Oltre la rete, la poesia italiana che si incontra oggi: Nunzio Tria

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OLTRE LA RETE: Nunzio Tria

poesie scelte da L’Amore è un Lupo che Sanguina nella neve…e altre Bollette da Pagare (PoPoetry, 2017)

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In stormo a farfalle
trasvolo ideogrammi
qua e là.
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E’ il primo respiro di luce
dopo il feed-back nero pece
dell’atavico strappo
.
Un tentativo d’esorcismo alla resa
la desublimazione delle atrocità
.
E tutti
e tu
così razionali
così esigenti
su quel poco che resta
di me:
……….scempio del presunto
.
… dal troppo amore
muoio di voi.
.
Quel poco che resta
.
.
.
.
.
Simula il tuo dio
in un respiro
.
da tempo i miei paternoster
hanno abdicato
in favore delle baldraccagini
.
Fammi un disegno dell’utopia
o di un coma
.
e scopami
ho disertato per questo
.
Lascerei al nemico
annettersi tutta la costa
per averti qui
.
Forse lui si è già messo
a testa in giù
nel tuo utero
.
e io
ultimo il mio sangue
in Europa
.
Gorazde
.
.
.
.
.
Le nostre orme
prontamente cancellate
nella battigia
e una musica dolcissima
complice di questo planare
a fil d’acqua…
.
Preferisco ingoiare
il mare intero
che schiudere gli occhi
.
E anche se stupenda
questa notte m’impedisce…
.
Vedi quei lampioni, lì in fondo?
Mi fanno sognare
.
Facciamoci il giro delle galassie
prima di rincasare
Non ho fame. Ho solo voglia
di piangere fra le tue braccia
.
Dai, non sono triste
andiamo a prendere quella stella
e non preoccuparti
se faremo l’alba.
.
Semplicemente
.
.
.
.
Nunzio Tria, classe 1956, vive a Laterza (Ta). Conseguito il diploma di maturità tecnica, si dedica agli studi umanistici divenendo promotore culturale e giornalista. Ha pubblicato diverse raccolte di poesia: “Io Contro” (1994, con il contributo dell’Amministrazione comunale di Laterza); “Sconcetti” (1997, con l’Editrice Poiesis di Alberobello – BA); “Enucleo” (2004 per i tipi Campanotto di Udine) e “L’Amore è un Lupo che Sanguina nella neve…e altre Bollette da Pagare” (PoPoetry, 2017). Ha vinto: nel 2000 il Premio Letterario “Giuseppe Molino” a Messina; nel 2003 il 2°Concorso Naz. di Poesia, “Emily Dickinson” a Taranto e nel 2011 il 1° Concorso Naz. di Poesia “A come Amore” con il testo “L’amore è un lupo che sanguina nella neve”. Innumerevoli le attività di poeta, scrittore e operatore culturale: è stato cofondatore della rete dei Comuni, “Progetto Amor Loci”: Centro Internaz. per lo Studio, Tutela e Valorizzazione del Patrimonio Culturale dei Trulli, del Rupestre e delle Gravine, da Matera ad Alberobello ed in seguito anche caporedattore culturale del progetto Pis 13 “Habitat Rupestre Puglia”; nel 1999 progetta e dirige la rassegna poetico-teatrale “Disfonie: pura azione poetica, urlata sottovoce per dare fiato alla nostra terra”; nel 2006 è ideatore e curatore della prima Antologia di Poeti Laertini “Di Noi le Urla e i Canti”, voluta dall’Amministrazione Comunale di Laterza e pubblicata da Dellisanti Editore; nel 2007 è fondatore-regista della “Compagnia Teatro Instabile” di Laterza; nel 2014 produce la sua “Apologia di Socrate”, un reading teatrale itinerante.
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In questa nota biografica minima non va tralasciato di dire che Nunzio Tria è inserito in numerose e prestigiose antologie e che la sua azione di promozione e divulgazione della poesia italiana prosegue senza sosta con creazione di eventi e partecipazioni a letture poetiche con importanti voci internazionali.

 

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Pedro Salinas, Ieri ti ho baciato sulle labbra (con un approfondimento sull’autore)

Rodin, Il bacio (part.)

Ieri ti ho baciato sulle labbra

Ieri ti ho baciato sulle labbra.
Ti ho baciato sulle labbra. Intense,
rosse. Un bacio così corto
durato più di un lampo,
di un miracolo, più ancora.
—————————-Il tempo
dopo averti baciato
non valeva più a nulla
ormai, a nulla
era valso prima.
Nel bacio il suo inizio e la sua fine.

Oggi sto baciando un bacio;
sono solo con le mie labbra.
Le poso
non sulla bocca, no, non più
– dov’è fuggita? –
Le poso
sul bacio che ieri ti ho dato,
sulle bocche unite
dal bacio che hanno baciato.
E dura, questo bacio
più del silenzio, della luce.
Perché io non bacio ora
né una carne né una bocca,
che scappa, che mi sfugge.
No.
Ti sto baciando più lontano.

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Pedro Salinas, da La voce a te dovuta, XXXVI, a cura di Emma Scoles, Einaudi

immagine: Rodin, Il bacio (part.)

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Salinas-2Pedro Salinas y Serrano (Madrid, 27 novembre 1891 – Boston, 4 dicembre 1951) è stato un poeta spagnolo appartenente alla generazione del 1927.
Durante gli anni venti collaborò con il “Centro de estudios historicos”, scrisse alcuni saggi di letteratura contemporanea e allo stesso tempo curò alcune edizioni di classici. Nel 1926 pubblicò la sua prima opera narrativa Vispera del gozo e nel 1928 si trasferì a Madrid.
Gli anni che vanno dal 1929 al 1936 sono anni di fervida attività poetica. Verranno dati alle stampe Seguro azar (1929), Fábula y signo (1931), Amor en vilo (1933) che anticipa La voz a ti debida che verrà pubblicato alla fine di quello stesso anno. Risale al 1936 la raccolta intitolata Razon de amor.
Nel 1935, alla vigilia della guerra civile venne invitato dal Wellesley College negli Stati Uniti per un breve periodo di insegnamento, ma egli partì per non ritornare mai più.
Il poeta rimase, come esule volontario, negli Stati Uniti dove insegnò presso diverse Università. Nel ’37 gli venne conferito l’incarico per l’insegnamento presso il “Wellesley College” nel Massachussetts e in seguito a Baltimora. Durante questi anni fece anche diversi viaggi in Messico per tenere alcune conferenze su “il poeta e la realtà nella letteratura spagnola” che verranno pubblicate in volume nel 1940 con il titolo Literatura española siglo XX’.
Nel 1943 gli venne concesso un temporaneo trasferimento presso l’Università di Porto Rico dove rimarrà fino al 1946, facendo nuove amicizie e scrivendo i versi El Contemplado (mar, poema); compirà ancora alcuni viaggi per conferenze a Santo Domingo e a Cuba e nel 1946 farà ritorno a Baltimora dove riprenderà il suo posto di docente.
A Baltimora intensa e varia sarà l’attività letteraria degli ultimi anni della sua vita. Salinas infatti si dedicherà, oltre che alla poesia, agli studi critici, ai saggi, al romanzo e al teatro.
Il suo ultimo libro di versi, Confianza, verrà pubblicato nel 1955 dopo la morte dell’autore che avverrà a Boston nel 1951. Secondo il desiderio del poeta venne seppellito nel cimitero di Santa Magdalena a Puerto Rico.
L’opera poetica di Salinas, divisa in nove libri, si distingue in tre fasi distinte ma allo stesso tempo complementari.
La prima produzione poetica, che va dal 1923 al 1931, comprende tre raccolte: Presagios, scritta nel 1923, Seguro azar (Sicuro azzardo) composta nel 1929 e Fábula y Signo (Favola e segno) del 1931 con la quale si conclude la prima fase. In Presagios si avvertono gli influssi di Bécquer, di Antonio Machado e soprattutto di Juan Ramón Jiménez che scrisse il Prologo e curò la redazione del libro e l’anticipazione dei grandi temi che saranno della poesia successiva come quello della dialettica amorosa, del nulla che sovrasta l’uomo, del mistero, della irrealtà.
Il verso, breve e conciso, è ricco di ripetizioni e antitesi che il ritmo delle cesure e degli enjambements tende a separare.
« Io non ti vedo. So bene
che sei qui, dietro
una parete fragile
di mattoni e di calce, alla portata
della mia voce, se io ti chiamassi.
Ma io non chiamerò. »
In Seguro azar si coglie già, dall’antitesi tra i due termini del titolo, perfetto ossimoro, il desiderio di riempire l’astratto con figure e aspetti tratti dallo spettacolo della vita moderna, soprattutto da un tipo di letteratura sportiva e cinematografica che ha il suo centro attrattivo maggiore nel Far West (titolo di una lirica dell’opera). Salinas trae pertanto le immagini della sua poesia dalla realtà urbana o dalla finzione cinematografica e in modo graduato le priva della loro concretezza. Gli oggetti e le cose, osservate e poi negate, diventano il pretesto per denunciare l’assenza della persona amata che può essere raggiunta solamente attraverso il sogno.
In Fábula y signo, superando la realtà del quotidiano, Salinas si rivolge alla vita moderna e al mondo della macchina utilizzando il lessico dei movimenti avanguardieristici, come dimostrano i titoli e i temi del libro da Radiator y fogata (Radiatore e fuoco) a El teléfono, aggiungendo le emozioni che vengono vissute all’insegna della poesia e della fabula.
La seconda fase, che comprende il periodo tra gli anni 1933 e 1938, può considerarsi quella della maturità e vede la produzione delle principali opere dell’autore come La voz a ti debida La voce a te dovuta, Razòn de amor, Largo lamento (Lungo lamento) dove il poeta raggiunge la pienezza del sentimento e dell’abbandono dando l’esempio più alto di tutto il canzoniere spagnolo del Novecento.
Il tema principale delle opere di questo periodo è quello dell’amore che era già stato annunciato in Presagos. La realtà amorosa viene però ora trasfigurata da una intensa visione idealistica di carattere platonico che ha gli elementi della quotidiana relazione umana ma che va oltre la presenza fisica.
« Perdonami se vo così cercandoti,
così maldestramente dentro
di te.
Perdonami il dolore, qualche volta. »
La terza e ultima fase corrisponde agli anni quaranta e può considerarsi la stagione finale del poeta dove egli scrive varie opere appartenenti a generi letterari differenti.
Oltre le opere di poesia, si aggiungono quelle di teatro (quattordici drammi in tutto) nelle quali l’autore affronta gli aspetti della vita del tempo, i romanzi nei quali condanna il materialismo moderno e infine alcuni importanti saggi nei quali Salinas dimostra le sue vaste conoscenze culturali oltre una grande capacità critica. [dal web]

 

César Vallejo, tre poesie

E se dopo tante parole…

E se dopo tante parole,
non sopravvive la parola!
E se dopo le ali degli uccelli,
l’uccello fermo non sopravvive!
Sarebbe meglio, in verità,
che si mangino tutto e si finisca!

Esser nati per vivere della nostra morte!
Alzarsi dal cielo verso terra
sui propri disastri
e spiare il momento di spegnere la tenebra con l’ombra!
Sarebbe meglio, francamente,
che si mangino tutto e… cosa importa!

E se dopo tanta storia soccombiamo
non già d’eternità,
ma di cose così semplici come stare
in casa o mettersi a pensare!
E se scopriamo poi,
tutt’a un tratto, di vivere,
a giudicare dall’altezza degli astri,
dal pettine e dalle macchie sul fazzoletto!
Sarebbe meglio, in verità,
che si mangino tutto, non c’è dubbio!

Si dirà che abbiamo
in uno dei nostri occhi molta pena
come anche nell’altro, molta pena,
e in tutt’e due, nello sguardo, molta pena…
Allora… Certo!… Allora… tutti zitti!

 da Se sopravvive la parola, inUn secolo di poesia a cura di Nicola Crocetti per Corriere della Sera.

:

Pietra nera su una pietra bianca (da Poemas humanos (Nómina de huesos), 1939)

Morirò a Parigi nello scroscio
di un giorno che ho già vivo nel ricordo.
Morirò a Parigi – non m’inganno –
come oggi forse un giovedì d’autunno.
.
Di giovedì sarà. Oggi che proso
questi versi e gli omeri ho malmesso,
è giovedì e mai come oggi giunsi,
con tanta strada a rivedermi solo.
.
César Vallejo è morto, lo picchiavano
tutti senza che lui facesse nulla;
lo legnavano sodo e duramente
.
lo cinghiavano: sono testimoni
i giorni giovedì, l’ossa degli omeri,
la vita sola, la pioggia, le strade…
da POESIE, traduz., studi introduttivi e bibliografia di Roberto Paoli; Lerici Editori, 1964. (via Caponnetto-Poesiaperta)    .
.

LXV

Madre, domani vengo a Santiago,
a bagnarmi nella tua benedizione e il tuo pianto.
Sto sistemando i miei disinganni ed il rosato
di piaga dei miei falsi viavai.

M’aspetterà il tuo arco di stupore,
le tonsurate colonne delle tue ansie
che stroncano la vita. M’aspetterà il cortile,
il corridoio al pianoterra con le ghirlande e i nastri
da festa. M’aspetterà il mio aio scranno,
quel buon vecchio aggeggio sfasciato di dinastico
cuoio, che cinge scricchiolando le natiche
pronipoti, da cinghia a cinghietta.

Sto setacciando i miei affetti più puri,
Sto trivellando, non senti ansimare la sonda?
……………………………..E smaniare il bersaglio?
Sto plasmando la tua formula d’amore
per tutte queste cavità del suolo.
Oh, se si disponessero i taciti svolazzi
per tutti i nastrini più distanti,
e per tutti gli incontri più distinti.

Così, morta immortale. Così.
Sotto le doppie arcate del tuo sangue, là dove
devi andare così in punta di piedi, che perfino mio padre,
per passare di lì,
si è inchinato per più della metà dell’uomo,
fino ad essere il primo piccolo che hai avuto.

Così, morta immortale.
Fra il colonnato dei tuoi ossi
che non cadrà neanche a forza di piangere,
accanto a cui neanche il Destino riuscì a mettere
neanche un solo dito.

Così, morta immortale!
Così.

traduz. di Alessio Casalini; via leparolelelecose.

.

César Abraham Vallejo Mendoza (Santiago de Chuco, 16 marzo 1892 – Parigi, 15 aprile 1938) è stato un poeta peruviano nacque a Santiago de Chuco, un villaggio andino del Perù. Fu il minore di undici figli e studiò all’Università Nazionale di Trujillo. Il poeta interruppe varie volte gli studi per lavorare in una piantagione di canna da zucchero, dove si rese conto di come venivano sfruttati i contadini; fu un’esperienza che influì sulla sua visione sia politica che estetica. Vallejo si laureò in lettere nel 1915. Più tardi si trasferì a Lima, dove lavorò come insegnante e si avvicinò ai membri della sinistra intellettuale. Dopo una serie di difficoltà riuscì a pubblicare il suo primo libro di poesie Los heraldos negros: sua madre morì nel 1920 e dopo essere tornato a Santiago de Chuco fu imprigionato per 105 giorni con l’accusa di essere un incendiario, prima di aver dimostrata la propria innocenza. Dopo aver pubblicato Trilce nel 1923 e perso il posto di insegnante a Lima, il poeta emigrò in Europa, dove visse fino alla sua morte avvenuta a Parigi nel 1938. Fu sepolto nel Cimitero di Montparnasse. Durante la sua vita conobbe e divenne amico di alcuni noti pensatori peruviani suoi coetanei, come Antenor Orrego, Abraham Valdelomar, Víctor Raúl Haya de la Torre e José Carlos Mariátegui. Thomas Merton lo chiamava “il più grande poeta universale, dopo Dante”, e il poeta, critico e biografo Martin Seymour-Smith, una delle principali autorità della letteratura mondiale, ha detto di lui: “… il più grande poeta del XX secolo, in qualsiasi lingua”.(dal web)

Franco Fortini, due poesie

Franco Fortini, da Tutte le poesie (Mondadori, 2014)

FOGLIO DI VIA

Dunque nulla di nuovo da questa altezza
Dove ancora un poco senza guardare si parla
E nei capelli il vento cala la sera.

Dunque nessun cammino per discendere
Se non questo del nord dove il sole non tocca
E sono d’acqua i rami degli alberi.

Dunque fra poco senza parole la bocca.
E questa sera saremo in fondo alla valle
Dove le feste han spento tutte le lampade.

Dove una folla tace e gli amici non riconoscono.

da Foglio di via, 1946

*

IL MULINO DELLA FORESTA NERA

Verso dove? Tutto trema
e del bosco la gola verde
sulla casipola acquattata
e l’acqua che lega i macigni.

L’asse del traino si spezzò là.
L’industria lasciò questi luoghi.
Aceri, edere, sambuco…
Verso dove? A fonte e foce.

Vecchiaia caduta in infanzia,
vita che torna a miniera,
la ruota morta non sa
che è verità necessaria

qui dove i cuori fermi nell’aria
secolare domandano pietà
e senso a schegge di crani di servi,
a capi molli di fantolini;

e, rovina, nonnulla, speranza
in fondo a un bosco, come esistere
nei figli senza la tua miseria?
Mulino di niente, certezza…

La sera sale in cima agli aceri
e gli animali custodiranno
per questa notte a noi lontani
una casa nostra vuota.

da Una volta per sempre, 1963

.

dello stesso autore in questo blog leggi qui.

immagine: Piet Mondrian, Albero grigio.

U2, Sunday Bloody Sunday – sassi sonori

La canzone, del 1982, fa parte dell’album War (1983). A prescindere dal momento e dall’evento, che hanno dettato all’autore il brano, continua a destare attenzione la sua straziante attualità…E la battaglia è appena cominciata / Ci sono molte perdite, ma dimmi chi ha vinto?/ Le trincee scavate nei nostri cuori…

.

SUNDAY BLOODY SUNDAY

I can’t believe the news today
Oh, I can’t close my eyes
And make it go away
How long…
How long must we sing this song?
How long? How long…
‘cause tonight…we can be as one
Tonight…

Broken bottles under children’s feet
Bodies strewn across the dead end street
But I won’t heed the battle call
It puts my back up
Puts my back up against the wall

Sunday, Bloody Sunday
Sunday, Bloody Sunday
Sunday, Bloody Sunday

And the battle’s just begun
There’s many lost, but tell me who has won
The trench is dug within our hearts
And mothers, children, brothers, sisters
Torn apart

Sunday, Bloody Sunday
Sunday, Bloody Sunday

How long…
How long must we sing this song?
How long? How long…
‘cause tonight…we can be as one
Tonight…tonight…

Sunday, Bloody Sunday
Sunday, Bloody Sunday

Wipe the tears from your eyes
Wipe your tears away
Oh, wipe your tears away
Oh, wipe your tears away
(Sunday, Bloody Sunday)
Oh, wipe your blood shot eyes
(Sunday, Bloody Sunday)

And it’s true we are immune
When fact is fiction and TV reality
And today the millions cry
We eat and drink while tomorrow they die

(Sunday, Bloody Sunday)

The real battle just begun
To claim the victory Jesus won
On…
Sunday Bloody Sunday

*

DOMENICA, SANGUINOSA DOMENICA

Non riesco a credere alle notizie oggi
Non posso chiudere gli occhi e farle andare via.
Per quanto,
Per quanto dovremo cantare questa canzone?
Per quanto, per quanto?
Perché stanotte
Noi possiamo essere uniti, stanotte.

Bottiglie rotte sotto i piedi dei bimbi
Corpi sparsi ai lati del vicolo cieco.
Ma non darò retta al richiamo alla lotta
Mi mette le spalle
Mi mette con le spalle al muro.

Domenica, sanguinosa domenica.
Domenica, sanguinosa domenica.
Domenica, sanguinosa domenica.
Domenica, sanguinosa domenica.
Oh, andiamo.

E la battaglia è appena cominciata
Ci sono molte perdite, ma dimmi chi ha vinto?
Le trincee scavate nei nostri cuori
E madri, figli, fratelli, sorelle
Separati.

Domenica, sanguinosa domenica.
Domenica, sanguinosa domenica.

Per quanto,
Per quanto dovremo cantare questa canzone?
Per quanto, per quanto?
Perché stanotte
Noi possiamo essere uniti, stanotte.
Domenica, sanguinosa domenica.
Domenica, sanguinosa domenica.

Asciuga le lacrime dai tuoi occhi
Asciuga le tue lacrime.
Asciugherò le tue lacrime.
Asciugherò via le tue lacrime.
Asciugherò i tuoi occhi arrossati.
Domenica, sanguinosa domenica.
Domenica, sanguinosa domenica.

Ed è vero siamo immuni
Quando la verità è romanzo e la TV realtà.
Ed oggi a milioni piangono
Mangiamo e beviamo
Mentre domani loro morranno

La vera battaglia è appena cominciata
Per reclamare la vittoria che Gesù ottenne
In una…

Domenica, sanguinosa domenica
Domenica, sanguinosa domenica.

(in apertura, opera di Jean-Michel Basquiat, Sanstitre, 1981)

Armand Seguin, I fiori del male – sassi d’arte

Seguin I fiori del male

Armand Seguin, I fiori del male, 1894

olio su tela, cm 53 x 35 – Santa Monica, Loan Courtesy of The Kelton Foundation

*

Armand Félix Abel Seguin (Parigi, aprile 1869 – Châteauneuf-du-Faou, inizio 1904) è stato un incisore e pittore francese. Dei suoi studi di pittura, della sua produzione e, in generale, della sua vita prima di recarsi in Bretagna si conosce molto poco. Studiò certamente all’Académie Julian, dove si impadronì saldamente del disegno e dell’incisione, mentre iniziò la sua carriera di pittore abbracciando le teorie e le tecniche dell’impressionismo; nel 1889 visitò la mostra del Caffè Volpini e ne fu profondamente colpito. Decise, allora, di raggiungere Paul Gauguin e il suo gruppo: dall’aprile del 1891 si trasferì in Bretagna, a Pont-Aven, dove divenne allievo dello stesso Gauguin e dove frequentò il gruppo di Pont-Aven, lasciando che la sua pittura passasse, quindi, ad espressioni chiaramente postimpressioniste. Nel 1893 si recò a Le Pouldu, dove insegnò allo stesso Gauguin la tecnica dell’acquaforte e dell’acquatinta; ma la scarsità di mezzi economici lo indusse, malvolentieri, a produrre incisioni commerciali e a lavorare, come illustratore, realizzando anche numerose stampe.

Nonostante le dimensioni ridotte, I fiori del male può essere considerato il dipinto più riuscito di Seguin. Le macchie di vario colore, forma e tonalità di cui si compone formano il collage di un paesaggio piatto fatto di sogno e suggestione. Persino la figura, circondata da fiori astratti e circondata da una roccia grigia, è poco più che un motivo tra la fastosità generale.

Quest’opera rappresenta l’immagine di una fuga dal mondo quotidiano in una fantasmagoria al di fuori del tempo e dello spazio. Il titolo rivela il debito dell’autore del dipinto nei confronti della prosa e della poesia di Baudelaire, la cui omonima raccolta poetica del 1857, condannata per immoralità, fu importante fonte d’ispirazione per tutta una generazione di poeti e pittori simbolisti. A lasciare il segno era soprattutto la sezione intitolata Correspondances, con la sua suggestione che l’universo va letto e non semplicemente visto e che il mondo materiale non è altro che una foresta di simboli. Ecco l’inizio:

La Nature est un temple où de vivants piliers
Laissent parfois sortir de confuses paroles;
L’homme y passe à travers des forêts de symboles
Qui l’observent avec des regards familiers
.
la Natura è un tempio dove colonne viventi
talvolta lasciano uscire confuse parole;
l’uomo vi passa attraverso foreste di simboli
che lo osservano con sguardi familiari
.

Seguin condivideva la fiducia di Baudelaire nelle corrispondenze, ma non aveva un talento o un vigore fisico paragonabile a quelli del poeta. Morì di tubercolosi all’inizio del 1904, poche settimane dopo aver ricevuto la notizia della scomparsa del suo maestro e principale ispiratore, Paul Guguin. [fonti varie]

Angela Greco, dopo una notte come questa

Tra ostie e morsi si aggiungono ore;
lentamente sulla lingua
vanno scomparendo
affanni e profili, case, persone
e nuvole in attesa del maestrale, mentre
a pezzi si arriva a sera, quando la fame
ha un significato differente
e la notte è uno stomaco che
ricorda ogni dettaglio.
.
Non lontano da questa mattina
i calcinacci di un momento, bianchissimo,
a bordo strada, tra scarti di caramelle e
ostinati germogli incuranti dell’asfalto,
hanno risvegliato la suola del giorno;
si procede per sottrazioni, operazioni lontane
dai quaderni di quando eravamo piccole mani,
fiocchi colorati per distinguersi nella ressa,
inciampi di parole e ginocchia sfogliate.
.
____________________
.
Lo specchio non cambia idea,
fissa senza esitazioni il volto e
in silenzio, non visto, deride.
C’è da qualche parte una obiezione
persino in questo attimo di sollievo,
frangente ignaro del tempo, ignaro
persino del nome che ha di fronte.
Quale argomento dovremmo trattare?
E’ l’ora dei morti. Meglio avviarsi.
.
La difficoltà sta tutta nella posa dei piedi,
nel loro passo fermo sulla superficie che
trattiene dalla caduta, nel tentennamento.
Da quassù non è semplice come dicono,
tutt’altro; la visuale, quella sì, ha un valore
e forse la metafora rimarrà oscura, ma
occorre tentare, senza ripensamenti.
mon dieu nemmeno tu comprendi più
questo spazio che va restringendosi.
.
____________________
.
Cielo viola di fulmini; mare impaurito.
Strappi di luce violano un silenzio nero.
Cosa rimane, dopo una notte come questa?
.
Poesia che nessuno leggerà al mattino
e un volto lontanissimo, oltre l’ultimo rigo,
appeso al limite di una esasperante speranza.
.
.
Angela Greco (inedito, ottobre 2019)
in apertura: opera di Josephine Sacabo

Vittorio Sereni, versi da Frontiera

Vittorio Sereni, tre poesie da Frontiera

Nebbia

Qui il traffico oscilla
sospeso alla luce
dei semafori quieti.
Io vengo in parte
ove s’infolta la città
e un fiato d’alti forni la trafuga.
Chiedo al cuore una voce, mi sovrasta
un assiduo rumore
di fabbriche fonde, di magli.

E il tempo piega all’inverno.
Io batto le strade
che ai giorni delle volpi gentili
autunno di feltri verdi fioriva,
i viali celesti al dopopioggia.
Al segno di luce si libera il passo
e indugia l’anno, su queste contrade.
S’illumina a uno svolto un effimero sole,
un cespo di mimose
nella bianchissima nebbia.

*

Immagine

La finestra ti reggeva nella sera
alta sulle canzoni della strada.
Così nel buio degli anni indecisi
resterai… – frequente
il tuono ti fingeva gli orrori
d’una guerra lontana.

Ancora a volte ti ritrovo a un suono
d’ore oltre la pioggia, curvo,
sul primo tizzo autunnale
O fu il lampo d’un viso
tra campi arsi e mietuti
a Garessio, d’estate, in Val d’Inferno

Siamo usciti sui colli a mezzanotte
al vago appello remota
d’una veranda occulta -Santa,
Santa mia.
C’è chi sorride placido, distante
e cammina sul gorgo degli anni
gridati dal fiume,
stanotte, nel più chiaro plenilunio

*

Le mani

Queste tue mani a difesa di te:
mi fanno sera sul viso.
Quando lente le schiudi, là davanti
la città è quell’arco di fuoco.
Sul sonno futuro
saranno persiane rigate di sole
e avrò perso per sempre
quel sapore di terra e di vento
quando le riprenderai.

.

Frontiera, la prima raccolta di Vittorio Sereni (Luino, 27 luglio 1913 – Milano, 10 febbraio 1983), fu pubblicata nel 1941. La frontiera del titolo ha un valore reale e, insieme, un valore simbolico. Da una parte, infatti, si riferisce alla frontiera tra Italia e Svizzera presso cui è situata Luino, il suo paese natale, che domina, con il suo paesaggio lacustre, le liriche della raccolta. Dall’altra parte, la frontiera porta in sé anche l’idea simbolica del confine, del limite, che segna la realtà intera e la condizione umana. Il lago di Luino rappresenta in tale contesto l’al di qua, la realtà nota, la giovinezza, mentre al di là della frontiera c’è lo spazio dell’ignoto. Scaturisce da qui il senso di sospensione e di apprensione che si coglie nelle poesie della raccolta. Lo stile si ispira alle contemporanee ricerche degli ermetici; ma già in Frontiera (e poi, più chiaramente, nelle successive raccolte) lo sforzo di Sereni è quello di coniugare l’essenzialità e l’oscurità della parola ermetica con l’obiettivo di restare fedele alle circostanze concrete della vita, per cui si arricchisce anche di elementi e modalità narrative. Per questa ragione il linguaggio di Sereni appare fin da qui più sciolto e aperto, più comprensibile, rispetto a quello di Luzi e degli altri poeti dell’Ermetismo fiorentino. (dal sito scuolissima.com)

Per un approfondimento clicca sul link: Frontiera: l’esordio di Vittorio Sereni, di Luca Di Lello
immagine d’apertura: Camille Pissarro, Boulevard Montmartre de noche, 1897

 

André Breton, due poesie

André Breton (1896, Tinchebray – 1966, Parigi), due poesie

*

Sulla strada di San Romano

La poesia si fa in un letto come l’amore
Le sue lenzuola sfatte sono l’aurora delle cose
La poesia si fa nei boschi

Ha lo spazio che le occorre
Non questo ma quello che condizionano

L’occhio del nibbio
La rugiada sull’equiseto
Il ricordo di una bottiglia di Traminer appannata su un
[vassoio d’argento
Un’alta colonna di tormalina sul mare
E la strada dell’avventura mentale
Che sale a picco
Si ferma e subito s’ingarbuglia

Non è cosa da gridare dai tetti
È sconveniente lasciare la porta aperta
O chiamare dei testimoni

I banchi di pesci le siepi di cinciallegre
I binari all’entrata di una grande stazione
I riflessi delle due rive
I solchi del pane
Le bolle del ruscello
I giorni del calendario
L’iperico

L’atto d’amore e l’atto poetico
Sono incompatibili
Con la lettura del giornale ad alta voce

Il senso del raggio di sole
Il luccichio azzurro che lega i colpi d’ascia del taglialegna
Il filo dell’aquilone a forma di cuore o di nassa
Il battito ritmico della coda dei castori
La diligenza del lampo
Il lancio di confetti dall’alto di vecchie scalininate
La valanga

La camera degli incantesimi
No signori non si tratta dell’ottava Camera
Né dei vapori della camerata la domenica sera

Le figure di danza eseguite in trasparenza sopra gli stagni
La delimitazione di un corpo di donna contro il muro al
[lancio dei coltelli
Le volute chiare del fumo
La curva della spugna delle Filippine
Le gemme del serpente corallo
Il varco dell’edera attraverso le rovine
Lei ha tutto il tempo davanti a sé

La stretta poetica come la stretta carnale
Finché dura
Impedisce le prospettive di miseria del mondo

(Traduzione di Giordano Falzoni)

*

Nella bella penombra del 1934
L’aria era una splendida rosa color triglia
E la foresta quando mi preparavo ad entrarci
Cominciava con un albero dalle foglie fatte di cartine di sigarette
Perché ti attendevo
E perché se te ne vieni con me
Da qualsiasi parte
La tua bocca è volentieri il niello
Dal quale riparte continuamente la ruota azzurra diffusa e spezzata che sale
A impallidire nella rotaia
Tutti i prodigi s’affrettavano a venirmi incontro
Uno scoiattolo era venuto ad applicare il suo ventre bianco sul mio cuore
Non so come ci stava
Ma la terra era piena di riflessi più profondi di quelli dell’acqua
Come se il metallo avesse finalmente scosso il suo guscio
E tu coricata sullo spaventoso mare di pietre dure
Roteavi
Nuda
In un gran sole di fuoco d’artificio
Ti vedevo far discendere lentamente dai radiolari
Le conchiglie stesse del riccio di mare c’ero
Chiedo scusa non c’ero già più
Avevo alzato la testa perché lo scrigno vivente di velluto bianco m’aveva lasciato
Ed ero triste
Il cielo tra le foglie riluceva feroce e duro come una libellula
Stavo per chiudere gli occhi
Quando le due pareti del bosco che s’erano bruscamente divaricate si sono abbattute
Senza rumore
Come le due foglie centrali d’un mughetto immenso
D’un fiore capace di contenere tutta la notte
Ero dove mi vedi
Nel profumo suonato a tutto spiano
Prima che quelle foglie tornassero come ogni giorno alla vita cangiante
Ho avuto il tempo di posare le labbra
Sulle tue cosce di vetro

(traduzione di  Giordano Falzoni)
– in apertura: Man Ray (1890-1976), fotografia, Noire et blanche, 1926 –

Francesco d’Assisi, Cantico delle Creature

Altissimu, onnipotente, bon Signore,
tue so’ le laude, la gloria e l’honore et onne benedictione.
Ad te solo, Altissimo, se konfano,
et nullu homo ène dignu te mentovare.
Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte le tue creature,
spetialmente messor lo frate sole,
lo qual è iorno, et allumini noi per lui.
Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore:
de te, Altissimo, porta significatione.
Laudato si’, mi’ Signore, per sora luna e le stelle:
in celu l’ài formate clarite et pretiose et belle.
Laudato si’, mi’ Signore, per frate vento
et per aere et nubilo et sereno et onne tempo,
per lo quale a le tue creature dài sustentamento.
Laudato si’, mi’ Signore, per sor’aqua,
la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.
Laudato si’, mi’ Signore, per frate focu,
per lo quale ennallumini la nocte:
ed ello è bello et iocundo et robustoso et forte.
Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre terra,
la quale ne sustenta et governa,
et produce diversi fructi con coloriti flori et herba.
Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo tuo amore
et sostengo infirmitate et tribulatione.
Beati quelli ke ‘l sosterrano in pace,
ka da te, Altissimo, sirano incoronati.
Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra morte corporale,
da la quale nullu homo vivente pò skappare:
guai a·cquelli ke morrano ne le peccata mortali;
beati quelli ke trovarà ne le tue sanctissime voluntati,
ka la morte secunda no ‘l farrà male.
Laudate e benedicete mi’ Signore et rengratiate
e serviateli cum grande humilitate.
 .
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*  *  *
 .
“Altissimo, Onnipotente Buon Signore, tue sono la lode, la gloria, l’onore ed ogni benedizione.
A te solo Altissimo, si addicono e nessun uomo è degno di pronunciare il tuo nome.
Tu sia lodato, mio Signore, insieme a tutte le creature specialmente il fratello sole, il quale è la luce del giorno, e tu attraverso di lui ci illumini.
Ed esso è bello e raggiante con un grande splendore: simboleggia te, Altissimo.
Tu sia lodato, o mio Signore, per sorella luna e le stelle: in cielo le hai formate, chiare preziose e belle.
Tu sia lodato, mio Signore, per fratello vento,e per l’aria e per il cielo; quello nuvoloso e quello sereno e ogni tempo
tramite il quale dai sostentamento alle creature.
Tu sia lodato, mio Signore, per sorella acqua, la quale è molto utile e umile, preziosa e pura.
Tu sia lodato, mio Signore, per fratello fuoco, attraverso il quale illumini la notte. E’ bello, giocondo, robusto e forte.
Tu sia lodato, mio Signore, per nostra sorella madre terra, la quale ci dà nutrimento, ci mantiene e produce diversi frutti con fiori colorati ed erba.
Tu sia lodato, mio Signore, per quelli che perdonano in nome del tuo amore e sopportano malattie e sofferenze.
Beati quelli che le sopporteranno in pace, perché saranno incoronati.
Tu sia lodato, mio Signore, per la nostra morte corporale, dalla quale nessun uomo vivente può scappare:
guai a quelli che moriranno mentre sono in situazione di peccato mortale.
Beati quelli che la troveranno mentre stanno rispettando le tue volontà,
perché la seconda morte, non farà loro male.
Lodate e benedite il mio Signore, ringraziatelo e servitelo con grande umiltà.”
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Il Cantico delle Creature (Canticus o Laudes Creaturarum), anche noto come Cantico di Frate Sole, è il testo poetico più antico della letteratura italiana che si conosca. Ne è autore Francesco d’Assisi e, secondo una tradizione, la sua stesura risalirebbe a due anni prima della morte del Santo, avvenuta nel 1226.Il Cantico è una lode a Dio che si snoda con intensità e vigore attraverso le sue opere, divenendo così anche un inno alla vita. E’ una preghiera permeata da una visione positiva della natura, poiché nel creato è riflessa l’immagine del Creatore: da ciò deriva il senso di fratellanza fra l’uomo e tutto il creato, che molto si distanzia dal contemptus mundi, dal distacco e disprezzo per il mondo terreno, segnato dal peccato e dalla sofferenza, tipico di altre tendenze religiose medioevali. La creazione diventa così un grandioso mezzo di lode al Creatore. (da Wikipedia – immagini: Giotto, affreschi)
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Caspar David Friedrich, Il viaggiatore sopra il mare di nebbia – sassi d’arte

Caspar David Friedrich, Il viaggiatore sopra il mare di nebbia
(Der Wanderer über dem Nebelmeer, c.a. 1818)
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olio su tela, cm 98,4 x 74,8 – Hamburger Kunsthalle, Amburgo

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Al centro della composizione un viandante solitario si staglia in controluce su un precipizio, dando la schiena all’osservatore: ha i capelli scompigliati al vento, è avvolto in un soprabito verde scuro e nella mano destra, appoggiata al fianco, impugna un bastone da passeggio. È lui il vero centro focale e spirituale del dipinto: ciò malgrado, ben poco si sa su quest’uomo, a parte la sua natura errabonda e introversa. Il viandante è proteso sull’orlo di uno sperone roccioso freddo e inospitale, lontano da ogni vegetazione, ma collocato in una posizione rialzata che gli consente di contemplare il panorama che gli si apre davanti. Si tratta di una valle arcaica dal fascino primordiale, avvolta dalla foschia come se fosse mare (da cui il titolo dell’opera): dal «mare di nebbia» sporgono audaci diverse cime, sulle quali si può notare la presenza di alberi e vegetazione. In lontananza, a sinistra si ergono sbiadite montagne che digradano verso destra. Oltre, la nebbia si espande in modo indefinito arrivando a mescolarsi con l’orizzonte e a diventare indistinguibile dal cielo nuvoloso.

Il Viaggiatore sul mare di nebbia, sebbene dipinto in studio, riproduce il paesaggio montano realmente esistente dell’Elbsandsteingebirge, in Boemia. Sullo sfondo, a destra, è presente lo Zirkelstein, del quale si intravede la caratteristica forma cilindrica, mentre a sinistra si profila il Rosenberg; le rocce sopra le quali si erge il viaggiatore, invece, fanno parte di un gruppo della Kaiserkrone. La tavolozza di Friedrich in quest’opera è composta da toni insolitamente luminosi, e comprende una mescolanza luminescente di blu, grigi, rosa e gialli per il mare di nebbia, contrapposta alle tonalità opache e fangose per le rocce: questo forte stacco cromatico tra le tonalità chiare e quelle scure esalta la contrapposizione tra gli elementi reali (l’uomo e le rocce), realizzati con una precisione analitica, e quelli indefiniti (il mare di nubi), caratterizzati da una pennellata molto liquida, quasi vaporosa. La luce, infine, sembra nascere da una fonte collocata al di sotto delle rocce in primo piano, inondando la scena e rischiarando in qualche modo l’abisso nebbioso.

Protagonista della pittura romantica tedesca ed esponente di spicco del paesaggismo europeo, nel 1818 Caspar David Friedrich dipinse quest’opera, nella quale i fondamenti dell’estetica romantica del paesaggio prendono corpo come in uno specchio concavo dove, oltre la figura del viaggiatore, lo scorcio ripreso dalla pittura comunica un’impressione di sconfinata vastità, che porta l’osservatore a chiedersi cosa ci sia al di là dello spazio che riesce ad abbracciare con lo sguardo.

Decisivo  nella costruzione del dipinto è il ricorso all’effetto del sublime: il viaggiatore romantico si perde di fronte al baratro nebbioso in un atteggiamento contemplativo visto come estrema esperienza interiore e spirituale; in questo modo, egli indaga impietosamente, nella sua nudità, la propria anima, con tutte le sue insicurezze, i suoi errori, i suoi dubbi e certezze. Ed è proprio l’eroico isolamento del viandante a celebrare una presenza onnipervasiva nel Romanticismo, quel è quella del sublime, appunto, ovvero lo stato d’animo misto di sgomento e piacere percepito dall’uomo quando diviene consapevole della stupefacente grandiosità della natura. Questa potenza irresistibile non annienta il viandante, bensì lo induce a riflettere in senso filosofico sulla propria condizione, consentendogli, quindi, di unirsi al divino. I paesaggi di Friedrich sono infatti carichi di simbolismi religiosi, ma prigionieri di una struggente malinconia; in questo modo, il sublime nel Viaggiatore sul mare di nebbia si manifesta nel contesto naturale, che accende l’animo del viandante e gli permette di arrivare fino a Dio.

Sublime, sensazione ed effetto, che il poeta romantico inglese Lord Byron così rende in parole: “Non sono forse i monti, le colline e le nubi una parte di me stesso e della mia anima, tanto quanto io sono parte di loro?”; dal canto suo, nel 1835, il medico, pittore e filosofo Carl Gustav Carus spiegava: “Se sali sulla vetta di un monte e osservi le diverse alture, il corso dei fiumi e ogni altra meraviglia che si offre al tuo sguardo…ti senti smarrito nell’infinità dello spazio, il tuo io scompare, tu non sei più nulla, Dio è tutto”. La figura vista di spalle è con ogni probabilità una sorta di monumento commemorativo (simile risulterà, infatti, il Monumento a Goethe dipinto da Carus nel 1832 – immagine a sinistra) in onore di un uomo caduto durante le guerre anti-napoleoniche. La nebbia simboleggia forse l’idea del ciclo naturale, un fenomeno atmosferico divenuto sinonimo della contemplazione metafisica. Probabilmente, però, la nebbia che si posa sulla vallata incarna anche, in senso storico, un passato “insoluto” sul quale si staglia un cielo più luminoso come promessa di un nuovo liberismo in politica. Si potrebbe citare altresì il filosofo Jean-Jacques Rousseau che, a metà del Settecento, descrive l’effetto catartico dell’alta montagna, facendo riferimento al concetto dell’etere in quanto elemento dei più alti cieli divini, quinto elemento  o “quinta essentia”. Anche il defunto “viaggiatore del mondo” di Friedrich contempla, al di là delle cime e della nebbia, le regioni eteree, la quintessenza divina che tutto placa. Da una parte, Friedrich incarna il sublime in una soggettiva esperienza dell’alta montagna, ma, in ultima analisi, aspira a trascenderlo.

(tratto e adattato dalla pagina omonima di Wikipedia e dal volume Paesaggi edito da Taschen).

Wallace Stevens, poesie sulla poesia

Due poesie di Wallace Stevens (Reading, 2 ottobre 1879 – Hartford, 2 agosto 1955)

Uomo e bottiglia

La mente è la grande poesia dell’inverno, l’uomo,
che per trovare quanto possa bastare
distrugge dimore romantiche
di rosa e ghiaccio

nella terra della guerra. Più che l’uomo, è
un uomo con la furia d’una razza d’uomini,
una luce al centro di molte luci,
un uomo al centro di uomini.

Deve soddisfare la ragione sull’essenza della guerra,
deve persuadere che la guerra è parte di se stessa,
una maniera di pensare, un modo di
distruggere, come la mente distrugge,

un distogliere, come una delusione antica volge
le spalle al mondo, una vecchia tresca con il sole,
un’aberrazione impossibile con la luna,
una volgarità di pace.

Non è la neve che è pagina, penna.
La poesia sferza più feroce del vento,
mentre la mente, per trovare quanto possa bastare,
distrugge dimore romantiche di rosa e ghiaccio.

 

Man and Bottle

The mind is the great poem of winter, the man,
Who, to find what will suffice,
Destroys romantic tenements
Of rose and ice

In the land of war. More than the man, it is
A man with the fury of a race of men,
A light at the centre of many lights,
A man at the centre of men.

It has to content the reason concerning war,
It has to persuade that war is part of itself,
A manner of thinking, a mode
Of destroying, as the mind destroys,

An aversion, as the world is averted
From an old delusion, an old affair with the sun,
An impossible aberration with the moon,
A grossness of peace.

It is not the snow that is the quill, the page.
The poem lashes more fiercely than the wind,
As the mind, to find what will suffice, destroys
Romantic tenements of rose and ice.

trad.di Damiano Abenidal sito leparoleelecose

§

.
Della poesia non si dimostra l’esistenza.
E’ qualcosa che si vede e si conosce in poesie minori.
E’ l’armonia alta, vasta, che risuona
Appena, appena, improvvisa,
Grazie a un senso differente. E’ e non è,
E perciò è. Nell’istante della parola,
L’ampiezza di un accelerando muove,
Cattura l’essere, lo amplia – e non è più.
.
.
.
We do not prove the existence of the poem.
It is something seen and known in lesser poems.
It is the huge, high harmony that sounds
A little and a little, suddenly,
By means of a separate sense. It is and it
Is not and, therefore, is. In the instant of speach,
The breadth of an accelerando moves,
Captives the being, widens – and was there.
.
trad. di  Nadia Fusin – dal sito RebStein

 Su La dimora del tempo sospeso (che si ringrazia) è possibile scaricare il pdf: 

https://rebstein.files.wordpress.com/2012/09/memoranda-ii-wallace-stevens.pdf

Jorge Luis Borges, Il guardiano dei libri

IL GUARDIANO DEI LIBRI di Jorge Luis Borges

Là sono i giardini, i templi e la giustificazione dei templi,
la retta musica e le rette parole,
i sessantaquattro esagrammi,
i riti che son l’unica sapienza
che agli uomini concede il Firmamento,
la dignità di quell’imperatore
la cui serenità venne riflessa dal mondo, specchio suo,
così che i campi davano i loro frutti
e i torrenti rispettavano le sponde,
l’unicorno ferito che ritorna per indicare la fine,
le segrete leggi eterne,
il concerto dell’orbe;
tali cose o la loro memoria sono nei libri
che custodisco nella torre.
.
I tartari vennero dal Nord
su piccoli criniti puledri;
annientarono gli eserciti
che il Figlio del Cielo aveva inviati per punire la loro empietà,
eressero piramidi di fuoco e tagliarono gole,
uccisero il malvagio con il giusto,
uccisero lo schiavo incatenato che vigila la porta,
usarono e scordarono le donne
e andarono oltre, al Sud,
innocenti come animali da preda,
crudeli come coltelli.
Nell’alba dubitosa
il padre di mio padre salvò i libri.
Sono qui nella torre dove giaccio
e ricordano i giorni stati d’altri,
gli stranieri, gli antichi.
.
Mancano i giorni ai miei occhi. I palchetti
son alti, non ci arrivano i miei anni.
Leghe di polvere e sonno cingono la torre.
A che ingannarmi?
La verità è che non seppi mai leggere,
ma mi consolo pensando
che immaginato e passato sono tutt’uno
per un uomo che è stato
e contempla quel che fu la città
e torna ora ad essere deserto.
Che cosa m’impedisce di sognare
che decifrai un tempo la sapienza
e tracciai con attenta mano i simboli?
Il mio nome è Hsiang. Sono il custode dei libri,
che sono forse gli ultimi,
giacché nulla sappiamo dell’Impero
e del Figlio del Cielo.
Sono là nei loro alti palchetti,
remoti e prossimi a un tempo,
visibili e segreti come gli astri.
Là sono i templi, là sono i giardini.
.
.
da Elogio dell’ombra, trad.di F.Tentori Montalto (Einaudi)
in apertura: Giovanni Fattori, La torre rossa, (1875), olio su tavola, cm 14 X 28 (Museo “Giovanni Fattori”, Livorno).

John Keats, Ode a Psiche

Ode a Psiche di John Keats

Ascolta, o Dea, questi versi dissonanti
Strappati dalla dolce violenza e dal ricordo caro;
E che sin entro la morbida conchiglia del tuo orecchio
Sian cantati i tuoi segreti, perdona.
Certo ho sognato, oggi – o davvero l’alata Psiche
Ho visto con i miei occhi aperti?
Giravo spensierato per un bosco
Quando di colpo estasiato per la sorpresa
Due belle creature vidi, coricate fianco a fianco,
Nell’erba folta, sotto un sussurrante tetto
Di foglie e tremuli fiori, ove un ruscello
Appena visibile scorreva:
Tra i taciti fiori dalle fresche radici, azzurri lunari,
Dolcemente profumati nei purpurei boccioli,
Giacevano con quieto respiro sopra un letto d’erba,
Le braccia intrecciate e le ali,
Solo le labbra non si toccavano, ché ancora non s’eran dette addio.
Come se sperate dalle mani dolci del sonno
Fosser pronte a superare il numero dei baci passati
Quando l’alba l’occhio tenero aprisse dell’amore nascente.
Conoscevo bene il fanciullo alato;
Ma tu, o felice colomba felice, chi eri?
La sua Psiche fedele!

Oh tu, ultima nata visione, più dolce
Sei di tutta la svanita gerarchia Dell’Olimpo,
Più bella di Diana nelle sue regioni di zaffiro,
Più bella di Venere, la lucciola amorosa del cielo,
Tu, la più bella sei, pur se tempio non hai,
Né altare colmo di fiori,
O coro di vergini che dolcemente piangano
La tua mezzanotte,
E non voce, o liuto, o flauto, o incenso squisito
Che fumi dal turibolo scosso,
O santuario, bosco, oracolo o ardore
Di profeta sognante della pallida bocca.

Tu, più splendida sei, pur troppo tardi nata
Per gli antichi voti o per l’ingenua lira appassionata,
Quando sacri erano i rami della foresta
Incantata, sacra era l’aria, l’acqua, il fuoco:
Pure, anche un questi giorni tanto lontani
Dalle fedi felici, le tue ali lucenti
Che volteggiano tra gli olimpi in rovina io vedo,
E canto, ai miei soli occhi credendo.
Si, lascia sia io il tuo coro e il pianto
Alzato per la tua mezzanotte,
Lascia si io la tua voce, il tuo liuto, il tuo flauto,
Il tuo incenso squisito che fuma dal turibolo scosso,
Il tuo santuario, il tuo bosco, il tuo oracolo e l’ardore
Di un profeta sognante dalla pallida bocca.

Voglio essere io il tuo sacerdote, e costruirti un tempio
Nelle inesplorate regioni della mia mente,
Dove ramosi pensieri, appena nati con piacevole dolore,
Mormoreranno al vento sostituendo i pini:
E lontano lontano, di vetta in vetta macchie oscure d’alberi
Vestiranno tutt’intorno i gioghi selvaggi dei monti
E zefiri, fiumi, uccelli e api culleranno
Nel sonno le driadi coricate sul muschio:
Tra questa ampia quiete
Adornerò un roseo santuario
Con la trama in intrecciata d’una mente al lavoro,
Con boccioli, campanule e stelle senza nome,
Con tutto ciò che l’alma fantasia sa inventare,
Lei, che creando fiori, sempre diversi li crea:
Per te sarà li ogni dolce piacere
Che l’ombroso pensiero può conquistare,
Una torcia splendente, un finestra aperta alla notte
Perché caldo l’amore vi possa entrare.

tratta dal sito keats-shelley-house.org/it — immagine d’apertura: scultura di Amilcare Santini

René Magritte, Le Monde invisible (Il mondo invisibile) – sassi d’arte

René Magritte, Le Monde invisible (1954)

olio su tela, cm 195 x 130 – Houston, The Menil Collection

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Pittore della “assoluta visibilità”, Magritte non ha mai provato alcuna attrazione per l’invisibile. L’unica invisibilità che ammetteva era quella degli oggetti che non si vedono perché sono nascosti, o coperti, da altri. “Un oggetto può implicare che vi sono altri oggetti dietro di esso”, dice in Le parole e le immagini (1929): così il pietrone approdato chissà come sul parquet di un appartamento può nascondere un intero mondo dietro di esso, oppure il mondo invisibile del titolo è quello presupposto dalla finestra ma non visibile entro i suoi confini?

D’altra parte, la ricerca del mondo annunciato ma non percepibile ci sta allontanando dall’evidenza che abbiamo difronte, e che Magritte raccomanda di considerare sempre per prima. Considerandola, è facile capire che non si tratta di una soluzione poi così assurda. Dopotutto, chiunque può tenersi una pietra sul balcone, magari come sottovaso. Magritte non la fa svolazzare per aria, né le dà la forma di un pesce o di una mela. Ma l’apparente normalità dell’immagine fa sorgere, ancora più forte, la domanda proibita: che senso ha quest’immagine? Risponde Magritte: “Domande come: che cosa significa questo quadro? Che cosa rappresenta? Sono possibili solo se si è incapaci di vedere un quadro nella sua verità, se si pensa macchinalmente che un’immagine molto precisa non mostri ciò che essa è con tanta precisione. Ciò equivale a credere che il ‘sottinteso’ (se ce ne è uno?) valga più dell’ ‘inteso’. Nella mia pittura non ci sono sottintesi”.

Di fronte a una immagine di Magritte è inutile cercare allusioni ad altro. Molto più fruttuosa è l’interrogazione del nostro disagio di fronte a un’immagine, da cui emerge, per esempio, che la pietra, seppur solidamente appoggiata a terra, ci inquieta perché con la sua presenza nega la funzione della finestra, che è quella di mostrarci il mondo fuori. Ostacolando una visione nel momento stesso in cui l’annuncia.

(da Magritte, Skira Masters)