Annunciazione veniva cantato con particolare solennità un inno dall’omonimo titolo; la festa coincideva con il compleanno dell’arcivescovo e con l’anniversario in cui questi aveva consacrato l’istituto religioso.

Presso la corte papale di Avignone l’arcivescovo aveva celebrato re Carlo IV chiamandolo “nuovo Salomone”, il che può aiutare a comprendere perché, nel dipinto, la dignità regale di Maria appaia sottolineata con tanta decisione. Alla simbologia del trono di Salomone si scrive anche il motivo bizantino del Bambino che reca in mano una pergamena, rimando all’idea del Verbo fatto carne, annunciata dal Vangelo di Giovanni. Neanche l’incarnato scuro della Vergine può essere considerato casuale: nera era la sposa del Cantico dei Cantici e la dinastia del Lussemburgo, di cui il re Carlo IV era erede, ascriveva l’inizio della propria genealogia al capostipite di tutti gli africani.

Le insegne dell’arcivescovo, deposte sui gradini del trono, ne rivelano la devozione per la Madonna e, contemporaneamente, testimoniano l’umiltà del suo cuore. La tecnica pittorica è anch’essa elaborata, come il contenuto, e l’uso di un legante oleoso ha consentito la realizzazione di passaggi sfumati tra i colori, simili a quelli che si conoscono nell’arte dello smalto. Straordinariamente raffinata risultala realizzazione delle stoffe pregiate ne intessute d’oro, ispirate alle produzioni italiane, che rivestono la figura dell’arcivescovo, del Bambino e il baldacchino del trono.

(Tratto e adattato dal volume Gotico, Edizioni Taschen.)

Cesare Viviani, tre poesie da Preghiera del nome

Cesare Viviani (nato a Siena nel 1947 vive a Milano dal 1972),

tre poesie da Preghiera del nome (1990)

*
Avevano ragione a dirci: non spingetevi oltre,
arrivate fino alla vigna grande e tornate.
Guardate le cose che già conoscete,
i tigli del viale,
la fila dei salici lungo il fossato,
l’orto della fonte vecchia, il boschetto,
dopo compaiono le case di San Romolo e proseguite
fino alla cappella e ai filari.
Fate il sentiero di sempre, fate
una passeggiata.
.
.
*
Non mi fece un cenno decifrabile –
le brevi mosse della testa o leggeri suoni
con la bocca o le nari – ma scattò a correre,
portandomi con sé, sempre più forte.
Io stretto al suo corpo e in pericolo,
potevo capire che intenzione aveva
ora che calavano le mie forze e tra poco
avrei lasciato la presa?
Voleva farmi precipitare nell’immenso vuoto
che si era aperto sotto di noi?
No, non si capiva questa sua corsa furiosa,
non era gioia, non era rovina,
non era una cosa infinita,
e fu qui che io lasciai la vita.
.
.
*
Penso ancora ai rischi di essere
perseguitato, le mosse
per sfuggire i pericoli se ho amato
non seguire le regole,
ma no, basta! lo prendo per mano
il mio vecchio padre e ci mettiamo a correre,
lui ride si scioglie in un riso pieno sereno, inciampa
ma lo sostengo, vola, è leggero, un’anima
esilarante la velocità aumenta il riso
la stretta delle mani “portami con te”,
ma non è lui a dirlo povero vecchio sono io
che chiedo ancora
“portami nel tuo cielo”.
.
dal sito Italian Poetry – La Poesia italiana del Novecento — immagine d’apertura: Paul Cezanne, Il ponte di Maincy

Pablo Neruda, Ode al cane

…per ricordare il mio Ghigo che da sei anni corre in altri prati luminosi, ripropongo…

ODE AL CANE  di Pablo Neruda

Il cane mi domanda
ed io non rispondo.
Salta, corre pei campi e mi domanda
senza parlare
ed i suoi occhi
son due domande umide, due fiamme
liquide interroganti
ed io non rispondo,
non rispondo perché
non so e nulla posso dire.

In mezzo ai campi andiamo
uomo e cane.

Luccicano le foglie come
se qualcuno
le avesse baciate
ad una ad una,
salgono dal suolo
tutte le arance
a collocare
piccoli planetari
in alberi rotondi
come la notte e verdi,
ed uomo e cane andiamo
fiutando il mondo, scuotendo il trifoglio,
pei campi del Cile,
fra le limpide dita di settembre.
Il cane si arresta,
corre dietro api,
salta l’acqua inquieta,
ascolta lontanissimi
latrati,
orina su una pietra
e porta la punta del suo muso
a me, come un regalo.
Tenera impertinenza
per palesare affetto!
E fu a quel punto che mi chiese,
con gli occhi,
perché ora è giorno,
perché verrà la notte,
perché la primavera
non portò nel suo cesto
nulla
per cani vagabondi,
ma inutili fiori,
fiori ed ancora fiori.
Questo mi chiede
il cane
ed io non rispondo.

Andiamo avanti,
uomo e cane, appaiati
dal mattino verde,
dall’eccitante vuota solitudine
in cui solo noi
esistiamo,
questa coppia di un cane rugiadoso
ed io poeta del bosco,
perché non esistono
uccelli o fiori nascosti,
ma profumi e gorgheggi
per due compagni,
per due cacciatori compagni:
un mondo inumidito
dalle distillazioni della notte,
un tunnel verde e poi
una prateria,
una raffica di vento aranciato,
il sussurro delle radici,
la vita che cammina,
respira, cresce,
e l’antica amicizia,
la gioia
d’esser cane e d’esser uomo
tramutata
in un solo animale
che cammina movendo
sei zampe
ed una coda
con rugiada.

*

da Obras Completas, Editorial Losada, Buenos Aires 1973. (trad. Tomaso Pieragnolo e Rosa Gallitelli — versi e immagine d’apertura dal web)

letture amArgine: Tre estratti da Correnti contrarie di Angela Greco

dal blog di Flavio Almerighi che si ringrazia:

letture amArgine: Tre estratti da Correnti contrarie (Ensemble Ed.) di Angela Greco

“Ecco la poesia come dovrebbe essere ogni giorno! Parole sempre pronte ad assumere significati nuovi, spogliate di ogni orpello, del culto della personalità e di tutto quanto non sia connesso alla Poesia nel senso più stretto del termine. Angela Greco sa raccontare attraverso la sua poesia, sa creare descrivendo. Ne vengono versi densi, che nulla concedono alla pesantezza o al tentativo di stupire: versi suoi, un lettore normodotato giunge in fretta, leggendoli, a riconoscere la mano e il talento di questa autrice. Un altro contributo della poesia del Sud, trascurata un po’ troppo da critici e media, forse troppo concentrati sui fenomeni, da non accorgersi che la Poesia c’è o non c’è. E qui ce n’è tanta, buona lettura.” (Flavio Almerighi)

#
La meridiana segna un’ora nuova
sulla parte bassa del vestito di Clara.
Il fiore dall’ombra sanguigna
dice che è il momento.

Clara guarda nello specchio
e sente premere alle spalle.
La mano dalle unghie corte racconta
l’ultimo lavoro e l’immaginazione è
il miglior salario garantito.

L’armadio nasconde parole.
Si è persa la chiave.
Clara racconta di sé ridendo.

La voce fuori campo scrive
sola sul foglio bianco.

#
Clara resuscita dopo dodici giorni
dalle costrizioni del grande freddo.
Rinasce nuda primavera
in una mattina insolitamente calda,
in una foto sfuocata dalla fretta.

Desiderio feroce di appartenersi.
La strada, una lastra di ghiaccio,
tende l’agguato, minando la traversata.
Hopper guarda seduto alla scrivania
i fianchi larghi che ripongono fascicoli.
Appena sotto l’oscurità di ripiano e ventre
preme un’altra stagione.

#
The Man With The Child In His Eyes
sorride quando si sente al sicuro.
Clara sa aspettare la sua ricompensa.
Poi accende una sigaretta e pensa.
Clara sa ascoltare il fumo dalle sue labbra.
Adesso il bagliore di un ricordo futuro
dà parole per una nuova poesia.
Clara sa già di cosa parleranno domani
e disegna cerchi dorati su un foglio nero.

L’uomo conosce il controluce del volto di Clara
e lei gli svela una spalla e un neo.
Si conoscono per successione di promesse.
Sanno dell’usignolo e dell’allodola, il nome e la guerra.

*

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immagine d’apertura: Josephine Sacabo, The writer