Federico García Lorca, versi diversi

Notte alta dell’amore insonne (1935-1936)

Notte alta, noi due e la luna piena;
io che piangevo, mentre tu ridevi.
Un dio era il tuo scherno; i miei lamenti
attimi e colombe incatenate.

Notte bassa, noi due. Cristallo e pena,
piangevi tu in profonde lontananze.
La mia angoscia era un gruppo di agonie
sopra il tuo cuore debole di sabbia.

L’alba ci ricongiunse sopra il letto,
le bocche su quel gelido fluire
di un sangue che dilaga senza fine.

Penetrò il sole la veranda chiusa
e il corallo della vita aprì i suoi rami
sopra il mio cuore nel sudario avvolto.

§

Il poeta dice la verità (1935-1936)

Voglio piangere sopra la mia pena
e te lo dico perché tu mi pianga
e m’ami in un tramonto di usignoli
con un pugnale e con baci insieme a te.

Voglio uccidere il solo testimone
presente all’assassinio dei miei fiori
e mutare l’angoscia del mio pianto
in grano duro, in un covone eterno.

Quella matassa mai non si dipani
del t’amo m’ami, di tutto ardore sì!
con decrepito sole e vecchia luna.

Quello che non mi dai non te lo chiedo,
no, ma muoia e di sé non lasci traccia
nell’estremo sussulto della carne.

da Sonetti dell’amore oscuro (Newton Compton, trad.Claudio Rendina)

§

Madrigale appassionato (1919)

Vorrei stare sulle tua labbra
per spegnermi nella neve
dei tuoi denti.
Vorrei stare sul tuo petto
per disfarmi nel sangue.
Vorrei sognare per sempre
nella tua chioma d’oro.
Che il tuo cuore si facesse
tomba del mio dolente.
Che la tua carne fosse la mia carne
che la tua fronte fosse la mia fronte.
Vorrei che tutta la mia anima
entrasse nel tuo piccolo corpo
ed essere io il tuo pensiero
ed essere io la tua bianca veste.
Per far sì che t’innamori di me
con una passione così forte
da consumarti cercandomi
senza mai incontrarmi.
Perché tu vada gridando
il mio nome fino a ponente,
chiedendo di me all’acqua,
bevendo triste le amarezze
che prima il mio cuore
nel desiderarti lasciò sul sentiero.
E intanto io entrerò
nel tuo corpo dolce e debole,
io sarò donna, sarò te stessa,
restando in te per sempre,
mentre tu invano mi cerchi
da Oriente ad Occidente,
finché fine ci brucerà
la fiamma grigia della morte.

da Tutte le poesie e tutto il teatro (Newton Compton, trad.Claudio Rendina) — immagine d’apertura:opera di E. Munch, Il bacio
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Paolo Uccello, La battaglia di San Romano – Disarcionamento di Bernardino della Carda – sassi d’arte

Paolo Uccello (Firenze, 1397 – 1475), La battaglia di San Romano – Disarcionamento di Bernardino della Ciarda (1438 c.a.)

tempera su tavola, cm 182 x 323 -Firenze, Galleria degli Uffizi

*

La battaglia di San Romano, opera del fiorentino Paolo Uccello, è un grande dipinto rappresentato in tre episodi su altrettanti pannelli, oggi divisi in tre musei: “Niccolò da Tolentino alla testa dei fiorentini”, conservato alla National Gallery di Londra (dimensioni: 180×316 cm); “Disarcionamento di Bernardino della Carda”, conservato presso gli Uffizi di Firenze e “Intervento decisivo a fianco dei fiorentini di Michele Attendolo”, l’unico firmato e probabilmente realizzato per ultimo, attualmente esposto al Museo del Louvre di Parigi (dimensioni: 182×317 cm).

In questa sede è proposta la parte centrale del grande trittico dipinto nel 1438 circa, oggi smembrato. Il ciclo illustra le fasi della battaglia di San Romano che si svolse nel 1432 tra fiorentini e senesi e che vide la vittoria gloriosa di Firenze. I senesi, guidati da Bernardino Ubaldini della Carda, erano in netta superiorità, ma i fiorentini, comandati da Niccolò da Tolentino, dopo essersi spinti per una ricognizione presso la torre di San Romano (Torre Giulia), nei pressi di Montopoli in Val d’Arno, decisero di attaccare improvvisamente. Quando lo scontro volgeva ormai a sfavore di Firenze, ecco che dall’altra parte del fiume sopraggiunse la colonna dei rinforzi del capitano generale delle milizie fiorentine Micheletto da Cotignola. I senesi allora, ormai stremati dalla battaglia, si diedero precipitosamente alla fuga.

L’opera fu dipinta per la ricca famiglia Bartolini, ma nel 1492 risultava già nell’ inventario dei beni di Lorenzo de’ Medici, detto il Magnifico. Le tre tavole, che rappresentano tre momenti salienti della giornata di battaglia, figuravano nell’inventario redatto subito dopo la morte di Lorenzo il Magnifico, come esposte “nella camera grande terrena, detta La camera di Lorenzo”, con riferimento al palazzo Medici di via Larga a Firenze. Per tutto il XX secolo si è creduto che le tre tavole fossero arrivate a Lorenzo in via ereditaria, tramite la commissione diretta di suo nonno Cosimo il Vecchio. Scoperte documentarie più recenti hanno invece chiarito definitivamente le vicende della commissione e della datazione della serie: esse erano state pagate nel 1438 dal ricco ed eminente Lionardo Bartolini Salimbeni, il quale aveva partecipato alla campagna di Lucca, che aveva avuto proprio negli episodi di San Romano i momenti più salienti. I suoi due figli, Damiano e Andrea avevano trasferito l’opera nella villa di famiglia nei dintorni di Firenze, a Santa Maria a Quinto, sui colli a nord-ovest della città. Qui li vide il Magnifico, che insistette tanto per averle e le ottenne nel 1484. Con la vendita di Palazzo Medici ai Riccardi, nel 1659, il dipinto, assieme a tutti gli altri arredi, pervenne alla Guardaroba medicea. Nel 1784 le tre tavole arrivarono agli Uffizi; in seguito si decise che i tre pannelli erano troppo simili e si tenne a Firenze quello meglio conservato (Disarcionamento di Bernardino della Ciarda), vendendo gli altri due come inutili doppioni. La tavola della National Gallery fu acquistata nel 1857; quella del Louvre nel 1863, con la collezione Campana.

Ciò che rende importante questo grande ciclo è l’utilizzo sperimentale ed ardito della prospettiva, che rese Paolo Uccello famoso tra i suoi contemporanei. Nella tavola degli Uffizi è rappresentato il momento conclusivo della battaglia, il disarcionamento di Bernardino della Carda, comunemente identificato con la figura al centro del dipinto, condottiero senese inviso ai fiorentini, poiché fino a pochi mesi combatteva al loro soldo, ritratto insieme al suo cavallo bianco nel momento in cui viene colpito da una lancia nemica. La scena è occupata da due gruppi di cavalieri, quelli sulla sinistra sono fiorentini, come si evince dal drappo bianco rosso crociato del popolo, sulla tromba; dal gruppo si staccano due cavalieri che con la lancia atterrano gli avversari, che, sulla destra, si danno precipitosamente alla fuga.

La composizione è molto affollata; nonostante ciò l’atmosfera è alquanto irreale e i cavalieri sembrano quasi dei manichini di una giostra. Ciò che interessa all’artista è soprattutto la composizione prospettica e non l’umanità. I dettagli naturalistici, le scene di caccia sullo sfondo, la minuziosa descrizione delle armature e dei cavalli ci rimandano all’eredità tardogotica. Paolo Uccello è infatti un’importante artista di transizione: accoglie pienamente la rivoluzione rinascimentale della prospettiva e della centralità dell’uomo, ma con il gusto fiabesco ancora gotico cortese.

La Battaglia di San Romano – Disarcionamento di Bernardino della Carda, recentemente restaurata, dal Novembre 2012 è tornata ad essere visibile nella sua originaria collocazione, la sala 7 del Primo Rinascimento della Galleria degli Uffizi

(fonti varie: sito della Galleria degli Uffizi, web e guida “Masaccio e i pittori del suo tempo agli Uffizi”, Skira).
“Niccolò da Tolentino alla testa dei fiorentini”
“Intervento decisivo a fianco dei fiorentini di Michele Attendolo”

Arsenij Tarkovskij, due poesie

Due poesie di Arsenij Aleksandrovič Tarkovskij tradotte da Donata De Bartolomeo e tratte dal volume Stelle sull’Aragaz, edito nel 1988 ad Erevan (dal sito moltinpoesia).

.

 Primi appuntamenti

Dei nostri incontri ogni istante
noi festeggiavamo, come un’epifania,
soli nel mondo intero. Tu eri
coraggiosa e più leggera dell’ala di un uccello,
lungo la scala, come una vertigine,
scendevi saltando i gradini e conducevi
attraverso l’umido lillà nei tuoi possedimenti
dall’altra parte dello specchio.
.
Quando la notte calava, la grazia
mi veniva concessa, le porte degli altari
si aprivano e nell’oscurità splendeva
e lentamente si tendeva la nudità.
E, svegliandomi, “sii benedetta”
dicevo e sapevo che la mia benedizione
era ingiuriosa: tu dormivi
e per te il lillà si allungava dal tavolo
a sfiorare le palpebre con l’azzurro del mondo
e le palpebre, sfiorate dall’azzurro,
erano tranquille e la mano tiepida.
.
Ma nel cristallo pulsavano i fiumi,
fumavano le montagne, rilucevano i mari
e tu tenevi nel palmo la sfera
di cristallo e dormivi nel trono
e – quant’è vero iddio – eri mia.
Tu ti svegliasti e trasformasti
il vocabolario quotidiano dell’uomo
e le parole si riempiono nella gola
del vigore di un suono nuovo e la parola “tu”
svela il suo nuovo significato: “re”.
.
Nel mondo tutto si trasfigurò, persino
le cose semplici – il catino, la brocca – quando
stava, come di guardia, tra di noi
l’acqua stratiforme e dura.
Ci condusse non si sa dove.
.
Davanti a noi cedevano il passo, come miraggi,
città costruite come per miracolo,
la stessa menta si stendeva ai nostri piedi
e gli uccelli andavano con noi lungo la strada
ed i pesci salivano lungo il fiume
ed il cielo si spiegava davanti agli occhi…
.
Quando il destino ricalcava le orme dietro di noi,
come un pazzo col rasoio in mano.
.
 (1962)
.
.
Vita, vita
.
I
.
Non credo nei presentimenti e dei segni
non ho paura. Né la calunnia né il sarcasmo
io fuggo. Nel mondo non c’è la morte.
Tutti sono immortali. Tutto è immortale.
Non bisogna temere la morte né a diciassette anni
Né a settanta. Esistono solo la realtà e la luce,
in questo mondo non ci sono né buio né morte.
Noi tutti siamo già sulla riva del mare
ed io sono tra quelli che tirano le reti
mentre passa a branchi l’immortalità.
.
II
.
Vivete in casa – e casa non crollerà.
Io evocherò uno qualunque dei secoli,
entrerò in esso ed in esso una casa costruirò.
Ecco perché sono con me ad un unico tavolo
i vostri figli e le vostre mogli.
Ma c’è un unico tavolo per il bisnonno e per il nipote.
Il futuro si compie ora
e se io sollevo la mano
tutti e cinque i raggi rimarranno presso di voi.
Io ogni giorno del passato, come una puntellatura,
con le mie clavicole ho sostenuto,
misurai il tempo con la catena dell’agrimensore
ed attraverso esso sono passato, come attraverso gli Urali.
.
III
.
Io mi sceglievo il secolo secondo la grandezza.
Andavamo al sud, alzavamo la polvere sopra la steppa;
l’erbaccia fumava; il grillo campestre faceva il birichino,
toccava con i baffi i ferri dei cavalli e profetava
e, come un monaco, minacciava per me la rovina.
Io il mio destino alla sella allacciavo;
io, anche adesso, in epoche future,
come un bambino mi solleverò sulle staffe.
Sono soddisfatto della mia immortalità,
che il mio sangue scorra di secolo in secolo.
Per un angolo sicuro di costante calore
io avrei arbitrariamente pagato con la vita,
qualora il suo mobile ago
non mi avesse, come filo, condotto per il mondo.
.
.
(1965)
immagine d’apertura: opera di Paul Klee, ad Parnassum, 1932

 

Cinque petali, di Angela Greco

CINQUE PETALI

*
il ramo nodoso strappa il bianco
all’estremità dello spettro di ieri
.
la merlatura digrigna i denti
dal basso morde il silenzio
.
esposto alla lingua delle api
il polline fruttifica nel ventre
.
cherry blossom cadono addosso
arabeschi di draghi e assenze
.
ignoto attraversi questa barriera
dal sapore incredulo di amarena
.
*
nel silenzio di noce protetta
col mallo giungo alla terra
.
amaro accompagnamento
si beve per assenza di verità
.
nell’attesa della sentenza
mani pietose sorreggono
.
l’ultima parola che si fa marmo
e novembre inciso di lettere
.
alfa e omega segnate da croci
e stelle perpetue senza Hollywood
.
*
una sera del 1918 puntata sul petto
dice che la guerra finita è vinta
.
penso che non si è mai vincitori
davanti alla morte dell’altro da sé
.
lo specchio sorride beffardo
della maschera appesa al chiodo
.
ombre da teatro kabuki
confondono l’incipiente giorno
.
soffusa luce filtra dalla tenda
mossa a compassione del ferito
.
*
 Angela Greco
immagine: Hokusai. Fleurs de prunier et lune, Album Mont Fuji au printemps (Haru no Fuji). Museum of Fine Arts, Boston.

Paul Celan, versi da Sotto il tiro di presagi

Paul CelanSotto il tiro di presagi. Poesie inedite 1948-1969

*

Ora ci sei, di nuovo,
qui:

Di innumerevoli spigoli,
per ora,

la profondità del cuore
rattoppata
dalle dieci libere
spade, che cessarono
la loro preghiera,
era uno scontro – argentea,

ma, una volta, da qualche parte
eravate più di tutto questo,
di più e
uno.

*

L’altro

Più profonde ferite che a me
inflisse a te il tacere,
più grandi stelle
ti irretiscono nella loro insidia di sguardi,
più bianca cenere
giace sulla parola, cui hai creduto.

*

Nessuno, non dimenticare, nessuno
si piagava frugando, su sentieri del cuore,
nel tuo tenero interno.
Fin che una parola ti uscì dalla bocca,
riserbata e taciturna:
con essa, non dimenticare, tu vivi,
da essa ti cresce la forza
per ascoltarmi, quando io dico a te:
vieni, io ti voglio,
ti voglio non amare –

***

Traduzione e cura di Michele Ranchetti e Jutta Leskien, Einaudi.

Angelo Maria Ripellino, due poesie da Lo splendido violino verde

Angelo Maria Ripellino, due poesie da Lo splendido violino verde (1976)

§

Resta con me, non andartene.
Già bolle il caffè turco della notte eresiarca,
come azzurre fiammelle di ponce sfavillano
le lampadine giranti del Luna Park.
Non affogare nel ròtor, nel grinzo
gorgo dei casamenti impazziti,
dove scurrili bellocce si impinzano
di fricandò e di soffritti.
A tante storie consunte si aggiunga anche questa, –
ma resta,
furbastra barbiera e giumenta:
imbrattami di noia, di falsa gioia,
di paroline spumose e posticce,
perché, come in tempi lontani, io mi senta
stupidamente felice.

§

Si cruccia della solitudine e aspetta
sempre un cugino dal Paraguay,
un dottor Jazz con la sua Bugatti cachettica,
che non verrà mai.
Rifugge il viavai della folla, il demonio demaniale,
ma poi gli piace la melassa della massa,
tuffarsi nella sua lurida colla, nel suo carnevale.
I farisei lo innaffiano di chiacchiera,
ne ha uditi di bacalari.
Nel brago del vaniloquio si inzàcchera.
Che fiera di osei, che Canaria.
Clichés in crespo di China si inchinano e parlano
di pudicizia, di amore, di patria, di Onassis.
Eppure ho bisogno di Luoghi Comuni, di ciarla,
di musichette al glucosio, di gàrrule tortore
di calabroni saccenti, di contrabbassi,
di tutto il bailamme che tiene a bada la morte.

*

da Notizie dal diluvio – Sinfonietta – Lo splendido violino verde (Einaudi).

Per leggere altri versi dello stesso Autore in questo Blog clicca sui seguenti link: qui – qui – qui

Paul Gauguin e la serie di Noa Noa -sassi d’arte

Noa Noa è il titolo del racconto romanzato, autobiografico e sensazionalista, iniziato da Gauguin alla fine del settembre del 1893 e incentrato sulla sessualità e il mito a Tahiti, ma è anche il nome di una serie di dieci xilografie cominciata alcuni mesi dopo e terminata nel maggio del 1894, nonché il titolo della prima incisione su legno della serie. La doppia parola noa noa (nella lingua tahitiana la ripetizione ha valore di rafforzativo) significa terreno, mondano, quotidiano, non sacro, delizioso e profumato. Gli ultimi due aggettivi sono particolarmente appropriati, perché l’universo di queste xilografie, caratterizzato da numerosi riferimenti all’acqua, ai fiori, agli spiriti, agli dei e all’erotismo, è effettivamente fragrante, affascinante e misterioso, e crea un’atmosfera sovrannaturale fatta di mito, sogno, desiderio e sottile suggestione.

La coincidenza di date tra la stesura del libro e l’esecuzione delle xilografie rivela che romanzo e stampe furono concepiti insieme, perché le une dovevano servire ad illustrare l’altro. Se completata, l’opera sarebbe stata probabilmente tra i primi e senz’altro più raffinati esempi di livre d’artiste mai realizzati. Benché le origini di questo genere letterario risalgano almeno all’epoca di Eugène Delacroix e Gustave Doré, solo negli anni novanta dell’Ottocento si giunse a reinventare completamente il libro come una Gesamtkunstwerk, un’opera d’arte totale che implicava una veste tipografica innovativa, materiali pregiati, una bella rilegatura e illustrazioni sfarzose.

Il grande libro di Gauguin non venne tuttavia realizzato, principalmente a causa dei contrasti tra ex amici, mecenati e ammiratori. Le dieci xilografie furono esposte nel dicembre 1894 presso l’atelier parigino dell’artista, al 6 di Rue Vercingétorix, dove furono viste e recensite da diversi critici, tra cui Charles Morice, che le definì “une révolution dans l’art de la gravure”. Senza la serie Noa Noa, in effetti, le incisioni di Edvard Munch e degli espressionisti tedeschi non sarebbero state possibili. Il romanzo, invece, fu pubblicato solo nel 1901, quando Morice preparò un’edizione -che non ebbe l’approvazione di Gauguin – per le Editions La Plume di Parigi. Da allora il libro è stato ristampato dozzine di volte e la vicenda narrata, oggi ben nota, è riassumibile nell’arrivo a Tahiti dell’artista francese, il quale, deluso da alcuni aspetti del paesaggio e della vita sociale della capitale, Papeete, va in cerca di avventure erotiche, prova una fugace attrazione per un uomo del posto, si trova una moglie giovanissima, partecipa ad una battuta di pesca e trova finalmente la vita allo stato selvaggio a cui agognava.

Le dieci stampe della serie Noa Noa, come quelle che compongono la Suite Volpini (una serie di 11 incisioni che Gauguin esibì al “Café des Arts Volpini” durante l’esposizione di Parigi del 1889), non raccontano una storia e qualsiasi sequenza di lettura proposta dev’essere considerata nel migliore dei casi ipotetica. Come per l’album Volpini, le xilografie derivano per lo più da composizioni precedenti, in questo caso dipinti eseguiti a Tahiti l’anno prima. Quella intitolata Noa Noa raffigura due donne ed un cane nei pressi di un fiume; in Nave Nave Fenua si riconosce una donna nuda che si produce in una danza solitaria, mentre in Te Faruru, i protagonisti sono una coppia di amanti (sono le tre immagini riportate in questa sede); le altre xilografie rappresentano: Auti te Pape, due donne su una spiaggia; Te Atua, una congerie di divinità; La creazione del mondo, una genesi polinesiana; Mahna no varua ino, una scena notturna che evoca un sabba di streghe; Manao Tupapao, una figura femminile solitaria in posizione fetale; Te Po, un’altra scena notturna con una donna addormentata e tre osservatori; Maruru accoglie alcune figure femminili raccolte in un marae (un tempio o luogo d’incontro) accanto a un gigantesco tiki intagliato.

Vale la pena osservare che, con una sola eccezione, tutti i titoli delle incisioni in legno di Gauguin erano in tahitiano, in un deliberato affronto ai funzionari colonizzatori che all’epoca lottavano per annientare la lingua locale nell’ambito della loro “missione civilizzatrice”. Così come nell’Ottocento l’amministrazione francese aveva cercato di scoraggiare l’uso di lingue e dialetti locali  in Bretagna, Provenza e nella regione basca, allo stesso modo le autorità coloniali intendevano sradicare nella popolazione di Tahiti e di altri territori francesi d’oltremare l’uso di idiomi considerati barbari, instaurando al tempo stesso una dipendenza dallo stato francese centralizzato. L’ostinazione di Gauguin nello scegliere titoli in tahitiano – spesso senza traduzione – per molti dipinti e stampe (causando notevole costernazione a Parigi), costituisce un piccolo ma significativo esempio di resistenza all’ideologia colonialista da parte di un bianco. (tratto da Paul Gauguin, Artista di mito e sogno, Skira)

Octavio Paz, due poesie ed un articolo

DUE POESIE DI OCTAVIO PAZ ED UN ARTICOLO

Madrigale

Più trasparente
di quella goccia d’acqua
tra le dita del rampicante
il mio pensiero tende un ponte
da te stessa a te stessa
Guardati
più reale del corpo che abiti
ferma in mezzo alla mia fronte

Sei nata per vivere in un’isola

da “O.Paz, Vento Cardinale e altre poesie” (Lo Specchio, Mondadori, 1984 – Trad, di Franco Mogni).

§

Due corpi, uno di fronte all’altro,
sono a volte due onde
e la notte è oceano.

Due corpi, uno di fronte all’altro,
sono a volte due pietre
e la notte deserto.

Due corpi, uno di fronte all’altro,
sono a volte radici
nella notte intrecciate.

Due corpi, uno di fronte all’altro,
sono a volte coltelli
e la notte lampo.

Due corpi, uno di fronte all’altro,
sono due astri che cadono
in un cielo vuoto.

da Libertà sulla parola (Guanda, 1965), a cura di G. Bellini

§

dal sito L’intellettuale dissidente, 26 maggio 2014 :

OCTAVIO PAZ – L’immagine non può essere spiegata concettualmente, deve essere ricreata come una comunione poetica tanto da risultare simile all’esperienza religiosa, nondimeno alla magia. L’uomo ha la possibilità di vivere, nel momento poetico, una sorta di rapimento, una epifania estatica che è fondamentale per il recupero di un’esistenza autentica. Octavio Paz, scrittore, poeta e saggista latinoamericano, utilizza molti modi per scrivere di tale esperienza, parlando di alterità e partecipazione. L’estetica paziana recupera oltremodo, attraverso il pensiero di Bergson e Ortega y Gasset, la dimensione del tempo e del senso della vita mediante la poesia. Concilia i contrari, l’affermazione con la negazione, giacché disvela la tirannia più feroce, mascherata a libertà, per mezzo dell’immaginazione poetica. Si avvicina letterariamente a Pessoa, a Quevedo e ad Ortega, sceglie di dialogare con Othón Salazar ed il suo movimento di maestri dissidenti; dialoghi che illuminano una civilizzazione, la sua.
Nasce a Città del Messico quando il paese è in piena lotta rivoluzionaria, nel 1914, l’anno della Grande Guerra che da inizio al Secolo breve, e si spegne nove anni dopo la caduta della Cortina di Ferro. E’ un uomo del suo secolo, intellettuale che ha dedicato la propria vita ad analizzare i molti spigoli storici, sociali e, dunque, anche politici che delineavano il suo presente. Dal tempo della giovinezza, Paz ha scritto di letteratura, arte, politica, storia e persino di antropologia. Ha permesso il dialogo tra poesia e società, portando in seno la tradizione letteraria messicana che mai lo ha abbandonato, colorando i suoi scritti di modernità e avanguardia artistica. Ha sempre inteso la poesia come quell’altra voce in grado di sovvertire i cliché del commercio, della politica e del giornalismo, poiché era davvero un discendente di quei romantici e di quei surrealisti che avevano come missione lo sconvolgimento delle abitudini del pensiero borghese, come ad esempio il suo mentore, André Breton. Appassionata è la critica alla società moderna, quella società di mercato ove l’economia è la parte visibile della merce, il frammento percettibile di una realtà in cui sono le cose a praticare l’umanità per mezzo degli uomini, relegati a parte invisibile, in silenzio. Un mondo che vede l’uomo confinato in un unico dormitorio abitato da anime compranti, consumatori e di prodotti e di tempo.
E’ commovente la riflessione politica di Octavio Paz che si compone in versi nelle sue opere, a difesa della cultura. «Quando una società si corrompe, a imputridire per primo è il linguaggio. La critica della società inizia quindi con la grammatica e il ristabilimento dei significati». E’ chiaro che la parola appare al poeta messicano come l’unico antidoto alla tecnica, rimedio necessario per rimarcare costantemente, attraverso una sofisticata critica, la modernità globale, la quale non si misura dai progressi dell’industria, ma dalla capacità di autocritica che permette di interiorizzare i cambiamenti ancor prima di farli nostri. La parola, dunque, icastica arma che permette di confrontare la politica e, vocazione ancora più nobile, di difendere la libertà. Bisogna «fare, abitare le parole».
Abbiamo creato un mondo dove le più importanti fonti di paura tra gli esseri umani non sono né calamità naturali né tantomeno punizioni divine: sono, malgrado, proprio altri esseri umani. Quando riceve il Premio internazionale per la pace degli editori tedeschi nel 1984, pronuncia queste parole: «La violenza aggrava le differenze e impedisce alle persone di parlare e ascoltare». Chi legge Paz contempla poeticamente il mondo e, poi, lo nomina. «L’uomo, persino quello avvilito dal neocapitalismo e dallo pseudo socialismo dei nostri giorni, è un essere meraviglioso perché, a volte, parla. Il linguaggio è il marchio […] Attraverso la parola possiamo accedere al regno perduto e così recuperare gli antichi poteri». Ebbene la poesia di Paz, quella poetica che è capace di purificare la nostra percezione e ci libera dai luoghi comuni della mente e del corpo, intensificando la nostra esperienza, non è fantasia, ma contemplazione. La sua posizione critica, in bilico tra tradizione e rottura, maturata dietro una lunga trincea analitica, costringe a prendere coscienza delle degradazioni dell’industrializzazione, quali, per esempio, l’avidità e il consumismo. Dopo tutto, egli era un moralista, pervaso da uno scetticismo che si intreccia con la saggezza orientale, l’erotismo e la sensualità.
Octavio Paz, premio Nobel messicano per la letteratura nel 1990, è affascinato dalla politica. Tutto ha inizio durante le numerose contraddizioni che stavano fiorendo tra le élite intellettuali di Città del Messico ad inizio secolo, che le vedeva incerte tra la spinta europea e il richiamo, insistente, dell’appartenenza americana. Paz non si sottrae all’esigenza di assumere posizioni politiche radicali in questo scontro culturale, posizioni che cambieranno nel corso della sua vita. Attraverso la metafora del labirinto, una delle sue preferite, riflette sul motivo che spinge i messicani a sentirsi inferiori rispetto agli Stati Uniti al punto da restare intrappolati nella solitudine. E’ dal vuoto di identità del suo popolo che nasce una delle opere più belle, Il labirinto della solitudine (1950), in cui i suoi pensieri trovano collegamenti molto stretti con la nozione heideggeriana dell’esistenza autentica. Rimane inizialmente affascinato dall’ideologia comunista, ne prende gradualmente le distanze durante la guerra civile in Spagna, maturando una visione critica dell’Unione Sovietica e delle sue strategie interne e in politica estera. L’ideologia e, conseguentemente, la politica di Stalin, ha creato nel poeta l’esigenza di modellare una nuova filosofia politica che coinvolgesse quei concetti a lui molto cari, di libertà, fraternità e uguaglianza. Fuori dal coro, critica coraggiosamente i fondamenti ideologici del comunismo russo — e per estensione quello dei partiti comunisti di Cina e Cuba — tanto quanto si impegna nella critica all’imperialismo americano. Nel 1968 la lotta sociale diverrà per lui fondamentale e necessaria a seguito del massacro di Plaza de Tres Culturas, teatro di una cruenta repressione esercitata dal governo messicano durante le Olimpiadi per soffocare le proteste degli studenti.
«La memoria —scrive —non è ciò che ricordiamo, ma ciò che ci ricorda».
— in apertura: opera di Lucio Fontana, Concetto-spaziale-attese —

Giorgio Manganelli – da Centuria, numero otto

Da CENTURIA di Giorgio Manganelli, numero otto

Il signore vestito di chiaro si accorge improvvisamente dell’assenza. Vive in quella casa da molti anni, ma solo ora, quando verosimilmente il suo soggiorno volge al termine, si avvede che in una stanza semivuota vi è una zona di assenza. La stanza semivuota è, dopotutto, una stanza come le altre; e, se non fosse per l’assenza, nessuno la noterebbe. L’assenza, va da sé, non ha nulla a che fare con il vuoto. Una stanza totalmente vuota può essere priva di assenza, e nemmeno spostando rapidamente un mobile si crea una vera e propria assenza. Non si crea nulla. Ora il signore non più giovane, che è vissuto molti anni in quella casa, che ha attraversato innumerevoli volte quella stanza, ha scoperto che in quell’angolo non c’è un vuoto, ma un’assenza. Sa anche di averla percorsa numerose volte, e di essere egli stesso implicato, non sa come, in quell’assenza. Egli scruta quell’assenza, e naturalmente non ne capisce molto. Tuttavia, qualcosa della sua vita in quella casa gli pare meno chiaro. Si sa che le assenze non traslocano facilmente; e può essere che il bisogno di aver vicino quell’assenza lo abbia indotto a protrarre di anno in anno un soggiorno in una casa che non ama, tra i mobili che gli sono estranei. Tutto gli è estraneo in quella casa, eccetto l’assenza. L’assenza è talmente importante, che potrebbe rinunciare a tutto ciò che rende la sua vita tollerabile – sebbene tollerabile non sia – pur di non assentarsi dell’assenza. È tentato, naturalmente, a porsi molte e contrastanti domande su quell’assenza. Un uomo ha sempre sulle labbra un “Che cosa è?”. Ma l’uomo non è invecchiato invano. Metodicamente elimina in sé ogni desiderio di interrogare, di sapere, di indagare. Tenebre o luce gli sono indifferenti, come amore o abbandono. Sa che l’assenza è indifferente, e tuttavia sa anche che codesta indifferenza è talmente importante, che senza di essa egli sarebbe del tutto disperato. Solo di questo si stupisce: di avere scoperto così tardi, a giochi fatti, di non essere mai stato abbandonato, come credeva, ma di avere coabitato da sempre con una indifferenza che, ora, considera la spiegazione della sua sopravvivenza.

immagine: La chambre de Van Gogh à Arles

Angela Greco, un racconto inedito

…ripropongo sorridendo, un racconto, che scrissi un anno fa…qualcuno è ancora accanto a me e qualcun altro si è perso…Oggi siamo in meno, a tavola, e continuiamo a non essere superstiziosi :)) SMILE, PLEASE!

Il sasso nello stagno di AnGre

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Una giornata particolare, un racconto di Angela Greco

E’ ancora giorno, ho le mani fredde e due orologi sono fermi alla stessa ora.

Matteo ha scritto della sua nuova vita ed Alfredo mi invita a non insistere e sicuramente fino a sera gli darò ragione. «Il mare può essere superato con l’aiuto di un provetto nuotatore» ho letto, senza badare minimamente alla metafora. Di primo mattino la metafora spesso mi causa bruciore di stomaco e questo non è certo il giorno adatto per un aggravio del lavoro digestivo. Il giornale cittadino dedica quasi mezza pagina all’articolo del giovane ed io penso a suo padre, dopo un anno e mezzo di silenzio, lo immagino mentre concretizza quei treni visti per trent’anni, come specchio di quanto va accadendo a casa sua. Eccola, ci risiamo, un’altra metafora, che insiste.

Alfredo ha ragione fin dalle sette del mattino.

Ieri sera ho cucinato due…

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da Correnti contrarie di Angela Greco

due estratti da CORRENTI CONTRARIE (Ensemble, Roma, 2017)

http://www.edizioniensemble.it/prodotto/correnti-contrarie/

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#2
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La stagione di Clara non è l’inverno
benché sia germogliata in dicembre.
L’approssimarsi della pioggia riluce sul muro della chiesa,
incidendo la retina con un angolo alla Hopper.
Le è rimasta la paura di non trovare la strada di casa.
Poi ripete il tuo nome e diventa chiara ogni notte.
Così, prendendoti per mano, procede passo a passo.
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La disabitudine aspetta al rientro dal lavoro.
Il treno delle diciannove è in orario. Binario unico.
Gruppo con cane stranito nella sera ghiacciata.
La stazione ha perso l’odore del saluto
e si rabbuia anche la voce delle fermate.
I passi sono sempre gli stessi da vent’anni;
un rettilineo, due svolte a destra e poi casa.
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Il lampione ridisegna Night Shadows
all’insaputa dello stesso Edward,
intento alle sue case e ai suoi fari,
mentre attraversi la grafite della sera.
Sto preparando la cena, non tardare.
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§
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Odori di dio e la tua voce ha valenza d’incenso,
che balla nel turibolo di cattedrali millenarie affollate
da un bestiario di concorrenza e privo di significati.
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Il problema è lasciarsi prendere dal vento solido – non da altro –
chiaro nelle intenzioni e nella luce della bocca, dalle mani di seta
e dal dire inatteso. La capacità di essere fly, leggero e tagliente
alla giugulare dei fatti, recidendo campionature di inetti.
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L’ora di pranzo raddoppia il caffè. Bruciano labbra.
Ad ali spiegate planano grazie sulla tua grazia accesa
ed insaziabili ci nutriamo dell’ultimo seme. Accarezzo
quel che di te si sente prima che il grecale confonda stagioni
e ricominci dicembre. Per l’altro si spuntano acume e difese.
Un sapore inebria ed un altro droga. Giuro. Non finisce qui.
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Angela Greco è nata il primo maggio del ‘76 a Massafra (TA), dove vive con la famiglia. Ha pubblicato: in prosa, Ritratto di ragazza allo specchio (racconti, Lupo Editore, 2008); in poesia: A sensi congiunti (Ed.Smasher, 2012); Arabeschi incisi dal sole (Terra d’ulivi, 2013); Personale Eden (La Vita Felice, 2015); Attraversandomi (Limina Mentis, 2015, con ciclo fotografico realizzato con Giorgio Chiantini); Anamòrfosi (Progetto Cultura, Roma, 2017); Correnti contrarie (Ed.Ensemble, Roma, 2017); Ora nuda, antologia 2010-2017 (formato elettronico, Quaderni di RebStein LXVII, introduzione di Flavio Almerighi). È ideatrice e curatrice del collettivo di poesia, arte e dintorni Il sasso nello stagno di AnGre (https://ilsassonellostagno.wordpress.com/).
immagine d’apertura: Edward Hopper, Night Shadows

John Keats, Ode a Psiche

Ode a Psiche di John Keats

Ascolta, o Dea, questi versi dissonanti
Strappati dalla dolce violenza e dal ricordo caro;
E che sin entro la morbida conchiglia del tuo orecchio
Sian cantati i tuoi segreti, perdona.
Certo ho sognato, oggi – o davvero l’alata Psiche
Ho visto con i miei occhi aperti?
Giravo spensierato per un bosco
Quando di colpo estasiato per la sorpresa
Due belle creature vidi, coricate fianco a fianco,
Nell’erba folta, sotto un sussurrante tetto
Di foglie e tremuli fiori, ove un ruscello
Appena visibile scorreva:
Tra i taciti fiori dalle fresche radici, azzurri lunari,
Dolcemente profumati nei purpurei boccioli,
Giacevano con quieto respiro sopra un letto d’erba,
Le braccia intrecciate e le ali,
Solo le labbra non si toccavano, ché ancora non s’eran dette addio.
Come se sperate dalle mani dolci del sonno
Fosser pronte a superare il numero dei baci passati
Quando l’alba l’occhio tenero aprisse dell’amore nascente.
Conoscevo bene il fanciullo alato;
Ma tu, o felice colomba felice, chi eri?
La sua Psiche fedele!

Oh tu, ultima nata visione, più dolce
Sei di tutta la svanita gerarchia Dell’Olimpo,
Più bella di Diana nelle sue regioni di zaffiro,
Più bella di Venere, la lucciola amorosa del cielo,
Tu, la più bella sei, pur se tempio non hai,
Né altare colmo di fiori,
O coro di vergini che dolcemente piangano
La tua mezzanotte,
E non voce, o liuto, o flauto, o incenso squisito
Che fumi dal turibolo scosso,
O santuario, bosco, oracolo o ardore
Di profeta sognante della pallida bocca.

Tu, più splendida sei, pur troppo tardi nata
Per gli antichi voti o per l’ingenua lira appassionata,
Quando sacri erano i rami della foresta
Incantata, sacra era l’aria, l’acqua, il fuoco:
Pure, anche un questi giorni tanto lontani
Dalle fedi felici, le tue ali lucenti
Che volteggiano tra gli olimpi in rovina io vedo,
E canto, ai miei soli occhi credendo.
Si, lascia sia io il tuo coro e il pianto
Alzato per la tua mezzanotte,
Lascia si io la tua voce, il tuo liuto, il tuo flauto,
Il tuo incenso squisito che fuma dal turibolo scosso,
Il tuo santuario, il tuo bosco, il tuo oracolo e l’ardore
Di un profeta sognante dalla pallida bocca.

Voglio essere io il tuo sacerdote, e costruirti un tempio
Nelle inesplorate regioni della mia mente,
Dove ramosi pensieri, appena nati con piacevole dolore,
Mormoreranno al vento sostituendo i pini:
E lontano lontano, di vetta in vetta macchie oscure d’alberi
Vestiranno tutt’intorno i gioghi selvaggi dei monti
E zefiri, fiumi, uccelli e api culleranno
Nel sonno le driadi coricate sul muschio:
Tra questa ampia quiete
Adornerò un roseo santuario
Con la trama in intrecciata d’una mente al lavoro,
Con boccioli, campanule e stelle senza nome,
Con tutto ciò che l’alma fantasia sa inventare,
Lei, che creando fiori, sempre diversi li crea:
Per te sarà li ogni dolce piacere
Che l’ombroso pensiero può conquistare,
Una torcia splendente, un finestra aperta alla notte
Perché caldo l’amore vi possa entrare.

tratta dal sito keats-shelley-house.org/it — immagine d’apertura: scultura di Amilcare Santini

Benvenuti nel nuovo anno!

BENVENUTO  2 0 1 8  E BENVENUTI NEL NUOVO ANNO!
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“[…] Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno. […] Le soste me le scelgo da me, quando mi sento ubriaco di vita intensa e voglio fare un tuffo nell’animalità per ritrarne nuovo vigore.” (Antonio Gramsci)
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Rileggendo il 2017: Iris: da Van Gogh agli dei – sassi d’arte

Il sasso nello stagno di AnGre

Vincent Van Gogh, Iris (1889)

  olio su tela, cm 71 x 93 cm – J. Paul Getty Museum, Los Angeles

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Acquistato nel 1891 dallo scrittore francese Octave Mirbeau per trecento franchi ed oggi conservato nel J. Paul Getty Museum di Los Angeles, si tratta di uno dei primi lavori eseguiti durante il ricovero presso l’ospedale di San Paul-de-Mausole a Saint-Rémy nell’anno precedente la morte dell’artista nel 1890. Vincent Van Gogh (1853 -1890), durante la sua prima settimana di ricovero in Francia, dopo la furiosa lite con l’amico Paul Gauguin, dipinse circa 130 quadri aventi come soggetto i giardini circostanti la clinica, tra cui la famosa Notte stellata e Iris, appunto. Come molti altri artisti del tempo, il pittore risente delle influenze xilografie giapponesi, prodotte a partire dal XVII sec. ed evidenziate, in Iris, dall’uso di contorni neri (elemento tipico delle xilografie giapponesi) tracciati intorno ai petali e ai gambi dei fiori.

Le piante, ritratte in…

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Rileggendo il 2017: Louis Aragon, Sono l’eresiarca di tutte le chiese

Il sasso nello stagno di AnGre

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Sono l’eresiarca di tutte le chiese

Sono l’eresiarca di tutte le chiese
Ti antepongo a tutto ciò per cui vale la pena di vivere e morire
Ti porto l’incenso dei luoghi santi e la canzone del foro
Guarda le mie ginocchia che sanguinano per il tanto pregare davanti a te
I miei occhi ciechi per tutto ciò che non è tua fiamma
Sono sordo a ogni pianto che non venga dalla tua bocca
Non capisco i milioni di morti se non quando sei tu che gemi
E’ per i tuoi piedi che provo dolore a ogni sasso dei viottolo
Per le tue braccia lacerate da tutti i cespugli di rovo
Tutti i fardelli che si portano straziano le tue spalle
Tutti i dolori del mondo sono racchiusi in una tua lacrima
Non avevo mai sofferto prima di te
Si può forse dire che soffra
La bestia che ferita lancia un…

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