Christoph Wilhelm Aigner, due poesie

1 Marc Chagall (1887-1985) Lovers-by-Marc-Chagall

Christoph Wilhelm Aigner, due poesie

Il contatto

Semplicemente lo voglio dire
E’ stato un contatto casuale
e anche un sorriso
Nulla più. Ma ancora
ne scaturiscono giorni quasi
la terra dondolasse appesa a
un grande ombrello di seta blu
.

§

Astronomia per due

Sotto la piccola città
serpeggia nella nebbia
Il cielo un
fuoco d’artificio raggelato
Venere era
esplosa in Scorpione
Sullo sfondo
il fruscio del nostro sangue
.

[trad.di Riccarda Novello]

*

versi tratti da AA.VV. Nuove poesie d’amore (a cura di Angela Urbano, Crocetti Editore — immagine: opera di Marc Chagall)

christoph_wilhelm_aigner_portraitNato nel 1954 a Wels, nell’Austria superiore, Christoph W. Aigner ha pubblicato diversi volumi: Katzenspur. Verse und Marginalien (1985, L’orma del gatto. Versi e note a margine), Weiterleben (1988, Continuare a vivere), Drei Sätze (1991, Tre frasi), Landsolo (1993, Assolo campestre), Das Verneinen der Pendeluhr (1996, Dice di no l’orologio a pendolo), Die Berührung (1998, Il Contatto). Nel 1995 Aigner ha curato l’edizione completa delle liriche profane del cosiddetto “Salzburger Mönch” (Il Monaco di Salisburgo), volgendole dal medio-alto tedesco: traduttore dall’italiano (nel 1997 ha curato e tradotto una scelta di testi di Federigo Tozzi, Tiere, Dingen, Personen, e nel 2003 di Giuseppe Ungaretti), l’autore ha pubblicato inoltre una raccolta di prose poetiche Mensch. Verwandlungen (Uomo. Metamorfosi), che in Germania è stata inserita nella lista dei 52 libri del Centenario, mentre dalla sua riflessione poetologica nasce il volume Engel der Dichtung (2000, Angelo della poesia) – tratto da crocettieditore.com

Vasilij Kandinsky, Composizione IX – sassi d’arte

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Vasilij Kandinsky, Composizione IX, 1936

olio su tela, cm 114 x 195 – Parigi, Centre Pompidou, Musée National d’Art Moderne

*

La grande tela Composizione IX, del febbraio 1936, rappresenta forse il maggior successo ottenuto dall’artista a Parigi. Esposta la Musée du Jeu de Paume nel 1938, venne acquistata quell’anno dallo Stato francese.

Numerosi elementi, come il motivo a scacchiera che si ripete al centro e l’insieme di piccoli cerchi sovrapposti a destra, ripropongono esempi già presenti nelle opere degli anni Venti dell’artista stesso. A questi si aggiungono temi tipici del periodo parigino, come la grande forma biomorfa sulla destra. Il problema dello sfondo, invece, è risolto in maniera innovativa: è scandito da quattro strisce diagonali di colori diversi, cui si aggiungono le due zone triangolari alle estremità.

La successione ritmica regolare delle quattro fasce colorate crea un deciso effetto di coerenza e ordine nell’intera composizione. La scelta dei sei colori dello sfondo, non complementari, mette in ulteriore risalto i grafemi delle forme irregolari sulla tela, spesso bianche o dipinte in tonalità lattee e delicate. Nel complesso, i colori tenui e la complessità strutturale sembrano rispondere appieno alla necessità di suggestione “fiabesca” e “polifonica” che Kandinsky ricercava in quegli anni.

kandinsky

da Kandinsky, I capolavori dell’arte, ed. speciale per Il Corriere della Sera – immagini tratte dal sito wassilykandinsky.net

Arcani, poesie di Angela Greco, ospite del blog Almerighi

Ascolta & Leggi: Benedetto Marcello (Adagio) Angela Greco (Arcani)   

Il nome non ha importanza; hai sempre pensato
si chiamasse in modo straniero, forse per via di sua madre.

Il non detto è parte integrante della poesia, così come il silenzio è per la musica. Arcano è mistero, divinazione, interpretazione della realtà e di quanto a venire attraverso i tarocchi. Quel che non viene mai detto, ma si legge tra le righe di questo libro, sorta di convitato di pietra, è l’ancestrale. Quanto l’autrice dice di sè, della sua storia personale che si fonde indissolubilmente con il legame con la sua terra, la Puglia. La mia, non vuole essere una recensione e nemmeno una nota di lettura, conosco Angela da anni, ho letto diversi suoi libri a partire da Personale Eden, ne ho seguita la scrittura e la sua progressiva maturazione. Arcani, uscito quest’anno per i tipi di Achille e la tartaruga Editore, rappresenta una prima tappa decisiva nella maturazione di Angela, è un libro importante, di cui consiglio vivamente la lettura. Il libro è reperibile qui:

Angela Greco (AnGre) — Arcani

eccone alcuni estratti, ognuno dei brani scelti è tratto da una delle sezioni, ad esclusione dell’ultima di cui ho inserito più frammenti, in cui l’opera si divide (Flavio Almerighi)

.

da Claire (della solitudine e altri ritorni)

§6
Il sole pendola a un’ora ferma sulla grave
a sud di primavera anticipata; una sequenza
di rotti vetri colorati e legni e un ciondolo
appeso alla cipria del cielo, sul collo di un
pomeriggio casuale. Claire vede il verde
di occhi echeggiare alla parete carsica;
meraviglie nascoste dietro fessure di silenzio
e gatti in bilico tra troppe vite. Un falco sorvola
il luogo del prossimo nido incurante della sera
incipiente e dei suoi colori. Giochiamo a dare un senso
alle parole, che ci fraintendono prima della buonanotte.

Si sfuoca in lontananza la visione e per oggi siamo
fermi in questo cerchio, affacciati a un balcone .

*

da I giardini del mago (del tempo e altri percorsi)

§7
E alla pietra, dunque, lascio la profezia
dei giorni passati ad aspettare che
la storia raccontata a bordo sonno
diventi inciampo e ri-conoscenza.
Il vento fa dell’erba melodia sottile
fino alle ginocchia ancora illese e
nude; le cadute aspettano in difese
nuovamente il loro turno.

Abito l’antro dei miei avi; una cavità
graffiata nella nudità del risveglio,
appena dopo il sorgere del sole.
La radice nella sua ricerca
sfiora la volta e tace del ventre
in cui torniamo all’origine, risalendo
interstizi contro gravità e abitando
nuove prospettive.

Scomodi, in questa posizione umana,
attraversiamo spazi sospesi tra due sponde.

*

da “Ein jeder Engel ist schrecklich” (dell’incerto e altri dettagli)

§10
infiniti ostacoli infiniti
la crepa sul muro,
la siepe e la siepe,
reiterazioni di affanni,
trottole senza dimora;
eppure, dove non ti aspetti,
dove nemmeno tu
hai speranza di trovarti,
nuovi orizzonti radicano.

Non è un caso
la parola che ci accomuna,
il silenzio che avvicina,
lo sguardo inerme su giorni
e giorni da rincorrere,
spossati da bauli vuoti e
tesori mai riconosciuti.
Possiamo farcela, credimi,
anche perduti come siamo.

*

da Falling (caduta)

Profetico van Gogh, il suo campo graffiato,
i corvi troppo loquaci e le sue strade
senza punto di fuga. Accade, così,
di diventare fiume tra due sponde
nella croce da montare pezzo a pezzo.

Ho una sola salvezza, ora tra le dita,
nonostante l’artrosi circostante, l’en passe,
il giro di tango. Marzo porta sempre con sé
una follia e il mal di stomaco acconsente.
Qui, nonostante la terra copra le salme,
luce e fioritura si sperano comunque.

*

Nella terra bagnata decadente e struggente,
nel suo odore di ieri e bellezza,
inizia a fiorire la lavanda, le mie origini,
un messaggio tra opposti, rosso e azzurro che
s’incontrano tra pietre e gocce, in metamorfosi.
Nel ritrovarsi, raccolgo spighe a bordo strada,
mentre s’approssimano nuvole scure dietro la casa
dalla mezza finestra aperta sulla piazza vuota.

Dove non sei tu incomincia a piovere;
si fa intenso il verde, carnale, prossimo
al desiderio dei tuoi occhi, malachite
che cura il cuore in rovinosa caduta,
giada e acqua, che mostrano il fondo
dove annegare, in trasparenza e lontananza.

*

L’impersonalità appartiene ad altri, non a me
che abito di pelle e mani cespugli di rovi e rose,
sfiancando buonsenso e cautela, sfidando
genealogie di saggi, per il respiro di marzo,
prima delle idi, acque nascoste alla vista,
radici amare, stessa terra e voli altissimi.

Bruci anche più della prima ora, quando le nuvole
erano ancora una possibilità. Adesso, per quel
per sempre,
la pioggia è solo un leitmotiv. Si arrende
anche l’ultima goccia di diplomazia.

*

La sera del venerdì santo il paese vecchio si fa folla e inquieta bellezza; l’occhio si ferma; forse è la luna, che s’affaccia alla fine della strada, forse tu, che baratti un sorriso con la fine del giorno; campi verdi di prossimo grano, reggi nei tuoi palmi una volta (incipit e cielo); guarda la signora senza risposte, argentea e muta, e il letto nero lontanissimo, dove si riflette il ricordo di stradine imbiancate e case vuote; un cristo traballante sale tra le pietre sorretto da dubbi e attese e torno ai passi dell’orologio della piazza, ai battiti scanditi dal giorno, al colore delle tue scarpe e dei miei pensieri, in questa mattina di grafite, così fragile che si potrebbe piangere.

*****

Angela Greco è nata il primo maggio del ‘76 a Massafra (TA). Ha pubblicato: in prosa, Ritratto di ragazza allo specchio (racconti, Lupo, 2008); in poesia: A sensi congiunti (Smasher, 2012); Arabeschi incisi dal sole (Terra d’ulivi, 2013); Personale Eden (La Vita Felice, 2015 – segnalato al XXIX Premio di Poesia e Prosa Lorenzo Montano sez. Opera Edita); Attraversandomi (Limina Mentis, 2015, con ciclo fotografico dell’autrice e di Giorgio Chiantini); Anamòrfosi (Progetto Cultura, Roma, 2017 – 3° classificato ex aequo al Premio Internazionale Patria Letteratura 2017); Correnti contrarie (Ensemble, Roma, 2017); Ora nuda, antologia 2010-2017 (Quaderni di RebStein LXVII, 2017); Ancora Barabba (Collezione Bocche Naufraghe, YCP, 2018); All’oscuro dei voyeur (YCP, 2019, prefazione di Franco Pappalardo La Rosa e disegni di Angelo Bruno).
Le sue poesie sono incluse in numerose antologie nazionali ed internazionali, riviste letterarie, siti e blog e nel 2019, “Claire” – inclusa in Arcani – è stata segnalata nella sezione Raccolta inedita del XXXIII Premio di Poesia e Prosa Lorenzo Montano.
È ideatrice e curatrice del Lit-blog Il sasso nello stagno di AnGre (https://ilsassonellostagno.wordpress.com/).
Commenti e note critiche sono reperibili all’indirizzo https://angelagreco76.wordpress.com/.

Izet Sarajlić, versi da Chi ha fatto il turno di notte

le rose di sarajevo

“Chi ha fatto il turno di notte per impedire l’arresto del cuore del mondo? Noi, i poeti”  

[Cfr. E.De Luca e I.Sarajlić, Lettere fraterne, Dante & Descartes, Napoli 2007]

Nell’assedio più lungo del 1900, nella Sarajevo degli anni Novanta, i cittadini andavano alle serate di poesia nel buio di una città senza corrente elettrica. Sperimentavano che in una guerra solo i versi sono capaci di correggere a forza di sillabe miracolose il tempo sincopato dei singhiozzi, il ragtime delle granate, l’occhio di un mirino addosso. I versi portano la responsabilità della parola ammutolita. I poeti leggevano o dicevano a memoria il loro canto da una città assediata. […] I poeti facevano il turno di notte in Sarajevo per impedire l’arresto del cuore del mondo.

La biblioteca, manufatto magnifico dell’arte islamica in Europa, era in frantumi e in cenere. L’artiglieria degli assedianti centrava monumenti, cimiteri, moschee, per cancellare dal suolo ombra e radice della parte avversa. Le parole erano emigrate dai libri bombardati, giravano alla cieca le pagine invisibili, mentre dalle colline si accendevano le fiammelle degli spari dei cecchini. I poeti facevano il turno di notte.[…] (dalla Prefazione di Erri De Luca, Izet Sarajlić – Chi ha fatto il turno di notte, Einaudi)

*

Fosse almeno l’anno 1993

Fosse almeno quel terribile,
per l’umiliazione a nulla paragonabile
anno 1993
quando non avevamo nient’altro
che l’un l’altro.
.
Magari fosse ancora quel terribile,
quel tante volte maledetto anno 1993!
.
Avrei ancora cinque anni pieni
da poterti guardare
e da tenerti per mano!
.
(Luglio 1998)
*
Un’altra volta saprei
.
Troppo poco ho goduto delle piogge di primavera e dei tramonti
.
Troppo poco ho assaporato la bellezza delle vecchie canzoni e le passeggiate sotto il chiaro di luna.
.
Troppo poco mi sono inebriato del vino dell’amicizia
benché al mondo ci fosse sì e no un paese dove non avessi almeno un paio di amici.
.
Troppo poco tempo ho riservato per l’amore
a disposizione del quale stava tutto il mio tempo.
.
Un’altra volta saprei godere incomparabilmente più nella vita.
Un’altra volta saprei.
.
(1987)

tratte da Izet Sarajlić – Chi ha fatto il turno di notte (Einaudi, a cura di Silvio Ferrari)

*

04-sarailic-e-erri054.thumbnailIzet Sarajlić (Doboj, 16 marzo 1930 – Sarajevo, 2 maggio 2002 – qui in foto con Erri De Luca),   nato nella Bosnia settentrionale, da famiglia musulmana, si trasferisce nel 1945 a Sarajevo, dove consegue la laurea in lettere alla facoltà di filosofia. Fondatore nel 1954 del “Gruppo 54”, movimento d’innovazione poetica, è anche uno fra gli organizzatori delle “Giornate poetiche di Sarajevo” nel decennio successivo; è stato un rinomato e pluripremiato scrittore jugoslavo, conosciuto anche nei paesi dell’allora Patto di Varsavia e spesso invitato come personalità culturale nella stessa Mosca. Durante la guerra in Bosnia (successiva allo scioglimento della Jugoslavia) e l’assedio di Sarajevo, fu una delle pochissime personalità a voler rimanere nella città a cui era molto legato, che apprezzava principalmente per il carattere laico e multietnico. Subito dopo la fine degli eventi bellici perderà la moglie. Nel 1997 fu spinto verso Salerno per via dei legami di amicizia avuti con Alfonso Gatto . L’ultimo premio (il “Moravia”) lo riceverà in Italia nel 2001 per la raccolta “Qualcuno ha suonato”. Dal 2002 Casa della poesia organizza a suo nome un festival internazionali di poesia nella capitale bosniaca. (da Wikipedia)

*

– nell’immagine, Le rose di Sarajevo, nel centro della città, sono le tracce a forma di fiore lasciate sull’asfalto dalle granate e pitturate in rosso dopo il conflitto –

In un remoto altrove di Felice Serino letto da Angela Greco

Felice Serino, In un remoto altrove – poesie, 2018 presentazione di Donatella Pezzino, autoproduzione da richiedere gratuitamente all’autore (tramite il profilo social), oppure – da aprile 2020 – scaricabile dalla piattaforma ISSUU, è la nuova raccolta di questo poeta campano (Pozzuoli, 1941) residente a Torino.

Immediatamente risulta particolarmente degno di nota il fatto di aver messo a disposizione dei lettori la propria opera senza remunerazione; indice di una certa idea di poesia che trova compimento nello scrivere per donare all’altro il proprio sentire, il proprio vissuto e il proprio vedere. Poesia come dono, quindi; concetto che altre volte ho attribuito a Felice Serino, anche legandolo alla sua prolificità.

I testi presentanti nella silloge In un remoto altrove fanno riferimento all’anno 2018 e hanno la delicata bellezza – mi si conceda la metafora – di un cielo trapunto di stelle, ognuna con la sua luce particolare e tutte insieme pronte a rischiarare notti tutte uguali per buio, silenzio e solitudini. Vengono confermati i temi propri di questo autore, il rapporto con il sacro, la trascendenza, la passione artistica e l’attenzione verso gli accadimenti dell’esistenza, sottolineando un percorso autodidatta che nel tempo ha condotto Felice Serino, senza dubbio, ad un certo livello e ad un valore confermato dai lettori, che in questi versi ritrovano attenzione e dettagli degni di nota. Tra queste pagine si avverte nitido e si legge con ricchezza di linguaggio l’amore del poeta per la sua materia, la Poesia, alla quale vengono dedicati versi colmi di rispetto e speranza, ma anche di meraviglia, come se tutto il tempo già trascorso a scrivere fosse un tempo mai passato, ma ancora nuovo e tutto ancora da vivere; un tempo, quello della poesia, che rende vivo e appassionato il poeta, che felicemente ne trasmette al lettore.

Una presenza che si lascia osservare da vicino, e che mi piace evidenziare in questa sede, in un remoto altrove, dove per remoto si intendere non già un luogo lontanissimo nel tempo, quanto piuttosto un punto lontano dall’occhio per il quale, però, è ancora possibile la visione distinta, è quella dell’angelo, presente in un nucleo centrale di componimenti, i cui versi spesso definiscono anche la poesia stessa e finanche il pensiero dell’autore: è ubiquità ed ali l’angelo / o essere-pensiero; asimmetriche tracce / lascia la poesia ch’ esprime / l’angelo-farfalla; poesia / è dove l’angelo perde una piuma; nella camera della mente / non è detto non t’appaia l’angelo / dell’ affresco / che ti rapì quand’ eri bambino; memoria di volo / dell’ antenascita – quando l’ angelo / benigno si piegò / nel vestire la carne. Un messaggero reale, l’angelo di Felice Serino, che avvicina l’Uomo alla parte meno tangibile, alla sfera celeste, all’oltre-umano, che appare nelle poesie, al posto della divinità e in nome del sacro, completando quel dualismo carne-spirito molto forte nel pensiero dell’autore, nella speranza di avvicinarsi sempre un po’ di più al secondo, attraverso la riflessione e l’esperienza del primo.

Le altre poesie di questa silloge levano liriche a svariati argomenti, momenti che hanno suggestionato l’autore e attimi che hanno mosso penna e sentimento e che si configurano come luoghi di riflessione per il lettore, che mai esce deluso dalle pagine di Felice Serino (in chiusura si riporta una breve selezione di testi), il quale, con maestria, conclude questo nuovo lavoro con una poesia intitolata “Alba”, che già di per sé è un programma ed un invito alla prossima pubblicazione. [Angela Greco]

*

Alba
.
nella luce che sale
generosa sei
come musa che l’abbrivio dà
col primo verso
.
-aria
di vetro – parola sospesa
.
come andare in mare aperto
.
sogno o stato di grazia
.
.
.
Quella che appare
.
quella che
appare – che luccica o getta
ombre – non è la realtà
che credi
.
se ci pensi: perfino
quest’essere-soma non è
reale ma in divenire – carne
e proiezione del cielo
.
reale è ciò che non
vedi – e che ti fa dire
Amore
.
quando ti genufletti nella luce
.
.
.
Tu madre del mio silenzio
.
tu madre del mio silenzio
tu cattedrale del sangue
indiato
.
-poesia- apri lunghe sospensioni
e varchi
e archi di luce ricrei
tra ciglia d’amanti
.
tu fai spuntare fiori tra le pietre
preservi un raggio di sole
.
per gli occhi persi
del povero cristo
nei giorni anodini
.
.
.
Ai margini del foglio bianco
.
occupi il bianco ai margini
dove apporre note
varianti
.
restano obliqui segni
come di ferite
su aborti di pensieri
.
è il vasto mare del possibile
.
vi si estenua
nelle sue immersioni il sub
per una parola-perla
.

Arthur Rimbaud: La mia bohème e Sensazione

La mia bohème (Fantasia)

Con i pugni nelle tasche bucate camminavo;
Finanche il mio cappotto diventava ideale;
Vagavo sotto il cielo, e ti ero sempre leale;
Oh! là! là! Musa, che amori splendidi che sognavo!

Le mie uniche braghette, ormai da buttare.
— Sgranavo rime in corsa, Pollicino sognatore.
Il mio solo albergo era nell’Orsa Maggiore.
— Le mie stelle su nel cielo, che dolce sussurrare

E le ascoltavo seduto sul bordo della strada,
Le notti di settembre in cui sentivo la rugiada
Fresca sulla fronte come un vino di vigore;

E allora in mezzo a ombre fantastiche facevo
Rime, e come delle lire le stringhe tendevo
Delle mie scarpe ferite, a un piede dal cuore.

*

Sensazione

Andrò per i miei sentieri nelle sere blu d’estate,
Pizzicato dal grano a calpestare l’erba delicata:
E sognando, le mie caviglie ne saranno rinfrescate.
Lascerò il vento bagnare la mia testa denudata.

Non penserò più a nulla, e mai più parlerò invano:
Ma l’anima mia si colmerà d’un amore sconfinato,
E come un vagabondo me ne andrò lontano, lontano,
Nella Natura, come con una fanciulla — appagato.

.

Traduzione di Marco Settimini per la rivista Pangea, che si ringrazia, sulla quale è possibile leggere un approfondimento sull’argomento (http://www.pangea.news/lanima-mia-si-colmera-dun-amore-sconfinato-linsoddisfatto-inafferrabile-rimbaud-in-una-nuova-traduzione/) — foto d’apertura: manoscritto di Ma Bohème, dal web

Luciano Nanni legge Arcani di Angela Greco

Recensione a cura di Luciano Nanni e pubblicata su Literary nr. 4/2020  

Poesia. La forma del poemetto consente di estendere il cursus poetico delineando una storia, o una serie di microstorie, da integrare nel contesto. La forma è quindi, e nel presente caso in particolare, l’acquisizione di elementi cadenzali utili a determinare il flusso dei versi, perciò non solo schema, ma intuizione. Allorquando si affronta il viaggio, il cui spirito oppure soltanto il dato linguistico contiene in modo implicito, cresce nel lettore un senso di conoscenza, da cui l’importanza della poesia quale principio conoscitivo.

Penetrando in questo viaggio si percepisce una struttura che va oltre la logica, e, tanto per fare un esempio, la metafora tende ad allontanarsi dall’origine effettiva, quasi un’estrema ratio della parola: “Il caso è un chiodo ricurvo a due punte”. Ora, poiché a un’immagine deve in qualche maniera corrispondere un vincolo, seppur lontano, dovremmo a lungo disquisire anche su un singolo verso: perciò, ricchezza inesauribile.

Ma la parola, per quanto forte, naviga nell’incertezza, e tutte le mutazioni che sopravvengono seguono di converso la direzione formale. In Falling (caduta) si definisce, almeno come pratica di relazione, il rapporto tra corpo e spirito, e tale induzione potrebbe far sorgere una serie di commenti in cui la natura appare e scompare, rendendo l’insieme ancor più significativo: si dovrebbe, tra l’altro, verificare se iris può diventare un simbolo o restare nella sua identità predefinita.

Quanto detto pare dirimersi dal concetto che il titolo esprime: gli Arcani. Qualcuno ha visto nelle figure delle carte, perfino semplici come quelle napoletane, un riflettersi dell’io o comunque delle persone, creando eventi praticamente inimmaginabili. Questa raccolta è in grado di impegnarci quotidianamente per capire, noi e la realtà nascosta.

Al sottostante link, il libro:

Angela Greco (AnGre) — Arcani

Giovanni Raboni, due poesie

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Giovanni Raboni, due poesie

Il rimorso di San Giovanni Battista
 .
Silenzio. Udite. Io annuncio la sua morte
perchè sono di fronte a voi l’autore
della sua venuta e dei suoi giorni
disastrosi. Oh fossi morto prima,
nel deserto, come muoiono i cammelli
che si fidano troppo del proprio gozzo! Io così
della mia memoria, della memoria
che Dio mi concede sulle cose future.
Io non volevo ucciderlo
ma la mia fede si è tramutata in pietra o coltello, il mio battesimo
in violento scorpione. Mi perdoni
se troppo poco ho peccato! Io fiorisco di colpa
come la Vergine è fiorita in lui
nel grembo involontario.
.
.
da Gesta Romanorum
.
.
§
.
.
Notizia
 .
Solo qualche parola,
solo una notizia sul rovescio del conto
sbagliato dal padrone.
Forse è tardi, può darsi che la ruota
giri troppo in fretta perchè resti qualcosa:
occhi squartati, teste di cavallo,
bei tempi di Guernica.
Qui i frantumi diventano poltiglia.
E anch’io che ti scrivo
da questo luogo non trasfigurato
non ho frasi da dirti, non ho
voce per questa fede che mi resta,
per i fiaschi simmetrici, le sedie
di paglia ortogonali,
non ho più vista o certezza, è come
se di colpo mi fosse scivolata
la penna dalla mano
e scrivessi col gomito o col naso.
.
.
da Le case della Vetra
.
.
.
giovanni_raboni_1988Giovanni Raboni (Milano 1932 – Fontanellato, Parma 2004), voce poetica tra le piú alte e rappresentative della poesia del Novecento e dei primi anni Duemila, lascia, insieme alla sua opera in versi (raccolta integralmente in Tutte le poesie. 1949-2004, Einaudi, 2014) un enorme lavoro di traduttore, critico militante – anche cinematografico e teatrale – e commentatore politico e di costume: testimonianze di una straordinaria sapienza letteraria e di una statura morale e civile che ne fanno uno dei punti di riferimento imprescindibili della cultura italiana contemporanea. Tra le sue traduzioni si segnalano I fiori del male di Baudelaire e l’intera Recherche di Proust. Di lui e per lui molto ha scritto la compagna degli ultimi anni, la poetessa Patrizia Valduga. (dal web)
– immagine d’apertura: Lucio Fontana, Concetto-spaziale, Attese –

Nazario Pardini legge AA.VV. FASE 1, e-Book

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AA.VV. FASE 1 (scaricabile QUI):

lettura del prof.Nazario Pardini, che si ringrazia,
tratta dal blog Alla volta di Leucade
.
*

Angela Greco, Angelo Bruno, Sergio Angeli, Flavio Almerighi, Alfonso Graziano.

Cinque Autori che, nell’ambito della poesia, messisi assieme per una silloge di estrema attualità, raggiungono traguardi di vero interesse stilistico-emotivo; sintagmatico-contenutistico. L’opera è preceduta da una introduzione che fa, con tutta la sua energia figurativa, da antiporta a poesie di intensa vivacità partecipativa. Il tema è su questa pandemia improvvisa e sconvolgente; e lo spartito si diluisce in versi ben costruiti; di forma compatta e avvolgente, dove gli Autori non cadono mai nella trappola del mielismo o dello scontato; tutto è controllato con acuta esperienza verbale; mai si scade in deviazioni formali dacché costruzioni ben robuste evitano che le emozioni esondino oltre gli argini. Non è facile affrontare in poesia un argomento tanto attuale senza correre il rischio di cadere nel déja vu. Ogni poeta, con la propria incisiva personalità, evita tale rischio offrendosi al lettore con composizioni convincenti, di calore umano e di esperita riflessione vitale. Il contenuto, oggetto di triste contaminazione per le morti che ne conseguono, per avvenimenti che imprevisti e letali sovvertono la vita creando inquietudine e dolore, trova posto in una versificazione reificante stadi d’animo di forte impatto creativo. Dovessi classificare tale tipo di poesia non la inserirei di certo nella corrente minimalistico-prosastica, quella che mira alla spersonalizzazione, alla eliminazione del soggettivismo, dacché qui c’è una partecipazione intensa e attiva; una presa di posizione personale e fattiva che rende il tutto emotivamente acchiappante.

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Per leggere alcuni estratti clicca QUI

 

Rubens, L’unione tra terra e Acqua – sassi d’arte

Rubens, L’unione tra Terra e Acqua (1618 c.a.)

olio su tela, cm 222,5 x 180,5 – San Pietroburgo, Museo dell’Ermitage

*

Questo dipinto mostra la maestria di Pieter Paul Rubens (Siegen, 1577 – Anversa, 1640) nel combinare in un’unica opera spunti derivanti dalla realtà storica e mitologica, elementi umani ed elementi naturali. Celebra, infatti, l’ideale unione tra Terra e Acqua, ma anche la concreta fortuna di Anversa, ricco porto d’Europa grazie al collegamento verso il mare offerto dal fiume Schelda.

Protagonisti della tela sono Cibele, dea madre della natura, con la cornucopia piena di frutta, simbolo di fecondità e ricchezza, e Nettuno, dio del mare, che stringe nella mano destra il tridente, allusivo al suo triplice potere di reggere, agitare e calmare le acque. Tra di loro un grande vaso rovesciato, a simboleggiare le acque del fiume Schelda. In basso, Tritone è intento a soffiare in un corno di conchiglia per placare le acque su ordine del padre. Completa la scena una figura femminile alata, che celebra l’unione della coppia, posando sul capo ghirlande nuziali fiorite.

“Rubens fu l’equivalente nordico degli artisti italiani più fortunati: il suo genio fu altrettanto grande, la sua fama altrettanto universale e i suoi guadagni altrettanto favolosi. Ma mentre Raffaello, Tiziano e Bernini dovettero la loro posizione sociale soltanto ai propri successi artistici, Rubens aggiunse alla sua reputazione di pittore il prestigio dell’inviato diplomatico. Il suo tirocinio per l’una e per l’altra carriera aveva avuto inizio quasi simultaneamente: ragazzo non ancora quindicenne era divenuto paggio di Margherita di Ligne; circa un anno dopo lasciò questo servizio e si volse alla pittura. Durante il suo primo periodo di attività come pittore di corte venne scelto dal duca Vincenzo di Mantova come uno dei messi incaricati di accompagnare un invio di doni alla corte spagnola di Madrid. Questi atti di cortesia avevano sempre un risvolto politico; e, anche, se in quella occasione, Rubens ebbe una parte secondaria, essa gli fornì certamente qualche lume sulle procedure diplomatiche, e dovette dargli un buon avvio per la sua futura carriera politica. Dal 1623 in poi egli fu utilizzato dall’infanta Elisabetta, governatrice dei Paesi Bassi spagnoli, come agente speciale nelle trattative di pace tra Spagna, Inghilterra, Francia e Paesi Bassi. Per dieci anni Rubens viaggiò per l’Europa incaricato di missioni confidenziali, ma continuando a dipingere ovunque lo portavano i suoi doveri. Furono anni intensi; solo un uomo dalle felici disposizioni di Rubens, con il suo spirito metodico e la sua illimitata capacità di lavoro poteva fare contemporaneamente due mestieri così impegnativi correndo da una corte europea all’altra, mantenendo una vasta corrispondenza e tenendo aperto anche uno studio ad Anversa.” (Rudolf e Margot Wittkower, Born under Saturn, 1963)

Estratto dal volume n.33 dedicato a Rubens, collana “I capolavori dell’arte”, Corriere della Sera, 2015.

Voci recitanti e poesia

Ringrazio di cuore Francesco Paolo Dellaquila sia per la creazione del meraviglioso video dedicato ad un mio componimento, sia per la recitazione, insieme con Dolores Rotunno che ringrazio parimenti, dei miei versi ♥ …perché la Poesia è dono, partecipazione, condivisione e…sorpresa! Grazie!!

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Versi inclusi in ARCANI, poesie di Angela Greco AnGre, ed.Achille e La Tartaruga (Torino, 2020), prefazione di Franco Pappalardo La Rosa, disponibile al seguente link:

Angela Greco (AnGre) — Arcani

Giovanna Bemporad, poesie dai Diari e da Esercizi

Giovanna Bemporad, tre poesie dai Diari

Mia compagna implacabile la morte
persuade a lunghe veglie taciturne.
Ma non so che inquietudine febbrile
fa ingombro a questo dolce accoglimento
calando il sole, prima che ogni gesto
si traduca in memoria e che ogni voce
s’impigli nel silenzio. Forse il vento
porta come un rammarico del tempo
che non è più, trascina per le strade
deserte una fiumana d’ombre care.
E biancheggia un’immagine tra i gigli
di giovane assopita nel suo riso.

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………Variazione su tasto obbligato
Non domare, implacabile, il mio riso
mentre il fiore del melo incanutisce;
non recidermi il filo dei pensieri
d’un tratto, ma da sogni e disinganni
lascia che docilmente io mi separi
solo quando alla tua certezza giova
sacrificare il nostro dubbio stato;
quando non amerò che il mio dolore
tu chiamerai meno importuna al nulla:
io con la fronte smemorata l’orma
seguirò del tuo piede, e questo arcano
insondabile azzurro andrà dissolto
come il sogno di un’alba.

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Non farmi così sola come il vento
che si dispera in questa notte fonda
fino a morirne, eternamente sola
non farmi, come già sono da viva,
sotto la volta immensa ch’è misura
del nostro nulla. In punto di lasciare
questa mia fragile vicenda, tutte
le mie dolci abitudini, e la gioia
che spesso segue all’urto del dolore,
voglio adagiarmi su una zolla d’erba
nell’inerzia, supina. E avrò più cara
la morte se in un attimo, decisa,
piano verrà, toccandomi una spalla.

per questi testi si ringrazia il sito rebstein

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Giovanna Bemporad nasce a Ferrara nel 1928. È una poetessa precocissima: inizia a pubblicare traduzioni in versi dai classici già a sedici anni (l’Eneide di Virgilio, pubblicata in parte nell’Antologia dell’Epica per i tipi di Enrico Bemporad a Firenze). Frequenta il liceo classico di Bologna, dove conosce altri giovani letterati. Antifascista di famiglia ebrea, atea convinta sfida il regime col proprio comportamento: vive da sola in “un enorme stanzone, un tavolo vastissimo e carico oltre misura di libri”, veste da uomo, si trucca di bianco e tratta alla pari coi coetanei uomini. Vuole, soprattutto, essere libera, essere trattata alla pari.
Scoppia la Guerra, che interrompe la vita. Uno dei compagni bolognesi, Pier Paolo Pasolini, si rivolge agli amici per aiutarlo nel gestire l’improvvisato liceo che sta tenendo a Casarsa, perché è troppo pericoloso per i ragazzi prendere il treno per Pordenone o Udine. Così Giovanna sfolla in Friuli, dove rimarrà fino al 26 gennaio del 1944. A chi gli chiede il motivo dei suoi modi disinvolti, del suo vestire da uomo, risponde provocatoriamente “sono lesbica”. Collabora con la rivista il Setaccio, sotto lo pseudonimo di Giovanna Bembo. Sfuggita alle persecuzioni, nazi-fasciste continuerà per alcuni anni a condurre una vita errabonda, fino al matrimonio con il senatore Giulio Cesare Orlando nel 1957.
La poesia di Giovanna Bemporad si ritagliano una nicchia particolare: classicista fuori dal tempo, filologa (nel senso etimologico del termine), sospesa tra una pulsione decadente della morte e una forte carica erotica, che ricorda i frammenti di Saffo. Minuziosa cesellatrice di parole, dedica la maggior parte della sua vita e della sua creatività alla sua versione dell’Odissea di Omero. Diceva del primo dei poeti greci “Omero è il punto d’arrivo della poesia occidentale. Il più grande di tutti. Tocca l’assoluto con assoluta semplicità”. Di quella traduzione, rimasta incompleta, esistono due edizioni a cura di Le Lettere (1990 e 1992). Morirà a Roma, il 6 gennaio 2013.
nota tratta dal sito pasionaria.it; immagine dal blog della stessa poetessa
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Ex voto
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Dea velata di marmo e di silenzio
casta, racchiusa nel perpetuo inganno
del tuo corpo ideale, anima impura-
sento alitarmi un sonno di belletti
dalle tue ciglia; vedo tra le labbra
dove il pennello, non l’aurora, ha pianto
petali rossi, ravvivarsi l’ambra
dei tui denti all’assalto delle risa.
Si colma il cuore di un battito d’ali
quando tu accosti la crescente luna
delle tue ciglia alla nuvola ombrosa
dei miei capelli: o ninfa, o baiadera,
non che adirarmi col vento d’amore
sospendo ai tuoi squillanti braccialetti
e alle tue lunghe mani una bianchezza
di mute solitudini, e il tuo collo
sfioro con disarmati occhi indolenti.
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da Esercizi, Garzanti, 1980.
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Mario Luzi, Siesta

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Siesta – di Mario Luzi

È l’ora di lucidità spietata
quando non interrompe anima viva
il filo delle vie tagliate a squadra
per tutto l’entroterra fino ai moli
E un lampo come d’ali che saetta
nell’aria e scherza lungo le cornici
mette in croce chi regge a occhi sbarrati
nel tempo della siesta questo assedio
dell’acqua dalle darsene e i canali:
quei pochi che la vigilanza esige
lungo i muri della dogana o fermi
nelle garitte, privi anche del filo
di sonno sotto fogli di giornale
o sacchi di juta presso le gru e i ponti.

Da dietro queste sbarre di serranda
vivo tutta minuto per minuto
da sveglio questa esitazione atroce
tra il mio mattino e la mia notte; al più
fo come fa il ragazzo irriducibile
che va e viene nel suo andito buio,
smania, pilucca l’uva ancora verde
dalla pergola dietro casa, affretta
l’ora della sortita e del declino.

Mia madre, mia eterna margherita
che piangi e mi sorridi
viva ora più di prima,
lo so, lo so quel che dovrei, pazienza
di forte non è questa ostinazione
d’uomo che teme la sua resa. Forza
è pace. Il sopore che s’insinua
nell’ora giusta fra due giuste veglie
è forza anch’esso, non viltà. Ma ormai
che i tuoi occhi mi s’aprono
solamente nell’anima, due punti
tenaci al fondo del braciere
con cui guardare tutto il resto, o santa,
non è il taglio a fil di lama
che partisce ombra e sole in queste vie
puntate contro il fuoco
del mare all’orizzonte, è un altro il segno
a cui dovrò tener fronte, segno
che ferisce, passa da parte a parte.

da Morte cristiana, Mario Luzi, Tutte le poesie – Garzanti

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mario-luziMario Luzi è nato a Firenze nel 1914. Ha studiato a Siena e a Firenze, laureandosi nel 1936 in letteratura francese, materia che ha successivamente insegnato presso l’Università di Firenze. La prima sua esperienza poetica avviene nel segno dell’ermetismo (La barca, 1935). Con Avvento notturno del 1940 si manifesta un forte simbolismo di gusto decadente che utilizza presenze favolose per dar voce a domande esistenziali pressanti. Un cambiamento di rotta avviene con due raccolte pubblicate negli anni dell’immediato dopoguerra (Un brindisi, 1946; Quaderno gotico, 1947), a cui seguiranno negli anni Cinquanta Primizie nel deserto (1952) e Onore del vero (1957): il ripiegamento su di sé degli inizi lascia il posto all’accettazione della realtà quotidiana e alla speranza di un rinnovamento delle coscienze e del mondo. Le numerose raccolte degli anni successivi (tra le quali spiccano Nel magma, 1963; Su fondamenti invisibili, 1973; Al fuoco della controversia, 1978; Per il battesimo dei nostri frammenti, 1971; Frasi e incisi di un canto salutare, 1990; Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini, 1994) aprono un permanente colloquio con gli uomini e con la storia, talora con aperture alla speranza talora nella presa di coscienza delle lacerazioni della civiltà. La scelte stilistiche si fanno sempre più innovative nella direzione del parlato e dell’alternarsi di recitativo e canto. La produzione letteraria di Luzi si arricchisce di testi drammaturgici (Ipazia, 1972; Rosales, 1983; Hystrio, 1987); di traduzioni da Shakespeare, Racine, Coleridge; di saggi critici. Muore il 28 febbraio 2005. [dal sito La Recherche]

William Butler Yeats – Coole Park, 1929

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Coole Park, 1929
di William Butler Yeats
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Medito su una rondine e il suo volo,
medito su una donna anziana e la sua casa,
su un sicomoro e un tiglio persi nella notte,
per chiara che sia quella nube ad occidente,
su opere grandi erette lì a dispetto di natura
per poeti e letterati dopo di noi,
medito su pensieri orditi in un pensiero solo,
gloria come danza data al mondo da quei muri.
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Ecco Hyde, non ancora, no, battuta nella prosa
quella lama nobile di cui lo cinsero le Muse;
ecco colui che si agitava in posa, posa maschia
nonostante il cuore timoroso; ecco quell’uomo
lento e pensoso, John Synge, e quegli altri
impetuosi di Shawe-Taylor e Hugh Lane.
Là, nell’umiltà trovarono, essi, posta la fierezza,
scena messa bene, compagni all’altezza.
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Come rondini in arrivo, come rondini in partenza,
eppure era in una donna quel potere, di vigore,
di tenere ferma lì la rondine al suo primo intento.
E una mezza dozzina in formazione,
che pareva volteggiare su di un punto cardinale,
in quell’etere di sogno vi trovò certezza,
dolcezza d’intelletto in quelle righe
che d’incontro infilano e trapassano, sì, il tempo.
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Qui, viandante, letterato, poeta, prendi posizione,
quando questi passaggi e queste stanze
non saranno più, quando sarà l’onda delle ortiche
su un acervo informe e frutici fra pietre rotte,
e qui dedica, gli occhi in basso fissi a terra,
la schiena volta alla fulgidità del sole
e alla sensualità dell’ombra, dedica memoria
d’un momento, a quell’alloro, a quella gloria.
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da W.B.Yeats, Il vento tra le canne (a cura di Alessandro Gentili, collana Un secolo di poesia a cura di Nicola Crocetti per Corriere della Sera — immagine dal web)

Pier Paolo Pasolini, Supplica a mia madre

Supplica a mia madre di Pier Paolo Pasolini

E’ difficile dire con parole di figlio
ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.

Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.

Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.

Sei insostituibile. Per questo è dannata
alla solitudine la vita che mi hai data.

E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame
d’amore, dell’amore di corpi senza anima.

Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu
sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:

ho passato l’infanzia schiavo di questo senso
alto, irrimediabile, di un impegno immenso.

Era l’unico modo per sentire la vita,
l’unica tinta, l’unica forma: ora è finita.

Sopravviviamo: ed è la confusione
di una vita rinata fuori dalla ragione.

Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile…

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da Poesia in forma di rosa (1961-1964), Garzanti, Milano 1964 — immagine dal web