Manuel Vázquez Montalbán, poesie da Ars amandi

Manuel Vázquez Montalbán, da III Ars amandi (da Una educazione sentimentale in Memoria e desiderio), tratte da Il desiderio e la rosa a cura di Hado Lyria (Frassinelli, 2007)

[…]

III

Copriti,
copriti le metafore, fa
un piccolo freddo da piccolo inverno,
con un piccolo radiatore, piccolo
tempo per sentirci insieme
………………………………..meno soli
che soli abitualmente, meno saggi
per dire amore mio senza rimorsi
per credere di essere stati scelti
………………………………………..tempo fa
in un Mercato Persiano annunciato da profeti
.
sì, copro anche le mie immagini impazienti.
.
.
IV
.
.
Potrebbero essere azzurre le piastrelle del bagno,
un po’ color corinto il tappeto, caminetto rosso
e libri rilegati, una foto
enorme della Rambla
……………………………..ma prima
avremmo fatto la rivoluzione, del popolo
le risate spartite tra te e me
.
………………………………………e in estate
vedremmo affondare a Port Lligat quel piccolo cutter
fantasma
………….di un vecchio proprietario terriero in esilio.
.
.
VI
.
.
Difficile l’amore senza retrobottega
senza dispensa né chiave nel guardaroba,
una sera, un porto, una scia,
un libro, un ritmo, una morte
screditata come un trucco con le carte
.
e nel risuscitare
………………….duri spigoli di facciate,
battiti di orologio e cuore proibito, indossare
di nuovo la camicia a mezz’asta,
gradire la solitudine che mi hai tolto
che ti ho tolto
………………….una sera, una scia
.
screditato per sempre, il mito
del forse
………..della sapienza convenzionale
amato e amante, turba l’amore
………………………………………….solo la paura
un funerale e un naufragio con l’assicurazione, rispetta
le pagine e non sapremo prima del tempo
con quale morto finisce quest’avventura
.
…………………………………………………………..chi
rimarrà di sale nella città perduta.
.
[…]
.

*

Manuel Vázquez Montalbán – Scrittore spagnolo, nato a Barcellona il 27 luglio 1939. Laureato in lettere, per la sua attiva partecipazione alle lotte universitarie contro la dittatura franchista fu messo in carcere. È stato membro del Comitato centrale del Partido socialista unificado de Cataluña. Esordì molto giovane come giornalista e saggista, pubblicando anche sulla rivista Triunfo, sotto lo pseudonimo Sixto Cámara, una serie di articoli anticonformisti e pungenti, sempre tinti di umorismo (poi raccolti nel volume Crónica sentimental de España, 1971). Si è cimentato anche nella poesia: Una educación sentimental (1967), Movimiento sin éxito (1969), A la sombra de las muchachas en flor (1973), Praga (1982), produzione poetica raccolta in Memoria y deseo (1986). La sua narrativa nasce all’insegna dello sperimentalismo (Recordando a Dardé, 1969; Happy end, 1974), ponendosi volutamente contro i parametri del realismo, e raggiunge la maturità nei romanzi che costituiscono il cosiddetto ”ciclo Carvalho” (dal nome del protagonista, il detective Pepe Carvalho).

Benché sia evidente l’influenza della narrativa nordamericana, la scrittura di V.M. attinge a ben precisi modelli della tradizione ispanica, Baroja in primo luogo. Infatti, la forza dei suoi romanzi risiede non solo nell’intrigo o nella trama narrativa ma anche, o forse soprattutto, nella vivacità, la plasticità e il realismo con cui V.M. riesce a ritrarre gli ambienti sociali (mettendo in campo anche le sue doti maturate nell’attività di giornalista): libero da schematismi ideologici, nonostante la sua militanza politica, V.M. offre nelle sue pagine un attendibile affresco della società spagnola contemporanea. Scrittore versatile e lavoratore infaticabile, si è cimentato sui più svariati argomenti. [da Treccani.it; Bibl.: M. Blanco Chivite, Manuel Vázquez Montalbán & Pepe Carvalho, Madrid 1992]

Immagine d’apertura:opera di Banksy

Novità editoriale: Ananke, poesie di Angela Greco AnGre (Ladolfi Ed. aprile 2021)

In questi giorni, per i tipi Giuliano Ladolfi Editore, che ringrazio per la fiducia, per la professionalità e per la ricerca operata nel campo della poesia contemporanea, è uscito ANANKE, il mio nuovo libro di poesie, introdotto dalle parole di Fabrizio Bregoli, al quale va il mio ringraziamento per la stima e l’amicizia, e presentato dalla superba copertina creata da Angelo Bruno, che, parimenti, ringrazio. Il libro, che vede la luce in un momento comune difficile e drammatico – del quale porta impressi i segni nella visione della realtà, aggiungendo, com’è nel mio carattere, sempre un punto luce – vuole essere un augurio di ripartenza e un invito alla tenacia, a non arrendersi e a perseguire, nonostante tutto, i propri sogni e quello in cui si crede fermamente. Tra qualche giorno sarà disponibile presso tutti gli store on line; intanto, sono felice di condividere con gli Amici e i Lettori, la mia gioia. Grazie.

*

ANANKE di Angela Greco AnGre,

Giuliano Ladolfi Editore, aprile 2021; Introduzione di Fabrizio Bregoli

.

Non lontano da questa mattina
calcinacci bianchissimi a bordo strada,
tra scarti di caramelle e germogli
ostinati, hanno risvegliato il giorno
incuranti dell’asfalto; si procede
per sottrazioni, operazioni lontane
dai quaderni di quando eravamo piccole mani,
fiocchi colorati per distinguersi nella ressa,
inciampi di parole e ginocchia ferite.

.

La difficoltà sta tutta nella posa dei piedi,
nel loro passo fermo sulla superficie che
trattiene dalla caduta, nel tentennamento.
Da quassù non è semplice come dicono,
tutt’altro; la visuale, quella sì, ha un valore
e forse la metafora rimarrà oscura, ma
occorre tentare, senza ripensamenti.
Mon dieu, nemmeno tu comprendi più
questo spazio che va restringendosi.

.

“Angela Greco sceglie di intitolare la sua nuova raccolta di poesie, con un chiaro riferimento mitologico alla tradizione classica, a Ananke, ossia la forza del destino, l’ineluttabilità del fato a cui l’uomo deve necessariamente obbedire, o soggiacere. Questo potrebbe lasciar pensare che l’autrice, rifacendosi a una scuola di pensiero dalla tradizione consolidata che attraversa i secoli, aderisca a un’idea dell’uomo come di soggetto che è sottomesso a una volontà imperscrutabile e superiore che gli impone le proprie scelte, lo relega a un insieme di accadimenti predeterminati per i quali viene privato di ogni potere decisionale. In realtà questa percezione di un destino che si impone e fa valere le proprie ragioni sulla vita dei singoli, questa constatazione di uno “spazio che va restringendosi” vanno circostanziate e riferite alla serie di eventi a cui la raccolta si rivolge e ai quali, con intelligenza, Angela Greco non fa mai cenno esplicito, ma li lascia intuire dalla inequivocabilità delle date che circoscrivono questi versi a quell’anno 2020, a tutti ben noto. Evitare il cronachismo, procedere per allusioni: questo dà consistenza al messaggio poetico, evita di cadere nella retorica.

Quindi Angela Greco ci propone una poesia, che non si può ridurre a un diario in versi tout court, ma che è una riflessione profonda e partecipe di una condizione storica che, certo, la riguarda individualmente e che la porta a parlare di sé, ma nasce dal bisogno dell’incontro, perché occorre “rendersi conto che una parte di sé stessi è / l’Altro”. Fin dall’incipit dell’opera è chiara questa responsabilità di fondo che porta l’autrice a una definizione della poesia come di “questa sostanza che unisce / respiri e calci a gamba tesa”, agone aperto e problematico in cui avviene la scrittura, in una consapevolezza a livello di poetica che è essenziale per evitare di cadere nel tranello del già detto e dell’ovvio: “bisogna tornare a scrivere con la penna tutto l’alfabeto”.

Questa fiducia di Angela Greco nella poesia, del resto, oltre che nella pratica di quest’arte in prima persona, trova conferma da molti anni nel suo lavoro di divulgazione della poesia grazie al suo blog “Il sasso nello stagno”, dove trovano accoglienza i versi dei maestri classici e contemporanei: questa frequentazione assidua e approfondita la porta a una poesia matura, consapevole dei suoi strumenti, debitrice alla tradizione ma anche molto personale, con una fisionomia ben riconoscibile.” [dall’Introduzione di Fabrizio Bregoli]

Tra qualche giorno disponibile su tutti gli store on line.

*

Ringrazio Fabrizio Bregoli anche per la presentazione fatta sul suo pregevole sito, dov’è possibile leggere l’Introduzione integralmente:

https://fabriziobregoli.com/2021/04/12/ananke-di-angela-greco

Ancora Barabba

La città vista da qui sembra smisurata.
Il drappo protegge il sinedrio dalla luce.
Stanno decidendo il mio futuro.
Chi? Una commistione di popolo e leggi.
Ma quello che dovrà scegliere tra me e l’altro
è anche il mio popolo. Ho le mani legate.

In alcuni giorni la sopravvivenza è un dono altrui
(come nelle notti in mare
quando l’approdo è solo un caso).

Oggi, vista da quassù la città sembra più bella
eppure decreterà chi deve morire.

 

*

Il governatore della regione scruta il cielo fosco:
una sequenza di grigi è presagio di maltempo.

Dalle torri per svariati ettari si estende fumo
(inno ad un futuro scambiato per denaro).
Forse verrà la pioggia,
ma non sarà sufficiente.

Dalla finestra Pilato confonde le nuvole:
alcune porteranno acqua; altre,
somigliano a presagi
(ma lo sapremo soltanto tra cinquant’anni).

Obliquo un raggio
dallo specchio colpisce l’occhio.
Non basta la mano a schermarsi.

Il processo sta per iniziare:
si indossi pure l’abito migliore.

 

*

Impronte nel Getsemani dicono che
non era uno solo
a calpestare terra e preghiere.

Sotto il riverbero del sole di mezzogiorno
c’è chi non distingue l’innocente
tra le pagine e i nodi dell’ulivo.

La città ha già reso note le sue intenzioni:
issano altre croci prima del tramonto;
viene il giorno di festa.
La morte per questo può aspettare.

 

Il vento gonfia le tende rosse.
Il tribunale dà segno d’inizio.

Metà mattina. La piazza aspetta
in silenzio le sorti capovolte: oggi
trenta Giuda tradiranno per un denaro
chiunque stia loro seduto accanto.

Nel vuoto tra muro e strada
aspetta la sorte.

 

 

da ANCORA BARABBA di Angela Greco AnGre

(YCP, Collezione Bocche Naufraghe – QUI)

in apertura, immagine da Vangelo secondo Matteo di P.P.Pasolini

Louise Glück, due poesie

LEGGE NON SCRITTA


Interessante come ci innamoriamo:
nel mio caso, in modo assoluto.
In modo assoluto e, ahimè, spesso –
così era nella mia gioventù.
E sempre con uomini piuttosto giovanili –
immaturi, imbronciati, o che prendono timidamente a calci foglie morte:
alla maniera di Balanchine.
Né li vedevo come ripetizioni della stessa cosa.
Io, con il mio inflessibile platonismo,
il mio fiero vedere solo una cosa alla volta:
ho decretato contro l’articolo indefinito.
Eppure, gli errori della mia gioventù
mi rendevano senza speranza, perché si ripetevano
come è di solito vero.
Ma in te sentii qualcosa oltre l’archetipo –
una vera espansività, un’esuberanza e amore della terra
profondamente estranei alla mia natura. A mio merito,
benedissi la mia buona fortuna per te.
La benedissi in modo assoluto, alla maniera di quegli anni.
E tu nella tua saggezza e crudeltà
mi hai gradualmente insegnato l’assenza di senso di quel termine.


da “Nuovi poeti americani” (traduzione di E. Biagini, Einaudi)


*


L’IRIS SELVATICO
	

Alla fine del mio soffrire
c’era una porta.

Sentimi bene: ciò che chiami morte
lo ricordo.

Sopra, rumori, rami di pino smossi.
Poi niente. Il sole debole
tremolava sulla superficie secca.

È terribile sopravvivere
come coscienza
sepolta sulla terra scura.

Poi finì: ciò che temi, essere
un’anima e non poter
parlare, finì a un tratto, la terra rigida
un poco curvandosi. E quel che mi parve
uccelli sfreccianti in cespugli bassi.

Tu che non ricordi
passaggio dall’altro mondo
ti dico che seppi parlare di nuovo: tutto ciò
che ritorna dall’oblio ritorna
per trovare una voce:

dal centro della mia vita venne
una grande fontana, ombre blu
profondo su acqua di mare azzurra.


da “L’iris selvatico” (traduzione di M.Bacigalupo, Il Saggiatore)



in apertura opera di Vincent van Gogh

clicca QUI per scaricare gratuitamente 21 marzo ’21 AA.VV.

Hilde Domin, due poesie

Hilde Domin, due poesie
 

PARACADUTE

Poesia intrisa di lacrime
della solitudine estrema
tu rete sopra il baratro
bianco paracadute
che si apre sul precipizio

Un angelo avrebbe le ali
sotto di lui
non si sfalderebbe il terreno
un angelo non riceverebbe mai
messaggi confusi
su ciò che lo riguarda


da “Il coltello che ricorda” 
(a cura di Paola Del Zoppo, trad. di Stefania Deon, Del Vecchio editore)



*



PAESAGGIO IN MOVIMENTO

Si deve saper andare via
e tuttavia essere come un albero:
come se le radici rimanessero nel terreno,
come se il paesaggio si muovesse e noi restassimo fermi.
Si deve trattenere il fiato,
finché si calma il vento
e l’aria estranea inizia a girarci intorno,
finché il gioco di luci e ombre,
di verde e di blu,
crea gli antichi disegni
e siamo a casa,
ovunque essa sia,
e possiamo sederci e appoggiarci,
come se fossimo alla tomba
di nostra madre.


da “Con l’avallo delle nuvole”
(ed. orig. 1987, a cura di P.del Zoppo e O. Granato, Del Vecchio Editore)


in apertura opera di Antonio Donghi 

clicca QUI per scaricare gratuitamente 21 marzo ’21 AA.VV

Hans Magnus Enzensberger, due poesie da Sentimenti confusi

poesia il sasso nello stagno angre

Lo spirito del padre 

Certe sere eccolo lì seduto,
come una volta, un po’ curvo,
che canticchia, al tavolo,
sotto la lampada di ferro.
Il pennino raschia
sulla carta millimetrata.
Tranquillo, risoluto, lascia
la sua traccia nera.
A tratti mi sta a sentire,
la testa bianca, di neve, reclinata,
sorride assente, continua a lavorare
al suo magnifico progetto
che io non posso capire
che lui mai finirà.
Lo sento canticchiare.

§

Qualche riga oziosa

Mai abbiamo combinato meno guai di allora
quando in lenti pomeriggi a poco a poco ci si ubriacava,
e mai fummo più innocui, a parte il sonno,
che in quei giorni che trascorrevamo in chiacchiere balorde;
già la sera avevamo dimenticato tutte le cose dette.
Sì, era favoloso, come oziavamo per interi giorni,
ricchi e pigri perché ignari di noi stessi, lì a guardare
come quel che ci era dato se ne andava, dolcemente,
……………in sperperi.

*

Hans Magnus Enzensberger, Sentimenti confusi

tratte da Chiosco, traduzione dal tedesco di Anna Maria Carpi (Einaudi)

Pedro Salinas, due poesie da Sicuro azzardo

BENOIT COURTI 1

XXIII «Route Nationale»

Presto, luce, presto,presto!
Un farsi nero acquattato
s’avventa dagli orizzonti
e mi confonde la vita.
Le sicurezze soavi,
distanze, profili, forme
un colpo d’ala le svia.
Colori, colori mie,
il giallo, vermiglio, verde,
prigionieri trascinati,
in carcere di nove ore!
Quel paesaggio così stabile
s’arrese così alla svelta?
Non cedere, varietà
amata, tu, non lasciarti,
non lasciare solo
me nel nero, liscio, uno!
Con un giro della chiave,
in visioni a cento metri,
frammentato, allegro, vivo,
i fari
mi restituirono il mondo.
.

§

XLVII Fede mia

Non mi fido della rosa
di carta,
tante volte che n’ho fatte
tra le mie mani.
Né dell’altra io mi fido
della rosa vera,
figlia del sole e dell’ora,
sposa promessa del vento.
Di te che non ti ho mai fatto
di te che mai ti hanno fatto,
di te mi fido, compiuto
sicuro azzardo.
.

*

Pedro Salinas, da Sicuro Azzardo (a cura di V.Nardoni, Passigli Poesia, 2005)

Sicuro azzardo appare nel 1929, ed è la seconda raccolta di Pedro Salinas, uscita qualche anno dopo di distanza da Presagios, il suo esordio poetico, che già lo aveva consacrato come uno dei protagonisti della poesia spagnola. La poesia di Salinas procede più per approfondimenti interni che per salti, in una sorta di canzoniere, di intimo, amoroso colloquio che sfocerà nelle raccolte esemplari degli anni Trenta, La voz a ti debida e Razón de amor, ed è stato giustamente detto che essa rappresenta una delle forme più originali della poesia amorosa del Novecento. Ma l’immagine di poesia amorosa può risultare di per sé fuorviante. In realtà, la poesia di Salinas ha sempre al centro se stessa, è poesia dell’intelligenza non meno che del cuore, tutta protesa verso l’immagine precisa, la parola ‘esatta’, che sappia nominare ed esprimere, stretta fra pensiero e sentimento, ‘segno’ e ‘favola’, perché – ha scritto lo stesso Salinas – “la poesia è un’avventura verso l’assoluto. Si può arrivare più o meno vicino; si può fare più o meno strada…Bisogna lasciar correre l’avventura, con tutta la bellezza del rischio, della probabilità, del gioco”. Questo ‘sicuro azzardo’ della sua poesia, che, se da un lato può richiamare alla mente l’hasard del colpo di dadi mallarmeano, dall’altro ne è già cosa decisamente fuori, perché salinas – come scrive Valerio Nardoni – “si fa dado lui stesso, per volteggiare magicamente, con tutti i preparativi dell’esattezza”. (risvolto interno di copertina)

 

Giorgio Galli legge Arcani di Angela Greco

Giorgio Galli legge Arcani di Angela Greco 

Prendiamo due poesie dalla prima sezione, Claire (della solitudine e altri ritorni):

«La domenica sera anticipa le azioni della notte
e il sogno è nella sorpresa della voce, nel vento
fermo dopo giorni di burrasca. La poltrona grigia
accoglie Claire, ma sei tu, questo momento
morbido di calore; poi irrompe il freddo che non
ti aspetti e l’unica cosa da fare è abbracciarsi,
stretti, sotto un cielo di cristallo che tintinna e
azzurra questa stagione. Lampo e fuga il mattino
di andirivieni è una finestra socchiusa che geme.
Un opposto mare fuoristagione ci sovrasta “come
una sorte” dici; il cielo sorride alla tua voce.
.
La trasparenza degli eventi atmosferici somiglia
ad un buon auspicio. Forse domani diremo “ti amo”.»
.
.
.
.
«L’occhio notturno ha intravisto il tuo volto,
nel risveglio alabastrino del giorno di festa.
Da lontano passi, fori recisi e preghiere;
ogni rito ha le sue leggi che l’orologio conosce.
Da quarantatré anni e prima della campana,
Claire è soglia e attesa. Di una voce che
tarderà nei suoi desideri; due cavalli sulla rena
ostacolano il vento e s’imprimono nello sguardo
per l’assenza di muri e per il mare intorno. Poco
più in là di quest’ora, una barca aspetta il rientro;
febbraio ha brevi giorni e sempre insufficienti.
.
S’azzurra il mezzogiorno sulle case del paese vecchio;
nemmeno l’ombra ha voce davanti ai tuoi occhi.»

La prima osservazione da fare è che Angela Greco usa un sistema pavesiano -il verso ipermetro, il tono narrativo che rimandano a Lavorare stanca– per un contenuto che è estatico, rilkiano. La sua Claire ci ricorda la Gelsomina e la Cabiria di Fellini, personaggi fantastici calati in una realtà aspra. La seconda cosa che si apprezza è la tesa densità del linguaggio: un linguaggio sorvegliato e limpido, lontano da ogni soluzione mimetica. Infine la musicalità: una musicalità marina, tersa e malinconica, che ricorda certi passi lancinanti di Lavorare stanca ma anche certe apparizioni, fra l’estatico e il disilluso, del primo Fellini. Claire non è personaggio -come personaggio risulta sfuocato- ma è figura e come figura si realizza nella sua pienezza: essa “è soglia e attesa” -parole rilkiane- da una vita intera, quarantatré anni. È centro unificatore di una visione poetica coerente, fra espressionismo e realismo magico. Sono poesie che non vanno giudicate verso per verso, queste, ma nella loro costituzione complessiva, come versetti biblici, strofe, come i poemi di Whitman. È un modo di far poesia nuovo anche se lontano da ogni radicalismo novatore.

Prendiamo ora due testi dalla seconda sezione, giardini del mago (del tempo e altri percorsi):

«Si cresce spontanei
nel poco spazio a disposizione
verdi e ritti tra minzioni d’onore
e bravi padroni. Poi si fiorisce
e qualcuno non ci crede. Ci si curva
e qualcun altro rimane perplesso.
.
Numeri privi di destinazione
calpestano il tempo e il suo lavoro
e nel mentre, in un angolo
non ben visto, accade un’oasi,
un sollievo nell’inesorabile marcia,
un approdo inusuale per la logica.
.
Pensieri arruffati emergono
dalla lastra bituminosa e stanca,
seminati dal vento e testardi.
Anche la pietra ha una sua fertilità.»
.
.
.
.
«Cambia il colore alla foglia, dalle il rame
per fondere luoghi antichi dove ritrovarsi.
.
Strade e pietre raccolte all’ombra d’autunno;
la terra ci abita dal principio. Oggi mancano
sfumature d’acqua, volute di conchiglia e tu.
Dimmi, di che colore diventa quel che ci guarda,
quando ti sfioro? La mano non dimentica la carezza,
né l’assolo di silenzio, l’ago e la stella. Dopo, dici?
.
L’attesa cade dai rami incontro ai tuoi piedi,
stringati nel giorno delle carte, delle bollette
e del viaggio tanto atteso. Arriveremo a Capo Horn
con le rondini in tasca e i piedi nudi; allora dirai
del trascorso e dell’a venire, confluenze oceaniche
e risate, germogli nell’emisfero opposto.»

Radicalmente diversi questi due componimenti: pieno d’amarezza il primo e di amore il secondo. Osserviamo subito la differenza di versificazione: più breve il verso nel primo testo, più disteso, simile a quello delle poesie su Claire nel secondo. Notiamo poi la presenza di un’iperbolica ironia -“minzione d’onore” nel primo testo, “arriveremo a Capo Horn” nel secondo. Ma quello che accomuna le due poesie è un atteggiamento di resistenza, la funzione critica attribuita al sogno e all’amore nei confronti della realtà così com’è data. Sono, entrambi, componimenti di lotta e di ferita, e il titolo “magico” della sezione non deve trarci in inganno.

La terza sezione si intitola rilkianamente Ein jeder Engel ist schrecklich (dell’incerto e altri dettagli). Da essa stralciamo:

«Del giorno rimane un sentire di
finito, un aroma stinto, una
lontananza senza soluzione e
una incombenza da assolvere.
.
Sfrenate corse colmano i pochi
spazi rimasti a disposizione;
al canto del gallo si ricomincia
in memoria di altro tradimento.
.
Mattini si reiterano sbiaditi,
mentre nell’angolo un silenzio
ci osserva senza essere compreso.
Piove da non lavare nulla di più.»
.
.
.
.
«No, i palmi non te li mostro;
quelli segnati da troppe vie e
ustionati dall’incedere giornaliero.
Lascio che tu intuisca, ferite e cammini.
.
Il pomeriggio ha lasciato un segno
anche sui polsi; una stria rossa di
memoria e sortilegio e voce lontana.
.
S’affolla poi la sera verso il mare e
il sole, rigato dalla domestica canna,
s’affaccia alle nuvole. Alla sera
s’accorda una nota malinconica.
.
Un’assenza.»

Poesie di rabbiosa amarezza queste, come suggerito da quel bellissimo verso, “Piove da non lavare nulla più”. Sembrano scritte da una persona moto più in là con gli anni di quanto non sia l’autrice, sembrano riferirsi a un tramonto della vita vissuto fra rughe e righe di dispiacere. E tuttavia c’è una vitalità protestatoria ancora giovanile -“No, i palmi non te li mostro”. Notiamo ancora una volta la manipolazione di modi di dire comuni -“altro tradimento”. Il verso si fa più ridotto, più compatto, ma non lo fa secondo un percorso stilistico lineare: piuttosto, sembra seguire una curva capricciosa, una linea di tendenza verso la maggiore compattezza che non esclude però ritorni in direzione di una scrittura più narrativa e di un ritmo più dilatato come nelle prime poesie. Forte la chiusa del secondo componimento: “un’assenza”, principio di solitudine senza scampo.

Arriva poi la quarta e ultima sezione, Falling:

«Profetico van Gogh, il suo campo graffato,
i corvi troppo loquaci e le sue strade
senza punto di fuga. Accade, così,
di diventare fiume tra due sponde
nella croce da montare pezzo a pezzo.
.
Ho una sola salvezza, ora tra le dita,
nonostante l’artrosi circostante, l’en passe,
il giro di tango. Marzo porta sempre con sé
una follia e il mal di stomaco acconsente.
Qui, nonostante la terra copra le salme,
luce e fioritura si sperano comunque.»
.

.

«La casa al piano inferiore è vuota;
nessuno accende più luci alla Madonna e
persino il sempreverde, ormai, ha
difficoltà di relazione con il vicinato.
.
La signora d’innumerevoli anni aspetta
un passo, un suono, un ricordo, che le riporti
la via del ritorno, familiari persi, il suo cane.
Un silenzio in meno e una timida domanda;
anche la mia casa è vuota. Abito assenze.»

Nell’ultima sezione assistiamo a un movimento di ritorno verso le forme metriche più distese, movimento che conduce da ultimo alla prosa poetica. La disperazione cresce. Caustico è lo sguardo verso la nostra epoca, vista come errore integrale -“Un merito, tutto sommato, potranno attribuircelo: / quello di aver favorito il declino”- e anche la Parola sembra incapace di fronteggiare un reale sempre più ostile. Nell’apertura finale verso la prosa l’unica soluzione è offerta da una compassione leopardiana e da quella condivisione che solo l’amore può offrire:

«Mi arrendo a questo silenzio, a questa attesa di pane oltre i tre giorni, alla mano che ti cerca incessante sullo schermo delle riletture, tra questi fogli virtuali che continuo a riempire per confondermi sul tuo viso bello di ritrovata casa dopo la sabbia sahariana che ha nascosto persino i pensieri e vedo il mare, dalla finestra, tra lettere cancellate sulla tastiera, che razionalmente non sarei capace di trovare e che, invece, appena sanno di te corrono e dicono e sorridono della mia fanciullaggine di ascoltarti, quando dici che devo scrivere senza farti leggere nulla, quasi fosse mai possibile togliere alla corolla il centro e il nettare per l’incauto impollinatore.»

Angela Greco, Arcani (Achille E La Tartaruga, 2020, prefazione di Franco Pappalardo La Rosa)

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Condiviso da https://perigeion.wordpress.com/2020/12/20/angela-greco-arcani/

Yves Bonnefoy, due poesie da Quel che fu senza luce

ph.Angela Greco AnGre

Yves Bonnefoy, due poesie da Quel che fu senza luce

.

UNA PIETRA

L’estate passò violenta per le sale ariose,
Ciechi i suoi occhi, il suo fianco nudo,
Gridò, e il richiamo squassò il sogno
Di quelli che dormivano là nella semplicità del loro esistere.
.
Rabbrividirono. Cambiò il ritmo del respiro,
Le loro mani riposero la coppa del sonno.
Già il cielo era di nuovo sulla terra,
E fu il temporale di pomeriggi estivi, nell’eterno.
.

§

LA RAPIDITA’ DELLE NUVOLE

Il letto, la finestra vicina, la valle, il cielo,
La magnifica rapidità di queste nuvole.
L’artiglio della pioggia sul vetro, all’improvviso,
Come se il nulla siglasse il mondo.
.
Nel mio sogno di ieri
Il grano di altri anni ardeva in brevi fiamme
Sul suolo lastricato, ma senza calore.
I nostri piedi nudi lo scostavano come un’acqua limpida.
.
O amica mia,
Come era esigua la distanza tra i nostri corpi!
La lama della spada del tempo che s’aggira
Avrebbe invano lí cercato il luogo per vincere.
.

..

da Yves Bonnefoy, Quel che fu senza luce Inizio e fine della neve, trad. di Davide Bracaglia, Einaudi, 2001

.

yves_bonnefoy1Yves Bonnefoy, nato a Tours nel 1923 è morto il 1 luglio 2016 a 93 anni, professore emerito al Collège de France di Parigi, poeta, prosatore e saggista. Ha tradotto Shakespeare, Donne, Keats, Yeats, Petrarca, Leopardi.

Più volte candidato al Nobel per la letteratura, ha ricevuto prestigiosi riconoscimenti internazionali. In Italia ha pubblicato diverse raccolte: Movimento e immobilità di Douve, 1953; Ieri deserto regnante, 1958; Pietra scritta, 1965; Nell’insidia della soglia, 1975; Quel che fu senza luce, 1987; Qui dove ricade la freccia, 1991; Inizio e fine della neve, 1991; La vita errante, 1993; Le assi curve, 2001; La lunga catena dell’àncora, 2008.

Louise Glück, due poesie da L’iris selvatico

Louise Glück, due poesie da L’iris selvatico (Giano, 2003, traduzione di Massimo Bacigalupo)

Mattutino

Padre irraggiungibile, quando all’inizio fummo
esiliati dal cielo, creasti
una replica, un luogo in un certo senso
diverso dal cielo, essendo
pensato per dare una lezione: altrimenti
uguale… la bellezza da entrambe le parti, bellezza
senza alternativa… Solo che
non sapevamo quale fosse la lezione. Lasciati soli,
ci esaurimmo a vicenda. Seguirono
anni di oscurità; facemmo a turno
a lavorare il giardino, le prime lacrime
ci riempivano gli occhi quando la terra
si appannò di petali, qui
rosso scuro, là color carne…
Non pensavamo mai a te
che stavamo imparando a venerare.
Sapevamo solo che non era natura umana amare
solo ciò che restituisce amore.

Matins

Unreachable father, when we were first
exiled from heaven, you made
a replica, a place in one sense
different from heaven, being
designed to teach a lesson: otherwise
the same—beauty on either side, beauty
without alternative— Except
we didn’t know what was the lesson. Left alone,
we exhausted each other. Years
of darkness followed; we took turns
working the garden, the first tears
filling our eyes as earth
misted with petals, some
dark red, some flesh colored—
We never thought of you
whom we were learning to worship.
We merely knew it wasn’t human nature to love
only what returns love.

*

Tramonto

La mia grande felicità
è il suono che fa la tua voce
chiamandomi anche nella disperazione; il mio dolore
che non posso risponderti
in parole che accetti come mie.

Non hai fede nella tua stessa lingua.
Così deleghi
autorità a segni
che non puoi leggere con alcuna precisione.

Eppure la tua voce mi raggiunge sempre.
E io rispondo costantemente,
la mia collera passa
come passa l’inverno. La mia tenerezza
dovrebbe esserti chiara
nella brezza della sera d’estate
e nelle parole che diventano
la tua stessa risposta.

Sunset

My great happiness
is the sound your voice makes
calling to me even in despair; my sorrow
that I cannot answer you
in speech you accept as mine.

You have no faith in your own language.
So you invest
authority in signs
you cannot read with any accuracy.

And yet your voice reaches me always.
And I answer constantly,
my anger passing
as winter passes. My tenderness
should be apparent to you
in the breeze of the summer evening
and in the words that become
your own response.

.

Louise Elisabeth Glück (New York, 22 aprile 1943) è una poetessa, saggista e accademica statunitense. Nel corso della sua carriera ha pubblicato dodici antologie di poesie. Nel 1993 ha vinto il Premio Pulitzer per la poesia per la sua raccolta The Wild Iris, ottenendo il primo di una lunga serie di riconoscimenti. Nel 2014 ha vinto il National Book Award per la poesia, mentre nel 2003 era stata insignita del prestigioso titolo di poeta laureato degli Stati Uniti. Nel 2020 le è stato conferito il Premio Nobel per la letteratura “per la sua inconfondibile voce poetica che con austera bellezza rende universale l’esistenza individuale”. Insegna poesia all’Università di Yale. (Wikipedia)

Wallace Stevens, due poesie

Wallace Stevens (Reading, 2 ottobre 1879 – Hartford, 2 agosto 1955), due poesie 

La casa era silenzio e il mondo era calma

La casa era silenzio e il mondo era calma
Il lettore divenne il libro; e la notte estiva

Era il sentire del libro
La casa era silenzio e il mondo era calma

Le parole furono dette come se il libro non ci fosse
Se non che il lettore era chino sulla pagina,

Voleva stare chino, voleva molto tanto essere
Lo studioso a cui il suo libro dice il vero, a cui

La notte estiva è come una perfezione del pensiero.
La casa era silenzio perché così doveva essere.

Il silenzio era parte del senso, parte della mente:
Il passaggio che conduce la perfezione alla pagina.

E il mondo era calmo. La verità in un mondo calmo.
In cui non c’è altro senso, essa stessa

E’ calma, essa stessa è estate e notte, essa stessa
E’ il lettore che a tarda ora chino legge.

(da Transport to Summer, 1946 – dal web)

*

La poesia che prese il posto di un monte

Era là, parola per parola,
la poesia che prese il posto di un monte.

Ne respirava l’ossigeno
persino quando il libro stava voltato nella polvere del
……..tavolo.

Gli ricordava come avesse avuto bisogno
di un luogo da raggiungere nella sua direzione,

Come avesse ricomposto i pini,
spostato le rocce e trovato un sentiero fra le nuvole,

Per arrivare al punto d’osservazione giusto,
dove sarebbe stato completo di una completezza
……..inspiegata:

La roccia esatta dove le sue inesattezze
scoprissero infine la vista che erano andate guadagnando,

Dove potesse coricarsi e, fissando il mare in basso,
riconoscere la sua casa unica e solitaria.

(da Il mondo come meditazione, Guanda Ed.)

immagine d’apertura: fotografia di Ansel Adams, “After Thunderstorm, Garnet Lake”

Ospite ed ospiti della rubrica “Gioielli rubati” di Flavio Almerighi

Inizio col dire grazie di cuore a Flavio per aver inserito i miei versi in questa sua pregevole rubrica di ricerca di poesia contemporanea attraverso i mezzi telematici, social e blog. Quindi, saluto i poeti che conosco e di cui conosco la bravura e sono contenta di ospitare a mia volta nomi che leggo per la prima volta. Una scelta, quella di questi “gioielli rubati” n.108, che ha il sapore del viaggio fatto fino a questo atipico settembre e che, al contempo, ha il gusto di un bagaglio utile per i mesi a venire, ricco di spunti e inviti e ricordi e riflessioni…mi piace risuonare tra queste voci, in questa agorà poetica, qual è il blog di Flavio. [AnGre]

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Gioielli Rubati 108: Anna Maria Curci – Gisella Canzian – Sebastiano A. Patanè-Ferro – Elena Milani – Marco G. Maggi – Maria Natalia Iiriti – Barbara Auzou – Angela Greco.
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dal blog amArgine di Flavio Almerighi, 6 settembre 2020 (QUI)
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Asphaleia
a Otello Guidi, viandante e amico
Un passo dopo l’altro hai insegnato
di una via che tu sai aspra e succosa.
Che foggia hanno i tuoi sandali-scarponi?
Non paventano sdrucciole o altri suoni
.
pregressi, già scanditi o risuolati,
magari in lingue irte di sentieri.
Fitta la mappa ne disegni ancora
della solidità, tu che precedi.
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Anna Maria Curci
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Non sono un granello di sabbia
se non per il tempo in cui le mosche ci si appoggiano –
convinte di albergare su feccia
cospargerla di saliva
e succhiarla.
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E’ nella decomposizione
la gestazione di nuove larve – l’ecosistema resiste
e gli uccelli non perderanno il loro trono.
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Gisella Canzian
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[i poeti muoiono prima della quiete
senza il conforto di quella parola
che hanno cercato da sempre
quel suono mai definito che voleva dire amore
ma era un’altra cosa]
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Sebastiano A. Patanè Ferro
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Ho fatto tutto nuovo
ogni giorno.
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Dai nostri anni
è nato l’oggi
Una torta di trentanove piani
senza ascensore
ci porta al belvedere.
Sembra ieri il giorno dei confetti,
la sua vigilia già abitata da noi.
Gli amici in casa da giorni,
la cucina profumata di maionese
e il bimbo che gattonava da un giorno.
Mia madre faceva avanti e indietro dal negozio
ora partecipando,
ora ostacolando.
Mio padre con il Grand Marnier in mano
e un viva la vita in tasca.
Beppe aveva il divieto di farsi un goccetto
ed io ero carica di bigodini.
Tu eri indifferente, ma sorridevi,
mi avevi già sposata anni prima,
dal primo momento,
le nozze erano una festa più grossa
per il tuo compleanno .
Assi e cavalletti ,tovaglie prese in prestito.
Don Abbondio chiuso in canonica
stava per sciogliere la scomunica.
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Due ragazzi nel sole
e un bimbo in volo da un braccio all’altro.
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30 agosto 81
mi sposavi.
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Elena Milani
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Anna e Mario
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Sembrava quasi ritornato il silenzio
forse non tutto viene per nuocere:
almeno c’è più tempo per pensare
e nel cielo ho rivisto un’azzurrità
come non incontravo da ragazzo
.
Con Mario nell’orto mettevamo canne
per far crescere fagioli e tümàtic**
adesso anche Anna lo ha raggiunto
e poi dicono che c’è una sola madre
.
Siamo cresciuti soli nella tempesta
senza riuscire a trattenere il vento.
.
**di probabile provenienza austroungarica, nel mio dialetto sta per pomodori.
Marco G. Maggi
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Non so cosa fare di questa notte di luna piena, lucida come un metallo prezioso.
Non esiste morale in notti come questa, ma un finale scontato.
Agosto è finito e nemmeno io mi sento in forma smagliante.
Non so cosa farmene di questa ultima notte di agosto.
E tu, ottavo mese dell’anno, feroce e crudele, sei arrivato fino in fondo ai tuoi giorni.
Testardo e tenace come una tartaruga che riesce a diventare adulta,sopravvivendo agli ami e alla plastica tossica, viene a deporre il suo bottino sulla stessa spiaggia che ha conosciuto nascendo.
Magari la notte era la stessa, di fine agosto, di luna piena.Di poca gente e una lunga fila di ombrelloni spenti.
Il finale della storia è a sentimento. Gli ingredienti li lascio sulla sabbia: perplessità, fragilità, nostalgia, sale e peperoncino a occhio e croce. Prego, servitevi, pure.
Non esiste morale in notti come questa, ma un finale banale.
Stanotte non dormirò: veglierò sull’inizio di una nuova storia.
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Maria Natalia Iiriti
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Di nuovo
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Sono tornati nello stomaco e negli occhi
tutti i sogni dal più furtivo al più profondo
Non conosco altri modi per esistere e alimentare la mia guerra
tutto ciò che è aperto fiorisce in tutto ciò che è chiuso
racconto ancora i sorrisi incespicati della margherita
cento volte respinti dalla sua vita ieri, dimmelo di nuovo
mentre balla fino all’ultimo passo nonostante
la lancia del vento che l’attraversa
.
Barbara Auzou (trad.di Flavio Almerighi)
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S’insinua un pensiero
.
Un caprifico veglia
sulla soglia di casa,
sulla ferocia e sulla rovina
dell’ultimo ruggito di agosto.
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Col trascorrere dei chilometri
s’insinua un pensiero.
Sassi e ossa conoscono
il tempo e il suo procedere.
.
Angela Greco
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Si ringrazia di cuore l’autore dell’articolo originale, sul cui blog, al link in apertura, è possibile riscontrare le fonti da cui sono tratti i versi.
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Andrej Hočevar, due poesie

Butterfly

due poesie di Andrej Hočevar

Ho atteso a lungo questo istante;
mi trovo nella stanza, da dove posso
vederti, me ne sto immobile, fumo, apro
vecchie scatole, nelle quali cerco i tuoi
capelli. Cerco e assieme abbandono me
stesso, questa stanza, questo appartamento.

Ho atteso a lungo questo istante:
qua e là dal mio corpo cola una goccia di cera
rappresa – mi chiami e io sono tutto il tempo
là, nella stanza, da dove mi vedo
giungere di nuovo e
di continuo da te.

Ti ho atteso a lungo. Cancello facilmente
quello che ho scritto e riscrivo tutto un’altra
volta, ma questo spazio, il cui profumo sa
anche di menzogna ed è come dicembre
in questi giorni, non lo lascerò mai
più. Chi mi dirà adesso che non c’è alcuna
differenza tra le nebbioline che salgono
lentamente per le scale
e questi fiocchi di neve che cadono qui
e potresti guardarli? Ma che importa dato che
piangiamo entrambi, io, quanto trito la cipolla
e penso a Pablo Neruda e tu senza alcuna ragione.
Ho paura. E temo che questa paura non torni
più. Adesso chi mai tratterrà per un momento
tutte quelle ore in cui non riuscivo a dormire,
essendo tutte nel tuo respiro e inoltre
io ti dirò ancora una volta,
di mattina sei bellissima.

Ti ho atteso a lungo
e adesso mi sono trasferito. Appena ora vedo
che non c’è differenza tra il silenzio e il sole
che all’alba svela il mistero –
all’alba mi trasferisco in te
e finalmente mi addormento.

.

Ci sono certi giorni
stretti stretti come un ponte intorno a te,
sopra una superficie liscia che ti cinge;
certi giorni sono fatti proprio così
che a furia di ripetizioni il richiamo
perdura, anche se non puoi rispondergli
perché puoi essere solo tu
a chiamare e nelle ripetizioni
ti avvicini, mentre io, certi giorni
sono proprio così, insieme a loro in
una goccia d’olio mi allontano
e cammino solo là dove le mie
impronte, ripetute, sono diventate tue.
Ci sono dei giorni in cui
mentre stai scendendo pensi a
ciò che contrae il tuo volto nello spasmo
e non cessa fino a quando in esso
non intorpidisco anch’io.

 Ricordi la forma del mio dito
quando sfiora le tue tempie? Che immagini
disegna sui tuoi palmi? Ricordi?
Io non ricordo: ci sono dei giorni che
svaniscono allo stesso ritmo di noi due,
se chiudiamo gli occhi e ascoltiamo –
se mediteremo a voce alta,
probabilmente ci sarà
più facile non udire
il richiamo dell’altro.

 

da Fili d’aquilone num.37  (http://www.filidaquilone.it/num037milic.html) — Traduzione dallo sloveno di Jolka Milič

*

Andrej Hočevar – poeta, saggista e critico sloveno è nato nel 1980 a Ljubljana, dove vive e lavora. Laureato in letteratura comparata è autore di cinque raccolte di poesia: Vračanja (Ritorni), 2002, finalista per la migliore opera prima; Ribe in obzornice (Pesci e linee d’orizzonte), 2005; Pesmi o koscih in podobnostih (Poesie dei falciatori e consimili), 2007; Privajanje na svetlobo (Assuefazione alla luce), 2009 e Leto brez idej (Un anno senza idee), 2011. È redattore della rivista Literatura e curatore della collana di poesia Prišleki. Ha fatto parte della rock band The Real Thing, e quindi – anche dopo aver smesso di suonare – ama talvolta coniugare la poesia con la musica, preferibilmente improvvisandola. Scrive anche saggi e critiche letterarie e musicali. Saltuariamente si dedica alla traduzione, affrontando soprattutto la poesia di lingua inglese.

Rossella Cerniglia legge Arcani di Angela Greco

ARCANI ,  di Angela Greco 

Ed. Achille e la Tartaruga (2020)

L’ultima raccolta di versi di Angela Greco, dal titolo Arcani, ha una struttura poematica articolata e complessa: una sapiente minuziosa costruzione che riceve un input creativo dalla magia di queste misteriose figurazioni, presenti nei Tarocchi, il cui significato allusivo, simbolico ed archetipico, è ben illustrato dalla stessa autrice in una nota al margine dell’intero libro. Nell’ambito complessivo dell’opera, questo legame sembra aver rivestito grande importanza nel costituirsi dell’architettura della stessa. Perché la suggestione di questo implicito riferimento, agisce, come dicevo, da input creativo, aggiungendo ulteriore fascino e nuovo significato all’intera creazione, proprio come avviene nella lettura dei Tarocchi secondo il “metodo delle tre carte”, per il quale, vicendevolmente, esse si influenzano nel definire il significato complessivo, che dà risposta ad una specifica domanda.

La sua articolata struttura, piena di rimandi e collegamenti che si interfacciano tra loro, ci dice, di per se stessa, della presenza di un pensiero di robusta sintesi che è nel suo fondamento, e che energicamente la sostiene. L’impianto appare subito straordinariamente ricco di spunti, di variabili e rimandi in cui ogni cosa che, a prima vista, poteva apparire elemento disparato, si lega poi, mirabilmente in visione organica di fruibile bellezza.

La dimensione temporale costituisce l’amalgama che tiene insieme le varie sezioni del libro: le prime tre, intitolate Claire – della solitudine e altri ritorni; I giardini del mago – del tempo e altri percorsi; ed Ein jeder engel ist schrecklich – dell’incerto e altri dettagli, si snodano secondo un concetto di tempo che è Temporalità, nel senso heideggeriano, la quale tiene in compresenza  le tre dimensioni di passato, presente e futuro che convivono, in un fitto rimando di interrelazioni, nella presenzialità dell’accadere.

Perciò, se nella prima sezione del testo, il personaggio di Claire può ricondurci ad un’idea di giovinezza e al presupposto di un albore della vita nella sua spontaneità e purezza, è da tener presente che la sua icona – che racchiude nella multiformità di aspetti, la singolarità del suo essere – permane sempre viva e presente, con l’andare di questo viaggio temporale e verticale che l’autrice compie nella propria interiorità e individualità.

A lei, infatti, come in un intimo colloquio, l’autrice si rivolge in questa prima sezione del libro. E questa rivisitata età, che vorrebbe forse essere l’anticipazione di quello che l’autrice sarà – è, in realtà, ciò che essa è nell’attualità. E la Claire, di cui si parla nel libro, è colei che vive nella dimensione del presente dell’autrice. Ci basta soffermarci su alcuni versi della p. 17 per avere riscontro di alcune delle cose dette e di altre ancora da dire: “ S’aggira Claire tra le parole non dette, tetti di vecchie/ memorie silenziate per antica abitudine; stringono,/ i vicoli del quotidiano incedere, gli occhi che anelano/ all’azzurro di quando si era fili tra i fili d’erba…” e più avanti “…Vorrebbe esserti foglio bianco a cui affidare le ombre,/ inchiostro che inciti i cavalli di fuoco, perché sia sole,/ anche tra le tue nuvole.(…) Nel pacco regalo, una clessidra/ dice che si può capovolgere questo momento.// Due rette parallele s’incontrano e s’intersecano/ in un territorio di confine, oltrepassando il noto fin qui.”

E questa dimensione interiore, che ha i tratti del personaggio Claire, è in larga misura attraversata da un’Attesa – da sempre propria della giovinezza – che ha contribuito a forgiare, con i suoi peculiari accenti, il presente e il futuro di Angela, l’autrice del libro. Sembra di indovinare in Claire, soprattutto, il viversi di questo senso dell’attesa: di essere quello che è, o meglio, quello che sente di essere nell’interiore percezione del sé: la sua vera essenza.

Claire è forse una primavera che ha espresso il suo frutto in potenza, in ciò che è ancora da venire, in un germoglio, in una promessa di vita.  Più avanti nel testo, lo stesso desiderio, più chiaramente si esprimerà in tensione di riconquista della pienezza e totalità della sua anima, e al contempo, come desiderio di essere dagli altri riconosciuta nel suo più intimo ed alto valore.

La visione di questo personaggio, alter ego primigenio della futura Angela, è perciò quella della stessa Angela del presente che vive il connubio fecondo col suo passato, che vive, e riplasma, quel che dal passato le giunge, una se stessa vicina e lontana cui rivolgersi in un colloquio intimo e pieno di abbandoni e mutevoli sentimenti ed umori.

Ma la visione presente in questa parte di testo, non rappresenta una peculiarità assoluta, – tranne forse che per un più insistito sguardo retrospettivo – né sostanzialmente si distacca da quella presente nelle altre parti del libro. Poiché la radice è sempre nel presente dell’autrice, nel presente del farsi di questa visione che riassume tutta se stessa nelle tre compresenti dimensioni temporali.

In tutto il libro ci troviamo di fronte una realtà contraddittoria e frantumata, a volte improbabile, mista di sogno e realtà insieme, di impervi voli e improvvise cadute, surrealtà che vive dentro di noi in mondi allucinati. Una visione caotica e inquieta, insoddisfatta come è l’anima che ce la mostra, poiché su tutto aleggia il sentimento di una Mancanza: di un’assenza radicale e difficilmente colmabile che sembra toglierci il respiro. E il senso della frammentazione di tale realtà non può che arrivarci per frammenti di immagini e pensieri, attraverso dirupi e scoscendimenti dell’anima, attraverso impervie atmosfere, tra ferite che stanno tra carne e spirito e nella materialità della terra. Un attraversamento, che ha, talvolta, i tratti visionari e drammatici del dantesco viaggio negli inferi.

Tuttavia, pur in seno a queste atmosfere, alcuni frammenti riescono talora a penetrare in nudi spiragli di bellezza e solarità e purezza immacolata, riferiti a una sorta di primigenia inviolabilità e sacralità, che idealmente afferisce alla giovane stagione della vita umana: “…Claire vede il verde/ di occhi echeggiare alla parete carsica;/ meraviglie nascoste dietro fessure di silenzi…” (p. 19)

“Nel percorso di strade e radici comuni Claire narra/ dei fiori rosa che s’impossessano dei ruderi, / del petalo che vince la pietra nella meraviglia/ persino del verde e della tua presenza,…” (p. 23)

Tuttavia, in questo movimentato quadro, la realtà ci appare, in genere, come un rompicapo convulso, aleatorio, i cui pezzi sembrano tornare a scomporsi e a ringarbugliarsi, componendo infinite variazioni sul tema. Un rincorrersi di scorci e visioni di sfuggita che si incuneano in altre immagini, alludono al mistero nascosto nell’essere che si cela in armonie dissonanti, in pensieri e percezioni e sensazioni che si insinuano, come fossero anch’essi cose, in quella che, nel suo primo apparire, si mostra appunto come una scombinata caotica visione.

Anche nella seconda e nella terza sezione del libro ci troviamo di fronte ad un’eguale percezione della realtà interiore e mondana, intramata ancora di disgregazione e inutilità, di mancanza di senso, e di buio: “…Il cielo ha una distanza incalcolabile. / Si consuma fiato per ciò che passa. // Nello spazio breve d’una permanenza/ si perde la cognizione del viversi …” (p. 30)

Anche in queste sezioni, ci si rivolge ad un Tu, complementare e imprecisato, che orienta il desiderio dell’autrice in questo parlare da sé a sé. Citiamo qualche verso che possa, in qualche modo, lasciarci intravedere questa lacerazione e provvisorietà del vissuto, approssimandoci all’idea della doppiezza e disgregazione, del sé e del tutto, in noi: “Da dove inizia il giorno? Dalle mie nuvole/ o dal tuo arcobaleno? Dal tuo silenzio/ o dal mio desiderio di cielo? / Dalla sera precedente, dalla tua voce/ inizia il giorno…” (p. 45).

Altri versi ci lasciano intuire l’idea della quotidiana ricerca di un  approdo comune,  su cui si tenta di radicare un senso: ” infiniti ostacoli infiniti/ (…) reiterazioni di affanni,/ trottole senza dimora;/ eppure dove non ti aspetti,/ (…) nuovi orizzonti radicano. // Non  è  un caso / la parola che  ci accomuna, / il silenzio che  avvicina…” (p. 50)

Ma, in effetti, una logica ferrea è sottesa all’insieme, e una ben orchestrata visione sorregge il tutto, pur nell’elemento di discontinuità, di costante antitesi e cozzo di visioni e sentimenti e passioni. Basta riflettere sull’alternanza di stati d’animo che si associano o si combinano agli elementi di quella che chiamiamo “la realtà concreta”, l’andare ad ogni passo incespicando in noi stessi e nelle cose che sembrano fronteggiarci, il doloroso scontro tra desiderio e realtà, la mancanza di linearità, di limpidezza e di senso che proiettiamo sulle cose, tutto ciò che non si attaglia al nostro sentire e ci rende mortalmente inquieti ed angosciati…Basta questa sintomatica nauseante percezione per darci l’idea chiara della nostra Caduta.

Su questo concetto – concetto biblico per eccellenza – è costruita la quarta sezione del libro intitolata Falling, a sua volta divisa in tre sottosezioni, intitolate Ac-caduto, Ac-cade e Ac-cadrà.

Falling, cioè Caduta, mantiene saldi legami con l’intero testo, ne costituisce anzi il nucleo radicale, e direi normativo, nella logica e nell’economia di tutta l’opera. È introdotto da un Prologo e concluso da un Epilogo, e l’ultima parte di esso – la sottosezione Ac-cadrà – è costituita da sei brevi prose poetiche, per cui, l’intero testo, nel suo insieme, potrebbe definirsi un prosimetro. Anche qui viene a riproporsi il senso della temporalità di questo accadere, rienucleando la condizione di quel che siamo oggi – del mondo dentro e fuori di noi – alla luce di questo fondamentale assunto che è la Caduta, simbolo della nostra terrestrità e imperfezione, simbolo dell’Ombra che ci abita, e che con noi abita il mondo.

La Caduta che si colloca in un ancestrale tempo della memoria, in un remotissimo passato che è radice della condizione attuale, è un continuum esistenziale simile alla condizione della nostra infanzia e giovinezza, che portiamo sempre con noi anche nell’età adulta, vale a dire per la durata dell’intera vita. È la radice di quel che oggi siamo – del nostro male tuttavia confinante col bene – poiché anche di bene si compone, in potenza, la nostra anima che, pur nella caduta, ha conservato la fiammella sopita del divino.

Oltre che da un solido impianto strutturale, la preziosità del testo è dovuta alla sua originale tramatura di immagini e di sensi; ad una verbalità misurata, calibrata su parole che hanno carattere radicale, fondativo, apodittico, talvolta epigrammatico, che è parte dell’impianto e dell’intera visione. L’ambiguità e il senso del mistero pervadono ampiamente il testo e costituiscono la matrice più vitale e profonda della poesia, e la sua più autentica fascinazione.

Rossella Cerniglia

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Angela Greco (AnGre) — Arcani