Pontormo, La Deposizione – sassi d’arte

Deposizione PontormoPontormo, La Deposizione – a cura di Giorgio Chiantini & AnGre

Jacopo Carucci, detto Pontormo, nacque a Pontorme, vicino Empoli nel 1494 e morì a Firenze il primo gennaio 1557. Enfant prodige della pittura, lodato da Raffaello, Michelangelo e da Vasari, entra appena quattordicenne nella bottega fiorentina di Mariotto Albertinelli, poi di Piero di Cosimo fino ad approdare in quella di Andrea del Sarto a fianco di Rosso Fiorentino,  in quel contesto socio- politico di guerre, incertezze, cambiamenti profondi che fu l’epoca della riforma luterana e della rivoluzione copernicana, che scardinarono le certezze culturali, religiose e scientifiche garantite fino ad allora dalla visione tolemaica e da quella biblica.

Nelle prime opere più significative fino alla Visitazione affrescata nel 1516 nel chiostro della SS. Annunziata, egli esaspera tutta la regola e la perfezione rinascimentale del suo maestro, Andrea del Sarto, introducendo un segno nervoso e vibrante iniziando quel processo di corrosione della dimensione classica che appare già avanzato nella “Pala Pucci” del 1518 in S. Michele Visdomini. Da questo momento il percorso artistico del Pontormo rappresenta la fase più tormentata del manierismo fiorentino. Ricordiamo che per “manierismo” si intende la corrente pittorica sviluppatasi in Italia tra il 1520 e il 1620, che rielaborava in maniera profonda i motivi classici, producendo una rottura con gli schemi dell’arte rinascimentale ed esibendo una molteplicità di maniere – dalla nettezza dei contorni, al gusto per le forme geometriche; dalla deformazione espressiva, alla crudezza del colore; dalla preziosità e gestualità, alla bizzarria e ambiguità -. Nelle opere mature le forme dei corpi si allungano e si ‘gonfiano’ oltre misura, invadendo lo spazio, come nella “Deposizione” del 1526- 28 conservata nella chiesa di S. Felicita di Firenze.

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«Accucciato, un pochino stempiato – con sotto la chioma ricciolona mezza roscia, gli occhi infossati, le ciglia spioventi e le mascelle un po’ troppo tonde e grosse […] un manto lo cerchia fino a raccogliersi sulla coscia, giallo grano, sopra la mutanda di quel solito, stinto, crudele, disseccato verdino». (Pier Paolo Pasolini)

Le parole di Pasolini consentono di entrare nel dipinto, dal basso, dove è collocata la figura di un giovane i cui occhi e l’espressione del viso, trasmettono lo smarrimento e la disperata ricerca di una spiegazione a quanto accaduto. La posizione del corpo di questa figura dà l’idea di quanta forza sia occorsa per reggere il peso della tragedia che gli stava gravando addosso, mentre sopra di lui, sullo sfondo di un cielo grigio-azzurro, un gruppo di altre figure dolenti sorregge il corpo del Cristo morto. Siamo in un momento sospeso, al di là del tempo e dello spazio. In un’assenza, quasi totale, di gravità.

Non c’è nessuna croce che chiarisca l’iconografia della scena. La potenza della tragedia che si sta consumando, accatasta caoticamente le figure l’una sull’altra: si ammassano intorno al corpo di Cristo e della Madonna dolorosa, senza più nulla di visibile a sorreggerle; i colori irreali, chiari, cangianti dove il rosa si tramuta nell’azzurro e il verde nel giallo in una nota cromatica dominante di azzurro freddo che, talvolta, si confonde col grigio dello sfondo. Le vesti del giovane in primo piano e di quello che, in alto, sorregge la Madonna sono talmente aderenti da essere indistinguibili dalla pelle, se non per i colori. Ogni personaggio è avvolto nel proprio dolore.  Qualcuno guarda con gli occhi spalancati e attoniti di chi sta vivendo un dramma terrificante.

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Esperienza fondamentale per Pontormo fu la visione del soffitto della Cappella Sistina di Michelangelo, a Roma, nel 1512. Di quella gigantesca costruzione aveva colto proprio l’elemento inquieto, irrazionale: le sproporzioni delle figure, l’uso complesso e scomposto della prospettiva, l’introduzione di personaggi e di iconografie complicate, i colori freddi innaturali, interiorizzando, dolorosamente, che il tempo dell’equilibrio classico e dell’armonia era finito. A lui si sono interessati artisti come Carlo Emilio Gadda e Pasolini, che ripropose la Deposizione di Santa Felicita come un tableau vivant nel suo film la Ricotta (foto in basso).

(fonti varie dal web con particolare ringraziamento a storied’arteblogspot)

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