Nadia Campana, tre poesie

Nadia Campana, tre poesie da Verso la mente (Crocetti, 1990)

I gelsomini dell’azzurro
fioriscono per vendetta
sfigurando l’ombra spettrale
che risucchia gridando il giorno, le sue qualità in forme
spaurite e pure sotto il rombo dell’aereo
sotto il meridiano
chissadove in un’ampolla
moltitudine di elitre
si calcolano:
mi pensa la rosa che è chiusa
stretta mi attende tranquilla la tana
che scava rintocchi intorno
alla bocca del pozzo premendo le sponde
nel fosso chissà cosa ritrovo.

*

Noi, la lunga pianura immaginaria
ci inghiotte come sacramenti della notte
Sei stato una quantità esatta
nella pioggia che afferra i visi
Ma adesso in ogni angolo della stanza
aspetteremo fuori dall’esplosione
un legno che io, qui,
ho costruito (lasciami fare)
prodigi scelti dal caso, pioppeti da percorrere!
Il tenero è nel mezzo e nell’interno
umiltà di una porta
ascoltando treni, a un passo, come
una febbre nel ricordo esattamente
Guarda il campo
è così calmo, smisurato, stamattina.

*

Si siede apre la sua pelle svela il suo cuore si cosparge di
profumo e riempie la stanza. Casi imbevuta di psiche
femminile non aspetta niente nessuno lentamente il
sonno vivo isterico e tenero preciso e leale si impossessa di
lei sottile e tenace. Immaginare è il suo lusso è
uno strumento ora una cassa di risonanza in cui tutti de-
stano i loro echi e trovano i loro accordi. È tenuta assai
per matta perché si chiude troppo in casa parla male di se
stessa ma non devi crederle. questi saluti quell’unico sor-
riso dà il benvenuto va e viene dal panico teme spesso di
precipitare nelle insidie del coraggio tirata ai quattro an-
goli pronta un cavallo senza briglie soddisfatto ai quattro
venti una vela dei minimi soffi di vento. Appena si sveglia
ride, vede le gemme rumorose sostituisce la forza ai con-
tagi tra il lago e il nulla cede passivamente nel silenzio fe-
dele marina imposizione gioca ritrova improvvisamente il
meccanico l’albergo che fabbrica giocondamente l’amore
chissà quale mondo puro nascerà fuori

.

Nadia Campana è nata a Cesena nel 1954. È autrice di una cinquantina di poesie, raccolte dapprima in saggi e poi, significativamente riviste, nella raccolta postuma Verso la mente, curata da Milo de Angelis e Giovanni Turci. Ha tradotto l’opera di Emily Dickinson nel volume Le stanze di alabastro. Ha composto una serie di saggi dedicati alla letteratura e al tema melancolia, attualmente inediti. Tra questi, vanno ricordati Finendo e Visione postuma (quest’ultimo parzialmente edito nella rivista “Tratti” (dicembre 1986). Nadia Campana è morta a Milano nel 1985.

immagine d’apertura: Ophelia1889 by John William Waterhouse

 

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Martina Franca (TA), poesia di Angela Greco e Piero Schiavo: presentazione di Correnti contrarie e dissolvenze

venerdì 17 novembre ’17, ore 18, Palazzo Ducale, Martina Franca (TA)
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Abito senza pieghe questa presenza;
non bastano spilli e nemmeno respiri.
Voce per poche lettere scucite coi denti.
Mi vesto allora del tuo tempo
spiegata alla carezza che imperla l’orlo
calda del gesto e del tormento.
Ferita irrimarginata tra sera e risveglio,
approdo e tempesta, calice e cielo. Il groviglio
di sangue in grembo dice domani. E, tu, perpetuo
moto a creare ogni momento quello che manca.
Nudi, ai primordi dell’umanità ancora una volta
possiamo afferrare l’ofide da qualsiasi parte.
Ne abbiamo facoltà – dici. Ti credo.
.
Per la verità dei tuoi occhi, per le mura del tuo borgo,
per la foto in bianco e nero, che fanciullo t’avvicina
alla calce della mia terra che disinfetta dai parassiti.
.
Nessun demone più
scinderà quello che siamo.
da Correnti contrarie (Ensemble, 2017) di Angela Greco
grammatigramma
.
Sei la sesta vocale che scompagina l’alfabeto
il sinonimo sempre mancato
l’invidia dei tuoi antonimi
.
capricciosa ossessione
della parola ritrosa
sospesa nella memoria
.
semplice all’apparenza come
immediata bisillaba androgina
universale assonanza
di nulla mai rima
.
verbo finito senza pronomi
impersonalità di gesti concentrici
a nulla ti fletti
nessuno ti declina
.
bianca luce che filtra
dalle rovine di ogni calligrafia
il tuo nome è
per me invece condanna
.
primo soggetto di ogni pensiero
ultimo termine
che dopo sé
altri non ascolta
da Dissolvenze (Giuliano Ladolfi Ed.,2017) di Piero Schiavo

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Fernand Khnopff, enigmatico simbolista – sassi d’arte

Chiudo la porta su me stessa (1891), Neue Pinakothek, Monaco di Baviera

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Fernand Edmond Jean Marie Khnopff (Grembergen-lez-Termonde, 12 settembre 1858 – Bruxelles, 12 novembre 1921) è stato un pittore belga, appartenente al movimento del Simbolismo. Nonostante l’assenza di precedenti in famiglia, fu colto da un’amabile passione per le Belle Arti e, stancatosi degli studi di diritto, Khnopff ben prestò lasciò la facoltà per assecondare le sue velleità pittoriche. Il suo itinerario artistico si inaugurò nell’atelier di Xavier Mellery, pittore di modesta levatura, che però esortò Khnopff a scandagliare il significato più autentico e, per questo, nascosto delle cose; fu tuttavia il contatto con il preraffaellismo inglese, e in special modo con la produzione di Edward Burne-Jones, a persuaderlo a partecipare pienamente alla temperie decadente e simbolista del tempo.

Il debutto pittorico di Khnopff avvenne nel 1881 con l’esposizione di varie sue opere al Salon de l’Essor di Bruxelles: le reazioni della critica furono immediatamente forti e unanimemente asprissime, fatta eccezione per Emile Verhaeren, poeta belga che supportò per tutta la vita l’arte di Khnopff, del quale avrebbe poi scritto anche la prima biografia. Sebbene non fosse un uomo molto aperto e avesse una personalità piuttosto riservata, Khnopff ebbe successo ed onori tanto da ricevere l’Ordine di Leopoldo ed egli stesso arrivò a conquistare un posto tutto particolare nella storia dell’arte, licenziando opere celeberrime come Le carezze (qui, in questo blog) e Chiudo la porta su me stessa (foto d’apertura). Morto il 12 novembre 1921 è seppellito nel cimitero di Laeken.

La tiara d’argento (1911); olio su carta, 54×54.5 cm, Museum of Modern Art, New York

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Fernand Khnopff è accreditato tra gli interpreti più sensibili e visionari del Simbolismo europeo. La sua esperienza pittorica, innanzitutto, si configura come un netto rifiuto al Positivismo, indirizzo di pensiero animato da innumerevoli filosofi, letterati e scienziati che, intrigati dagli impetuosi sviluppi della società industriale, nutrivano un’appassionata fiducia nei risultati e nel metodo della scienza sperimentale. Khnopff, ripudiando la mentalità positivista, si fa invece cantore di una nuova sensibilità, non più oppressa da una cieca e ingenua fede nella scienza: il filo conduttore dell’estetismo di Khnopff, infatti, si basa sull’esaltazione delle componenti soggettive dell’animo umano e della realtà, per niente priva di proiezioni spirituali o metafisiche (come invece sostenevano i Positivisti). Khnopff oltrepassa infatti le schematizzazioni positiviste e rivendica quelle dimensioni che sfuggivano all’indagine delle scienze sperimentali: mondi sovrannaturali, arcani, che si celano dietro la trapunta arabescata delle apparenze e che sono penetrabili solo dall’artista, il quale grazie a intuizioni misteriose e folgoranti riesce a cogliere le corrispondenze sotterranee tra i vari fenomeni sensibili, non percepibili attraverso quella razionalità tanto celebrata dai Positivisti. Fernand Khnopff, infatti, è uno dei cantori più riusciti del Simbolismo: «né religiosa, né cristiana, né mitologica, la pittura di Khnopff è piuttosto simbolica» disse in tal senso Edmond-Louis De Taeye nel 1898.

Fernand Khnopff With Georges Rodenbach. A Ghost Town, 1889, Pastel, crayons and ink on paper, 26 x 16 cm, Hearn Family Trust

Sotto il profilo più strettamente figurativo, Khnopff combina questi intenti simbolisti e decadenti con i compiacimenti estetizzanti della pittura inglese e con le sfumature misticheggianti del gruppo rosacrociano. Ne consegue una pittura alimentata da atmosfere misteriose ed inquietanti, rarefatte da silenzi profondissimi e da algide apparizioni e densissima di simboli arcani ed enigmatici dai complessi rimandi letterari ed allusivi. Sono proprio questi i poli pulsionali dell’arte di Khnopff, che in questo modo allude all’esistenza di una realtà «altra» rispetto a quella immediatamente percepibile con i sensi, più profonda e misteriosa, ma proprio per questo enigmatica, ambigua, la cui interpretazione non solo è plurivoca, ma è addirittura difficilissima, se non impossibile (si osservi, in tal senso, il dipinto Chiudo la porta su me stessa).

A Blue Curtain, 1909

Nelle opere khnopffiane quest’enigmaticità viene raggiunta anche attraverso una «figurazione estenuata ed androgina» (Cristian Camanzi) e mediante l’adozione di una tavolozza giocata su toni aranciati e blu. Significativo, in tal senso, anche l’utilizzo di tagli rettangolari e strettissimi, chiaramente ispirati alla fotografia (tanto che, più di composizioni, sarebbe più lecito parlare di inquadrature, stante l’analogia con le riprese fotografiche). Nonostante la consistenza di queste peculiarità Khnopff è un artista dalle sicure competenze tecniche: egli, infatti, non esitava a spaziare nei vari generi di rappresentazione (fu infatti paesaggista e ritrattista, ma anche scrittore e conferenziere) e a confrontarsi con le tecniche artistiche più disparate, maneggiando con disinvoltura pastelli, acquerelli, disegni ed olio (Sophie A. Deschamps, ad esempio, ne decanta «la perfezione del disegno»).

Nell’universo figurativo di Fernand Khnopff, poi, un caratteristico posto di rilievo spetta alla figura della donna: «Pura come una vergine o tendenzialmente criminale, virtuosa fino alla morte o insensibile meretrice bramosa di seme, fertile madre o sadica divoratrice di menti maschili: diverse e contraddittorie sono [nelle opere di Khnopff] le immagini della donna, di una donna che, all’alba del nuovo secolo, andava rivendicando un suo proprio ruolo sociale emancipato dalla schiavitù del maschio padrone.» (Barbara Meletto) Come emerge dalla precedente citazione, Khnopff vive con grande trasporto figurativo il suo rapporto con le donne: donne che, tuttavia, vengono indagate non secondo il giudizio estetico, bensì con il ricorso a una superiore spiritualità. Khnopff, infatti, non si lascia allettare dalla bellezza intrigante dei soggetti e ne scandaglia piuttosto la psiche con grande sensibilità, lasciandone emergere i sentimenti più reconditi e nascosti.

Ecco, allora, che le donne khnoppfiane incarnano due tipologie femminili conflagranti. Da una parte, infatti, abbiamo femme fatales voluttuose, sensuali e aggressive, in grado di assoggettare ingannevolmente gli uomini al loro volere, e dall’altra donne-angelo bellissime, pure, spirituali, eppure pallidissime, algide, le quali rivolgono allo spettatore uno sguardo vuoto e minaccioso, senza tuttavia parlare: il silenzio che grava sulle opere di Khnopff, infatti, è palpabile e rumorosissimo. Spesso, poi, Khnopff dimostra come questi due mondi apparentemente antitetici siano in realtà due facce della stessa medaglia. (tratto e adattato da Wikipedia)

Posthumous Portrait of Marguerite Landuyt, 1896, Oil on canvas, 72,5 x 74,5 cm, Musée Royaux des Beaux-Arts, Bruxelles

Angela Greco, 15 novembre

La pioggia di novembre asfalta il cielo, nuovo
ferragosto nella stagione sbagliata; alle finestre,
est-ovest, gli antipodi parlano di marzo e delle sue idi.
Ogni quindici s’incontrano i bracci della croce;
nessuna precedenza in questo quadrivio, qualunque
mese sia lo decreterà un’assenza. Guardo in lontananza
la Murgia scurita dai tuoni e con materna devozione
confondo il ruolo delle pietre, spese per anni
a costituire confini crollati senza molti perché.
.
Una casetta da bambini graffia il muro dell’ospedale;
un presagio, un ritorno alle armi del vincitore e a te,
matita sottile che ridisegna i chiaroscuri della mia figura.
S’addensano il giorno del colore delle mie scarpe
e la mano bianca che preme sul foglio virtuale del sole;
personalissime luci brillano più in là, candeline di cui
si è perso senso e numero. Faccio comunque gli auguri,
oggi, al tempo ritrovato e alle domande che verranno.
Un blues accompagna le pozzanghere ed il loro riflesso.
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La pioggia ha precisione chirurgica: ricomincia
esattamente appena varcata la soglia di casa, al giro
di chiave che apre la mattina senza ombrello.
L’attesa diventa dimensione d’elezione nella cronaca
di questo inverno ancora tutto da smontare.
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Angela Greco

Correnti Contrarie, poesia di Angela Greco, su ViviMassafra – intervista di Mariella Orlando

“CORRENTI CONTRARIE”: NEI VERSI SENSUALITÀ E FEMMINILITÀ

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http://www.vivimassafra.it/notizie/item/8491-correnti-contrarie-nei-versi-sensualita-e-femminilita

Lo scorso 9 novembre, presso il bar Aurora di Massafra, Angela Greco ha presentato alla città il suo nuovo libro di poesie “Correnti contrarie” edito Ensemble Editore.

Ad accompagnare l’autrice per la prima presentazione della sua ultima fatica letteraria i poeti Nunzio Tria e Michelangelo Zizzi (nella foto in basso, da sinistra, nell’ordine).

Nunzio Tria si è soffermato sui temi oggetto della poesia di Angela Greco che ha commentato leggendone i versi.

Michelangelo Zizzi ha invece commentato la struttura delle poesie e la tecnica di scrittura, anch’egli leggendo alcuni componimenti.

Corale l’elogio alla poetica di Angela Greco giunto dai due relatori che l’hanno definita una poetessa matura con una grandissima capacità espressiva. Apprezzate, tra l’altro, l’originalità stilistica e la raffinatezza culturale delle citazioni letterarie ed artistiche presenti nelle poesie.

Al termine del riuscito quanto partecipato incontro con Angela Greco, si è aperto un vivace e stimolante dibattito che ha dimostrato l’interesse suscitato nel pubblico dalla nuova opera.

Per conoscere nel dettaglio “Correnti contrarie” abbiamo intervistato l’autrice.

Qual è la fonte di ispirazione da cui scaturisce il libro “Correnti contrarie”?
“Il libro nasce come risposta ad una poesia di un altro autore e soprattutto amico, Flavio Almerighi, ‘Lettera a Clara”. Il nucleo centrale del libro rappresenta infatti una risposta a questa lettera. Di lì si sono poi dipanate le varie vicissitudini che Clara ha vissuto. Ho improntato il libro su questa figura di donna in attesa di un ritorno, ma anche di conoscere qualcosa di se stessa.”

Clara è la protagonista di “Correnti contrarie”, come descriverebbe questa donna?
“Le donne delle mie poesie, protagoniste della maggior parte della mia produzione tra cui anche Clara, racchiudono in parte la mia idea generale di donna; sono persone un po’ retrò, ancora capaci di attendere e di condividere il loro tempo-spazio con l’altra metà del cielo, moderne nella loro indipendenza soprattutto dai luoghi comuni e capaci di credere ancora nell’altro, nel genere umano nonostante tutto. Mi assomigliano insomma.”

In questa silloge i componimenti sono divisi in quattro sezioni, tante quante sono le stagioni. Cosa l’ha portata a questa scelta?
“È stata una scelta quasi istintiva, legata al fatto che la mia Clara è nata in inverno. L’incontro con la poesia ‘Lettera a Clara’ di Flavio Almerighi è avvenuto proprio il 21 dicembre scorso e di lì ho pensato di dividere il libro in quattro sezioni, ognuna rappresentante una stagione, così da riportare nel poemetto un intero anno solare. In realtà le stagioni a cui mi riferisco, fugando la banalità, sono quelle che ancora devono arrivare.”

Quindi parliamo delle stagioni dell’anima, possiamo dirlo?
“Sì, anche se il concetto di anima è argomento di altra competenza, possiamo dirlo. Il libro è nato in un nevoso e non usuale, per le nostre latitudini mediterranee, inverno in cui è stata forte la speranza di primavera. Il volume è stato pubblicato poi alla fine dell’estate per cui ci siamo ritrovati agli antipodi, correnti contrarie appunto, l’inverno e l’estate in attesa di una primavera.”

La primavera può essere lo sbocciare della poesia?
“La poesia può essere considerata, romanticamente, una primavera. Secondo me, è una epifania dopo il buio della stagione rigida nel momento in cui si pensa ad essa come ad un’esplosione di colore e luce. L’esplosione di colore nella mia poesia, oltrepassando la metafora, deriva anche dalla passione per la pittura. In ‘Correnti contrarie’ sono infatti citati alcuni tra i miei pittori preferiti, Hopper ad esempio, a cui ho dedicato un’opera successiva intitolata ‘Prospettiva Hopper’ di cui un estratto è in uscita in collettanea per Fallone Editore.”

Esiste un filo conduttore che unisce i vari componimenti inseriti in “Correnti contrarie”?
“Sì, il filo conduttore esiste poiché ‘Correnti contrarie’ è un poemetto e, come tale, è un’opera unica non frammentata in vari componimenti indipendenti. Le poesie sono collegate dal filo dell’attesa, ma soprattutto della passione vissuta nell’attesa che si realizzi l’incontro. Le poesie erotiche, anche quelle maggiormente carnali, pur nella contingenza dell’atto che descrivono, soffrono l’attesa e sono sempre riferite a qualcosa di più grande che va oltre lo stesso corpo.”

Quindi la poesia va oltre la carnalità?
“Sì, in molte mie opere tento di andare oltre la carnalità, perché penso che la poesia debba raccontare il corpo, la carne, ma anche lasciare qualcosa che rimanga oltre il tangibile.”

Per chiudere un’ultima inevitabile domanda: perché un lettore dovrebbe scegliere “Correnti contrarie”?
“Sorrido ringraziando e complimentandomi per l’intervista, che in questa domanda rivela la professionalità di chi l’ha condotta, e rispondo sottolineando che non sto aggirando il quesito. Non siamo noi a scegliere un libro di poesia, è la Poesia che ci sceglie anche quando si decide di acquistare un libro a scapito di un altro.”

Mariella Eloisia Orlando

Paul Celan, due poesie: Corona e Dodici microliti

CORONA

Dalla mano l’autunno mi bruca la sua foglia: siamo amici.
Noi sgusciamo il tempo dalle noci e gli insegniamo a camminare:
il tempo ritorna nel guscio.

Nello specchio è domenica,
nel sogno si dorme,
la bocca parla vero.

Il mio occhio scende al sesso dell’amata:
noi ci guardiamo,
noi ci diciamo cose oscure,
noi ci amiamo come papavero e memoria,
noi dormiamo come vino nelle conchiglie,
come il mare nel raggio sanguigno della luna.

Noi stiamo alla finestra abbracciati, dalla strada ci guardano:
è tempo che si sappia!
È tempo che la pietra si degni di fiorire,
che all’affanno cresca un cuore che batte.
È tempo che sia tempo.
È tempo.

[Traduzione di  Stefanie Golisch]

*

DODICI MICROLITI

In ogni prima parola di una poesia si concentra la lingua intera.

Storia strana, la storia del nostro mondo: non tutta del mondo, non tutta nostra, non tutta storia; non tutta così strana.

“Questa qui è la mappa del silenzio”, disse il saggio, mentre attaccava un grande foglio nero alla parete. “Calcolate la scala!”.
Uno dei discepoli la calcolò.

Le poesie non cambiano certo il mondo, ma cambiano l’essere-nel-mondo.

Andare nel deserto, poter giungere fino al suo centro più rovente per sotterrare lì la pianta della città dei mille pozzi.

La poesia, non s’impone più, si espone.

La poesia che viene al mondo vi giunge carica di mondo.

Una domanda risuona: “Che ora sarà?”
Gli sguardi vanno tutti nella stessa direzione: lì è la bocca sibillina, parlerà senza veli. Dice: “L’ora di oggi. L’ora di oggi e di sempre”.

La poesia è monotona. Nessuno diventa ciò che non è.

Si tratta sempre di inizio e fine; in mezzo c’è solo l’istante.

“Dove si va? Sempre verso casa”. Fanno così. Io no! Sto di casa nel verso, che va e va.

Dell’irriconoscibilità delle mie poesie mi ringrazio molto.

*

[il secondo testo qui proposto è tratto da MICROLITI (Zandonai Editore, trad. dal tedesco di Dario Borso) — per questo articolo si ringrazia il blog La poesia e lo spirito — immagine d’apertura: opera di Alberto Burri, Sacco, 1953]

Angela Greco, Quasi una biografia

«Il poeta abita nel sottoscala
davanti al quale tutti
passano senza notarlo.»
Hugo von Hofmannsthal
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«La poesia è un dono fatto agli attenti
Un dono che implica destino»
Paul Celan
.
Le mattine iniziano di traverso, prima del sole
e con la penna in mano. Ti chiedi cosa ci sia dietro
entusiasmo e sorriso ed ecco la terra, la grave e
lo stillicidio, la spalla e il fuoco, l’ostinazione
del caprifico tra tufo e ferro. Nell’interstizio di una
connessione sbagliata, nello spazio disatteso che
scardina l’entrata, il verde s’appella alla luce e azzarda
l’affaccio che non t’aspetti, sulla strada.
In attesa della prossima primavera.
.
Il dio dentro è lotta contro la sequenza della perdita
del cinema all’aperto e dei suoi bianco e nero;
senza maschera e abbracci rubati, la scena decade
nel suo destino di parietaria e vetri rotti, fughe feline
e legni neri ai piedi del duomo. L’equilibrio è cava minata
da estrazioni e segni di passaggi. Poi, una fotografia
cesella abilmente il blocco e l’intaglio scarno sposta
lancette, giorni e sguardo.
.
Cosa ci sia alle spalle lo sanno la carta e la croce;
questa curiosità saturnina, iniziata con un’anamorfosi,
riporta luce tra cardini in disuso. Dimmi tutto il resto
oltre quel segno grafico verde, perché non è vero
che non parlo mai di me. L’alba fa di questi scherzi,
mentre Goya inizia a lavorare sulle pareti di casa.
.
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Angela Greco (novembre ’17)

Salvatore Toma, versi da Canzoniere della morte

da Salvatore Toma, Canzoniere della morte (Einaudi, a cura di Maria Corti)

Un amore

Non si può soffocare a lungo
un amore.
Lo si può ritardare questo sì
per vari comodi
o per estreme deludenti sensazioni
ma alla fine trionfa.
Lo si può nascondere
con violenza per anni
o con indifferenza
lo si può pietosamente subire
e soffrire in silenzio
ma alla fine trionfa.
E’ un plagio istintuale
rapace che ci assale
serenamente ci opprime.
Così accadde a noi
tanti anni fa.
Dopo il fulmine
cercammo storditi
umanamente il sereno
il refrigerio del distacco
sperammo a lungo con passione
nella morte dell’altro
adducendo l’imprevedibile
trincerandoci ostili a combatterlo
armati di nuove prove
e insormontabili difficoltà.
Ma l’ultimo appuntamento
sarà inesorabile
più delle nostre vili paure.
Come tanti anni fa
riaccadrà.

Quando sarò morto
e dopo un mese appena
come denso muco
color calce e cemento
mi colerà il cervello dagli occhi
se mi si prende per la testa
(l’ho visto fare a un mio cane
disseppellito per amore
o per strapparlo ai vermi)
per favore non dite niente
ma che solo si immagini
la mia vita
come io l’ho goduta
in compagnia dell’odio e del vino.
Per un verme una lumaca
avrei dato la vita:
tante ne ho salvate
quando ero presente
sciorinando senza vergogna
l’etichetta della pazzia
con l’ansia favolosa di donare.
Per favore non dite niente.

Non ti credo
ma c’è chi giura che esisti,
forse non ti so cercare
o rassegnarmi a cadere
e tu giochi a nasconderti
non ti fai trovare,
sembriamo
due strani innamorati
ma io ti sento
qui alle mie spalle,
a volte mi sento toccare.

[Quad. XIX, 12 ]

*

Avanzava il capodoglio
nella notte nera
a gran velocità
enorme
aveva lasciato
l’immensità dell’oceano
per venire a morire sulla sabbia.
Sfrecciava tra i bagnanti
senza toccarli
senza nemmeno sfiorarli
non vedeva che la morte
davanti a sé il sonno eterno
il plagio irreversibile
lì fra le scogliere.
Ma una volta arenato
i pescatori gli tagliarono
il ventre con lame acuminate
lo rimorchiarono al largo
giocavano con l’idea
di veder l’acqua tingersi di rosso
divertendosi a corrompere usurpare
la purezza invincibile del mare.
Allora dalla vicina scogliera
un dio superbo un po’ demone
sottoforma di mantello
volò nell’aria
catturò i vigliacchi
li frustò allo svenimento
li rese mendicanti
spogli di tutto
venditori per le vie del mondo
di collane ciondoli souvenirs
quadretti raffiguranti
corpi marini balenotteri
squali scene segrete
del profondo mare.
Il cielo inabissò
nel vuoto più completo
solo una luce strana violenta
riservata ai grandi eventi
serpeggiò nell’aria
per un attimo illuminò l’oceano
e gli uomini si tinsero
dei loro veri volti
crudeli spaventosi
ineguagliabili belve
senza forma e senza speranza.

Io spero che un giorno
tu faccia la fine dei falchi,
belli alteri dominanti
l’azzurrità più vasta,
ma soli come mendicanti.

[Quad. XIX, 11 ]

.

Nel 1951 nacque a Maglie, cittadina situata in provincia di Lecce, Salvatore Toma, poeta decadente, di famiglia di fioristi di antica tradizione, morto suicida a 37 anni. La redazione della prima, raffinata, lungimirante antologia delle sue liriche, pubblicata per Einaudi nel 1999, è stata curata da Maria Corti, che divide le produzioni di Toma, o Totò Franz, come amava farsi chiamare, in tre sezioni, riprendendo la suddivisione già proposta da Donato Valli: la vita e la morte, l’uomo e la bestia, il sogno e la realtà. Frequenta il liceo classico, ma non prosegue gli studi, anche se coltiva da autodidatta le materie che più gli interessano: letteratura e ovviamente poesia. Vive nella tenuta dei genitori occupandosi della campagna e trascorrendo ore in un bosco di querce, “le Ciàncole”, appostato comodamente sui rami di un grande albero. Pubblica (dal 1979 al 1983) sei raccolte di poesie, rispettivamente: PoesieAd esempio una vacanzaPoesie scelteUn anno in sospesoAncora un anno e Forse ci siamo. Dopo la scomparsa della Corti, avvenuta nel 2002, la poesia di Toma rischiava di essere definitivamente dimenticata. Un folto gruppo di intellettuali meridionali promosse una raccolta di firme per chiedere la ristampa del volume al tempo esaurito, tentando anche di rilevare i diritti di autore per pubblicare il libro altrove. L’iniziativa provoca una vasta eco in tutta Italia e la casa editrice decide, di ristampare il Canzoniere. (notizie dal web)

Amore e Psiche tra classicismo e neoclassicismo – sassi d’arte

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La favola di Amore e Psiche, dal libro “Le Metamorfosi” di Apuleio del II sec. d.C., narra la storia della giovane Psiche, la cui indescrivibile bellezza scatena la terribile gelosia di Venere e l’amore appassionato di Cupido. Scoperta su istigazione delle invidiose sorelle la sua identità prima di potersi ricongiungere al suo divino consorte, Psiche è costretta a effettuare una serie di prove, al termine delle quali otterrà l’immortalità. Come in una sorta di percorso iniziatico, superate le prove richieste dalla dea, Psiche giunge all’Olimpo dove sposerà il suo Amore. I molteplici e affascinanti piani di lettura che la favola di Apuleio offre hanno, nel corso della storia, fornito straordinari spunti di ispirazione dal mondo classico e fino ai secoli successivi, appassionando tutte le arti ad un tema ampiamente riprodotto nel Rinascimento e, soprattutto, nel Neoclassicismo.

Amore e Psiche è un gruppo scultoreo conservato presso i Musei Capitolini di Roma, nella Sala del Gladiatore (fotografie dal sito Italian Ways); estratta dal marmo, la scultura è alta cm 125 e si rifà ad un originale greco del II secolo a.C. Rappresentati avvolti in un serrato abbraccio e nell’atto di baciarsi, le due figure gravano con il peso sulla gamba interna, con l’anca fortemente sbilanciata all’esterno, in un’impostazione che determina una rotazione vistosa del busto così da far “riunire” i due nell’abbraccio stesso e sono raffigurati in totale nudità, ad eccezione di un mantello, che ricopre la parte bassa del corpo di Psiche, ricadendo con un gioco di pieghe tra le gambe.

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Si tratta di un tema che ebbe molta fortuna, anche letteraria, nel mondo romano, ripreso da Apuleio nelle Metamorfosi: raffigurando l’unione tra divini e mortali, fu utilizzato per giustificare unioni tra casati nobili e ceti plebei, ma fu anche usato come simbolo del passaggio dell’anima (Psiche) ad una vita beata, oltre quella terrena. L’opera, copia di un famosissimo originale di età ellenistica, è stata datata alla tarda età adrianea / prima età antonina. Il gruppo scultoreo è stato rinvenuto nel 1749 sul Colle Aventino, presso Santa Balbina, ed è subito entrato nelle collezioni Capitoline. A seguito del Trattato di Tolentino fu ceduto ai Francesi, i quali poi lo restituirono nel 1816. Si dispone di diverse rappresentazioni classiche del soggetto: fra le tante, di poco antecedente al gruppo scultoreo capitolino è la scultura conservata a Berlino in cui Eros ha ali di uccello e Psiche, invece, di farfalla.

Amore e psiche in piedi, marmo, Antonio Canova (1757-1822), Museo dell'Ermitage, San Pietroburgo2006Canova Antonio (1757-1822)1800-1803Russia - San Pietroburgo, Museo dell'Ermitage

Il fenomeno culturale e artistico che caratterizzò la seconda metà del Settecento e almeno i primi vent’anni del secolo successivo, definito convenzionalmente Neoclassicismo, fece della grande civiltà greca e poi di quella romana un modello di vita vero e proprio, posto al centro della produzione delle arti, della musica, della letteratura e della moda, in forte contrapposizione alla teatralità del Barocco e alla frivolezza del Rococò. La scultura dedicata da Antonio Canova ad Amore e Psiche stanti (terza, quarta e quinta immagine nell’articolo) conservata al museo del Louvre, prende vita in un momento d’oro della produzione dell’artista veneto. Fu proprio in questi anni che vennero fissati i canoni estetici delle (sue) “divinità” ricche di dolcezza e di bellezza sensuale. Pur restando folgorato al suo arrivo a Roma dalla bellezza dei marmi di ispirazione classica, Canova ha da sempre cercato di dare non solo un perfetto saggio tecnico di scultura, ma di ricreare in ogni sua opera anche lo spirito della favola antica, come suggestione ed espressione di sentimenti.amore-psiche-stanti

Realizzato tra il 1788 e il 1793 ed esposta al Museo del Louvre di Parigi, Amore e Psiche stanti è uno dei tre gruppi scultorei che l’artista celebratore del neoclassicismo italiano dedicò alla bella storia latina: delle tre versioni, la prima, cronologicamente parlando, quella che ritrae i due protagonisti semisdraiati in un celeberrimo abbraccio, è la più famosa e acclamata dalla critica; ve ne è poi una seconda versione (1800–1803) conservata all’Ermitage di San Pietroburgo, in cui i due personaggi sono raffigurati in piedi ed infine, la terza versione realizzata tra il 1796 ed il 1800 che è, appunto Amore e Psiche stanti. (fonti varie, dal web)

a cura di Giorgio Chiantini & Angela Greco

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*

Jules Laforgue, Apoteosi – con una nota al testo

riproponiamo…

      “Da ogni parte, e per sempre, il Silenzio formicola
Di stelle d’oro a grappoli, che mischiano i loro giri.
Somigliano a giardini con viali di diamanti,
Ma ognuno, solitario, risplende cupamente.”

Il sasso nello stagno di AnGre

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APOTEOSI

Da ogni parte, e per sempre, il Silenzio formicola
Di stelle d’oro a grappoli, che mischiano i loro giri.
Somigliano a giardini con viali di diamanti,
Ma ognuno, solitario, risplende cupamente.
.
E là in fondo, in quell’angolo ignoto, che sfavilla
D’un solco di rubini melanconicamente,
Tremola una scintilla, che ammicca con dolcezza:
Patriarca che guida col lume la famiglia.
.
La famiglia: uno sciame di grevi globi in fiore.
E sull’uno, la terra, Parigi è un punto giallo,
Dove, appesa a una lampada, veglia un povero folle:
.
Nell’armonia del cosmo, fragile meraviglia.
L’unica! Ne è lo specchio d’un giorno¹, e la conosce.
Vi fantastica a lungo, poi ne cava un sonetto.
.
¹ L’uomo riflette l’armonia del cosmo per brevissimo tempo (un giorno), poiché brevissima è la sua vita.

.

Nota al testo – Un primo manoscritto della poesia recava per titolo “Un…

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letture amArgine: Correnti Contrarie di Angela Greco

un grazie di cuore a Flavio Almerighi per l’attenzione e per l’ospitalità!!

almerighi


Fresca di stampa per Ensemble Editore ecco la nuova silloge di Angela Greco. La prima uscita con presentazione si terrà a Massafra (TA) il 9 novembre alle 18,30 presso il Bar Aurora. Chi è nei pressi non può non mancare. Il libro, da una prima ricognizione è decisamente bello, validissimo. Può essere considerata una delle migliori produzioni di questo poeta. (Flavio Almerighi)

Correnti Contrarie Ensemble Editore
http://www.edizioniensemble.it/prodotto/correnti-contrarie/
è acquistabile anche on line e presso tutte le librerie del Regno.

Breve selezioni di testi a cura dell’Autrice

E se poi il sacro
non fosse solo un’invenzione
ma fosse connesso
con la sintesi delle tue labbra?

Un salmo da sciogliere
a rima dischiusa sul percorso
dalla bocca ai tuoi lombi e così sia
nella congiunzione di mani salde
su pianure scolpite dal vento d’oriente
con il fruscio dei tuoi riccioli sul viso,
coro angelico?

Acquisterei una mansarda in centro
e sulla piazza…

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Correnti contrarie di A.Greco letto da Luigi Paraboschi per Versante Ripido

Correnti contrarie, poesie di Angela Greco, Ensemble Ed. 2017, nota di lettura di Luigi Paraboschi.

http://www.versanteripido.it/correnti-contrarie-di-angela-greco-nota-di-lettura-di-luigi-paraboschi/

Tentare una lettura di questo libro potrebbe anche sembrare un’impresa facile, basterebbe etichettarlo sotto la voce “poesie d’amore con forti accenti erotici “e il pacchetto sarebbe confezionato con scioltezza, ma il farlo vorrebbe dire mancare di riguardo ad un’autrice che dietro ogni metafora, sotto ogni allusione più o meno esplicita nasconde un notevole talento poetico e soprattutto occorre, a mio parere, cercare i riferimenti culturali ai quali fa ricorso, perché questi non sono così immediati come invece si potrebbe essere indotti a dedurre da un primo approccio frettoloso e liquidatorio.

Di ciò ci rendiamo conto fin dalla prima pagina ove in esergo appare una poesia d’amore di Kavafis nella quale l’autore ricorda l’antico amore e afferma, lasciandosi travolgere dalla dolcezza del ricordo,

Così riemerge/ Dentro di me – dal Tempo./ dal Tempo… Eventi tanto/ Remoti… Quel ritratto,/ La nave, il pomeriggio/

Anche Greco sembra avere scritto questo libretto con il solo scopo di ricordare un incontro che appare essere stato determinante e sconvolgente, ma, quasi temesse di essere stata troppo esplicita nel suo ricordare, pone anche nel finale del suo lavoro un’altra poesia di Kavafis ove il poeta greco scriveva:

Volevo appenderla a un muro della stanza./Ma l’umidità del cassetto l’ha guastata./ Non la metto in un quadro questa foto./Dovevo conservarla con più cura./ Queste le labbra, questo il viso –ah, per un giorno solo, per un’ora/solo tornasse quel passato./ Non la metto in un quadro questa foto./ Mi fa soffrire vederla così guasta./Del resto, se anche non fosse guasta,/che fastidio badare a non tradirmi –/ una parola o il tono della voce –/ se mai qualcuno mi chiedesse chi era.

E “…che fastidio badare a non tradirmi“ sembra dire pure l’autrice, che peraltro riesce bene nel proprio intento di nascondere l’identità della persona amata ; ove invece non può o non vuole è l’esporre i riferimenti culturali che intrecciano ed attraversano molte delle sua poesie, e sono quasi esclusivamente rimandi a opere di pittori che l’hanno appassionata ed influenzata.

Ma non ci sono solamente questi rimandi artistici a influenzare “correnti contrarie“; l’autrice costruisce lo svolgimento del libro passando da una prima parte narrata in prima persona per sdoppiarsi poi in una parte mediana intestata “Clara risponde“, utilizzando per la sua risposta un altro esergo con una citazione, questa volta di Almerighi (poeta di ottimo livello e spessore culturale ) che dice:

Oggi Clara, è difficile/ dimenticare i nostri primi vent’anni,/ la letteratura oziosa/ diventa improvvisa amnesia/ utile solo a sparire

per concludere poi il suo lavoro tornando ancora alla prima persona singolare, all’IO narrante che fa da filo conduttore.

Per sdoppiarsi, la Greco prende spunto da un quadro di Velasquez dal titolo “las meninas “che tradotto suona “le damigelle“, in cui viene ritratta la figlia del re di Spagna Filippo IV, l’Infanta contornata da personaggi della sua corte.
Ciò su cui vorrei attirare l’attenzione di chi mi legge è il fatto che nella parte sinistra del quadro appare il pittore stesso intento a dipingere, e la tela che noi vediamo a prima vista può apparire un dipinto “aperto”, ma ad un esame attento si dimostra essere completamente ermetico, un’affermazione questa giustificata dal fatto che il dipinto sul quale Velázquez sta lavorando è completamente nascosto alla nostra vista.

Ed ecco come la Greco ne parla assumendo le vesti della sua immaginaria Clara cui ho già accennato

Las meninas* guarda chi non c’è./ Nemmeno la balia che tenta di convincerla, c’è./ Il cane comprende e tace. Pensoso, accetta il piede./ I muri raccontano immagini annerite./ Sulla scala, il padre sale altrove, irraggiungibile;/ rimane semiaperta la porta con l’esterno./ Il ritratto dei due semibusti richiama la memoria/nel punto di fuga, da cui sfugge Clara, vestita di bianco./ La rosa sul petto è la sua stagione./ Il pittore, in fondo, può aspettare.

Ora, se   è vero che “Il pittore, in fondo, può aspettare.”, siamo noi lettori che invece non possiamo farlo e sentiamo il bisogno di entrare meglio nel quadro che la Greco stende con le sue poesie e cerchiamo, attraverso il “punto di fuga, da cui sfugge Clara,” affinità che la fanno accostare a certe figure femminili, (penso a una che mi viene subito in mente dal nome Clelia) ritratte da Cesare Pavese nei suoi racconti e in alcune poesie: donne disincantate, leggermente deluse, abituate a battersi da sole, consapevoli che prima o poi
si pagherà tutto, anche per entrare”

come Greco scrive qui

Nel tempo Clara ha addomesticato l’attacco.// Oggi dà fondo alla riserva nascosta// nell’angolo buio del solaio,// dove ha conservato una foto.// La polvere impreziosisce il ricordo// e prima o poi si pagherà tutto,// anche per entrare.

ed è ancora il Pavese della poesia “Agonia“ che riappare in questi versi ove oltre al rimando per un tempo lontano (il grassetto è mio) fa capolino un accenno vagamente legato all’attualità della situazione politica europea, agganciandosi ancora una volta ad un quadro, di Ensor intitolato “l’entrata a Bruxelles di Cristo” ove il disegno raffigura un ipotetico ingresso trionfale di Gesù nella capitale del Belgio, in onore del quale viene realizzata un’immensa parata, talmente sgargiante e carnevalesca da apparire ridicola e quasi sinistra.

Clara dialoga con l’assenza/e guarda sul davanzale un uovo rotto./ Il predatore ha inciso il guscio con perizia// e le venature di sangue raccontano/ che qualcuno non è nato. Aspetteremo./ La prossima luna nuova ci raddoppierà/ e torneranno sorriso e vent’anni in meno.// Poi sei andato al bar e hai scritto della folla./Ensor avrebbe chiamato in causa Cristo,/ ma Bruxelles oggi è abitata da altri dei/e altre crocifissioni sono in agguato.// Ha guardato le tue mani e ha visto la notte,/ Clara ha il dono dell’ubiquità, ma non lo rivela./ Ha aspettato il sonno, ha preso la valigia piccola/ e ha bussato al civico 41\C insieme alla cartolina./ Ha graffiato versi sul muro, carezzando il bianco./ La lampada ha svelato una sola ombra./

Se si osserva questa poesia non sfuggire che l’artista, come Velasquez nel quadro citato poco prima, scrive/dipinge e si ritrae al tempo stesso nel quadro, come in questa poesia fa Clara che viene ritratta nella prima strofa e nell’ultima in terza persona, mentre nella strofa centrale l’autrice riprende il discorso a due con il suo interlocutore immaginario.

La stessa tecnica di sdoppiamento riappare nella poesia di pag. 32, dove nella terza strofa torna l’IO narrante, mentre nella altre si parla di Clara in terza persona
Voglio essere il segno della tua penna,/ tra lettere e letture che graffiano// nel verso stretto che fascia l’addome.// Nello spazio preciso tra occhio e voce// voglio essere il prefisso che spiazza la ragione// e sgrava l’ignavia del sempre uguale.// Chiedimi la taglia degli slip,/ mentre fumi distratto la prima sigaretta// e parliamo di liste civiche/ al giro di chiave/che inizia l’orario mal stipendiato./ Clara ha le spalle doloranti per questa notte./ Sorride nel letto e guarda nello specchio./ Stringe a sé la maglietta dimenticata a terra.// Avrai freddo per la fretta.//

è ancora Clara quella che scrive a pagina 25, come per dettagliare meglio il proprio temperamento

Non c’è prosa nel mio futuro./ Il racconto ordinato non mi rappresenta./ I dettagli, invece, quelli sì, sanno di me./  

e i dettagli narrativi vengono fuori con precisione ed accuratezza, lo vediamo in un’altra citazione pittorica, quella di pag. 33, ove il rimando ad un’acquaforte di Hopper fa da richiamo ad un struttura poetica in bianco e nero, e lo spezzettamento della narrazione ha scansioni ritmico-temporali che ricordano certe poesie di Lorca:
La stagione di Clara non è l’inverno// benché sia germogliata in dicembre.// L’approssimarsi della pioggia riluce sul muro della chiesa,// incidendo la retina con un angolo alla Hopper.// Le è rimasta la paura di non trovare la strada di casa.// Poi ripete il tuo nome e diventa chiara ogni notte.// Così, prendendoti per mano, procede passo a passo.// La disabitudine aspetta al rientro dal lavoro.// Il treno delle diciannove è in orario. Binario unico.// Gruppo con cane stranito nella sera ghiacciata.// La stazione ha perso l’odore del saluto// e si rabbuia anche la voce delle fermate.// I passi sono sempre gli stessi da vent’anni;// un rettilineo, due svolte a destra e poi casa.// Il lampione ridisegna Night Shadows// all’insaputa dello stesso Edward,// intento alle sue case e ai suoi fari,// mentre attraversi la grafite della sera.// Sto preparando la cena, non tardare.// 

Queste citazioni pittoriche che Greco attua potrebbero anche apparire al lettore come un atteggiamento saccente se non fosse che l’autrice è capace di legare attorno ad esse tutto un vissuto personale mixato tra vagabondaggi artistici collegati agli autori citati – in questo caso Gauguin che fugge da Parigi per rifugiarsi nelle isole Marchesi- e viaggi introspettivi che spaziano da riflessioni sulle condizioni del tempo a vagheggiamenti sentimental-erotici, come in questi versi:

Clara oggi è nuova. Appartiene al domani.// Fuori piove. Più in là insiste il battito feroce//della terra, nel petto, sulla tastiera.// Ti guardo e sono Te Arii Vahine. Ti chiamo.// Le donne di Gauguin hanno tra i capelli fiori grandi//e fianchi confusi con le onde. Coprono l’ancestralità// con un foglio bianco, mentre un animale nero//attraversa lo spazio alle spalle del letto di terra.// Ancora un frutto da cogliere in un nuovo Eden.// Il pomeriggio statuario nella sua impassibilità//ha conti improcrastinabili e simili desideri.// Ho lasciato Parigi per il mio angolo di paradiso.// Lontano da qualsiasi civiltà.

Estrapolo questo verso “Ti guardo e sono Te Arii Vahine” e osservo il quadro citato (immagine d’apertura) che rimanda ad analoghi quadri di Velasquez, Goya, e Manet, dal quale appare evidente la carica erotica ma priva di morbosità di questa figura che sembra affermare la validità di questi versi
Il pomeriggio statuario nella sua impassibilità// ha conti improcrastinabili e simili desideri.

Ma l’erotismo di questa figura al sole in un Eden forse immaginario, cede talvolta il passo ad espressioni che spaziano dalla sacralità come in questi versi di pag. 12

Un salmo da sciogliere// a rima dischiusa sul percorso// dalla bocca ai tuoi lombi e così sia/ nella congiunzione di mani salde// su pianure scolpite dal vento d’oriente/ con il fruscio dei tuoi riccioli sul viso,/ coro angelico?/ 

alla esplicita memoria di atti intimi come qui a pag. 9

Ecco: mi offri il tuo calice tra le mani/ mentre implori il Cielo e lo sguardo al di sopra rivolgi// in una consenziente benedizione il mio capo accompagni// in atteggiamento di perdono per giungere a dissetarci// sacrileghi in gesti che caldi si versano sul seno:// le tue mani valutano terreno di conquista senz’armi// una a una le dita seguono confini// e in ancestrali connubi esplodono i nostri universi// racconti d’altre terre e parole a metà sulla pelle nascosta// archi sottesi tangenti nel punto di massima energia// riversiamo generazioni in segreti mari e colorati lini/ per poi riprenderci assetati e dissennati.// 

o anche a chiari riferimenti fisici quasi scultorei del partner, pur con qualche eccesso linguistico, come qui a pag. 44

La curva purissima delle tue natiche marmoree// declina il risveglio in salita. Ti guardo, Plutone,// in questo rapimento presagio di primavera. Dilati// la pupilla vorace ed è seta la pietra dell’attesa,// davanti all’eros della tua retta nella mia direzione.// La benevolenza delle tue forme scalpella femminilità// sottraendo incertezze ed è un incipit forsennato// la scapigliatura mattutina, che tradisce la notte al caffè./  

e il tutto culmina con un acuto accenno ad un’opera del Bernini “l’estasi di Santa Teresa “nella quale lo scultore ha saputo imprimere nel marmo tutta la carica di un amplesso mistico tra l’Angelo e la Santa, atto che assume però vesti decisamente umane e fisicamente riconducibili ad un amplesso, come è ben detto in questi versi di pag. 52

La certezza sono state le mani sui fianchi. La spinta della plantula// che vince l’inerzia del terreno. Bernini non ha scolpito di meglio// di questa presa carnale nell’atto del rapimento. Poi la frana,// la resa in respiro dell’atto e il vuoto perfetto della beatitudine.// Tregua è morso alla prima pesca; siamo un frutto rubato// e un giardino di disubbidienza, non si può negare.// Neo a ore dieci dell’opera di chiaroscuri innominabili/ 

Ho così completato il mio viaggio attraverso questa raccolta della Greco e ne ho tratto la conferma di quanto devo aver già scritto di lei in altra occasione:
ci troviamo di fronte a una figura nuova nella poesia italiana in possesso di una forma espressiva abbastanza inconsueta nella quale la veridicità dell’espressione, legata a precisi riferimenti culturali, ed a un linguaggio slegato dalle forme consuete, lascia sperare in un interessante sviluppo futuro che mi auguro non sarà sempre confinato entro gli spazi privati di una storia d’amore, ma saprà estendersi anche ad una realtà sociale, come quella del sud e specificatamente di Taranto con i problemi dell’Ilva, realtà a cui l’autrice è a contatto quasi quotidiano e alla quale penso non potrà restare indifferente a lungo con la sua testimonianza di poeta.

* * *

Si terrà a Massafra (TA), giovedì 9 novembre 2017, alle ore 18.30, presso lo storico Bar Aurora (C.so Roma, n.278), la prima presentazione del libro CORRENTI CONTRARIE, poesie di Angela Greco, edito dalle Edizioni Ensemble di Roma. La famiglia Carucci, che si ringrazia, da più di mezzo secolo presente nella vita della comunità massafrese, apre con entusiasmo le porte del suo locale alla poesia, ospitando una lettura di testi ed uno scambio di opinioni sull’argomento a cura di Nunzio Tria, poeta e operatore culturale, e della stessa autrice. Il presente estratto dal comunicato stampa vale come invito.

Dylan Thomas, versi da Poesie inedite

 

La via di mezzanotte, benché giovani ignari la percorrano,
Ospitando pensieri di cielo, o sperando accoglienza,
Reca, al suo termine, pace e abbondanza. Ma è pace
Questo affannato dare ai nervi senza sfogo?
Ed è abbondanza chiodi di garofano ed essenze, miele d’api,
Cibi offerto a sazietà, e parole cortesi,
Un film di gente in movimento,
Con le mani protese a dare e a dare?
Ora dietro lo schermo s’odono voci di megere,
Ombre di mezzanotte d’uno sciame sulfureo
Danzanti nell’incubo ai margini d’un incubo.
Sui loro capi volteggiano nuvole gonfie
In attesa d’aprirsi e che non s’aprono mai,
Il cielo vivo, i volti delle stelle.
.

*

Concepisci queste immagini nell’aria,
Avvolgile nella fiamma, sono mie;
Contrapposte al granito,
Lascia che siano grigie le due pietre,
Oppure, formate di sabbia,
Falle colare, attraverso il pensiero,
In acqua o in metallo,
Scorrenti e fondenti sotto la calce.
Scolpiscile nel sasso,
Così che, per non essere deturpate,
Induriscano e riprendano forma
Come segni che io non le ho umiliate
A un più frivolo stato
Con la punta d’amore o il rosso calore della mano.
.
.

Dylan Thomas (Swansea, 27 ottobre 1914 – New York, 9 novembre 1953), da Poesie inedite, Einaudi Editore (dalla quarta di copertina:“Le poesie che qui si presentano coprono un arco di tempo che va dal giugno 1930 al dicembre 1933 e cioè all’incirca dai quindici anni e mezzo ai diciannove dell’autore […]”)

Angela Greco, 4 novembre

Due falangi stringono l’assedio
nero tra le dita. A San Sebastiano
continuano le frecce nella carne.
Garofani rossi, uno ciascuno, e l’odore
selvatico di menta sotto i piedi; chi ricorda
in qualche modo torna sempre.
.
La mano sul cuore appena prima
del silenzio d’ordinanza ed un piede fuori
dalla linea. Segna la base d’appoggio
un susseguirsi di quadrati cotti,
ognuno col suo uomo di Vitruvio nudo
davanti alla battuta finale.
.
Riprendiamo la marcia di montagne forate,
attraversate nei due e più sensi al buio,
e in trincee non lontane ci riappacifichiamo
col nemico di sempre, al sole della meridiana
che propizia segna l’ora nuova col tuo nome.
.
.
Angela Greco (novembre 2017)
 .

in foto: Castelbolognese (RA), a pochi chilometri dalla Linea Gotica, Chiesa di San Sebastiano, XVI sec.; un affresco attribuito a Girolamo da Treviso il Giovane (1494-1544), purtroppo irreparabilmente danneggiato durante l’ultimo conflitto mondiale, fa da sfondo all’altare – foto by AnGre. La chiesa è dal 1924 sacrario dei Caduti per la Patria; nel Parco che circonda la chiesa, detto della Rimembranza, sono disposti in tre filari curvi a esedra novanta tra pini e cipressi, intervallati da differenti arbusti posti dopo il 1945, ognuno dei quali ricorda un caduto della Prima e della Seconda Guerra Mondiale il cui nome è scritto su una targhetta fissata vicino a ciascuna pianta. Questa chiesetta, tutto quel che rimane del periodo rinascimentale locale, è aperta e visitabile soltanto nei giorni 1-2 e 4 novembre.

Milan Nápravník, dall’antologia Il nido del buio, Samovar siamese

Apprendiamo con tristezza, in questo pomeriggio del 3 novembre 2017, da un messaggio di Roberto Bertoldo che “purtroppo Milan Napravnik, uomo sensibile, poeta raffinato, intellettuale puro, è mancato una settimana fa, pochi giorni dopo averci consegnato un saggio di estetica (tradotto da Antonio Parente), che pubblicheremo il prossimo anno (per Mimesis Hebenon) .” 

Milan Nápravník, Samovar siamese

Mentre vagabonda per il mercato
Dalle tasche bucate gli scorrono zolle di silenzio
Scruta le crudeli palle d’oro
E le collane di diamanti di pretzel appesi al filo
della magia nera
La vecchietta in cappotto che vende mobili Luigi XIV
Frammenti di macchinette
Lunghi sipari di facezie
Curvi bilancieri iridescenti tubi degli obblighi e un coltello patrizio
Poi stringe la mano al venditore di baccani
E si ferma davanti alla mostra di specchi scannatori
Dall’amico Jean-Louis Bedouin uomo dal vino amaro
E dal carattere forte
Armadi di umorismo schietto e di rabbia creativa
Je n’écris rien au cours de douze ans! urla
con disperata alterigia
Je n’ai pas perdu l’usage de mom sens!

Mon sens
Si fa strada nel labirinto di cerchi veneziani
E dà una scorsa a libri di autori ignoti
che immolarono ai propri scritti tutto il loro sangue
S’incurva di cordoglio per l’eccedenza di chiavi
Per la brillantezza delle lucerne delle barche
Per le scatole di fotografie brunite di sconosciuti bruniti
Palpeggiate consunte e ingiallite
Per i documenti di bruniti destini e speranze
Che ancor oggi vanno a fargli visita in sogno
Qui si trovano anche schiere di cent’occhi di bottiglie più disparate
Mare di spezie
Lacrime di strumenti d’ottone per conciare i palmi
E casse e riviste opache che ricordano i tempi di una volta

Non ha ancora fame ma già lo stuzzicano con crauti e senape
Qui c’è anche una credenza stile impero del diciannovesimo secolo
E un antico cassettone su cui posò la mano Mirabeau
Alcuni abiti difettati
Un calamaio di stagno e un frac piomboso
Le grezzi reti di bimbi sgomenti accecati dalle curve
Che sottraggono la lesina
Scogli d’intralcio lame di morti muraglie agglomerate
E profezie
Che lo illudono che incontrerà una donna
Con la quale potrebbe fondersi per dar vita ad una creatura androgena
Senza dover per questo perderla
Soltanto astiose profezie che simulano grandine dorata
Astiosa sfera dell’impossibile

Certo
Tutto è solo ciarpame
Le grezze scodelle per il male hanno migliaia di anni
Così come i ciottoli di agata
Lo zolfo postumo dei sogni
Dune di morte e vento nel non lontano cimetière de Batignolles
dove riposa il siderale André Breton
La curva del girasole
Che segue la luce della Luna da sud a nord
Il cratere della solitudine nel bel mezzo di monti forestieri
Pietra-stella
L’oro del tempo
L’istinto sovversivo dei geni creativi
L’acciaio degli spari
L’infinita preghiera della poesia all’infinita indifferenza dell’essere

Che farne delle angosce che nessuno vuole?
Non si può pagare qualcosa in più affinché qualcuno le porti via da lui
Non le si possono regalare a meno che il regalo non debba somigliare ad un assassinio
Non ci si può far strada da vedenti attraverso i vicoli ciechi
Alla fine del cimitero compra la statua spezzata del figlio
Veritiera solo perché
È senza testa

*

poemetto tratto da Il nido del buio (trad. dal ceco di Antonio Parente), Mimesis Hebenon, 2009

immagine d’apertura: opera di Joan Miró

*

Milan Nápravník nasce in Cecoslovacchia nel 1931 e da circa quarant’anni vive in Germania. Conseguita a Praga la maturità scientifica, lavorò per un anno nelle miniere d’oro di Jílové, vicino Praga. Dal 1952 al 1957 studiò drammaturgia alla Facoltà di Studi cinematografici dell’Accademia delle arti performative di Praga. Dopo tre anni di lavori provvisori, nel 1960 iniziò a lavorare alla Televisione cecoslovacca come direttore artistico della redazione per le Trasmissioni per bambini e ragazzi. Dalla seconda metà degli anni 1950 collaborò con il Gruppo surrealista di Praga. Fece il suo debutto letterario nel 1966 con la raccolta Básně, návěstí a pohyby (Poesie, avvisi e movenze), pubblicata privatamente e in numero limitato nell’edizione Speciálky dal pittore František Muzika.  Emigrò dopo l’occupazione sovietica del 1968, dapprima a Berlino occidentale per alcuni mesi e successivamente a Parigi. Dal 1970 si è stabilito definitivamente a Colonia. Duranti gli anni dell’esilio, lavorò prima come redattore radiofonico e successivamente, dalla metà degli anni 1980, come pittore, scultore e fotografo artistico freelance. Nel 1977 ha scoperto l’originale metodo fotografico dell’inversaggio: “l’unione inversa di parti bilateralmente simmetriche” di una struttura naturale (cortecce, pietre, ecc.). Ha scritto varie opere poetiche, dalle quali è possibile tracciare lo sviluppo della sua arte, a partire dagli esperimenti linguistici, che sottolineano il carattere emozionale dell’espressione e dell’attività poetiche, fino alla poetica plasmata dalla contemplazione, che registra il movimento della realtà interiore. Quello che al momento è possibile considerare  il culmine dell’opera di Nápravník, l’opus magnum Příznaky pouště (Deserte visioni, 2001), è una vasta parabola sul minaccioso stato della civiltà contemporanea. È autore anche di vari studi e saggi teorici. Negli anni 1990, suscitarono grande interesse alcuni suoi saggi dove metteva a frutto lo studio sistematico pluriennale nel campo della storia delle religioni. (Antonio Parente, quarta di copertina)

– per questo articolo si ringrazia Roberto Bertoldo per il dono del libro –