Magda Zavala, tre poesie

Tre poesie di Magda Zapata (poeta e narratrice della Costa Rica, nata nel 1951, vive a Heredia, a pochi chilometri dalla capitale San José.)

*

Trattato di baci

Mi baciavi con tutta la bocca.
Tanto da pensare che nulla avresti lasciato per te.

Con la robusta freschezza della frutta turgida, le tue labbra.
La tua lingua, un mollusco abile
e sorridente.

Il tuo alito mi baciava nelle orecchie
e il rumore sibilante, oscuro,
dei tuoi inviti.

Talvolta mi baciasti nella distanza del corpo.

Sono stata nella tua bocca, nelle tue labbra, nella tua saliva,
nella breve pressione dei tuoi denti,
nel saggio percorso del tuo olfatto.

Mille volte sono stata nei tuoi sorsi di idromele,
fino a quando restò soltanto
un tocco di addio
sulle guance.

~

A vela sciolta

So che contravvengo quando ti percorro,
il mio tatto sincero,
la bocca inondata,
tutto il mio essere nei sensi.
Nave di vela ardente su di te,
tu, mio porto assetato,
vorrei io,
di chiarezza.

Rassegnati,
non sarò mai donna convenzionale nel nostro letto.

Non mi temere per questo.
Sciogliti.

~

Noi, le donne

Un mondo per uomini e donne,
a mani unite, senza profeti.
E tra di noi, benvenuti
gli uomini disposti a un comune abbraccio,
capace di avvolgere con autentica tenerezza
la Terra.

(dal sito “thepoeti.it” che si ringrazia – in apertura, opera di R.Magritte)

Al seguente link, un approfondimento e altri testi di questa autrice costaricana: http://www.filidaquilone.it/num019brandolini3.html

Thich Nhat Hanh, due poesie

Thích Nhất Hạnh (1926), nato Nguyễn Xuân Bảo, è un monaco buddhista, poeta e attivista vietnamita per la pace; ordinato monaco a 16 anni in Vietnam ha presto concepito una forma di buddhismo impegnato che potesse rispondere concretamente alle esigenze della società. È stato un insegnante e un attivista sociale di spicco nel suo Paese d’origine, prima di ritrovarsi esiliato dal suo paese per aver auspicato la pace. in Occidente ha avuto un ruolo chiave nell’introdurre la consapevolezza e nel creare comunità di pratica (sangha) in tutto il mondo.

*

Preghiera per una terra

Perdute nelle tempeste
dell’oceano aperto,
le nostre piccole barche vanno alla deriva.
Cerchiamo una terra
durante interminabili giorni e interminabili notti.
Siamo la schiuma
che galleggia sull’immenso oceano.
Siamo la polvere
che vola nello spazio infinito.
Le nostre grida sono sopraffatte
dall’urlo del vento.
Senz’acqua né cibo
i nostri bambini giacciono stremati
e non hanno più la forza di piangere.
Siamo assetati di terra,
ma veniamo ricacciati da ogni spiaggia.
I nostri segnali di soccorso sono Alzati, Alzati,
ma le navi che ci incrociano non si fermano.
Quante barche sono affondate?
Quante famiglie giacciono sotto le onde?
Signore Gesù, ascolti la preghiera della nostra carne?
Bodhisattva Kwan Yin, dio della pietà, ascolti la nostra voce?
Uomini nostri simili, sentite la nostra voce
dall’abisso della morte?
O terra ferma,
quanto ti desideriamo!
Preghiamo che oggi l’umanità sia presente.
Preghiamo che la terra ci stenda le sue braccia.
Preghiamo perché oggi ci venga data speranza
da questo paese.

~

Torno ad aprire le antiche pagine 

Improvvisamente mi ritrovo nel mio passato.
Il punto di riferimento non è visibile più a lungo
e il sogno dell’altra notte è pieno di immagini illusorie.
I muri che servono a fermare i venti e la pioggia
hanno formato un angolo di spazio accogliente.
Le candele tremolanti
evocano il profumo di incenso della vigilia dell’Anno nuovo.
Piove.
In casa, la cena è servita.
Una manciata di foglie di coriandolo
mi riporta alle forme della madre patria.
Improvvisamente tutte le barriere sono rimosse
grazie alla tempesta di mezzogiorno
ed ogni cosa è rivelata.
Il sole di oggi non è lo stesso di ieri?
Uccelli intravisti contro il colore purpureo della sera.
I due estremi del tempo si uniscono
e mi spingono con tenerezza
verso una nuova apertura.
Il sipario della sera, destinato a catturare spazio,
improvvisamente si trasforma in salici piangenti.
Le nuvole si chiamano l’un l’altra
per un incontro sulla cima dei monti.
Sono tornato. Mi ritrovo ad aprire vecchie pagine.
Un tramonto sfolgorante ha bruciato tutti gli attestati… verbosi mantra si sono dimostrati non avere più forza…
Soffia forte ora il vento. Laggù dove finisce il cielo, sento sbattere le ali di qualche strano uccello.
Io dove sono?
Il punto focale della concentrazione è il ricordo.
La casa più vera è quella d’infanzia, tra le colline erbose.
Le foglie violette del tià-tò
contengono tutto un autunno pienamente maturo.
I tuoi piccoli piedi percorrono il sentiero,
come gocce di rugiada sulle giovani foglie.
Le lettere che ti inviai
risuonano come campane della chiesa.
Un cielo dorato di fiori è contenuto in un solo seme di mostarda.
Ecco, unisco le palme delle mani
e – meravigliosamente – lascio fiorire un fiore nel mio cuore.

(Tratte dal sito “thepoeti.it” che si ringrazia)

LibrEstate con Il sasso nello stagno di AnGre: FUORI DALLO SCAFFALE – antologia di autori vari

L’estate è tempo di relax e, si spera, anche di letture; in questo periodo verranno riproposte le pubblicazioni in pdf gratuitamente scaricabili (cliccando sul link colorato) create da Il sasso nello stagno di AnGre, sperando possano essere una buona compagnia per gli amici del blog. 

N.B. Ricordiamo che questi e-book sono presenti in maniera permanete sul blog e sono scaricabili sempre, cliccando direttamente sull’icona-fotografia che compare alla fine della colonna a destra sulla home page. 

Buona lettura a tutti!!

AA.VV. FUORI DALLO SCAFFALE by Il sasso nello stagno di anGre (clicca QUI per scaricare)

*

“Il disagio degli uomini di cultura si fa sempre più crudo nel mondo. Coloro che soltanto a diporto e per i loro scopi più o meno politici frequentano le arti e le scienze non hanno motivo di soffrire di questa disdetta: e i bari della cultura, pronti a seguire ogni padrone tranne la verità, non hanno ragione di allarme. Ma per i poeti, gli artisti, i filosofi, gli scienziati di buona fede, in questa vecchia Europa, questo è tempo di desolazione.” – (Francesco Flora, in Hebenon, IV serie, n.13-14, Aprile – Novembre 2014)

 Niyi Osundare, due poesie

Niyi Osundare (1947), poeta, drammaturgo, linguista e critico letterario africano, è nato il 12 marzo 1947 a Ikere-Ekiti, in Nigeria, ed è riconosciuto come una delle voci più importanti ed originali della poesia anglofona contemporanea. Cresciuto con un nonno guaritore e un padre agricoltore-compositore, ha potuto sviluppare sin dall’infanzia un rapporto diretto con la poesia tipico delle culture orali, che si rivelerà la principale fonte d’ispirazione per i suoi versi in inglese.
Osundare è uno degli esponenti più noti della ‘Alter-Native Tradition’, termine usato per indicare la seconda generazione di poeti nigeriani tra cui Odia Ofeimun, Funso Aiyejina e Tanure Ojaide. Pur riconoscendo il loro debito verso pionieri come Wole Soyinka e Christopher Okigbo, a partire dagli anni ’80 gli Alter-Natives ne rifiutano l’oscurità estetizzante di stampo modernista per proporre opere più dirette ed accessibili, caratterizzate da un impegno socio-politico d’impronta marxista. Tali caratteristiche contraddistinguono le prime tre raccolte di Osundare: Songs of the Marketplace (Canti del mercato, 1983), Village Voices (Voci del villaggio, 1984) e A Nib in the Pond (Un pennino nel lago, 1986).

Una svolta decisiva è rappresentata dalla raccolta The Eye of the Earth (L’occhio della terra, 1986), dove la rilevanza dei temi è sorretta da una sorprendente ricchezza linguistica e maturità lirica, da un gusto irrispettoso nel giocare con le possibilità espressive offerte dall’inglese; si veda ad esempio il neologismo ‘hueman’, omofono di ‘human’ ma letteralmente ‘l’uomo del colore’, o il termine ‘preyers’. Osundare opera una fusione di politica e poetica che diventerà caratteristica di molti dei suoi lavori seguenti, e il cui linguaggio figurativo attinge soprattutto a una natura antropomorfizzata, come nell’invocazione al camaleonte qui tradotta.

Da L’occhio della terra (1986)
Da “Echi della foresta”:

[…]
Conta i tuoi colori, oh camaleonte,
aborigeno del vento e del bosco
conta i tuoi colori
nell’arcobaleno della felce
nella corteccia spessa e cinerea
dell’alberello.
Conta i tuoi colori,
oh principe dal semplice corredo
vivace damerino che passeggia
così naturalmente nudo, poiché possiede
una foresta dai mille costumi.

Vesti la terra
con l’accurata cautela
dei tuoi occhi globali.
Vesti la terra,
non con l’inerzia millenaria
delle zampe di millepiedi,
non con l’incendio inferocito
della coda di scorpione
e neanche con l’avarizia calcolatrice
della lumaca che si trascina la casa
ad ogni viaggio.

Vesti questa mantide religiosa
nel suo tabernacolo eterno,
le verdi mani serrate
davanti a un dio assente
Vesti la foresta indifferente
che invece s’inchina dinanzi
all’austero muezzin
di un vento forte e insistente.
Vesti questa prole in preghiera,
questa scuola di rametti ballerini
[…]
Osserva, inoltre, questi predatori che pregano
nel calvario cannibale
della foresta:
l’iroko* che divora il cespuglio,
la iena che dilania il coniglio,
l’elefante che calpesta l’erba
con le gambe snervate dalla cancrena
del potere insensato
Racconta a tutti loro della pace oltre l’artiglio
Raccontagli del sole
che succede alla notte.
[…]

* iroko (chlorophora excelsa) = grande albero tropicale dal legno duro e pregiato, detto anche ‘quercia africana’.

▪︎

L’opera seguente, Moonsongs (Canti della luna, 1988) è ispirata da un agguato criminale e quasi fatale contro Osundare, poi costretto a una lunga degenza in ospedale. I temi sociali sono meno espliciti, con un immaginario più criptico che ha provocato alcune accuse di disimpegno; l’atmosfera di queste invocazioni lunari è comunque pervasa di sofferenza.

Da Canti della luna (1988):
“VI”

Notte dopo notte
il vento spande l’orizzonte

la luna, troppo piena per dormire
afferra sogni effimeri tra tunnel
di nuvole sonnolente,
oscillando così solenne al richiamo
                    del tamburo
                         del tamburo
così forte adesso, con la membrana del sole

E con ritmo di rocce
ricordo di prati
geroglifico di poggi
col suo din-don d’albe e tramonti
la luna ride a tempo
e una lacrima millenaria le arde
nell’occhio ampio

La lacrima sgorga in ruscello
matura in fiume
poi galoppa come liquida puledra
verso il mare

Tutto all’alba
quando la luna è un ombelico attempato
nella pancia del cielo.

*

Cura e traduzione di Pietro Deandrea
Università di Torino, Facoltà di Lingue e Letterature Straniere — Archivio El-Ghibli.org

Alfonso Brezmes, quattro poesie

.

Per questi versi si ringrazia Mirta Amanda Barbonetti, che ha curato articolo originale e traduzione per Fili d’aquilone n.45 (qui)

*

Alfonso Brezmes è nato nel 1966 a Madrid, dove vive. Ha pubblicato i libri di poesia: Postales desde el futuro (2010), La noche tatuada (2013) e Don de lenguas (2015).  Suoi testi sono stati pubblicati in antologie e riviste.

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STRUMENTI DI MISURA

Per misurare il tempo fu inventata l’assenza,
quella riga che divide il mondo in due,
in due i corpi, i giorni, le parole.

Per misurare l’assenza fu inventato il silenzio
quel linguaggio di spettri, quel dolore mansueto
con il gelido tocco delle cose vuote.

Per misurare il silenzio avete inventato me,
questo cane di nebbia che vaga nella notte
come un faro in cerca di un naufragio.

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AMORE E GEOMETRIA

Cercarti è un’ellisse.
Sognarti è una curva.
Decifrarti è una piramide.
Raggiungerti è un’iperbole.
Amarti è un cerchio.
Tenerti è un quadrilatero.
Perderti di nuovo
è una mera parabola
per tornare a cercarti.

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CRIMINE IMPERFETTO

Di tutti i crimini che ho commesso
solo di uno mi pento:
di non aver sopraffatto del tutto il desiderio,
questo avvoltoio abbietto e insaziabile
che mi fa credere
di essere ancora vivo.

.

STATO SOGNANTE

Continuai a sognarla per tutta la notte.
Al risveglio era lì,
proprio come appariva nei miei sogni:
candida come un mondo
che lentamente si stiracchia prima di riprendere il suo moto.
Quando compresi che era vera
come la vita stessa, fuggii all’istante
dalla vecchia realtà e dai suoi travestimenti,
e richiusi dolcemente gli occhi
per poter tornare a sognarla.

.

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INSTRUMENTOS DE MEDIDA

Para medir el tiempo se inventó la ausencia, 
esa raya que separa en dos el mundo, 
en dos los cuerpos, los días, las palabras. 

Para medir la ausencia se inventó el silencio, 
esa lengua de espectros, ese dolor obediente 
con el frío tacto de las cosas huecas. 

Para medir el silencio me inventaste a mí, 
este perro de niebla que vaga en la noche 
como un faro en busca de un naufragio.

.

AMOR Y GEOMETRÍA

Buscarte es una elipse. 
Soñarte es una curva. 
Descifrarte es una pirámide. 
Alcanzarte es una hipérbola. 
Amarte es un círculo. 
Tenerte es un cuadrilátero. 
Perderte de nuevo 
es una mera parábola 
para volver a buscarte.

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CRIMEN IMPERFECTO

De todos los crímenes que cometí 
sólo me arrepiento de uno: 
no haber matado del todo el deseo, 
ese buitre abyecto e insaciable 
que me hace creer 
que sigo estando vivo.

.

ENSOÑACIÓN

Toda la noche la anduve imaginando. 
Al despertar, allí estaba, 
tal y como se manifestaba en mis sueños: 
con la pureza intacta de un mundo 
que se despereza antes de girar. 
Cuando comprendí que era cierta 
como la vida misma, huí como pude 
de la vieja realidad y sus disfraces, 
y cerré suavemente los ojos 
para poder volver a soñarla.

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due poesie da Anánkē di Angela Greco

due poesie da Anánkē di Angela Greco (Ladolfi Editore, 2021)

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E, dopo questo momento e questa incertezza,
sarà ancora una voce a riedificare il sole,
a ridestare il giorno, a ricordare il cielo e
a rileggere i passi stanchi che sono stati.

Una voce, che al mattino prolunga il sogno,
che rende grazie a mezzogiorno e benedice,
a sera, per quel che ha vissuto e per il domani;
certezza di luce, d’infanzia indomata
e di notti di sperate stelle, di sonno perduto e 
di respiro affaticato; di persone, che a malincuore
hai salutato e di cancelli da varcare, di terrazze 
sull’ignoto da attraversare. Una torre di amarezze
da scalare per rivedere l’orizzonte color pesca, che
desta l’occhio disabituato all’incanto dimenticato.

Poi raccoglieremo mandorle
per le promesse nascoste nel legno, 
segno che dopodinoi saranno ancora 
terra e attesa, pianto e sale,
delusione e nuova speranza di ricordare
il nome dell’unica cosa per cui sia valsa 
tutta la pena di vivere.



*


Non inizia niente di nuovo;
31 o 1, 2020 o 2021 sono solo numeri
e da qualche parte siamo già stati scritti
anche noi. Tra le stelle o sul marmo, 
cambia solo lo spazio che ci ha contenuti. 

Nel mentre, 
riprendiamoci quel che abbiamo perso,
scaliamo la montagna per vedere ancora
quel che questo silenzio non dice.

[…]

Inizio da te, ricomincio dalla tua umanità,
sospesa al fiato che man mano si fa corto
alla vista dei tuoi profetici occhi silvani,
di perdute acque e sconfinate prospettive.

Nasco qui, alla tua domanda sul giorno,
al percorso troppo breve tra due arrivi
marcati a fuoco; nel vegliare una finestra
sulla rovina affacciata al domani,
ai piedi d’un cielo, che fai più vicino.

[…]



Margaret Atwood, due poesie

Mi prendi la mano e
di colpo sono in un film scadente,
continua sempre così e
perché sono affascinata

Balliamo un lento valzer
in un’aria viziata di aforismi
ci incontriamo dietro infiniti vasi di palme
tu scali le finestre sbagliate

Altri se ne vanno
ma io resto sempre fino alla fine
ho pagato il prezzo, voglio
vedere quello che succede

In vasche casuali devo
togliermi di dosso te
sotto forma di fumo e celluloide
fusa

Non posso negarlo, sono
a lungo andare drogata
l’odore di popcorn e felpa logorata
indugia per settimane

(trad. it. Alfredo Rizzardi — immagine d’apertura: fotografia di Francesca Woodman)

Cuore

Alcuni vendono il proprio sangue. Tu ti vendi il cuore.
O quello o l’anima.
Il difficile sta nel tirare fuori quella maledetta cosa.
Una specie di movimento a spirale, come sgusciare un’ostrica,
la tua spina dorsale un polso
e poi, oplà! È nella tua bocca.
Quasi ti metti in subbuglio
simile a un’attinia che espelle un sasso.
C’è un rumore rotto, il chiasso
d’interiora di pesce in un secchio,
ed ecco, un enorme e brillante grumo rosso intenso
di un passato ancora vivo, tutto intero su un piatto d’argento.

Viene fatto passare. È scivoloso. Viene lasciato cadere,
ma anche assaporato. Troppo scadente, dice uno. Troppo salato.
Troppo aspro, dice un altro, con una smorfia.
Ognuno è un buongustaio istantaneo,
e tu ascolti tutto
in un angolo, come un cameriere appena assunto,
la tua mano, diffidente e capace nella ferita nascosta
sotto la camicia e nel petto,
con timidezza, senza cuore.

(trad. it. E. Rao — per questi versi si ringrazia il sito InternoPoesia)

 

Wisława Szymborska, due poesie

Wisława Szymborska (Kórnik, 1923 – Cracovia, 2012) , due poesie

Amore a prima vista

Sono entrambi convinti
che un sentimento improvviso li unì.
E’ bella una tale certezza
ma l’incertezza è più bella.

Non conoscendosi prima, credono
che non sia mai successo nulla fra loro.
Ma che ne pensano le strade, le scale, i corridoi
dove da tempo potevano incrociarsi?

Vorrei chiedere loro
se non ricordano –
una volta un faccia a faccia
forse in una porta girevole?
uno “scusi” nella ressa?
un “ha sbagliato numero” nella cornetta?
– ma conosco la risposta.
No, non ricordano.

Li stupirebbe molto sapere
che già da parecchio
il caso stava giocando con loro.

Non ancora del tutto pronto
a mutarsi per loro in destino,
li avvicinava, li allontanava,
gli tagliava la strada
e soffocando un risolino
si scansava con un salto.

Vi furono segni, segnali,
che importa se indecifrabili.
Forse tre anni fa
o il martedì scorso
una fogliolina volò via
da una spalla all’altra?
Qualcosa fu perduto e qualcosa raccolto.
Chissà, era forse la palla
tra i cespugli dell’infanzia?

Vi furono maniglie e campanelli
in cui anzitempo
un tocco si posava sopra un tocco.
Valigie accostate nel deposito bagagli.
Una notte, forse, lo stesso sogno,
subito confuso al risveglio.

Ogni inizio infatti
è solo un seguito
e il libro degli eventi
è sempre aperto a metà.

.da “Amore a Prima vista”, Adelphi, trad. di Pietro Marchesani.

*

Ogni caso 

Poteva accadere.
Doveva accadere.
È accaduto prima. Dopo.
Più vicino. Più lontano.
È accaduto non a te.

Ti sei salvato perché eri il primo.
Ti sei salvato perché eri l’ultimo.
Perché da solo. Perché la gente.
Perché a sinistra. Perché a destra.
Perché la pioggia. Perché un’ombra.
Perché splendeva il sole.

Per fortuna là c’era un bosco.
Per fortuna non c’erano alberi.
Per fortuna una rotaia, un gancio, una trave, un freno,
un telaio, una curva, un millimetro, un secondo.
Per fortuna sull’acqua galleggiava un rasoio.

In seguito a, poiché, eppure, malgrado.
Che sarebbe accaduto se una mano, una gamba,
a un passo, a un pelo
da una coincidenza.

Dunque ci sei? Dritto dall’attimo ancora socchiuso?
La rete aveva solo un buco, e tu proprio da lì?
Non c’è fine al mio stupore, al mio tacerlo.
Ascolta
come mi batte forte il tuo cuore.

da “Ogni caso”, Libri Scheiwiller, trad. di Pietro Marchesani

Oltre la rete, la poesia italiana che si incontra oggi: Raffaele Piazza

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OLTRE LA RETE: Raffaele Piazza

Tesse una musica
.
Tesse una musica il marino
fluire senza tempo, l’onda verde
che trasparente vola nella forma
di donna, di conchiglia che scolora
sulla spiaggia dalle felici trame
dove nella tua notte posi l’ombra
tra la sabbia dei passi che riveli
un moto precedente di parole
presunto tra l’argento che ti sfiora
di una luna a pochi tiri
di sasso levigato dall’attesa.
.
.
.
A Pierpaolo Pasolini
.
Vedi, Pierpaolo, a Ostia è il
nulla, una culla di pensieri
sciama nel Terzo Millennio
eri felice, Pierpaolo? Saresti
vivo in questo postmoderno
senza usignoli senza la mano
e la manna dell’innocenza
a tessere testi per Garzanti
e sul Decamerone
mirabili pellicole.
Poesia in forma di rosa
un attimo un barlume,
l’esatta verginità morale del tuo
esistere eri l’angelo del nulla
sorridevi in questo ti differenzi,
da Pavese, tu, profeta sanguato dei giorni
e cosa diresti vegliardo nel 2021?
Pierpaolo angelo
tra penna e cinepresa, Corriere
e ragazzi di borgata, privata
felicità nella diversità eri felice?
.
Ceste di mele di fortuna
ti donerei questi versi
piango come chi crede nell’arte tua
.
le ceneri tue insieme a quelle di Gramsci
a vedere nel fondo della Storia
un mistico furore di generazioni
senza passato Pierpaolo
oltre la vita e la morte
ai blocchi di partenza e sono morti
Penna e Bellezza e Moravia.
.
Pierpaolo, in quel chiaroscuro
aurorale che dà barlumi per esatta
coincidenza era il 1975 il giorno
dell’infanzia e mia nonna disse
che eri morto, sovrana innocenza
penna nel quaderno di me stesso
a non sapere come nascono i figli.
.
.
.
Linea di poesia delle tue fragole
.
Una linea di poesia mi chiedevi, un chiaro
incontro oltre la chiave della nebbia,
si apriva e continuava e stava nel freddo polare
di igloo casa la giornata sottesa ai tuoi panni
lasciati in una telefonata marina nell’azzurro
subacqueo dei secoli dietro di noi e domani come giorno:
se avevamo fame tu sfamavi di parole la mia voce
con i salici dell’ironia, io ragazzo appoggiato alla tua
sigaretta donata nella bellezza della gola in un bel luogo
di liquido prato.
.
.
.
Raffaele Piazza (Napoli, 1963) vive e lavora a Napoli, presso l’Università Federico II, come tecnico elaborazione dati; collaboratore esterno de Il Mattino, area cultura, collabora e ha collaborato con numerosi settimanali, mensili, quotidiani. E’ poeta e critico letterario. Ha pubblicato Luoghi visibili (Amadeus, 1993, finalista al premio Lerici Golfo dei Poeti 1994), La sete della favola (Amadeus, 1994), Sul bordo della rosa (Finalista al Gozzano 1998 e Selezionato al Camaiore 2000), Alessia, Alessia e Mirta, In limine alla rosa. E’ redattore di Poetry Wave Vico Acitillo 124 e ha pubblicato poesie su diversi siti letterari di rilevanza nazionale ed internazionale. Nel 2014 ha vinto il Premio Michele Sovente (presidente di giuria Elio Pecora) con “Linea di poesia delle tue fragole”.

Ervin Fritz, poesie tratte dall’antologia Radoživost

Ervin Fritz, poesie tratte dall’antologia Radoživost  (Esuberanza o Vitalità o Giovialità, insomma Piacere di vivere), edita a Ljubljana nel 1989; traduzione dallo sloveno di Jolka Milič per il n.47 di Fili d’aquilone che si ringrazia.

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POETICA

La rima non è tutto.
La poesia non è tutto.
Le dichiarazioni di mobilitazione sono senza rime,
le corti marziali non emanano sentenze in lingua forbita.
A che servono le rime nelle grandi calamità e miseria?
Che fare delle rime quando Roma è in fiamme?
Gesù stesso in pura prosa ha esclamato:
«Dio mio, perché mi hai abbandonato?»

.

POETI

Costruiamo febbrilmente sempre nuove sintesi,
scriviamo e parliamo febbrilmente,
fasciamo eventuali ferite con delle bende,
ma la vita ci passa accanto.

Di notte ascoltiamo Mosca e il Vaticano,
leggiamo Züricher Zeitung e Humanité
e rimuginiamo giorno e notte
cos’è mai questo mondo e dove va.

Dubitiamo. Non crediamo a chicchessia, ma
tuttavia siamo ingenui come lo sono ben pochi.
Soffriamo e nella nostra esagerata pena
non ci accorgiamo che patiscono anche gli altri.

Tutt’intorno diffondiamo la nostra tipica emotività,
in noi si dissolvono le immagini del mondo,
siamo la vita su un binario morto o secondario
chissà dove, vicino all’inferno.

.

SONO COSÌ MORTALE e insignificante:
il mondo con la mia vita non guadagna niente.
Sono superfluo, scambievole, dispensabile.
Una foglia d’albero in mezzo a un bosco.

Anche il mio popolo: in questo millennio
ha dato al mondo un fagottino di libri buoni.
E con ciò la nostra Terra è un puntino vieto
in margine agli anni luce.

Come sono smarrito, piccina mia,
lo vedi dalla smania che ho della tua bocca.
Della tua bocca e del giorno davanti a te e a me.
E della notte sopra entrambi.

.

SVEGLIA

Sono io chi vi arreca l’inquietudine.
Durante il mio canto non potete appisolarvi dopo pranzo,
io voglio avervi per me interamente, come siete.

Non mi conoscete ancora:
io vi sveglierò!
Siete maledettamente intrattabili,
avete le orecchie piene di prediche, di pubblicità e propaganda,
non è facile dissuadervi.

Vi desterò,
anche se dovessi diventare un pagliaccio da circo,
anche se dovessi usare la parola untuosa dei preti moderni,
anche se dovessi portare capelli lunghi e svegliarvi con la chitarra.

Sono disposto a venire da voi in minigonna,
sono disposto ad apparire davanti a voi atteggiandomi ad Amleto
(con il teschio del povero Yorick),
sono disposto a reclamizzare i miei articoli
nella trasmissione pubblicitaria zig-zag alla televisione,
solo per poter piantare nella vostra mente di castroni
qualche chiodo
che nella vostra zucca dura
comincerebbe a tormentarvi così tanto,
da costringervi, maledetti, a darvi una smossa
e finalmente provocare qualche bella insurrezione.

(clicca qui per leggere l’articolo completo con le poesie in lingua originale).

.

Ervin Fritz, poeta, drammaturgo, direttore artistico e traduttore sloveno è nato il 27 giugno 1940 a Prebold – Savinjska dolina. Per ragioni di studio e di lavoro si è trasferito giovanissimo nella capitale slovena, dove tuttora risiede. Laureato in drammaturgia all’AGRFT (Accademia per il teatro, la radio, il cinema e la televisione) di Ljubljana. Ha lavorato prevalentemente alla televisione con mansioni diverse fino al pensionamento nel 2003.
Penna molto fertile. Ha scritto – e continua a scrivere – poesia riflessiva, spesso satirico-realistica con motivi dalla vita quotidiana. Ha firmato un’infinità di radiodrammi e sceneggiati televisivi. Anche poesie e testi per l’infanzia per il teatrino delle marionette. Ha ottenuto diversi premi, tra cui nominerò due: nel 1979 l’ambito premio della Fondazione Prešeren e nel 2008 il premio Večernica per la raccolta Vrane (Cornacchie).
Ha pubblicato 17 raccolte di poesia, esordendo con la prima, intitolata Dva (Due) insieme a un amico che poi ha smesso di scrivere poesie dedicandosi con successo alla critica letteraria. Ervin invece ha continuato con altrettanto successo a scrivere poesie, poemetti, epigrammi, frecciate, commenti polemici in rima, dando alle stampe le seguenti raccolte: Hvalnica življenja (Inno alla vita), 1967; Dan današnji (Oggigiorno), 1972; Okruški sveta (Schegge del mondo), 1978; Minevanje (Transizione), 1982; Dejansko stanje (Situazione effettiva), 1985; Slehernik (Un tipo qualsiasi), 1987; Črna skrinjica (Scatola nera), 1991; Svet v naprstniku (Il mondo in un ditale), 1992; Pravzaprav pesmi (In sostanza poesie), 1995; Favn (Il fauno), 1998; Tja čez (Là oltre), 2002; Vrane (Cornacchie), 2007; Drugačen svet (Un mondo diverso), 2008; Dolgi pohod (Lunga escursione), 2010; Žitja (Oleografie), 2012 e Odgovornost poezije (Responsabilità della poesia), 2014-2017. Quest’anno sono uscite tutte le sue raccolte nell’antologia Velika Radost (Grande gioia).

Manuel Vázquez Montalbán, poesie da Ars amandi

Manuel Vázquez Montalbán, da III Ars amandi (da Una educazione sentimentale in Memoria e desiderio), tratte da Il desiderio e la rosa a cura di Hado Lyria (Frassinelli, 2007)

[…]

III

Copriti,
copriti le metafore, fa
un piccolo freddo da piccolo inverno,
con un piccolo radiatore, piccolo
tempo per sentirci insieme
………………………………..meno soli
che soli abitualmente, meno saggi
per dire amore mio senza rimorsi
per credere di essere stati scelti
………………………………………..tempo fa
in un Mercato Persiano annunciato da profeti
.
sì, copro anche le mie immagini impazienti.
.
.
IV
.
.
Potrebbero essere azzurre le piastrelle del bagno,
un po’ color corinto il tappeto, caminetto rosso
e libri rilegati, una foto
enorme della Rambla
……………………………..ma prima
avremmo fatto la rivoluzione, del popolo
le risate spartite tra te e me
.
………………………………………e in estate
vedremmo affondare a Port Lligat quel piccolo cutter
fantasma
………….di un vecchio proprietario terriero in esilio.
.
.
VI
.
.
Difficile l’amore senza retrobottega
senza dispensa né chiave nel guardaroba,
una sera, un porto, una scia,
un libro, un ritmo, una morte
screditata come un trucco con le carte
.
e nel risuscitare
………………….duri spigoli di facciate,
battiti di orologio e cuore proibito, indossare
di nuovo la camicia a mezz’asta,
gradire la solitudine che mi hai tolto
che ti ho tolto
………………….una sera, una scia
.
screditato per sempre, il mito
del forse
………..della sapienza convenzionale
amato e amante, turba l’amore
………………………………………….solo la paura
un funerale e un naufragio con l’assicurazione, rispetta
le pagine e non sapremo prima del tempo
con quale morto finisce quest’avventura
.
…………………………………………………………..chi
rimarrà di sale nella città perduta.
.
[…]
.

*

Manuel Vázquez Montalbán – Scrittore spagnolo, nato a Barcellona il 27 luglio 1939. Laureato in lettere, per la sua attiva partecipazione alle lotte universitarie contro la dittatura franchista fu messo in carcere. È stato membro del Comitato centrale del Partido socialista unificado de Cataluña. Esordì molto giovane come giornalista e saggista, pubblicando anche sulla rivista Triunfo, sotto lo pseudonimo Sixto Cámara, una serie di articoli anticonformisti e pungenti, sempre tinti di umorismo (poi raccolti nel volume Crónica sentimental de España, 1971). Si è cimentato anche nella poesia: Una educación sentimental (1967), Movimiento sin éxito (1969), A la sombra de las muchachas en flor (1973), Praga (1982), produzione poetica raccolta in Memoria y deseo (1986). La sua narrativa nasce all’insegna dello sperimentalismo (Recordando a Dardé, 1969; Happy end, 1974), ponendosi volutamente contro i parametri del realismo, e raggiunge la maturità nei romanzi che costituiscono il cosiddetto ”ciclo Carvalho” (dal nome del protagonista, il detective Pepe Carvalho).

Benché sia evidente l’influenza della narrativa nordamericana, la scrittura di V.M. attinge a ben precisi modelli della tradizione ispanica, Baroja in primo luogo. Infatti, la forza dei suoi romanzi risiede non solo nell’intrigo o nella trama narrativa ma anche, o forse soprattutto, nella vivacità, la plasticità e il realismo con cui V.M. riesce a ritrarre gli ambienti sociali (mettendo in campo anche le sue doti maturate nell’attività di giornalista): libero da schematismi ideologici, nonostante la sua militanza politica, V.M. offre nelle sue pagine un attendibile affresco della società spagnola contemporanea. Scrittore versatile e lavoratore infaticabile, si è cimentato sui più svariati argomenti. [da Treccani.it; Bibl.: M. Blanco Chivite, Manuel Vázquez Montalbán & Pepe Carvalho, Madrid 1992]

Immagine d’apertura:opera di Banksy

Novità editoriale: Ananke, poesie di Angela Greco AnGre (Ladolfi Ed. aprile 2021)

In questi giorni, per i tipi Giuliano Ladolfi Editore, che ringrazio per la fiducia, per la professionalità e per la ricerca operata nel campo della poesia contemporanea, è uscito ANANKE, il mio nuovo libro di poesie, introdotto dalle parole di Fabrizio Bregoli, al quale va il mio ringraziamento per la stima e l’amicizia, e presentato dalla superba copertina creata da Angelo Bruno, che, parimenti, ringrazio. Il libro, che vede la luce in un momento comune difficile e drammatico – del quale porta impressi i segni nella visione della realtà, aggiungendo, com’è nel mio carattere, sempre un punto luce – vuole essere un augurio di ripartenza e un invito alla tenacia, a non arrendersi e a perseguire, nonostante tutto, i propri sogni e quello in cui si crede fermamente. Tra qualche giorno sarà disponibile presso tutti gli store on line; intanto, sono felice di condividere con gli Amici e i Lettori, la mia gioia. Grazie.

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ANANKE di Angela Greco AnGre,

Giuliano Ladolfi Editore, aprile 2021; Introduzione di Fabrizio Bregoli

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Non lontano da questa mattina
calcinacci bianchissimi a bordo strada,
tra scarti di caramelle e germogli
ostinati, hanno risvegliato il giorno
incuranti dell’asfalto; si procede
per sottrazioni, operazioni lontane
dai quaderni di quando eravamo piccole mani,
fiocchi colorati per distinguersi nella ressa,
inciampi di parole e ginocchia ferite.

.

La difficoltà sta tutta nella posa dei piedi,
nel loro passo fermo sulla superficie che
trattiene dalla caduta, nel tentennamento.
Da quassù non è semplice come dicono,
tutt’altro; la visuale, quella sì, ha un valore
e forse la metafora rimarrà oscura, ma
occorre tentare, senza ripensamenti.
Mon dieu, nemmeno tu comprendi più
questo spazio che va restringendosi.

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“Angela Greco sceglie di intitolare la sua nuova raccolta di poesie, con un chiaro riferimento mitologico alla tradizione classica, a Ananke, ossia la forza del destino, l’ineluttabilità del fato a cui l’uomo deve necessariamente obbedire, o soggiacere. Questo potrebbe lasciar pensare che l’autrice, rifacendosi a una scuola di pensiero dalla tradizione consolidata che attraversa i secoli, aderisca a un’idea dell’uomo come di soggetto che è sottomesso a una volontà imperscrutabile e superiore che gli impone le proprie scelte, lo relega a un insieme di accadimenti predeterminati per i quali viene privato di ogni potere decisionale. In realtà questa percezione di un destino che si impone e fa valere le proprie ragioni sulla vita dei singoli, questa constatazione di uno “spazio che va restringendosi” vanno circostanziate e riferite alla serie di eventi a cui la raccolta si rivolge e ai quali, con intelligenza, Angela Greco non fa mai cenno esplicito, ma li lascia intuire dalla inequivocabilità delle date che circoscrivono questi versi a quell’anno 2020, a tutti ben noto. Evitare il cronachismo, procedere per allusioni: questo dà consistenza al messaggio poetico, evita di cadere nella retorica.

Quindi Angela Greco ci propone una poesia, che non si può ridurre a un diario in versi tout court, ma che è una riflessione profonda e partecipe di una condizione storica che, certo, la riguarda individualmente e che la porta a parlare di sé, ma nasce dal bisogno dell’incontro, perché occorre “rendersi conto che una parte di sé stessi è / l’Altro”. Fin dall’incipit dell’opera è chiara questa responsabilità di fondo che porta l’autrice a una definizione della poesia come di “questa sostanza che unisce / respiri e calci a gamba tesa”, agone aperto e problematico in cui avviene la scrittura, in una consapevolezza a livello di poetica che è essenziale per evitare di cadere nel tranello del già detto e dell’ovvio: “bisogna tornare a scrivere con la penna tutto l’alfabeto”.

Questa fiducia di Angela Greco nella poesia, del resto, oltre che nella pratica di quest’arte in prima persona, trova conferma da molti anni nel suo lavoro di divulgazione della poesia grazie al suo blog “Il sasso nello stagno”, dove trovano accoglienza i versi dei maestri classici e contemporanei: questa frequentazione assidua e approfondita la porta a una poesia matura, consapevole dei suoi strumenti, debitrice alla tradizione ma anche molto personale, con una fisionomia ben riconoscibile.” [dall’Introduzione di Fabrizio Bregoli]

Tra qualche giorno disponibile su tutti gli store on line.

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Ringrazio Fabrizio Bregoli anche per la presentazione fatta sul suo pregevole sito, dov’è possibile leggere l’Introduzione integralmente:

https://fabriziobregoli.com/2021/04/12/ananke-di-angela-greco

Ancora Barabba

La città vista da qui sembra smisurata.
Il drappo protegge il sinedrio dalla luce.
Stanno decidendo il mio futuro.
Chi? Una commistione di popolo e leggi.
Ma quello che dovrà scegliere tra me e l’altro
è anche il mio popolo. Ho le mani legate.

In alcuni giorni la sopravvivenza è un dono altrui
(come nelle notti in mare
quando l’approdo è solo un caso).

Oggi, vista da quassù la città sembra più bella
eppure decreterà chi deve morire.

 

*

Il governatore della regione scruta il cielo fosco:
una sequenza di grigi è presagio di maltempo.

Dalle torri per svariati ettari si estende fumo
(inno ad un futuro scambiato per denaro).
Forse verrà la pioggia,
ma non sarà sufficiente.

Dalla finestra Pilato confonde le nuvole:
alcune porteranno acqua; altre,
somigliano a presagi
(ma lo sapremo soltanto tra cinquant’anni).

Obliquo un raggio
dallo specchio colpisce l’occhio.
Non basta la mano a schermarsi.

Il processo sta per iniziare:
si indossi pure l’abito migliore.

 

*

Impronte nel Getsemani dicono che
non era uno solo
a calpestare terra e preghiere.

Sotto il riverbero del sole di mezzogiorno
c’è chi non distingue l’innocente
tra le pagine e i nodi dell’ulivo.

La città ha già reso note le sue intenzioni:
issano altre croci prima del tramonto;
viene il giorno di festa.
La morte per questo può aspettare.

 

Il vento gonfia le tende rosse.
Il tribunale dà segno d’inizio.

Metà mattina. La piazza aspetta
in silenzio le sorti capovolte: oggi
trenta Giuda tradiranno per un denaro
chiunque stia loro seduto accanto.

Nel vuoto tra muro e strada
aspetta la sorte.

 

 

da ANCORA BARABBA di Angela Greco AnGre

(YCP, Collezione Bocche Naufraghe – QUI)

in apertura, immagine da Vangelo secondo Matteo di P.P.Pasolini

Louise Glück, due poesie

LEGGE NON SCRITTA


Interessante come ci innamoriamo:
nel mio caso, in modo assoluto.
In modo assoluto e, ahimè, spesso –
così era nella mia gioventù.
E sempre con uomini piuttosto giovanili –
immaturi, imbronciati, o che prendono timidamente a calci foglie morte:
alla maniera di Balanchine.
Né li vedevo come ripetizioni della stessa cosa.
Io, con il mio inflessibile platonismo,
il mio fiero vedere solo una cosa alla volta:
ho decretato contro l’articolo indefinito.
Eppure, gli errori della mia gioventù
mi rendevano senza speranza, perché si ripetevano
come è di solito vero.
Ma in te sentii qualcosa oltre l’archetipo –
una vera espansività, un’esuberanza e amore della terra
profondamente estranei alla mia natura. A mio merito,
benedissi la mia buona fortuna per te.
La benedissi in modo assoluto, alla maniera di quegli anni.
E tu nella tua saggezza e crudeltà
mi hai gradualmente insegnato l’assenza di senso di quel termine.


da “Nuovi poeti americani” (traduzione di E. Biagini, Einaudi)


*


L’IRIS SELVATICO
	

Alla fine del mio soffrire
c’era una porta.

Sentimi bene: ciò che chiami morte
lo ricordo.

Sopra, rumori, rami di pino smossi.
Poi niente. Il sole debole
tremolava sulla superficie secca.

È terribile sopravvivere
come coscienza
sepolta sulla terra scura.

Poi finì: ciò che temi, essere
un’anima e non poter
parlare, finì a un tratto, la terra rigida
un poco curvandosi. E quel che mi parve
uccelli sfreccianti in cespugli bassi.

Tu che non ricordi
passaggio dall’altro mondo
ti dico che seppi parlare di nuovo: tutto ciò
che ritorna dall’oblio ritorna
per trovare una voce:

dal centro della mia vita venne
una grande fontana, ombre blu
profondo su acqua di mare azzurra.


da “L’iris selvatico” (traduzione di M.Bacigalupo, Il Saggiatore)



in apertura opera di Vincent van Gogh

clicca QUI per scaricare gratuitamente 21 marzo ’21 AA.VV.

Hilde Domin, due poesie

Hilde Domin, due poesie
 

PARACADUTE

Poesia intrisa di lacrime
della solitudine estrema
tu rete sopra il baratro
bianco paracadute
che si apre sul precipizio

Un angelo avrebbe le ali
sotto di lui
non si sfalderebbe il terreno
un angelo non riceverebbe mai
messaggi confusi
su ciò che lo riguarda


da “Il coltello che ricorda” 
(a cura di Paola Del Zoppo, trad. di Stefania Deon, Del Vecchio editore)



*



PAESAGGIO IN MOVIMENTO

Si deve saper andare via
e tuttavia essere come un albero:
come se le radici rimanessero nel terreno,
come se il paesaggio si muovesse e noi restassimo fermi.
Si deve trattenere il fiato,
finché si calma il vento
e l’aria estranea inizia a girarci intorno,
finché il gioco di luci e ombre,
di verde e di blu,
crea gli antichi disegni
e siamo a casa,
ovunque essa sia,
e possiamo sederci e appoggiarci,
come se fossimo alla tomba
di nostra madre.


da “Con l’avallo delle nuvole”
(ed. orig. 1987, a cura di P.del Zoppo e O. Granato, Del Vecchio Editore)


in apertura opera di Antonio Donghi 

clicca QUI per scaricare gratuitamente 21 marzo ’21 AA.VV