Degli horti romani (poesie minori) di Natalia Stepanova letto da Angela Greco

Degli horti romani (poesie minori) di Natalia Stepanova letto da Angela Greco

Degli horti romani (poesie minori) – Ensemble, Roma, luglio 2019; prefazione di Giancarlo Pontiggia – è la nuova silloge di Natalia Stepanova; una raccolta, che giunge dopo cinque anni dalla pubblicazione precedente (“Il sentimento barbaro”, La Vita Felice, 2014 – qui) e che  sin dal titolo rende manifesta la “natura”, mi verrebbe da dire, di questo libro, collocandone la genesi nella campagna romana, dove l’autrice vive ormai da qualche anno, lontana dalla città e a stretto contatto con il verde, in un luogo di produzione, raccoglimento e riflessione.

Riflessione, anzi, riflessioni, confluite nelle poesie che oggi presenta ai lettori, in quello che, di fatto, è un giardino-orto dalle molte essenze, dai molti frutti e dai molti colori e profumi; pagine, che sembrano redatte nell’atto di compiere una passeggiata, pensando ad alta voce e riportandone i frammenti sulla carta. Francamente sfugge il senso del sottotitolo riportato in copertina, poesie minori, poiché non si trova esplicitato il termine di comparazione. Forse un rimando ad una certa tradizione, un atto di modestia, un auto-giudizio dell’autrice, chissà; ma lasciamo serenamente alla Poesia anche i suoi aspetti insoluti, com’è giusto che sia.

Il primissimo verso – No, non oggi, moriremo domani. – posto quasi come un esergo, istruisce subito il lettore sull’argomento principale, che si svilupperà nei vari testi, sottolineato ancora meglio dai primi tre versi della prima poesia, così come pure Pontiggia nella prefazione mette in evidenza: A dirotto, autunno, piove. / In mezzo agli uliveti stanno / Le anime dimentiche dei morti ovvero una riflessione sul rapporto tra il vivente (rappresentato dal poeta) e i defunti, evocati in varie scene, come entità sempre e comunque presenti anche nel quotidiano e legate alla vita. La chiave, invece, dell’intero scritto, si inizia a leggere tra questi versi: «Ecco, il cuore è – dicono – / Anche per i non più vivi. / Ah, il cuore! – sospirano – / È la più importante cosa, / È il primo nome», dai quali si evince che di poesia d’amore si tratta, questa di Natalia Stepanova; una poesia che sottolinea la vita (Prima del nero assenso, / Le amorose tessere / Della vita – compongo –), nelle ricorrenti rose che pure si incontravano nella pubblicazione precedente, parlando del suo opposto.

Ha l’andamento di un’indagine svolta dal poeta, che spesso nei versi è morto anche lui, questo libro: un domandare e domandarsi sul tema dell’oltre vita, quasi un tentativo di convivenza con l’inevitabile e una lunga riflessione, che a tratti incupisce, ma che risulta utile momento di sosta nella frenesia quotidiana e utile spunto di riflessione, come nei versi che seguono (pag.26 e pag.44):

Abbiamo attraversato
Cieli e mari di morte,
Approdando alla terra.
La morte da sempre
Vi abita, senza rispettare
I desideri dei vivi.
C’è forse un altro modo
Per non temerla?
Oh, fosse dolce e quieto
Il suo volto come
Una promessa che viene
Alla sera estiva
E placa la sete.
C’è forse un altro modo?
.
——
.
Il muschio e la pietra,
La ruggine e il corallo –
L’albero del melograno
Chiama l’edera. 
Le rose e i terremoti 
Sotto il segno di Mercurio, 
La voce del corvo risponde,
Nella terra del confine –
Sola – Io canto
.

Simboli, significati, evocazioni e rimandi in versi brevi, che man mano evidenziano la figura del poeta, come essere che abita e vive il mondo, ma che fondamentalmente è solo con il suo grande fardello, quello di vedere quel che altri non vedono, di cui rende noto attraverso i propri scritti; vi è un senso panico nei versi di Natalia Stepanova, un coinvolgimento di tutti gli elementi naturali e sovrannaturali, una religiosità non indifferente e una ricerca di comprensione degli accadimenti, appellandosi a quel che è di più dell’essere umano, come si legge, ad esempio, a pag.53:

Negli occhi dei poeti i mondi morti
Rimangono vivi in eterno.
Non giratevi mai a guardare
Le fiamme di Sodoma e Gomorra –
Potreste vedervi pietrificati.
Le lanterne rosse fanno strada
Nei vicoli maleodoranti:
Il buio dei secoli non è mai andato via
E il tempo non ha corso in macchina,
Inseguendo il sogno di essere dèi –
E nemmeno un dio è fuggito
Con le proprie gambe lì, dove noi
Abbiamo fotografato Marte
E bevuto l’acqua che non ha mai
Cambiato il corso dei suoi fiumi,
La luna è sempre stata sola 
In cima alla torre di Babele –
Crocifissa, si schiude l’ultima rosa, 
Tace il giardino, dormono i suoi fiori –
E sulle rose furono dette menzogne
E sull’amore scrivemmo cose non vere.
.

A pag.54 la domanda, dopo tanto aver detto, emerge sincera e chiarissima: Si è mai pronti a morire? […] / Parole antiche: / «Non temere, / Morire è solo andarsene, / Distante da questi luoghi / E da troppe parole / Che non serviranno». Ma morire è comunque continuare ad amare e ad essere amati, con sincerità e lontani da qui meccanismi che avvelenano la vita, che la complicano e la rendono triste, sembra voler sottolineare il poeta, che, di tanto affanno terreno, salva l’atto, il gesto, il ricordo d’amore purificato dalle negatività e ormai assunto come ponte tra due mondi, svelandolo nell’Amore per eccellenza, quello di Dio (pag.59):

Mio Dio, non mi abbandonare
Su questa terra di fatica e morte,
Signore mio Dio, non allontanarmi
Dal Tuo volto, dal Tuo verbo d’essere.
La morte terrena ci è dovuta
Ma tra i vivi il Tuo nome,
In ogni istante e in tutte le creature,
Appare consolatorio e placa la furia
Dei senz’anima e dei senza corpi.
Signore, io sono qui, nel giardino
Di alberi e di fiori che hai voluto per me –
Io non credo nella eterna morte,
E nella notte l’anima mia è con Te.
.

Degli horti romani è un compendio di terra e cielo, difficoltà umane e speranze divine, una corda tesa tra due realtà solo apparentemente antitetiche; un canzoniere in cui esseri umani, culture, fiori, elementi naturali e paesaggistici, quotidianità e entità sovrannaturali convivono senza scontrarsi, lievi e liberi di dire ognuno la sua, a maggior comprensione del mistero più grande, più fitto, di cui non siamo che un momento, magnificamente e lucidamente riassunto nei versi di pag.82:

Non essere triste –
È solo poesia,
E ogni cosa passa –
Non puoi fermare il dolore,
Non puoi fermare la gioia
E non a tutti è dato di amare –
Non essere triste,
È solo vita, è solo morte.  

[Angela Greco]

(immagine d’apertura: Villa di Livia, affreschi di giardino, parete corta meridionale – dal web)
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Oltre la rete, la poesia italiana che si incontra oggi: Luca Gilioli

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OLTRE LA RETE:  Luca Gilioli 

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dark rooms
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barattiamo l’estremo
nelle stanze più buie.
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scendiamo gradini
per creare discontinuità.
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piacere nella notte
.
al volante percorro ogni notte
le strade della mia città,
e lo spettacolo che ho davanti
agli occhi è stupefacente:
tonde lucine sgargianti danno
vita al paesaggio come cristalli
di neve colorata sospesi a
mezz’aria, ribellatisi contro
il loro destino di cadere al suolo
e disperdersi in pochi istanti.
il buio diventa puro sfondo,
e sempre più lontano non
spaventa il mio procedere.
.
ma il vivere quest’esperienza
mi si ritorcerà contro prima o poi:
farsi di miopia può uccidere.
.
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.
battaglie agli scacchi
.
con lo “Scacco”, penultimo rintocco,
al sacrificio è spinta la Regina:
il Re con la Torre corre all’arrocco
mentre di lei si fa carneficina.
.
ma i Pedoni e i Cavalli non fan muro
e il Re, con i suoi Alfieri, è sguarnito:
lo “Scacco matto” oramai è sicuro.
ma già di rivincita ecco un vagito.
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(i versi sono qui riportati, come dall’autore nell’originale)

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Luca Gilioli nasce il 12 dicembre 1984 a Modena. Consegue la laurea in Scienze della Cultura presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Modena e Reggio Emilia; in merito alla tesi di laurea ottiene 7 riconoscimenti in concorsi letterari nazionali, tra cui il ‘Premio 150 anni Unità d’Italia’ alla XXXIII edizione del concorso Città della Spezia e il ‘Premio speciale Frontiera’ alla IX edizione del concorso Lago Gerundo. Dall’età di sedici anni scrive poesie, con le quali riceve numerosissimi riconoscimenti in concorsi letterari nazionali. I suoi testi sono presenti oggi su quotidiani, antologie e riviste di settore: tra queste ultime «Inchiostro», «Osservatorio Letterario – Ferrara e l’Altrove», «Ellin Selae», «La Masnada», «Prospektiva», «Quaderni padovani di poesia e tecnica», «Gagarin – Orbite culturali», «Vernice» e molte altre, mentre le sue raccolte poetiche s’intitolano Orionidi (Bernini Editore, Modena, 2011) e Dodici (Edizioni Il Fiorino, Modena, 2012). In seguito al terremoto che ha colpito il territorio della ‘Bassa modenese’ nel 2012, ha curato assieme alla scrittrice Roberta De Tomi l’antologia poetica solidale La luce oltre le crepe (Bernini Editore, Modena, 2012), che vanta la prefazione del noto scrittore Giuseppe Pederiali.

Wisława Szymborska, Il cielo

Wisława Szymborska, Il cielo (da Vista con granello di sabbia, Adelphi)

Da qui si doveva cominciare: il cielo.
Finestra senza davanzale, telaio, vetri.
Un’apertura e nulla più,
ma spalancata.

Non devo attendere una notte serena,
né alzare la testa,
per osservare il cielo.
L’ho dietro a me, sottomano e sulle palpebre.
Il cielo mi avvolge ermeticamente
e mi solleva dal basso.

Perfino le montagne più alte
non sono più vicine al cielo
delle valli più profonde.
In nessun luogo ce n’è più
che in un altro.
La nuvola è schiacciata dal cielo
inesorabilmente come la tomba.
La talpa è al settimo cielo
come il gufo che scuote le ali.
La cosa che cade in un abisso
cade da cielo a cielo.

Friabili, fluenti, rocciosi,
infuocati e aerei,
distese di cielo, briciole di cielo,
folate e cumuli di cielo.
Il cielo è onnipresente
perfino nel buio sotto la pelle.

Mangio cielo, evacuo cielo.
Sono una trappola in trappola,
un abitante abitato,
un abbraccio abbracciato,
una domanda in risposta a una domanda.

La divisione in cielo e terra
non è il modo appropriato
di pensare a questa totalità.
Permette solo di sopravvivere
a un indirizzo più esatto,
più facile da trovare,
se dovessero cercarmi.
Miei segni particolari:
incanto e disperazione.

Oltre la rete, la poesia italiana che si incontra oggi: Luigi Ianzano

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OLTRE LA RETE: Luigi Ianzano 

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versi tratti da Spija nGele [Scruta il Cielo]

“Il volume raccoglie versi scelti, nuovi o rivisitati. Il primo tempo, Criscenza, disvela l’iter esistenziale che prelude al secondo, Come ce mbizza la cèreva, a schiudere la pienezza della lode, preghiera più preghiera. Verità dell’uomo in pelle d’oca, rivissuta con – si parva licet – l’affanno di Leopardi, lo strazio di Giobbe, la letizia di Francesco, l’apoteosi di Dante. Fiducia cresciuta a suon di patibolo, che riempie di significato e trasfigura. Fatica di scoprire ciò che, a guardar bene, è già svelato: tutta la scienza e tutta la sapienza saranno nello scrutare il Cielo. La trascrizione si conforma alle proposte di normalizzazione grafica di Francesco Granatiero (grafia DAM dei Dialetti Alto Meridionali – leggi anche qui).”

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Ma tu
pecché po te spirde,
me lisse mmacande
a pedë mbussate,
me scurce lu larde,
me mbuche de sckande
a tterra abbelata?
E scòce e më jarde:
seddùzzeche, chiande,
treménde pe ll’ati.
Pecché po te spirde?
Da joje addenande
na zénna de hiate!
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/ Ma tu… perché d’un tratto ti dissolvi, mi pianti vuoto e impantanato, mi rendi denutrito, mi lasci ardere di spavento nella terra che prima dissodi? E scuocio e deperisco a suon di singhiozzi, compianti, tormenti per il mio prossimo. Perché d’un tratto ti dissolvi? D’ora in avanti un po’ di respiro!
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Com’e dda chianda ché cë vòta
a gne vvutatora de sole
e parë quasa pustigghiona,
e lla palómma tesa tesa
cu ll’ócchie scacchiate alla luna,
la vede tónna e bbellaggiona
e lla fa paré n’atéttànde,
propia accuscî, quanne tu rirë
tutte lu munne ce n’addona.
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/ Come quella pianta che si volta ad ogni giro del sole parendo quasi guardona, e la tortora impettita con l’occhio sgranato verso la luna, la trova tonda e bella e da essa stessa vien resa ancor più bella, proprio così, quando tu sorridi tutto il mondo ne rimane estasiato.
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Spija nGele
… conoscerete la verità e la verità vi farà liberi
(Gv 8,32)
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Spija ngele, papà, quanda stédde
ce tenne massera cumbagnìja
e quand’acriddë rìrene a nottë
tetecate da sta bbella luna.
Tutte, pa’, sta chembóste pe tté.
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Ndinne. Ché lli fa si ddua e ddua
nón fanne sembe quatte, e lla mégghie
fijura alla mupégna te jabba,
te cavuceja, te mbrétta, e apprésse
vè la pucundrìja… ché lli fa?
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Tu nón facenne lu scattevute.
Spija nGele, ti’ a mendë ché dicë:
tutte, pa’, ce chembónne ind’e tté.
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Scruta il Cielo ….Guarda in cielo, (caro di) papà, quante stelle ci tengono stasera compagnia e quanti grilli sorridono a notte fonda solleticati da questa bella luna. Tutto, papà, è così disposto per te. / Considera. Che importa se due più due non farà sempre quattro, e la più affidabile apparenza oltre ogni limite potrà ingannarti, tradirti, imbrattarti, e di conseguenza si ripresenterà la malinconia… che importa? / Tu non smettere di desiderare. Scruta il Cielo, cogline il messaggio: tutto, papà, si potrà ricomporre in te.
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Luigi Ianzano vive a San Marco in Lamis sul Gargano, dove è nato nel 1975. Maturità classica, laurea in legge, docente di scienze giuridico-economiche e sostegno didattico negli istituti superiori del vastese. La scrittura creativa una felice propensione, specie in ambito poetico e in lingua nativa (variante apulo-garganica del napoletano). Dopo un romanzo e alcune plaquette di versi giovanili, ha pubblicato la raccolta Taranda mannannera [“Taranta messaggera”] nel 2005, la laude Come ce mbizza la cèreva [“Come si porta la cerva”] nel 2007, la silloge Fòchera mbétte mestecate [“Fuochi interiori mantecati”] nel 2011, la raccolta Spija nGele [“Scruta il Cielo”] nel 2016. In gestazione Daìnde [“Viscere”]. Ha promosso e diretto l’Officina letteraria La Putèca fra creativi in lingua locale. È censito nella mappa sonora internazionale Poetry Sound Library. Suoi interventi compaiono, tra l’altro, sulla rivista Studi Medievali e Moderni del Dipartimento di Lettere Arti e Scienze Sociali dell’Università degli Studi di Chieti-Pescara XXI 2017 (direttore Gianni Oliva); negli Annali del Dipartimento di Scienze Giuridico-Sociali e dell’Amministrazione dell’Università degli Studi del Molise IX 2007 (direttore Valentino Petrucci). La tesi di laurea su “Identità plurale dell’Europa e valori giuridici di riferimento” è pubblicata nel 2009 dal Consolato dei Maestri del Lavoro del Molise. Coniugato e padre di due figli, laico francescano. Nella Fraternità dell’Ordine Francescano Secolare di Puglia ha ricoperto vari incarichi di servizio regionale, dalla presidenza al segretariato alla formazione (nota tratta dal sito luigiianzano.it).

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Czesław Miłosz, due poesie

Czesław Miłosz, due estratti da Poesie (Adelphi, 1983), a cura di Pietro Marchesani

Dovrebbe, non dovrebbe

L’uomo non dovrebbe amare la luna.
L’ascia nelle sue mani non perdere il peso.
I suoi frutteti dovrebbero odorare di mele in putrefazione.
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E coprirsi di ortiche quanto basta.
L’uomo parlando non dovrebbe usare parole a lui care,
Né sprecare il granello per vedere cosa c’è dentro.
Non dovrebbe gettare una briciola di pane né sputare sul fuoco.
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(Così almeno mi hanno insegnato in Lituania).
Se sale su una scala di marmo
Il cafone, cerchi di incidervi una tacca con la scarpa
Per ricordare che le scale non dureranno.
Berkeley, 1961
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Taccuino: Europa
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Minato è il tunnel del Gottardo.
Là dove dorme la lana
e il respiro dei bambini agita le farfalle di carta,
dove i cavalli bagnati sul bordo delle fontane
saltano nell’aria di maggio
corre un cavo sotterraneo.
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Minata è la terra natìa
non grande, dolce per noi, europea.
Su di essa cresce l’olivo e la segala,
il vento corre per il campo di lino e si acquieta tra le foglie nere
sotto le lampade ardenti degli aranci.
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Minato è il mare celeste
nell’ora in cui la motobarca esce per la pesca
dalla cittadina dove i gatti dormono fra le reti.
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Minato è il cuore dell’uomo.
Il tempo datogli da vivere  e il tempo ulteriore
sono nella sua coscienza come due linee
invece di comporre un’unità armonica.
Paris, 1952

Oltre la rete, la poesia italiana che si incontra oggi: Franco Pappalardo La Rosa

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OLTRE LA RETE: Franco Pappalardo La Rosa

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da L’orma di Sisifo – Poesie (1962-2012), Prefazione di Giovanni Tesio, Ed.Achille e La Tartaruga, Torino 2018.

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VIA DAFNE

Eri un bimbo sperduto, non avevi un nome.
Solo la testa nera avevi, gli occhi neri
e i capelli arruffati contro il vento. Col cuore
gonfio trattenevi il pianto tra due golfi
di case aperti al mare e clamore di ragazzi
e panni al sole nella trama dei fili sopra i tetti.
A due passi da casa, via Dafne fu la prima
pena di sentirti solo a petto stretto, il disperato
strazio per una pista smarrita.
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Adesso grandi corsi, viali, piazze
quella pena irridono, la sfanno con dolcezza
come nebbia. Rimane l’accanirsi delle dita,
il gesto di serrare i pugni in tasca, vano
a trattenere quel nulla di te. E ogni passo,
veloce, più veloce, tenta la soglia
d’ombra che l’attira, la distanza infinita
si fa bruma di soffi. Tu sei di là, dove
la strada trema al volo breve dei passeri,
il fiato non giunge a farsi voce:
un alito di brezza.
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TRA OMBRE

La chiara domenica si scioglie;
odore di vento viene dai vicoli
che a tratti svelano il fresco del mare.
«Ma certo» – mi fa –, «inganno
è il tempo: un niente. È l’alibi forse,
il beneficio di darsi una ragione.
E intanto ti fai passato: un’ombra
che trascina i suoi ricordi».
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A passi svelti, discordi nel meriggio,
a precederci, a inseguirmi come un gioco,
la smania di ferirci, il gesto pronto:
«È inutile» – le rispondo –, «basterebbe
lo sguardo che scruta oltre le cose,
il tuffo di tenerezza a mescolarle,
a dire loro: addio, care! Addio!…».
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Nel nitido raro di quest’ora in città,
non è il fragore del viale a sorprenderci.
È l’improvviso specchiarci negli occhi
degli altri, l’urto casuale d’un braccio
nella folla, il dirsi così, sopra pensiero:
«Fra poco ripasserò dove mi trovo
a raccattare la mia ombra offesa».
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INVERNO

Ma queste lamiere di vento discordanti
nella notte che resiste a farsi luna,
quest’accordo di vani soliloqui…
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Altro inverno che va in brividi
al fondo stormire di rami, di stelle:
il gelo dei passi sulla neve a perdersi
dov’è sgomento l’eclissi degli anni,
la memoria un rifugio di ore, di volti,
di gesti (e rimorsi senza parole),
in rassegna.
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Dolcemente ondeggiano alle raffiche
le cime degli ontani, enorme presepe
incantato, la città si scioglie in vapori di luce
e l’alba già vince il tripudio delle ombre.
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Tornerà, tornerà nei viali candidi-intatti
a fremere fra poco un mondo d’ire
e lunghe file di uomini appariranno
anonimi di sorrisi, di denti, di voci
che rimbalzano:
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in illusioni ancora eluderanno
il freddo gioco della morte.
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Franco Pappalardo La Rosa, giornalista, critico letterario, narratore, è nato a Giarre. Completato il liceo classico, si è laureato in Giurispudenza all’Università di Torino, città dove vive da molti anni. Ha collaborato alle pagine culturali di quotidiani e riviste; ha redatto “voci” di letteratura italiana per il Dizionario della Letteratura Italiana (Milano, Tea, 1989), per il Grande Dizionario Enciclopedico – Appendice 1991 (Torino, Utet, 1991) e per il Dizionario dei Capolavori (Milano, Garzanti, 1994). Ha pubblicato alcuni libri di critica letteraria, fra i quali: Cesare Pavese e il mito dell’adolescenza (Edizioni dell’Orso, Alessandria, 20032); Lo specchio oscuro: Piccolo, Cattafi, Ripellino (ibidem, 20042); Viaggio alla frontiera del Non-Essere. La poesia di Giorgio Caproni (ibidem, 20062); Il poeta nel “labirinto”: Luciano Erba (ibidem, 20062); Alfonso Gatto. Dal surrealismo d’idillio alla poetica delle “vittime” (ibidem. 2007); Il fuoco e la falena. Sei poeti del Novecento (Caproni, Cattafi, De Palchi, Erba. Piccolo, Ripellino), ibidem, 2009; Cinque studi. Esemplari di narrativa italiana del Novecento (su Associazione indigenti di M. Collura, Caro Michele di N. Ginzburg, L’amore è niente di M. Lattes, Il compagno di C. Pavese, Fratelli e Il custode di C. Samonà), ivi, Achille e La Tartaruga, 2015; e Le storie altrui. Narrativa italiana del penultimo Novecento (77 recensioni e interviste), ibidem, 2016. Oltre a L’orma di Sisifo – Poesie (1962- 2012), Prefazione di Giovanni Tesio, ibidem, 2018, ha pubblicato alcune opere di narrativa, fra le quali: Il vero Antonello e altri racconti, Acireale, Lunarionuovo, 1985; Angelo, Torino, Ananke, 1999; Il caso Mozart, romanzo, Postfazione di Giorgio Bárberi Squarotti, Roma, Gremese, 2009; Rondò. Tre racconti, Nota critica di Giovanni Tesio, Milano, Mimesis, 2012; Farandoletta. Un sogno in Sicilia, romanzo, Torino, Achille e La Tartaruga, 2018.
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Alfonso Brezmes, quattro poesie

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Per questi versi si ringrazia Mirta Amanda Barbonetti, che ha curato articolo originale e traduzione per Fili d’aquilone n.45 (qui)

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Alfonso Brezmes è nato nel 1966 a Madrid, dove vive. Ha pubblicato i libri di poesia: Postales desde el futuro (2010), La noche tatuada (2013) e Don de lenguas (2015).  Suoi testi sono stati pubblicati in antologie e riviste.

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STRUMENTI DI MISURA

Per misurare il tempo fu inventata l’assenza,
quella riga che divide il mondo in due,
in due i corpi, i giorni, le parole.

Per misurare l’assenza fu inventato il silenzio
quel linguaggio di spettri, quel dolore mansueto
con il gelido tocco delle cose vuote.

Per misurare il silenzio avete inventato me,
questo cane di nebbia che vaga nella notte
come un faro in cerca di un naufragio.

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AMORE E GEOMETRIA

Cercarti è un’ellisse.
Sognarti è una curva.
Decifrarti è una piramide.
Raggiungerti è un’iperbole.
Amarti è un cerchio.
Tenerti è un quadrilatero.
Perderti di nuovo
è una mera parabola
per tornare a cercarti.

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CRIMINE IMPERFETTO

Di tutti i crimini che ho commesso
solo di uno mi pento:
di non aver sopraffatto del tutto il desiderio,
questo avvoltoio abbietto e insaziabile
che mi fa credere
di essere ancora vivo.

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STATO SOGNANTE

Continuai a sognarla per tutta la notte.
Al risveglio era lì,
proprio come appariva nei miei sogni:
candida come un mondo
che lentamente si stiracchia prima di riprendere il suo moto.
Quando compresi che era vera
come la vita stessa, fuggii all’istante
dalla vecchia realtà e dai suoi travestimenti,
e richiusi dolcemente gli occhi
per poter tornare a sognarla.

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INSTRUMENTOS DE MEDIDA

Para medir el tiempo se inventó la ausencia, 
esa raya que separa en dos el mundo, 
en dos los cuerpos, los días, las palabras. 

Para medir la ausencia se inventó el silencio, 
esa lengua de espectros, ese dolor obediente 
con el frío tacto de las cosas huecas. 

Para medir el silencio me inventaste a mí, 
este perro de niebla que vaga en la noche 
como un faro en busca de un naufragio.

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AMOR Y GEOMETRÍA

Buscarte es una elipse. 
Soñarte es una curva. 
Descifrarte es una pirámide. 
Alcanzarte es una hipérbola. 
Amarte es un círculo. 
Tenerte es un cuadrilátero. 
Perderte de nuevo 
es una mera parábola 
para volver a buscarte.

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CRIMEN IMPERFECTO

De todos los crímenes que cometí 
sólo me arrepiento de uno: 
no haber matado del todo el deseo, 
ese buitre abyecto e insaciable 
que me hace creer 
que sigo estando vivo.

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ENSOÑACIÓN

Toda la noche la anduve imaginando. 
Al despertar, allí estaba, 
tal y como se manifestaba en mis sueños: 
con la pureza intacta de un mundo 
que se despereza antes de girar. 
Cuando comprendí que era cierta 
como la vida misma, huí como pude 
de la vieja realidad y sus disfraces, 
y cerré suavemente los ojos 
para poder volver a soñarla.

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Oltre la rete, la poesia italiana che si incontra oggi: Giampaolo Giampaoli

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OLTRE LA RETE: Giampaolo Giampaoli 

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Il vento
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Il vento prepotente
offende una natura inerte,
la piega; alberi dal fusto debole
come vecchi curvi
sulla loro nostalgica umanità.
Il vento allontana
le nostre anime irrisolte
frutto di onestà punita,
ci scorgiamo e ci perdiamo,
ci ritroviamo confusi,
estranei alla dolcezza,
e cerco parole per dipingere
il succedersi delle emozioni,
ripetibili nell’indistinto.
Ci ritroviamo uniti,
uno compenetrato nell’altra,
la felicità, lo capiamo,
è nella fusione dei corpi.
.
.
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La tua terra
……………………………….a mio padre
Della tua terra
restano pochi passi,
risorgerà in piante spontanee
volte dalle miei mani
al desiderio dei frutti.
L’inverno stordisce,
si dissolve la linfa,
si perde in un etere cupo,
la morte lacera Persefone
rapita dalle cure materne.
Il dolore e il rimpianto li hai accolti,
li hai assunti nelle braccia
offerte alla tua terra
che attende di destarsi felice
nella primavera, al tuo spirito
mai perso.
.
.
.
Per voi
.
Cedo un foglio bianco,
pagina dello schermo afona,
scrivete una vostra sentenza
sulla materia dolce e aspra
della poesia, emersa
dall’oscuro antro dell’essere.
.

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Giampaolo Giampaoli è laureato in storia contemporanea e ha svolto il dottorato di ricerca presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Pisa, discutendo una tesi sulle vicende dell’emigrazione dai paesi della montagna toscana tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento. Insegna materie letterarie nella scuola secondaria di primo grado. Nato a Lucca il 12 febbraio del 1973, dopo la sua prima raccolta Diario di poesia per Prospettiva Editrice uscita nel 2002 ha pubblicato la silloge Frammenti, realizzata in e-book per il sito dell’Associazione Cesare Viviani di Lucca, centro culturale con cui collabora tuttora come membro del consiglio direttivo e curando la presentazione degli autori. Nel 2017 il sito “Poesie in versi” ha pubblicato la sua ultima raccolta La qualità dei sentimenti, ancora una volta esclusivamente in versione digitale. Alla produzione poetica da anni l’autore affianca l’attività di articolista e recensore per varie riviste letterarie. In passato ha collaborato con “Progetto Babele”, presso cui in qualità di redattore ha lavorato per la selezione dei testi, e con il portale letterario “Opposto”. Attualmente scrive per le riviste online “Mangia Libri” e “Pagina Tre” e i suoi interessi si restringono alla poesia, alla letteratura noir e alla promozione di manifestazioni culturali. Sue recensioni di opere di poeti contemporanei sono state pubblicate dal sito “La Recherche”, su cui sono apparse anche alcune liriche inedite. Nel 2018 il portale letterario “Bibbia d’asfalto” gli ha dedicato uno spazio come autore ospite, proponendo cinque suoi componimenti. Altre poesie inedite sono uscite sull’antologia dell’Associazione Cesare Viviani e sui blog letterari “Larosapiù” e “Balbruno”.

Forugh Farrokhzad, tre poesie

Forugh Farrokhzad, tre poesie

Nonostante la brevità della sua esistenza, l’autrice iraniana è riuscita a cogliere i cambiamenti culturali e sociali avvenuti in Medio Oriente nel Novecento in termini di spinte liberiste e mutamenti del costume. I suoi scritti hanno rivoluzionato lo sfondo della composizione poetica in Iran. (da Nena News – qui l’articolo)

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LA CONQUISTA DEL GIARDINO

Quel corvo che volò
Sopra di noi
E s’inabissò nel pensiero agitato di una nuvola vagabonda,
Il cui grido, come una corta lancia, percorse tutto l’orizzonte,
Porterà la notizia di noi in città.
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Tutti sanno,
Tutti sanno
Che tu ed io da quel pertugio freddo e tetro
Intravedemmo il giardino
E da quel ramo ameno e impervio
Spiccammo la mela.
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Tutti temono,
Tutti temono ma tu ed io
Ci unimmo con la luce, l’acqua e lo specchio
E non tememmo.
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Io non parlo di un fragile legame tra due nomi
Né di un vincolo nelle pagine lise di un registro.
Io parlo dei miei voluttuosi capelli
E degli ardenti papaveri dei tuoi baci,
Dell’intimità clandestina dei nostri corpi
E della nostra nudità che riluce
Come le squame dei pesci nell’acqua.
Io parlo della vitalità argentina di un canto
Che una piccola fontana intona all’alba.
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Una notte, domandammo alle lepri selvatiche
In quella foresta verde e frusciante,
Alle conchiglie copiose di perle
In quel mare agitato e freddo
E alle giovani aquile
In quel monte straniero e trionfante:
Che si deve fare?
.
Tutti sanno,
Tutti sanno.
Noi abbiamo penetrato il freddo muto sogno dei Simorgh,
Cogliemmo la verità nel piccolo giardino
nell’espressione timida di un fiore anonimo
E l’eternità in un momento senza fine
Quando due soli si fissano l’un l’altro.
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Io non parlo di sussurri timorosi nel buio,
Io parlo di luce del giorno e di finestre aperte,
Di aria fresca,
Di un forno nel quale bruciano cose inutili,
Di terra resa fertile con un’altra coltura,
Di nascita, di evoluzione, di orgoglio.
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Io parlo delle nostre mani innamorate,
Che hanno gettato, al di sopra delle notti,
Un ponte foriero di profumo, di luce, di brezza.
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Vieni nel prato,
Nel prato aperto
E invocami attraverso i sospiri del fiore di seta,
Come la gazzella la sua compagna.
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Le tende traboccano celato odio
E le candide colombe
Dall’alto della loro torre bianca
Fissano in basso la terra.
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IL VENTO CI PORTERÀ VIA
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Nella mia fuggente notte, ahimè!
Il vento dà udienza alle foglie degli alberi.
Nella mia fuggente notte incombe l’angoscia della desolazione.
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Ascolta,
Odi il respiro delle tenebre?
A questa esultanza io mi sento aliena,
La disperazione mi è propria.
Ascolta,
Odi il respiro delle tenebre?
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Ora, nella notte, qualcosa accade.
Infuocata e inquieta è la luna
E su questo tetto, che, ogni istante, rischia di crollare,
Le nuvole, come un corteo funebre,
Sembrano in attesa del momento di piovere.
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Un momento
E poi, nulla.
Dietro questa finestra sta palpitando la notte
E la terra
Sta arrestando il suo moto.
Dietro questa finestra uno sconosciuto
È in trepidazione per me e per te.
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Oh, mio tutto virente!
Rimetti le tue mani, come un cocente ricordo,
Nelle mie mani innamorate.
Sciogli le tue labbra, come una vibrante sensazione di vita,
Alle lusinghe delle mie labbra innamorate.
Il vento ci porterà via.
Il vento ci porterà via.
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PECCATO
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Peccai un peccato pieno di piacere,
In un abbraccio che era caldo e ardente.
Peccai tra braccia
Che erano roventi, assetate di vendetta e come ferro.
.
In quel luogo solitario, buio e silenzioso,
Guardai i suoi occhi pieni di segreti.
Ansimante, il mio cuore trasalì nel petto
Alla supplica del suo sguardo implorante.
.
In quel luogo solitario, buio e silenzioso,
Sedetti confusa accanto a lui.
Le sue labbra sulle mie labbra stillarono desiderio.
Dimenticai le pene del mio folle cuore.
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Sussurrai al suo orecchio frasi d’amore:
Voglio te, o mio amato,
Voglio te, o abbraccio vivifico,
Te, o folle amato mio.
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Desiderio divampò nei suoi occhi;
Vino rosso danzò nella coppa.
Ebbro, il mio corpo contro il suo corpo
Fremette nel soffice letto.
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Peccai un peccato pieno di piacere,
Accanto a un corpo tremante e privo di sensi;
O Dio, io non so che feci
In quel luogo solitario, buio e silenzioso.
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Traduzione dal persiano di Daniela Zini
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FORUGH FARROKHZAD è stata una poetessa, attrice, produttrice e cineasta iraniana. Nacque a Teheran il 5 gennaio del 1934. Seguì gli studi di disegnatrice di moda e si dedicò alla pittura. Sposata a diciassette anni, si trasferisce col marito, ad Ahvaz, nel sud dell’Iran. Comincia a scrivere molto presto: è nel 1952 pubblicò la sua prima raccolta di poesie Assir (Prigioniera). Dopo la nascita di Kamiàr, il bimbo sempre presente nelle sue poesie, divorzia e torna a Teheran, ma non le sarà concesso di rivedere suo figlio.  Dopo la pubblicazione di Divàr (Muro), inizia una fase più serena della sua vita: viaggia in Germania e in Italia, a Roma scrive le sue poesie più forti e più audaci, come «Canto di belleza», e «Rivolta di Dio». Del 1958 è Ossiàn (Rivolta), che, come i due primi volumi, suscita polemiche ed entusiasmi. Nel 1958 conobbe il regista–scrittore Ebrahim Golestan, noto scrittore e cineasta engagé di cui diventa fedele collaboratrice. Iniziò a occuparsi anche di montaggio, sceneggiatura e regia. E’ del’incontro con Ebrahìm Golestàn inizia una tempestosa relazione che durerà fino alla morte di Forùgh. Studiò inglese e produzione in Inghilterra, ebbe esperienze come attrice e produttrice. Dopo un soggiorno di studi in Inghilterra, la poetessa diventa cineasta e realizza alcuni importanti documentari, con i suoi bellissimi testi poetici: Atèsh (Fuoco), è sull’incendio di un pozzo di petrolio; la lotta disperata dell’uomo contro le forze ribelli della natura si svolge sullo sfondo di villaggi sperduti nel deserto. Il film: Khanèh siàh ast (La casa è nera), sul lebbrosario di Tabriz, che vinse i premi in tutto il mondo, tra gli altri anche il primo premio alla regia al festival di Uberhausen. Con La casa è nera, film girato quando lei aveva solo 27 anni, parla dei lebbrosi che vivono nascosti in un istituto e lontani dal resto del mondo. Nello stesso anno pubblicò la sua opera poetica più importante, Tavallod-e-digàr (Un’altra nascita). Del ’65 è un altro suo film di successo, Il mattone e lo specchio; è la storia di un neonato abbandonato in un taxi, che fornisce all’autrice l’occasione per descrivere la Teheran degli anni ’60 nei suoi aspetti più contrastanti. Nel ’66 partecipa al festival di Pesaro. Incontra Bernardo Bertolucci e altri attori e registi italiani.  Il 14 febbraio 1967 morì prematuramente in un incidente automobilistico a Teheran, mentre si recava a vedere un film italiano. Sarà pubblicata postuma l’ultima, e forse anche la più importante, raccolta poetica, Iman biavarim be aghaz-e fasl-e sard (Crediamo soltanto all’inizio della stagione fredda).
-per questa pagina si ringrazia La farfalla di fuoco – Rivista di Letteratura e Cultura Varia
in apertura: Villa di Livia, affreschi del giardino, parete corta meridionale; affresco del Ninfeo (dettaglio) 40-20 a.C., Roma, Palazzo Massimo.

Oltre la rete, la poesia italiana che si incontra oggi: Giancarlo Serafino

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OLTRE LA RETE: Giancarlo Serafino 

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Testi tratti dalla raccolta Maestrale ed altri venti…

L’arrivo
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Il treno non passa più, la curva è vuota
la stazioncina un puntello di gruviera,
sulla lavagna intarsia ombre la sera.
Arrivasti tu calpestando binari
sui mirti asciugasti una bandiera,
può darsi che cercavi qualcuno.
Chissà! E non c’era chi aspettavi.
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Quest’anno non viene la primavera.
Le hanno strappato i lillà e calpestato anemoni.
Non viene. Lo dice pure il guardiano della
rosicata gruviera, e si che ne sa di stagioni!
Tu raccoglievi bacche di lentisco e radici di liquirizia
simboli di amicizia nella simbiosi mediterranea.
E ti hanno visto fare il verso agli uccelli e giocare
con una biscia, già da noi è perduta la sapienza
antica di gioire con la natura.
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Quest’anno non viene la primavera.
Le hanno strappato i capelli che erano ranuncoli
lucenti, fili di sole che srotolavano strade.
La macchia è bruciata, solo il tuo mirto profuma.
C’è chi dice che lo hai salvato vomitando sul fuoco
svuotando acqua e dolore.
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Io sento che è tutto vero.
Perché son certo che sei un uomo venuto dal mare.
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Lo Straniero
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Uno sbatter d’ali le colombe
sul lastrico le gazze nere e bianche
carmelitane scalze a guardia del silenzio.
Ricordi quel ragazzo con larga fronte
che ebbe sete?
Sulla stagnola la masseria ed un cane.
Si fermò sotto il mandorlo
e mangiò panricotta e mele.
Cantò nenie.
Le cicale invitate dalla morte tacquero.
Eravamo al centro della stanza
che inclinava…
Una pantera d’acqua divorava
il nostro sudore
tutto scivolava in diagonale
tra il basilico e l’afa…
Anche l’amore.
.
Sabbia e fiori di carne,
sulla sua fronte un cieco sbattere
di pipistrello oscurava grano e falce.
Si alzò arrotolando il fazzoletto
e venne a porgere mani.
Levigate d’acqua disegnavano
oasi lontane di versi e di pensiero.
Ed erano mani!
Mani che avevano scavato, accarezzato
masturbato e forse ucciso…
di fronte a noi acquasantiera.
.
Era sete vera!
Per un po’ d’acqua avrebbero inciso
versi sui macigni.
.
.
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Giacca al vento
.
Al destino ho imbucato
lettere di sopravvivenza
per tenere a bada
i giorni bendati,
è come quando imparai
ad andare in bicicletta
che pedalavo traballando
in strade larghe nell’incertezza.
.
E quella mia bicicletta
usata che mio padre
aveva assemblato
la conservo modellata
nelle ossa.
Una leggera spinta e vado
giacca al vento
(a volte senza mani)
mentre la sua voce roca
mi avvolge ancora:
“Vai! Vai! Non cadere!”
.
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Giancarlo Serafino (Campi Salentina 16 luglio 1950 ) ha pubblicato nel 2003 “Passaggio d’estate”, Zane editrice, con la presentazione di Giuseppe Vese. Sempre nel 2003 è stato Premio Athena per la poesia “Nenia che galleggia sull’Adriatico”. Ancora per la Zane Editrice nel 2007 ha pubblicato “Per canto e per amore” con la presentazione di Giuliana Coppola. Nel 2011 per i caratteri della CFR edizioni, ha pubblicato “Poesie sociali e civili” a cura di Gianmario Lucini, con note di Enzo Rega e di Antonio Spagnuolo. Nel 2012 è terzo al premio Don Milani per la legalità e la responsabilità con la silloge “Città Fenicie” che sarà pubblicata nel 2012, per i caratteri della CFR, con prefazione di Arnaldo Èderle. Con la casa editrice Terra D’Ulivi pubblica nel 2015 “D’incondizionato amore” (Premio Vitruvio-libro edito 2016). e nel nel 2016 “Asimmetriche Coincidenze”. È  presente nelle antologie “Impoetico mafioso” “SalentoSilente” “La giusta collera” “Oltre le nazioni” “Ai propilei del cuore” “A che punto è la notte”, “Il ricatto del pane” “Mille voci per Alda”, Fondamenta instabili, “Keffiyec-Intelligenze per la pace”, “I poeti e la crisi”. Come autore è inserito nel primo volume della CFR “Enciclopedia degli autori di poesia dal 2000”. Fa parte dello storico sodalizio poetico “l’incantiere” fondato da Arrigo Colombo. È poeta apprezzato nel web, dove sue poesie appaiono in diversi blog, gruppi poetici e riviste (egli stesso è amministratore del gruppo “Cenacolo”). Docente e Psicologo vive e lavora a Lecce.

Oltre la rete, la poesia italiana che si incontra oggi: Francesco Paolo Dellaquila

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OLTRE LA RETE: Francesco Paolo Dellaquila

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Non ho molto tempo
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Non ho molto tempo
l’attesa cammina lenta
e si porta via il senso del dovere
la visione limpida degli eventi
l’esame cosciente del pensiero
.
Il ticchettio delle dita sul tavolo
spezza l’unghia sottile
le altre sopportano i solchi del legno
ma tu non t’accorgi
sono solo corde di una chitarra
c’è tanta musica nell’orecchio
un giro armonico è quello in La minore
.
ma tu mandi coriandoli al vento
poi cerchi di seguirne uno
non sai che attendere soluzioni
non rinnova
si resta con la morte in gola
.
prima o poi ti ritroverai
con le orbite degli occhi
attaccate al muro
.
patire illusioni senza pagare
vale una vita intera
così come fa un fiore
il suo profumo è la sua fine
oppure la nascita lungo il tempo
.
smettila di strillare
la tua voce distoglie la poesia
il tempo non sopporta più la notte
lo dice anche il canto di una civetta
.
.
.
La poesia
.
La poesia
parte dai vicoli delle sciagure
da parole in agonia
da parole morte e risanate
.
la poesia ha il profumo acre
del dolore
legge l’intesa dei muri perimetrali
della morte
scrive gli interstizi degli amori finiti
macchia o colora le pagine bianche
della solitudine
.
chi può mai dire di poesia restando umano
c’è l’ansia nel poeta
l’arte del digiuno
la luce flebile della candela antica
.
la poesia
esige la fragilità del pianto di un bambino
si nutre dell’erba amara dell’ipocrisia
stringe le mani dalle lame affilate
.
la poesia sfiora
la carezza rovente della menzogna
poi
si fa gloria d’essere amata
.
.
.
Chi sono
.
Chi sono
se giunta la notte
mi ritrovo tra molteplici
inermi e sconosciute
forme
.
Chi sono
in un letto illogico d’altezza
per concessione dovuta
solo alla morte
che poi venerando e pregando
tutti dell’eternità passata
l’hanno vista
ma nessuno
sa dirmi com’è fatta
.
effimero è l’ordine della luce
arriva, resta,
vaga
sui confini delle case
si perde
sulla curva di un recondito avvenire
.
pensare
intensamente pensare
è come voler guardare
l’altra faccia della follia
.
.
.

Francesco Paolo Dellaquila è nato a Barletta, città storica sull’Adriatico meridionale alla foce del fiume Ofanto, che ha dato i sui natali al famoso pittore impressionista Giuseppe De Nittis e al velocista campione del mondo Pietro Mennea con il quale ha frequentato l’Istituto Tecnico Commerciale; conoscitore di musica, ha scritto testi depositati alla SIAE, suona la chitarra e il pianoforte. Ha pubblicato i seguenti libri: nel 2008 “L’altro Senso” – Narrativa onirica; nel 2010 “Il mistero del bacio nell’alone rosso di una rosa” – Romanzo; nel 2012 “Semplicemente l’amore” – Poesia; nel 2017 “Un mondo in quattro quarti” – Prosa ritmica e poesia. Nel dicembre 2013, in collaborazione con l’esperta d’arte dot.ssa Cinzia Dicorato, presenta al “Palazzo della Marra” di Barletta una conferenza su Giuseppe De Nittis, durante la quale proietta un suo video-documento. Nel 2104 risulta primo classificato, giuria esperti, al concorso di poesia nazionale “La Stradina dei Poeti” – Barletta, con la poesia dal titolo: “Vorrei scrivere”. Da alcuni anni collabora, come docente esterno, con l’Università della Terza Età di Barletta, dove presenta le sue opere. Francesco Paolo Dellaquila, oltre alla poesia, si dedica anche alla scrittura di testi teatrali che presenta in diverse occasioni. Promuove, organizza e presenta eventi culturali. Francesco Paolo mira alla diffusione e divulgazione della poesia e delle attività culturali ad essa correlate, con il gruppo di “Tinelli Poetici”. Ha partecipato con una sua poesia alla pubblicazione di una antologia promossa dalla fanzine “Versante Ripido” dal titolo “La pacchia è strafinita”. Attualmente sta lavorando ad un suo progetto teatrale,ì che sarà presentato nell’ambito di una rassegna stagionale presso la Sala Athenaeum di Barletta

Mark Strand, due poesie da L’inizio di una sedia

Mark Strand, due poesie da L’inizio di una sedia (Donzelli Poesia)

XVI*

È vero, come ha detto qualcuno, che
in un mondo senza paradiso tutto è addio.
Sia che tu saluti con la mano o no,

è addio, e se non ti salgono lacrime agli occhi
è addio lo stesso, e se fingi di non accorgerti,
odiando ciò che passa, è addio lo stesso.

Addio e basta. E le palme nel piegarsi
sulla laguna verde e splendente, e i pellicani
in picchiata, e i corpi lustri dei bagnanti che riposano,

sono stadi di un’immobilità estrema, e il movimento
della sabbia, e del vento, e le movenze segrete del corpo
sono parte dello stesso insieme, una semplicità che trasforma l’essere

in occasione di lutto, o in un’occasione
per cui valga far festa, perché che altro si fa,
nel sentire il peso delle ali dei pellicani,

la densità delle ombre delle palme, le cellule che scuriscono
le schiene dei bagnanti? Sono al di là delle distorsioni
del caso, oltre le evasioni della musica. La fine

è messa in atto senza tregua. E la sentiamo
nelle lusinghe del sonno, nella luna che matura,
nel vino mentre attende nel bicchiere.

*È per Brooke Hopkins. Il qualcuno cui si allude è Wallace Stevens.

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Narrativa

Penso alle vite innocenti
delle persone nei romanzi: sanno che morranno
ma non che il romanzo finirà. Come sono diverse
da noi. Qui, la luna osserva ammutolita
tra nubi sparse la città assopita,
e il vento ammonticchia le foglie cadute,
e qualcuno – cioè io – sprofondato in poltrona,
sfoglia le pagine che mancano, sapendo che non c’è
molto tempo per l’uomo e la donna nella camera a ore,
per la luce rossa sopra la porta, per l’iris
che proietta la propria ombra sul muro; non molto tempo
per i soldati sotto gli alberi sul fiume,
per i feriti che vengono trasferiti
in città di retrovia dove resteranno;
la guerra che ha infuriato per anni finirà,
come pure qualsiasi altra cosa, tranne una presenza
difficile da definire, una traccia, come l’odore dell’erba
dopo una notte di pioggia o ciò che resta di una voce
che ci fa sapere senza sillabarlo
di non disperare: se la fine è prossima, anch’essa passerà.

(Traduzione di Damiano Abeni – in apertura: Mark Rothko, Four season mural)

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— altri testi di questo Autore nel blog, QUI —

Oltre la rete, la poesia italiana che si incontra oggi: Rossella Cerniglia

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OLTRE LA RETE: Rossella Cerniglia

poesie tratte da Mito ed Eros

Notte e pioggia
.
Piove nel vicolo
che si incunea tra case
e rovina.
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È notte. Pioggia
che bisbiglia appena
sopra il marciume
d’una città sconfitta.
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Miseria scivola
nel buco obbligato
del pozzo senza fine.
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Scuro anfratto
nicchia di niente
il silenzio si dipana
come un sonno di morti
che da finestra oscura
scruti la luce bagnata
dei fanali.
.
Cade pioggia
.
oscurità e pioggia…
e un passo
che si aggira.
.
.
.
Nella selva
.
Avanzano passi
tra rovi
una selva
di catrame
di rifiuti
.
uccello
dalle penne lordate
stride più in là
strappato
impigliato
ingabbiato
tra sterpi
.
l’ala spezzata
mi duole
che fu dell’angelo
caduto
perduto
nella fitta tenebra
.
neri fumi
si levano
da montagne di detriti
.
cercano
per i cieli sconvolti
l’azzurro
le ali migranti
verso altri lidi.
.
.
.
Il limite
.
Montagne di vertigine
precipitano sino al cuore della terra.
Brune, di creta infernale
con valli sprofondanti
nell’abisso. Cos’è che ha infranto questa
soglia d’ombra dove s’attarda
l’anima in attesa e ascolta
– fattosi silenzio –
l’impervio, il dirupato cadere
i rami infranti, spezzati
nella tragedia e il sonno svelto
dalle tempie con mano
di morte? Viene improvviso
per rimanere, per lasciare
l’indelebile traccia
definitivo solco
che demarca il limite
del non più valicabile
ed eterno.
.
.
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Rossella Cerniglia è nata a Palermo, dove vive. Laureata in Filosofia è stata a lungo docente di materia letterarie nei Licei della stessa città. La sua attività letteraria ha inizio con la pubblicazione di Allusioni del Tempo (con presentazione di Pietro Mazzamuto), ed. ASLA – Palermo 1980; seguono Io sono il Negativo (con prefazione di Nicola Caputo), ed. Circolo Pitrè – Palermo 1983; Ypokeimenon (con introduzione di Elio Giunta), ed. La Centona – Palermo 1991; Oscuro viaggio, ed. Forum/Quinta Generazione – Forlì 1992; Fragmenta (con introduzione di Giulio Palumbo), Edizioni del Leone – Venezia 1994; Sehnsucht (con prefazione di Maria Grazia Lenisa), ed. Bastogi – Foggia 1995; Il Canto della Notte (con nota critica di Ferruccio Ulivi), ed. Bastogi – Foggia 1997; D’Amore e morte, stampato a Palermo nell’anno 2000; L’inarrivabile meta (con prefazione di Elio Giunta), ed. Ila Palma – Palermo 2002; Tra luce ed ombra il canto si dispiega (antologia e studio critico comprendente anche i testi di altri quattro autori palermitani, a cura da Ester Monachino), ed. Ila Palma – Palermo 2002; Mentre cadeva il giorno (con introduzione di Giorgio Barberi Squarotti), ed. Piero Manni – Lecce 2003; Aporia (con prefazione di Salvo Zarcone), ed. Piero Manni – Lecce 2006; Penelope e altre poesie (con prefazione di Pietro Civitareale), ed. Campanotto – Pasian di Prato 2009. Nel giugno del 2013, per l’Editore Guido Miano di Milano, ha pubblicato un’Antologia che propone un breve saggio delle prime dodici sillogi poetiche, con disamina di Enzo Concardi. Infine, essendo risultata vincitrice, per l’inedito, al Premio “I Murazzi” di Torino, nel 2017, le è stata stampata l’ultima sua raccolta di versi Mito ed Eros – Antenore e Teseo con altre poesie. Per quel che riguarda la narrativa, nel 1999 ha pubblicato il romanzo Edoné…edoné, ed. La Zisa di Palermo; nel 2007, ancora per l’editore Piero Manni di Lecce, viene stampato il suo secondo romanzo dal titolo Adolescenza infinita e infine, per l’Editore Aletti di Villalba di Guidonia, il libro di racconti Il tessuto dell’anima. L’ultima pubblicazione è il saggio “Riflessioni, temi e autori”, tra le opere premiate a “I Murazzi” 2018 “con dignità di stampa”. Collabora e ha collaborato con alcune riviste, tra cui “Vernice” della casa editrice Genesi di Torino e  Alcyone 2000 dell’editore Guido Miano di Milano; a quelle telematiche LinkSicilia, Palermomania, meridionews, Culturelite ed altre, e ha ricevuto favorevoli riconoscimenti e attestazioni da parte di numerosi critici e letterati. È stata premiata in diversi altri concorsi letterari. Suoi versi e profili critici sono presenti in antologie e riviste letterarie, tra cui L’Altro Novecento (vol. II e III) a cura di Vittoriano Esposito edito da Bastogi, 1997; nella rivista Poesia dell’editore Crocetti di Milano;  in Poeti scelti per il terzo millennio (2008),in Storia della Letteratura italiana (vol. IV,  (2009)  e in Poeti italiani scelti di livello europeo ( 2012), dell’Editore Guido Miano di Milano; più recentemente in Il rumore delle parole ed. Edilet, 2014, e in Come è finita la guerra di Troia non ricordo, ed. Progetto Cultura, Roma, a cura, entrambi, di G. Linguaglossa, e in molte altre.

Frange di interferenza di Teresa Valentina Caiati letto da Angela Greco

Nota di lettura redatta per Versante Ripido – Blog

Frange di interferenza di Teresa Valentina Caiati letto da Angela Greco

Edito nel 2018 da Eretica Edizioni, Frange di interferenza di Teresa Valentina Caiati è una silloge in cui il carattere dominante è l’eterogeneità per sovrapposizione di molti piani argomentativi e stilistici. L’autrice, nata a Bari e occupata come insegnante di educazione musicale a Milano, “ricrea attraverso la musica, il connubio con la poesia, sua profonda passione” (quarta di copertina) e di tale fusione di caratteri si ha ampia visione nei testi di questo libro, in cui, tra versi brevi e metrica libera accompagnata spesso da rime baciate, si spazia da componimenti brevissimi (Distanza \ o \ forse solo \ il ritmo \ dell’\   Assenza) in cui pare esserci un azzardo di verso, un input, un flash (E’ \\ pur sempre \ Silenzio \ l’ \ impeto \ d’ \ un \ Impulso intitolata non a caso “Input”) a componimenti più compiuti, in cui il verso dà soddisfazione al lettore (Regalerei un sonaglio \ al gatto di Schrödinger \ ché m’avvisi del suo ultimo istante, \ e poi gli regalerei istanti \ per costringerlo ancora a suonare.), affiancati dalla scelta ardita dei tanti arcaismi (spesso giustificati dal titolo, ad esempio, del componimento, come accade ne “La Vecchia Signora Quercia”) presenti nella silloge, frutto della vocazione alla sperimentazione dei poeti che guardano alle avanguardie tra cui, come si legge sempre nella quarta di copertina, si annovera il lavoro di scrittura e musicale di questa autrice (“sue composizioni sono state incise ed utilizzate in video e performance artistiche d’avanguardia”). Avanguardia, che viene alla luce anche in due testi riportati in pagine affiancate, (pag.38 e 39, ‘La Storia’ e ‘Big Bang’), dove l’uso crescente e decrescente della grandezza del carattere tipografico – di la ta zio ne a pag.38 e dissoluzione a pag.39 – richiama senza troppo sforzo le poesie visive della seconda metà del secolo scorso, attuando una scelta interessante, oggi, dal punto di vista meramente grafico, ma più interessante, se riferita alle competenze musicali dell’autrice (diplomata in pianoforte e organo), che in tal modo rende visivamente al lettore un aumento progressivo d’intensità, che ricollega, come detto in apertura in riferimento al lavoro e alla passione di T.V. Caiati, musica e poesia.

La silloge, fruibile e non difficoltosa, che consegna al lettore un forte senso di incompiutezza, quasi fossero raccolti momenti da approfondire in altro tempo e altro luogo, è un quid scritto con ricercata cura intorno a temi esistenziali, con richiami e rimandi filosofici (ad esempio, ‘Numero elevato a potenza’, in cui si legge: Ognuno cela, \  dentro di sé, \ un numero elevato a potenza \ a cagione dell’errore \ che perenne si reitera. \ Quel numero elevato a potenza \ racconta delle mie false partenze, \ le infinite rincorse \ tra la cecità di un mondo indifferente. \ È uno specchio in cui si riflette, prepotente, \ la mia immagine del Niente.), in cui vengono ripercorse esperienze personali in controluce, filtrate dall’analisi e dal senno del poi, spaziando da campi vicini a orizzonti lontanissimi, dove non sembra esserci volontà di consegnare al lettore messaggi precisi, quanto piuttosto voglia di interferire con il lettore stesso, lasciando incespicare quest’ultimo tra gli elementi di questa scrittura.  [Angela Greco AnGre]

***

Alcuni testi estratti da Frange di interferenza (Eretica Ed.,2018) di T.V. Caiati.

Energia rinnovabile (pag.14)

Faccio breccia nel cuore della poesia
e, spavalda,
insegno al vento a soffiare,
alle nuvole a navigare,
all’acqua a sgorgare,
e, mentre tutto scorre,
pianto i miei piedi nell’arsura della terra
perché lì, immobile,
possa nutrirmi di linfa vitale.

*

La Vecchia Signora Quercia (pag.25)

Dal letto del fiume
in su pe’ i pendii
correvan, lesti,
suadenti richiami al tempo che fu,
arcani bisbiglii di ridente giovinezza
che render volea la sua virtù.
Ombreggia ancor
maestosa,
la vecchia signora Quercia,
e, all’udir del frastuono
danza in su pe’ i pendii
a mostrar che leggiadria
è simil nomen di saggezza.
A lor che vagano d’una riva all’altra del fiume,
cantando giovinezza,
sollecito a mirar l’agevole arbusto
che, silente, movesi pe’ i pendii.
Non mi par fatichi a raggiunger la vetta,
loro credono ancor di vincere una mente sì sa-
piente?
Le lor soavi membra, ignare,
narran la genesi del tempo che fu,
ma non s’inebriano
all’udir l’eco della loro essenza.

*

L’Utopista (pag.31)

Dell’effimero
si nutre
colui che possiede
il cielo
in terra.

*

S_Legami (pag.47)

Codesta è un’ode
a quel che resta indietro
e avrà vita autonoma.
A quel che mai più sarà mio
e non tesse legami con i miei pensieri.
Si sceglie di vivere
e si vive scegliendo,
lasciando indietro tutto,
e il tutto vive,
scelto e disciolto
da me, e partorisce
idee nuove e autonome,
dimenticando ogni legame,
e quel che scelgo vive, invece,
solo e pregnante del tutto
che, immemore, vive autonomo.

Oltre la rete, la poesia italiana che si incontra oggi: Davide Cortese

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OLTRE LA RETE: Davide Cortese

poesie tratte da Darkana (Ed. LietoColle, 2017)

C’è altrove un mio volto
che emerge dalle acque
e si fa isola.
È la punta di un iceberg
sepolto dall’abisso.
C’è altrove un’isola arcana
che non è che il mio volto
emerso
in un altro tempo.
.
.
.
Le mie mani, secoli or sono
furono tatuate sul petto
di un giovane marinaio di Lisbona.
(Stringevano l’elsa di una spada.)
È già accaduto
nella canzone di un vecchio di Baghdad
il bacio che io e te ci siamo appena dati
dicendoci: “tu sei il mio demone”,
“il mio demone sei tu”.
Qualcuno mi ha già conosciuto
a un ballo in maschera a Dresda
nel 1723.
.
.
.
Navighi nel mio buio
tacendo la canzone antica.
Remi nel mio sogno di te.
Fendi il mio mare segreto
nell’alba tragica dei miei occhi.
Tracci il periplo del mio volto
e indugi sulla mia bocca.
Ti sento tra le labbra
bruciare come nome proibito,
come una parola celata
che tutto avvelena del suo mistero.
.
.
.

Davide Cortese è nato nell’ isola di Lipari nel 1974 e vive a Roma. Nel 1998 ha pubblicato la prima silloge poetica, titolata “Es”, alla quale sono seguite le sillogi:  “Babylon guest house”, “Storie del bimbo ciliegia”, “Anuda” , “Ossario”, “Madreperla”, “Lettere da Eldorado”, “Darkana” e “Vientu”, una raccolta di poesie in dialetto eoliano. Nel 2015 ha ricevuto in Campidoglio il Premio Internazionale “don Luigi di Liegro” per la poesia. E’ autore del romanzo “Tattoo motel”, di due raccolte di racconti e della monografia “I morticieddi – morti e bambini in un’antica tradizione eoliana”. E’, inoltre, un illustratore ed ha all’attivo numerose mostre collettive e personali. Dal 2013 è membro del gruppo performativo “artisti§innocenti”. Un suo cortometraggio: “Mahara” è stato premiato dal maestro Ettore Scola alla prima edizione di Eolie in video, nel 2004, e all’Escamontage film festival, nel 2013.