Ricordando Alfredo de Palchi

Il giardino dell'Eden di Marc Chagall

“Genesi della mia morte”, da Estetica dell’equilibrio di Alfredo de Palchi, letto da Angela Greco 

Riproponiamo, con immutata stima, questa pagina di qualche anno fa (quando i versi erano ancora  inediti) in memoria del poeta Alfredo de Palchi scomparso in questi primi giorni di agosto 2020.

*

Genesi della mia morte, tratta da Estetica dell’equilibrio, di Alfredo de Palchi, è un susseguirsi in prosa poetica di avvenimenti che in sedici giorni (in apertura è riportata la data 1-16 novembre 2015, presumibilmente riferibile ai giorni in cui il poeta ha segnato su carta quanto oggi si legge) ripercorre, ma sarebbe meglio dire ripropone in una veste differente da quella conosciuta ed accettata, la genesi del genere umano e la stessa esperienza di vita di Alfredo de Palchi, classe 1926, veneto emigrato a Parigi e da qui, negli Stati Uniti nella metà del secolo scorso, dopo essere stato prosciolto dalle accuse che lo avevano portato in carcere ai tempi del secondo conflitto mondiale; “e ancora EUROPEO abito qui (negli States) come italiano residente in America e non come italo-americano” sono parole dello stesso de Palchi. Dell’intera vicenda poetica depalchiana, sempre in simbiosi con la biografia del poeta stesso, si sono occupati Luigi Fontanlla, Roberto Bertoldo, che ha curato il volume delle opere complete del poeta, e Giorgio Linguaglossa (rintracciabile tramite motore di ricerca).

un Uomo in Vetri Rotti

La prosa poetica dei sedici “quadri” di Genesi della mia morte, si apre con una definizione priva di diplomazia e buonismo nei confronti dell’Uomo – chiamato dal poeta “antropoide” con un non celato rimando all’automatismo, alla meccanica, alla robotica, tutti elementi che mirano alla sottrazione di umanità – e snocciola paragrafo per paragrafo la vicenda umana dell’autore e del tempo che ha attraversato e lo ha attraversato, creando un meta-ambiente che non è più né l’uno (la vicenda umana) né l’altro (il tempo in cui accadono gli avvenimenti anche storici), ma è un nuovo mondo-luogo dove via via l’antropoide prende consapevolezza della sua natura, altamente dissimile e decisamente lontana dal destino religioso-utopistico-positivo in cui si finisce per credere, forse per retaggio o forse per apatia, e a cui è avviato l’uomo fin dalla nascita.

Genesi della mia morte è la partita a scacchi de “Il settimo sigillo” di Ingmar Bergman, un bianco e nero dato non già dall’assenza di mezzi cinematografici che contemplino il colore, ma come scelta estrema di assenza totale di orpelli, di blandizie, in favore di un momento privilegiato – il dialogo con la Morte – in cui non conta più tutto il superfluo di cui si è stati capaci fino a quel momento ultimo.

il_settimo_sigillo

In queste sedici brevi prose la narrazione procede dal luogo più vicino verso il più lontano, includendo in questa genesi se stesso e il genere umano tutto, la natura e lo stesso pianeta che l’uomo abita, e in esse l’autore si mantiene sempre all’esterno, sopra le parti, pur partecipando con passione del destino suo e non solo suo, e al contempo dicendo esattamente quello che pensa e prova dinnanzi alla realtà e al suo deterioramento. In un capovolgimento degno di chi ha fatto i conti anche col momento più duro e difficile della propria vita, il poeta dice che in fin dei conti il suo permanere ancora tra i viventi è stato solo una scelta della Morte stessa e, giunto ad un punto di non ritorno, addirittura suggerisce a questa signora mai nominata, ma riconoscibilissima, alcuni accorgimenti “per migliorare” la situazione ormai disperata in cui verte ancora anche egli stesso (forse pensando al futuro, partendo dalle condizioni attuali), come si legge nel “quadro”n.11: “Gentile Signora liberali tutti dal male della poesia liberandoli dal male di essere antropoidi. . .gestiscili (gli esseri umani) nella vanitas vanitatum omnia vanitas. . .”alfredo-de-palchi-legge

Inevitabilmente giunge il momento finale: il poeta ammette che la “razza sleale elettasi superiore al pianeta per imporsi ed esplodere terrore” non terminerà nonostante gli eventi traumatici naturali e non che di quando in quando decimano la specie, e, dopo una vita intensamente vissuta e dopo essere sopravvissuto a tutti i tranelli che la stessa gli ha teso, serenamente chiude questi inediti immaginando una “fine suggestiva”, come da lui stesso definita, consistente nell’ “assistere allo svuotarsi del pianeta” e nel fatto che la Morte stessa smetta di proteggerlo, liberandolo una volta per tutte da quello che lui definisce “male globale”. Ed una volta liberata la terra dall’uomo, ormai identificato nel male di grado più elevato, il pianeta potrà tornare, chiudendo quasi il mitico serpente che si morde la coda, ad essere quel Giardino dell’Eden da cui ebbe inizio la stessa vicenda umana.

(Angela Greco)

 *

Alfredo de Palchi, da ESTETICA DELL’EQUILIBRIO, estratti da Genesi della mia morte 

1-16 novembre 2015

1

È animale quantitativo autoqualitativo autorevole prepotente razzista astuto violento e da unico vile appartenente alla fauna spadroneggia su ogni specie. . . nell‘antico Latium l’antropoide legionario conquista e costruisce civiltà a ovest sud est nord. . .

pregiudizialmente assume che tu, fine di tutto, sia femmina perenne temibile di nome Mors Moarte Mort Muerte Morte. . .

 

9

con felicità intatta non temo l‘assidua protezione che mi sfiora a sbuffi lievissimi d’aria. . . che tu segua la mia positiva certezza indica che non dubiti del mio rispetto. . . mi accorgo che ti avvicini e io non fuggo poi che la mia esistenza si prolunga e la tua maniera protettiva si gratifica della mia gratitudine. . . chi ti teme e scongiura vive da defunto. . . non intuisce che sai che terrorizzato aspetta la convenienza polare. . .

 

11

Il pianeta sta affondandosi nell’abisso infinito per abbondanza di destinati a smorzare poesia della loro insufficienza. . .  superfluamente megalomani antropoidi masse di indistinti li onorano effigiati di eccelsa vanità. . . i rari eletti anch’essi brutali in sciame di vespe svolazza punzecchiando senza sgocciare miele. . . ognuno adatto alla fatica nei campi si convince a inventarsi barattiere bancario commesso al monte di pietà e di essere di troppo e mercenario partecipante all’inevitabile. . . Gentile Signora liberali tutti dal male della poesia liberandoli dal male di essere antropoidi. . . gestiscili nella vanitas vanitatum omnia vanitas. . .

 

16

periodi lunghi di pestilenze puliscono il globo di antropoidi inceneriti dalla fiamma che ti illumina sul pianeta. . . ma la fiamma non fa abortire la femmina del mostriciattolo che le gonfia a calci la pancia. . . moltitudini affamate e prepotenti non smettono di devastare inquinare e inaridire la terra. . . razza sleale elettasi superiore al pianeta per imporsi ed esplodere terrore. . . io non mi esimo benché manchi d’innati componenti terroristici. . . la mia fine suggestiva sarebbe di assistere allo svuotarsi del pianeta e sapere che tu smetti di proteggermi liberandomi per ultimo dal male globale. . .  e che il pianeta libero dal superno male della mia razza sia finalmente Giardino dell’Eden.

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immagini, dall’alto verso il basso: Il giardino dell’Eden di Marc Chagall ; Uomo e finestra rotta dal web; Il settimo sigillo di Ingmar Bergman;  Alfredo de Palchi; Adamo ed Eva, Lucas Cranach, dettaglio.

Rileggendo il 2019: Lievito Madre di Agata De Nuccio – nota di Angela Greco

Lievito Madre (aprile 2018) è il più recente lavoro poetico di Agata De Nuccio – poetessa salentina nata a Castrignano del Capo e residente a Erbé, nella provincia veneta – per i tipi della veronese Officina Grafica Edizioni, casa editrice con la quale l’autrice collabora proficuamente da tempo, anche con produzioni in prosa (letteratura per l’infanzia).

La silloge – il cui titolo, in una metafora cara a tutti, rimanda senza difficoltà al lavoro artigiano delle mani che creano cibo – con introduzione di Paolo Masini e Grazia Francescato, letteralmente si apre al lettore sin dalla copertina, sulla quale, nell’intero formato delle due metà che la compongono, è riportato un incipit, che senza dubbi può essere considerato anche una estrema sintesi della poetica di questa cortese e solare autrice di lungo corso: “Fuori nemmeno una bava di vento / dentro lo splendore della tempesta, / e un timone di poesia.” Un incipit che segna il percorso di Agata, dagli ossimori della sua finibus terrae d’origine, all’approdo, tutto interiore e guidato dalla Poesia, ad una agognata serenità per sé e per i suoi affetti. Affetti che, nel caso della De Nuccio, travalicano con generosità il limitato a se stessa, per abbracciare per cerchi concentrici l’intera opera del creato, a cui è dedicato il suo impegno civile in favore della Natura realizzato attraverso specifici organi competenti, operanti sul territorio dove vive, e attraverso l’educazione alla lettura e all’ascolto nelle scuole, dove Agata, poetessa impegnata nel sociale, porta praticamente la sua esperienza letteraria.

Lievito Madre è un testardo atto di denuncia in favore dell’amore e di amore per la poesia (Con il passare del tempo / il mio cuore eremita, impasta inverni e vento / e tutte le parole che conosco / le scrivo, anche quando mi trema la voce. / E ti chiamo si legge in “Pane quotidiano”), ispirato, senza mai svelarlo del tutto, se non nella maiuscola dell’aggettivo del titolo, alla dipartita figura materna e composto da liriche di varia lunghezza e da una sezione denominata “140caratteri e oltre!” che rimanda all’espressione contemporanea dei tweet, area telematica dove la poesia, in forma immediata e brevissima, sta incontrando un vasto favore di pubblico; ma l’immediatezza è una peculiarità della poesia di Agata De Nuccio, capace di esprimere senza mediazioni o artifici retorici, la grandezza di un sentimento unitamente allo stupore, alla meraviglia, il cui senso permea tutta la silloge.

Una chiarissima fusione-interazione tra l’elemento umano e quello naturale, quell’elemento materno che scorre tra i versi e che tende a coincidere con la Terra, un sentimento panico, coinvolge fina dalla prima lirica (“Sopra di noi”), dove tutti gli elementi atmosferici concorrono alla poesia e al poeta non rimane altro che prenderne coscienza e trascriverli per futura memoria. E Agata è autrice attenta ai segni e ai segnali, esterni ed interiori, per farne memoria; non è un caso che tanto del suo lavoro sia rivolto alle generazioni in erba, fucine di futuro a cui affidare la salvezza finanche del pianeta: Nonostante l’uomo / il fiume / attraversa le foreste / e varca le porte del mare, / nonostante il petrolio / e la miseria dell’animo / il richiamo della terra / echeggia profondo e sonoro, come si legge in “Nonostante l’uomo”.

Una presenza importante, in Lievito Madre, è quella del sacro anche in senso religioso: Agata De Nuccio non è mai da sola ad affrontare le cose del mondo, ma si avvale sempre della presenza di Dio, come si legge, ad esempio, in “Inchiostro di radici”, dove un sentire francescano conduce l’autrice ad un’analisi della realtà ordinata del creato, ma deturpata dall’uomo e, chiedendo al Signore Avvolgi la mia penna nel sudario / rendi le mie mani forti e misurate / per arare le dure zolle; / la terra geme Signore / devo fermare l’orrendo scempio, / degli uomini servi degli dei, dà mandato alla poesia per mano dello scriba, come la De Nuccio nomina spesso se stessa e il poeta, di restituire al creato quanto è stato sottratto dalla parte negativa del genere umano.

E, sicuramente, nell’impaginazione del libro è stato fortemente voluto, dopo questa lirica, l’inserimento del messaggio di speranza contenuto in “Verrà la pace”, in cui si legge: Quando finiranno le guerre / […] File di pani spargerò sull’aia / colma di sole / nel grembo della terra / seminerò chicchi di grano. / Non importa se voi spargerete / armi, odio e fuoco; / si accenderà la scintilla del perdono, / si riconosceranno gli uomini / nel sogno immutato; / dalle foglie di ulivo attingerò / l’olio sacro della pace.

L’ultimo forte elemento caratterizzante della poesia contenuta in questa meritevole silloge è l’appartenenza, le radici: Agata De Nuccio instilla con parsimoniosa dolcezza e mai celata passione, anzi sarebbe meglio dire dissemina, momenti e caratteristiche della sua terra d’origine, inframezzandoli con affetto a quelli inerenti la terra dove attualmente vive, serbando una gioia che non è ricordo nostalgico, ma presenza pulsante accanto: Agata non ha lasciato il Salento, ma lo ha portato con sé, impastandolo con la sua nuova realtà, in un connubio che non passa inosservato e che diviene valore aggiunto per questa Autrice dall’occhio lucido di realismo – si leggano “Stelle estinte” e “Tu resti comunque”, dove il dolore per una perdita non viene celato o camuffato, ma si fa momento propizio per riflessioni-azioni profonde, ricordando che Agata è persona pratica e di azione, non di sterili parole e vagheggiamenti – , appassionata della Vita, e che non ha mai smesso di credere nel Bene e nella Bellezza. [Angela Greco]

*

Alcuni estratti da Lievito Madre di Agata De Nuccio (Officina Grafica Edizioni, 2018).

Dall’impasto
di una vita semplice,
lavorata con mani sapienti,
da lì nascerà
e crescerà
il Lievito Madre per il nostro spirito.
.
[esergo]
.
.
.
L’arte di resistere
.
Sulla poltrona della mia coscienza
siedono bambini,
donne e uomini senza diritti,
siedono i deboli, i malati e i derelitti,
siedono i potenti e i malvagi;
sulla poltrona della mia coscienza
siede la mia penna,
e tutti sono citati nella mia poesia;
ai primi spetta di diritto di entrare
in questa alba che germoglia dalle rovine,
ai secondi l’obbligo di ascoltare
il tuono delle loro bombe;
mentre il cuore tumeggia contro le costole
sventolerò sulle loro bocche
la poesia
e il silenzio eloquente della luna.
L’arte di resistere spetta allo scriba.
.
.
.
Poesis
.
Abito dentro un albero che porta il mio nome
come un ramo cero l’infinito,
le stagioni perse e ritrovate,
cerco i coni d’ombra e di luce e respiro la vita;
vivo abbracciata alla terra, a ossa vive
con le radici impresse a ferro rovente nella roccia;
le foglie sono fogli scritti dal cielo
aperti come libri sui banche di scuola;
il vento ti porterà il profumo della mia parola.
Abito dentro un albero che porta il mio nome
e il mio nome è Poesis.
.
.
.
Stelle estinte
.
Mi spezza le ossa la sera
quando ripongo in soffitta
i miei sogni e le stelle estinte.
Loro, di notte,
scendono come piume
dove tu vivi
e io racconto bugie alle ombre.
.
.
.
dalla sezione “140caratteri e oltre!”
.
.
Δ  Il congedo della calda stagione
somiglia alla pienezza dell’ultimo bacio dato al vento,
il mio autunno sta seduto in una stanza
e scrive fragili parole su carta di cielo.
.
.
.
Δ  Due cose mi restano negli occhi.
il mare e il tuo sorriso.
La legge della meraviglia non ha bisogno
di essere scritta
basta fermarsi un attimo e contemplare l’infinito.
.
.

Lievito Madre di Agata De Nuccio letto da Angela Greco

Lievito Madre (aprile 2018) è il più recente lavoro poetico di Agata De Nuccio – poetessa salentina nata a Castrignano del Capo e residente a Erbé, nella provincia veneta – per i tipi della veronese Officina Grafica Edizioni, casa editrice con la quale l’autrice collabora proficuamente da tempo, anche con produzioni in prosa (letteratura per l’infanzia).

La silloge – il cui titolo, in una metafora cara a tutti, rimanda senza difficoltà al lavoro artigiano delle mani che creano cibo – con introduzione di Paolo Masini e Grazia Francescato, letteralmente si apre al lettore sin dalla copertina, sulla quale, nell’intero formato delle due metà che la compongono, è riportato un incipit, che senza dubbi può essere considerato anche una estrema sintesi della poetica di questa cortese e solare autrice di lungo corso: “Fuori nemmeno una bava di vento / dentro lo splendore della tempesta, / e un timone di poesia.” Un incipit che segna il percorso di Agata, dagli ossimori della sua finibus terrae d’origine, all’approdo, tutto interiore e guidato dalla Poesia, ad una agognata serenità per sé e per i suoi affetti. Affetti che, nel caso della De Nuccio, travalicano con generosità il limitato a se stessa, per abbracciare per cerchi concentrici l’intera opera del creato, a cui è dedicato il suo impegno civile in favore della Natura realizzato attraverso specifici organi competenti, operanti sul territorio dove vive, e attraverso l’educazione alla lettura e all’ascolto nelle scuole, dove Agata, poetessa impegnata nel sociale, porta praticamente la sua esperienza letteraria.

Lievito Madre è un testardo atto di denuncia in favore dell’amore e di amore per la poesia (Con il passare del tempo / il mio cuore eremita, impasta inverni e vento / e tutte le parole che conosco / le scrivo, anche quando mi trema la voce. / E ti chiamo si legge in “Pane quotidiano”), ispirato, senza mai svelarlo del tutto, se non nella maiuscola dell’aggettivo del titolo, alla dipartita figura materna e composto da liriche di varia lunghezza e da una sezione denominata “140caratteri e oltre!” che rimanda all’espressione contemporanea dei tweet, area telematica dove la poesia, in forma immediata e brevissima, sta incontrando un vasto favore di pubblico; ma l’immediatezza è una peculiarità della poesia di Agata De Nuccio, capace di esprimere senza mediazioni o artifici retorici, la grandezza di un sentimento unitamente allo stupore, alla meraviglia, il cui senso permea tutta la silloge.

Una chiarissima fusione-interazione tra l’elemento umano e quello naturale, quell’elemento materno che scorre tra i versi e che tende a coincidere con la Terra, un sentimento panico, coinvolge fina dalla prima lirica (“Sopra di noi”), dove tutti gli elementi atmosferici concorrono alla poesia e al poeta non rimane altro che prenderne coscienza e trascriverli per futura memoria. E Agata è autrice attenta ai segni e ai segnali, esterni ed interiori, per farne memoria; non è un caso che tanto del suo lavoro sia rivolto alle generazioni in erba, fucine di futuro a cui affidare la salvezza finanche del pianeta: Nonostante l’uomo / il fiume / attraversa le foreste / e varca le porte del mare, / nonostante il petrolio / e la miseria dell’animo / il richiamo della terra / echeggia profondo e sonoro, come si legge in “Nonostante l’uomo”.

Una presenza importante, in Lievito Madre, è quella del sacro anche in senso religioso: Agata De Nuccio non è mai da sola ad affrontare le cose del mondo, ma si avvale sempre della presenza di Dio, come si legge, ad esempio, in “Inchiostro di radici”, dove un sentire francescano conduce l’autrice ad un’analisi della realtà ordinata del creato, ma deturpata dall’uomo e, chiedendo al Signore Avvolgi la mia penna nel sudario / rendi le mie mani forti e misurate / per arare le dure zolle; / la terra geme Signore / devo fermare l’orrendo scempio, / degli uomini servi degli dei, dà mandato alla poesia per mano dello scriba, come la De Nuccio nomina spesso se stessa e il poeta, di restituire al creato quanto è stato sottratto dalla parte negativa del genere umano.

E, sicuramente, nell’impaginazione del libro è stato fortemente voluto, dopo questa lirica, l’inserimento del messaggio di speranza contenuto in “Verrà la pace”, in cui si legge: Quando finiranno le guerre / […] File di pani spargerò sull’aia / colma di sole / nel grembo della terra / seminerò chicchi di grano. / Non importa se voi spargerete / armi, odio e fuoco; / si accenderà la scintilla del perdono, / si riconosceranno gli uomini / nel sogno immutato; / dalle foglie di ulivo attingerò / l’olio sacro della pace.

L’ultimo forte elemento caratterizzante della poesia contenuta in questa meritevole silloge è l’appartenenza, le radici: Agata De Nuccio instilla con parsimoniosa dolcezza e mai celata passione, anzi sarebbe meglio dire dissemina, momenti e caratteristiche della sua terra d’origine, inframezzandoli con affetto a quelli inerenti la terra dove attualmente vive, serbando una gioia che non è ricordo nostalgico, ma presenza pulsante accanto: Agata non ha lasciato il Salento, ma lo ha portato con sé, impastandolo con la sua nuova realtà, in un connubio che non passa inosservato e che diviene valore aggiunto per questa Autrice dall’occhio lucido di realismo – si leggano “Stelle estinte” e “Tu resti comunque”, dove il dolore per una perdita non viene celato o camuffato, ma si fa momento propizio per riflessioni-azioni profonde, ricordando che Agata è persona pratica e di azione, non di sterili parole e vagheggiamenti – , appassionata della Vita, e che non ha mai smesso di credere nel Bene e nella Bellezza. [Angela Greco]

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Alcuni estratti da Lievito Madre di Agata De Nuccio (Officina Grafica Edizioni, 2018).

Dall’impasto
di una vita semplice,
lavorata con mani sapienti,
da lì nascerà
e crescerà
il Lievito Madre per il nostro spirito.
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[esergo]
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L’arte di resistere
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Sulla poltrona della mia coscienza
siedono bambini,
donne e uomini senza diritti,
siedono i deboli, i malati e i derelitti,
siedono i potenti e i malvagi;
sulla poltrona della mia coscienza
siede la mia penna,
e tutti sono citati nella mia poesia;
ai primi spetta di diritto di entrare
in questa alba che germoglia dalle rovine,
ai secondi l’obbligo di ascoltare
il tuono delle loro bombe;
mentre il cuore tumeggia contro le costole
sventolerò sulle loro bocche
la poesia
e il silenzio eloquente della luna.
L’arte di resistere spetta allo scriba.
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Poesis
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Abito dentro un albero che porta il mio nome
come un ramo cero l’infinito,
le stagioni perse e ritrovate,
cerco i coni d’ombra e di luce e respiro la vita;
vivo abbracciata alla terra, a ossa vive
con le radici impresse a ferro rovente nella roccia;
le foglie sono fogli scritti dal cielo
aperti come libri sui banche di scuola;
il vento ti porterà il profumo della mia parola.
Abito dentro un albero che porta il mio nome
e il mio nome è Poesis.
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Stelle estinte
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Mi spezza le ossa la sera
quando ripongo in soffitta
i miei sogni e le stelle estinte.
Loro, di notte,
scendono come piume
dove tu vivi
e io racconto bugie alle ombre.
.
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dalla sezione “140caratteri e oltre!”
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Δ  Il congedo della calda stagione
somiglia alla pienezza dell’ultimo bacio dato al vento,
il mio autunno sta seduto in una stanza
e scrive fragili parole su carta di cielo.
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Δ  Due cose mi restano negli occhi.
il mare e il tuo sorriso.
La legge della meraviglia non ha bisogno
di essere scritta
basta fermarsi un attimo e contemplare l’infinito.
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Felice Serino, Lo sguardo velato – 2016-2017 letto da Angela Greco

Felice Serino, Lo sguardo velato – 2016-2017 letto da Angela Greco

La poesia di Felice Serino è un incontro atteso, un momento di conforto, una superficie solida a cui poggiarsi nella inevitabile stanchezza del giorno dopo giorno. Serino tratta la poesia con la quotidianità di chi è a lui familiare e i suoi versi mettono in luce l’affetto per la poesia stessa, la costanza che lo ha condotto fino ad oggi e l’estraneità a quei fenomeni sempre più diffusi di personaggi in cerca di facile notorietà, che manipolano poesia in favore del proprio ego o dell’ego del proprio editore. Felice Serino, scrive come dono di sé all’altro, i suoi versi non chiedono nulla in cambio, ma, semmai, sono gratificati dal fatto che le sue esperienze possano essere in qualche modo utili ad altri.

Realizzato nel giugno 2018 per il sito poesieinversi.it, Lo sguardo velato raccoglie questo ultimo anno di versi e si apre con un esergo – in seno a cieli di cui non è memoria / dove nessun grido resta / inascoltato / lì è la vita nascosta – che è fin da subito un’immersione nei temi cardini della silloge e della poetica stessa di Serino: il cielo, quindi l’aspetto oltre il visibile degli accadimenti; la ricerca-conoscenza di Sé attraverso la frequentazione-studio del sacro e l’analisi del rapporto tra umano e divino.

C’è in questi versi la calma di chi osserva tutto quanto ha intorno e di chi ha attraversato tanto delle cose del mondo; una quiete, che giunge al lettore con dolcezza e fermezza nelle convinzioni, come nella costante e decisiva presenza di Dio, una presenza che nello scorrere di queste pagine e delle varie opere dello stesso autore, si fa man mano più viva e vicina e alla quale non è rivolta nessun rimprovero, nessuna parola negativa, quanto piuttosto un sommesso ringraziamento per com’è andata (perché non è andata peggio).  La poesia e l’anima-spirito divino fanno parte per Felice Serino dello stesso comparto, a tratti della stessa dimensione, e la prima sembra l’abito che veste i secondi, la forma grazie alla quale si manifestano e Serino ci presenta così la poesia: dici poesia intendi finestra / affaccio dell’anima bagnata da alfabeti di lune / è finestra su un mare aperto / poesia  /per l’orecchio del cuore-conchiglia (“Poesia-finestra”), come un tramite tra l’esterno e l’interno che in questo caso è anima e anima è, per questo poeta, il divino che ci abita, come nei toccanti versi di “Il tuo volare alto” dove la traccia del tempo che trascorre è di una bellezza particolare.

La pluralità di temi e livelli (fisico e metafisico, onirico e reale) emerge in testi come “Stanze” e “Epifanie”, che al meglio rendono il percorso di Felice Serino, sempre in equilibrio tra umanità e visone alta, attento ai dettagli di quanto lo circonda e consapevole del fattore tempo, utilizzato al meglio nel donare al lettore un vademecum per meglio procedere nei suoi giorni; quasi un consiglio da parte di chi non si è perso in sciocchezze, ma ha perseguito con fiducia e tenacia il dono della Poesia. [Angela Greco]

Poesie tratte da Lo sguardo velato – 2016-2017

Nel paese interiore
.
nel paese interiore
eiaculo i miei sogni –
vivo una stagione
rubata al tempo -mimesi
icariana sul vetro del cielo-
.
nel paese interiore
brucia il mio daimon
di febbre e di luce
.
.
§
.
.
Dell’ indicibile essenza
.
dell’ indicibile essenza
noi sostanza e pienezza
.
solleva l’angelo un lembo
di cielo:
.
in questa vastità soli
non siamo: miriadi
di mondi-entità ognuno
in una goccia
di luce
.
.
§
.
.
Stanze
.
le notti inzuppate di sogni
quando
nonsense veleggiano
sulle ondivaghe acque dell’inconscio
.
o ti vedi seguire
una successione di stanze
e ti perdi e ti ritrovi
in un’altra realtà-sogno o dimensione
.
.
§
.
.
Epifanie
.
vita che si guarda
vivere e ci guarda
vita che si pensa ed è
.
-riflessa vita che
apre la fronte del mattino
.
ed è esistere
nel suo ricrearsi
.
epifanie
.
§
.
.
Il tuo volare alto
.
l’anima spando sulla terra
a ricambiarmi una solitudine
ampia come il cielo
.
mi appresto a gran passi agli ottanta
e ancor più poesia ti canto
-del mio sangue azzurra ala
.
ai confini della sera in quel
farneticare che richiama la morte
.
il tuo volare alto
come preghiera
.
.

Felice Serino è nato a Pozzuoli nel 1941. Autodidatta. Vive a Torino.  Copiosa la sua produzione letteraria (raccolte di poesia: da “Il dio-boomerang” del 1978 a “Dove palpita il mio sogno” del 2018); ha ottenuto importanti riconoscimenti e di lui si sono interessati autorevoli critici. E’ stato tradotto in otto lingue.  Intensa anche la sua attività redazionale.  Gestisce vari blog e siti.

“Lo sguardo velato” è disponibile cliccando sul seguente indirizzo: https://sestosensopoesia.files.wordpress.com/2018/06/felice-serino-lo-sguardo-velato-2016-17.pdf

Le ore del terrore di Simone Consorti letto da Angela Greco

Edito da L’arcolaio (novembre 2017) con prefazione di Anna Maria Curci, Le ore del terrore di Simone Consorti è un imponente custode di versi, suddiviso in tre sezioni, che impegna il lettore fin dal titolo. La silloge si apre con un significativo e non credo casuale testo intitolato Alla frontiera, i cui primi due versi recitano: “La guardia di frontiera / ha detto che non sono io” dove, se potessimo applicare quanto accade in una narrazione, ovvero che l’incipit ha in sé l’intera opera, saremmo – il condizionale è d’obbligo – di fronte ad una netta presa di distanza del creatore dalla sua creatura, ad una visione esterna della materia trattata e il che già farebbe dire che siamo in presenza di un autore di un certo calibro, capace di rendersi estraneo ai più comuni moti che muovono alla poesia i più.

La medesima poesia, quella d’apertura, per me la più emblematica, nel prosieguo richiama altre figure “e che neppure mi assomiglio / tantomeno mi potrei spacciare / per mio padre o per mio figlio / Mi intima [la guardia] di restare fermo / e per convincermi mi mostra uno schermo / che qui chiamano specchio” utili al poeta per mettere in chiaro una sorta di obiettività a garanzia di quanto verrà offerto al lettore (qui lo specchio è mezzo di visione di se stesso, una semplice lastra riflettente), in cui sembra che il protagonista si faccia semplice strumento di espressione (“restare fermo”) e dove quella frontiera di cui nel titolo del componimento, sembra diventare un diaframma che raffredda la temperatura emozionale, poiché appare riferito al poeta stesso che, alla frontiera con il mondo fuori da sé, cerca, per mezzo della poesia, un dialogo storico-contemporaneo con quel che ha appreso e che lo ha coinvolto.

Alla fine, però, con una certa maestria e con una rotazione netta, che affonda la vite nel materiale da assemblare, Consorti mette in chiaro, fin dalla prima poesia, il suo ruolo di regista e di attore che vive quanto offre al lettore, dall’interno e dall’esterno, allo specchio (che non diventa mai lente ustoria, però), come si apprende dagli ultimi versi del medesimo testo d’apertura: “Gli altri passano e mi guardano / facendo di no con la testa / Devo essere una brutta persona / se sono l’unico che resta / Mi studio di nuovo sul mio documento / ma la guardia mi spiega che è vecchio / e lo straccia / fissandomi con la mia faccia”  rivelando che la poesia è sì un mezzo per “guardare” gli altri, la Storia e le storie che possono generarla, ma che essa è anche (e soprattutto mi verrebbe da dire in questo caso) un potente mezzo per “studiare” – come dice il poeta – la propria faccia, il proprio essere in divenire (“è vecchio”, il documento, quindi differente dal momento attuale) e il proprio ruolo, evidenziato nella prima sezione da un ‘io’ che domina i vari testi e che offre al lettore le sue molteplici facce.

Alla frontiera
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La guardia di frontiera
ha detto che non sono io
e che neppure mi assomiglio
tantomeno mi potrei spacciare
per mio padre o per mio figlio
Mi intima di restare fermo
e per convincermi
mi mostra uno schermo
che qui chiamano specchio
Gli altri passano e mi guardano
facendo di no con la testa
Devo essere una brutta persona
se sono l’unico che resta
Mi studio di nuovo sul mio documento
ma la guardia mi spiega che è vecchio
e lo straccia
fissandomi con la mia faccia
.

La prima sezione “Le ore del terrore” mette in scena il rincorrersi degli eventi che hanno imbruttito il Novecento (tranne 22 dicembre 1849): l’autore si rende partecipe per mezzo dell’io, che diviene quasi per abitudine quello di ciascuno ed anche del lettore, della cronaca dell’ultimo secolo, evidenziando una solitudine che a me, però, non giunge mai come quella dell’intellettuale consapevole del suo differente – dall’opinione comune s’intenda – sentire, quanto piuttosto mi giunge esattamente come voce dell’opinione comune su temi che attualmente calamitano l’attenzione della stessa, come si legge, ad esempio (ma non solo), nei versi proposti di seguito. Tanto, ci può stare, beninteso, ma a tanto, forse il lettore più esigente avrebbe voluto che si fosse aggiunto un punto di rottura, una crisi, un varco.

Postfezia
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Il Millennio si aprirà con due aerei
che faranno strike di grattacieli
e figlieranno guerre in Medio Oriente
Vedo persone scoppiare dal niente
e piazze lavate col sangue
Vedo statue di tiranni abbattute
e in giro tanta voglia di vendetta
Vedo papi buoni intonare canzoni
circondati da un concistoro
di cardinali assassini che gli fanno il coro
Vedo primavere trasformarsi in inverni
e folle speranzose
assiderate da nuove paure
rimpiangere pochi anni dopo
le care vecchie dittature
.
.
Un altro naufragio
.
È così lontana l’altra costa
quando la salvezza
è in direzione opposta
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Non conosceremo la sua faccia
né le nostre braccia
riusciranno mai a stringerlo
Noi che lo aspettavamo
per respingerlo
.
 “Preghiere e bestemmie sincere”, seconda sezione della silloge, vede una maggiore partecipazione emotiva dello scrivente ai fatti e agli accadimenti narrati. Personaggi biblici si alternano alla presenza di Dio, figure con le quali Consorti sembra quasi giocare, tra rime e assonanze e consapevoli giochi di parole, in cui emerge un lato irriverente e piacevole e in cui si avvertono lo sciogliersi della tensione accumulata nella prima sezione ed il piacere di ‘mischiarsi’ con gli argomenti trattati. Chiesa depokemonizzata, in una riuscita assonanza, rende bene la contemporaneità e il rapporto dell’uomo di oggi con il sacro e, insieme con Abramo e Giuda, consegna al lettore testi originali, dove l’abilità formale (rime) di Consorti appare al meglio.
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Chiesa depokemonizzata
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Chiesa depokemonizzata
spegnere il cellulare
togliere la suoneria
e non messaggiare
Durante le preghiere
ci vuole concentrazione
ci vuole pazienza
ci vuole cuore
ci vuole speranza
ci vuole fantasia
ci vuole fede
Visto che sei entrato
perché per qualche minuto non credere?
.
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Abramo
.
Come se fosse un favore
o una cosa da poco
giusto una formalità
o una specie di gioco
.
me lo chiede con un’aria indifferente
come se non fosse niente
.
Tipo due amici ad un tavolo
che fanno battute a caso
.
un solo gesto un atto unico
e guadagnerei mille punti con lui
.
In nome del nostro legame
senza starci troppo a pensare
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Un figlicidio veloce
mica come mettere
il proprio erede in croce
.
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Giuda
.
Trenta denari
se li converti
son solo un pugno di dollari
o qualche yen
.
Non bastano a pagarci un’analista
che allevi la tua pena
Massimo puoi invitarci gli amici
a un’ultima cena
.
Sempre che non ordini vino di marca
più o meno consacrato
e purché ti scordi
il caviale raffinato
.
Trenta denari
se fai la conversione
massimo ci compri le persone
.

“Spoon River Italia” è una silloge nella silloge, che chiude Le ore del terrore con ventotto componimenti incentrati sul tema della morte, in cui ricompaiono temi di attualità, in una serie di quadri in cui molti versi potrebbero essere estratti come aforismi, aderenti all’originale di cui nel titolo della sezione, ma che nell’opera di Consorti perdono l’immediatezza dell’epitaffio, per dilungarsi in veri e propri testi poetici dai quali estraggo “un epitaffio nuovo di zecca e mai usato” (XXVII), come lo stesso poeta dice, che a mio parere ben chiudono questa lettura. [Angela Greco]

Non sempre concordo con quello che penso
Non sempre la vita o la morte hanno un senso
.
.
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Simone Consorti è nato nel 1973 a Roma, dove insegna in un liceo. Ha esordito con “L’uomo che scrive sull’acqua ‘aiuto’(Baldini e Castoldi 1999, Premio Linus). Ha pubblicato “Sterile come il tuo amore”(Besa, 2008, adattato per il teatro nel 2009), “In fuga dalla scuola e verso il mondo”(Hacca, 2009), “A tempo di sesso”(Besa, 2012) e “Da questa parte della morte”(Besa, 2015), oltre che diverse raccolte di poesia, tra cui “Nell’antro del misantropo”(L’arcolaio, 2014) e “Le ore del terrore”(L’arcolaio, 2017). La sua piéce “Berlino kaputt mundi” è andata in scena al teatro Agorà di Roma nel marzo del 2018. Il suo libro di racconti “Otello ti presento Ofelia” è in uscita per L’erudita. E’ presente on line con il sito simoneconsorti.com

Angela Greco, nota al volume AA.VV. Come una mezzaluna nel sole di maggio

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“Qui non vorrei morire dove vivere
mi tocca, mio paese,
così sgradito da doverti amare;
lento piano dove la luce pare
di carne cruda
e il nespolo va e viene fra noi e l’inverno.
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Pigro
come una mezzaluna nel sole di maggio,
la tazza di caffè, le parole perdute,
vivo ormai nelle cose che i miei occhi guardano:
divento ulivo e ruota d’un lento carro,
siepe di fichi d’India, terra amara
dove cresce il tabacco.
Ma tu, mortale e torbida, così mia,
così sola,
dici che non è vero, che non è tutto.
Triste invidia di vivere,
in tutta questa pianura
non c’è un ramo su cui tu voglia posarti.”
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Si presenta al lettore intitolata con un verso “Come una mezzaluna nel sole di maggio” del barese di nascita e salentino per sempre, Vittorio Bodini, l’antologia creata e curata dalla nascente realtà editoriale Fallone Editore di Taranto sul finire dell’anno appena trascorso e che in questo 2018 sarà presentata in diverse località. Un verso d’apertura, che subito identifica appartenenza e fine dell’opera, che riporta come sottotitolo “ricognizione della poesia pugliese 1975 – 1994” dove le cifre sono indicative degli anni di nascita (del più grande anagraficamente e del più piccolo) delle voci poetiche rappresentate all’interno.

Un’opera, questa antologia, che, nelle due accezioni fornite dal vocabolario del termine ‘ricognizione’ – che, ricordiamo, etimologicamente significa riconoscere, osservare attentamente – intende riferirsi sia all’accertamento dell’esistenza del fatto poesia, sia al fatto di raccogliere, mediante la constatazione diretta, le informazioni necessarie per impostare un’azione, in questo caso poetica, per il divenire. In ciò, l’editrice ha voluto più che fornire una mappa, dare delle chiavi di accesso, dei punti di riferimento per l’orientamento del lettore in un campo vasto e molto frammentato, qual è quello della poesia in un territorio diversificato e complesso dal punto di vista morfologico e letterario, la Puglia, una terra, che si allunga per oltre quattrocento chilometri da nord a sud e che ha subito e subisce costantemente influssi esterni, per motivi storici, di localizzazione geografica e vocazione d’accoglienza, oggi accentuati più che mai in poesia grazie ai nuovi mezzi di socializzazione di massa, nei quali ci si ritrova a confrontarsi, quanto non meno a scontrarsi.

Così, in tempi come questi, di nuova, forte e utile crisi di identità, un’antologia che riunisce differenti voci e differenti esperienze, si pone come mezzo di unione nella diversità, centrando, oltre l’obiettivo propriamente letterario, anche un motivo che dovrebbe essere proprio dell’uomo contemporaneo, ovvero, secondo Giorgio Agàmben, di “colui che riceve in pieno viso il fascio di tenebra che proviene dal suo tempo[1]”. Da qui, mettendo in comunione le proprie dissimiglianze, si deve tentare d’impostare e sperare di realizzare quell’azione di cambiamento invocata da tanti, capace di condurre ad una maggiore valorizzazione della Persona, piuttosto che a tutto l’insieme di cose che ad essa si sono sostituite.

Anche la copertina realizzata da Fausto Maxia, che ritrae un’opera intitolata “Fragmenta Tav.XX” ben dice della condizione in cui vertiamo oggi, dove forse il venti a numero romano sta ad indicare proprio il Ventesimo secolo, quello in cui più che mai ci si è ritrovati scissi e lontani dall’unione, perché se è vero che il lavoro del poeta nasce come qualcosa di singolo, nel suo incontro intimo con l’esperienza del mondo, è vero anche che una volta data alle stampe la poesia diventa un fatto pubblico, comune, plurale e che ogni singolo frammento serve a ricomporre l’unità. Un’antologia di autori vari, nel ricomporre i differenti pezzi proposti da ogni singolo autore, è, quindi, un mezzo utile a ritrovare l’unità, che in questo caso è il valore dello stare in Poesia e del ritrovarsi grazie alla Poesia, senza troppo discettare su che cosa sia la poesia o a che cosa serva oggi, sulla sua utilità o sulla sua assoluta inutilità, se pensiamo in termini monetari, ma cogliendone gli effetti di comunione e consapevolezza del mondo da sé.

La poesia è un mezzo, alla fine, per incontrarsi, come Giorgio Caproni ha ben detto nel suo involontario discorso sulla poesia il 6 febbraio 1982 al Teatro Flaiano di Roma, dove avrebbe dovuto commentare alcuni suoi versi e dei quali, invece, non dirà nulla. “[…] riuscire, – dice Caproni – attraverso la poesia, a scoprire, cercando la mia, la verità degli altri, la verità di tutti, o, per essere più modesti e più precisi, una verità, una delle tante verità possibili che possa valere non soltanto per me, ma anche per tutti quegli altri me stessi, che formano il mio prossimo del quale io non sono che una delle tante cellule viventi[2]”

“L’esercizio della poesia – continua Caproni – rimane puro narcisismo finché il poeta si ferma ai singoli fatti esterni della propria persona o biografia. Ma ogni narcisismo cessa non appena il poeta riesce a chiudersi e inabissarsi totalmente in se stesso da scoprirvi e portare al giorno quei nodi di luce che non sono soltanto dell’io ma di tutta la tribù. Quei nodi di luce che tutti i membri della tribù possiedono, ma che non tutti i membri della tribù sanno di possedere o riescono ad individuare[3]” ed è in tal modo che una compagine di autori vari, qual è un’antologia, implementa anche il lettore tra le sue pagine, coinvolgendolo suo malgrado in un progetto comune. (Angela Greco AnGre)

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La presente nota di lettura ha volutamente omesso i riferimenti alle poesie degli Autori riuniti nell’antologia data la presenza, tra essi, della stessa scrivente  Il volume antologico “Come una mezzaluna nel sole di maggio. Ricognizione della poesia pugliese 1975-1994” (Fallone Editore, 2017) contiene i testi di diciotto poeti pugliesi nati tra il 1975 e il 1994, alcuni dei quali già consolidati a livello nazionale e altri ancora inediti, censiti per generazioni.

Di seguito si riportano gli Autori ospitati nell’antologia:

Anni Settanta: Simone Giorgino, Ilaria Seclì, Angela Greco, Vanni Schiavoni, Salvatore Tafuro, Gianpaolo G. Mastropasqua, Francesco Mola

Anni Ottanta: Carla Saracino, Lidia Fraccari, Vito Russo, Gianpaolo Altamura, Francesco Cagnetta, Gianluca Maria Lacerenza, Michele de Virgilio, Andrea Donaera

Anni Novanta: Antonella Chionna, Attilio Cantore, Giacomo Cucugliato

 https://falloneeditore.com/ 

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[1] Giorgio Agamben, Che cos’è il contemporaneo? (I sassi nottetempo ed.)
[2] Giorgio Caproni, Sulla poesia (Italosvevo Ed.)
[3] ibidem

 

 

Michele Paoletti, Breve inventario di un’assenza letto da Angela Greco

Breve inventario di un’assenza (Samuele Editore, maggio 2017, prefazione di Gabriela Fantato) di Michele Paoletti è la presa di coscienza di un distacco, di un’assenza assunta nelle piccole e ripetute dosi dei brevi componimenti poetici di cui è costituita. Michele Paoletti elabora per tutta la lunghezza di questo breve itinerario poetico, una separazione da qualcuno che è stato parte di lui, di cui lui era parte a sua volta e con la capacità di chi possiede il dono dell’analisi, un pezzo per volta guarda, elabora e archivia in una memoria poetica da offrire al lettore diluita dall’urgenza e dall’ustione della perdita. Passi piccoli che consentono al poeta di avvicinarsi alla materia pregnante di cui è composta la silloge, ma che al contempo gli consentono di addomesticare e man mano distaccarsene fino al punto in cui si è capaci o è possibile, la perdita, l’assenza, il vuoto lasciato da questa figura che si sente, ma che mai si vede, che si avverte, ma di cui mai viene detto in maniera esplicita. Momenti di abbandono all’accaduto si susseguono a distaccati attimi poetici che vanno ad incorniciare un sentire partecipe, mai sopra i toni, mai eccessivo, quasi si avesse timore delle proprie stesse reazioni. Un pudore, che a tratti soffia sulla pelle del lettore un alito apparentemente freddo, ma che verso la fine del libro allenta un pochino le redini per cedere il passo ad un atteggiamento più caldo ed emozionato, come a dire di aver appreso la lezione del distacco e, alla fine, averne ricavato un tornaconto non in passivo, per quanto possibile nelle capacità umane.

Ha il tono del bilancio, questo libro, dell’economia nel senso più nobile del termine, della valutazione di quanto vi è dopo l’evento scatenante la poesia e di cosa sia più favorevole trattenere e cosa, invece, leggera, lasciar andare ai cieli di un altrove immutabile, di sola accettazione. Liriche brevi, dosate in un ritmo che, al contrario di quanto si possa credere per la loro brevità che suggerirebbe una certa fretta, rallenta il lettore, lo frena, gli consente la sosta; ritmo in cui la pausa non già grafica, quanto piuttosto intima, spesso è inevitabile, per non perdere la scena che vi è alle spalle del verso e da cui lo stesso è nato. Breve inventario di un’assenza si può considerare una sorta di retrospettiva dell’autore e punto di partenza per un qualcosa ancora da dire, esattamente come il titolo suggerisce nel termine economico che possiamo assumere nella accezione di chiusura, un inventario finale insomma, che ha ben espresso il bilancio di una fase sicuramente orfana di qualcuno, ma che già in questa assenza sa trovare tutti gli elementi per riaprire l’attività successiva.

[Angela Greco]

*

versi da Breve inventario di un’assenza di Michele Paoletti

La luce inonda il corridoio
e scopre le piaghe che la casa
nasconde agli occhi
persi nello specchio
a indovinare quante pieghe
del mio viso ti appartengono.
 .


Marciva il tavolo in giardino
la plastica dei vasi si spaccava
in minuscole foglie triangolari.
Ottobre era un viale illuminato,
una canzone sepolta nella terra.
.


Fissavo una briciola di terra
in bilico sull’orlo del lenzuolo.
Un piccolo rotondo promemoria
che mi rammenta come va a finire.

.

Tienimi le mani contro il muro
mentre la notte chiude un cerchio
attorno al corpo
che mi hai gettato addosso
come un abito mai messo.

.

Michele Paoletti è nato nel 1982 a Piombino (LI) dove vive e lavora. Si è laureato in Statistica per l’economia e si occupa di teatro per passione, da sempre. Ha pubblicato Come fosse giovedì (Puntoacapo editrice, 2015), la sua raccolta d’esordio, e la plaquette La luce dell’inganno (Puntoacapo Editrice). Una selezione di suoi testi è inserita nell’antologia iPoet di Lietocolle, 2016. Numerosi i premi vinti e i riconoscimenti in concorsi letterari a livello nazionale.

Felice Serino, La vita nascosta letto da Angela Greco

      sguardi e il tracimare
di palpiti
alle rive del cuore
.
aria dolce come
di labbra
incanutire di fronde
nella liquida luce
.

La vita nascosta (2017), di Felice Serino (Pozzuoli, 1941), ultima silloge edita per i tipi “Il mio libro” (in apertura di questa nota, Sguardi e il tracimare) sin dall’esordio propone un impegnativo corpo a corpo tra lettura e lettore sia per l’importante numero di liriche raccolte, sia per il percorso sacro-intimistico-sociale che in essa si snoda, attraversando momenti pubblici e privati, accadimenti reali e propositi a venire, in un caleidoscopio di sensazioni \ emozioni fedele alla poetica, allo stile e al tono pacato e garbato a cui l’autore ci ha felicemente abituati in questi anni da “autodidatta”, come egli stesso si definisce, rivelando con una sorta di meraviglia, in riferimento alla Poesia, l’essenzialità del fatto che in questo comparto non esistono scuole dove imparare il mestiere, ma, quasi si avesse a che fare con un destino, ognuno è artefice di se stesso. Ed in tempi di proclamate e ostentate scuole-correnti di pensiero non è poco affidarsi a se stesso, con tutte le conseguenze del caso, non per presunzione, quanto piuttosto per volontà di riconoscere fin dove si è capaci di arrivare e scoprendo, magari, che ogni limite può essere un’opportunità.

La silloge, introdotta da Giovanni Perri, propone trecento pagine di testi prodotti nell’ultimo triennio; un dato, questo, che fa ben comprendere il bisogno e la necessità che ancora si hanno della poesia, per la capacità di quest’ultima di riuscire ad esternare quel che è difficilmente esprimibile in altri modi. La poesia è, quindi, ancora un bene indispensabile – ed il lavoro di un poeta di lungo corso dovrebbe far riflettere sullo stato dell’arte – anche in questi nostri tempi di presunto futuro rivoluzionario, di cambiamenti, di distruzione dei valori fino allo sgretolamento della parte umana dell’essere vivente. Felice Serino crede nella poesia, come veicolo di miglioramento e di crescita, tanto del poeta quanto del fruitore della stessa, e nelle sue liriche racconta il vissuto, porta materialmente l’esperienza la riuscita e la disfatta con molta onestà, ad esempio, come si legge in Luce ed ombra:

      luce ed ombra rebus in cui siamo
impronte di noi oltre la memoria
forse resteranno o
risucchiati saremo
ombre esangui nell’imbuto
degli anni
.
guardi all’indietro ai tanti
io disincarnati
attimi confitti nel respiro
a comporre infinite morti
.

L’interesse di Serino è senza dubbio l’Uomo, la Persona, in un’ottica metafisica, plurale, e mai personale: anche quando il soggetto è l’Io, la riflessione poetica non si ferma mai al Sé, ma abbraccia sempre e comunque l’esperienza che può già essere o diventare patrimonio comune. Serino si pone come suggeritore, come consigliere, come insufflatore di positività. Ed ecco, allora, che anche l’esperienza più drammatica, come la morte, in questo poeta diventa qualcosa che non chiude, ma piuttosto apre ad una nuova visione e l’Uomo, nonostante i difetti, viene ad essere un elemento non attorno a cui ruota tutto il resto, ma un pezzo di un più grande disegno di cui si può solo tentare di dire attraverso la poesia, appunto. Ne La separazione si legge:

      alla fine del tempo
è come ti separassi da te stesso
in un secondo ineluttabile strappo
simile alla nascita
quando
ti tirarono fuori dal mare
amniotico
luogo primordiale del Sogno
stato che
è casa del cielo
.

La poesia di Felice Serino, con la sua concretezza e il suo vissuto, anche laddove prevale il senso etereo o metafisico o quando richiama il sacro e finanche nei riferimenti all’arte, arriva al lettore diretta, mai sofisticata da espressioni scritte soltanto per destare scalpore, per mettersi in mostra o per creare un personaggio; puntuale e delicata anche negli argomenti più impegnativi, questa scrittura poetica rende in modo nitido e molto piacevole il frutto di riflessioni attente e dello studio continuo, sempre quali esternazioni di un grande amore per la conoscenza e per la materia vivente, in tutte le sue forme. Nella verticalità, nel tempo oltre la vita, nell’augurio di luce e nell’ineffabilità di cui è vestito il testo di In questo riflesso dell’eterno a parer mio è possibile leggere i temi cruciali della poetica di questo prolifico autore, che mostra senza fronzoli anche una dote poco comune tra i poeti, la generosità. (Angela Greco)

      credimi vorrei dirti che quanto
avviene anche là avviene
oltre le galassie oltre
lo specchio dei tuoi occhi amore
anzi certamente è presente
da sempre in mente dèi
imbrigliati noi siamo in un giorno
rallentato
noi spugne del tempo
assediati da passioni sanguigne
credi mia cara che quanto
avviene semplicemente
lo rappresentiamo
sulla scacchiera del mondo
noi essenze incarnate
in questo riflesso dell’eterno
dove l’anima si specchia
mentre ci appare infinito
mistero la vita – miracolo
tutta questa luce che
ci attraversa
.
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*
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Clicca sul link Felice Serino su Il sasso nello stagno di AnGre  per leggere altri articoli.
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*

 

Rosaria Di Donato, Preghiera in Gennaio: disamina di Flavio Almerighi della poesia “Prima che sia notte” e nota di lettura di Angela Greco

      prima che sia notte
ancora vorrei qualcosa
qualcosa di mio
qualcosa che irrompa
nel tempo mostrando
un seme nuovo
un germoglio
e non disamore
.
 .

……Otto versi di una semplicità disarmante, perché nuda. L’autrice riesce, senza tedio per il lettore e/o inutili perifrasi, a delineare bene quello che può essere l’animo di ognuno di noi al momento del calar della sera (prima che sia notte). Il timore ancestrale del buio fa parte dell’uomo, fa parte di una condizione esistente fino all’invenzione della corrente elettrica, che ha cambiato non di poco abitudini e stile di vita. L’uomo è rimasto comunque la stessa creatura arboricola e indifesa, piena di istinto di conservazione e che doveva difendersi anche nel buio, che non la proteggeva dai predatori notturni specie felini. Il senso dell’inquieto e dell’incompiuto irrompe e per certi versi spaventa (ancora vorrei qualcosa/qualcosa di mio) un incompiuto e una paura ancestrale che sentono fortemente il bisogno di qualcosa/qualcuno che le giustifichi e le annetta a un versante non propriamente materiale (qualcosa che irrompa/nel tempo mostrando/un seme nuovo) ma più spirituale, e per questo nuovo, perché la vita non è soltanto mancare di rispetto ad altre vite per salvare la propria e darle qualche nuova ora di luce in più. E qui sopraggiunge il valore di una redenzione che può essere individuale, ma anche un valore comune (un seme nuovo/un germoglio). Fino all’esplosione forte, sincera, del verso finale (e non disamore), dove si evoca l’esatto contrario, l’amore che può coprire, salvare da quel buio che tanto velocemente calerà. Amore che non sia soltanto istinto di conservazione del sé e dei propri cuccioli. Insomma, alla sera della vita, se non c’è qualcosa che non sia soltanto contingenza, la vita stessa non ha significato e non ne può assumere, qualsiasi o qualunque sia il valore per dare significato a una vita che non sia solo sopravvivere, ma vivere e possa diventare anche valore comune. Il resto è la guerra per tornare a essere terra. [Flavio Almerighi]

.

[Angela Greco] – Preghiera in Gennaio, la breve e pregnante raccolta di versi di Rosaria Di Donato – scaricabile dal sito neobar.net cliccando Neobar eBooks marzo 2017 – si apre con la lirica Prima che sia notte, di cui la lettura precisa e densa di Flavio Almerighi fornisce anche una chiave d’accesso all’intera opera. La notte, di cui parla la poetessa e che Almerighi mette ben in chiaro, evidenziandola come buio, quindi come assenza di luce, assume immediatamente la valenza di notte dell’anima, quel momento preciso spesso sperimentato da ciascuno di noi, in cui sembra di essere giunti al punto di non ritorno e dinnanzi al quale nessuna cosa umana regge più e dove, per istinto di sopravvivenza, si tende ad affidarsi al metafisico, al trascendentale. E prima che l’uomo giunga a questo abisso, prima che sia notte appunto, Rosaria Di Donato tenta, affidandolo alla parola poetica, un cammino-percorso intimo, spirituale, che possa in qualche modo fungere da bussola al lettore smarrito in questo mondo non più avvezzo alla religione quale componente del vivere. Nelle undici poesie più una dodicesima composizione assimilabile ad una breve prosa poetica, si incontrano personaggi biblici dell’antico e del nuovo testamento, partecipando di una varia umanità sempre con gli occhi rivolti ad una meta finale, che sappia dare compimento finanche alla stessa poesia.

Rosaria Di Donato ha assimilato le storie bibliche e la storia del Cristianesimo, forgiando poesie in cui i protagonisti accompagnano i passi degli uomini e delle donne moderne, raccontano ancora il proprio vissuto, ma con una voce che carezza, che conforta, che ha quasi pietà delle vicende umane. Si fa notare, oltre all’assenza della punteggiatura, l’uso delle minuscole anche per i nomi propri ad indicare non una gerarchia, ma una parità che esalta l’umanità anche dello stesso poeta.

Oltre la veste, riportata in chiusura, è, a parer mio, forse la lirica più coinvolgente per la valenza metaforica espressa fin dal titolo e per la reiterazione del verso “beato chi ha in sorte la tunica”: un invito esplicito ad oltrepassare le apparenze ed un augurio di concreta presenza di Cristo nel quotidiano decretato dalla sorte, appunto (la tunica indossata da Gesù al processo che lo vide poi crocifisso, essendo un tessuto pregiato e di un certo valore, fu assegnata con un tiro di dadi ad uno dei soldati che presenziavano la sede del giudizio).

Rosaria Di Donato con questo piccolo libro elettronico basato su elementi incontrovertibilmente religiosi non compie un tentativo di convincimento sulla sua religione sentita e vissuta, quanto piuttosto offre una possibilità di venire in contatto con un genere poetico antichissimo, la preghiera, che da sempre ha accompagnato quelle notti dell’anima di cui in apertura, lasciando scorgere in filigrana la sua fiducia nell’uomo e nella stessa poesia, come si legge in chiusura:

Torno all’amore dei poeti perché imperituro, eterno, simile a quello divino. Solo che l’amore di Dio, è misericordioso, mentre quello dei poeti è « impietoso »: vero e nudo come il primo uomo nel giardino dell’Eden, l’io lirico si muove tra scabrosità e armonia trovando un ritmo nel  caos. E’ dono la parola annunciata, è legame che forgia il Mondo, che va oltre le cose sconnesse.

.

oltre la veste
.
beato chi ha in sorte la tunica
.
con tenere mani la tessé maria
tutta d’un pezzo intrecciando
in silenzio la trama con l’ordito
sopra il telaio curva per giorni
interi e notti a inumidire il filo
con sospiri e lacrime-carezze
che bianca la fecero e splendente
non abito ma anima del figlio
redentore
.
beato chi ha in sorte la tunica
.
senza macchia vestì il cristo
fino all’albero ove spoglio
germogliò nel buio delle pupille
astanti ignare del bene ricevuto
di vita come un fiume nel fluire
di Spirito sgorgato dal costato
aperto a rinnovare il mondo
dal peccato ferito dall’odio
consumato
.
beato chi ha in sorte la tunica
.
che al gioco dei dadi fu affidata
da chi sprezzante non riuscì
a smembrarla né lacerarla
ma intera la vinse senza cuciture
né rammendi come la fedeltà
del cristo che totalmente amò
l’intera umanità per sempre
gesù promessa di liberazione
sangue-effuso per gli ultimi
.
.
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Rosaria Di Donato è nata a Roma, dove vive. Laureata in filosofia (quadriennale e specialistica), insegna in un liceo classico statale. Ha pubblicato quattro raccolte di poesia: Immagini, Ed. Le Petit Moineau, Roma 1991; Sensazioni Cosmiche, Ed. Le Petit Moineau, Roma, 1993; Frequenze D’Arcobaleno, Ed. Pomezia-Notizie, Roma 1999; Lustrante D’ Acqua, Ed. Genesi, Torino 2008. Ha partecipato all’antologia Nuovi Salmi a c. di Giacomo Ribaudo e Giovanni Dino, Ed. I Quaderni di CNTN, Palermo 2012. Alcuni suoi testi sono presenti in Voci dai Murazzi 2013, antologia poetica a c. di Sandro Gros Pietro, Ed Genesi, Torino 2013. Ha partecipato con il gruppo Poeti per Don Tonino Bello alla realizzazione di Un sandalo per Rut Oratorio per l’oggi, Ed. Accademia di Terra D’Otranto – Collana Neobar, 2014. E’ presente nell’antologia I poeti e la crisi a c. di Giovanni Dino, Fondazione Thule Cultura, Bagheria 2015. Collabora a riviste di varia cultura e i suoi volumi si sono affermati sia in Italia che all’estero, con giudizi critici di Giorgio Bàrberi Squarotti, per esempio, e traduzioni di Paul Courget e Claude Le Roy (riviste Annales e Noreal). Partecipa al blog Neobar di Abele Longo e a vari siti letterari sul web. Vincitrice di alcuni premi di poesia, si interessa di arte, cinema, letteratura. Dal 2016 cura un laboratorio di scrittura creativa nel Liceo in cui insegna.
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Immagini: Mimmo Jodice, Figure del mare (in apertura), 10; Mare e Monti, foto di F.sco Magnano (al centro); Rosaria Di Donato, dal web (in chiusura).

Alberto Rizzi, Monstra con una nota di lettura di Angela Greco

Due poesie da Monstra di Alberto Rizzi ed una nota di Angela Greco

GLI OCCHI MALE ALTROVE
.
Mai sarà mio lo sguàrd’avvizzìto del vecchio
………………………lo sguardo dell’avvocato
assassino di genti
……….quello d’un giornalista ipocritato
per pianto di notizie false
nell’uggiosa giornata plena de lo squittire suo
………………..d’una puttana
smaniosa d’un conforto ch’a suepólpe
s’appenda sottoforma di denaro
.
Mi tengo l’accavallìo d’immagini tante
…………………….che paio fa con vostra confusione
e guàrd’altróve anche quando parlo
…………………………………come voi
nel buiofìtto di menzògnevòstre
…………………………………che fissate il vuoto
con puntine da disegno e sangue
al muro di chi abulico mi crede
.
Anche se non v’è compenso
al dolore de’ nervi sótt’il cranio
……………………………..vedete come so toccar
con mano fòrtefàtta d’esperienza
gli oggetti che discerno
.
Così è d’impaccio a voi
il mio diatonico guatare
………………………..a voi perfetti fuori
e al fondo marci dentro
.
mentre che io dimostro
……………………a chi già meglio sappia di vedere
l’ennesimo diritto al rimaner mestésso
per sempre come sono
(pag.11)

.

CORPO DI MAGREZZA ESTREMA
.
Quasi non jetta ombra ‘l corpo mio
……………………………..quando che me ne vegno
benignamente d’humiltà vestuta
.
dato che per quante piàzz’incrócio
……………………………….strade
gli occhi dentr’ai muri
a ‘vitar gli sguardi de’ passanti tegno
di commiserazione e attesa pregni
.
attesa che qualcosa si rompa
……………………………….si cada
.
Stecchi di legno e gamb’e braccia
………………………………..pur se test’a zucca non habbo
sorella mi sento a primavera
a chi spaventa uccelli per li campi
.
che forse fin ne lo sguardo suo
……………………………….sì fiss’e vvuoto
fino una meraviglia a me
gli si porrìa carpire
.
Eppure vado
…………..voglio andare
.
Or che senzamotìvo sentivo miapèlle raggrinzirsi
………………………………………..perder consistenza e forza
io svaporavo in tendini e nell’ossa
…………………………………….piànovituperàndo dentromé
l’aspetto mio primevo e pieno
.
ché così non nacqui
.
ma piuttosto mi ruppi
…………………..mi caddi
.
Monito miafigùra questo
………………………….allora
così ch’anch’ìo comprenda infine
lo scopo che porrìa ancora conseguire
.
Secche le zinne
…………..il cuore che mi bast’appéna
e sol perché ostacolo non v’è
oltrecùi gettarlo
………………lo sforzo ch’ogni muscolo appanna
quando più d’un gradino incombe
………………………….lasciata che ho la strada
su per le scale che menano a miestànze
in pocacàrne l’ombra mia vestita
ancora vado e voglio andare
(pag.46)

.

Monstra, di Alberto Rizzi (Arco di Trento, 1956), residente da sempre nella provincia di Rovigo ed attivo professionalmente in poesia dai primi Anni ’90, come si legge nella sua nota biografica, è una raccolta autoprodotta senza ricorrere ai “vanity editors” a pagamento, come egli stesso afferma. Rizzi, c’è da dire prima di tutto, è un autore indipendente dal tempo e dalla stessa poesia contemporanea; sperimentalista, potrebbe risultare paradossalmente a tratti avanguardistico, in questo presente proteso esasperatamente in avanti, per quel suo essere anacronistico nell’uso di arcaismi e finanche della stessa lingua, un misto tra volgare medievale con echi francescani (alcune espressioni sono scritte alla maniera del Cantico delle creature), toscano rimandante al padre per antonomasia della poesia italiana e verve da avanspettacolo di mezzo secolo fa. Rizzi vuole essere differente e questa volontà è percepibile senza sforzo durante la lettura dei ventidue testi di Monstra, raccolta di lunga e difficile stesura, questa: dal Febbraio 2004 al Febbraio 2010, per essere precisi, come si legge nella Presentazione scritta dallo stesso autore.

Difficile, non solo la stesura, ma il carattere stesso dell’opera, volutamente centrato sul tema della differenza fisica e del diverso nella forma concreta, del deforme appunto, che rappresenta alla fine l’espressione del poeta stesso nella società (dopotutto, l’artista non è percepito – da questa società di merda – come un essere “deforme dentro”? si legge nella riuscita Presentazione), richiamando senza difficoltà, ma introiettandolo materialmente ed esternandolo come avrebbero fatto i marinai di quella poesia, il concetto legato all’albatro-figura del poeta di Baudelaire, che diviene mostruoso una volta estromesso dal suo ambiente: in Monstra, però, non c’è bellezza, volo, risalita, riscatto legato al lettore che alla fine pensa al poeta, come un essere libero e padrone dei cieli; piuttosto in questa silloge c’è una volontà chiarissima di mettere in luce il dramma della deformità vista dall’interno. Nelle poesie di Rizzi è il poeta in prima persona che avverte la differenza con la normalità e se ne fa carico, nuova croce, ma senza risurrezione; prima che sia la società ad indicare la differenza, nei versi di Rizzi è l’Io poetante che avverte tutti gli altri di quello che la differenza con la norma comporterà.

La deformità non intesa come mezzo per muovere a pietismo o destare una morbosa attenzione, ma come tramite tra l’autenticità di chi accetta e mostra la differenza e la finzione buonista della società che, al contrario fa di tutto per celare quanto sa, per interposta esperienza, che non verrà accettato e sarà oggetto di scontro. Rizzi non teme lo scontro e, pur non cercandolo apertamente, con questo lavoro in versi dall’ardita lettura, si pone come sasso sul liscio procedere di una certa letteratura e del suo clientelismo esasperante per chi è in cerca della verità, della non-finzione, dell’onestà.

A metà libro, a parer mio, si incontrano i cardini dell’intera opera, racchiusi nei tre versi qui riportati:

“Il tempo stesso viene deformato”

“(! oh, il sorriso che non bisogna di respiro)”

“Ma perfino vivo”

(pagg.25-26, Polmoni insufficienti)

In questi versi, che precedono la carrellata di poesie dedicata a varie differenze morfo-fisologiche di cui il poeta dispone per evidenziare la sua contrarietà verso questa esistenza, vengono indicati l’attore e l’azione principale, il Tempo e il Vivere, e, forse, una chance di riscatto. Lo stesso tempo non viene sottratto allo scopo del libro: è sottoposto, come tutti i personaggi vissuti ed interpretati dall’Io-poeta, alla variazione di forma (Il tempo stesso viene deformato) ed inserito in un testo (“Polmoni insufficienti”) riferito all’azione propria del vivere, ovvero il respiro, atto involontario che accomuna tutti i deformi e rende palese il vivere anche al poeta che ne scrive (Ma perfino vivo) e che sembra concedere benevolenza solo in un caso, quando parla del sorriso (! oh, il sorriso che non bisogna di respiro) che, essendo esente, come si legge nella poesia, dall’atto del respiro-vivere non può essere ascritto al negativo-deforme di cui soffriamo tutti, artisti nel riconoscerlo ed esseri umano nella mancata accettazione e che si pone, quindi, come unica risorsa di riscatto alla situazione. Sorriso, che non abbiamo difficoltà a credere possa anche essere sardonico e ironico, se messo sulla bocca di un autore come Alberto Rizzi. [Angela Greco]

*

Alberto Rizzi (Arco di Trento, 1956), nella foto qui sopra, risiede da sempre nella Provincia di Rovigo ed è attivo professionalmente in poesia dai primi Anni ’90. Secondo Mauro Ferrari – quasi l’unico critico che ne abbia seguito l’attività – è uno dei migliori esempi in Italia di “autore sommerso”: espressione con la quale identifica quegli autori, che vengono ignorati dal sistema italiano della cultura; sistema gestito perlopiù secondo regole mercantili e clientelari.

            Nel caso di Rizzi questa “disattenzione” non può stupire, fin dal momento in cui si legga la frase che ne sottolinea l’immagine nell’home page del suo sito (www.seautos.it). La sua predilezione per temi di critica sociale o comunque disturbanti – secondo l’ipocrisia che caratterizza il pensiero democratico – e la sua repulsione verso i premi e gli altri riti che sono cardine della politica del consenso in Italia, hanno fatto il resto.

            Ciononostante, la sua attività gli ha riservato notevoli soddisfazioni, soprattutto alla luce delle difficoltà che ha dovuto affrontare: se la maggior parte delle sue oltre venti raccolte sono apparse per forza di cose autoprodotte in forma di samizdat, Rizzi è riuscito a vedersene pubblicate in maniera corretta (cioè senza ricorrere ai “vanity editors” a pagamento) altre cinque dal 1994.

      Di queste solo “Poesie incitanti all’odio sociale” (uscito per la Puntoacapo Edizioni di Novi Ligure nel 2008) risulta essere ancora reperibile. Gli altri (Opera prima: Non voglio morire a Rovigo” – Padova, Ed. Calusca 1994; “Poesie” – Rionero in Vulture (PZ) Ed. Progetto Siderurgiko 1998; “Piccola trilogia nera” – Modigliana (FC) Ed. Criatu 2000) non lo sono più da tempo. Mentre “L’armadio cromatico” – San Bellino (RO), Ed. L’Archivio della Memoria 2000 è reperibile solo in occasione delle manifestazioni a sfondo sociale alle quali partecipa questa minuscola realtà editoriale.

            Fra le numerose antologie nelle quali è stato inserito va fatto cenno almeno a due “Antologia ecologica minima richiedibile presso l’editore: Lato Selvatico e “Word Poetry Yearbook 2014” apparsa con fondi UNESCO in Pechino. Numerose pure le riviste e le fanzines che lo hanno ospitato nel corso dell’ultimo ventennio. Oltre a una manciata di racconti, apparsi su qualche fanzine e sito web, Alberto Rizzi ha pubblicato finora una sola opera in prosa: il romanzo breve “I pesci nel barile”: ambientato negli “Anni di piombo”, uscito nel 2012 per le Ed. Saecula di Vicenza.

L’imperfezione del diluvio \ An Unrehearsed Flood di Sandro Pecchiari letto da Angela Greco

L’imperfezione del diluvio \ An Unrehearsed Flood, silloge bilingue e terza raccolta del triestino Sandro Pecchiari tradotta dallo stesso autore ed edita per i tipi Samuele Editore (2015, prefazione di Andrea Sirotti) è un libro piccolo soltanto nella lunghezza tipografica, contando appena diciannove componimenti intitolati con numeri romani, che in realtà raddoppiano se si considerano anche i testi in inglese che, per quanto possano attenersi alla lingua madre, risultano comunque nuove poesie nell’atto di affidarsi ad una traduzione, consegnando subito al lettore quella pluralità felicemente conferita al poeta dal luogo in cui vive ed opera, Trieste. E a questa città è dedicata la prima poesia, unico testo a contenere l’unico lemma con una maiuscola, nel mezzo di una poesia completamente priva di punteggiatura, che in tal modo da sola determina il tempo e lo spazio del sonoro e soprattutto del silenzio. Trieste mirabilmente tratteggiata, nei primi tre versi, nel caratteristico poco parlare dei suoi abitanti e nella fisionomia del suo territorio, dove la città stessa per vivere scala il proprio dislivello in cerca di aria (Trieste rincorre \ scostante di parole \ l’aria inerpicata) in una metafora della quotidiana sopravvivenza da cui non è escluso nessuno (tutta la città rincorre l’aria) e nemmeno il poeta, indirizzando subito il lettore verso l’argomentazione della poesia, un affanno, una difficoltà, un dolore con cui si deve fare i conti (non è la vocazione dei viticci \ sviluppare rami e fiori e ombre \\ non è questo \\ l’essenziale è arrampicarsi \ per sforzare i legami \ se non li manteniamo).

Sandro Pecchiari dosa le parole e la sofferenza tra spazi bianchi e silenzi chiarissimi nei suoi testi, rallentando il tempo per meglio avvicinarsi alla questione, al nocciolo, all’essenza del suo dire. La maggioranza delle poesie si snoda tra una voce principale ed un destinatario, un io ed un tu, che non identificano nessuno in particolare, ma che definiscono con precisione il campo delle azioni espresse in versi, dell’accaduto e della reazione a quanto accaduto, senza mai esplicitare nulla e senza ingabbiare il lettore in qualcosa di definito e preventivamente svelato (siamo conseguenze di una impossibilità \ […] si cade per mancanza). In alcuni testi, invece, il poeta parla in prima persona, lasciando intendere che forse anche l’altra persona è qualcuno che gli appartiene, se non egli stesso, aprendo, quindi, la lettura ad un dialogo con se stesso, ad una interrogazione intima (potrei alzarmi e sbattere le porte \ ma non sarei rumore) e alla ricerca, sempre in se stesso, di quella soluzione che sembra rincorsa per tutta la silloge e, con buona probabilità, riferita alla stessa decisione, sofferta, di vivere nonostante tutto e tutti (non mi sveglierò \\ la rotta si biforca \ come una cerniera).

Il verso breve e brevissimo di cui si pregia Pecchiari ne L’imperfezione del diluvio è consono all’attesa, a quell’inerpicarsi di cui in apertura, alle prese di fiato durante la scalata, alla compartecipazione del silenzio di cui nei suoi versi, scritti sulla pagina inframezzati da molti spazi bianchi, che realizzano nel lettore l’immagine di qualcuno che, mentre scrive, alza lo sguardo dal foglio verso un punto non identificato dell’orizzonte, lontano, solitario, immerso in qualcosa di più grande e tale da non poter essere espresso (il non-tempo che allaccia \ l’imperfezione del diluvio). Questa silloge è anche un doloroso tributo alla solitudine, all’adattamento ad essa; un percorso di elaborazione di una condizione passata, che ha messo a dura prova il poeta (non hai colpa \ di queste albe di calce \ inefficace sulla pestilenza \ del tuo abbandono) e che in un qualche modo fa comprendere al lettore quell’imperfezione attribuita al diluvio di cui nel titolo: il diluvio, in fondo, quando è perfetto sommerge tutto, non dà scampo. Qui, invece, qualcuno o qualcosa si è salvato, vivendo una condizione non scelta, ma accettata di buon grado, come si legge nel componimento XIX, l’ultimo, non ho appreso \ l’etichetta della perdita \ i rituali dell’andare \\ l’esilio permane \ anche per chi resta. Condizione che, però, a noi lettori ha concesso il dono grande della poesia di Sandro Pecchiari. [Angela Greco]

*

poesie tratte da L’imperfezione del diluvio \ An Unrehearsed Flood di Sandro Pecchiari

I

Trieste soars upstream
its gusts of air
spare with words
spears steeples
inside the horizon

exiled en route
from childhood
up there along past paths
we desert life
provided we recall

history would be written later


 
I

Trieste rincorre
scostante di parole
l’aria inerpicata
fiocinando campanili
dentro l’orizzonte

esuli nella rotta
dall’infanzia
lassù nelle vie di ieri
dismettiamo la vita
purché la ricordiamo

la storia l’avremmo scritta dopo

§

XI

I can’t go before you go
witness of a life

stuffed with chemo 

you shall die here inside me, in my arms
telling the spare beads of the night

but I’m losing count if I’m watching you
and with your hands I trespass  

the non-time that binds
an unrehearsed flood 

 

XI

non poter andarmene prima che tu vada
testimone di una vita
ingozzata di chemioterapia

dovrai morirmi qui dentro, tra le braccia
sgranando i secondi rimasti della notte

ma perdo il conto se ti guardo
e varco assieme alle tue mani

il non-tempo che allaccia
l’imperfezione del diluvio

§

XIX
.
today I cannot bear
to smell these emptied walls again
to show up somewhere else
.
I have not mastered
the etiquette of leaving
the rituals of passing
.
the exile continues
even within the ones who stay
.
.
.
XIX
.
oggi non posso ancora
questo odore di pareti svuotate
l’esporci altrove
.
non ho appreso
l’etichetta della perdita
i rituali dell’andare
.
l’esilio permane
anche per chi resta

 .

Sandro Pecchiari è laureato in Lingue e Letterature Straniere, con una tesi sull’opera poetica di Ted Hughes. Ha pubblicato due raccolte per Samuele Editore di Fanna, Pordenone: Verdi Anni (collana Scilla 19, marzo 2012) e Le Svelte Radici (collana Scilla 33, dicembre 2013). Questa è la sua terza raccolta che completa la trilogia. Le sue raccolte sono state presentate all’interno del programma televisivo “Le Parole Più Belle”, Telecapodistria, Slovenia, nel 2014 e 2015. Suoi lavori sono apparsi in numerose antologie (fra cui la Collana dei Poeti Contemporanei 2013 e 2014, lʼAlbanian Antologjive Poetike Universale Korsi e Hapur – Open Lane 2014) e sono stati presentati al New York City Poetry Festival 2014 e alle Residenze Estive 2014 presso il Castello di Duino. Alcuni suoi scritti sono stati tradotti in inglese, in albanese e sloveno. Alcune sue traduzioni dall’inglese sono visibili nel sito della casa editrice Caitlin Press. È membro della giuria della Festa della Letteratura e della Poesia di Duino e collabora continuativamente con la rivista di settore “Traduzionetradizione” (Press Point, Milano) e con la rivista “L’almanacco del Ramo d’Oro” (Trieste).

Flavio Almerighi, tre poesie da Storm Petrel con una nota di lettura di Angela Greco

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Flavio Almerighi, tre poesie da Storm Petrel

Edizione bilingue italiano-inglese di Procellaria (2013, Fermenti, Roma) – English translation 2016 by Xenos Books, in collaborazione con Chelsea Editions, New York;  traduzione di Steven Grieco-Rathgeb

*

da Procellaria / Storm Petrel 

Rosso d’uva
.
Questa notte un uomo
col ghigno
di un’acquasantiera
mi ha gettato
un giornale in faccia
poi mi ha accoltellato,
.
rosso d’uva
il sangue corre
dove non è mai stato
mi porta dietro,
quanto silenzio – penso
mentre muoio
.
e mi sveglio.
 .
.
       Red Grape Juice
.
Last night a man
with the snigger
of a holy water font
threw a newspaper
in my face
and then knifed me –
.
red grape juice
the blood gushes
where it never was,
takes me with it,
what silence – I think
as I’m dying –
.
then I wake up.
.
.
.
Poco importa
.
Siano morti o ancora vivi
poco importa
specialmente dove non c’è sole,
è tutto diverso il frasario logoro
prestato agli indigenti
cui l’usato è garantito.
.
Coscienze di mulini a vento
sveglie già appisolate
di gente eternamente distratta,
altri non si sono alzati
mai più, senza sconto poco importa
siano morti o ancora vivi.
.
.
       What Does It Matter
.
Are we dead or still alive
what does it matter
especially where there’s no sun,
the worn-out phrases are all different
loaned out to the indigent
whose secondhand is certified.
.
Awareness of windmills
wake-up calls right back to snooze
of people forever absent-minded,
others never got up
again, without a rebate what does it matter
whether they’re dead or still alive.
.
.
.

Estranei

la genialità dei fatti
implica interpretazione,
la lingua non deroga
oltre un cilicio di glicine,
.
resta se puoi.
Se necessario parti
anima rampicante
di dubbia radice
.
agli antipodi perfetti
trovi l’esatto opposto,
la poltroncina rossa illude
grandi quantità di spazio
.
la vena migliore
indurita di vento,
ossidata
da lunghi momenti di lampada
.
ma quando scegli
un nome di cosa o persona
i migliori restano
gli altri sono tutti estranei
.
.
               Strangers
.
That facts have their own genius
requires interpretation.
Language does not deviate
beyond a hair shirt of wisteria.
.
Stay on if you can.
If necessary leave,
creeper soul,
with your dubious root.
.
At the perfect antipodes
you find the exact opposite,
the little red armchair deceives
large quantities of space,
.
the best vein
wind-hardened
oxidized
by the long moments of a sunlamp,
,
but when you choose
a name for something or somebody
the best remain
the others are all strangers.
.
.

http://www.chelseaeditionsbooks.org/Almerighi.htm

*

Procellaria \ Storm Petrel quasi alla stregua di un noir, si apre subito con una poesia che si imprime nel lettore anche dal punto di vista visivo: la notizia di un uomo, che ha accoltellato il protagonista, in un flash dal sapore narrativo che regge in maniera superba anche il genere poetico, dove si legge la materia umana che verrà affrontata nell’intera silloge, riassunta in versi quali il sangue corre \ dove non è mai stato \ mi porta dietro, \ quanto silenzio – penso \ mentre muoio, che sul finale, con una virata imponente, e mi sveglio, approdano ad una condizione che possiamo immaginare salvifica per il poeta stesso (Rosso d’uva).

Il libro, per dichiarazione del suo stesso autore, ha visto la luce in pochi mesi, seguendo l’andamento non lineare di un momento difficile vissuto a monte della stesura dei testi, che di fatto incalzano, affannano il lettore, lo coinvolgono e lo appassionano, ammettendo con consapevole drammaticità che Verso sera portiamo nervi gracili a spasso (Lunghe ombre), mentre l’essere umano, che qui diventa protagonista attraverso il poeta, riflette e accetta la sua condizione rispetto a quanto accade intorno – Il resto scivola via tranquillo, \ rimango qui sul solito scoglio \ come sempre a trattare (Già viste) – come la procellaria di cui nel titolo.

La procellaria, grande uccello bianco e nero, che nidifica sulle rocce in prossimità del mare, depone un uovo a stagione ed usa una tecnica di volo che la porta a muoversi attraverso la cresta di due onde facendo così il minimo sforzo nella fase di volo attivo, come si legge nelle caratteristiche della specie, nel testo omonimo diviene un simbolo del poeta stesso, della sua stessa esistenza, della sua vita, richiamando per analogia Baudelaire ed il suo albatro; ma, mentre nel testo del poeta francese, il volatile – simbolo del poeta – viene estromesso dal suo ambiente naturale, perdendo quelle sue connotazioni specifiche, qui è il poeta, che simbolicamente diviene il volatile e torna a quello stato di natura crudele, ma necessario, troppo spesso abbandonato da una certa poesia, divenendo lui stesso colui che sorvolerà le acque agitate, del vivere quotidiano s’intende, perché l’unica mia vita \ è trovare altra forza \ continuare a predare (Procellaria). Questa simbologia è in maniera commovente sostenuta anche nel testo “Il mio cuore”, in cui si ritrova la natura dell’uomo-poeta e del volatile: L’indole incendiaria \ ruota avvertita intorno \ a un piccolo perno \ lasciando tracce di rosso, \ il mio becco non colpisce \ afferra nell’ambito di una poesia che contiene a parer mio alcuni tra i versi più densi di significato dell’intera raccolta: Ripercorro l’altare \ nel lasso di due calici \ e due candele accese, richiamo al sacrificio, in una scena di amore e morte al contempo innestata su un contesto dai forti richiami sacri.

Procellaria \ Storm Petrel è un libro di consapevolezza della parte meno docile di sé, Ogni onesto predatore\ è mansueto, io no \ sleale da sempre \ so di non esserlo (Ogni onesto predatore) e contestualmente di conoscenza e tentativo di accettazione non solo di ciò, ma anche della storia quotidiana e di quella remota rispetto al momento contingente della scrittura, che diventa un mezzo per divenire tutti i personaggi, che hanno attraversato la storia vera o acquisita per conoscenza del poeta; cifra, quest’ultima, che si ritrova in molti lavori di Flavio Almerighi, che attraverso la poesia dà voce e al contempo diviene ogni figura che richiama in vita, in un rimescolamento temporale, che conferisce rapidità al testo, come ad esempio si legge negli ultimi versi de “La recessione”:

I banditi hanno facce da impiegati onesti,
i funzionari di partito hanno adottato le modernità,
alzano la gonna di impegni ben più sciolti
smerciano nero di seppia senza luna.
Lo zoccolo del cavallo è infranto a terra
poco distante un fuoco,
berlino Millenovecentoquarantacinque
mangiamo carne scottata nel silenzio decomposto
del mondo che è già qui.
.

Tra le ultime poesie prima dell’Appendice, nei versi nessuno sa vederti \ come ti vedo io \ senza occhi interessati \ e secondi fini tratti da “Solo so guardare” sembra finalmente sciogliersi, anche solo per un breve momento, la tensione che ha accompagnato il lettore per tutto il libro; tensione che, invece, rimane perfettamente presente nella lucida consapevolezza mostrata ne “Le cose funzionano” (in “Appendice”), dove si legge le trasmissioni proseguiranno \ fino alle sei del mattino \ con il Notturno dall’Italia. \ Il vento non si abbasserà, versi in cui la coscienza del vivere prescinde la stessa poesia, consegnando Flavio Almerighi a quella schiera di poeti che marcano distintamente il territorio della Realtà con la grazia della loro sensibile visione, ma senza mai perderla di vista. [Angela Greco]

.

almerighi-covFlavio Almerighi è nato a Faenza il 21 gennaio 1959. Sue le raccolte di poesia: Allegro Improvviso (Ibiskos, 1999); Vie di Fuga (Aletti, 2002); Amori al tempo del Nasdaq (Aletti, 2003); Coscienze di mulini a vento (Gabrieli, 2007); Durante il dopocristo (Tempo al libro, 2008); Qui è Lontano (Tempo al libro, 2010); Voce dei miei occhi (Fermenti Editrice, 2011); Procellaria (Fermenti Editrice, 2013); Sono le Tre (Lietocolle, 2013); Caleranno i Vandali (Samuele Editore, 2016); Storm Petrel, edizione americana di Procellaria, traduzione di Steven Grieco (Chelsea Edt. New York). Alcuni suoi lavori sono stati pubblicati da prestigiose riviste quali Tratti, Prospektiva, Il Foglio Clandestino.

Gino Rago, una poesia dal Ciclo di Troia con una nota di lettura di Angela Greco

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Gino Rago
Le sonagliere dei mirti vanno verso il porto

Ettore senza scudo quasi a cibare i corvi.
Astianatte nella Pietas di braccia senza carne.
Andromaca. Né più moglie né madre.
Ecuba ora perde la parola. Non emette
un’onda la sua voce. Le rimane solo il gesto.
Il linguaggio dei segni volge sulle schiave
e a sé soltanto dice: «Nella terra di quali uomini
sono giunta? Sono selvaggi, senza giustizia,
o nella mente serbano e nei gesti
anche un esile rispetto degli dèi?».

Nell’Isola di Ulisse un poeta scioglie il canto
per la forestiera giunta come schiava:
« Sei bella. Sei bella come una Regina
con quei capelli tutti inghirlandati.
Slegali. Trema tutta la terra
se ti vanno a sfiorare
le caviglie alate…». Un pastore (o un dio
greco) a Ecuba offre una ricotta calda.
Non guerrieri più all’orizzonte ma capre.
Soltanto capre sul prato di smeraldo.
«Ogni campano cerca la sua capra, ogni capra
il suo campano. Duecento strumenti
antichi come il pane. L’Isola è una cassa
di risonanza fra l’altopiano e il mare».
Ecuba fa sue le parole del pastore.
(Rammenta che fu la capra Altea
a dare latte a Zeus ancora in fasce).
Ma un refolo salmastro tormenta la sua chioma.
Muore lo Scamandro fra i due accampamenti.
Si essiccano le fonti. Non è più lieto il timbro
delle due sorgenti sotto Troia.
E’ troppo mesto il cuore in esilio.

Le sonagliere dei mirti vanno verso il porto.
Odisseo tace. Beve a una coppa. Scruta il ventilabro.
I flutti lo richiamano. Lo invitano alla sfida.
Ecuba osserva il suo padrone. Ne avverte i palpiti.
Ne conosce i fremiti. Ne indovina i piani.
Ma Ilio è perduta. La sua città la inonda di ricordi.
E nelle mani stringe le carni sempre vive dei suoi morti.

(inedito)

.

Nota di lettura di Angela Greco.

Siamo nel post-bellico, nel periodo immediatamente successivo ad una guerra (che rappresenta profeticamente pur nel mito, il primo scontro tra Europa e Asia nord-occidentale nello specifico), in quel limbo temporale in cui spesso vengono esemplificativamente designati i protagonisti in vincitori e vinti, ma che di fatto, alla luce delle perdite e dell’effettivo bilancio finale, non ha ancora ben chiaro i ruoli, e che annovera, stando alla maggior logica, Odisseo tra i vincitori ed i troiani tra i vinti.
Gino Rago, in questi suoi versi sul Ciclo di Troia, inverte in ben due punti la logica della stessa poesia, che vorrebbe, a fronte di argomentazioni epiche, il canto celebrativo non già rivolto ad una donna, che non sia la Musa o la dea, s’intenda, destinato fondamentalmente alla figura cardine dell’eroe vittorioso e alle sue gesta, che intonato per la controparte, peri vinti, che non credo si possano definire perdenti, se non dal punto di vista militare strettamente legato all’esito della battaglia. Quindi, siamo già difronte ad una lettura, che non ci condurrà per sentieri pervi, quanto piuttosto su una strada sassosa, che di continuo metterà in dubbio alcune certezze. Prima fra tutte, leggendo questo testo proposto, se Odisseo sia davvero colui che ha fatto schiava la regina Ecuba e chi sia realmente lo schiavo tra i due e di chi.3012717094_85ed27db1a
Ecuba viene dislocata per rafforzare la gloria di Odisseo, per supportare il senso di possesso del vincitore; viene deportata, spostata contro la sua volontà al pari di un oggetto, divenendo di fatto bottino di guerra del re di Itaca, che la conduce su quell’isola, che è “una cassa di risonanza fra l’altopiano e il mare”, ovvero fra la sua terra e questa nuova terra a cui è costretta; Ecuba, in questa condizione particolare, accoglie su di sé il destino delle cose, divenendo ella stessa “oggetto” e divenendo custode della memoria di quegli stessi luoghi, oggetti, azioni, persone, ormai distrutti con Ilio; diventa quasi un diario, una sorta di libro che salva dall’oblio una storia, la sua storia, quella che Odisseo non potrà mai toglierle. E già per questo, per la libertà del pensiero e della volontà di memoria di Ecuba, la regina non sarà mai schiava di nessuno ed Odisseo, di contro, entrerà a far parte degli sconfitti, poiché illuso di aver ridotto in schiavitù la regina soltanto per averla condotta fisicamente con sé. In pratica Rago palesa una condizione mai mutata tra uomini e donne, laddove i primi sono ancora oggi convinti che possedere il corpo-simulacro di una donna ne determini il suo possesso completo, nelle nuove schiavitù a cui assistiamo in questo nostro secolo.
Discorso di spostamento dei ruoli, che nei versi finali del componimento diventano sottili letture psicologiche, analisi profonda delle persone più che dei personaggi, rivelando la dote non comune di un poeta uomo capace di farsi voce di una donna e della condizione della donna, della quale conosce molto bene anche il fare tutto femminile di voler in qualche modo sempre avvicinarsi più alla mente, ai pensieri di un uomo, che alle sue vittorie:

“Odisseo tace. Beve a una coppa. Scruta il ventilabro.
I flutti lo richiamano. Lo invitano alla sfida.
Ecuba osserva il suo padrone. Ne avverte i palpiti.
Ne conosce i fremiti. Ne indovina i piani.
Ma Ilio è perduta. La sua città la inonda di ricordi.
E nelle mani stringe le carni sempre vive dei suoi morti.”

Ecuba osserva quello che nella realtà è il suo padrone per motivi tecnici, soltanto per logica militare, e nei versi di Gino Rago sembra tangibile quel suo intercettare i palpiti di Odisseo, re guerriero, che non trova pace nella stanzialità a cui è approdato dopo l’ultima vittoria. “Indovina” è verbo che sottolinea bene l’agire di una donna, ovvero basato maggiormente su entità non concrete, non razionali, quelle che la muliebre Ecuba esterna nel comprende anche colui che l’ha resa schiava, da donna che nulla e nessuno ha cambiato, né cambierà. Due versi Ecuba osserva il suo padrone. Ne avverte i palpiti. \ Ne conosce i fremiti. Ne indovina i piani di sublime conoscenza e celebrazione del femminile in cui il poeta sembra porgere il suo personale tributo a tutto il genere per poi ricollocare immediatamente tutti nel loro preciso ruolo, lettore compreso, riallacciando tempi e modi con il nostro presente dove una città sconfitta rimane una città sconfitta ed i ricordi non cambiano l’accaduto, anche se una regina rimane una regina per sempre. A Gino lascio con stima questi miei tre versi scritti per la sua Ecuba. Da donna a donna.

“Non piegherà nessuno la regina.
Nessuna volontà se non la sua.
Impari il re a starle accanto.” | (AnGre)

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E’ possibile leggere altre poesie dello stesso Auotore tratte dal Ciclo di Troia, cliccando sul seguente link:  Gino Rago: Noi siamo qui per Ecuba: « metafora delle vittime »

 

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penna-stilograficaGino Rago nato a Montegiordano (CS) il 2. 2. 1950, residente a Trebisacce (CS) dove, per più di 30 anni è stato docente di Chimica, vive e opera fra la Calabria e Roma, ove si è laureato in Chimica Industriale presso l’Università La Sapienza. Ha pubblicato le raccolte poetiche L’idea pura (1989), Il segno di Ulisse (1996), Fili di ragno (1999), L’arte del commiato (2005). Sue poesie sono presenti nelle Antologie curate da Giorgio Linguaglossa Poeti del Sud (EdiLazio, 2015) e Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Progetto Cultura, Roma, 2016).

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penna e calamaioAngela Greco è nata il primo maggio del ‘76 a Massafra (TA). Ha pubblicato: in prosa, Ritratto di ragazza allo specchio (racconti, Lupo Editore, 2008); in poesia: A sensi congiunti (Edizioni Smasher, 2012; 2017, seconda edizione con prefazione di Flavio Almerighi); Arabeschi incisi dal sole (Terra d’ulivi, 2013); Personale Eden (La Vita Felice, 2015, prefazione di Rita Pacilio); Attraversandomi (Limina Mentis, 2015, con ciclo fotografico realizzato con Giorgio Chiantini e nota introduttiva di Nunzio Tria); Anamòrfosi (ed.Progetto Cultura, Roma, prefazione di Giorgio Linguaglossa). È ideatrice e curatrice del collettivo di poesia, arte e dintorni Il sasso nello stagno di AnGre.

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 – immagine d’apertura e dettaglio (Ecuba): Ettore giovinetto si arma tra Priamo ed Ecuba, anfora attica a figure rosse di Eutimide, Monaco, Staatliche Antikensammlungen (dal web) –

 

Flavio Almerighi, Caleranno i vandali – nota di lettura di Angela Greco

Gianni Gianasso - studio per Breaking - Personale Eden poesie di Angela Greco - La Vita Felice 2015

La poesia di Flavio Almerighi, come ho scritto di recente in un commento, taglia, come un foglio preso nello stesso verso, quando nemmeno senti il lacerare della pelle e vedi direttamente il sangue. Ogni elemento della sua poesia ha un ruolo preciso, non casuale, e solo in apparenza versi così contratti potrebbero sembrare anche semplici da realizzare. Invece, più è asciutto il verso, maggiore è il peso dei suoi costituenti, senza dubbio.

Caleranno i Vandali, edito dalla Samuele Editore nel 2016 – con prefazione di Rosa Pierno ed una efficace copertina, che ritrae un uccello nero posato su un filo nel terzo inferiore di un cielo dalle tonalità temporalesche, opera di Gabriella Kuferzin – offre un’ampia scelta della produzione poetica del poeta romagnolo, nato a Faenza il 21 gennaio 1959.

Il volume è suddiviso in due sezioni, “Le parole cambiano” e “Le parole finiscono”, ed offre al lettore testi pieni di immagini, di sequenze, di personaggi e punti di vista dell’autore, disegnando un mondo preciso, razionale, tendente alle tinte scuramente realistiche, a volte liberi dagli obblighi della grammatica, in un verso libero e preciso – come detto in apertura – nella posizione dei costituenti, ricco di aggettivazioni che colpiscono il lettore (Anni impiccati; I bambini dormono / offesi perché nati; e il mare accigliato a destra; col chiasso orientato, solo per citarne alcuni).

Osip Mandel’stam e Arsenij Tarkovskij introducono le sezioni del libro, invitando il lettore alla poesia russa, una poesia, quindi decisamente distante da quella praticata e frequentata in Italia e nuova rispetto ad essa. Rimandi al sociale e alle figure che popolano la società sono elementi costituenti queste poesie di Flavio Almerighi; ed ecco che si incontra la bambina uccisa tratta dalla cronaca nazionale; la puttana di turno nei paesi e nelle città di ognuno; ma anche il panettiere, la vicina di casa, le città ed i paesaggi del suo reale, la squadra di calcio e l’episodio storico magari ascoltato tanto tempo prima, quando mai si sarebbe pensato, un giorno, di scrivere poesia. Flavio ha capacità cinematografica di inquadrare il dettaglio, l’attimo, e di raccontarlo, di attraversarlo, con la tecnica di chi sembra non essere parte di quel vissuto, con la distanza giusta per non scadere nella retorica o nel sentimentalismo.

Anche quando parla d’amore, Almerighi si riserva quella malinconia e quel malcontento di chi ha vissuto e a malincuore oggi vive altro dai suoi versi, dal giorno di luce che si intravede nel retroscena e che mai appare chiaro sulla scena. Apprezzabile, molto secondo me, nel procedere della lettura, il lascarsi andare, il non rimanere ammanettato ad una sorta di insicurezza, che nelle prime poesie emerge come una certa rigidità formale che un po’ mette distanza.

(Angela Greco)

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poesie tratte da Caleranno i Vandali di Flavio Almerighi

IO SONO IL PROSSIMO

rincoglionito tra due cani dolci,
io sono il prossimo;
dentro un vestito
ampiamente vissuto,
io sono il prossimo;
rapito nel vento improvviso,
io sono il prossimo;
distratto e senza accorgermi
di cosa c’è ai miei piedi,
io sono il prossimo;
menù fisso 13€ bevande comprese
non li ho,
io sono il prossimo;
un telefono portatile
e per casa la soglia di un palazzo,
dopo un temporale
viene giù il sereno,
io sono il prossimo;
le città, anulari vuoti
dove ho perduto
anzitempo mio padre,
io sono il prossimo
.
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DI TUTTI I RICORDI CHE TI HO DATO
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Alla mia età si diventa orfani
dei figli, ma
di tutti i ricordi che ti ho dato
terrei per noi quell’eroe di guerra,
Onestini mi sembra si chiamasse,
morto di spagnola nel Ventuno,
la sua edicola dimenticata accesa
incubava tuorli di passero,
tu li vedevi vivi, curiosa salivi
a osservare i becchi aperti e muti
nel via vai infinito della fame
del bisogno di mettere piume
avere voce e diventare cattivi.
.
Al tuo ritorno erano ripartiti.
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DUE INVERNI FA
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ricordo tanta pioggia
due inverni fa
il cielo compatto
di grigia lontananza,
vastità mai profonda
che non contemplava
neppure un cinema.
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Chiudi bene la porta,
chiudila a doppia mandata,
che nessuno venga a rubare
questo opificio di macerie.
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Niente più vissuto
il destino ha denti aguzzi
nessuno sconto.
La vita cambia,
le squadre pareggiano
i bilanci no, forse
assomiglio a un uomo
.
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PARADOSSO DELLA POESIA
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esulta canta si deprime
non parla e dice,
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dopo un po’
fa solo male agli occhi
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UNA AGGIUNTA
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Il cuoricino attecchisce e batte
come basilico in agosto.
Sia stata colpa la sconterà
poco importa,
ha attraversato dardanelli
colonne d’ercole, campi catalauni,
inseminato necrologi,
delle prossime vele farà fiamme.
Anna avrà un bambino
ha fatto la sua rivoluzione.
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flavio-almerighi-cop_1024_x_768Flavio Almerighi
è nato a Faenza il 21 gennaio 1959. Sue le raccolte di poesia: Allegro Improvviso (Ibiskos, 1999); Vie di Fuga (Aletti, 2002); Amori al tempo del Nasdaq (Aletti, 2003); Coscienze di mulini a vento (Gabrieli, 2007); Durante il dopocristo (Tempo al libro, 2008); Qui è Lontano (Tempo al libro, 2010); Voce dei miei occhi (Fermenti Editrice, 2011); Procellaria (Fermenti Editrice, 2013); Sono le Tre (Lietocolle, 2013); Caleranno i Vandali (Samuele Editore, 2016). Di imminente uscita Storm Petrel, edizione americana di Procellaria, traduzione di Steven Grieco (Chelsea Edt. New York). Alcuni suoi lavori sono stati pubblicati da prestigiose riviste quali Tratti, Prospektiva, Il Foglio Clandestino.
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immagine d’apertura: Gianni Gianasso, Studio per Breaking, coll. privata

Roberto Bertoldo, quattro poesie da Il popolo che sono commentate da Angela Greco

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Roberto Bertoldo, Il popolo che sono (Mimesis, Milano 2015), quattro poesie

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Io parlo poesie
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Io parlo poesie come i fabbri schegge
e festuche i falegnami,
amo per quel diluvio
che non potete dimenticare,
vivo come i veggenti,
scrivo da passatore.
Ho spade di legno
e l’arca di ferro,
una pagina di idee
e altri materiali sul ceppo.
Conosco la morte
perché è stata sulla penna
che ha scritto ‘bambini’,
conosco le mani disonorate
perché il vento vi ha inciso
le sue folate,
so dei rapaci che volano bassi
più della mia colpa
e aspettano che forgi il verso
di cui farmi sepolto.
Ma io ho, dentro di me,
il popolo che sono.
.
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I distici della notte
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Vi abbiamo addossato le nostre tomaie
per affrancarvi dalla parola venduta,
la poesia ha decretato l’offesa:
non morirete con il canto alla gola,
le nostre mani che hanno terra
tra le fessure delle falangi
gridano con gli ultimi tendini,
fino a troncare il colore pingue
dei vostri aggettivi.
La notte opprime i distici,
vuole un’ampia dichiarazione,
impoetica per di più.
Sulla grata del confessionale
i versi si frantumano,
la tonaca si macchia di rime
e accessori annessi,
il rosario che sproloquia
sulle gambe del messia
sputa i semi delle metafore.
Qualcuno ha gridato la verità
più fortemente delle vostre lamentele,
nababbi di apollo,
gentilizi dell’anima.
Oh poeti, poeti, quale emblema
il mio osso di popolo vi estorce
quando la bocca avete sulla platea
per la tenia degli applausi?
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Poema delle folate (il popolo tradisce)
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Si sono riaperte, dentro, le note della malinconia
per il perdersi dei giorni
forse qualcuno capirà questa spesa di emozioni
e avrà carezze per i marmi
ma le notti di solitudine nascondono la pelle
come fosse mille volte dietro i ceri
e file di pellegrini dalle mani bacate
non riempiranno d’amore la cesta dove crolla il mio capo.
Chi mi ha ucciso conosce i rantoli
li porta sul sorriso della sua lama
e chi ha assistito alle folate dei secoli
tra i miei capelli sepolti
sa che gli inverni portano ancora
i fiocchi freddi dei deserti.
.
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Iraq
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Fatemi delirare l’amore
prima di sorprendere i mercati
coi vostri deliri di glicerina nitrata,
io li conosco gli avventori,
i loro occhi, la bocca e lo scarnito,
la fame che farfugliano,
rinvengo le verità e le altre carabattole
nel campo delle mie aritmie.
Oh, questi versi che marciscono
per troppa passione, tra le mie scapole
incontrano la notte che ghermisce.
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popoloHo riletto queste quattro poesie di Roberto Bertoldo proposte da Giorgio Linguaglossa in un commento sulla sua Rivista L’Ombra delle Parole; un lavoro complesso, che si estende su differenti piani del sapere e del sentire. Non è semplice uscire dall’idea di poesia come ancora oggi la si legge e troppo spesso intende, ovvero avere a che fare con una poesia completamente spoglia di lirismo e di orpelli, dove ogni parola – come giustamente ha osservato lo stesso Linguaglossa – è un termine, un punto di arrivo, un capolinea da cui è anche possibile intraprendere la corsa successiva, ma dove il più delle volte ogni termine è un piccolo mondo a se stante dove sostare, ruotando il capo intorno per riuscire a percepire l’intera poesia. Questi quattro testi di Bertoldo si configurano nella mia mente in una scena precisa (e già siamo oltre la semplice immagine in cui una poesia riuscita dovrebbe configurarsi; ma ancor di più qui l’esito finale sembra essere dato dalla poesia e dal lettore insieme): il lettore, solo, immerso in uno spazio senza muri e senza limiti, quasi vagasse nell’universo, simile all’astronauta che esce dalla navicella e inizia ad esplorare uno spazio del tutto nuovo, mentre su di lui convergono, da ogni punto i termini e i versi, come frecce appuntite che colpiscono in ogni punto. E, suppongo, che in questo si concretizzi quella pluridimensionalità di cui in un commento di Linguaglossa (Qui), ovvero una poesia capace di procedere in ogni direzione, che ti arriva addosso e dentro e tu devi muoverti a 360° e sopra e sotto anche, per intenderla nel suo insieme, nella sua pluralità.

Sono sicuramente poesie in cui il poeta si pone in un luogo privilegiato, come se già conoscesse qualcosa che è accaduto [Io parlo poesie; Conosco la morte] e tentasse di dirne al lettore; ma, di fatto, nonostante la precisione di alcuni riferimenti (mestieri e materiali ad esempio) non è dato di sapere il luogo e il tempo della poesia. Sempre nel primo testo, il valore dell’Io è di fatto un plurale, che viene reso manifesto dall’ultimo verso [il popolo che sono] e, quindi, un uso del pronome agli antipodi con quanto accade nella poesia maggiormente diffusa oggi, dove “io” è accentramento, egocentrismo, personalismo, qui, invece, l’io sviluppa una forza centrifuga. Ancora nel primo dei testi proposti, si legge:

so dei rapaci che volano bassi
più della mia colpa
e aspettano che forgi il verso
di cui farmi sepolto
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una metafora in cui incontriamo uccelli in procinto di predare qualcosa, forse il poeta stesso, che sa bene che questa sua poesia lo condurrà a questo scontro, tra lui e coloro che aspettano il suo passo falso; il poeta, però, trae forza [Ma io ho, dentro di me, / il popolo che sono] da tutto quanto ha ed è ed è interessante notare come Bertoldo in due soli versi sia capace di racchiudere tutta la tradizione e il vissuto nella parola “popolo”, che comprende tutto un campo semantico della vita quotidiana, storica, sociale e civile.

I versi seguono una consequenzialità che (forse) è nota solo al poeta e al lettore non rimane che arrendersi a questa onda – sinusoide per la precisione, come lo ha definito Giorgio Linguaglossa, che bene rende l’idea materialmente grafica – seguendone i movimenti di serpente, abile con un solo tratto (quello del verso steso sul foglio simile a quello del rettile steso sul terreno) a schivare ogni ostacolo e capace di percorrere ogni distanza in qualsiasi verso-direzione (e penso al serpente-verso che sulla sabbia-foglio procede in diagonale, ad esempio); intendendo con questo che a questa poesia, se fosse un essere vivente concreto, non servirebbero mani e piedi per spostarsi, ma le basterebbe la sua sola natura, ovvero sottolineo l’eliminazione di tutto un corredo di elementi superflui di cui spesso la poesia è infarcita. Un sinusoide-serpente, la poesia di Bertoldo, capace di staccarsi anche dalla superficie piana dov’è adagiata, toccando ambiti intimi-interiori, come si può leggere nel “Poema delle folate (il popolo tradisce)”. In quest’ultima poesia, scelta non a caso credo per questa piccola rassegna estratta dal libro “Il popolo che sono”, il poeta appare meno spigoloso e più comprensibile anche ad una lettura meno approfondita – assolutamente necessaria, mi sembra, per ogni testo – in cui anche la malinconia abbandona il suo connaturale significato e non scade in un abbandono, quanto piuttosto sfocia in una sorta di dimostrazione dello stato dei fatti [ma le notti di solitudine nascondono la pelle]; il poeta-popolo (perché in quell’io, io continuo a leggere un plurale) rimane vigile e non cede alla lusinghe del sentimentalismo in cui troppo spesso deriva la malinconia stessa:

Chi mi ha ucciso conosce i rantoli
li porta sul sorriso della sua lama
e chi ha assistito alle folate dei secoli
tra i miei capelli sepolti
sa che gli inverni portano ancora
i fiocchi freddi dei deserti.
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Dell’ultima poesia proposta, “Iraq”, mi ha colpito il fatto che la verità sia qualcosa di poco conto [rinvengo le verità / e le altre carabattole /nel campo delle mie aritmie], che si rinviene al di fuori del ritmo ordinario dei giorni [aritmie], che altera il normale andamento del battito cardiaco ormai intonato sul ritmo della non-verità. Una presa di posizione netta, fin dal titolo, che mette in luce pur senza dirlo, il ruolo del poeta…

Una lettura molto impegnativa, quella di Roberto Bertoldo, che fuga ogni dubbio sulla semplicità che taluni intendono per “poesia” e sulla relativa semplicità di scriverne; una poesia che vaga dentro per molto tempo prima di trovare approdo alla comprensione e alla quale non è consigliato opporsi, cercando il senso stretto di ogni termine o, appunto, la comprensione logica di ogni verso, ma alla quale è consigliato affidarsi-sintonizzarsi, una volta percepita la lunghezza d’onda.

Angela Greco AnGre

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roberto-bertoldo-1Roberto Bertoldo – Nato a Chivasso il 29 aprile 1957. Laureato in Lettere e filosofia all’Università degli Studi di Torino nel 1981 con una tesi sul petrarchismo negli ermetici fiorentini. Si è interessato in particolare di filosofia e di letteratura dell’Ottocento e del Novecento. Dopo una militanza negli anni ’70 come redattore di riviste, poeta e narratore, si è ritirato per 15 anni al fine di proseguire la sua personale ricerca di scrittore. Di questi anni sono una serie di libri di poesia (Nuvole in agonia, Il pan-demonio, Il rododendro) e di narrativa (L’abitudine, Il cammello oltre la cruna, Le favole del fiume d’ebano, I nichilisti, Satio) tuttora inediti. Ha svolto per vari anni consulenze esterne di poesia e narrativa per alcune case editrici. Nel 1996 è tornato all’attività pubblica fondando la rivista internazionale di letteratura “Hebenon”, che dirige, con la quale ha affrontato lo studio della poesia italiana e straniera moderna e contemporanea. Teorico del ‘nullismo’ come superamento del nichilismo assiologico (Nullismo e letteratura, Interlinea, Novara 1998 – nuova ed. riveduta e ampliata, Mimesis, Milano 2011; Anarchismo senza anarchia, Mimesis, Milano 2009; Chimica dell’insurrezione, Mimesis, Milano 2011) e della ‘fenomenognomica’ come titanica proiezione fenomenologica (Principi di fenomenognomica con applicazione alla letteratura, Guerini, Milano 2003; Sui fondamenti dell’amore, Guerini, Milano 2006;Istinto e logica della mente. Una prospettiva oltre la fenomenologia, Mimesis, Milano 2013), ha approfondito varie questioni di teoria della letteratura. I suoi ultimi libri creativi finora editi sono i romanzi Il Lucifero di Wittenberg – Anschluss, Asefi-Terziaria, Milano 1998,Anche gli ebrei sono cattivi, Marsilio, Venezia 2002, Ladyboy, Mimesis, Milano 2009, L’Infame, La Vita Felice, Milano 2010,Satio. La vera leggenda della fine del mondo, Achille e la tartaruga ed., Torino 2015; e i libri di poesia Il calvario delle gru, Bordighera Press, New York 2000, L’archivio delle bestemmie, Mimesis, Milano 2006, Pergamena dei ribelli, Joker, Novi Ligure 2011, Il popolo che sono, Mimesis, Milano 2015. Dirige collane di poesia straniera e di saggistica. (da http://www.hebenon.com/roberto_bertoldo/index.html)

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angela-greco-angre-ottobre-2016Angela Greco (AnGre) – è nata il primo maggio del ‘76 a Massafra (TA), dove vive con la famiglia; ha studiato per diventare perito agrario e ha gettato alle spalle quattro anni di Medicina Veterinaria. Ha pubblicato: in prosa, Ritratto di ragazza allo specchio(racconti,  Lupo Editore, con prefazione di Michelangelo Zizzi, 2008); in poesia: A sensi congiunti (Edizioni Smasher, con una nota di Roberto Ranieri, 2012, di cui è in preparazione la seconda edizione); Arabeschi incisi dal sole (Terra d’ulivi, 2013);Personale Eden (La Vita Felice, con prefazione di Rita Pacilio, 2015); Attraversandomi(Limina Mentis, con una nota di Nunzio Tria, 2015, con ciclo fotografico realizzato con Giorgio Chiantini); Anamòrfosi (in uscita). Premiata con segnalazione alla XXIX (2015) e alla XXX (2016) edizione del Premio Nazionale di poesia Lorenzo Montano rispettivamente nelle sezioni “Opera edita” e “Una poesia inedita” è presente anche in diverse antologie e su diversi siti e blog. Ha realizzato: Uscita d’emergenza (2014) eGenerazione senza (2014), libri d’artista; Irrivelato segreto (2015), opera poetico-fotografica su alluminio; Messa a fuoco (2015), fotografia su legno, per la sensibilizzazione sul tema Ulivo di Puglia. È ideatrice e curatrice del collettivo Il sasso nello stagno di AnGre (https://ilsassonellostagno.wordpress.com/).

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