Nel giorno di San Nicola la poesia unisce…

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🕊

Due poesie di Sergej Esenin (1895 – 1925; poeta russo)

.

Sul piatto azzurro del cielo
C’è un fumo melato di nuvole gialle,
La notte sogna. Dormono gli uomini,
L’angoscia solo me tormenta.

Intersecato di nubi,
Il bosco respira un dolce fumo.
Dentro l’anello dei crepacci celesti
Il declivio tende le dita.

Dalla palude giunge il grido dell’airone,
Il chiaro gorgoglio dell’acqua,
E dalle nuvole occhieggia,
Come una goccia, una stella solitaria.

Potere con essa, in quel torbido fumo,
Appiccare un incendio nel bosco,
E insieme perirvi come un lampo nel cielo.

**

Non invano hanno soffiato i venti,
non invano c’è stata la tempesta.
Un misterioso qualcuno ha colmato
i miei occhi di placida luce.

Qualcuno con primaverile dolcezza
ha placato nella nebbia azzurrina
la mia nostalgia per una bellissima,
ma straniera, arcana terra.

Non mi opprime il latteo silenzio,
non mi angoscia la paura delle stelle.
Mi sono affezionato al mondo e all’eterno
come al focolare natio.

Tutto in esso è buono e santo,
e ciò che turba è luminoso.
Schiocca sul vetro del lago
il papavero rosso del tramonto.

E senza volerlo nel mare di grano
un’immagine si strappa dalla lingua:
il cielo che ha figliato
lecca il suo rosso vitello.

.

🕊

Due poesie di Viktor Neborak (1961; poeta, prosatore, critico letterario e traduttore ucraino)

.

La gabbia con il leone

Il leone è colui che emana fiori di sangue,
baffuto Maupassant, la morte con la criniera,
inspira col respiro le belle donne oltre le sbarre
e lecca la soave durezza dei loro ventri.
I loro capelli fluttuano attraverso il ferro,
i loro fianchi si muovono, tremanti,
le loro dita nella criniera, come in un bosco,
sono camosci pavidi, goccioline amare,
le gole di cristallo, gli occhietti
fumosi, le lingue vivaci…
S’intreccia un dolce sospiro nella criniera,
urlano le leonesse, impallidiscono i giovani.

**

Monologo canino

Il corpo del defunto è stato rinvenuto
nel fosso in mezzo al cortile, appeso
alla catena, ed è stato seppellito
dietro l’orto

Giulbars s’è impiccato – un cane suicida!
L’anima di Giulbars la cacceranno dal cielo.
Là gli diranno: non sei crepato come si conviene!
Là lo tireranno su per la coda e per …

Giulbars si è impiccato alla catena, di notte,
Proprio un kino nocne 1: spettatori-ratti,
e sospiri, e ululati,
e corteggiamenti, e copulazioni!

Giulbars s’è impiccato! Ehi, voi, mi sentite?!
Voi leggete “Foglie d’erba”2?
Marquez? Borges? Hesse? “I-ching”?
Giulbars s’è impiccato! Ecco la novità.

Tu ti chiami poeta, e lui – cane.
Te ti tormenta la poesia,
Lui invece – la catena.
Tu un giorno un’imbrattacarte di professione
diventerai,
Invece Giulbars ha scelto non la carne, ma lo spirito!

Per quanto si può abbaiare alla luna!
Per quanto si può aspettare lo stipendio?
Per quanto si può azzannare i vostri sederi? –
Per l’eternità? –
Fino alla morte!

(Che mestiere schizofrenico –
tutta la vita badare ai polli e alle capre
e mandarle al macello… )

La terra e il cielo illumina
La costellazione del Cane!

(Dal web)

AA.VV. Piove…

Pioggia

Pioggia di Charles Bukowski

Un’orchestra sinfonica.
Scoppia un temporale,
stanno suonando un’ouverture di Wagner
la gente lascia i posti sotto gli alberi
e si precipita nel padiglione
le donne ridendo, gli uomini ostentatamente calmi,
sigarette bagnate che si buttano via,
Wagner continua a suonare, e poi sono tutti
al coperto. Vengono persino gli uccelli dagli alberi
ed entrano nel padiglione e poi c’è la Rapsodia
Ungherese n. 2 di Lizst, e piove ancora, ma guarda,
un uomo seduto sotto la pioggia
in ascolto. Il pubblico lo nota. Si voltano
a guardare. L’orchestra bada agli affari
suoi. L’uomo siede nella notte nella pioggia,
in ascolto. Deve avere qualcosa che non va,
no?
È venuto a sentire
la musica.

*

Sulla strada bagnata di pioggia di Peppino Impastato

Sulla strada bagnata di pioggia
si riflette con grigio bagliore
la luce di una lampada stanca:
e tutt’intorno è silenzio.

*

Piove di Guillaume Apollinaire

Piovono voci di donna come se fossero morte anche nel ricordo.
Siete anche voi che piovete meravigliosi incontri della mia vita o gocciolette.
E quelle nuvole impennate cominciano a nitrire tutto un universo di città auricolari.
Ascolta se piove mentre il rimpianto e lo sdegno piangono una musica antica.
Ascolta cadere i legami che ti trattengono in alto e in basso.

*

Da leggere il mattino e la sera di Bertolt Brecht

Quello che amo
mi ha detto
che ha bisogno di me
Per questo
ho cura di me stessa
guardo dove cammino e
temo che ogni goccia di pioggia
mi possa uccidere

*

Temporale di Pablo Neruda 

Tuona sopra i pini
La nube densa sgrana le sue uve,
cade l’acqua da tutto il cielo vago,
il vento scioglie la sua trasparenza,
si riempiono gli alberi di anelli,
di collane, di lacrime fuggenti.

Goccia a goccia
la pioggia si raccoglie
ancora sulla terra.
Un solo tuono vola
sopra il mare e i pini,
un tuono opaco, oscuro,
un movimento sordo:
si trascinano
i mobili del cielo.

Di nube in nube cadono
i pianoforti delle altezze,
gli armadi celesti,
le sedie e i letti cristallini.
Tutto è trascinato dal vento.
Canta e racconta la pioggia.

AA.VV. un bacio, solo uno…

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E ti bacio la bocca bagnata di crepuscolo

No, non voglio baciarti
in una giornata di sole.
Non voglio che sia estate.
Non voglio che sia in mezzo alla folla.
Vorrei baciarti in una di queste sere d’inverno,
quando il sole scolora nel grigio e nel freddo;
quando sarà più facile
trovare, insieme,
l’alba dentro l’imbrunire.

Pablo Neruda

*

Prolungamento di un bacio

Ieri ti ho baciato sulle labbra.
Ti ho baciato sulle labbra. Intense,
rosse. Un bacio così corto
durato più di un lampo,
di un miracolo, più ancora.
Il tempo
dopo averti baciato
non valeva più a nulla
ormai, a nulla
era valso prima.
Nel bacio il suo inizio e la sua fine.

Oggi sto baciando un bacio;
non solo con le mie labbra.
Le poso
non sulla bocca, no, non più
– dov’è fuggita? –
Le poso
sul bacio che ieri ti ho dato
sulle bocche unite
dal bacio che hanno baciato.
E dura questo bacio
più del silenzio, della luce.
Perché io non bacio ora
né una carne né una bocca
che scappa, che mi sfugge.
No.
Ti sto baciando più lontano.

Pedro Salinas

*

Quando ti bacio

Quando ti bacio
non è solo la tua bocca
non è solo il tuo ombelico
non è solo il tuo grembo
che bacio
io bacio anche le tue domande
e i tuoi desideri
bacio il tuo riflettere
i tuoi dubbi
e il tuo coraggio
il tuo amore per me
e la tua libertà da me
il tuo piede che è giunto qui
e che di nuovo se ne va
io bacio te
così come sei
e come sarai
domani e oltre
e quando il mio tempo sarà trascorso.

Erich Fried

*

Il bacio

Poi lei si rigirò su un fianco,
posò il capo sul mio braccio.
La guardai.
Tutto il cielo e la terra
si specchiavano nei suoi occhi.
Seguitammo a guardarci.
Mi pareva che avrei potuto
annegarci nei suoi occhi.
Poi l’accarezzai sul viso,
ci baciammo, la trassi a me.
La strinsi.
Con l’altra mano
le frugavo fra i capelli.
Fu un bacio d’amore,
un lungo bacio di puro amore.

Charles Bukowski

*

Brano scelto da Una lacrima e un sorriso, 1914.

Il primo bacio è il primo sorso del calice riempito dagli dèi alla limpida fonte dell’Amore. Il confine tra il dubbio che rattrista il cuore e la certezza che lo rallegra. Il primo verso nel cantico della vita celeste; il primo capitolo della storia dell’uomo nello spirito. Un legame tra la meraviglia del passato e lo splendore del futuro; che unisce il silenzio del sentimento alla sua canzone. Una parola pronunciata da quattro labbra, che fa del cuore un trono, dell’amore un sovrano e dell’appagamento una corona.

Un soffice tocco, simile alle dita della brezza quando sfiora la rosa, portando un sospiro di gioia e un dolce lamento. Il principio del turbamento e il tremore che separano gli amanti dal mondo della materia e li trasportano nei territori dell’ispirazione e dei sogni. E se il primo sguardo è come il seme che la dea dell’amore semina nel campo del cuore umano, il primo bacio è il primo fiore sul primo ramo dell’albero della vita.

Kahlil Gibran

Paul Celan, tre poesie

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Tre poesie di Paul Celan 

***

Già sono posati i cavi
per collegare la felicità
dietro di te
e le sue ben munite
linee d’emergenza,

nelle città ausiliari,
rivolte a te,
dove a spruzzo diffondono
generatori di salute,
delle melodiche antitossine
annunciano
lo sprint finale
attraverso la tua coscienza.

*

Da Luce coatta e altre poesie postume, trad. Giuseppe Bevilacqua.

~

Corona

L’autunno mi bruca dalla mano la sua foglia: siamo amici.
Noi sgusciamo il tempo dalle noci e gli apprendiamo a camminare:
lui ritorna nel guscio.

Nello specchio è domenica,
nel sogno si dorme,
la bocca fa profezia.

Il mio occhio scende al sesso dell’amata:
noi ci guardiamo,
noi ci diciamo cose oscure,
noi ci amiamo come papavero e memoria,
noi dormiamo come vino nelle conchiglie,
come il mare nel raggio sanguigno della luna.

Noi stiamo allacciati alla finestra, dalla strada ci guardano:
è tempo che si sappia!
È tempo che la pietra accetti di fiorire,
che l’affanno abbia un cuore che batte.
È tempo che sia tempo.

È tempo.

*

da Papavero e memoria, 1952, trad. di Giuseppe Bevilacqua.

~

Espembaum (Pioppo)

Dente di leone, così verde è l’Ucraina.
La mia bionda madre non tornò a casa.

Nube di pioggia, tu ti trattieni ai bordi delle fonti?
La mia sommessa madre piange per tutti.

Stella rotonda, tu stringi il nodo al nastro dorato.
Di mia madre il cuore si piagò di piombo.

Porta di quercia, chi ti scardinò?
La mia mansueta madre non può giungere.

*
da Mohn und Gedächtnis, trad. di Anna Maria Curci (dal web)

***

Paul Celan (Czernowitz, Bucovina, 1920 – Parigi 1970) poeta rumeno di origine ebraica, ha scritto in lingua tedesca; scampato allo sterminio nazista, visse dal 1948 a Parigi, dove morì suicida. La sua poesia, influenzata da Mallarmé, dall’espressionismo e dal surrealismo, esprime le sofferenze del poeta, della sua famiglia e del suo popolo e la tragedia dei sopravvissuti (Papavero e memoria, Mohn und Gedächtnis, 1952) e col passare del tempo il linguaggio diventa sempre più metaforico ed evocativo: la lingua realistica diventa, così, inutilizzabile in quanto lingua di quel potere che ha reso possibili crimini atroci. La parola poetica si fa quasi evanescente e le poesie si compongono di spazi vuoti e delle parole che sono state strappate al silenzio. L’apertura al Dio ebraico in La rosa di Nessuno (Die Niemandsrose, 1963) non cancella la solitudine e l’abbandono, che nemmeno la speranza di libertà, rinata dopo il viaggio a Gerusalemme (Dimora del tempo, Zeitgehöft, postumo 1976), ha potuto colmare.

J.R.Wilcock, due poesie

Due poesie di Juan Rodolfo Wilcock (Buenos Aires, 1919 – Lubriano, 1978) è stato un poeta, scrittore, critico letterario e traduttore argentino naturalizzato italiano.

*

Amanti

L’amore che fa dolce chi aspro era
non si concede ai gregari.
L’amore che ordina le varie percezioni
non resiste alle musiche volgari.
L’amore che fa azzurri l’acqua e l’aria
non può tutto transustanziare.
L’amore che dà senso al mondo esterno
ama il silenzio, la solitudine, il mare

Tu fuso di fuoco interno,
casta rosa radioattiva,
che il transitorio in eterno
muti nella fiamma viva,
effluvio della materia
per te spirito rifatta,
e della nostra miseria
singola ricchezza astratta,
tu brace di ghiaccio emani
la tua immortalità
solo a chi ha pure le mani
dalla comune viltà.

~

Comunque sia, questo mondo è per te

Comunque sia, questo mondo è per te.
Mi sono domandato molte volte
a che serviva, e non serviva a niente,
ma adesso grazie a te ritorna utile.
Fa il conto della merce abbandonata
da Dio e prendila, l’hanno fatta per te
millenni di uomini che non ti conoscevano
ma che cercavano di prefigurare
in templi e tombe di roccia e biblioteche
uno stupore come quello che effondi
quando sorridi e fai fermare il tempo
e tutti ammutoliscono rapiti
e ti alzi e dici, «io me ne vado a letto».
Dormi, al risveglio sarà lì il tuo retaggio:
una città che fu famosa assai,
un fiume sporco cantato dai poeti,
il cinema dove hanno ucciso Giulio Cesare;
e intorno valli, montagne, mari, oceani,
e capitali, e continenti e selve,
e piramidi, e versi, e adoratori
della tua forma esterna o quella interna
e in alto il cielo e il sole e le stelle e la luna
e sulla terra le bestie ubbidienti
a te che infine vieni a giustificare
la loro straordinaria varietà.
È tutto tuo e non finisce mai.

Cesare Pavese, Donne appassionate

Gauguin - Fatata Te Miti (Near The Sea)

Donne appassionate di Cesare Pavese
.
Le ragazze al crepuscolo scendono in acqua,
quando il mare svanisce, disteso. Nel bosco
ogni foglia trasale, mentre emergono caute
sulla sabbia e si siedono a riva. La schiuma
fa i suoi giochi inquieti, lungo l’acqua remota.
.
Le ragazze han paura delle alghe sepolte
sotto le onde, che afferrano le gambe e le spalle:
quant’è nudo, del corpo. Rimontano rapide a riva
e si chiamano a nome, guardandosi intorno.
Anche le ombre sul fondo del mare, nel buio,
sono enormi e si vedono muovere incerte,
come attratte dai copi che passano. Il bosco
è un rifugio tranquillo, nel sole calante,
più che i greto, ma piace alle scure ragazze
star sedute all’aperto, nel lenzuolo raccolto.
.
Stanno tutte accosciate, serrando il lenzuolo
alle gambe, e contemplano il mare disteso
come un prato al crepuscolo. Oserebbe qualcuna
ora stendersi nuda in un prato? Dal mare
balzerebbero le alghe, che sfiorano i piedi,
a ghermire e ravvolgere il corpo tremante.
Cl son occhi nel mare, che traspaiono a volte.
.
Quell’ignota straniera, che nuotava di notte
sola e nuda, nel buio quando muta la luna,
è scomparsa una notte e non torna mai più.
Era grande e doveva esser bianca abbagliante
perché gli occhi, dal fondo del mare, giungessero a lei.

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(da Lavorare stanca, 1936 — in apertura, opera di Paul Gauguin)

 

Due poesie di Eugenio Montale

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Due poesie di Eugenio Montale

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
Perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

~

Esitammo un istante
e dopo poco riconoscemmo
di avere la stessa malattia.
Non vi è definizione
per questa mirabile tortura,
c’è chi la chiama spleen
e chi malinconia.
Ma se accettiamo il gioco
ai margini troviamo
un segno intelleggibile
che può dar senso al tutto.

Due poesie di Raymond Carver

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L’OROLOGIO DI KAFKA

————————————————da una lettera
Ho un impiego con un misero salario di 80 corone e
otto, nove ore di lavoro che non finiscono mai.
Divoro il tempo libero dall’ufficio come una belva feroce.
Spero un giorno di potermi sedere in un altro
paese e guardare fuori dalla finestra verso campi di canna da zucchero
oppure cimiteri maomettani.
Non è tanto del lavoro che mi lamento quanto
della lentezza di questo tempo paludoso. Le ore d’ufficio
non si possono dividere! Sento la pressione
di tutte le otto, nove ore anche nell’ultima
mezz’ora della giornata. È come un viaggio in treno
che dura giorno e notte. Alla fine ci si sente
completamente schiacciati. Non si pensa più agli sforzi
della locomotiva o ai colli o alle pianure
attorno, ma si dà la colpa di tutto quel che succede
al proprio orologio. L’orologio che si continua a tenere
sul palmo della mano. Poi lo si scuote. E lo si porta lentamente
all’orecchio, increduli.
.
.
.

VEGLIA

Attesero tutto il giorno che il sole si affacciasse. Poi,
nel tardo pomeriggio, come un buon principe,
finalmente fece una breve apparizione.
Sfavillò dall’alto sulla cengia ai piedi
delle cime che s’ergevano dietro la casa in prestito.
Ma poi calarono di nuovo le nuvole.
.
Erano abbastanza felici, ma per tutta la serata
le tende s’agitarono melanconiche,
frusciando davanti alle finestre aperte. Dopo cena
loro uscirono fuori sul balcone.
Da dove sentirono il fiume che piombava nella gola e,
più da presso, lo stridio degli alberi, i sospiri dei rami.
.
L’erba alta giurava di stormire per sempre.
Lei gli mise una mano sul collo. Lui le sfiorò una guancia.
Ma da ogni dove spuntarono pipistrelli e li ricacciarono in casa.
Una volta dentro, chiusero tutte le finestre. Si tennero a distanza.
osservarono una processione di stelle. E, di tanto in tanto,
creature che si gettavano in picchiata davanti alla luna..
.
*
.
Raymond Carver (Clatskanie, 25/5/1938 – Port Angeles, 1988), Orientarsi con le stelle – Tutte le poesie (Minimum fax).
Immagine: due illustrazioni di Christian Schloe
.
.
.

Mark Strand, due poesie

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Due poesie di Mark Strand (1934 – 2014), poeta, critico letterario e accademico canadese naturalizzato statunitense.

*

Dal lungo party triste

Qualcuno stava dicendo
qualcosa riguardo ombre che coprono il campo, riguardo
lo scorrere dell’esistenza, di come ci si addormenti verso il mattino
ed il mattino passi.

Qualcuno stava dicendo
di come il vento muoia ma poi ritorni,
di come le conchiglie siano le bare del vento
ma il tempo continui.

Era una lunga notte
e qualcuno disse qualcosa riguardo a come la luna perdeva il suo
bianco
sul freddo campo, come non ci fosse nulla davanti a noi
oltre le solite cose.

Qualcuno menzionò
una citta in cui era stata prima della guerra, una stanza con due
candele
contro un muro, qualcuno che danzava, qualcuno che guardava.
Cominciamo a credere

che la notte non avrebbe avuto termine.
Qualcuno stava dicendo che la musica era finita e nessuno
se n’era accorto.
Allora qualcuno disse qualcosa riguardo i pianeti, riguardo le
stelle,
di quanto fossero piccole, quanto fossero lontane.

***

C’è un’isola nelle tenebre, un luogo di sogno
dove il frusciare del vento vaga su prati bianchi
e scarmiglia le foglie alle piante, le piante alte
venate d’oro che lì fiancheggiano i viali;
e i nuovi arrivati sono felici d’essere le sericee
vestigia di ciò che son stati ma non sanno ricordare;
si muovono al rumore degli astri, che pure è immaginato,
ma a chi importa… le colonne levigate che scorgono
può darsi non siano che fasci di luce, ma per chi
persevera a vivere nel fulgore delle proprie vestigia
ciò conta poco. C’è un’isola
nelle tenebre e tu ti ci troverai, prometto, tu
sarai con me in paradiso, nell’unica stagione dell’essere,
nel luogo del per sempre, tu troverai te stesso. E là
le foglie muteranno colore e mai cadranno, là il vento
canterà e sarà la tua voce come fosse la prima volta.

Traduzioni di Damiano Abeni

Nâzim Hikmet, Notturno in tram a Berlino

Notturno in tram a Berlino

La vecchiaia la solitudine e io
E poi una malinconia tutti
E quattro camminiamo fianco a fianco senza parlarci
Ciascuno cammina solo ma siamo
L’uno a fianco dell’altro
Che cosa non avremmo dato gli uni
E gli altri per non sentire
Il rumore dei passi gli uni degli altri
Dentro di noi abbiamo pietà imprechiamo
Gli uni contro
Gli altri ma ci amiamo perchè non crediamo
Gli uni negli altri
Che cosa non avremmo dato per arrivare
A un incrocio e infilare presto
Quattro strade diverse ma non so
Se uno di noi morisse se
Quelli che restano sarebbero contenti
La vecchiaia la solitudine e io
E poi una malinconia tutti e
Quattro camminiamo fianco a fianco
La notte prendiamo il tram i tram
Che non sappiamo dove vadano
La notte i tram puliti larghi a tre vagoni ci portano in
Qualche luogo con stridori sferragliamenti
A un tratto si levano davanti a noi
Dei muri bruciati e sotto
Il riverbero dei lampioni marciano
Diritti e testardi verso di noi
Delle finestre appaiono davanti a noi
E vengono in folla verso
Di noi schiacciandosi l’una con l’altra
Finestre che non hanno né vetri né  infissi
Che non sono finestre
Delle stanze degli uomini ma finestre del vuoto
Passiamo davanti alle porte senza battenti le porte
Che aprono su nulla
Sui marciapiedi degli uomini con tre punti
Sopra il bracciale aspettano il tram
Sono appoggiati sui loro bastoni
Dalle punte di gomma
Non so se tutti i muti sono anche dei sordi
Ma certo la maggior
Parte dei ciechi sono dei ciechi
Con gli occhi aperti e le luci dei
Tram cadono nei loro occhi aperti ma loro
Non si rendono conto
Che la luce cade nei loro occhi
Vecchie bigliettaie stanche fanno salire
I ciechi sui tram
Donne che mi avete guidato teneramente
Tenendomi per mano
A quasi tutte voi non ho dato che qualche poesia
E forse un po’ di tristezza
Sono grato a voi tutte
Traversiamo le tenebre degli spiazzi vuoti
Dove crescono i ciuffi d’erbacce
I tram traversano le piazze i cui palazzi barocchi
Sono distrutti
E le pietre bruciate spezzate si somigliano
Talmente che la testa
Ci gira e giriamo in tondo
Questa città è tutta bucata perchè ha mandato
I suoi soldati
A distruggere altre città
Ho visto città rase al suolo avevano mandato
I loro soldati a distruggere
Altre città e i soldati delle altre città le avevano
Rase al suolo
Ho visto città che preparavano i loro soldati
Per mandarli
A distruggere altre città ed essere distrutte esse stesse
Dei violinisti salgono in tram con le scatole
Dei violini sotto
Il braccio e i loro lunghi capelli tristi non riescono a
Nascondere la loro calvizie
Questo agosto è forse l’ultimo agosto del mondo
Ha chiesto uno dei
Violinisti alla bigliettaia in una lingua
Che non conosco
Sulle piattaforme dei tram ci sono dei giovani
In collera
Credo ch’essi stessi non sappiano perchè e contro
Chi sono in collera
Che ora sarà adesso all’avana amore mio
Sarà notte o giorno
Le ragazze scendono dai tram
Le loro gambe sono abbastanza ben fatte
Senza fare un gesto seduto dove sono le seguo
E sotto il ponte
Di pietra sento vicinissimo al mio viso il calore
Delle loro bocche e
Volto la testa a una giovane donna che mi tocca
La spalla senza ch’io sappia dov’è
I suoi capelli son paglia d’oro le sue ciglia azzurre
Il suo collo bianco è lungo e rotondo
Alle fermate vecchie donne terribili con cappelli di
Paglia nera traversano le rotaie tenendosi per mano
L’uomo seduto alla mia destra s’è inabissato
Dentro se stesso
S’è perduto dentro se stesso
È così lo so è così che la vecchiaia comincia
Tuttavia non è in mio potere non cadere nelle
Onde tristi
Così comincia la vecchiaia
L’uomo seduto alla mia destra è caduto ancora
Nelle onde tristi
Alla porta del deposito siamo scesi dall’ultimo tram
Rientriamo a piedi
Tutti e quattro
La vecchiaia la solitudine e io e poi una malinconia
Quando arriviamo all’albergo il sole
Comincia a spuntare
Nella nostra stanza apriamo la radio
Parla dei vascelli cosmici.

*

Nâzım Hikmet (1902 – 1963), in italiano spesso scritto Nazim Hikmet, all’anagrafe Nâzım Hikmet Ran è stato un poeta, drammaturgo e scrittore turco naturalizzato polacco. Definito “comunista romantico” o “rivoluzionario romantico”, è considerato uno dei più importanti poeti turchi dell’epoca moderna.

Versi di Guido Gozzano

Guido Gozzano (1883 – 1916)

*

Il gioco del silenzio 

Non so se veramente fu vissuto
quel giorno della prima primavera.
Ricordo – o sogno? – un prato di velluto,
ricordo – o sogno? – un cielo che s’annera,
e il tuo sgomento e i lampi e la bufera
livida sul paese sconosciuto…

Poi la cascina rustica sul colle
e la corsa e le grida e la massaia
e il rifugio notturno e l’ora folle
e te giuliva come una crestaia,
e l’aurora ed i canti in mezzo all’aia
e il ritorno in un velo di corolle…

– Parla! – Salivi per la bella strada
primaverile, tra pescheti rosa,
mandorli bianchi, molli di rugiada…
– Parla! – Tacevi, rigida pensosa
della cosa carpita, della cosa
che accade e non si sa mai come accada…

– Parla! – seguivo l’odorosa traccia
della tua gonna… Tutto rivedo
quel tuo sottile corpo di cinedo,
quella tua muta corrugata faccia
che par sogni l’inganno od il congedo
e che piacere a me par che le spiaccia…

E ancor mi negasti la tua voce
in treno. Supplicai, chino rimasi
su te, nel rombo ritmico e veloce…
Ti scossi, ti parlai con rudi frasi,
ti feci male, ti percossi quasi,
e ancora mi negasti la tua voce.

Giocosa amica, il Tempo vola, invola
ogni promessa. Dissipò coi baci
le tue parole tenere fugaci…
Non quel silenzio. Nel ricordo, sola
restò la bocca che non diè parola,
la bocca che tacendo disse: Taci!…

~

L’assenza

Un bacio. Ed è lungi. Dispare
giù in fondo, là dove si perde
la strada boschiva, che pare
un gran corridoio nel verde.

Risalgo qui dove dianzi
vestiva il bell’abito grigio:
rivedo l’uncino, i romanzi
ed ogni sottile vestigio…

Mi piego al balcone. Abbandono
la gota sopra la ringhiera.
E non sono triste. Non sono
più triste. Ritorna stasera.

E intorno declina l’estate.
E sopra un geranio vermiglio,
fremendo le ali caudate
si libra un enorme Papilio…

L’azzurro infinito del giorno
è come seta ben tesa;
ma sulla serena distesa
la luna già pensa al ritorno.

Lo stagno risplende. Si tace
la rana. Ma guizza un bagliore
d’acceso smeraldo, di brace
azzurra: il martin pescatore…

E non son triste. Ma sono
stupito se guardo il giardino…
stupito di che? non mi sono
sentito mai tanto bambino…

Stupito di che? Delle cose.
I fiori mi paiono strani:
Ci sono pur sempre le rose,
ci sono pur sempre i gerani…

Versi di Ada Negri

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Versi di Ada Negri (1870-1945) è stata una poetessa, scrittrice e insegnante italiana. È ricordata anche per essere stata la prima e unica donna a essere ammessa all’Accademia d’Italia. 

*

Pioggia d’autunno

Vorrei, pioggia d’autunno, essere foglia
che s’imbeve di te sin nelle fibre
che l’uniscono al ramo, e il ramo al tronco,
e il tronco al suolo; e tu dentro le vene
passi, e ti spandi, e si gran sete plachi.
So che annunci l’inverno: che fra breve
quella foglia cadrà, fatta colore
della ruggine, e al fango andrà commista,
ma le radici nutrirà del tronco
per rispuntar dai rami a primavera.

Vorrei, pioggia d’autunno, esser foglia,
abbandonarmi al tuo scrosciare, certa
che non morrò, che non morrò, che solo
muterò volto sin che avrà la terra
le sue stagioni, e un albero avrà fronde.

~

La folla

Fluttuo con te, nel tuo sordo tumulto
perduta; e tu mi porti e tu mi spingi
e mi rigetti, e d’ignorarmi fingi,
ma ben m’abbranca il tuo potere occulto.

Sai di sudore umano, e di sporcizia
mascherata d’aromi, e del sentore
d’ogni travaglio: ogni odio ed ogni amore
per oscuro fermento in te s’inizia.

Mi piaci per l’enorme onda vitale
che tutta mi ravvoltola, muggente
e rischiumante, carne e cuore e mente
impregnando del tuo libero sale.

Ogni volto che a lampi appare e spare
forse è il mio: chè mio corpo non è questo
solo ch’io sento e curo e movo e vesto:
chi vi noma e vi scinde, onde del mare?…

D’essere innumerevole è mia gloria
e mia superbia; e multiforme, come
te, folla; e in preda a tutti i venti, come
te, che a folate scardini la storia;

e, se fremito passi di sommossa,
ingigantir con te, con te disvellere
i sassi e i cuori, ed oscurar le stelle
col divampar della mia furia rossa.

~

Pensiero d’autunno

Fammi uguale, Signore, a quelle foglie
moribonde, che vedo oggi nel sole
tremar dell’olmo sul piú alto ramo.
Tremano, sí, ma non di pena: è tanto
limpido il sole, e dolce il distaccarsi
dal ramo, per congiungersi alla terra.
S’accendono alla luce ultima, cuori
pronti all’offerta; e l’agonia, per esse,
ha la clemenza d’un mite aurora.
Fa ch’io mi stacchi dal piú alto ramo
di mia vita, cosí, senza lamento,
penetrata di Te come del sole.

~

Jorge Luis Borges, due poesie

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Jorge Luis Borges, due poesie

*

Notti penose della lunga insonnia
che anelavano all’alba e la temevano,
giorni che vanamente ripetevano
gli ieri, uguali. Oggi li benedico.
Potevo mai presentire in quegli anni
di deserto d’amore che le atroci
favole della febbre e le feroci
aurore fossero solo i gradini
incerti, le vaganti gallerie
per i quali sarei giunto alla pura
vetta azzurra che nell’azzurro dura
della sera d’un giorno, dei miei giorni?
Nella mia è la tua mano, Elsa. Guardiamo
lenta nell’aria la neve e l’amiamo.

da Elogio dell’ombra (Einaudi, 1971), trad. di Francesco Tentori Montalto

~

Buenos Aires

E adesso la città quasi è una mappa
di tanti fallimenti e umiliazioni;
da questa porta ho ammirato i tramonti,
davanti a questo marmo ho atteso invano.
Qui l’indistinto ieri e l’oggi nitido
mi hanno elargito gli ordinari casi
d’ogni destino; qui i miei passi intessono
il loro labirinto incalcolabile.
Qui l’imbrunire di cenere aspetta
il frutto che gli deve la mattina;
qui l’ombra mia si perderà, leggera,
nella non meno vana ombra finale.
Ci unisce la paura, non l’amore;
sarà per questo che io l’amo così tanto.

da L’altro, lo stesso (Adelphi, 2002), trad. di Tommaso Scarano

Georg Trakl, tre poesie

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Tre poesie di Georg Trakl (Salisburgo, 1887 – Cracovia, 1914), poeta espressionista austriaco.

*

La bella città 

Antiche piazze assolate in silenzio.
Immerse in filamenti di azzurro e oro
come in sogno si affrettano miti monache
di afosi faggi entro il silenzio.

Dalle brune illuminate chiese
guardano della morte le pure immagini,
di grandi principi le belle insegne.
Corone scintillano nelle chiese.

Destrieri emergono dalle fonti.
Sanguinanti minacciano dagli alberi artigli.
Ragazzi giocano confusi da sogni
a sera sommessi là presso la fonte.

Fanciulle stanno alle porte,
guardano timide nella varia vita.
Le loro umide labbra tremano
ed esse attendono presso le porte.

Tremanti vibrano di campane i suoni,
tempo di marcia e richiami di guardia.
Stranieri ascoltano sugli scalini.
Alti nell’azzurro sono d’organo i suoni.

Chiari strumenti cantano.
Dei giardini entro il fogliame
trema il riso di belle donne.
Sommesse giovani madri cantano.

Segreto alita a fiorite finestre
profumo d’incenso, catrame e lillà.
Argentei scintillano stanchi cigli
attraverso i fiori alle finestre.

~

I contadini

Alla finestra sonante verde e rosso.
Nella bassa sala annerita dal fumo
siedono i servi e le serve al pasto;
e versano il vino e spezzano il pane.

Nel silenzio profondo del mezzogiorno
cade talvolta una parca parola.
I campi baluginano di luce incerta
e il cielo è di piombo e lontano.

Ghignando fiammeggia nel camino la brace
e ronza uno sciame di mosche.
Le ragazze origliano ammutite e tonte
e il sangue le tempie loro martella.

E talvolta s’incontrano cupidi sguardi,
quando d’animale un fiato la stanza percorre.
Monotono un servo recita la preghiera
e sotto il portone un gallo canta.

E di nuovo nel campo. Spesso un senso d’orrore
nel mugghiante frusciar delle spighe li afferra
e tintinnando vibrano in qua in là
le falci come spettri in cadenza.

~

Salmo – dedicata a Karl Kraus

C’è una luce che il vento ha spento.
C’è un’osteria che al pomeriggio un ubriaco lascia.
C’è una vigna bruciata e nera con buchi pieni di ragni.
C’è un vano che hanno imbiancato a calce.
Il matto è morto. C’è un’isola del Pacifico
ad accogliere il dio Sole. Rullano i tamburi.
I maschi eseguono danze guerresche.
Le donne ancheggiano tra liane e rosolacci
mentre canta il mare. Oh nostro paradiso perduto.

Le ninfe hanno lasciato i boschi d’oro.
Si seppellisce lo straniero. Poi inizia una pioggia luccicosa.
Il figlio di Pan appare in figura di sterratore
che passa il mezzodì dormendo sull’asfalto rovente.
Ci sono ragazzine in un cortile con abitucci di straziante miseria!
Ci sono stanze pervase di accordi e sonate.
Ci sono ombre che si abbracciano davanti a uno specchio cieco.
Alle finestre dell’ospedale si scaldano convalescenti.
Un bianco vaporetto trascina per il canale sanguinosi contagi.

L’estranea sorella riappare nei brutti sogni di qualcuno.
Riposando tra i nocciòli gioca con le sue stelle.
Lo studente, forse un sosia, la osserva a lungo dalla finestra.
Dietro gli sta il fratello morto, o scende la vecchia scala a chiocciola.
Al buio di bruni castagni sbiadisce la figura del giovane novizio.
Il giardino è nella sera. Nel chiostro svolazzano i pipistrelli.
I figli del portiere cessano di giocare e cercano l’oro del cielo.
Accordi finali di un quartetto. La piccola cieca corre tremando per il viale,
e poi l’ombra sua passa tastando freddi muri, cinta di fiabe e di leggende sacre.

C’è una barca vuota che a sera scende il nero canale.
Nella tetraggine del vecchio ospizio si sfanno relitti umani.
Gli orfani defunti giacciono contro il muro del giardino.
Da grigie stanze escono angeli con ali lorde di sterco.
Vermi gocciolano dalle loro palpebre ingiallite.
La piazza della chiesa è cupa e taciturna, come nei giorni d’infanzia.
Su argentee suole scivolano via vite anteriori
e le ombre dei dannati calano alle acque sospiranti.
Nella sua tomba il bianco mago gioca con i suoi serpenti.

Taciti sopra il Calvario si aprono gli occhi d’oro di Dio.

*

Al seguente link un approfondimento sull’ Autore: 

https://filosofiaecultura.it/recensioni/georg-trakl-tra-un-amore-incestuoso-e-il-dramma-della-guerra-unimmensa-poesia-capace-di-fondare-un-mondo/

Riproponiamo: Gregory Corso, versi da Rapporto di campo

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Disegno di Corso che chiude “Rapporto di campo”

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da RAPPORTO DI CAMPO

La notte muore nell’alba
come un gigantesco sbadiglio
Sono fuori sul campo
a fare rapporto
A chi faccio rapporto, volete saperlo?
Gli uccelli non sono spie?
Fanno rapporto agli alberi;
gli alberi fanno rapporto al vento
e il vento fa rapporto a tutti –
Ma è sempre lo stesso messaggio
Da ciò questo rapporto…
Rompe la monotonia
Io vedo lo stesso che vedono gli uccelli
Solo trasmettiamo diversamente
Comunque sono fuori sul campo
e dovreste che non è uno scherzo
– sopra fioccano pallottole
non sono vere, sono pallottole poetiche
È la musa, chi altro?
là fuori sulla banchina di tiro
Ha con sé Pegaso
Lui avverte tutti a TESTA GIÙ
Io urlo TU VOLA E VAFFANCÙ
Lei ride
Sapevo che l’avrei fatta ridere
No, non è per niente facile
specialmente quando devo combattere
con la mia particolare visione del mondo

Oh dio! ecco che passa Kelly
voi non lo conoscete
io sì e lui deve morire
non è più una pancia da Buddha
sono suppergiù quaranta litri d’acqua
che porta in giro come una gravidanza
Ecco sul colle Capitan Bill che è
…un’ombra di me
Fra due settimane sarà morto anche lui
È duro
parlare sinceramente a Dio
dire quel che senti davvero
senza scoppiare a ridere
(…)

Ho sostato in Piazza Colonna
(nome di mia madre da ragazza)
su Via del Corso
(nome di mia madre da sposata)
Questo vi dice qualcosa?
Se Gregory non sono me
allora perché tutta questa bella gioventù
si sbraccia per me?
Un cerchio è vuoto
come molto tempo fa in boccio
Pace! Possa la mia bomba far cilecca
Pace! Oh mondo tieniti la tua belletta
(…)

Tremore! Abbandono!
dannate stanze ammobiliate!
Prigioni! dannato
andar su e giù, su e giù
dannate eternità di muri che si fronteggiano
ore e poi ore, e io
che non sono mai stato sulla luna
– mettetemi al muro!
ma io sono indispensabile senza di me –
Quando sei un orfano hai bisogno di te
Avendo raggiunto la paternità
ho ottenuto il diploma all’orfanità –
Consegno il mio rapporto: (così per ridere)
Non ci sono collegamenti misteriosi
né atteggiamenti frivoli
né lassismi alla moda
abbasso i giorni di morte predeterminati
ah, questo trattato queste ore
io a Roma in tutto il mio fulgore –
sì questa leggerezza brevità frivolezza
così liberi e comodi, cavalcata di buon umore!

(…)

STOP

1989-90

.

Gregory Corso, da Poesie (Mindfield – Campo Mentale) – trad. di Massimo Bacigalupo, Newton Compton Editori, 2007 — dalla rivista on-line da Fili d’aquilone – num.8

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Approfondimento:  si riporta integralmente l’articolo del 6 novembre 2010 pubblicato in Notizie in… Controluce, n. X/3, marzo 2001, pp. 20-21 e tratto da sullaletteratura.blogspot.it/

«Morte di un poeta Beat. Gregory Corso è morto nel gennaio scorso» di Nicola D’Ugo
Aveva settant’anni Gregory Nunzio Corso (1930-2001), il poeta più europeista della Beat Generation, il movimento che dagli anni cinquanta aveva aperto la via alla contestazione giovanile in America. Si è spento a gennaio all’ospedale di North Memorial Medical Center di Robbinsdale, nel Minnesota, dove a settembre si era trasferito a casa della figlia Sheri Langerman, un’infermiera, per un tumore alla prostata.
Poeta autodidatta (lesse il russo Dostoevskij, il francese Stendhal e l’inglese Percy Shelley in carcere), il suo linguaggio è considerato tutt’oggi il più onirico della Beat Generation, addirittura il più ingenuo e naïf.
Nell’intento di portare la poesia a un linguaggio colloquiale, di strada, tipico dei poeti newyorchesi degli anni cinquanta e sessanta, seppe raccontare in modo diretto, come una cronaca vocale estemporanea, gli eventi e lo stato di salute degli americani. Anzitutto evitando la retorica di massa, dei proclami giovanili che, nella misura in cui volevano essere rivoluzionari, finivano per essere nuovamente dettati da schematismi, abitudini e vincoli formali che contrastavano con l’idea di uomo libero cui Corso aspirava. Con la sua ironia ha scritto pagine provocatorie anti-Beat, nella misura in cui, al tempo, essere Beat significava essere alla moda.
Neppure all’interno della Beat Generation fu sempre compreso. Jack Keroack e Allen Ginsberg lo indicavano come il migliore poeta d’America, mentre un altro grande scrittore del movimento Beat, l’editore di City Lights Lawrence Ferlinghetti, gli negò una pubblicazione, ritenendola fascista: solo anni dopo comprese di essersi sbagliato, che Corso non amava i proclami e le ideologie canonizzate da un gruppo.
gregory_corsoAnche la poesia più celebre di Corso, “Bomb” (Bomba, 1958), fu oggetto di fraintendimento. Scritta a forma di fungo nucleare, è un’elegia satirica, ricca di ironia e ritmo. Dopo aver assistito alla dimostrazione di un esperimento nucleare in Inghilterra e all’accanimento dei pacifisti contro la bomba, il poeta newyorchese se la prese con l’espressione violenta del pacifismo stesso, componendo una “lettera d’amore” alla bomba atomica, contro la stupidità umana che genera violenza: per Corso la bomba era un prodotto della storia, di una mentalità di fondo sbagliata che stava coinvolgendo tutti, militaristi e pacifisti allo stesso modo, che vedeva ora contrastarsi su un terreno della violenza, quale espressione socialmente indotta nell’individuo e condivisa da entrambe le fazioni.
Il celebre film di Stanley Kubrick Il dottor Stranamore, ovvero come imparai a non preoccuparmi e ad amare la bomba uscì otto anni dopo, e assunse un linguaggio molto meno ambiguo della poesia di Gregory Corso. Del resto, questo modo ironico di scrivere un’elegia distruttiva contro il genere umano era già stato impiegato alla fine negli anni dieci dal più grande poeta della guerra e della pietà: Wilfred Owen (Poesie di guerra, Einaudi, Torino 1985).
Così, in “The American Way” (La Via Americana), gli strali del poeta italo-americano contro l’American dream prendono la piega di un discorso colloquiale, in cui addita, in linea con Walt Whitman, il male dell’America negli americani stessi e non nei loro governanti, che non sono consapevoli (e quindi responsabili) delle contraddizioni americane. La poesia di Corso, lo si nota nel parallelismo con la celebre poesia “America” di Allen Ginsberg, si colloca all’interno del processo storico, non solo nel proprio tempo e nell’attuale scenario politico.
Scrittore dal linguaggio ardito, senz’altro inconsueto, a volte bizzarro (come quando il mare gli dice che ciò che mangia è la madre adottiva e non un pesce), ma anche e specialmente da una lettura della vita fatta, prima che sui libri, per le strade, Gregory Corso era nato il 26 marzo 1930 a Greenwich Village, il quartiere bohémien di New York, dove sarebbero passati, oltre a Keroack e Ginsberg, personaggi leggendari come Dylan Thomas e Henry Miller e, quando divenne ricco, Bob Dylan. Tutt’altro che poetici i natali: i genitori non erano due bohémien, ma due adolescenti d’origine italiana di diciassette e sedici anni, che si lasciarono sei mesi dopo la nascita del poeta, e la madre ritornò in Italia.
Da allora la vita del bambino fu un susseguirsi impressionante di ricoveri in orfanotrofi, affidamenti a famiglie e fughe da casa del padre, che lo aveva ripreso con sé all’età di 11 anni. A dodici finisce in riformatorio, a diciassette sconta tre anni in carcere per il furto di una radio. È lì che apprende le difficoltà dei carcerati e la loro umanità, e comincia a scrivere poesie.
Uscito dal carcere, incontra in un bar di Greenwich Village frequentato da lesbiche il più noto poeta Beat, Allen Ginsberg, che lo introduce alla scrittura d’avanguardia, e di lì a poco alla fama fra gli scrittori newyorchesi. Ma non è una vita facile. A trent’anni passa da un lavoro all’altro, si imbarca per il Sudamerica e il Sudafrica, e approda infine in Europa. Nell’introduzione alla raccolta più celebre di Corso, Gasoline (Benzina), Allen Ginsberg segnala al lettore che Corso è forse il più grande poeta americano, ma di fatto fa la fame in Europa.
Erano anni in cui la Beat Generation subiva attacchi non solo dai circoli letterari tradizionali, ma dalle corti di giustizia, e in cui era facile essere additati come comunisti. Durante gli anni del terrore macarthista in America, Corso preferì abbandonare l’insegnamento della poesia di Shelley all’università piuttosto di sottoscrivere la dichiarazione di non essere un comunista. Più che al comunismo, l’attenzione di Corso era rivolta all’affrancamento dalle regole, attraverso la cultura classica e il buddismo, senza tralasciare il cristianesimo. Secondo Ann Douglas, professoressa di studi americani alla Columbia University, la poesia “Marriage” (Matrimonio) costituì un motivo di stimolo per l’emancipazione femminile:
«Le donne guardavano Corso e gli altri poeti Beat, e si chiedevano, “Se questi uomini stessi possono essere liberi dai ruoli prestabiliti del genere –sposarsi, lavorare per una corporazione e via dicendo– perché noi no?”» E ne seguivano l’esempio. Corso, che è stato sposato tre volte, terminava il componimento con: «Ah, eppure so bene che se una donna fosse possibile come io sono possibile allora il matrimonio sarebbe possibile.»
Sregolato, tossicodipendente e alcolista nella vita, anche negli ultimi tempi, da ammalato, non aveva perso l’attaccamento alla libertà di cui era noto in gioventù. La figlia Sheri Langerman racconta che lo scorso settembre lo aveva trovato in condizioni disperate, abbandonato a se stesso dentro casa, rifiutando l’aiuto degli amici:
Pensavo di dovergli già preparare il funerale, ma poi si era ripreso: abbastanza da bere, imprecare e organizzare di nuovo delle partite a poker.
Lo aveva portato con sé da New York in Minnesota, dove Corso, dopo un iniziale «shock culturale», si era messo a giocare con i nipoti e a uscire di casa. E non aveva perso neppure la vena umoristica:
Una volta lo abbiamo portato al casinò in sedia a rotelle, tutto avvolto in coperte a fiorellini, che pareva la madre di Whistler. Si è portato via 1.200 dollari dal tavolo del blackjack. Quando l’addetto del casinò lo ha chiamato “Signora”, lui ha commentato: “Lo prendo per un complimento. Vuol dire che ho una bella pelle.”
Corso ha continuato a lavorare fine all’ultimo. «La Poesia è il mio Paradiso,» diceva da ragazzo. La settimana prima di morire aveva registrato un CD di musica e poesia con Marianne Faithfull a casa della figlia Sheri. Ha lasciato cinque figli, sette nipoti e un pronipote. Prima di morire aveva espresso il desiderio che, dopo i funerali nella chiesa di Our Lady of Pompeii (Nostra Signora di Pompei) a Greenwich Village, le sue ceneri venissero seppellite in Italia, nel cimitero acattolico di Roma, accanto alla tomba del poeta romantico inglese Percy Shelley.
Leggere oggi la sua poesia aiuta a comprendere le atmosfere e le riflessioni di un uomo che ha vissuto e raccontato uno dei periodi più significativi e controversi del dopoguerra, nel quale, accanto al boom economico e alla guerra fredda, si manifestavano nuove esigenze di libertà individuale e repressione ideologica nel paese della democrazia più famosa.