Ne Le stanze di carta – Annuario 2019, una poesia di Angela Greco

E’ sempre un piacere per un autore, quando un valente luogo letterario riconosce un suo lavoro e ne promuove la lettura; è il caso de Le stanze di carta, che – come si legge nella mission – risulta “tra i principali blog e siti letterari per la diffusione di poesia classica e contemporanea. Dal 2016 si adopera a scopi culturali, senza fini di lucro, per una presenza più influente della poesia nella nostra cultura, sostenendo eventi letterari e iniziative editoriali gratuite, supportando gli scrittori e le scritture con recensioni e spazi di visibilità. […] Il sito Le stanze di carta esiste grazie al sostegno dei suoi lettori, visitatori, appassionati di arte e cultura che ne condividono il progetto letterario e la filosofia partecipativa con cui lo realizza, oltre che al filantropico contributo di Ilaria Cino e Lavinia Frati, suoi fondatori.”

In questi giorni di fine anno, Le stanze di carta ha redatto un Annuario, come dono per i suoi lettori.

“L’Annuario di poesia 2019, – si legge nella pagina di presentazione – consultabile e scaricabile gratuitamente (al link in chiusura), raccoglie le pubblicazioni più interessanti proposte da Le stanze di carta nel corso del tempo, incluso una rosa di dodici autori contemporanei: Angela Greco, Davide Morelli, Francesco Innella, Loredana Borghetto, Lorenzo Mullon, Lucia Triolo, Maria P. Mischitelli, Marina Pizzi, Michele Nigro, Serenella Menichetti, Simona Giorgi, Vittorio Orlando. 
Oltre ai numerosi contributi tra scritture critiche, interviste e recensioni che lo rendono un libro prezioso, l’eBook promuove una serie di libri di poesia contemporanea, assieme ai liberi eBook realizzati da Le stanze di carta. Per prenotazioni della copia cartacea scrivere un’email a lestanzedicarta@libero.it”

Ringrazio di cuore gli amici di queste Stanze, per aver incluso nell’Annuario un mio inedito scritto in questo 2019, ma soprattutto per la professionalità e la passione con cui lavorano, augurando loro, con stima, di raggiungere e realizzare tutti i loro traguardi e, soprattutto, i loro sogni. [AnGre]

clicca qui per scaricare Annuario 2019 pdf 

*

Si torna a casa di Angela Greco

Si torna a casa con una nuvola aggiunta,
righi d’alba alla finestra, assenze dilatate;
forse arriverà la pioggia alla fine dello sterrato e
magari, tu, in questo incipit d’autunno tanto atteso.
Desiderato. Un giro di flamenco e uno di chiave
per ritrovarsi al culmine di uno non-ce-la-faccio-più.
.
Mon ami, di questo tempo non ho notizia certa;
soltanto una sensazione di eco; contrasti tra
il buonsenso e l’egocentricità. Ma tu, tu, invece,
ci sei, stella fissa a indicare il momento preciso,
l’incanto, la meraviglia di riscoprirsi nudi, nell’atto
di uno specchio. Del resto, degli altri, nessuna parola.
.
Incalzano le dita in questa rincorsa; s’invola l’azzurro
nel verso del cielo e curva lo sguardo tra strada e imposte
non curanti di vetri rotti e ricordi di bambini. I giardini
si illuminano di ninfee e magnolie e il primo incontro
si perpetra ad ogni passo, in questo silenzio. Un rumore
d’acque lontane riedifica madre e qualcosa di precedente.
.
[…] i circoli chiusi, gli altari addobbati da erosi drappi rossi,
un ballo a corte col vestito buono; parole che reiterano 
i tempi sempre stati, gli stessi modi di fare, la conservazione
della specie peggiore. Tu, invece, mon ami, appartieni 
ad altro, sei fuori da queste umane insolvenze; in debito 
soltanto con quel cielo, che non riconosce più quel che ricopre.
.
L’umidità di questo inizio di settembre ha del difficile.
.
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Mark Strand, Il tempo a venire

Mark Strand, da L’inizio di una sedia (a cura di Damiano Abeni, Donzelli Poesia)

Il tempo a venire (da “Tormenta al singolare”, Blizzard of One, 1988)

I
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Nessuno se ne avvede, ma l’architettura del nostro tempo
diviene l’architettura del tempo a venire. E il balenìo
.
della luce sulle acque è nulla accanto ai mutamenti
forgiati nel profondo, proprio come la nostra resistenza è
.
nulla rispetto alla pulsione continua delle cose verso il baratro.
Nessuno può fermare il flusso, ma nessuno può avviarlo.
.
Il tempo ci scivola accanto; i nostri dispiaceri non si fanno poesie,
e l’invisibile rimane tale. Il desiderio è svanito, ha lasciato
.
solo una traccia di profumo sulla scia,
e così tante persone amate se ne sono andate,
.
e non c’è voce che giunga dallo spazio, dalle spire
di polvere, dai tappeti di vento a dirci che così è
.
che doveva accadere,che solo sapessimo
quanto le rovine vivranno non ci lamenteremmo mai.
.
.
II
.
Di perfezione non se ne parla proprio per gente come noi,
e allora perché dannarsi sullo stesso vecchio sé quando il paesaggio
.
ha aperto le braccia e ci ha dato santuari splendidi
verso cui dirigerci? I grandi motel del west attendono,
.
nel cortile di chissà chi il cane primigenio spera che passeremo in macchina di là,
e sulla superficie di gomma di un lago i bagnanti che ballonzolano come boe
.
faranno cenni di saluto. la strada arriva fin sulla porta, e allora andiamocene
prima che il mondo qui attorno s’incendi, la vita dovrebbe essere più
.
del peso del corpo che si trascina di stanza in stanza.
Una sgambata nella foresta ci farà bene, come pure un giro
.
fra le cascine. Pensa ai polli che si pavoneggiano, alle mucche
che fanno dondolare le mammelle, e scacciano le mosche con la coda.
.
E si immaginano prismi di luce estiva che si frantumano
nel silenzioso sonno caliginoso del contadino e sua moglie.
.
.
III
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Sarebbe potuta essere un’altra storia, quella prevista
invece di quella verificatasi. Vivere così,
.
sperando di correggere ciò che è stato falso o reso illeggibile
non è quello che avevamo voluto. Credere che la storia progettata
.
sarebbe stata come un giorno nel west quando tutto
è instancabilmente presente – i monti che proiettano ombre lunghe
.
sulla valle dove dove il vento canta il suo motivo circolare
e gli alberi rispondono con un secco applaudire di foglie – era senz’altro
.
troppo semplice, e miope. Perché presto le foglie,
anneritesi, sarebbero cadute, e la neve che tutto annulla
.
avrebbe ovattato il cammino, e noi, pale alla mano, ci saremmo incontrati,
e piegati a raschiare il marciapiedi per pulirlo.Che altro ci sarebbe stato
.
così avanti nel giorno per noi se non il desiderio di fare ammenda
e ricominciare, la compassione del sole mentre scompare?
.
.

Esa Mäkijärvi, una poesia da AA.VV. Il limite della neve

da Il limite della neve – La nuova poesia finlandese (antologia a cura e traduzione di Antonio Parente, con prefazione di Siru Kainulainen – Edizioni Mimesis, 2011)

“La nuova poesia – e con ciò intendiamo le opere dei poeti nati negli anni 1970 e 1980 – presenta una molteplicità senza precedenti nel panorama della poesia finnica. Questo intenso pullulare è generato da poetiche opposte, come da una parte la tematizzazione e dall’altra sia la sperimentazione linguistica sia i diversi stili, dal quotidiano al metalinguaggio. La nuova poesia che presentiamo, pubblicata tra gli anni 1990 e la prima decade del 2000, rappresenta una scissione dalla categoricità e dalla ristrettezza del modernismo finlandese, dall’idea di un’unica poetica e di un unico pubblico di lettori” (dalla Prefazione di Siru Kainulainen)

*

Una poesia di Esa Mäkijärvi

La pagina gira lentamente
la terra gira lentamente verso il sole
la luce gira per il cortile verso le finestre
verso gli occhi
gli occhi del libro s’accecano
la visione si cancella
i candidi occhi del libro osservano
la luce di un attimo e la pagina si guardano dritti negli occhi
in un istante la luce si rigira e scompare.
.
.
***
.
.
Si concede il voto del silenzio
finito quel tempo il corpo si risveglia dal letargo
le dita scivolano sui tasti
e la musica riecheggia nelle stanze maestose.
.
.
***
.
.
Il sole sorge dietro gli edifici
sorge e gira per il cortile ad indicare le finestre
ad indicare la luce infinita e il calore che si riflette
da finestre, specchi facendo ritorno nello spazio
per sorgere di nuovo.
.
.
***
.
.
Le gocce di pioggia toccano il lago
fondendosi nello stesso corpo
suonano il lago
il lago suona
migliaia di contatti simultanei
un solo corpo.
.
.
***
.
.
Momenti di pace ritmano i giorni
dividono i giorni in ore vocianti e silenziose
in minuti fugaci e secondi impercettibili
momenti di tranquillità come le dita sui tasti
prima di posarvisi.
.
.
***
.
.
Domani il sole si mostrerà di nuovo
oggi fa freddo e c’è silenzio
le finestre celano ogni suono ogni visione
ci salvano ci impediscono di vedere
sole incandescente
di essere noi stessi incandescenti.
.
(immagine d’apertura: Vasilij Kandinskij , Fiume d’autunno)

Oltre la rete, la poesia italiana che si incontra oggi: Nunzio Tria

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OLTRE LA RETE: Nunzio Tria

poesie scelte da L’Amore è un Lupo che Sanguina nella neve…e altre Bollette da Pagare (PoPoetry, 2017)

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In stormo a farfalle
trasvolo ideogrammi
qua e là.
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E’ il primo respiro di luce
dopo il feed-back nero pece
dell’atavico strappo
.
Un tentativo d’esorcismo alla resa
la desublimazione delle atrocità
.
E tutti
e tu
così razionali
così esigenti
su quel poco che resta
di me:
……….scempio del presunto
.
… dal troppo amore
muoio di voi.
.
Quel poco che resta
.
.
.
.
.
Simula il tuo dio
in un respiro
.
da tempo i miei paternoster
hanno abdicato
in favore delle baldraccagini
.
Fammi un disegno dell’utopia
o di un coma
.
e scopami
ho disertato per questo
.
Lascerei al nemico
annettersi tutta la costa
per averti qui
.
Forse lui si è già messo
a testa in giù
nel tuo utero
.
e io
ultimo il mio sangue
in Europa
.
Gorazde
.
.
.
.
.
Le nostre orme
prontamente cancellate
nella battigia
e una musica dolcissima
complice di questo planare
a fil d’acqua…
.
Preferisco ingoiare
il mare intero
che schiudere gli occhi
.
E anche se stupenda
questa notte m’impedisce…
.
Vedi quei lampioni, lì in fondo?
Mi fanno sognare
.
Facciamoci il giro delle galassie
prima di rincasare
Non ho fame. Ho solo voglia
di piangere fra le tue braccia
.
Dai, non sono triste
andiamo a prendere quella stella
e non preoccuparti
se faremo l’alba.
.
Semplicemente
.
.
.
.
Nunzio Tria, classe 1956, vive a Laterza (Ta). Conseguito il diploma di maturità tecnica, si dedica agli studi umanistici divenendo promotore culturale e giornalista. Ha pubblicato diverse raccolte di poesia: “Io Contro” (1994, con il contributo dell’Amministrazione comunale di Laterza); “Sconcetti” (1997, con l’Editrice Poiesis di Alberobello – BA); “Enucleo” (2004 per i tipi Campanotto di Udine) e “L’Amore è un Lupo che Sanguina nella neve…e altre Bollette da Pagare” (PoPoetry, 2017). Ha vinto: nel 2000 il Premio Letterario “Giuseppe Molino” a Messina; nel 2003 il 2°Concorso Naz. di Poesia, “Emily Dickinson” a Taranto e nel 2011 il 1° Concorso Naz. di Poesia “A come Amore” con il testo “L’amore è un lupo che sanguina nella neve”. Innumerevoli le attività di poeta, scrittore e operatore culturale: è stato cofondatore della rete dei Comuni, “Progetto Amor Loci”: Centro Internaz. per lo Studio, Tutela e Valorizzazione del Patrimonio Culturale dei Trulli, del Rupestre e delle Gravine, da Matera ad Alberobello ed in seguito anche caporedattore culturale del progetto Pis 13 “Habitat Rupestre Puglia”; nel 1999 progetta e dirige la rassegna poetico-teatrale “Disfonie: pura azione poetica, urlata sottovoce per dare fiato alla nostra terra”; nel 2006 è ideatore e curatore della prima Antologia di Poeti Laertini “Di Noi le Urla e i Canti”, voluta dall’Amministrazione Comunale di Laterza e pubblicata da Dellisanti Editore; nel 2007 è fondatore-regista della “Compagnia Teatro Instabile” di Laterza; nel 2014 produce la sua “Apologia di Socrate”, un reading teatrale itinerante.
.
In questa nota biografica minima non va tralasciato di dire che Nunzio Tria è inserito in numerose e prestigiose antologie e che la sua azione di promozione e divulgazione della poesia italiana prosegue senza sosta con creazione di eventi e partecipazioni a letture poetiche con importanti voci internazionali.

 

Nazik al Mala’ika, due poesie

Nazik al-Mala’ika, (Baghdad, agosto 1922 – Il Cairo, giugno 2007), è stata una poetessa irachena. È considerata una delle prime poetesse che introdussero l’uso del verso libero nella rigida struttura poetica araba.

*

CANTO D’AMORE PER LE PAROLE
Perché abbiamo paura delle parole
quando sono state mani dal palmo rosa
delicate quando ci accarezzano gentilmente le gote
e calici di vino rincuorante
sorseggiato, un’estate, da labbra assetate?
Perché abbiamo paura delle parole
quando tra di loro vi sono parole simili a campane invisibili,
la cui eco preannuncia nelle nostre vite agitate
la venuta di un’epoca di alba incantata,
intrisa d’amore e vita?
Allora perché abbiamo paura delle parole’
Ci siamo assuefatti al silenzio.
Ci siamo paralizzati, temendo che il segreto possa dividere
le nostre labbra.
Abbiamo pensato che nelle parole giaceva un folletto
invisibile,
rannicchiato, nascosto dalle lettere dalle orecchie del tempo.
Abbiamo incatenato le lettere assetate,
vietando loro di diffondere la notte per noi
come un cuscino, gocciolante di musica, sogni,
e caldi calici.
Perché abbiamo paura delle parole?
Tra di loro ne esistono di incredibile dolcezza
le cui lettere
hanno estratto il tepore
della speranza da due labbra,
e altre che, esultando di gioia
si sono fatte strada
tra la felicità momentanea di due occhi inebriati.
Parole, poesia, teneramente
hanno accarezzato le nostre gote,
suoni che, assopiti nella loro eco, colorano, una frusciante,
segreta passione, un desiderio segreto.
Perché abbiamo paura delle parole?
Se una volta le loro spine ci hanno ferito,
hanno anche avvolto le loro braccia attorno al nostro collo
e  diffuso il loro dolce profumo sui nostri desideri.
Se le loro lettere ci hanno trafitto
e il loro viso si è voltato stizzito
ci hanno anche lasciato un liuto in mano
e domani ci inonderanno di vita.
Su, versaci due calici di parole!
Domani ci costruiremo un nido di sogni di parole
in alto, con l’edera che discende dalle sue lettere.
Nutriremo i suoi germogli con la poesia
e innaffieremo i suoi fiori con le parole.
Costruiremo un terrazzo con la timida rosa
con colonne fatte di parole,
e una stanza fresca inondata di ombra,
protetta da parole.
Abbiamo dedicato la nostra vita come una preghiera
Chi pregheremo… se non le parole
(Traduzione di Manuela Rasori)

*

INVITO ALLA VITA
Arrabbiati, ti amo arrabbiato e ribelle,
rivoluzione cocente, esplosione.
Ho odiato il fuoco che dorme in te, sii di brace
diventa una vena appassionata, che grida e s’infuria.
Arrabbiati, il tuo spirito non vuole morire
non essere silenzio innanzi al quale scateno la mia tempesta.
La cenere degli altri mi è sufficiente, tu, invece, sii di brace.
Diventa fuoco ispiratore delle mie poesie.
Arrabbiati, abbandona la dolcezza, non amo ciò che è dolce
il fuoco è il mio patto, non l’inerzia o la tregua con il tempo
non riesco più ad accettare la serietà e i suoi toni gravi e tranquilli.
Ribellati al silenzio umiliante
non amo la dolcezza
ti amo pulsante e vivo come un bambino
come una tempesta, come il destino
assetato di gloria suprema, nessun profumo
può alterare le tue visioni, nessuna rosa…
La pazienza? È la virtù dei morti.
Nel gelo dei cimiteri, sotto l’egida dei versi
si sono addormentati e abbiamo dato calore alla vita
un calore esaltato, passione degli occhi e delle gote.
Non ti amo oratore, ma poeta
il cui inno esprime ansia
tu canti, sebbene alterato, anche se la tua gola sanguina
e se la tua vena brucia.
Ti amo boato dell’uragano nel vasto orizzonte
bocca tentata dalla fiamma, disprezzando la grandine
dove giacciono desiderio e nostalgia.
Odio le persone immobili
aggrotta le sopracciglia, mi annoi quando ridi
le colline sono fredde o calde,
la primavera non è eterna
il genio, mio caro amico, è cupo
e i ridenti sono escrescenze della vita
amo in te la sete eruttiva del vulcano
l’aspirazione della notte profonda a incontrare il giorno
il desiderio della sorgente generosa di stringere le otri
ti voglio fiume di fuoco, la cui onda non conosce fondo.
Arrabbiati contro la morte maledetta
non sopporto più i morti.
(Traduzione di Valentina Colombo)

*

Clicca QUI per leggere un approfondimento: Nazik al Mala’ika la poetessa che ha voluto scrivere la storia della letteratura araba di Fatima Sai

Wisława Szymborska, due poesie

Wisława Szymborska (Kórnik, 1923 – Cracovia, 2012) , due poesie

Amore a prima vista

Sono entrambi convinti
che un sentimento improvviso li unì.
E’ bella una tale certezza
ma l’incertezza è più bella.

Non conoscendosi prima, credono
che non sia mai successo nulla fra loro.
Ma che ne pensano le strade, le scale, i corridoi
dove da tempo potevano incrociarsi?

Vorrei chiedere loro
se non ricordano –
una volta un faccia a faccia
forse in una porta girevole?
uno “scusi” nella ressa?
un “ha sbagliato numero” nella cornetta?
– ma conosco la risposta.
No, non ricordano.

Li stupirebbe molto sapere
che già da parecchio
il caso stava giocando con loro.

Non ancora del tutto pronto
a mutarsi per loro in destino,
li avvicinava, li allontanava,
gli tagliava la strada
e soffocando un risolino
si scansava con un salto.

Vi furono segni, segnali,
che importa se indecifrabili.
Forse tre anni fa
o il martedì scorso
una fogliolina volò via
da una spalla all’altra?
Qualcosa fu perduto e qualcosa raccolto.
Chissà, era forse la palla
tra i cespugli dell’infanzia?

Vi furono maniglie e campanelli
in cui anzitempo
un tocco si posava sopra un tocco.
Valigie accostate nel deposito bagagli.
Una notte, forse, lo stesso sogno,
subito confuso al risveglio.

Ogni inizio infatti
è solo un seguito
e il libro degli eventi
è sempre aperto a metà.

.da “Amore a Prima vista”, Adelphi, trad. di Pietro Marchesani.

*

Ogni caso 

Poteva accadere.
Doveva accadere.
È accaduto prima. Dopo.
Più vicino. Più lontano.
È accaduto non a te.

Ti sei salvato perché eri il primo.
Ti sei salvato perché eri l’ultimo.
Perché da solo. Perché la gente.
Perché a sinistra. Perché a destra.
Perché la pioggia. Perché un’ombra.
Perché splendeva il sole.

Per fortuna là c’era un bosco.
Per fortuna non c’erano alberi.
Per fortuna una rotaia, un gancio, una trave, un freno,
un telaio, una curva, un millimetro, un secondo.
Per fortuna sull’acqua galleggiava un rasoio.

In seguito a, poiché, eppure, malgrado.
Che sarebbe accaduto se una mano, una gamba,
a un passo, a un pelo
da una coincidenza.

Dunque ci sei? Dritto dall’attimo ancora socchiuso?
La rete aveva solo un buco, e tu proprio da lì?
Non c’è fine al mio stupore, al mio tacerlo.
Ascolta
come mi batte forte il tuo cuore.

da “Ogni caso”, Libri Scheiwiller, trad. di Pietro Marchesani

Oltre la rete, la poesia italiana che si incontra oggi: Stefano Vitale

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OLTRE LA RETE: Stefano Vitale

LUCE RUBATA (inediti)

Preferire la luce rubata
dell’ombra imprevista
la sorpresa del timo fiorito
la breccia d’azzurro
nel cielo imbronciato
d’indizi, promesse, segni abbozzati
presagi senza pretese
nei lampi delle stagioni
accatastate alla rinfusa
per il gusto d’una rifrazione
stretto movimento elastico
senza una destinazione
è la rinuncia preventiva
che salva dal naufragio
di lingue troppo sicure
di fantocci tanto vuoti
da sembrare così veri.
………………….Rileggendo “Quattro Quartetti” di T.S. Eliot

.

.
Nasce la parola
nel dialogo coi morti
interrogare ostinato
di chi è vicino assente
così nel vuoto
sorge la presenza
di un’essenza ritrovata
nel desiderio della risonanza
tocca al coraggio della paura
graffiare la tavola bianca
del tempo magro e pigro
con una parola vigile e paziente
ragno in bilico
sul filo d’una vena
sospesa tra la carne e il cielo.
.
.
.
a C.
.
L’innocenza degli abbracci
stretti sottoripa quando l’afa
morde molle la pelle del cielo
brillano i primi passi dell’amore
devastante armonia nella magica
sospensione dell’ombra
tu eri in quel punto esatto
e lei ti guardava dritto negli occhi
dall’azzurro caduto sul mondo
germoglio di gioia senza pensieri
di bambina felice
senza promesse, solo presente
ora, per sempre.

.

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Stefano Vitale (1958), nato a Palermo, vive e lavora a Torino. Ha pubblicato Double Face (Ed. Palais d’Hiver, 2003); Semplici Esseri (Manni, 2005); Le stagioni dell’istante (Joker, 2005), La traversata della notte (Joker, 2007); Il retro delle cose (Puntoacapo, 2012 premio “Va pensiero, Soragna – 2018); Angeli (PaolaGribaudoEditore, 2013); La saggezza degli ubriachi (La Vita Felice, 2017, premio “Città di Moncalieri 2018; “I Fiori sull’acqua”, Imola 2018;  “Aulla Città della rosa” 2019); ha curato (con Maria Antonietta Maccioccu) l’antologia “Mal’amore no” (SeNonOraQuando, 2015). Sue poesie sono pubblicate in riviste, blog e antologie. Sue poesie sono tradotte in inglese sul “Journal of Italian Translation” (2019) e sul sito Italian Poetry (2018). E’ presente in Ossigeno Nascente. Atlante dei poeti contemporanei sul portale di letteratura griseldaonline  dell’Università di Bologna e sul sito internazionale Italian Poetry diretto da Paolo Ruffilli..

Adonis, tre poesie

Adonis, tre poesie

(pseudonimo di Alī Ahmad Saʿīd Isbir, 1º gennaio 1930), poeta e saggista siriano.

IL SOGNO

Sogno dentro la mia mano un tizzone
sull’ala d’aria d’uccello giunto
d’avventuroso punto
la fiamma odoro – Cartagine dei tempi
la donna scorgo nella fiamma
nave divenne il suo canto si dice;
vi scorgo una donna – vittima del destino.
Sogno che il petto tutto è un tizzone
il suo incenso mi abbranca e mi accompagna verso Ba’albek
Ba’albek è scannata,
lì si dice un uccello la testa ha perso alla sua morte
si disse, in nome del suo mattino in nome di una nuova sorte, si incendia
della sua messe il sole e l’orizzonte.

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LE STELLE

Cammino e dietro camminano le stelle
verso il domani delle stelle
l’enigma, la morte, quel che fiorisce e la fatica
sfinisce i passi fanno sangue di me esangue
sono cammino non iniziato
non vi è giacimento a vista –
cammino verso me stesso
quel che verrà a me stesso
cammino e dietro camminano le stelle.

.

IL NUOVO NOE’

1

Con l’arca e i remi partimmo,
nel fango e la pioggia, di Dio la promessa,
viviamo e l’uomo muore
Sull’onda e il vuoto partimmo
era una catena di morti cui le vite legammo,
e tra noi e il cielo aprimmo
una finestra per chiamare:
“Oh Dio, perché solo noi poi salvasti
fra tutti gli esseri gli uomini al mondo?
Ci butti dove, aldilà,
nella nostra terra di prima?
su foglie morte alito di vita?
Dentro di noi, Dio, nelle nostre arterie
c’è paura del sole non c’è speranza di luce
né fede di domani
di nuovo la vita cominceremo.
“Oh, senza essere semi
di generazioni, terra, e creato,
se fossimo rimasti mota
o brace di fuoco, a metà fra i due
per essere ciechi al mondo
per non vedere l’inferno, due volte, e Dio”.

2

Se ritornasse l’inizio del tempo
l’acqua arrivata al volto della vita
il tremito la terra e Dio chiedesse:
– Noè, salva i viventi – Non lo ascolterei,
all’arca andrei tolti i sassi
e la mota dalle orbite dei morti
al diluvio le viscere svuotando
bisbigliando dentro le loro vene
che dallo morire siamo tornati, fuori dalla caverna,
il cielo degli anni abbiamo rifatto
e dritto navighiamo, non torniamo,
per paura indietro, sordi alla parola di Dio
la morte è il nostro appuntamento, sponda
il tormento di cui intimi e paghi siamo,
un gelido mare dall’acqua di ferro
solchiamo verso la fine,
sordi a quel io ce ne andiamo
diverso da lui, un Dio nuovo cerchiamo.

*

da Adonis, Nella pietra e nel vento (Mesogea 1999; trad. e cura Francesca Corrao) – Per questi versi si ringrazia il sito casadellapoesia.org

Cuore Improduttivo di Davide Morelli letto da Angela Greco

Pubblicato in formato digitale e proposto in pdf da ‘Le stanze di carta’ (scaricabile gratuitamente alla pagina web: lestanzedicarta.blogspot.it – Progetto Liberi e-Book [Poesia – Prosa] – Volume a cura di: Ilaria Cino e Davide Morelli), Cuore Improduttivo è una raccolta di poesie e prose di Davide Morelli (Pontedera, 1972), che, come lo stesso autore afferma nella autocritica premessa alla lettura, “non ha nessuna ideologia di fondo particolare, ma ha sullo sfondo una problematica particolare: quella della disoccupazione” usando “una scrittura aforistica, scarna ed essenziale, che cerca di approdare ad un minimo di verità umana con i suoi versicoli.”

Una schiera di componimenti brevi (escludendo i primi tre che aprono l’opera sono tutti di quattro versi) e in rima accompagna il lettore per le prime trenta pagine, ponendosi in linea con l’attuale scrittura poetica, breve e di effetto, che, però, fa assumere ai versi l’aspetto di un gioco enigmistico, seppur ricercato, che mette in secondo piano gli argomenti e persino la drammaticità di alcuni di essi. I testi che seguono, pur accettando il senso ludico e l’esasperazione della condizione dichiarata in apertura nella premessa (la disoccupazione, appunto), rendono bene l’idea:

Caos
Sono contraddittorio e contradetto.
Il mio cervello è ormai negletto.
Ma mi rimane qualche stella fissa
nel caos, in questa caotica rissa.
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Disoccupato
Mi dice che io sono fortunato
perché sono -ahimè- disoccupato.
Nessuno ora mi vessa né mi stressa,
anche se vivo una vita dimessa.
.
.

Passeggiate per Pontedera, mutando completamente la forma dei componimenti finora offerti al lettore, è un interessante e dettagliato poemetto, chiuso con la formula “Per oggi è tutto. Cordiali saluti”, ad indicare un certo tono diaristico-epistolare, tra intimismo e narrazione, che abbandona la rima per approdare, tra immagini e pensieri dettati al poeta da una camminata che acuisce i sensi, complice la forzata inattività, a intense riflessioni, il cui cuore pulsante è ravvisabile, alla mia lettura, in questi versi amari, nei quali si avverte tutta la drammaticità di una contemporaneità sapientemente intrecciata a momenti di romantico lirismo dettati dal luogo di origine del poeta: “[…] Abbiamo bisogno di tempo e futuro. / Dalle finestre battono i panni. / Sui muri nuovi slogan e amori.  / Migliaia di storie si racchiudono / dietro cancelli, portoni, pareti.  / Ascolto il battito di ali di rondini / che si fermano su quei tetti. / In questo luogo o in nessun luogo / saremo cittadini del mondo ed esuli. / Calpestiamo spesso queste foglie, / questo asfalto e questa terra.  / Respiriamo spesso questa atmosfera.  / Siamo amici di queste case e spazi.  / Dovrebbe essere il nostro posto. / Abbiamo dato l’addio ad altri luoghi. / Dovrebbe essere il nostro tempo: / non possiamo rimandare di nuovo. / Non sappiamo quanto tempo ci resta. / Oggi non è neanche domenica. / È festa solo per noi disoccupati. / Oggi è un giorno che ci scorderemo. / Non c’è nulla di nuovo ormai. / Non c’è la fine del mondo oggi. / Tutto è ordinaria amministrazione.”

Seguono un cospicuo numero di poesie che sottopongono all’attenzione del lettore argomenti vari: una sorta di silloge nella silloge (ma si tenga presente che Cuore Improduttivo rimane una raccolta di poesie e prose), in cui il poeta si sofferma a pensare ad alta voce su motivi differenti, dalla cronaca alla stessa poesia, da momenti di vissuto a riflessioni post vitae, non abbandonando mai quella sorta di razionale tristezza – mi si passi l’espressione – di chi sa bene il momento umano e sociale che sta vivendo: “[…] Attendo comunque una schiarita. / È per questo che sono qui ed ora, / dove alberga la foschia. / Questa vita sembra un film già visto. / Impossibile trovare una via d’uscita. / Ognuno ha una ferita / che non sarà mai risarcita” (da Pezzo Facile).

Chiudono l’opera tredici prose, un collage di racconti brevi, in cui si susseguono episodi di vita, narrazioni di quotidiani vissuti, cenni di introspezione e a volte di difesa, emersioni di passato pennellate con velata malinconia tra cui spicca Le colline (di seguito riportato in toto), dove la figura paterna è motivo di acuta riflessione, storia, origine e meta, punto fermo a cui affidarsi nella difficile ammissione del presente [Angela Greco].

“È sabato. Dobbiamo fare rifornimento di GPL. Fermiamoci al distributore. Speriamo che sia aperto. Prendiamo quella strada che porta alle colline. Quella strada tortuosa da cui si vedono i calanchi, una serie di agriturismi e le macchine parcheggiate di chi caccia i cinghiali.  Tu vai sempre avanti, anche se ci sono molti bivi. Non ti distrarre a guardare gli aerei. Per questo motivo ci sono stati diversi incidenti. Non prendere per la discarica. Questa strada fatta di saliscendi continui. Questa strada trafficata da turisti stranieri. Ogni tanto si vede passare dei pullman di altre nazionalità. Queste colline in fiore che viste da lontano si stagliano contro il cielo terso. Queste colline inondate da raggi di sole obliqui a questa ora del giorno. Alla fine troveremo un borgo con un hotel di lusso e una casa colonica in fase di ristrutturazione. Non è assolutamente detto che un volto simmetrico sia più bello degli altri. Scusatemi se salto di palo in frasca.  Sono solo libere associazioni nelle ore di libera uscita. Io stesso mi sono condannato alla prigionia. Deve essere divertente annodare dei fili di aquilone. Deve essere divertente calpestare castelli di sabbia prima che ci pensino le onde del mare. Giorno dopo giorno mi sono costruito la mia cella. Stai attento quando arrivi a Montaione perché ci sono degli anziani che passeggiano al bordo della strada. Un tempo stringevo i pugni nelle tasche dalla rabbia, mentre camminavo nella nebbia. Ora è scomparsa la rabbia ed è sopraggiunta la rassegnazione. Guarda le case, le strade. Pensa a quanta gente c’è al mondo ma pensa anche a quanta solitudine c’è al mondo. Ognuno ha avuto i suoi cortili, le sue balere, i suoi istanti che voleva fermare. Tra me e te ventisei anni di differenza. Tu sei della prima generazione che non ha visto la guerra. Io figlio del benessere, poi impoverito. Forse tra pochi anni sarò povero. Tra pochi anni non ci saremo più e saranno poche le persone che ci ricorderanno. Forse dei parenti molto lontani. La mano di Dio ci schiaccerà come degli insetti. Ma ora babbo, è sabato. Andiamo in quelle colline che sanno di sangue e di morte. Poi ritorneremo a casa come se niente fosse.”

immagine d’apertura: “The wall” di Abbas Kiarostami 

Oltre la rete, la poesia italiana che si incontra oggi: Giuseppe Schembari

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OLTRE LA RETE: Giuseppe Schembari

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UN COSMO LACERATO
 
In un
estremo
gesto eretico
 
dove
lo scorrere dei giorni
s’intasa
 
dilaziono i miei attriti
con la vita
 
come scarti
in ordine composto
 
nell’impossibile dissoluzione del delirio
 
Mi lascio
dietro
volti senza nome
 
polmoni sputati
sul selciato
 
nel triste
corredo
degli affanni
 
ai margini
di questo
non vissuto
 
Vacilla la luce
dove
termina il giorno
 
…la testa
elettrizzata
 
è un
cosmo lacerato;
 
piegato nell’ombra
da un
dolore morto
 
sui muri di calce
lascio
la mia sindone
 
Nel dizionario
dei soprusi
v’è scritto:
 
che il mal tolto
non verrà restituito

.

.

IL PAMPHLET DELL’ODIO
 
non c’è tempo per capire il perché ci siamo traditi
 
da qui
la necessità di inventare dei surrogati esistenziali
nella catarsi del rimorso per uno slancio inesploso
 
La burocrazia della diffidenza amministra l’odio
lo vende, lo scambia, lo capovolge,
costruisce muri di sicurezza
 
un netto scollamento dall’umano
la plastica contraddizione della carità
nella caccia senza tregua per stanare il musulmano
l’uomo strano;
 
come quando in un sogno che non diventa segno
anche la podestà dell’ignoranza reclama il suo regno
 
Adesso si cammina vicini col passo fiero di chi non esiste
alla ricerca di strade sterrate, di un senso, di un dove,
di braccia protese, passerelle sospese,
mani tese
 
Emendata la storia da ogni antinomia
resta il gusto amaro dell’epurazione,
uno squarcio nel vuoto crudele dell’amnesia
 
Costantemente assediati
da inutili dibattiti sulla bioetica con effetti retroattivi;
 
alla fine sull’arca della salvezza non metteranno piede
 
i figli dell’equivoco, gli zingari, i negri e i cattivi
 
debellando per sempre ogni loro umano erede
.
.
.
.
PER POCO
.
E’ mancato sempre poco
solo un passo dalla salvezza
.
un attimo
affinché anche i sogni
sapessero danzare
.
sarebbe bastato solo un soffio
a spaginare la trama
.
ma nello scarto esistenziale
confuso da pause e ingorghi
.
finisco ogni volta
per ricominciare da zero
.
.
(versi centrati nell’originale)
.
Giuseppe Schembari, nato a Ragusa nel 1963, ha pubblicato nel 1989 il volume di versi “Al di sotto dello zero” (edito da Sicilia punto L di Ragusa); vincitore e finalista in vari concorsi nazionali e regionali, tra cui – in più edizioni – Concorso di Poesia “Mario Gori”; Concorso nazionale di poesia civile “B. Brècht” città di Comiso; Premio Nazionale di Poesia “Ignazio Russo” città di Sciacca. Sue poesie sono inserite in varie Antologie di cui ricordiamo una tra tutte: “Bisogna armare d’acciaio i canti del nostro tempo” Antologia di poesie a cura di Gian Luigi Nespoli e Pino Angione. Collabora con giornali e riviste. Poeta del “Dissenso” propenso verso formule d’avanguardia linguistica e sperimentale, per il quale la poesia è testimonianza e risposta al quesito della storia e della cronaca quotidiana, relativamente alle realtà dell’oppressione e dello sfruttamento. E’ stato uno degli ultimi esponenti dell’ “Antigruppo Siciliciano”, movimento letterario nato quasi parallelamente alla Beat Generation americana, con la quale ci furono diversi contatti e collaborazioni tramite due dei maggiori esponenti di entrambi i gruppi, Lawrence Ferlinghetti per la Beat Generation e Nat Scammacca per l’Antigruppo. Il verso per Schembari diventa denuncia ed egli partecipa non come spettatore, ma come protagonista della storia, testimone scomodo ed accusatore e, denunciando un’esistenza divenuta impossibile, la poesia per lui diventa un mezzo ed un’arma contro ogni condizione di penalizzazione, contro l’emarginazione, le guerre, il consumismo, l’ambizione, la corsa al potere, la mancanza di valori in cui l’ironia, l’invettiva, la rabbia sono sassi scagliati contro la palude dell’uniformità. Giuseppe Schembari è stato da sempre dalla parte di chi subisce la violenza dell’uomo sull’uomo, ma anche della violenza di Stato, cioè la violenza operata dalla legge e da chi dovrebbe tutelarla. Nel 2015 ha pubblicato – sempre con l’editore Sicilia Punto L di Ragusa – il volume di poesie “Naufragi”.

Ervin Fritz, poesie tratte dall’antologia Radoživost

Ervin Fritz, poesie tratte dall’antologia Radoživost  (Esuberanza o Vitalità o Giovialità, insomma Piacere di vivere), edita a Ljubljana nel 1989; traduzione dallo sloveno di Jolka Milič per il n.47 di Fili d’aquilone che si ringrazia.

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POETICA

La rima non è tutto.
La poesia non è tutto.
Le dichiarazioni di mobilitazione sono senza rime,
le corti marziali non emanano sentenze in lingua forbita.
A che servono le rime nelle grandi calamità e miseria?
Che fare delle rime quando Roma è in fiamme?
Gesù stesso in pura prosa ha esclamato:
«Dio mio, perché mi hai abbandonato?»

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POETI

Costruiamo febbrilmente sempre nuove sintesi,
scriviamo e parliamo febbrilmente,
fasciamo eventuali ferite con delle bende,
ma la vita ci passa accanto.

Di notte ascoltiamo Mosca e il Vaticano,
leggiamo Züricher Zeitung e Humanité
e rimuginiamo giorno e notte
cos’è mai questo mondo e dove va.

Dubitiamo. Non crediamo a chicchessia, ma
tuttavia siamo ingenui come lo sono ben pochi.
Soffriamo e nella nostra esagerata pena
non ci accorgiamo che patiscono anche gli altri.

Tutt’intorno diffondiamo la nostra tipica emotività,
in noi si dissolvono le immagini del mondo,
siamo la vita su un binario morto o secondario
chissà dove, vicino all’inferno.

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SONO COSÌ MORTALE e insignificante:
il mondo con la mia vita non guadagna niente.
Sono superfluo, scambievole, dispensabile.
Una foglia d’albero in mezzo a un bosco.

Anche il mio popolo: in questo millennio
ha dato al mondo un fagottino di libri buoni.
E con ciò la nostra Terra è un puntino vieto
in margine agli anni luce.

Come sono smarrito, piccina mia,
lo vedi dalla smania che ho della tua bocca.
Della tua bocca e del giorno davanti a te e a me.
E della notte sopra entrambi.

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SVEGLIA

Sono io chi vi arreca l’inquietudine.
Durante il mio canto non potete appisolarvi dopo pranzo,
io voglio avervi per me interamente, come siete.

Non mi conoscete ancora:
io vi sveglierò!
Siete maledettamente intrattabili,
avete le orecchie piene di prediche, di pubblicità e propaganda,
non è facile dissuadervi.

Vi desterò,
anche se dovessi diventare un pagliaccio da circo,
anche se dovessi usare la parola untuosa dei preti moderni,
anche se dovessi portare capelli lunghi e svegliarvi con la chitarra.

Sono disposto a venire da voi in minigonna,
sono disposto ad apparire davanti a voi atteggiandomi ad Amleto
(con il teschio del povero Yorick),
sono disposto a reclamizzare i miei articoli
nella trasmissione pubblicitaria zig-zag alla televisione,
solo per poter piantare nella vostra mente di castroni
qualche chiodo
che nella vostra zucca dura
comincerebbe a tormentarvi così tanto,
da costringervi, maledetti, a darvi una smossa
e finalmente provocare qualche bella insurrezione.

(clicca qui per leggere l’articolo completo con le poesie in lingua originale).

.

Ervin Fritz, poeta, drammaturgo, direttore artistico e traduttore sloveno è nato il 27 giugno 1940 a Prebold – Savinjska dolina. Per ragioni di studio e di lavoro si è trasferito giovanissimo nella capitale slovena, dove tuttora risiede. Laureato in drammaturgia all’AGRFT (Accademia per il teatro, la radio, il cinema e la televisione) di Ljubljana. Ha lavorato prevalentemente alla televisione con mansioni diverse fino al pensionamento nel 2003.
Penna molto fertile. Ha scritto – e continua a scrivere – poesia riflessiva, spesso satirico-realistica con motivi dalla vita quotidiana. Ha firmato un’infinità di radiodrammi e sceneggiati televisivi. Anche poesie e testi per l’infanzia per il teatrino delle marionette. Ha ottenuto diversi premi, tra cui nominerò due: nel 1979 l’ambito premio della Fondazione Prešeren e nel 2008 il premio Večernica per la raccolta Vrane (Cornacchie).
Ha pubblicato 17 raccolte di poesia, esordendo con la prima, intitolata Dva (Due) insieme a un amico che poi ha smesso di scrivere poesie dedicandosi con successo alla critica letteraria. Ervin invece ha continuato con altrettanto successo a scrivere poesie, poemetti, epigrammi, frecciate, commenti polemici in rima, dando alle stampe le seguenti raccolte: Hvalnica življenja (Inno alla vita), 1967; Dan današnji (Oggigiorno), 1972; Okruški sveta (Schegge del mondo), 1978; Minevanje (Transizione), 1982; Dejansko stanje (Situazione effettiva), 1985; Slehernik (Un tipo qualsiasi), 1987; Črna skrinjica (Scatola nera), 1991; Svet v naprstniku (Il mondo in un ditale), 1992; Pravzaprav pesmi (In sostanza poesie), 1995; Favn (Il fauno), 1998; Tja čez (Là oltre), 2002; Vrane (Cornacchie), 2007; Drugačen svet (Un mondo diverso), 2008; Dolgi pohod (Lunga escursione), 2010; Žitja (Oleografie), 2012 e Odgovornost poezije (Responsabilità della poesia), 2014-2017. Quest’anno sono uscite tutte le sue raccolte nell’antologia Velika Radost (Grande gioia).

Oltre la rete, la poesia italiana che si incontra oggi: Lucia Triolo

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OLTRE LA RETE:  Lucia Triolo

da Dedica (DrawUp Edizioni, aprile 2019)

CIO’ CHE NON RICORDIAMO

ciò che non ricordiamo
sa qualcosa di noi
il colore delle nostre vesti
l’arancio aggredito dal rosso ciliegio
quel lieve sentore di bugia
l’emozione sgualcita a pezzi
nel tappeto
le fusa del gatto
un gesto: l’ adagiarsi del corpo
il suono della porta
sul più bello
.
io non ricordo
ancora guardo
.

.

da Metafisiche rallentate (Bibliotheka Eizioni, ottobre 2018)

IN FONDO ALLA FILA

Per ultima in fila
era una figura.
quasi una disattenzione
Donna lo era stata forse
un tempo
adesso era solo un grumo
di sguardi
una parola strozzata
in gola.
Ultima in fila: come lì fosse nata
-al bando
-nessuna maiuscola per lei
-né un accento
-né un segno di interpunzione
-nessuna congiunzione
-nessun interrogativo
-nessuna risposta
Solo un errore
in fondo alla fila
un errore dai mezzi occhi di brace
una metafora sbagliata.
.
Vento fermo tagliato
dal desiderio
.
Una crasi
.

.

inedito

LUNGHE PASSEGGIATE

Con un bicchiere di vino
tra le ginocchia
lunghe passeggiate
Il Venerdì Santo praticavo il digiuno
ma non avevo locuzioni interiori
forse ora uscirò di scena
come un buono a nulla
.
malia
il lembo di una veste
aspetta
l’autobus
.
.
.
.

Lucia Triolo è nata e vive a Palermo, nella cui Università ha insegnato Filosofia del diritto. Il suo impegno come scrittrice di poesia è recente, ma intenso; tra le sue ultime pubblicazioni: E dietro le spalle gli occhi (La Ruota Edizioni, Febbraio 2018); Metafisiche Rallentate (BIbliotheke Edizioni, Ottobre 2018); Dedica (DrawUp Edizioni, Aprile 2019). Ha, inoltre, pubblicato Dialoghi di una vagina e delle sue lenzuola, racconto e testo teatrale (La Ruota Edizioni Maggio 2019). È presente in numerose antologie pubblicate tra il 2016 e il 2018. Molteplici i riconoscimenti di prestigio conseguiti in diversi concorsi, tra cui: prima classificata poesia a tema ne Il canto delle Muse, 2017; seconda classificata al XIX Concorso Nazionale di Poesia e Narrativa Guido Gozzano, 2018; seconda classificata al Premio in memoria di Duccia Camiciotti, nell’ambito del Premio internazionale Giglio blu di Firenze; seconda classificata, silloge inedita al Premio AlberoAndronico, 2019. Di recente alcune sue poesie -di cui una anche in traduzione spagnola- sono apparse su Rivista Atelier Web, Limeslitere e “Il pensiero di Alex”.

Degli horti romani (poesie minori) di Natalia Stepanova letto da Angela Greco

Degli horti romani (poesie minori) di Natalia Stepanova letto da Angela Greco

Degli horti romani (poesie minori) – Ensemble, Roma, luglio 2019; prefazione di Giancarlo Pontiggia – è la nuova silloge di Natalia Stepanova; una raccolta, che giunge dopo cinque anni dalla pubblicazione precedente (“Il sentimento barbaro”, La Vita Felice, 2014 – qui) e che  sin dal titolo rende manifesta la “natura”, mi verrebbe da dire, di questo libro, collocandone la genesi nella campagna romana, dove l’autrice vive ormai da qualche anno, lontana dalla città e a stretto contatto con il verde, in un luogo di produzione, raccoglimento e riflessione.

Riflessione, anzi, riflessioni, confluite nelle poesie che oggi presenta ai lettori, in quello che, di fatto, è un giardino-orto dalle molte essenze, dai molti frutti e dai molti colori e profumi; pagine, che sembrano redatte nell’atto di compiere una passeggiata, pensando ad alta voce e riportandone i frammenti sulla carta. Francamente sfugge il senso del sottotitolo riportato in copertina, poesie minori, poiché non si trova esplicitato il termine di comparazione. Forse un rimando ad una certa tradizione, un atto di modestia, un auto-giudizio dell’autrice, chissà; ma lasciamo serenamente alla Poesia anche i suoi aspetti insoluti, com’è giusto che sia.

Il primissimo verso – No, non oggi, moriremo domani. – posto quasi come un esergo, istruisce subito il lettore sull’argomento principale, che si svilupperà nei vari testi, sottolineato ancora meglio dai primi tre versi della prima poesia, così come pure Pontiggia nella prefazione mette in evidenza: A dirotto, autunno, piove. / In mezzo agli uliveti stanno / Le anime dimentiche dei morti ovvero una riflessione sul rapporto tra il vivente (rappresentato dal poeta) e i defunti, evocati in varie scene, come entità sempre e comunque presenti anche nel quotidiano e legate alla vita. La chiave, invece, dell’intero scritto, si inizia a leggere tra questi versi: «Ecco, il cuore è – dicono – / Anche per i non più vivi. / Ah, il cuore! – sospirano – / È la più importante cosa, / È il primo nome», dai quali si evince che di poesia d’amore si tratta, questa di Natalia Stepanova; una poesia che sottolinea la vita (Prima del nero assenso, / Le amorose tessere / Della vita – compongo –), nelle ricorrenti rose che pure si incontravano nella pubblicazione precedente, parlando del suo opposto.

Ha l’andamento di un’indagine svolta dal poeta, che spesso nei versi è morto anche lui, questo libro: un domandare e domandarsi sul tema dell’oltre vita, quasi un tentativo di convivenza con l’inevitabile e una lunga riflessione, che a tratti incupisce, ma che risulta utile momento di sosta nella frenesia quotidiana e utile spunto di riflessione, come nei versi che seguono (pag.26 e pag.44):

Abbiamo attraversato
Cieli e mari di morte,
Approdando alla terra.
La morte da sempre
Vi abita, senza rispettare
I desideri dei vivi.
C’è forse un altro modo
Per non temerla?
Oh, fosse dolce e quieto
Il suo volto come
Una promessa che viene
Alla sera estiva
E placa la sete.
C’è forse un altro modo?
.
——
.
Il muschio e la pietra,
La ruggine e il corallo –
L’albero del melograno
Chiama l’edera. 
Le rose e i terremoti 
Sotto il segno di Mercurio, 
La voce del corvo risponde,
Nella terra del confine –
Sola – Io canto
.

Simboli, significati, evocazioni e rimandi in versi brevi, che man mano evidenziano la figura del poeta, come essere che abita e vive il mondo, ma che fondamentalmente è solo con il suo grande fardello, quello di vedere quel che altri non vedono, di cui rende noto attraverso i propri scritti; vi è un senso panico nei versi di Natalia Stepanova, un coinvolgimento di tutti gli elementi naturali e sovrannaturali, una religiosità non indifferente e una ricerca di comprensione degli accadimenti, appellandosi a quel che è di più dell’essere umano, come si legge, ad esempio, a pag.53:

Negli occhi dei poeti i mondi morti
Rimangono vivi in eterno.
Non giratevi mai a guardare
Le fiamme di Sodoma e Gomorra –
Potreste vedervi pietrificati.
Le lanterne rosse fanno strada
Nei vicoli maleodoranti:
Il buio dei secoli non è mai andato via
E il tempo non ha corso in macchina,
Inseguendo il sogno di essere dèi –
E nemmeno un dio è fuggito
Con le proprie gambe lì, dove noi
Abbiamo fotografato Marte
E bevuto l’acqua che non ha mai
Cambiato il corso dei suoi fiumi,
La luna è sempre stata sola 
In cima alla torre di Babele –
Crocifissa, si schiude l’ultima rosa, 
Tace il giardino, dormono i suoi fiori –
E sulle rose furono dette menzogne
E sull’amore scrivemmo cose non vere.
.

A pag.54 la domanda, dopo tanto aver detto, emerge sincera e chiarissima: Si è mai pronti a morire? […] / Parole antiche: / «Non temere, / Morire è solo andarsene, / Distante da questi luoghi / E da troppe parole / Che non serviranno». Ma morire è comunque continuare ad amare e ad essere amati, con sincerità e lontani da qui meccanismi che avvelenano la vita, che la complicano e la rendono triste, sembra voler sottolineare il poeta, che, di tanto affanno terreno, salva l’atto, il gesto, il ricordo d’amore purificato dalle negatività e ormai assunto come ponte tra due mondi, svelandolo nell’Amore per eccellenza, quello di Dio (pag.59):

Mio Dio, non mi abbandonare
Su questa terra di fatica e morte,
Signore mio Dio, non allontanarmi
Dal Tuo volto, dal Tuo verbo d’essere.
La morte terrena ci è dovuta
Ma tra i vivi il Tuo nome,
In ogni istante e in tutte le creature,
Appare consolatorio e placa la furia
Dei senz’anima e dei senza corpi.
Signore, io sono qui, nel giardino
Di alberi e di fiori che hai voluto per me –
Io non credo nella eterna morte,
E nella notte l’anima mia è con Te.
.

Degli horti romani è un compendio di terra e cielo, difficoltà umane e speranze divine, una corda tesa tra due realtà solo apparentemente antitetiche; un canzoniere in cui esseri umani, culture, fiori, elementi naturali e paesaggistici, quotidianità e entità sovrannaturali convivono senza scontrarsi, lievi e liberi di dire ognuno la sua, a maggior comprensione del mistero più grande, più fitto, di cui non siamo che un momento, magnificamente e lucidamente riassunto nei versi di pag.82:

Non essere triste –
È solo poesia,
E ogni cosa passa –
Non puoi fermare il dolore,
Non puoi fermare la gioia
E non a tutti è dato di amare –
Non essere triste,
È solo vita, è solo morte.  

[Angela Greco]

(immagine d’apertura: Villa di Livia, affreschi di giardino, parete corta meridionale – dal web)

Oltre la rete, la poesia italiana che si incontra oggi: Luca Gilioli

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OLTRE LA RETE:  Luca Gilioli 

*

dark rooms
.
barattiamo l’estremo
nelle stanze più buie.
.
scendiamo gradini
per creare discontinuità.
.
.
.
.
piacere nella notte
.
al volante percorro ogni notte
le strade della mia città,
e lo spettacolo che ho davanti
agli occhi è stupefacente:
tonde lucine sgargianti danno
vita al paesaggio come cristalli
di neve colorata sospesi a
mezz’aria, ribellatisi contro
il loro destino di cadere al suolo
e disperdersi in pochi istanti.
il buio diventa puro sfondo,
e sempre più lontano non
spaventa il mio procedere.
.
ma il vivere quest’esperienza
mi si ritorcerà contro prima o poi:
farsi di miopia può uccidere.
.
.
.
.
battaglie agli scacchi
.
con lo “Scacco”, penultimo rintocco,
al sacrificio è spinta la Regina:
il Re con la Torre corre all’arrocco
mentre di lei si fa carneficina.
.
ma i Pedoni e i Cavalli non fan muro
e il Re, con i suoi Alfieri, è sguarnito:
lo “Scacco matto” oramai è sicuro.
ma già di rivincita ecco un vagito.
.
(i versi sono qui riportati, come dall’autore nell’originale)

.

Luca Gilioli nasce il 12 dicembre 1984 a Modena. Consegue la laurea in Scienze della Cultura presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Modena e Reggio Emilia; in merito alla tesi di laurea ottiene 7 riconoscimenti in concorsi letterari nazionali, tra cui il ‘Premio 150 anni Unità d’Italia’ alla XXXIII edizione del concorso Città della Spezia e il ‘Premio speciale Frontiera’ alla IX edizione del concorso Lago Gerundo. Dall’età di sedici anni scrive poesie, con le quali riceve numerosissimi riconoscimenti in concorsi letterari nazionali. I suoi testi sono presenti oggi su quotidiani, antologie e riviste di settore: tra queste ultime «Inchiostro», «Osservatorio Letterario – Ferrara e l’Altrove», «Ellin Selae», «La Masnada», «Prospektiva», «Quaderni padovani di poesia e tecnica», «Gagarin – Orbite culturali», «Vernice» e molte altre, mentre le sue raccolte poetiche s’intitolano Orionidi (Bernini Editore, Modena, 2011) e Dodici (Edizioni Il Fiorino, Modena, 2012). In seguito al terremoto che ha colpito il territorio della ‘Bassa modenese’ nel 2012, ha curato assieme alla scrittrice Roberta De Tomi l’antologia poetica solidale La luce oltre le crepe (Bernini Editore, Modena, 2012), che vanta la prefazione del noto scrittore Giuseppe Pederiali.

Wisława Szymborska, Il cielo

Wisława Szymborska, Il cielo (da Vista con granello di sabbia, Adelphi)

Da qui si doveva cominciare: il cielo.
Finestra senza davanzale, telaio, vetri.
Un’apertura e nulla più,
ma spalancata.

Non devo attendere una notte serena,
né alzare la testa,
per osservare il cielo.
L’ho dietro a me, sottomano e sulle palpebre.
Il cielo mi avvolge ermeticamente
e mi solleva dal basso.

Perfino le montagne più alte
non sono più vicine al cielo
delle valli più profonde.
In nessun luogo ce n’è più
che in un altro.
La nuvola è schiacciata dal cielo
inesorabilmente come la tomba.
La talpa è al settimo cielo
come il gufo che scuote le ali.
La cosa che cade in un abisso
cade da cielo a cielo.

Friabili, fluenti, rocciosi,
infuocati e aerei,
distese di cielo, briciole di cielo,
folate e cumuli di cielo.
Il cielo è onnipresente
perfino nel buio sotto la pelle.

Mangio cielo, evacuo cielo.
Sono una trappola in trappola,
un abitante abitato,
un abbraccio abbracciato,
una domanda in risposta a una domanda.

La divisione in cielo e terra
non è il modo appropriato
di pensare a questa totalità.
Permette solo di sopravvivere
a un indirizzo più esatto,
più facile da trovare,
se dovessero cercarmi.
Miei segni particolari:
incanto e disperazione.