Vittorio Bodini, due poesie

9~Leuca - Faro di Punta Palascia

Vittorio Bodini nasce il 6 gennaio del 1914 a Bari da genitori leccesi, che prestissimo si trasferiscono a Lecce con lui. A diciotto anni fonda un gruppo futurista e nel 1937 si iscrive alla Facoltà di Filosofia di Firenze, dove si laurea nel 1940; tornato a Lecce, con Oreste Macrì cura le pagine di alcune riviste e pubblica le prime poesie. Nel 1946 si trasferisce in Spagna come lettore d’italiano e poi antiquario e nel 1950 rientra a Lecce, dove dopo due anni riceve la cattedra di Letteratura Spagnola presso l’Università di Bari. Continua ad avere rapporti stabili con il Salento, anche se negli ultimi dieci anni si è trasferito a Roma, dove muore il 19 dicembre 1970. È autore di pochi, ma preziosi libri di poesia: La luna dei Borboni (1952), Dopo la luna (1956), Metamor (1967) e Poesie (1972, postuma).

*

Cade a pezzi a quest’ora sulle terre del Sud
un tramonto da bestia macellata.
L’aria è piena di sangue,
e gli ulivi, e le foglie del tabacco,
e ancora non s’accende un lume.

Un bisbigliare fitto, di mille voci,
s’ode lontano dai vicini cortili:
tutto il paese vuole far sapere
che vive ancora
nell’ombra in cui rientra decapitato
un carrettiere dalle cave. Il buio,
com’è lungo nel Sud! Tardi s’accendono
le luci delle case e dei fanali.

Le bambine negli orti
ad ogni grido aggiungono una foglia
alla luna e al basilico.

da La luna dei Borboni e altre poesie (1945 – 61)

~

Tutto un paese sorge contro un uomo
condannato al coraggio:
le torri aragonesi a rombo sulla scogliera
e le case alte un palmo
(e doverti pregare di sorridere!),
come il cucito su cui cade a picco
il profilo severo delle cucitrici
in una poca luce d’oleandri.
Mi sarebbe costato meno uccidere,
in quest’inefficace lume di luna
schiacciata ai poli e preda di vapori
d’un rissoso occidente,
che dover dire: «un uomo come me »,
e sentire lo spazio per tutti e quattro i costati
torcersi come rame bianco, e le stoppie bruciare
in fumo senza vampe.
Le cose si feriscono anche senza di noi.
Che cos’ha questo viso? Io non avrei dovuto
uscire così illeso dai miei naufragi e segnare
nuovi fatti insensati sul bilancio del vivere,
eppure il tempo non si vendica, serba una traccia
dell’antica fierezza che morì
nelle disabitate tombe sparse
fra questi scogli che corrode il mare
e lo zolfo di sommersi vulcani.
È lì che vaga la notte la tua anima
di uomo come me, di me che credo
in quegli avi sepolti per tanti secoli
con un profilo come il mio
con cui guidavano
il corso delle navi e dei cavalli
e amavano pazienti donne dagli occhi d’uva.
Come si dibatte l’omuncolo nell’intrico del sangue
di quell’offesa somiglianza – e intanto perde terreno!
Vedilo dunque saltare, saltare infinitamente
fra queste tombe greche
accecate di terra, in riva al mare,
sparire nelle grotte, ricomparire
col viso tumefatto dal dolciastro egoismo
d’essere ancora vivo senza pietà.

da “Dopo la luna” 1952-1955

*

in apertura: Faro di Punta Palascìa, Otranto (LE)

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