Manuel Vázquez Montalbán, poesie da Ars amandi

Manuel Vázquez Montalbán, da III Ars amandi (da Una educazione sentimentale in Memoria e desiderio), tratte da Il desiderio e la rosa a cura di Hado Lyria (Frassinelli, 2007)

[…]

III

Copriti,
copriti le metafore, fa
un piccolo freddo da piccolo inverno,
con un piccolo radiatore, piccolo
tempo per sentirci insieme
………………………………..meno soli
che soli abitualmente, meno saggi
per dire amore mio senza rimorsi
per credere di essere stati scelti
………………………………………..tempo fa
in un Mercato Persiano annunciato da profeti
.
sì, copro anche le mie immagini impazienti.
.
.
IV
.
.
Potrebbero essere azzurre le piastrelle del bagno,
un po’ color corinto il tappeto, caminetto rosso
e libri rilegati, una foto
enorme della Rambla
……………………………..ma prima
avremmo fatto la rivoluzione, del popolo
le risate spartite tra te e me
.
………………………………………e in estate
vedremmo affondare a Port Lligat quel piccolo cutter
fantasma
………….di un vecchio proprietario terriero in esilio.
.
.
VI
.
.
Difficile l’amore senza retrobottega
senza dispensa né chiave nel guardaroba,
una sera, un porto, una scia,
un libro, un ritmo, una morte
screditata come un trucco con le carte
.
e nel risuscitare
………………….duri spigoli di facciate,
battiti di orologio e cuore proibito, indossare
di nuovo la camicia a mezz’asta,
gradire la solitudine che mi hai tolto
che ti ho tolto
………………….una sera, una scia
.
screditato per sempre, il mito
del forse
………..della sapienza convenzionale
amato e amante, turba l’amore
………………………………………….solo la paura
un funerale e un naufragio con l’assicurazione, rispetta
le pagine e non sapremo prima del tempo
con quale morto finisce quest’avventura
.
…………………………………………………………..chi
rimarrà di sale nella città perduta.
.
[…]
.

*

Manuel Vázquez Montalbán – Scrittore spagnolo, nato a Barcellona il 27 luglio 1939. Laureato in lettere, per la sua attiva partecipazione alle lotte universitarie contro la dittatura franchista fu messo in carcere. È stato membro del Comitato centrale del Partido socialista unificado de Cataluña. Esordì molto giovane come giornalista e saggista, pubblicando anche sulla rivista Triunfo, sotto lo pseudonimo Sixto Cámara, una serie di articoli anticonformisti e pungenti, sempre tinti di umorismo (poi raccolti nel volume Crónica sentimental de España, 1971). Si è cimentato anche nella poesia: Una educación sentimental (1967), Movimiento sin éxito (1969), A la sombra de las muchachas en flor (1973), Praga (1982), produzione poetica raccolta in Memoria y deseo (1986). La sua narrativa nasce all’insegna dello sperimentalismo (Recordando a Dardé, 1969; Happy end, 1974), ponendosi volutamente contro i parametri del realismo, e raggiunge la maturità nei romanzi che costituiscono il cosiddetto ”ciclo Carvalho” (dal nome del protagonista, il detective Pepe Carvalho).

Benché sia evidente l’influenza della narrativa nordamericana, la scrittura di V.M. attinge a ben precisi modelli della tradizione ispanica, Baroja in primo luogo. Infatti, la forza dei suoi romanzi risiede non solo nell’intrigo o nella trama narrativa ma anche, o forse soprattutto, nella vivacità, la plasticità e il realismo con cui V.M. riesce a ritrarre gli ambienti sociali (mettendo in campo anche le sue doti maturate nell’attività di giornalista): libero da schematismi ideologici, nonostante la sua militanza politica, V.M. offre nelle sue pagine un attendibile affresco della società spagnola contemporanea. Scrittore versatile e lavoratore infaticabile, si è cimentato sui più svariati argomenti. [da Treccani.it; Bibl.: M. Blanco Chivite, Manuel Vázquez Montalbán & Pepe Carvalho, Madrid 1992]

Immagine d’apertura:opera di Banksy

Nâzim Hikmet, da Lettere dal carcere a Munevvér

Istanbul_-_Hagia_Sophia

In questa notte d’autunno
sono pieno delle tue parole
parole eterne come il tempo
come la materia
parole pesanti come la mano
scintillanti come le stelle.
dalla tua testa dalla tua carne
dal tuo cuore
mi sono giunte le tue parole
le tue parole cariche di te
le tue parole, madre
le tue parole, amore
le tue parole, amica
erano tristi, amare
erano allegre, piene di speranza
erano coraggiose, eroiche
le tue parole
erano uomini.

(1948)

*

I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
che tu venga all’ospedale o in prigione
nei tuoi occhi porti sempre il sole.

I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
questa fine di maggio, dalle parti d’Antalya,
sono così, le spighe, di primo mattino;

i tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
quante volte hanno pianto davanti a me
son rimasti tutti nudi, i tuoi occhi,
nudi e immensi come gli occhi di un bimbo
ma non un giorno ha perso il loro sole;

i tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
che s’illanguidiscono un poco, i tuoi occhi
gioiosi, immensamente intelligenti, perfetti:
allora saprò far echeggiare il mondo
del mio amore.

I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
così sono d’autunno i castagneti di Bursa
le foglie dopo la pioggia
e in ogni stagione e ad ogni ora, Istanbul.

I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
verrà giorno, mia rosa, verrà giorno
che gli uomini si guarderanno l’un l’altro
fraternamente
con i tuoi occhi, amor mio,
si guarderanno con i tuoi occhi.

(1948)

*

Nâzim Hikmet, da Lettere dal carcere a Munevvér, prigione di Bursa, Anatolia

Cristina Campo, versi da La tigre assenza

Cristina Campo, da La tigre assenza,  a cura di Margherita Pieracci Harwell, Adelphi

.

Ora tu passi lontano, lungo le croci del labirinto,
lungo le notti piovose che io m’accendo
nel buio delle pupille,
tu,senza più fanciulla che disperda le voci…

Strade che l’innocenza vuole ignorare e brucia
di offrire, chiusa e nuda senza palpebre o labbra!

Poiché dove tu passi è Samarcanda,
e sciolgono i silenzi tappeti di respiri,
consumano i grani dell’ansia –

attento: fra pietra e pietra corre un filo di sangue,
là dove giunge il tuo piede.

*

Moriremo lontani. Sarà molto
se poserò la guancia nel tuo palmo
a Capodanno; se nel mio la traccia
contemplerai di un’altra migrazione.

Dell’anima ben poco
sappiamo. Berrà forse dai bacini
delle concave notti senza passi,
poserà sotto aeree piantagioni
germinate dai sassi…

O signore e fratello! ma di noi
sopra una sola teca di cristallo
popoli studiosi scriveranno
forse, tra mille inverni:

«nessun vincolo univa questi morti
nella necropoli deserta».

*

E’ rimasta laggiù, calda, la vita,
l’aria colore dei miei occhi, il tempo
che bruciavano in fondo ad ogni vento
mani vive, cercandomi…

Rimasta è la carezza che non trovo
più se non tra due sonni, l’infinita
mia sapienza in frantumi. E tu parola
che tramutavi il sangue in lacrime.

Nemmeno porto un viso
con me, già trapassato in altro viso
come spera nel vino e consumato
negli accesi silenzi…

Torno sola…
tra due sonni laggiù, vedo l’ulivo
roseo sugli orci colmi d’acqua e luna
del lungo inverno. Torno a te che geli

nella mia lieve tunica di fuoco.

*

Vittoria Guerrini, in arte Cristina Campo (Bologna 1923, Roma 1977), ormai riconosciuta come una delle voci poetiche più alte del novecento, è stata straordinaria ed originale interprete della più profonda spiritualità insita nella letteratura europea. Appassionata studiosa di Hofmannsthal, rivisitò il mondo misterioso delle fiabe svelandone le trascendenti simbologie. Fu traduttrice e critica di originale metodologia, enucleando dalle opere letterarie l’idea del destino e il dominio della legge di necessità sulle vicende umane che l’arte esprime in una aurea di bellezza. Appartenne al ristretto nucleo di intellettuali che avviarono l’introduzione di Simone Weil in Italia. Negli anni cinquanta maturò la sua prima formazione nella Firenze dei grandi poeti del tempo ove conobbe Gianfranco Draghi che la indusse a pubblicare i suoi primi saggi  su “La Posta Letteraria del Corriere dell’Adda e del Ticino”. Dal ’56 si trasferì per sempre a Roma.
Studiosa di spessore leopardiano, stabilì intensi sodalizi umani e spirituali e innumerevoli frequentazioni di grandissimo rilievo, basti menzionare: Luzi, Traverso, Turoldo, Bigongiari, Merini, Bemporad, Bazlen, Dalmati, Pound, Montale, Williams, Pieracci Harwell, Malaparte, Silone, Monicelli e Scheiwiller. Tra i filosofi ricordiamo Elémire Zolla, Andrea Emo, Lanzo del Vasto, Maria Zambrano, Danilo Dolci che sostenne nei momenti difficili, ed Ernst Bernhard che le fece conoscere il pensiero di Jung, di cui era stato allievo. Fu consulente editoriale, scrisse su importantissime riviste e studiò l’esicasmo, la mistica occidentale ed orientale, i grandi classici e i poeti di ogni tempo. La sua “metafisica della bellezza” la indusse a una controversa e profonda riflessione sulla liturgia, ritenendo la sacralità dei riti e la comprensione del valore della trascendenza efficaci difese dalla minaccia della despiritualizzazione del mondo incombente sulla modernità che secondo la Campo, in una certa misura, è disattenta alla bellezza ed esposta alla vanificazione delle intenzioni. L’architettura culturale e spirituale dell’universo campiano si desume anche dai tanti e ricchi epistolari. In particolare dalle “Lettere a Mita” (la scrittrice Margherita Pieracci Harwell), uno degli epistolari più affabulanti di tutta la letteratura italiana, è infatti possibile ricostruire la storia di un’anima che palpita per l’incanto e la tragedia della vita. Vita che per la Campo è teatro della sfida al destino condotta dalla poesia e dal sacro. (dal sito cristinacampo.it)

Juan Gelman, Usignoli di nuovo

Usignoli di nuovo, di Juan Gelman

nel grande cielo della poesia
o per meglio dire
nella terra o mondo della poesia che include cieli
astri
dei
mortali
canta l’usignolo di keats
sempre
passa rimbaud impugnando i suoi 17 anni come la fiamma di amore viva di san giovanni

a teresa si raddoppia il dolore e il suo cavallo sbriciola
la polvere innamorata di francisco de quevedo e villegas
il dolce garcilaso arde negli inferni di john donne
da césar vallejo cadono cammini lungo i quali camminano i piedi della poesia

piedi che calpestano silenziosi come un asinello andino
baudelaire tira giù un albatros dal suo regno celeste
con il frac dell’albatros mallarmé va alla festa del nulla possibile
suona il violino di verlaine nella festa del nulla possibile
ricorda

che il sangue è possibile nel mezzo del nulla
che girondo liublimará perrinunca lamora
e gireranno le barchette di tunòn
contro il metallo spaventoso che violò apollinaire

oh lou che disamasti l’eternità del viaggio
il palazzo dell’eccesso in cui entrò la saggezza di blake
il paco urondo che foderava di lamé la felicità
per evitarle il freddo dell’epoca

roque dalton che si arrampicava sull’albero più alto della sua anima e gridava “Rivoluzione”
e vedeva la Rivoluzione e la Rivoluzione era la sola terra ferma che vedeva
e javier heraud che se ne andò tenerissimo nella selva
e aprì la selva della bocca col suo torrente chiaro

e il padre darío che disse no agli yankye
come sandino disse no
e il fronte ampio della poesia e della guerra tornò a dir loro no
e nicaragua brilla nel suo esercizio di amare

martí che va e viene nell’aria con i cari morti
che vide volare come una rosa bianca
non vedi i miei compagni volare nell’aria ottanta anni dopo?
sei sveglio per poter continuare a dire no?

i morti si imbiancano come Maddalena quando
impastava il suo pane con più lacrime che farina?
fino a che venga il giorno?
il giorno in cui tutta l’america latina si solleverà lentamente?
amorosamente?
navigando come fanno i miei pianeti del sud?

ora canta l’usignolo del greco alla fine dei secoli
passa walt whitman con l’usignolo sulla spalla cantando in paumanok
passa il comandante guevara sulle spalle dell’usignolo
passa l’usignolo che si allontanò dalla vita silenzioso come un asinello andino

in rappresentanza di quelli che cadono per la vita
passa la luna dalle dita di rosa
passa saffo che protegge l’usignolo
che canta
canta
canta

(traduzione di Raffaella Marzano – per questo articolo si ringrazia il sito potlatch.it dov’è possibile leggere la versione in lingua originale.)

*

Juan Gelman (Buenos Aires, 3 maggio 1930 – Città del Messico, 14 gennaio 2014) è stato un poeta, scrittore e giornalista argentino. Tra i maggiori poeti contemporanei di lingua spagnola, vincitore nel 2007 del Premio Cervantes, è una delle voci poetiche più amate del Latinoamerica, oltre che una figura di riferimento per intere generazioni nella resistenza alla dittatura. Nato a Buenos Aires da una coppia di immigrati ebrei ucraini, lascia gli studi universitari (chimica) e si dedica completamente alla poesia. Nel 1955 fonda il gruppo letterario El pan duro, costituito da giovani militanti comunisti, collettivo che nel 1956 pubblica il suo primo libro Violín y otras cuestiones. Nel 1963, durante la dittatura di José María Guido, è incarcerato insieme ad altri scrittori comunisti. Liberato, in seguito alle vibranti proteste del mondo politico e intellettuale, abbandona il Partito Comunista argentino e si avvicina ai movimenti peronisti-guevaristi (Fuerzas Armadas Revolucionarias).
A partire dal 1967 inizia la sua attività di giornalista per varie riviste nazionali e internazionali. Nel 1975 per decisione del suo stesso gruppo politico abbandona l’Argentina, per poter proseguire dall’estero l’attività di opposizione alle politiche repressive già in atto nel paese, rifugiandosi prima a Roma e poi spostandosi tra Ginevra, Madrid, Managua, Parigi, New York, per stabilirsi infine in Messico. Nel frattempo, in seguito al colpo di Stato militare del 1976, che andava sotto il sinistro nome di Proceso de Reorganización Nacional il regime militare argentino sequestra e uccide suo figlio Marcelo Ariel e sua nuora Maria Claudia García Iruretagoyena, genitori di una bimba nata in carcere e della quale si perde ogni traccia. Grazie all’intervento di vari capi di Stato, la cui protesta è pubblicata su Le Monde, nel 1988 Gelman viene sollevato da ogni pendenza giudiziaria per la sua militanza di sinistra. Tuttavia Gelman respinge l’indulto promulgato dall’allora presidente argentino Carlos Menem, atto “di grazia” che contemporaneamente lasciava impuniti numerosi responsabili delle torture di quegli anni.
Nel 1990 vengono identificati i resti del figlio Marcelo, ucciso con un colpo alla nuca e sepolto in un bidone riempito di sabbia e cemento. Nel 1999 Gelman ritrova la nipote scomparsa, data in adozione a una famiglia di Montevideo. Insieme alla nipote, che ha poi ripreso il nome dei suoi veri genitori (Macarena Gelman), ha portato avanti una battaglia civile per il riconoscimento dei diritti giuridici delle famiglie dei desaparecidos. Per oltre vent’anni, e fino alla sua morte (avvenuta all’età di 83 anni per una mielodisplasia), visse a Città del Messico con la seconda moglie, la psicologa argentina Mara La Madrid. Nel 2007 gli è stato attribuito il prestigioso Premio Cervantes. Le sue opere sono state tradotte in numerose lingue e pubblicate in tutto il mondo. Alla sua morte il governo argentino ha decretato tre giorni di lutto nazionale, a onorare nella sua figura quella di chi seppe mantenere limpida la richiesta di giustizia e alta la dignità e la memoria di un’intera generazione spazzata via dalla brutalità della dittatura. Per queste ragioni in Argentina la sua persona è molto amata e riconosciuta, la sua opera, anche quella giornalistica, è diffusa e studiata, messa in scena e musicata.

Salvatore Quasimodo, poesie scelte da Ed è subito sera

Carlo-Carra-Verso-casa--1939

Dammi il mio giorno

Dammi il mio giorno;
ch’io mi cerchi ancora
un volto d’anni sopito
che un cavo d’acque
riporti in trasparenza,
e ch’io pianga amore di me stesso.

Ti cammino sul cuore,
ed è un trovarsi d’astri
in arcipelaghi insonni,
notte, fraterni a me
fossile emerso da uno stanco flutto;

un incurvarsi d’orbite segrete
dove siamo fitti
coi macigni e l’erbe.

*

Antico inverno

Desiderio delle tue mani chiare
nella penombra della fiamma:
sapevano di rovere e di rose;
di morte. Antico inverno.

Cercavano il miglio gli uccelli
ed erano subito di neve;
così le parole.
Un po’ di sole, una raggera d’angelo,
e poi la nebbia; e gli alberi,
e noi fatti d’aria al mattino.

*

In me smarrita ogni forma

Altra vita mi tenne: solitaria
fra gente ignota; poco pane in dono.
In me smarrita ogni forma,
bellezza, amore, da cui trae inganno
il fanciullo e la tristezza poi.

*

Specchio

Ed ecco sul tronco
si rompono gemme:
un verde più nuovo dell’erba
che il cuore riposa:
il tronco pareva già morto,
piegato sul botro.
.
E tutto mi sa di miracolo;
e sono quell’acqua di nube
che oggi rispecchia nei fossi
più azzurro il suo pezzo di cielo,
quel verde che spacca la scorza
che pure stanotte non c’era.
.

*

Spazio

Uguale raggio mi chiude
In un centro di buio,
ed è vano ch’io evada.
Talvolta un bambino vi canta
non mio; breve è lo spazio
e d’angeli morti sorride.

Mi rompe. Ed è amore alla terra
ch’è buona se pure vi rombano abissi
di acque, di stelle, di luce;
se pure aspetta, deserto paradiso,
il suo dio d’anima e di pietra.

*

Angeli

Perduta ogni dolcezza in te di vita,
il sogno esalti; ignota riva incontro
ti venga avanti giorno
a cui tranquille acque muovono appena
folte d’angeli di verdi alberi in cerchio.
.
Infinito ti sia; che superi ogni ora
nel tempo che parve eterna,
riso di giovinezze, dolore,
dove occulto cercasti
il nascere del giorno e della notte.
.
.

***

Salvatore Quasimodo, da “Ed è subito sera” in Tutte le poesie, Mondadori; in apertura: Carlo Carrà, Verso casa (1939)

Dario Bellezza, due poesie

*
O Narciso inesprimibile e leggero che fuggi
a me ormai dagli anni consunto, dalle ere
tutte sopra questa mia ambulante carcassa

fermati a guarire il mio cuore stanco
nella notte senza tempo del pensiero!

Sangue e morte e strazio i simboli
arcaici di chi si arrende al tuo fiato
profumato di viole, alla tua mano
dimenticata sul grembo virgineo

di te giovanetto insensato
per questo interamente dedito al passato
corpo interamente innamorato.

Per te cedere a questo bisogno d’infanzia
dell’età presta a passare dileguando.




*
Racconto l’affamato scontro di due vite
per impetrare nella vita idiota
la promessa felice della vittoria
sul ricordo del lupo e del pugnale
e voi assonnati adolescenti odorosi
di fumo presto sfiancati dalla maturità
rispettate il codice cupo di chi volle
strumento assurdo dell’eternità.

Il pane muffo e le patate bollite che mangiai
con uno di voi sonnolento buffone meritano
la muffa eterna della vigliaccheria o
la forza della misericordia che s’elimina
crescendo verso la dolcezza estrema
del suicidio più lento: vivere.




Dario Bellezza, da “Tutte le poesie” (Mondadori) 
immagine dal web

Federico García Lorca, versi diversi

Notte alta dell’amore insonne (1935-1936)

Notte alta, noi due e la luna piena;
io che piangevo, mentre tu ridevi.
Un dio era il tuo scherno; i miei lamenti
attimi e colombe incatenate.

Notte bassa, noi due. Cristallo e pena,
piangevi tu in profonde lontananze.
La mia angoscia era un gruppo di agonie
sopra il tuo cuore debole di sabbia.

L’alba ci ricongiunse sopra il letto,
le bocche su quel gelido fluire
di un sangue che dilaga senza fine.

Penetrò il sole la veranda chiusa
e il corallo della vita aprì i suoi rami
sopra il mio cuore nel sudario avvolto.

§

Il poeta dice la verità (1935-1936)

Voglio piangere sopra la mia pena
e te lo dico perché tu mi pianga
e m’ami in un tramonto di usignoli
con un pugnale e con baci insieme a te.

Voglio uccidere il solo testimone
presente all’assassinio dei miei fiori
e mutare l’angoscia del mio pianto
in grano duro, in un covone eterno.

Quella matassa mai non si dipani
del t’amo m’ami, di tutto ardore sì!
con decrepito sole e vecchia luna.

Quello che non mi dai non te lo chiedo,
no, ma muoia e di sé non lasci traccia
nell’estremo sussulto della carne.

da Sonetti dell’amore oscuro (Newton Compton, trad.Claudio Rendina)

§

Madrigale appassionato (1919)

Vorrei stare sulle tua labbra
per spegnermi nella neve
dei tuoi denti.
Vorrei stare sul tuo petto
per disfarmi nel sangue.
Vorrei sognare per sempre
nella tua chioma d’oro.
Che il tuo cuore si facesse
tomba del mio dolente.
Che la tua carne fosse la mia carne
che la tua fronte fosse la mia fronte.
Vorrei che tutta la mia anima
entrasse nel tuo piccolo corpo
ed essere io il tuo pensiero
ed essere io la tua bianca veste.
Per far sì che t’innamori di me
con una passione così forte
da consumarti cercandomi
senza mai incontrarmi.
Perché tu vada gridando
il mio nome fino a ponente,
chiedendo di me all’acqua,
bevendo triste le amarezze
che prima il mio cuore
nel desiderarti lasciò sul sentiero.
E intanto io entrerò
nel tuo corpo dolce e debole,
io sarò donna, sarò te stessa,
restando in te per sempre,
mentre tu invano mi cerchi
da Oriente ad Occidente,
finché fine ci brucerà
la fiamma grigia della morte.

da Tutte le poesie e tutto il teatro (Newton Compton, trad.Claudio Rendina) — immagine d’apertura:opera di E. Munch, Il bacio

Emily Dickinson, Al maestro (lettera, primavera 1858)

AL MAESTRO

Caro Maestro,

sono malata – ma mi fa più soffrire la tua malattia. Ho dato alla mia mano più forte un po’di lavoro – quanto basta per dirti – che pensavo fossi già in Paradiso, e quando sei tornato a parlare, è stato dolce, molto, e una sorpresa meravigliosa – Spero tu stia bene.

Vorrei che tutto ciò che amo non conoscesse più debolezza alcuna. Le Violette sono dalla mia parte – il Pettirosso mi è molto vicino – e «Primavera», così dicono, è Colei – che passa accanto alla porta – Questa è la dimora di Dio – e qui sono i cancelli del Cielo, e su e giù vanno gli angeli, con i loro dolci postiglioni – vorrei essere il signor Michelangelo e dipingere per te capolavori.

Mi chiedi cosa abbiano detto i miei fiori – vuol dire che mi hanno disubbidito – perché avevo affidato loro dei messaggi.

Hanno detto quello che dicono le labbra all’ occidente quando tramonta il sole, e l’Alba ha quelle stesse parole.

Ascolta ancora, Maestro.

Non ti ho detto che oggi è Domenica.

Ogni Domenica in Mare mi fa contare le Domeniche che mancano per incontrarci a riva – e chissà se le colline sembreranno azzurre come dicono i marinai-

Non posso restare oltre stanotte, perché questo dolore mi nega a te –

Com’è forte, quando siamo deboli, il ricordo e quant’ è facile amare. Mandami un messaggio, ti prego, appena sarai guarito –

[primavera 1858]

*

Emily DickinsonIl Maestro e Margherita – Un mistero

Senhal è la parola che usavano i trovatori per il nome nuovo e parlante che inventavano per le proprie donne nei loro versi. Le ribattezzavano per descriverle, per possedere almeno linguisticamente quelle dame inarrivabili e ricrearle, vaghe e stereotipe, ma eterne, nell’universo separato della poesia. 

«Padrone», «Signore», «Maestro» sono le possibili traduzioni del termine «Master», vero e proprio Senhal che Emily Dickinson adopera per un misterioso amante in tre lettere [di cui quella riportata qui è la prima] di cui tutto è incerto (l’ordine di redazione, l’esatta datazione, l’identità del destinatario e la sua stessa esistenza) tranne l’alto valore poetico e testimoniale. Poetico per la fittissima rete di immagini e metafore che i tre testi intessono competendo in alcuni passi con il potere evocativo e straniante delle poesie maggiori di Dickinson; testimoniale per l’ellittica, accecante chiarezza con cui raccontano e sintetizzano la violenza del vissuto mistico-amoroso della poetessa, teorizzandolo in una pratica di astinenza, estasi e sottomissione, non priva di tratti masochistici.

Nonostante Le molte identificazioni proposte da critici e biografi negli ultimi cinquant’anni […] queste missive, in cui Dickinson inventa anche il personaggio della mittente, dal nome floreale di Margherita, sono traccia di un esperimento creativo e di un terremoto psichico più che di un incontro reale. In una lingua che è un impasto di inni, lessico privato, intonazioni bibliche e rimandi shakespeariani, Dickinson elabora una fantasia di adulterio che costituisce una sorta di contesto drammaturgico della sua lirica, fornendoci la matrice rovente della sua idea, al contempo sacra e profana, infantile ed estrema, dell’amore. (Traduzione e cura: Marco Federici Solari)

tratto da Dickinson, Un vulcano silenzioso, la vita (L’ORMA Editore, 2013)

Mario Benedetti, Difesa dell’allegria

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Difesa dell’allegria

Difendere l’allegria come una trincea
difenderla dallo scandalo e dalla routine
dalla miseria e dai miserabili
dalle assenze transitorie
e da quelle definitive
difendere l’allegria come un principio
difenderla dallo sbalordimento e dagli incubi
dai neutrali e dai neutroni
dalle dolci infamie
e dalle gravi diagnosi
difendere l’allegria come una bandiera
difenderla dal fulmine e dalla malinconia
dagli ingenui e dalle canaglie
dalla retorica e dagli arresti cardiaci
dalle endemie e dalle accademie
difendere l’allegria come un destino
difenderla dal fuoco e dai pompieri
dai suicidi e dagli omicidi
dalle vacanze e dalla fatica
dall’obbligo di essere allegri
difendere l’allegria come una certezza
difenderla dall’ossido e dal sudiciume
dalla famosa patina del tempo
dalla rugiada e dall’opportunismo
dai prosseneti della risata
difendere l’allegria come un diritto
difenderla da Dio e dall’inverno
dalle maiuscole e dalla morte
dai cognomi e dalle pene
dal caso
e anche dall’allegria

*

Mario Benedetti (1920 – 2009) – Traduzione di Raffaella Marzano tratta dal sito “Casa della poesia”

Sul poeta uruguayano suggeriamo anche la lettura di questo interessante articolo tratto da fascinointellettuali.larionews.com. (clicca sul link)

Boris Pasternak, Nella Settimana Santa

Il sasso nello stagno di AnGre

Boris Pasternak (Mosca, 1890 – 1960)

Nella settimana santa (trad.di Paolo Statuti)

Intorno ancora la nebbia notturna.
Ancora nel mondo è così presto,
Che il cielo pullula di stelle
E ognuna, come il giorno, è luminosa,
E se solo la terra potesse,
Dormirebbe il giorno di Pasqua
Alla lettura del Salterio.
.
Ancora intorno la nebbia notturna.
Ancora è così presto nel mondo,
Che la piazza giace coricata
Come in eterno da tutti i lati,
E mille anni ancora la separano
Dall’alba e dal calore.
.
Ancora la terra è completamente nuda,
E di notte essa non ha niente
Per far oscillare le campane
E fare eco ai coristi dall’esterno.
.
E dal Giovedì Santo
Fino al Sabato Santo
L’acqua perfora le rive
E intesse mulinelli.
.
E il bosco è spoglio e scoperto,
E sulla Passione di Cristo,
Come folla in preghiera,
Veglia la turba dei tronchi di pino.

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Louise Glück, due poesie

LEGGE NON SCRITTA


Interessante come ci innamoriamo:
nel mio caso, in modo assoluto.
In modo assoluto e, ahimè, spesso –
così era nella mia gioventù.
E sempre con uomini piuttosto giovanili –
immaturi, imbronciati, o che prendono timidamente a calci foglie morte:
alla maniera di Balanchine.
Né li vedevo come ripetizioni della stessa cosa.
Io, con il mio inflessibile platonismo,
il mio fiero vedere solo una cosa alla volta:
ho decretato contro l’articolo indefinito.
Eppure, gli errori della mia gioventù
mi rendevano senza speranza, perché si ripetevano
come è di solito vero.
Ma in te sentii qualcosa oltre l’archetipo –
una vera espansività, un’esuberanza e amore della terra
profondamente estranei alla mia natura. A mio merito,
benedissi la mia buona fortuna per te.
La benedissi in modo assoluto, alla maniera di quegli anni.
E tu nella tua saggezza e crudeltà
mi hai gradualmente insegnato l’assenza di senso di quel termine.


da “Nuovi poeti americani” (traduzione di E. Biagini, Einaudi)


*


L’IRIS SELVATICO
	

Alla fine del mio soffrire
c’era una porta.

Sentimi bene: ciò che chiami morte
lo ricordo.

Sopra, rumori, rami di pino smossi.
Poi niente. Il sole debole
tremolava sulla superficie secca.

È terribile sopravvivere
come coscienza
sepolta sulla terra scura.

Poi finì: ciò che temi, essere
un’anima e non poter
parlare, finì a un tratto, la terra rigida
un poco curvandosi. E quel che mi parve
uccelli sfreccianti in cespugli bassi.

Tu che non ricordi
passaggio dall’altro mondo
ti dico che seppi parlare di nuovo: tutto ciò
che ritorna dall’oblio ritorna
per trovare una voce:

dal centro della mia vita venne
una grande fontana, ombre blu
profondo su acqua di mare azzurra.


da “L’iris selvatico” (traduzione di M.Bacigalupo, Il Saggiatore)



in apertura opera di Vincent van Gogh

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Dante, Preghiera di San Bernardo alla Vergine

Divina Commedia, Paradiso, canto XXXIII, vv. 1-39

Dante Alighieri – Preghiera di San Bernardo alla Vergine 

(clicca sul link blu per scaricare il pdf)

«Vergine Madre, figlia del tuo figlio,
umile e alta più che creatura,
termine fisso d’etterno consiglio,

tu se’ colei che l’umana natura
nobilitasti sì, che ‘l suo fattore
non disdegnò di farsi sua fattura.

Nel ventre tuo si raccese l’amore,
per lo cui caldo ne l’etterna pace
così è germinato questo fiore.

Qui se’ a noi meridïana face
di caritate, e giuso, intra ‘ mortali,
se’ di speranza fontana vivace.

Donna, se’ tanto grande e tanto vali,
che qual vuol grazia e a te non ricorre,
sua disïanza vuol volar sanz’ ali.

La tua benignità non pur soccorre
a chi domanda, ma molte fïate
liberamente al dimandar precorre.

In te misericordia, in te pietate,
in te magnificenza, in te s’aduna
quantunque in creatura è di bontate.

Or questi, che da l’infima lacuna
de l’universo infin qui ha vedute
le vite spiritali ad una ad una,

supplica a te, per grazia, di virtute
tanto, che possa con li occhi levarsi
più alto verso l’ultima salute.

E io, che mai per mio veder non arsi
più ch’i’ fo per lo suo, tutti miei prieghi
ti porgo, e priego che non sieno scarsi,

perché tu ogne nube li disleghi
di sua mortalità co’ prieghi tuoi,
sì che ‘l sommo piacer li si dispieghi.

Ancor ti priego, regina, che puoi
ciò che tu vuoli, che conservi sani,
dopo tanto veder, li affetti suoi.

Vinca tua guardia i movimenti umani:
vedi Beatrice con quanti beati
per li miei prieghi ti chiudon le mani!».

in apertura: Santa Maria Vergine al centro della Candida Rosa, illustrazione di Gustave Doré (dal web)

*

Il sasso nello stagno di AnGre è lieto di riproporre quest’articolo in occasione delle celebrazioni del “Dantedì” 2021.

Hilde Domin, due poesie

Hilde Domin, due poesie
 

PARACADUTE

Poesia intrisa di lacrime
della solitudine estrema
tu rete sopra il baratro
bianco paracadute
che si apre sul precipizio

Un angelo avrebbe le ali
sotto di lui
non si sfalderebbe il terreno
un angelo non riceverebbe mai
messaggi confusi
su ciò che lo riguarda


da “Il coltello che ricorda” 
(a cura di Paola Del Zoppo, trad. di Stefania Deon, Del Vecchio editore)



*



PAESAGGIO IN MOVIMENTO

Si deve saper andare via
e tuttavia essere come un albero:
come se le radici rimanessero nel terreno,
come se il paesaggio si muovesse e noi restassimo fermi.
Si deve trattenere il fiato,
finché si calma il vento
e l’aria estranea inizia a girarci intorno,
finché il gioco di luci e ombre,
di verde e di blu,
crea gli antichi disegni
e siamo a casa,
ovunque essa sia,
e possiamo sederci e appoggiarci,
come se fossimo alla tomba
di nostra madre.


da “Con l’avallo delle nuvole”
(ed. orig. 1987, a cura di P.del Zoppo e O. Granato, Del Vecchio Editore)


in apertura opera di Antonio Donghi 

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